Chi ti ha detto mai?

 



Chi ti ha detto mai che lavoro per te
ogni giorno su e giù per averti di più?
Chi ti ha detto mai che mi travesto da re
e faccio il matto per averti un giorno con me?

Vecchie strade di lontana periferia
la mia vita l'ho lasciata per ironia
se sto male mi fa male la tua compagnia
la tua noia non confonderla con la mia

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

La tristezza io l'ho consumata con te
i miei giorni son più veri se non ci sei
berrò un po’ di più per lasciarti in bottiglia
Chi ti ha detto mai che sei una meraviglia?

Chi ti ha detto mai che faccio confusione
alle due di notte davanti al tuo portone?
Chi ti ha detto mai che con gli amici di te
parlo per ore ed ore seduto in un caffè?

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

Il tuo corpo è ombra nuda per me
in controluce i tuoi capelli son sempre quelli
Avvicinati o meglio ancora suicidati!
Oppure abbracciami come sai fare tu graffiami!

Chi ti ha detto mai che vivo senza coraggio
che ti amo troppo e che non potrei mai ucciderti?
Chi ti ha detto mai che non posso ferirti?
Chi ti ha detto mai che non riesco ad odiarti?

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

Chi ti ha detto mai che vivo di gelosia?
Io ti uccido sai questa è una sporca bugia!
Perché chiudi gli occhi e non vuoi più che ti tocchi?
Chi ti ha detto mai io sto bene lo sai?

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)


Malinconico digiuno

 



Porca miseria
malinconico digiuno di sera
senza luce e senza calda atmosfera
senza pace e senza te

Oggi o domani
fa lo stesso tutto resta più uguale
ma è normale tanto ormai non vale
l'innocenza che c'è in me

Io in questa stanza vivo con la tua assenza
mi basta un gioco o un'emozione da poco
e passo il tempo respirando senza vento
contando gli anni rotolando e cadendo

E la mia mano proprio ora impazzisce
violenta un corpo senza pace e tradisce
i miei pensieri non più limpidi e puri
che voglia di scarabocchiare sui muri

Ma che malinconico digiuno
Inopportuno!
Ma che follia soffrire della stessa fobia!

Io vorrei specchiarmi un po’
e dirmi se quest’esistenza è dura senza te
senza te…

Ma guarda un po’ io son più bello di te
ho poche rughe e non c'è trucco in me
Che strano narcisismo
che mi prende non lo so
forse davvero un giorno mi ammazzerò

Centocinquanta più cinquanta quanto fa?
Perché non potrebbe fare
quello che non fa?
Ma dai stai un po’ ferma
e pensa alle cose tue
amarsi è bello solo quando si è in due

Ma che malinconico digiuno
Inopportuno! 
Che gelosia non restare più in perfetta armonia!

Malinconico pensiero
di diventare piccolo e ridicolo per te
per te…

Centocinquanta più cinquanta quanto fa?
Perché non potrebbe fare quello che non fa?

Ma guarda un po’ io son più bello di te
ho poche rughe e non c'è trucco in me

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)



Mary alla stazione

 





Mary fa l'amore con me senza un motivo
per lei la vita è solo il suo respiro
Mary mi promette pensieri più fedeli
Mary ha gli occhi scuri e così seri
Poi mi lascia solo a morire qui nel letto
ma ritorna ancora a dormire sul mio petto

Mary fa l'indiana è il mio tramonto rosso
noi ci vediamo sempre di nascosto
Nella notte insieme inventiamo prime volte
aggrappati ai fili della nostra sorte
E' una bugia mia è quello che non ho
il nostro incontro è un giorno nel metrò

Nell'aria c'è l'odore di un novembre di città
le strade sono quelle ognuno ha la sua età

Mary alla stazione mi fa ciao con la mano
con lei una valigia e un cappello un po’ strano
Poi mi dice andiamo via da qui
prendiamo insieme il nostro solito tassì
Mary alla stazione…

La televisione non mi va questa sera
uguale anche per lei che è così seria
Guarda che casino ora mi sta vicino
e si rispoglia ma senza più voglia
Io le accarezzo il viso ma sono già pentito
era meglio sai non incontrarci qua

Mary cioccolata Mary un po’ ruffiana
Mary non è più innamorata
Mary ragazzina con lo zucchero filato
poi mi sorride ma so che è un addio
Mary ed i miei conti a fine settimana
Mary con la pioggia e la rugiada

La gente va di fretta con troppa serietà
vorrei tornare indietro ma sono ancora qua

Mary alla stazione mi accarezza i capelli
vorrei stringerle le mani e dirle ancora rimani
Sentimento di amarezza dentro me
mentre tutto si ribella ai miei perché

Mary alla stazione
non si volta più indietro
io la guardo sparire
in quel misero treno

L'aria è quella di un novembre di città
il vento mi riporta in fretta alla realtà

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)

Caro amore del futuro

 


Aspetto il tuo ritorno come un vecchio che scruta l’orizzonte al calar del tramonto. E se il tempo mi vorrà distante da questa terra, ti osserverò da qualche punto dell’universo per vederti più rigoglioso e vitale che mai. T’immagino così, caro amore del futuro, quando il male che ci sta devastando finalmente passerà.

Non c’è cosa più bella ed autentica dei sogni che si materializzano nell’immaginazione. L’idealismo prende vita e sostanza in ciò che non esiste o vorremmo che esistesse in una realtà sempre più povera di emozioni. Distanziati e mascherati giocoforza, ma forse lo eravamo anche prima con l’unica differenza che soltanto adesso ce ne accorgiamo, ne avvertiamo il senso dell’isolamento e dell’abbandono.

Così ti scrivo, caro amore del futuro, perché tu possa riempire cuori aridi e smarriti, colorare giorni grigi e anonimi che si susseguono senza sosta facendoci invecchiare precocemente da non avere il tempo di fermare l’attimo, quel carpe diem che è il senso della vita, recupero dei buoni sentimenti che germogliano in un unico grande abbraccio.

Sarai così, caro amore del futuro, il toccasana che spazza via tutte le impurità e le contaminazioni, che ci farà sentire più naturali e spontanei, più vicini di qualsiasi distanziamento e più lontani da ciò che adesso rasenta l’inutile, il vuoto sovrabbondante del rancore e della solitudine.

Amore mio del futuro, che tu possa esserci anche quando non ci sarò, disseminando le cose che ho trattenuto nel cuore, le parole che non ho detto o che non sono state comprese, le mani che ho tenuto in tasca senza che stringessero altre mani e accarezzassero volti che nel tempo sono divenuti sbiaditi e indistinguibili. Come un passero indifeso che finalmente riprende a volare senza più il timore di far sentire il suo canto forte e melodioso.

Sarai così, caro amore del futuro, anche se non potrò partecipare alla tua mensa per rifocillare questo lungo digiuno, perché sarà troppo tardi per me ma mai troppo presto per vederti trionfante sulle macerie e sulle miserie del mondo.  

Bello e invincibile sarai, caro amore del futuro.

La cura

 


Nel giorno della sua scomparsa che segna un vuoto incolmabile nella musica italiana d’autore, ecco una delle sue canzoni più belle che resteranno per sempre nella mente e nel cuore delle generazioni passate e future. Perla di poesia pura, accompagnata da una melodia toccante e struggente come solo lui, Franco Battiato, sapeva regalarci ed emozionarci. Ovunque tu sia spero che ci sarà qualcuno a prendersi cura di te.

LA CURA

(F. Battiato)

 

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore
dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te
Io sì che avrò cura di te

Addio grande Poeta della musica italiana

Marciapiedi di cielo

 


Una delle canzoni più reazionarie del mio repertorio, espressione di una contestazione post-sessantottina incentrata soprattutto sul dissenso socio-culturale. Irriverente e anticonformista, “Marciapiedi di cielo” è il ritratto dell’ipocrisia allo stato puro contro cui la ribellione sembra essere l’unica arma per combatterla.

MARCIAPEDI DI CIELO

(V. Borrelli)

E se un prete ha le occhiaie per un mattino di sesso
e ha sconvolto la sua vita per cercare se stesso
se si è prostituito davanti al suo Dio
dimmi se il suo cielo è un notturno più vero

Se la donna che hai accanto sputa sempre veleno
e magari di notte ha qualche anno di meno
se si sente frustrata per insoddisfazione
dimmi se il suo cielo ha cambiato colore

Lungo i marciapiedi di una corrotta esistenza
due ragazzi si svegliano e si ammazzano a vicenda
tra i falò di qualche anima dispersa
c'è qualcosa da scordare e una vita da cambiare

Sui marciapiedi di cielo
il mio tempo si fa sempre blu
luna di carta una stella di latta
nel ritratto ci sei anche tu

Sui marciapiedi di cielo
con un passaggio si arriva più in là
facce smarrite e non si ride
nel ritratto ci sei sempre tu

Se una madre racconta se stessa a una figlia
e magari si accorge che non le somiglia
se non ha più una lira e va a fare la vita
dimmi se il suo cielo è una gabbia di vetro

Se t'inventi un rapporto e non ti riconosci
se per gli altri tu resti soltanto un istante
e non hai che una meta distante
dimmi se questi giorni sono sempre ritorni

Sui marciapiedi di cielo
tra i lampioni e i binari dei tram
c'è gente truccata di rassegnazione
sta seduta per ore in un bar

Sui marciapiedi di cielo
sulle rive di un'altra realtà
qualche canzone e un rimpianto di più
un'idea che non pensa più

Sui marciapiedi di cielo
il mio tempo si fa sempre blu
luna di carta una stella di latta
nel ritratto ci sei anche tu

Sui marciapiedi di cielo
con un passaggio si arriva più in là
facce smarrite e non si ride
nel ritratto ci sei sempre tu
nel ritratto ci sei sempre tu
nel ritratto ci sei sempre tu

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)

Figli di me

 


Si dice che i figli non sono di chi li fa ma di chi li accudisce. Ma se non sono nè dell’uno nè dell’altro saranno figli di me, embrioni che restano dentro senza svilupparsi mai. Non c’è mestiere più difficile di quello dei genitori e non c’è ricetta che tenga per essere esemplari e perfetti. Le combinazioni cromosomiche agiscono in uno spazio indefinito e incidono alla pari di innate saggezze e propensioni filiali per essere amati e ricordati per sempre.

Nel corso di una vita ciascuno di noi è chiamato a ricoprire in buona parte gli stessi ruoli mutuati dalle origini della Creazione: figli, amanti, genitori, nonni e, se si ha la fortuna di vivere a lungo, anche bisnonni. Ma l’essere figli è l’unico ruolo naturale e inevitabile, gli altri sono solo eventuali poiché dipendono dalle scelte di ogni individuo.

Si è quindi innanzitutto figli, fragili e indifesi in tenera età, forti o deboli quando si diventa adulti a seconda del tanto, poco o niente amore che si è ricevuto. Non si nasce imparati e tutto quello che diventiamo è sempre il frutto dell’esperienza e dell’insegnamento della vita. Così si può essere bravi o pessimi genitori, ottimi o improbabili amici, partner coesi o divisivi e via dicendo.

Ma alla base c’è sempre quella di essere figli in ogni stadio della vita fino alla fine dei propri giorni. E quando questi ruoli vanno in cortocircuito tra loro perché inadeguati, disarmonici, impreparati alle difficoltà di vario genere, allora si è figli di me che restano dentro e non vengono mai alla luce.

Figli di me, di ciò che poteva essere e non è stato, figli incompiuti, desiderati e irraggiungibili. Figli di una stessa madre e di uno stesso padre che non hai mai conosciuto, figli di nessuno se non di te.

Figli di un’illusione, di un percorso appena abbozzato, che vivono distanti da te e non ti accarezzano mai.

Figli di me, di una poesia scritta a quattro mani che nessuno leggerà, perché il vento della vita, quando soffia impetuoso, brucia le occasioni per incontrarsi, spiegarsi, capirsi e immedesimarsi l’uno nell’altro, qualunque sia il ruolo che si ricopre.

Figli di me che restano soli fino a ritornare nel nulla prenatale in un giorno qualunque senza che nessuno se ne accorga. 

La notte dei ricordi

 

La notte dei ricordi passava su di me
e lenti erano i giorni mentre aspettavo te
Giravo per la stanza cadevo nell’assenza
Mio padre se ne andava con la sua incoerenza

Avevo un po’ di freddo quando tornavo a letto
ma il vento non soffiava… il vento non soffiava…
Aprivo la finestra e fuori c’era festa
bambini che correvano le madri che parlavano

Adesso ci penso e penso sempre a te
Peccato ti ho amato ma non ho amato me
Adesso so chi sei
Adesso so perché

La notte dei ricordi non la ricordo più
e lenti questi giorni non li capisco più
L’autunno sonnecchiava e di pioggia si bagnava
La mia coscienza nuda aveva già paura

Adesso i miei occhi s’incontrano nei tuoi
Sorpreso mi domando se ancora tu mi vuoi
Se esiste ancora un poi
per te per me per noi

Adesso ci penso e penso sempre a te
Peccato ti ho amato ma non ho amato me
E mi commuovo un po’
poi rido e non lo so…
(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)

 


La tecnica del racconto breve

 


Tanto vituperati da certi puristi della scrittura, i racconti brevi sono invece una risorsa inestimabile e concorrono a pieno titolo ad arricchire la qualità del patrimonio letterario. Non è facile scrivere un racconto breve, ci vuole una certa attitudine a confezionare una storia in poche pagine che contenga in sé gli elementi essenziali per catturare l’interesse del lettore. È il cosiddetto dono della sintesi, prerogativa che non è di tutti.

Nel racconto lungo o nell’opera che superi almeno le cento pagine si lavora molto sui dettagli, s’indugia su aspetti di contorno della vicenda prima di arrivare al “nocciolo della questione” ma non sempre i risultati prodotti sono pari alle aspettative. A volte queste divagazioni hanno l’effetto di allungare il brodo o sono imposte da esigenze commerciali che hanno poco o nulla di letterario.

Prendiamo ad esempio “Il ritratto di Dorian Gray”, l’opera più celebre di Oscar Wilde. Rispetto alla versione originaria furono aggiunti alcuni capitoli al solo scopo di rendere il romanzo più corposo e appetibile ai lettori. Questi allungamenti, per lo più marginali, non hanno apportato alcun contributo qualitativo all’opera ma semmai hanno avuto l’effetto di rendere più intrigante l’attesa di conoscere il destino di Dorian fino alla scena fatidica della distruzione del ritratto e del repentino invecchiamento del protagonista.

Quanti di noi si sono trovati a che fare con dei libri che sono sembrati dei veri e propri mattoni al punto da interrompere la lettura dopo poche pagine. Non è certo il caso dell’opera di Wilde che resta pur sempre un capolavoro assoluto ma la letteratura è ricca di storie “sovrabbondanti”.

Tutto questo non accade nei racconti brevi dove si lavora molto sulla concentrazione degli eventi, sul tratteggio essenziale delle caratteristiche del protagonista, sulla trama concisa, diretta, immediata, affinché il messaggio (morale della favola) arrivi al lettore senza frapposizioni o tergiversazioni di sorta. In altri termini nel racconto breve lo scopo è di procurare da subito l’impatto emozionale laddove nelle storie di più lunga durata le emozioni sono piuttosto centellinate o distribuite a vasto raggio.

Da un romanzo si può ricavare un racconto breve di ottima fattura ma non viceversa: se dovesse accadere il rischio di trasformarsi in un colabrodo è più che probabile. Pensiamo a “I Promessi Sposi”, altro capolavoro tanto odiato sui banchi di scuola e poi apprezzato in età matura. Manzoni dedica tanti capitoli (troppi) alla discesa dei Lanzichenecchi o alla peste mentre il fulcro della storia si sarebbe potuto sviluppare in pochi e più avvincenti racconti come il matrimonio a sorpresa e la fuga di Lucia a Monza sullo splendido scenario dell’addio ai monti, la storia di fra Cristoforo o di Gertrude, la notte dell’Innominato, tutti passi di notevole spessore che sono poi risultati i più ricercati e impressi nella memoria dei lettori.

Ovviamente non tutti i racconti brevi sono di qualità; ve ne sono molti di buona fattura e altri scadenti alla stregua di quanto accade per le opere lunghe e di più ampio respiro. È una questione di gusti, di pluralismo dell’offerta letteraria e del gradimento diversificato dei lettori.

L’importante è comunque leggere qualsiasi cosa che possa allargare gli orizzonti della propria conoscenza, che sia d’aiuto ad aprire la mente e, qualche volta, anche il cuore.



E niente ...

 



E niente… ho guardato la tua fotografia
E niente… ho cercato da solo un'altra compagnia
Mi credevo forte sai
e invece non è più così
Resto ferito nell'orgoglio
anche a quest'ora non ho sonno

E niente... ho lasciato cadere le mie reazioni
girovagando inutilmente in tutte le stazioni
Dicono che son invecchiato
che ho l'aspetto di un disgraziato
Ma in fondo non me ne frega niente
se son partito completamente

E niente… ho provato a chiamarti da una cabina
"Fa niente" mi dico " Troverò un'altra più carina!"
Vado in giro in autostrada
a ridere della mia pena
Getto in cantina il mio sarcasmo
ho perso tutto il mio entusiasmo

E niente… sto qui a farmi male da solo… da solo…
e non so più cosa pensare da solo… da solo…
E niente… sto qui a non capire più niente… più niente…
Non dormo più io non so fare più niente… più niente…

E niente… ho strappato la tua fotografia
lo giuro davvero io non amerò più nessuna
Fumo e bevo come un matto
il biglietto non l'ho fatto
Un altro treno è già partito
io mi comporto come un bambino

E niente...sto qui a farmi male da solo… da solo…
e non so più cosa pensare da solo… da solo…
E niente... sto qui a non capire più niente… più niente…
Non dormo più io non so fare più niente… più niente…

Di me di te non resta niente… più niente… più niente…
Dentro di me rimani tu e niente… e niente…


 

 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

 

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)


Una vita che non vale

 


Vivere sospesi tra un presente incerto e un futuro che non c’è, è una vita che non vale. Da oltre un anno a questa parte la pandemia del coronavirus oltre a mietere milioni di vittime ha prodotto tanti effetti collaterali tra i quali la privazione di un abbraccio, di un contatto fisico di qualunque tipo che ai tempi di una normalità, ora fortemente rimpianta, rappresentava l’anello di congiunzione più naturale e necessario delle relazioni umane.

Certo, si può vivere benissimo da soli surrogandosi delle emozioni visive e virtuali di un’immagine, di una fotografia o di un video messaggio ma è niente rispetto al calore che ti può dare una stretta di mano, o semplicemente una pacca sulla spalla tanto propizia e desiderata in determinati momenti della nostra vita.

E’ un dramma nel dramma di  tante morti ingiuste colpite a caso come il tragico gioco della roulette russa in cui si spera di essere risparmiati fino alla prossima ... puntata.  Morti che si dissolvono nel distanziamento come ombre umane avvolte nella nebbia prima di scomparire nel nulla senza nemmeno ricevere il conforto dell’ultima carezza.

Questa sospensione a tempo indeterminato della vitalità delle nostre azioni è una vita che non vale perché la provvisorietà genera incertezza, apnea del respiro intesa come impossibilità di ricevere aria in faccia, fresca e incontaminata, senza trincerarsi in maschere o mascherine con gli occhi spalancati ad indovinare l’espressività di uno sguardo che invece sembra perdersi nel vuoto.

Il dubbio di quando tutto questo finirà e si potrà ritornare a fare le cose di un tempo lacera quanto l’attesa di essere vaccinati e immunizzati per sempre. Ma anche qui non c’è certezza di niente poiché si ascoltano oracoli contrastanti per bocca degli stessi esperti del settore, virologi, infettivologi e quant’altro che invece di rassicurarci ci consegnano responsi non definitivi costellati di tanti “se”, “ma” o “forse”.

Resta una vita che non vale con cui dovremo imparare a convivere e ad accettare per quella che è, centellinando giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, attimi di respiro in un tempo presente che può trasformarsi improvvisamente in un futuro che è già passato.

Chi vuol esser lieto, sia di doman non c'è certezza...” (Lorenzo de’ Medici).

 

 

Amici e no

 

E lui guarda la televisione
si lascia andare senza avere voglia
e lei lo guarda con incomprensione
si domanda se l'ama oppure la imbroglia
Ed io tra di loro cerco una parte
Ma che squallore!
Perché mai c'è dentro di me
questa nuova voglia di partire…
di scoprire…

Che noia stare senza parlare!
Che desiderio matto di gridare!
Ma i complici si sono chiusi nel silenzio
con l'aria triste di chi ha capito
che ormai non c'è amore
e né la tentazione di scappare
di volare di giocare
di respirare aria pura
o di cercare un'altra avventura

Noi, chi siamo noi? Amici e no!
Che ipocrisia restare qui senz'allegria
a controllare il tempo e poi
con distrazione andare avanti
non più diversi non più amanti
Ma noi, chi siamo noi? Amici e no!

Eppure si potrebbe inventare
qualcosa di diverso e d’importante
magari aprire una conversazione
per scoprirci dentro senza inibizione
Si può fare…
si può cercare…
si può tentare…
ora… parlerò
ma il cuore mio si diverte
a darmi del bugiardo bugiardo
non avrai mai il coraggio
oramai sei in ritardo

Noi, chi siamo noi? Amici e no!
Ma che pazzia restare qui senza andare via
E' un’indecenza far l'amore
con il pensiero di tradire
con lo scopo amaro di morire
Noi, chi siamo noi? Amici e no!

Con distrazione andare avanti
non più diversi non più amanti
Ma noi, chi siamo noi? Amici e no!

(Tratto da Le parole del mio tempo)

                                            (Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti

 


Sanremo 2021 nel segno del rock

 


Il 71° festival di Sanremo chiude i battenti nel segno del rock. Vincono i Maneskin, gruppo sconosciuto al grande pubblico festivaliero, che ha sovvertito tutti i pronostici della vigilia e delle classifiche provvisorie delle serate precedenti che davano invece per favorito Ermal Meta, retrocesso al terzo posto.

Che fosse un festival atipico, unico e (si spera) irripetibile, lo si sapeva e la vittoria del gruppo rockettaro romano ne è forse la dimostrazione più lampante di quanto tutto non sia e non sarà più come prima. La virtualizzazione della manifestazione, in smart-working più che nel classico smoking delle serate di una volta, ha confezionato un festival che ha acuito non solo il distanziamento sociale ma anche quello dei gusti musicali.

I social hanno inciso non poco in questa trasformazione e la musica, per quanto unica e universale, ha subito le influenze nascenti di stili di vita e di comportamenti sociali diametralmente diversi da quelli che si registravano fino a poco tempo fa. Insomma, niente sarà come prima e a Sanremo, che è lo specchio della nostra vita,  tutto questo si è visto in maniera chiara e marcata.

Kermesse lunghissima con 26 “big” in gara (troppi) e una modalità di votazione che alla fine ha favorito il pubblico nottambulo dei giovani, mentre quello in età più matura alle due di notte era già forse nelle braccia di Morfeo. Di qui la vittoria finale dei Maneskin, al primo acchito inaspettata, che non deve stupire più di tanto.

 Ecco le mie pagelle (in ordine di classifica finale):

  1. MANESKINZitti e buoni. Alla fine hanno messo a tacere tutti con un brano che fa rumore in tutti i sensi. Voto 6 
  2. MICHIELIN-FEDEZ: Chiamami per nome. Brano firmato da una miriade di autori, tra cui gli interpreti e Mahmood. Multicolore e orecchiabile . Voto 7,5 
  3. ERMAL METAUn milione di cose da dirti. Bella melodia con quell’inciso “mi allunghi la vita inconsapevolmente” da consegnare ai posteri. Voto 8 
  4. COLAPESCE/DI MARTINOMusica leggerissima.  I nomi dei due interpreti fanno pensare a due brigadieri o impiegati ministeriali. Sembrano catapultati dagli anni ’80 con un canzone che li evoca a mo’ di rimpianto. Voto 7 
  5. IRAMALa genesi del tuo colore. Ritmato, orecchiabile, di facile presa già alle radio e sui social. Voto 7
  6. WILLIE PEYOTEMai dire mai (la locura). Confesso che all’annuncio di Amadeus pensavo apparisse un cartone animato. Invece eccolo il Willie che non ti aspetti (e  che non conoscevo). Godibile. Voto 6,5 
  7. ANNALISADieci. Ma senza lode, anche se la canzone  piace già a molti giovani. Voto 7 
  8. MADAME: Voce. Forse l’interpretazione più bella e intensa di questo festival. Il premio “Sergio Bardotti" per il miglior testo è il giusto riconoscimento a questo brano. Voto 7,5
  9. ORIETTA BERTI: Quando ti sei innamorato. L’unica esponente di un Sanremo che non c’è più. Orietta non sfigura in mezzo a tanti semi-sconosciuti. La classe non è acqua. Voto 7 
  10. ARISAPotevi fare di più. Anche tu cara Arisa. Brano così così. Voto 6- 
  11. LA RAPPRESENTANTE DI LISTAAmare. Il duo Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina poteva scegliere uno pseudonimo meno... sindacale. Brano che appartiene alla lista del pop moderno. Voto 5- 
  12. EXTRALISCIO- DAVIDE TOFFOLOBianca luce nera. La canzone è più nera che bianca. Da consegnare alle balere post lock-down. Voto 5- 
  13. LO STATO SOCIALECombat pop. Ripetersi è difficile. Fanno rimpiangere la vecchietta di “Una vita in vacanza” .Voto 5
  14. NOEMIGlicine. Si presenta in splendida forma, non più “rotondetta” dei tempi di “Vuoto a perdere”. Non male. Voto 6 
  15. MALIKA AYANE: Ti piaci così. Canzone “anti-femminicidio” dedicata alle donne che devono prendersi cura di sè e piacersi di più. Il testo supera la melodia e il risultato è una media tra queste due componenti. Voto 7
  16. FULMINACCI: Santa Marinella. A dispetto del nome dell’interprete che fa pensare ad un’imprecazione (tipo mortacci tua), il brano non è malaccio. Voto 7 
  17. MAX GAZZE’Il farmacista. Più spettacolare che sostanziale. La versione nei panni che ricordano il pittore Dalì è la più riuscita. Voto 6
  18. FASMA: Parlami. Reduce dal terzo posto dell’anno scorso nella sezione “Nuove proposte” (ma vincitore nelle vendite), Fasma si presenta con un brano che non sfigura. Voto 7 
  19. GAIACuore amaro. Spagnoleggiante e godibile, Gaia ci rende il cuore più dolce. Voto 6,5
  20. COMA COSEFiamme negli occhi. Sembrano i nuovi Jalisse ma il brano è... un fumo negli occhi. Voto 5 
  21. GHEMONMomento perfetto. Brano “perfetto” per le serate da piano bar ma nulla di più. Voto 5 
  22. FRANCESCO RENGAQuando trovo te. Brano difficile a due ottave con cambi di ritmo e di ritornello. Non all’altezza dei precedenti proposti dall’artista bresciano. Voto 5
  23. GIO EVAN:  Arnica. Canzone che è uno sfogo di conflitti interiori irrisolti e che resterà così (irrisolta) anche nel dopo festival. Voto 4
  24. BUGO:  E invece sì. Stonato come una campana. Sarebbe stato meglio se avesse abbandonato il palco come l’anno scorso. Voto 4
  25. AIELLO:  Ora. E mai più. I grandi artisti napoletani storici si sono già rivoltati nella tomba Voto 4-
  26. RANDOM: Torno da te. E noi ti aspettiamo in tempi migliori. Voto 4+