INNAMORARSI IN UN TEMPO SBAGLIATO




Non ci siamo mai amati nello stesso momento. Quando io ero pronto non lo eri tu e viceversa. Sembra che il destino si sia preso gioco di noi, o forse siamo stati noi a sfidarlo, a tirare troppo la corda che alla fine si è spezzata. È accaduto a noi che ci siamo amati in un tempo sbagliato.

La contemporaneità dell’amore è la base di partenza per una buona relazione sentimentale, il punto focale intorno al quale dovrebbero gravitare le migliori manifestazioni emotive, come due calamite che si attraggono se si trovano sulla stessa linea d’aria a poca distanza l’una dall’altra. Ma basta la minima deviazione perché questo non avvenga.

Deviazione voluta o imboccata dagli eventi, da storie che nascono su strade di periferia dove il sole non batte mai e il buio è l’unica cornice che rende sbiaditi i contorni.

Ci sono amori che sono fatti per essere sofferti, invisi, irraggiungibili. Più sono distanti, più li sentiamo vicini al nostro dolore, che quasi ci mancano quando sono presenti e ci riempiono della loro assenza quando fuggono via. Amori strani, maledetti, ma pur sempre amori.

C’è un romanzo, “Incontrarsi e dirsi addio” di Ferenc Kormendi, che avevo letto da ragazzo e mi era particolarmente piaciuto. Ambientato negli anni trenta, è la storia di uno scrittore disilluso dal mondo che giunge a Capri per una vacanza. Qui inizia una relazione con la giovane moglie del proprietario dell’albergo, molto più anziano di lei. Una relazione burrascosa che non appaga le inquietudini del protagonista e che muore sul nascere.

Amori che fioriscono e appassiscono in un attimo, come quello raccontato da Kormendi, non sono rari da trovare; più di frequente si perdono e scivolano via in presenza di ostacoli, reali o immaginari, che diventano insormontabili.

Diventa fondamentale il momento in cui ci s’incontra, la predisposizione a concedersi, a darsi senza condizioni, ad avere un progetto comune, un’aspirazione che si diparte dalla stessa radice.

Ecco perché il tempo dell’amore deve essere coevo, istantaneo, corrispettivo. Gli amori asincroni generano rimpianto, si rincorrono come due rette parallele senza incontrarsi mai.

E sono amori che nascono e muoiono in un tempo sbagliato.



IL SOLE TRA I FILI SPINATI




27 gennaio: giorno della memoria che andrebbe celebrato ogni minuto del nostro tempo per non dimenticare lo sterminio della Shoah, fardello indelebile che ha segnato la vergogna del mondo. Morti inspiegabili, infanzie rubate per sempre, ricordi che non si dimenticano (e che non si devono dimenticare). In questa macelleria etnica qualcuno si è potuto salvare grazie al coraggio di uomini qualunque che si sono rivelati veri e propri eroi.

Tra le tante testimonianze di coloro che sono riusciti a sottrarsi al massacro dell’Olocausto, ho scelto quella che ha per protagonista un segretario comunale. L'arguzia di questo storico funzionario della pubblica amministrazione (purtroppo sconosciuto ai più), ha permesso ad un gruppo di ebrei di ottenere il via libera per imboccare la strada del sole, quella che per tanti altri è stata solo agognata con lo sguardo proteso tra i fili spinati.

Le carte d'identità sono state lo strumento, la base, il perno della nostra storia. Non so dove mio padre conobbe il segretario del piccolo comune, vicino a Cattolica. Forse andò a chiedere una informazione, forse per avere le carte annonarie. L'impiegato capì che quel signore aveva dei pensieri e un cognome imbarazzante, schedato in chissà quali elenchi. Gli chiese se il problema l'aveva solo lui e mio padre gli spiegò che il problema era grande anche come dimensione: sei noi Rimini, quattro i Finzi più la nonna Finzi, la zia Maria Cantoni vedova d'Angeli e poi il direttore della ditta di mio padre, Guido Vivanti.

Sono brutti cognomi, disse il segretario comunale. E' vero, disse il signor Rimini. Torni tra due giorni - disse il segretario - ci saranno quattordici carte d'identità perfette, una di scorta. Voi siete tredici, una di più perché potreste fare qualche errore nello scrivere i nomi. Mio padre andò e tornò con una busta gialla intestata "Comune di..." con le quattordici carte bianche ma con la firma del podestà e del segretario comunale e il timbro a secco del comune. La sera i miei chiusero bene le porte.

Guido Vivanti aveva una bella grafia nitida e rotonda; era abituato a scrivere le fatture a mano nel nostro magazzino. Aveva una penna stilografica madreperlacea di bachelite azzurrina. Compilò le carte di identità sotto la lampada che scendeva sul tavolo e aveva il contrappeso di porcellana bianca. Scriveva lentamente con grande attenzione.

I cognomi subivano alterazioni impercettibili ma purificatorie. Tutti i Rimini divennero Ruini, tutti i Finzi divennero Franzi. La zia Cantoni divenne Carloni e lui, Vivanti, con un moto d'orgoglio si trasformò in Vivaldi.

Le lievi metamorfosi dovevano servire per evitare eventuali lapsus o per sperare nella disattenzione di chi ci avesse chiesto i documenti avendoci riconosciuti. Una ipotesi macchinosa ma astrattamente possibile. Con quei documenti i Ruini e i Franzi andarono a Mondaino. Dove poi Vivaldi li raggiunse un mese dopo.

La nonna Franzi e la zia Carloni vennero sistemate in un convento di suore a Morciano, dove poi sotto i bombardamenti pregavano in ebraico... e le suore in latino. Mio padre chiese timidamente al segretario comunale cosa poteva fare per lui e il segretario gli rispose che doveva fare buon viaggio, con i suoi figli e i suoi parenti e usare bene le carte di identità che gli aveva dato... perfette, aggiunse, così mio padre capì che la firma del podestà era falsa.


(Cesare Rimini, Una carta in più Milano, Mondadori, 1997, p. 15)