LA CAREZZA DI ERMINIA

Aspettavo la carezza di Erminia tutte le sere alle nove in punto in quel letto d’ospedale dove ero ricoverato per un grave incidente stradale. Sono quel che si dice un miracolato che per grazia divina è rimasto aggrappato alla vita come un naufrago alla sua zattera nel bel mezzo di una tempesta.

Quando la mia auto si è scontrata con un Tir che di colpo mi ha tagliato la strada, ho creduto davvero che fosse arrivata per me la fine. E invece, al momento dell’impatto, ho sentito la mano di qualcuno che mi ha spinto fuori dalla portiera catapultandomi sull'ampia distesa erbosa che costeggiava l’ autostrada.

Non ricordo altro di quello che è avvenuto dopo. Quando ho aperto gli occhi mi sono ritrovato steso su un letto imbottito di flebo, con tanti uomini in camice bianco che mi scrutavano come se stessero esaminando uno strano esemplare. Ero immobilizzato dalla testa ai piedi, riuscivo a malapena a sentire le loro voci ma non capivo niente dei loro discorsi.

E’ stato allora che ho sentito una mano accarezzarmi il viso con delicatezza e discrezione. Ho girato lo sguardo e ho visto una donna matura che mi sorrideva con fare materno e tranquillo, avvolta da una luce fievole ma ben visibile da farmi pensare ad una santa.

Vi sarà capitato tante volte di stiracchiarvi e di sentirvi subito dopo rilassati. Ecco, quella carezza ha prodotto in me un effetto simile. Ho sentito il sangue sciogliersi per tutto il corpo procurandomi una vitalità che non avevo mai provato prima, quasi uno spaccato tra il nulla prenatale in cui credevo di essere precipitato, e i primi sussulti di una rinascita che iniziavo a percepire a piccole dosi.

Non avevo moglie, fidanzata, figli o uno straccio di amico che potessero farmi visita. Non aspettavo nessuno e nessuno aspettava me. Quella carezza è diventata così un rituale quotidiano, il solo che attendevo con suprema aspirazione e desiderio.

Tutto si concentrava in pochissimi minuti, di sera, allo scoccare delle nove, quando la porta della stanza si apriva e vedevo Erminia apparire col suo sorriso ampio e luminoso, avvicinarsi a me e accarezzarmi le guance facendomi sentire il palmo della sua mano soffice e delicato, le dita lunghe e affusolate  che s’insinuavano tra i capelli procurandomi tanto calore.

Di nuovo il sangue riprendeva a circolare nelle vene, come se fino a un attimo prima fosse stato ostruito dai detriti della mia riluttanza a vivere, ritrosia caparbia e insistente che solo quella figura così benevola e rassicurante riusciva ad emarginare.

Come va il mio sopravvissuto? Ti ho portato i tuoi dolci preferiti così stasera potrai festeggiare anche tu il nuovo millennio.”
Perché non resti fino alla mezzanotte?”
Mi farebbe tanto piacere ma lo sai che non posso.”

Erminia si accorge che ho il volto imbronciato e mi dà un bacio sulla guancia.

Mi hanno detto che in settimana ti toglieranno il gesso, presto ritornerai a camminare. Su, adesso fammi un sorriso.”

Ho stretto la sua mano più a lungo possibile come se temessi di non ritrovarla più da lì ad un attimo. Ecco infatti che la vedo allontanarsi, aprire la porta e voltarsi mostrandomi il pollice verso l’alto. Le sorrido alzando a mia volta il pollice per suggellare un’intesa che non ha bisogno di parole.

Non l’ho vista più, né il giorno dopo né in quelli seguenti ma ho continuato a sentire la sua carezza tutte le sere fino al momento in cui sono stato dimesso dall'ospedale.

Quella mattina ho parcheggiato la macchina e ho imboccato il viale dei cipressi fino a giungere nel posto che sapevo. Ho pulito la lapide rimuovendo le foglie secche dell’inverno che si erano depositate sparse su quella superficie dorata. La foto, un po’ sbiadita, proiettava un’immagine sorridente e ancora viva nel mio ricordo. Più in basso l’antico epitaffio:

Erminia Rovato – 1925-1986
      Angelo delle madri


LA CAREZZA DI ERMINIA

Racconto breve scritto da
Vittoriano Borrelli

(I riferimenti alla realtà sono casuali)