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Come perdere la notte

 


Passa la vita sull'autostrada 

Ma dove arriva? Chissà!

E vende squarci d'immenso 

a chi le offre di più 

Parla la radio di un naufragio 

Cuori smarriti? Chissà!

In questo grande deserto 

il vento si alza di più 

Come perdere la notte

e trovare chi fa a botte 

con un uomo che si butta via 

per problemi con le donne 

o per tante brutte storie 

masticate dentro un'osteria 

Con amici insicuri che ascoltano muti 

parole buttate via

da bocche di fumo di vino maturo

mischiato con la nostalgia 

E poi c'è qualcuno con l'aria del duro

che ammazza il digiuno 

Che dolce vita più felliniana 

Vita ruffiana che va

a risvegliare gli amanti 

nascosti nella città 

Come perdere la notte 

e trovare mille volte 

la paura di non farcela 

Come perdere la notte 

con un'alba alle porte 

di una sdolcinata realtà 

Come perdere la notte 

Come uccidere la notte 

e lasciarla al giorno che verrà 

mentre corre l'autostrada 

mentre corre all'impazzata 

anche la tua anima che va


A ME NON CAPITA


Donne al volante, pericolo costante. Non c’è proverbio più vero di questo. Prima le vedevi rimirarsi allo specchietto retrovisore per controllare quanto fossero belle e attraenti, ora te le ritrovi con il cellulare incollato all'orecchio con l’aria sempre indaffarata. Certo, accade anche a noi maschietti, ma loro sono maestre a fare cento cose nello stesso tempo che non si rendono conto che ogni minima distrazione può essere fatale.

Qualche giorno fa, imboccando via dei Platani, mi sono imbattuto in una smart con una bionda alla guida che chattava al telefonino mentre si dava contemporaneamente una controllatina al rossetto. È stato per poco che non mi tagliasse la strada e mi facesse impattare contro una fila di macchine posteggiate. “Cretina!”, le ho gridato dal finestrino, “Guarda la strada invece di specchiarti come una reginetta e stare attaccata a quel coso.”

Sapete come mi ha risposto? Ha continuato imperterrita a parlare con quell'aggeggio mentre dallo specchietto mi ha fatto il gesto delle corna.

Inaudito!

E che dire degli automobilisti della domenica? Io che faccio il rappresentante e la strada è la mia casa, li riconosco come le mie tasche. Tutti perfettini, pensano che la carreggiata sia una passerella per dare sfoggio alle loro auto lucide e brillanti dopo averle tenute una settimana in garage per andare al lavoro in bus o in treno. Con il naso quasi schiacciato sul volante, si guardano a destra e a sinistra come se temessero sbucare da qualche parte chissà quale minaccia. Sono lenti come lumache e si muovono in blocco formando lunghe code ai semafori.

Ad un tizio che non sapeva se girare a destra o a sinistra e metteva la freccia ora nell’uno, ora nell’altro verso, gli ho gridato con il mio accento romanesco: “Ahoo! Stamattina c’hai le vertigini? Perché non sei rimasto a casa a nanna?”

Sapete come mi ha risposto? Mi ha fatto il gesto del dito verso l’alto. Stavo per cantargliene quattro ma c’era la partita della Roma e non volevo arrivare tardi allo stadio.

Inaudito!

A me non capita. Sono cose dell’altro mondo e non le capisco. Riesco a districarmi bene in questa giungla d’asfalto popolata da pivelli e da principianti. Sono attento a tutto, ho occhi dappertutto, ne avrò un paio persino dietro la testa per guardare quello che succede alle mie spalle, così che mi sento sicuro di schivare qualsiasi pericolo, reale o potenziale.

A me non capita perché sono quello che si dice di una persona assennata e scrupolosa che si trova a suo agio sia nel traffico di Roma che, mettiamo, in quello di Tokyo, tanto sono bravo a scansarmi da ogni genere di insidia e ad arrivare dappertutto senza intoppi.

A me non capita perché viaggio sereno e qualche volta riesco persino a fischiettare tanto sono  tranquillo di me. Non temo nessuno, nemmeno la volante della polizia che adesso m’invita ad accostarmi per i controlli di rito.

“Patente e libretto, prego.” È un omaccione col pancione che mi ricorda il sergente Garcia, acerrimo nemico di Zorro della popolare serie televisiva. Mi trattengo dal ridere ma obbedisco come il più ligio degli automobilisti. Con il suo collega mingherlino comincia a ispezionare la mia macchina a partire dalle ruote che ho sostituito proprio l’altro giorno e perciò sono nuove di zecca.

Batto le dita sul volante e aspetto che i controlli vadano, come sono sicuro, a buon fine. Intanto, per far passare il tempo, canticchio “Guido piano”, la canzone di Fabio Concato:

Viene voglia di cantare
Questa sera
te lo voglio raccontare
Son sereno
come se fosse Natale…”

Vengo interrotto da “Garcia” che ritorna da me e con una mano appoggiata al finestrino mi mostra un sorriso che scambio come un segno di approvazione. “Visto, agente? Ho cura della mia macchina come se fosse una bella donna. Tutto a posto, vero?”

Sapete cosa mi ha risposto? “Tutto a posto un corno. Ha la patente scaduta da tre mesi, non se n’è accorto?”

Sono diventato più bianco della neve del Monte Rosa. Ho cominciato a balbettare qualcosa, gli ho detto che forse si stava sbagliando e cose del genere.

“Nessun errore. Una bella multa non gliela toglie nessuno.” Poi, con la mia patente in mano, ha sentenziato: “Questa intanto la tengo io. Parcheggi qui che le faccio il verbale. Per tornare a casa prenda l’autobus, la fermata è proprio lì di fronte.”

Sono rimasto di sasso e ho solo esclamato:

“Inaudito!”

A ME NON CAPITA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)


GIALLO PAGLIERINO


Una lunga fila all'ambulatorio dell’ospedale. Questa mattina, come le altre, un gruppo di persone riempie la sala d’attesa muovendosi con discrezione e timore quasi  reverenziale.

Si comincia a dare i numeri. Bisogna prenderne uno per la cassa, un altro per accedere alla sala prelievi e un altro ancora per appiccicare le etichette alle provette delle analisi.

Code su code, masse umane che si spostano da un luogo all'altro come deportati verso un destino che per qualcuno sarà benevolo, per altri già segnato.

Sembra di assistere ad una sorta di proscrizione, una condanna senz’appello che i malcapitati di turno fanno trasparire dai loro occhi che s’incrociano in tanti altri occhi, sguardi più o meno dipinti di un’ansia antica e mai pienamente dominata.

Ognuno cerca di cogliere nell'altro un indizio, una sfumatura da comparare con il proprio stato di salute: volti giallastri, invecchiati o decadenti che rivelano a tratti una bellezza che il tempo ha portato via troppo presto o che è sfiorita soltanto da poco.

Lei sta peggio di me. Lui è stanco come me. Vuoi vedere che abbiamo lo stesso male?

Intanto una voce dallo sportello continua a dare i numeri: “L25. Chi ha il numero L25?” Una signora di mezza età avanza tenendo in mano il contenitore per le analisi delle urine. Lo porta con cura, quasi come fosse un oggetto prezioso. Si avvicina al bancone e il faretto all'angolo della sala le stampa sul viso un colore simile al contenuto della boccetta: giallo paglierino.

Una donna, piuttosto conciata male, tira dalla tasca il fazzoletto e si asciuga le lacrime. L’uomo che le è accanto, forse il marito, la prende in giro stuzzicandola. “Non dirmi che hai paura di una semplice punturina? Fifona… Fifona….”

Squilla un cellulare dal fondo della sala e tutti si voltano all'unisono. Il tizio in giacca e cravatta risponde visibilmente imbarazzato:“Stai tranquilla, ci vuole ancora un po’ prima che arrivi il mio turno.” L’uomo guarda il tabellone che gli sta di fronte, poi prosegue: “Siamo a L55. Io c’ho il 74. Segnati questi numeri che ce li giochiamo al lotto.”

Qualcuno bisbiglia alla sua vicina:
Io devo fare la dialisi. Ho la precedenza.”
Bene.”, risponde l’altra, “Finirai prima.”
Sì. A morire!

Finalmente si accede all'ampia sala dove si effettuano i prelievi. È divisa in tanti scomparti, ciascuno delimitato da tende di colore bianco avorio che fungono a mo' di privacy. Sembra un capannone, di quelli che si allestiscono in tempo di guerra per assistere i feriti.

Da una tenda semiaperta un’infermiera mi fa cenno di avvicinarmi: “Si denudi il braccio e stringa forte la mano.” Eseguo come un bambino ubbidiente e intanto la guardo cercando un sorriso che non arriva.

Bene. Si rivesta e segua quella striscia rossa per l’uscita.” Stavo per rispondere “Signorsì!” Invece ho raccolto la giacca e sono corso subito fuori.

C’era un sole luminoso, di un colore vivo infinitamente diverso dal giallo paglierino. Ho preso in faccia tutta l’aria di quel primo mattino e mi sono detto che è così bello respirare la vita.

GIALLO PAGLIERINO

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli
(Liberamente tratto da fatti realmente accaduti)

NIENTE SESSO, SIAMO OBESI!


Ho cominciato ad ingrassare da un giorno all'altro come succede con un recipiente che si riempie in un colpo solo fino all'orlo. Quando me ne sono accorto è stato troppo tardi. Una mattina, uscendo dalla doccia, mi sono guardato allo specchio e ho notato tutte quelle cose che, fino ad un attimo prima, non avevo voluto vedere: gli occhi infossati e ridotti a due minuscole fessure, il doppio mento, le spalle molli come una ricotta e i capezzoli che sembravano due mammelle cascanti.

Non c’era niente di me o di quello che ero stato un tempo, un uomo sui cinquant'anni ancora piacente, dal fisico atletico e muscoloso da fare invidia anche ai più irriducibili palestrati. Fatto sta che questo fisico così scultoreo, simile ad un Dio, ha cominciato a trasformarsi in una massa epidermica senza forma e sostanza, un’oloturia senza capo né coda che si spingeva negli abissi del mare, ora a destra, ora a sinistra, per ritornare sempre allo stesso punto.

Il motivo di questa metamorfosi l’avevo deliberatamente rimosso dalla mente, un episodio, un’immagine che aveva segnato dentro di me lo spartiacque tra la vita dissoluta, piena di donne e di sesso sfrenato e l’altra, di segno opposto, di morigeratezza, chiusura totale ai piaceri materiali, di castità assoluta e suprema.

Una conversione che all'esterno si era manifestata con la trasformazione del mio corpo da modello esemplare a qualcosa di antitetico e patologico che nemmeno i dietologi più affermati avrebbero saputo risolvere. In realtà ero io che avevo voluto ingrassare rimpinzandomi a tutte le ore del giorno di ogni cosa che fosse commestibile, allo stesso di quando, un tempo, mi ero catapultato in una vita senza freni, di facili conquiste, fino a divenire un erotomane per eccellenza.

Ma nulla accade per caso e anche questo cambiamento radicale aveva una causa, o meglio, un nome: Germana, la donna per la quale avevo perso letteralmente la testa.

L’avevo conosciuta agli albori dei miei quarantanove anni e fu subito sesso a prima vista. Facevamo l’amore dappertutto: in ascensore, nei camerini dei grandi magazzini, in macchina, nei motel e in qualsiasi altro luogo che ci sembrava propizio per dare sfogo alla nostra comune inclinazione per l’erotomania.

Germana era instancabile e proprio questa parolina che all'inizio della nostra relazione doveva essere il motore per mettere alla prova le mie capacità amatorie, divenne in seguito una specie di fardello che mi portavo addosso con fatica a causa delle richieste sempre più esigenti della mia amante.

Si sa che le donne in questo campo sono più resistenti degli uomini. Sono dotate di una componente genetica che le spinge a reiterare il piacere in un intervallo di tempo molto più ravvicinato. Diciamo che ad un certo punto della storia ho fatto fatica a pareggiare le performance di Germana che invece sembrava non stancarsi mai ed era sempre pronta a ricominciare laddove io desideravo, almeno per un po’, deporre… le armi.

Forse sto invecchiando. Forse Germana non mi ama più”, mi dicevo pensando a quella volta in cui ho avuto una defaillance durante il rapporto con la Germana che mi ha lanciato un sorrisetto ironico. Ho associato la sua espressione a quella di un corridore che arriva prima al traguardo e si prende beffa del suo avversario.  

Il nostro stava diventando un gioco al massacro e temevo di perdere colpi in un momento in cui il mio trasporto per Germana era diventato particolarmente fluente. Insomma, sono stato preso dall'ansia di non essere più all'altezza e questa incertezza ha segnato la fine del nostro rapporto. Germana ha cominciato a diradare gli appuntamenti mostrandosi sfuggente e misteriosa.

Una sera, stanco dell’ennesima scusa di non vedermi, l’ho seguita fin sotto casa. Era con un uomo ma nel buio non sono stato in grado di capire chi fosse. Ho atteso qualche minuto e sono entrato con la copia delle chiavi di cui disponevo.

All'interno non c’era nessuno e per un attimo ho pensato di essermi sbagliato, che la scena di poco prima fosse solo frutto della mia immaginazione. Poi ho visto una luce filtrare dal piano superiore. Sono salito senza fare rumore fermandomi davanti alla porta socchiusa della camera da letto. L’ho spinta lentamente e ho guardato il letto.

Germana era di spalle, completamente nuda, che contemplava l’uomo che le stava davanti. Poi si è abbassata ed è stato in quel momento che ho visto mio figlio.

NIENTE SESSO, SIAMO OBESI!

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

L’ANAFFETTIVO


Mi ami ma non sento alcun brivido sulla mia pelle. Anche se le funzioni organiche reagiscono perfettamente agli stimoli provocati dal movimento delle tue mani, niente si muove dentro di me. Potresti girarmi e rigirarmi come una trottola, stringermi fino a farmi mancare il respiro, provare a strapparmi il cuore come si fa con i lupi mannari. Sarebbe tutto inutile.

Non riusciresti a scombussolare quello che si nasconde sotto il manto epidermico perché ogni cosa al suo interno rimane intatta e refrattaria a qualsiasi impulso esterno. Come un bunker costruito apposta per difendersi dai bombardamenti o per parare i colpi lanciati da nemici che cercano di scardinare, senza riuscirci, la porta che conduce ai meandri della mia anima.

Da quando sono diventato così? Non ricordo esattamente il giorno, l’ora, il momento in cui ho smesso di emozionarmi. Probabilmente l’ho fatto da sempre che non ci faccio più caso. Sarò nato così, senza capo né coda, come un’oloturia che sguizza nel fondo marino avanzando o tornando indietro senza alcun orientamento.

O forse è stato per uno sguardo, quando i miei occhi hanno incrociato altri occhi che non avrei mai voluto incontrare. Un ricordo che avrò dimenticato o rimosso dalla mia mente che a volte dubito di averlo vissuto veramente. Come una violenza subita che si cerca di debellare pensando che sia capitata a qualcun altro.

Così mi vedi piangere o ridere ma dentro di me è come se non fosse successo niente. So che per te è un dramma, una sofferenza che patisci ogni giorno per farmi diventare una persona diversa, modellata secondo il tuo volere. Come la plastichina che i bambini usano per mettere su un bel pupazzo, buffo e sorridente ma inanimato. Così io, che non do segni di vita dentro di me. E il guaio è che non riesco a rammaricarmene.

Io ce la farò a cambiarti.”

Quando mi hai detto queste parole ho creduto per un momento che ci saresti riuscita veramente. Mi sei venuta sopra e hai iniziato ad operare con la perizia di un chirurgo. Le mani sono scivolate su tutto il corpo come una piuma leggera che si posa delicatamente sulle ferite. Poi hai stretto forte la mia testa e mi hai detto:

Vorrei tanto entrare nella tua testolina per vedere cosa c’è.”

Ho ricordato Zeus dalla cui testa nacque Atena, la sua figlia prediletta, e ho pensato che sarebbe stato bello rinascere ed essere una persona nuova. Ti sei spogliata e mi hai mostrato la tua sottana rossa. Ho avuto un sussulto e ho gridato respingendoti come se avessi visto un fantasma.

Mi sono alzato a sedere e ho visto quello che per lunghi anni avevo seppellito nella mia memoria: gli occhi di mio padre che sono apparsi dopo che mia madre, di spalle e avvolta nel suo scialle rosso, cascava  a terra senza vita.

Sono andato di corsa alla finestra, l’ho aperta e mi sono proteso in avanti. Ho sentito la pioggia battere sulla mia testa incessante e impetuosa.

Ho levato gli occhi al cielo e sono stato rapito dalla luce di un bellissimo arcobaleno.

L’ANAFFETTIVO
Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)


LA SECONDA VOLTA


Ero così soddisfatto della mia prima volta che avevo deciso di riprovarci non appena se ne fosse presentata l’occasione. Avevo provato il classico brivido sulla schiena, uno scombussolamento totale dalla testa ai piedi che mi aveva reso per pochi interminabili minuti schiavo di un’emozione forte ed incontrollabile.

A pensarci bene quella mia prima volta aveva avuto su di me un effetto quasi ipnotico, come se fossi stato rapito da una goduria intensa e dirompente da sperare che non finisse mai o, quanto meno, che durasse per il tempo necessario da tenerla in serbo nei momenti meno emozionanti della mia vita.

Paragonavo quell'esperienza al modo di alimentarsi degli scoiattoli, animali previdenti che in estate fanno scorta di cibo per l’inverno. Insomma, ero così inebriato dalla mia prima volta che pensavo potesse bastare nei periodi di carestia in cui ci sarebbe stato poco o niente da procacciare.    

Ora vi chiederete che cosa mi sarà capitato per essere così su di giri. Per darvi un indizio, immaginate di trovarvi in un castello incantato popolato da dame, servitori, giullari e musicanti. Un corteo di gente dal quale voi, nelle vesti di un re o di un principe, siete serviti e riveriti come un prete sull'altare.

Quale migliore occasione per avere tutto a portata di mano con un semplice schiocco delle dita? Una dama da accogliere nel proprio giaciglio per essere piacevolmente coccolato; una squadra di servitori per soddisfare ogni desiderata prelibatezza; dei giullari che si esibiscono con giochi strabilianti e, infine, un’orchestra per allietare ore vuote e senza brio.

I piaceri della vita che si materializzano a comando, brividi intensi che filtrano nel sangue e si propagano nel tessuto epidermico, occhi che si chiudono in senso di beatitudine mentre tutto si compie e si risolve in un’esplosione orgasmica.

Peppino, il mio amico invidioso e ficcanaso, aveva cercato in tutti i modi di saperne di più:

“Allora Guerrino, com'è stata la tua prima volta?”
“Sapessi! Una goduria di quelle che non si scordano mai.”

Peppino si era fatto prima rosso e poi paonazzo ed io mi divertivo a vederlo così divorato dall'invidia.

“Ma va! E che cosa ti è preso mai? Una sfrenata lussuria?”
“In un certo senso è stato proprio così: una lussuria che mi ha pervaso tutto il corpo al punto che avrei replicato volentieri.”
“E perché non lo hai fatto?”
“Lo farò stasera e sarà la seconda volta.”

Per l’occasione mi ero vestito in ghingheri: abito scuro e una camicia di seta sbottonata al punto giusto da far intravedere i miei pettorali ben sviluppati frutto di duri esercizi in palestra.

“Posso venire anch'io? Dai che ti faccio compagnia.”
“No che non puoi, reggeresti il moccolo. E poi nel posto dove devo andare è tutto esaurito.”
“ E va bene”, fece il mio amico con tono rassegnato, “però mi racconti tutto più tardi.”

Ho lasciato Peppino con la promessa che gli avrei riferito ogni cosa nei minimi particolari. Ho preso la moto e con la mia compagna Stefania mi sono involato alla volta di “Ciro ‘o scugnizzo”, il ristorante a picco sul mare dove ho scoperto una zuppa di pesce da leccarsi i baffi. Siamo entrati nel locale ed io non vedevo l’ora di gustarmi la mia seconda volta.

LA SECONDA VOLTA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)



VOLEVO SOLO ESSERE AMATO


Piero aveva in tasca solo cinque euro. Gli sarebbero bastati per ricaricare il cellulare e chiamare qualcuno per una richiesta di aiuto che lo tormentava da tempo. Di cosa aveva bisogno? Semplicemente di una parolina di cinque lettere detta con tutta la sincerità possibile: amore.
Fece scorrere rapidamente l’agenda dei contatti e si sorprese nello scoprire che nonostante ne avesse tanti nessuno rispondeva al profilo che desiderava.

Pensò prima di tutto alla Wilma, una che aveva conosciuto da poco e con la quale era uscito un paio di sere per una pizza o una carbonara in qualche trattoria di Roma. Wilma era quel che si dice di una donna pronta all'uso: gioiosa, superficiale e, soprattutto, poco vestita. Al primo incontro si era presentata con una minigonna così corta da lasciare scoperte le gambe sfilate e ben esposte. Indossava un top stretto e sottile da far esplodere due seni rigogliosi che chiedevano soltanto di essere esplorati. Dopo la pizza e la carbonara, in entrambe le sere, erano finiti in un albergo di periferia ma nei mattini seguenti Piero non provò alcuna emozione.

Scartò subito Wilma e si concentrò su Evelina, la “miracolata”. Si erano conosciuti, o meglio, scontrati in un incidente d’auto sulla via Aurelia, un tamponamento provocato dalla forte pioggia che aveva bloccato i freni dell’utilitaria di Piero. L’impatto fu così violento che l’auto di Evelina andò a sbattere contro il guardrail ma la donna ne uscì miracolosamente illesa. In seguito i due presero a frequentarsi e tra loro scoppiò una relazione che era un misto di remissione del peccato, per Piero, e di divina provvidenza per la sventurata.

È stato il destino a farci incontrare.”
O a farci maledire”, pensò invece Piero.
Ti prenderai cura di me e non mi farai più soffrire. Ricordati che sono una miracolata.”

Scartò pure Evelina e gli venne in mente Leopolda, una donna… bifronte. Da dietro aveva forme femminili ben aggraziate ma davanti era esattamente il contrario, con un non so che di intellettuale: super abbottonata come un fagotto, aveva gli occhiali quadrati con montatura scura, di quelli che si vedono sulle facce di studenti pensierosi e dediti alla lettura. Tra loro poteva nascere anche una storia importante se non fosse stato per queste parole che Leopolda pronunciò in macchina in un momento d’intimità:

Credi di amarmi ma le prospettive della mente vanno oltre la concretezza della realtà. Sono qui ma posso essere altrove, in un altro mondo, in un altro contesto. E i tuoi baci quasi non li sento più.”

Per Piero fu come una doccia fredda che spense in un attimo i ribolliti sensi di un amore acerbo. Rimase a bocca aperta con una mano sospesa in aria come un fotogramma di un film fermo sullo schermo in attesa del secondo tempo che non sarebbe mai arrivato.

Fuori anche Leopolda, Piero s’incamminò per Ponte Flaminio. Si affacciò sul parapetto che dava sul Tevere e fece cadere i cinque euro che aveva prelevato dalla tasca. Comprese che la sua richiesta di aiuto era troppo impegnativa e nessuno mai l’avrebbe raccolta. Si sporse con tutto il busto in avanti come a volersi lanciare in quelle acque torbide e gridò a squarciagola:

Volevo solo essere amato.”

D’un tratto si sentì tirare ad una gamba. Si voltò e si trovò di fronte un bastardino a quattro zampe che gli stava morsicando  l’orlo dei pantaloni. Si chinò alla piccola bestiola che in un attimo lasciò la presa e cominciò a leccargli la faccia con festosi guaiti. Piero rispose a quella manifestazione di affetto inaspettata  carezzandolo a sua volta con un trasporto che non aveva mai provato prima.

Nel buio di una Roma assonnata si avviarono per corso di Francia come due vecchi amici che si erano finalmente ritrovati.

VOLEVO SOLO ESSERE AMATO

Racconto breve
 di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a persone o a fatti reali è puramente casuale)

LA VOGLIA DI NIENTE


Mi guardo allo specchio. Ho la barba di due giorni e mi chiedo se sia il caso di tagliarla. Accarezzo una guancia e poi l’altra tastando tutta la ruvidezza di quella peluria ostinata e rigogliosa. Penso che dovrei tirare fuori il pennello, la schiuma da barba e la lametta per mettermi all'opera ma oggi non  ho proprio voglia.

Desisto.

Subito mi assale un altro interrogativo: mi faccio la doccia o mi lavo a pezzi? ben sapendo che in quest’ultimo caso dovrei compiere più azioni: sciacquarmi il viso, insaponarmi le ascelle, accovacciarmi sul bidet per rinfrescare le parti intime e infine lavarmi i piedi. Guardo l’accappatoio che ieri ho tirato fuori dalla biancheria pulita e penso che sarebbe un peccato usarlo.
Anche il pavimento del bagno è lindo e gli asciugamani sono ben sistemati al loro posto. Perché dovrei sconvolgere questo scenario così asettico e perfetto? Decido quindi di non fare né l’una né l’altra cosa.

Desisto.

Vado in soggiorno e sento lo squillo del mio cellulare che mi annuncia un messaggio. Mi avvicino controvoglia all'aggeggio che sta sul tavolo e leggo quello che c’è scritto. È Adalgisa, la mia ultima fiamma: “Ciao torello, quando vieni a trovarmi? L’altra sera sei stato fantastico. Tvb.”

Adalgisa mi ricorda quello che sono per lei da due mesi a questa parte: un concentrato di sfrenata lussuria che adesso rivendica a pieno titolo con un altro invito a luci rosse. Dovrei sentirmi lusingato e rispondere al messaggio con la fierezza del maschio latino ma anche stavolta desisto.
Quando faccio l’amore sono più lucido di un computer. Devo registrare ogni cosa della mia partner, avere il pieno controllo della situazione. Così che il piacere lo traggo non già dai miei movimenti attivi e scrupolosi, ma dalla reazione che riesco a suscitare nella mia amante. Accettando l’invito di Adalgisa dovrei rifare tutte queste cose che adesso mi appaiono troppo impegnative e laboriose.

Desisto.

Suona il citofono e sorrido pensando alle persone che in un modo o nell'altro cercano un contatto con me quando invece preferisco isolarmi completamente da loro. Dal video dell’apparecchio vedo due uomini in giacca e cravatta, l’uno con una valigetta, l’altro con un libricino in mano che mi fa pensare ad un breviario. Saranno i Testimoni di Geova.

Nel quartiere sono l’unico che li fa entrare in casa anche se non credo ad una sola parola di quello che predicano. Ma mi piace assecondarli, far finta di seguire il loro insegnamento pur sapendo che non lo metterò mai in pratica. Ho imparato non so da quanto tempo a sentire senza ascoltare, a fare le cose nell’ordine inverso in cui si presentano per il semplice gusto di ribellarmi ai prototipi della vita. Penso che la menzogna sia più reale di qualsiasi verità ma adesso non ho voglia di recitare la parte del fedele discepolo, ci vuole impegno e disinvoltura anche per fingere.

Desisto.

Mi sdraio sul divano e decido di liberare la mente di tutti questi pensieri e incombenze. Penso al niente e il niente in questo momento ha molto più senso della pienezza delle cose, ma forse sarebbe meglio dire di ciò che solo in apparenza equivale a compiutezza, completezza e logicità.

Il niente mi riporta bambino quando mi piaceva perdermi nella mia spensieratezza, inseguire il sogno di una giovinezza acerba che da lì a poco mi avrebbe fatto conoscere un mondo diverso, come poi è stato. Sento le palpebre che si fanno pesanti come se un grosso macigno si fosse posato sopra i miei occhi. Ma forse è il mio corpo che sta diventando leggero che se una formica dovesse passarci sopra avrebbe il peso di un elefante.

Con la coda dell’occhio osservo la pentola sul fornello della cucina dalla quale trabocca l’acqua in ebollizione che fa spegnere la fiamma. L’odore del gas si propaga nell'aria prima delicatamente e poi sempre più intensamente. Dovrei alzarmi e chiudere la chiavetta ma sono rapito dal mio niente che mi fa sentire sempre più leggero. Mi addormento e so che sarà per sempre.



LA VOGLIA DI NIENTE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I fatti e i personaggi narrati sono puramente inventati)

NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile per te ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di informare le autorità competenti?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non crederebbero ad una sola parola della tua versione.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato quella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

IO E FRANCESCO


Si può avere per amico un maschietto ed essere trattata allo stesso modo, anzi peggio? Con Francesco, compagno d’infanzia, delle elementari, delle scuole medie e infine del liceo, è accaduto proprio questo: un’amicizia di lunga data, intima e necessaria, che ha contrassegnato buona parte della mia vita fino a condizionarla, orientarla, plasmarla come si fa con un oggetto di cui si vuole modellare a proprio piacimento la forma, lo spessore, la sostanza.

E’ cominciata così, fin dai primi vagiti, gattonate nel corridoio di casa, lunghe corse sui tricicli e risate a non finire nei pomeriggi svogliati in cui passavamo gran parte del tempo insieme. I nostri genitori, vicini di casa, si frequentavano praticamente tutti i giorni e per un certo periodo io e Checco, il mio Francesco, ci siamo sentiti come un fratello e una sorella, figli della stessa famiglia.

Devo dire che fino a quando eravamo bambini questa fratellanza mi stava anche bene. Giocavamo agli indiani, ingaggiavamo lotte estenuanti per misurare la nostra forza, mi sono persino travestita da Zorro per sfidarlo a colpi di spada ma era un modo per fargli piacere, per assecondarlo, lasciarlo vincere qualche volta per compiacermi dei suoi sollazzi.

Invece che preferire le bambole, facevo collezione di soldatini e poi con Francesco passavo ore intere a giocare alla guerra, a inventarmi strategie per abbattere il nemico, a gridare a squarciagola quando vincevo e a godere quando vedevo la faccia del mio compagno mogia e affranta.

Questi giochi d’infanzia, ma soprattutto la mia amicizia con Francesco mi aveva resa un vero e proprio maschiaccio e forse è stato per questo che negli anni successivi il mio amico ha continuato a trattarmi come se fossi davvero come lui, cioè un maschio di sana pianta nonostante nel frattempo stessi diventando una donna con esigenze che sentivo diverse ma che ho dovuto reprimere per stare, come dire?, al suo livello e non deluderlo.

Crescendo, durante l’adolescenza, mi sono sorbita le confidenze di Francesco che mi raccontava di questa o di quella tipa tutta tette e con un fisico da mozzafiato che gli faceva il filo. A volte scendeva in particolari anche imbarazzanti di cui facevo finta di niente per non spezzare quella grande complicità che si era creata tra noi. Eravamo due facce della stessa medaglia, due monellacci che si divertivano a prendere in giro la gente, a correre nei parchi e nei sentieri accidentati con le nostre mountain bike che avevano preso il posto dei nostri tricicli.

Dai racconti piccanti, parolacce proferite senza riserve, Francesco era passato del tutto spontaneamente alla gestualità colorita che non disdegnava di mostrare: una volta ad un fast food, complice anche qualche birra di troppo, si era complimentato per una mia battuta con una sonora pacca sulla spalla che mi aveva fatto andare di traverso la bibita che stavo sorbendo dalla cannuccia.

Insomma due amici per la pelle, un corpo e un’anima come direbbe una famosa canzone degli anni ’70, osmosi di pensieri, stati d’animo, di emozioni che provavamo anche quando eravamo distanti come succede per certe telepatie sensoriali, certi legami invisibili che persistono e sembrano durare in eterno.

Ma tutto questo non mi bastava più. E’ successo quando la mia femminilità, fino a quel momento repressa come una guaina che si tiene ben stretta per comprimere il grasso cutaneo, ha preso il sopravvento e ho cominciato a guardare Francesco con occhi diversi. E’ stato questo sguardo, tipico di una donna che smette di essere una bambina, a far mutare le mie aspettative verso un’amicizia che si stava trasformando, almeno per me, in un amore forte e inconsolabile. Ma non sapevo che da lì a poco avrei decretato la fine della nostra amicizia.

Francesco continuava a trattarmi come un amico, un compagno di giochi e di avventura senza minimamente intuire che stessi cambiando e volessi che anche lui mi guardasse con i miei stessi occhi. Nulla da fare, non mi vedeva che come un maschiaccio grazie anche al mio fisico che, a dispetto della mia femminilità, presentava connotati di virilità: longilineo, un po’ tozzo, seni piatti come una sogliola e ciuffi di peluria sparsi qua e là su di un tessuto cutaneo grezzo e indelicato.

Un giorno ho voluto fare un esperimento. Mi sono detta: se per Francesco non sono altro che un’amica vorrà dire che sarò io ad essere esattamente come lui mi vede, un uomo anche nell’aspetto e nelle fattezze. E’ stato così che sono diventata… Guido, uno sportivo, e precisamente un giocatore di tennis che ha preso a frequentare lo stesso club di Francesco.

La trasformazione, merito anche del mio fisico, è stata semplice: capelli cortissimi, occhiali da sole, peluria sul mento a mo’ di barbetta e un cappellino con una visiera inclinata verso gli occhi giusto per evitare di essere riconosciuta. Ci crederete? Francesco non si è accorto di nulla e ha voluto sfidarmi in lunghe partite di tennis in cui ne uscivo quasi sempre vincitrice. Per lui ero Guido e, fatto ancor più strano, non riusciva ad arrabbiarsi per le sconfitte come invece accadeva con me nei giochi d’infanzia e dell’adolescenza.

Ora Francesco mi guardava con occhi diversi ma questo anziché lusingarmi mi procurava turbamento, instabilità emotiva e soprattutto il sospetto che non fossi per lui quello che io desideravo, ovvero Vania, la sua amica del cuore che nel frattempo si era trasformata per amore e che sperava, quasi per miracolo, di essere riconosciuta e amata allo stesso modo.

Non è andata così. Per Francesco ero Guido, un amico speciale, direi fin troppo. Una volta, dopo l’ennesima partita a tennis, mi ha seguita negli spogliatoi e con una scusa ha cercato di baciarmi. Sono scappata via terrorizzata perché sapevo che non era me che voleva ma la persona in cui mi ero trasformata.

Io ero diventato Francesco.
Francesco era diventato me.

IO E FRANCESCO

Racconto di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale)

Tutti i diritti riservati

L’INDIFFERENTE


Sono refrattario a qualsiasi dolore, guardo il mondo dall'alto e non mi volto mai indietro. Per la gente sono un mostro insensibile e senza compassione, un concentrato del Male assoluto racchiuso in un essere pensante abietto ed implacabile. Un giudizio tutt'altro che onorevole che tuttavia mi lusinga e mi procura maggiore forza e capacità di propugnare sofferenza ed infelicità.

Da quando sono così? Dai tempi della scuola, esattamente da quando ho studiato che due corpi opposti e di eguale intensità si annullano a vicenda creando un punto di equilibrio fermo ed assoluto. E’ stato allora che ho amato il mio professore di Fisica, un vecchio decadente che è diventato il mio alter ego segnando definitivamente la mia esistenza.

Ho messo in pratica questo principio con dedizione quasi maniacale: ad un’offesa, un dolore, un fatto spiacevole, ho reagito allo stesso modo, ovvero con una contro-offesa, un altro dolore della stessa specie, un’azione uguale e contraria come avveniva con la legge del taglione all’epoca dei Romani. Non mi sono emozionato più e non ho più sofferto, non ho più gioito ma nemmeno pianto. E’ stato così che sono diventato agli occhi degli altri e di me stesso un essere del tutto indifferente.

Ho un’azienda tessile che si occupa di camicie, maglierie e cravatte di seta pura. Sto attento all’andamento della produzione, ai costi e ai ricavi come il più puntiglioso dei ragionieri. Non ammetto nessuna perdita e se all’orizzonte intravedo un possibile disavanzo mi dedico alla mia attività preferita, quella che mi procura sollazzo e sadica soddisfazione: il licenziamento.

I costi del personale incidono non poco nella mia azienda e quando ne ho l’occasione non perdo tempo in inutili piani di stabilizzazione, prestiti bancari a tassi altissimi per mantenere la stessa forza lavoro col rischio di chiudere i battenti e fallire miserevolmente. Guardo con fiducia all’Oriente dove la manodopera è molto più competitiva e come un sarto accorto e meticoloso comincio a tagliare la “stoffa” superflua.

Così convoco nel mio ufficio le teste umane che sono diventate per me inutili e dispendiose, calcolo la buonuscita in misura proporzionale alle perdite stimate e, come la teoria dei corpi respingenti, ricavo l’attivo con lo stesso ammontare.

E’ il turno di Bonifacia, una camiciaia che ho assunto due anni fa, bravina ma un po’ lenta per il target di produzione che mi sono prefissato. Si siede davanti a me pallida ed intimorita, come una donnetta delle pulizie che sa di essere rimproverata per qualche magagna nel suo lavoro.

Bonifacia Tagliavento, è questo il suo nome, vero?
Sì dottor Fermi, perché mi ha fatta chiamare? Ho fatto qualcosa che non va?
Stia tranquilla e si rilassi. Vuole un caffè? Un cappuccino? Una brioche?

Bonifacia fa cenno di no con la testa, un atteggiamento che mi ricorda i terroni di qualche paesino sperduto del Sud Italia e questo m’incoraggia nel discorsetto che sto per fare. Mi alzo e comincio a girare intorno alla scrivania mentre la malcapitata mi segue preoccupata con lo sguardo. Ripeto la solita tiritera dell’azienda in crisi e dei sacrifici che, mio malgrado, sono costretto a chiedere per evitare il fallimento. Annuncio infine la mia decisione di licenziarla per il bene dell’azienda avendo cura di modulare il tono della mia voce come se fossi profondamente dispiaciuto.

Dottor Fermi, la prego, non mi licenzi. Non ho nessuno al mondo e se perdo questo lavoro sono rovinata.”
Purtroppo non posso fare altro. E’ una decisione dolorosa ma inevitabile.”
La prego …”

Bonifacia mi prende la mano e mi guarda con occhi supplichevoli. Penso che tra un po’me la bacerà come se fossi un prete o un uomo di chiesa a cui implorare indulgenza e benevolenza.

Signorina Tagliavento, non faccia così …”
Sono disposta a tutto pur di rimanere in questa azienda.” Con il pollice mi strofina delicatamente la mano e ripete: “A tutto, capisce?

Mi piacciono le donne formose e in carne, forse per un atavico ricordo che mi vede me bambino tra le braccia possenti di mia madre nell’atto di succhiare il latte dalle sue floride mammelle. Bonifacia è mingherlina e senza forme come un encefalogramma piatto, non è il mio tipo.

Signorina Tagliavento, la prego, si ricomponga.”
Ma proprio non le piaccio?

Ci manca pure che adesso si spogli e mi salti addosso, penso preoccupato.

E’ molto carina ma non so come dirglielo. Diciamo che... ho altre preferenze sessuali.”

Fandonia bella e buona ma mi è servita per respingere le avances della donna in maniera definitiva e senza appello. Per Bonifacia è stato come un albero che si abbatte nella tempesta. L’ho vista alzarsi e dirigersi verso la porta, mogia e rassegnata come un animale che si rintana senza aver afferrato la sua preda.

Esco dall'ufficio e vado al parcheggio dove mi attende la mia moto, bella e lucida come uno specchio. Impugno il manubrio e percorro a gran velocità le strade della città con il vento in faccia, caldo e delicato. A cosa penso? A niente, ho rimosso tutto dalla mente: la disperazione di Bonifacia, il mio finto dispiacere, tutto si è annullato con un’azione uguale e contraria.

Imbocco la superstrada e spingo con l’acceleratore. 180, 200, 220, provo a sfidare il vento e penso che non mi succederà niente se riesco a mantenere in equilibrio il rapporto tra la forza eolica e la velocità della mia moto. Tutto si annullerà come sempre, penso convinto, ma stavolta non ho fatto i conti con i particolari.

Ad una curva perdo il controllo e sono scaraventato sul guard rail di una piazzola di emergenza con la moto che vedo frantumarsi come un giocattolo a poche centinaia di metri da me. L’impatto è violentissimo, sento che sto per perdere i sensi.

Qualcuno mi aiuterà”, penso tra me prima di chiudere gli occhi. Sull’asfalto le macchine sfilano a tutta velocità e nessuno si ferma. Come un corteo, proseguono nella loro corsa fin dove il viaggio le porterà.

Impietose, fuggevoli, indifferenti.

L’INDIFFERENTE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I personaggi e i fatti narrati sono puramente inventati)

NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Capita di svegliarsi e non riconoscere più la persona che ci sta accanto. Con Emilia, mia moglie, è stato proprio così. Una mattina l’ho vista entrare in camera da letto con la colazione sul vassoio e un sorriso cordiale che l’ho scambiata per la donna di servizio.


“Grazie, l’appoggi pure lì”, ho esordito indicando con gli occhi il comodino alla mia destra.
“Che hai Luciano? Mi dai del lei adesso?”
“Sa bene che con le cameriere preferisco mantenere le distanze.”
“Ed io sarei una cameriera? Ma sei impazzito?”
“Perché? Chi sarebbe lei?”
“Come chi sarei? Sono Emilia, tua moglie.”

Così facendo ha appoggiato il vassoio sul comodino, ha preso un cuscino e me l’ha tirato in faccia. Non ho avuto alcuna reazione e ho mantenuto lo stesso sguardo serio e glaciale con cui l’avevo vista piombare nella stanza. A quel punto Emilia ha cominciato a preoccuparsi.

“Luciano, stai bene? Se questo è uno scherzo ti avverto che è di cattivo gusto.”
“Sto bene e non sto scherzando. Non conosco nessuna Emilia e lei, Rosina, non dovrebbe prendersi queste confidenze.”

Si è avvicinata a me e mi ha messo una mano sulla fronte per controllare se avessi la febbre o stessi delirando. Anche questa volta sono stato freddo e impassibile. L’ho vista fare un passo indietro con la bocca semiaperta come a voler lanciare un urlo che non è partito.

“Ma allora davvero non ti ricordi di me?”
“Cosa dovrei ricordare?”
“Te l’ho già detto. Sono tua moglie, siamo sposati da tre anni e ci amiamo molto.”
“Io invece conosco solo una Rosina che fa la cameriera, che poi sarebbe lei.”
“Ancora con questa storia della cameriera! Non ne abbiamo mai avuta una. E poi non ce lo possiamo nemmeno permettere.”

Emilia si è seduta accanto a me e ha preso ad accarezzarmi, prima il viso tastando la barba ruvida e incolta e poi più giù lambendo la camicia del pigiama fino all'apertura dei pantaloni. Sono rimasto immobile e silente mentre osservavo l’ispezione che la mia compagna stava eseguendo con fare chirurgico, quasi a voler stimolare uno strano esemplare che non dava più segni di vita. L’ho vista piangere e mi è sembrato di sentire le sue lacrime inondarmi il corpo inerme come fa una sorgente su specchi d’acqua lacustri che non si spostano dalle proprie sponde.

Amnesia anterograda, questa la diagnosi che lo strizzacervelli incaricato da mia moglie ha sentenziato qualche giorno dopo nel suo studio. Una sorta di black-out  per cui da un certo punto in avanti avrei smesso di ricordare, di immagazzinare luoghi e conoscenze un tempo a me familiari. Per me si è trattato della morte più atroce pur rimanendo in vita con le mie funzioni organiche che, tuttavia, hanno cessato di interagire con tutto ciò che nello scorrere di attimi e di secondi costituisce fatto, emozione, ricordo.

Così la donna che ha dichiarato essere mia moglie è divenuta ai miei occhi una perfetta sconosciuta, la mia casa un luogo spoglio e disabitato, il mondo intorno fotogrammi anonimi e senza alcuna relazione con la mia persona come se tutto avvenisse separatamente da me.

“Così è la morte”, ho pensato tra me ben sapendo che nel giro di qualche secondo avrei dimenticato anche questo e mi sarei allontanato dallo spazio come succede con le cose che non servono più e si disperdono nell'aria, in qualche punto dell’atmosfera, per divenire invisibili all'occhio umano.

“Così è la morte”, penso adesso mentre sono nella vasca da bagno con Emilia che mi aiuta a lavarmi passando la saponetta sulla mia pelle con fare delicato e materno. Sento di tanto in tanto il rumore dell’acqua dato dallo strizzare della spugna ed è come il ritmo scandito di un orologio che segna lo scorrere del tempo. Guardo mia moglie mentre già so che sto per dimenticarla e d’istinto stringo la sua mano per aggrapparmi all’ultimo sussulto di vita.


NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I personaggi e i fatti narrati sono puramente immaginari)

ZUCCHERO AMARO

Giro e rigiro il cucchiaino nel cappuccino quasi a voler prolungare un istante che non so bene se sia di sollazzo o di ostinata agonia. La schiuma trasborda intorno alla tazza come le onde del mare sulla scogliera; in questa distesa di liquido colorato sento di immergermi con il capo chino e pensieroso.

La barista giocherella con il suo smartphone aspettando che arrivi un altro avventore da servire. E’ magra da far paura ma dotata di una forza mascolina che non disdegna di mostrare quando impugna il portafiltro e lo sistema in un colpo solo sotto la coppa della macchina da caffè. Dove troverà tutta questa energia alle sette e trenta del mattino? Che sia forse un monito a noi poveracci che ci muoviamo come zombi alle prime luci dell’alba?

Accanto a me una coppia di anziani commenta le notizie di un quotidiano piegato a metà sul bancone e più in là, in disparte, un giovane studente con lo zaino sulle spalle beve tutto d’un fiato il succo d’arancia prima di scappare fuori a prendere l’autobus.

Intanto continuo a girare il cucchiaino nella tazza con le pupille che seguono questo movimento circolare che quasi mi procura un effetto ipnotico. Se non la smetto finirò sul serio con la faccia nella schiuma del latte e mi addormenterò come un ubriaco dopo l’ennesimo quartino.

Penso e non vorrei pensare, mi agito e vorrei stare fermo, tutte azioni e negazioni  che si annullano a vicenda facendomi rimanere al punto di partenza: ritto nella mia postazione, anonimo e indifferente come un manichino insieme ad altri intento ad osservare il solito scenario.

Giro e rigiro il cucchiaino ma questa volta la barista mi lancia un’occhiata interrogativa che mi induce ad accelerare l’atto di sorbirmi il mio cappuccino.

Ecco che mi decido ad impugnare il manico della tazza e a portarla a poca distanza dalle mie labbra. Sento gli occhi dei presenti su di me come se stessero assistendo ad un’operazione delicata e difficile. Finalmente mando giù i primi flutti di latte caldo che scendono in gola e infine nello stomaco dopo un lieve rigurgito. Provo un gusto amaro come se avessi ingerito uno strano intruglio, di quelli che si prendono come medicina quando si sta male.

Chiedo alla barista una brioche alla crema per addolcire il palato ma il primo boccone mi va di traverso, comincio a tossire, divento rosso e poi paonazzo, sento che sto per soffocare. Improvvisamente ricordo che non ho fatto  testamento né ho dato disposizioni per la donazione degli organi e questa assenza di pianificazione delle azioni postume alla mia vita mi fa agitare sempre di più.

Penso a Confucio, il mio cane che da lì a poco avrei lasciato da solo nel mio giardino di casa senza che nessuno si sarebbe occupato di lui. Ed è un pensiero miracoloso che segna la mia salvezza da quella difficile situazione. Di colpo il boccone della brioche che si era trattenuto tra la trachea e l’esofago si sposta verso quest’ultimo ed io riprendo finalmente a respirare.

Cerco di darmi un contegno, fingo indifferenza ma in cuor mio mi sento sollevato per lo scampato pericolo. Vado alla cassa, rifiuto con un sorriso l’offerta della barista di non pagare l’infausta consumazione ed esco dal bar.

Mi prendo in faccia l’aria fredda del mattino e scopro che è così bello ricominciare.


ZUCCHERO AMARO

Racconto breve 
di
Vittoriano Borrelli