Blog Retro: Le cose inutili

 


Passerei tutto il tempo al supermercato. Se avessi una casa dalle parti del mio centro commerciale, ci andrei più spesso e non solo per la spesa del fine settimana. Invece abito a qualche chilometro di distanza in una zona piuttosto trafficata, lavoro fino a tardi e non ho il tempo per fare qualche sortita infrasettimanale.

Così, quando arriva il venerdì, esco di corsa dall’ufficio, prendo la macchina e imbocco la via di casa pregustando il mio week-end da trascorrere tra offerte promozionali e lanci di nuovi prodotti commerciali. E’ una passione che coltivo con cura quasi maniacale, pianificando ogni cosa come una perfetta manager che conosce tutto o quasi del mondo del marketing.

Eccomi alle prese con la raccolta punti, buoni spesa accumulati e cataloghi vari per scegliere gli acquisti del momento, i prodotti più esclusivi e a buon mercato come si fa quando ci si immerge in una ricerca mirata e meditata, finanche voluttuosa e ossequiosa delle mie irrinunciabili esigenze.

Mi chiamo Desideria, ho trent’anni, e sono quel che si dice una donna bella e desiderabile, con tanti uomini che mi fanno la corte e che vorrebbero portarmi a letto, ma nessun amore che valga la pena di ricordare. Anzi, sono ancora vergine e me ne vanto pure perché penso di meritare ben altro che le solite avances che si concludono, mettiamo, con rapporti effimeri e fugaci nell’ultimo alberghetto di provincia. 

Ho sostituito i piaceri della carne per buttarmi a capofitto in quello che per me è il mio habitat naturale: il supermercato. Così, al posto di baci, carezze e cose del genere, riempio le mie lacune affettive mettendo nel carrello tutto quello che ci trovo di buono: pasta, sughi, prodotti freschi o surgelati. E poi insaccati, formaggi, verdure, tranci di pizza o di focaccia, pietanze già pronte, dolci, gelati, merendine varie e tanto altro ancora.   

Questo per i generi alimentari. Poi ci sono gli articoli per la casa (c’è sempre qualcosa che mi manca), i cosmetici, i prodotti per l’igiene intima, qualche cianfrusaglia che trovo qua e là nei vari scomparti o nei cestoni piazzati in bella vista per i clienti. Non sono contenta fino a quando il carrello non sia riempito a dovere, così che arrivo alla cassa con la sensazione di chi si è ben rimpinzato e non ha bisogno di rifocillarsi ancora.

Tutto normale, si direbbe, lo fanno tutti. Se non fosse per la quantità esagerata delle cose che compro. Riempio il frigo con tanta di quella roba da sfamare un esercito, e lo svuoto regolarmente non per soddisfare il mio appetito ma per buttare via il superfluo, o meglio, quello che nel frattempo è divenuto tale: vasetti di yogurt scaduti, pezzi di formaggio ammuffito, frutta marcia, preparati non consumati alla data di scadenza e molto altro.

Le cose inutili immagazzinate in una sorta di bulimia trasposizionale. Proietto negli oggetti la mia voglia insaziabile di cibo e nello stesso tempo di rifiuto per tutto ciò che dovrebbe appagarmi. Solo che a differenza del bulimico tutto avviene fuori di me: il frigorifero che si riempie e che si svuota agisce al posto del mio stomaco, del mio disequilibrio organico in cui naufrago assieme alla mia infelicità.

Un pendolo che oscilla tra il bisogno di procurarmi le cose e la smania di liberarmene nell’arco di una settimana a ciclo continuo. Come adesso che è sabato e tutto in casa sembra mancare. Mi procuro così la mia lista della spesa e mi preparo per la solita scorribanda nei luoghi che prediligo.

Squilla il telefono. So che è mia madre, lo fa tutte le mattine ed è un’abitudine che tollero a malapena. Mi parla delle solite cose, del vestito che dovrà mettersi per l’appuntamento con il partner di turno (è separata da mio padre da tempo immemore), o dell’ultima crema per il viso che farebbe sparire miracolosamente le rughe. Frivolezze che faccio fatica ad ascoltare, peggio delle cose inutili. Soprattutto non sopporto quando mi chiama “tesoro”, un appellativo che trovo accademico come tutto il rapporto che ha costruito con me.

“Ciao tesoro, stavi uscendo?”

“Sì”

“Sai che stanotte ho fatto un sogno e c’eri tu? Vuoi che te lo racconti?”

“Devi proprio farlo? Ho una certa fretta.”

“Ci metto un minuto, senti qua. Stiamo passeggiando per il parco di casa tenendoci per mano. Tu sei una bambina bellissima con tanti riccioli biondi, proprio come quell’attrice prodigio americana. Come si chiamava? Ah sì, Shirley Temple.”

“Mamma …”

“Aspetta. Ad un certo punto sento la terra franare sotto i piedi. Sto per precipitare ma mi aggrappo alla tua manina che mi tiene su con una forza straordinaria. Proprio nel momento in cui sto per farcela, il tuo sguardo si fa gelido, lasci la mano ed io sprofondo nel vuoto. E’ stato terribile!”

“Mamma, devo scappare.”

“Aspetta, Desy. Voglio dirti che ti voglio bene. Me ne vuoi anche tu?”

“Sì che te ne voglio. Ora devo proprio andare.”

Riaggancio, indosso il cappotto e prendo la borsa. Mi guardo allo specchio e mi vedo bella e sorridente come una donzelletta al dì di festa.

 

Tratto da: LETTURE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

 

 

 

 

 

Ricordati di me

 


A ben riflettere ogni minuto che passa è già un ricordo di quello che abbiamo fatto o di ciò che siamo stati, sicché il presente o il futuro è semplicemente il passato in divenire. Il ricordo è l’unità di misura del nostro tempo che scorre più o meno lentamente a seconda della nostra capacità di ricordarci o di dimenticare in fretta il susseguirsi incessante delle nostre azioni od omissioni.

La distrazione ci proietta nel futuro senza che ce ne accorgiamo, mentre l’attenzione, la ponderazione, l’indugio allungano i tempi, e il passato è come una sorgente da cui attingiamo per centellinare goccia dopo goccia il sapore della nostra vita.

A ben guardare la felicità o l’infelicità sono stati d’animo che ci ricordiamo solo dopo averli vissuti, come un album di fotografie che sfogliamo più o meno con piacere a seconda di quanto la proiezione nel passato ci fa stare bene o ci procura inquietudine, tristezza, malinconia.

Pensiamo, e a volte ci illudiamo, di essere stati felici o viceversa quando tutto è già passato. Ad esempio, siamo soliti proferire frasi del tipo “ai miei tempi non era così”, o “beati quegli anni che non ci sono più”, quando poi retrodatando il nostro benessere ci accorgiamo che non è stato tutto rose e fiori e che il dolore, l’insoddisfazione, la delusione li abbiamo provati, eccome, anche in quei tempi che pensiamo siano stati idilliaci.

Il “ricordati di me” è il nostro biglietto da visita quando ci presentiamo agli altri senza suscitare alcuna reazione significativa laddove manchi proprio il ricordo, il conoscersi che è poi la sommatoria del nostro passato, presente e futuro. Così che le relazioni prendono corpo man mano che passano e diventano più o meno importanti a seconda della qualità del ricordo.

Ricordati di me, dunque, del tempo che ho vissuto e che ti ho offerto, o dimenticami in fretta se non ti ho dato alcun passato da ricordare, un’immagine o un’impronta da conservare nei tuoi ricordi futuri.





E chissenefrega!

 


I social sono voci di popolo? Può darsi che di questi tempi, dove la comunicazione sociale è profondamente cambiata, sia davvero così. Un tempo, come diceva il grande Umberto Eco, per ascoltare certi moralizzatori o personaggi del “So tutto io” bisognava andare nei bar o dal parrucchiere di fiducia. Ora con la globalizzazione mediale non c’è alcun distinguo e molti si ergono a giudici o a depositari della verità assoluta con il solo potere della tastiera.

La crisi dei social è evidente: chi sperava che con tale strumento si sarebbe creata una grande comunità da cui attingere qualità e crescita relazionale sarà rimasto tremendamente deluso. Dai social si ricava poco o niente, a meno che non posti qualcosa di stupido, di melenso, allora vedrai quanti “amici” al seguito otterrai.

Sui social abbondano frasi al veleno che rappresentano, ahimè, una triste fotografia di quanto il mondo reale si sia impoverendo dei valori autentici della solidarietà, amore per il prossimo, cortesia e rispetto.

Virtuali quanto si vuole, i social sono lo specchio della realtà più di quanto si pensi; in qualche modo sono rivelatori di certi comportamenti che nella vita di tutti i giorni sarebbe difficile da percepire: scopritori del protagonismo dell’anonimato, fucine di eroi da tastiera che non hanno nulla di significativo da raccontare della propria vita se non quella degli altri a colpi di falsa rappresentazione.

Ecco di seguito un catalogo di reazioni “social” estrapolato dai gruppi di vario genere:

“Hai scritto un libro? E chissenefrega!”

“Componi canzoni? E chissenefrega!”

“Hai realizzato un blog? E chissenefrega! Perché mai questa notizia dovrebbe interessarci?”

“Sei un poeta? E chissenefrega! Ce ne sono tanti in giro. L’Italia ne è piena.”

“Hai postato questa foto? E chissenefrega! Sarà sicuramente ritoccata.”

“Sei malato e vorresti un “mi piace” sulla tua foto? E chissenefrega! Sarà un’altra catena di Sant’Antonio.”

“Hai ottenuto una promozione? E chissenefrega! Sarai un raccomandato come tanti altri.”

“Il tuo cagnolino è morto? E chissenefrega! Sapessi io quanto mi senta solo.”

“Hai scritto questi versi? E chissenefrega! Un altro che vuole farsi pubblicità!”

“Ti sei vaccinato? E chissenefrega! Tanto non servirà a niente.”

“Hai il covid? E chissenefrega!...”













500

 


Con "Amanti di un'isola ", le parole del mio tempo fanno 500, che è il numero dei post pubblicati da quando, nel gennaio 2012, ho realizzato questo blog. Un traguardo impensabile all'inizio, un percorso lungo quasi dieci anni costellato di storie e avvenimenti, alcuni piacevoli, altri un po' meno, che hanno innovato profondamente i nostri usi e costumi.

Un tempo aprire un blog era una vera e propria novità, oggi è quasi una routine perché sono davvero in tanti ad avere un sito, una pagina web, un punto virtuale per raccontare e raccontarsi in tutti i modi consentiti dalle nuove forme di comunicazione sociale. 

Oggi un blog non fa più notizia, anzi. La concorrenza è divenuta così agguerrita che si fa a spintoni per emergere e per far sentire la propria voce, come uccelli di rovo in perenne competizione tra loro che si cimentano in un canto che sia il più forte e melodioso.

Mi piace pensare che il mio blog sia differente dagli altri (ma questo pensiero può valere per tutti). Intanto il titolo da cui ne è tratto è un libro di canzoni che ha raggiunto finora oltre 20.000 copie scaricate. E questo, nel marasma dei siti che sono sbucati come funghi, è già un successo. 

Sempre aggiornato (almeno un post alla settimana), le parole del mio tempo ha ottenuto finora oltre 330.000 visualizzazioni, con rubriche dedicate agli scrittori emergenti (la vetrina degli emergenti), alle loro interviste, alle recensioni, agli avvenimenti di attualità e, naturalmente, alla musica che è il mio primo amore.

Ci saranno altre parole del mio tempo? Chissà! Per ora desidero ringraziare tutti coloro che sono passati da queste parti, che mi hanno inviato messaggi di stima e di apprezzamento e sostenuto in qualche modo in questo meraviglioso passatempo. 

A tutti questi "avventori", occasionali o abituali, il mio sincero


G R A Z I E 







Amanti di un'isola




Compagni noi
dell'universo
segni di un'età
nata nel silenzio

Mente più in là
verso l'orizzonte
la tua identità
nascosta in una coscienza

Compagni noi di un'avventura spesa male
figli della vita
Fragili noi in questo spazio di pazzia
Amanti di un'isola

Io sono vivo solo quando ci sei tu
coi tuoi silenzi interminabili
Dammi un destino dimmi che sarò tuo sposo
non mi perderai

Parlami attraverso il linguaggio dell'amore
portami lontano col tuo cuore
dimmi che ha un senso la tua vita e vai
lontana tu sei libera come me

Tu sei il sole del mattino
tu sei la pace che vive in me

E non svegliarmi da questo sogno
perché sogno sei tu
da questo niente
che ci trascina più in là
verso un'altra vita
un'altra storia tra noi due

(orchestra)

Ma che cos'è
questo strano odore di realtà?
Cosa ci tormenta? 
Forse è colpa dell'età
Cosa ci aspetta?
Noi non sapremo mai la verità
tu mi perderai

Compagni noi
dell'universo
segni di un'età
nata nel silenzio

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)

 



Piccolo cielo

 



Dimmi cosa devo fare per raggiungerti
Quanta strada devo attraversare prima che
questo mondo sia il mio mondo e tu rispetto a me
un bisogno più profondo del disordine

Nei pensieri scivoli così
come un'onda mi trascini via
ed il mare entra dentro me

Piccolo cielo chi sei?
Da dove arrivi e perché
porti il tramonto con te?
E la speranza non c'è

Dimmi cosa devo fare per difenderti
da chi vuole allontanarti sempre più da me

Nei pensieri grandi io vorrei
ricordarti bella come sei
senza ombre e limiti per noi

Piccolo cielo chi sei?
Quanto hai viaggiato e perché
sei già lontano da me?
E la speranza non c'è

Perduto amore
mi resterà il tuo sapore e la realtà
ma poi perché
porti il tramonto con te?
E con il vento anche me

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)



La bella stagione

 



E la bella stagione
si prospetta migliore
tutti guardano attenti
il tiggì delle venti
 
Che cosa accadrà?
Che giorno sarà?
Domani chissà che tempo farà?

La bella stagione
profuma di viole
di nuovi indumenti
che cambiano i tempi
 
La gente in città non si vede più
e tu te ne stai con gli occhi verso il blu
Al bar dello sport Mario non c'è più
E' dai parenti giù

L'autostrada che va in riviera per questa sera
c'è un ingorgo però all'uscita di Bordighera cambierà
Questa notte sarà una notte di nuove stelle
e qualcuno farà un bel sogno sulla sua pelle ricadrà

E la bella stagione
brucia forte col sole
sulle spiagge e nei porti
coi bikini più corti

C'è chi se ne sta ad aspettare al bar
la coca il caffè succhiando quel c'è
E il giorno che già si cala verso il blu
rimani solo tu e la bella stagione
che ti fa stare giù
La bella stagione
che non ti piace più


(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)


Chi ti ha detto mai?

 



Chi ti ha detto mai che lavoro per te
ogni giorno su e giù per averti di più?
Chi ti ha detto mai che mi travesto da re
e faccio il matto per averti un giorno con me?

Vecchie strade di lontana periferia
la mia vita l'ho lasciata per ironia
se sto male mi fa male la tua compagnia
la tua noia non confonderla con la mia

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

La tristezza io l'ho consumata con te
i miei giorni son più veri se non ci sei
berrò un po’ di più per lasciarti in bottiglia
Chi ti ha detto mai che sei una meraviglia?

Chi ti ha detto mai che faccio confusione
alle due di notte davanti al tuo portone?
Chi ti ha detto mai che con gli amici di te
parlo per ore ed ore seduto in un caffè?

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

Il tuo corpo è ombra nuda per me
in controluce i tuoi capelli son sempre quelli
Avvicinati o meglio ancora suicidati!
Oppure abbracciami come sai fare tu graffiami!

Chi ti ha detto mai che vivo senza coraggio
che ti amo troppo e che non potrei mai ucciderti?
Chi ti ha detto mai che non posso ferirti?
Chi ti ha detto mai che non riesco ad odiarti?

Questa volta sai sono in folle per te
non fermarmi più ci vai a perdere tu
io sto bene qui non guardarmi così
Chi ti ha detto mai che aspetto sempre un tuo sì?

Chi ti ha detto mai che vivo di gelosia?
Io ti uccido sai questa è una sporca bugia!
Perché chiudi gli occhi e non vuoi più che ti tocchi?
Chi ti ha detto mai io sto bene lo sai?

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)


Malinconico digiuno

 



Porca miseria
malinconico digiuno di sera
senza luce e senza calda atmosfera
senza pace e senza te

Oggi o domani
fa lo stesso tutto resta più uguale
ma è normale tanto ormai non vale
l'innocenza che c'è in me

Io in questa stanza vivo con la tua assenza
mi basta un gioco o un'emozione da poco
e passo il tempo respirando senza vento
contando gli anni rotolando e cadendo

E la mia mano proprio ora impazzisce
violenta un corpo senza pace e tradisce
i miei pensieri non più limpidi e puri
che voglia di scarabocchiare sui muri

Ma che malinconico digiuno
Inopportuno!
Ma che follia soffrire della stessa fobia!

Io vorrei specchiarmi un po’
e dirmi se quest’esistenza è dura senza te
senza te…

Ma guarda un po’ io son più bello di te
ho poche rughe e non c'è trucco in me
Che strano narcisismo
che mi prende non lo so
forse davvero un giorno mi ammazzerò

Centocinquanta più cinquanta quanto fa?
Perché non potrebbe fare
quello che non fa?
Ma dai stai un po’ ferma
e pensa alle cose tue
amarsi è bello solo quando si è in due

Ma che malinconico digiuno
Inopportuno! 
Che gelosia non restare più in perfetta armonia!

Malinconico pensiero
di diventare piccolo e ridicolo per te
per te…

Centocinquanta più cinquanta quanto fa?
Perché non potrebbe fare quello che non fa?

Ma guarda un po’ io son più bello di te
ho poche rughe e non c'è trucco in me

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)



Mary alla stazione

 





Mary fa l'amore con me senza un motivo
per lei la vita è solo il suo respiro
Mary mi promette pensieri più fedeli
Mary ha gli occhi scuri e così seri
Poi mi lascia solo a morire qui nel letto
ma ritorna ancora a dormire sul mio petto

Mary fa l'indiana è il mio tramonto rosso
noi ci vediamo sempre di nascosto
Nella notte insieme inventiamo prime volte
aggrappati ai fili della nostra sorte
E' una bugia mia è quello che non ho
il nostro incontro è un giorno nel metrò

Nell'aria c'è l'odore di un novembre di città
le strade sono quelle ognuno ha la sua età

Mary alla stazione mi fa ciao con la mano
con lei una valigia e un cappello un po’ strano
Poi mi dice andiamo via da qui
prendiamo insieme il nostro solito tassì
Mary alla stazione…

La televisione non mi va questa sera
uguale anche per lei che è così seria
Guarda che casino ora mi sta vicino
e si rispoglia ma senza più voglia
Io le accarezzo il viso ma sono già pentito
era meglio sai non incontrarci qua

Mary cioccolata Mary un po’ ruffiana
Mary non è più innamorata
Mary ragazzina con lo zucchero filato
poi mi sorride ma so che è un addio
Mary ed i miei conti a fine settimana
Mary con la pioggia e la rugiada

La gente va di fretta con troppa serietà
vorrei tornare indietro ma sono ancora qua

Mary alla stazione mi accarezza i capelli
vorrei stringerle le mani e dirle ancora rimani
Sentimento di amarezza dentro me
mentre tutto si ribella ai miei perché

Mary alla stazione
non si volta più indietro
io la guardo sparire
in quel misero treno

L'aria è quella di un novembre di città
il vento mi riporta in fretta alla realtà

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)

Caro amore del futuro

 


Aspetto il tuo ritorno come un vecchio che scruta l’orizzonte al calar del tramonto. E se il tempo mi vorrà distante da questa terra, ti osserverò da qualche punto dell’universo per vederti più rigoglioso e vitale che mai. T’immagino così, caro amore del futuro, quando il male che ci sta devastando finalmente passerà.

Non c’è cosa più bella ed autentica dei sogni che si materializzano nell’immaginazione. L’idealismo prende vita e sostanza in ciò che non esiste o vorremmo che esistesse in una realtà sempre più povera di emozioni. Distanziati e mascherati giocoforza, ma forse lo eravamo anche prima con l’unica differenza che soltanto adesso ce ne accorgiamo, ne avvertiamo il senso dell’isolamento e dell’abbandono.

Così ti scrivo, caro amore del futuro, perché tu possa riempire cuori aridi e smarriti, colorare giorni grigi e anonimi che si susseguono senza sosta facendoci invecchiare precocemente da non avere il tempo di fermare l’attimo, quel carpe diem che è il senso della vita, recupero dei buoni sentimenti che germogliano in un unico grande abbraccio.

Sarai così, caro amore del futuro, il toccasana che spazza via tutte le impurità e le contaminazioni, che ci farà sentire più naturali e spontanei, più vicini di qualsiasi distanziamento e più lontani da ciò che adesso rasenta l’inutile, il vuoto sovrabbondante del rancore e della solitudine.

Amore mio del futuro, che tu possa esserci anche quando non ci sarò, disseminando le cose che ho trattenuto nel cuore, le parole che non ho detto o che non sono state comprese, le mani che ho tenuto in tasca senza che stringessero altre mani e accarezzassero volti che nel tempo sono divenuti sbiaditi e indistinguibili. Come un passero indifeso che finalmente riprende a volare senza più il timore di far sentire il suo canto forte e melodioso.

Sarai così, caro amore del futuro, anche se non potrò partecipare alla tua mensa per rifocillare questo lungo digiuno, perché sarà troppo tardi per me ma mai troppo presto per vederti trionfante sulle macerie e sulle miserie del mondo.  

Bello e invincibile sarai, caro amore del futuro.

La cura

 


Nel giorno della sua scomparsa che segna un vuoto incolmabile nella musica italiana d’autore, ecco una delle sue canzoni più belle che resteranno per sempre nella mente e nel cuore delle generazioni passate e future. Perla di poesia pura, accompagnata da una melodia toccante e struggente come solo lui, Franco Battiato, sapeva regalarci ed emozionarci. Ovunque tu sia spero che ci sarà qualcuno a prendersi cura di te.

LA CURA

(F. Battiato)

 

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore
dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te
Io sì che avrò cura di te

Addio grande Poeta della musica italiana

Marciapiedi di cielo

 


Una delle canzoni più reazionarie del mio repertorio, espressione di una contestazione post-sessantottina incentrata soprattutto sul dissenso socio-culturale. Irriverente e anticonformista, “Marciapiedi di cielo” è il ritratto dell’ipocrisia allo stato puro contro cui la ribellione sembra essere l’unica arma per combatterla.

MARCIAPEDI DI CIELO

(V. Borrelli)

E se un prete ha le occhiaie per un mattino di sesso
e ha sconvolto la sua vita per cercare se stesso
se si è prostituito davanti al suo Dio
dimmi se il suo cielo è un notturno più vero

Se la donna che hai accanto sputa sempre veleno
e magari di notte ha qualche anno di meno
se si sente frustrata per insoddisfazione
dimmi se il suo cielo ha cambiato colore

Lungo i marciapiedi di una corrotta esistenza
due ragazzi si svegliano e si ammazzano a vicenda
tra i falò di qualche anima dispersa
c'è qualcosa da scordare e una vita da cambiare

Sui marciapiedi di cielo
il mio tempo si fa sempre blu
luna di carta una stella di latta
nel ritratto ci sei anche tu

Sui marciapiedi di cielo
con un passaggio si arriva più in là
facce smarrite e non si ride
nel ritratto ci sei sempre tu

Se una madre racconta se stessa a una figlia
e magari si accorge che non le somiglia
se non ha più una lira e va a fare la vita
dimmi se il suo cielo è una gabbia di vetro

Se t'inventi un rapporto e non ti riconosci
se per gli altri tu resti soltanto un istante
e non hai che una meta distante
dimmi se questi giorni sono sempre ritorni

Sui marciapiedi di cielo
tra i lampioni e i binari dei tram
c'è gente truccata di rassegnazione
sta seduta per ore in un bar

Sui marciapiedi di cielo
sulle rive di un'altra realtà
qualche canzone e un rimpianto di più
un'idea che non pensa più

Sui marciapiedi di cielo
il mio tempo si fa sempre blu
luna di carta una stella di latta
nel ritratto ci sei anche tu

Sui marciapiedi di cielo
con un passaggio si arriva più in là
facce smarrite e non si ride
nel ritratto ci sei sempre tu
nel ritratto ci sei sempre tu
nel ritratto ci sei sempre tu

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti)