MORIRÒ VENERDÌ 17

Che gli italiani siano un popolo di superstiziosi è un dato ormai acclarato. Una recente indagine del 2013 condotta dal CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), cui fa parte il celebre conduttore televisivo Piero Angela, ci colloca al terzo posto in Europa con il 58%, preceduti di un palmo dalla Repubblica Ceca (59%) e dalla primatista Lettonia (60%).

La superstizione, si sa, è tutto ciò che è irrazionale, non provato scientificamente ma che viene ritenuto credibile pur in assenza di qualsiasi relazione causale tra determinati comportamenti e gli eventi futuri.

E’ associata all'ignoranza, fortemente combattuta nell'era dell’Illuminismo, invisa da grandi scienziati come Albert Einstein che nel 1954, in una lettera indirizzata al filosofo di Princeton Eric Gutkind, definì la fede in Dio una “superstizione infantile”.

Ma siamo davvero un popolo così ignorante?

Eppure vi sono tanti personaggi della cultura e dello spettacolo che ricorrono ai riti scaramantici più insoliti e stravaganti per tenere a bada tutto ciò che porta male. Franco Zeffirelli, ad esempio, evita completamente di pronunciare il nome di una persona che a suo dire porterebbe sfortuna. Dario Fo (premio nobel della letteratura nel 1997) debutta solo al venerdì, Maria Grazia Cucinotta ha ereditato dalla nonna tutte le buone pratiche per allontanare il malocchio, mentre l'ammaliante Alena Seredova racconta che i suoi connazionali della Repubblica Ceca (seconda nel sondaggio di cui sopra), sono soliti toccarsi i denti con la nocca dell’indice.

E che dire del grande Maestro Eduardo De Filippo che in un’intervista coniò la celebre frase “Essere superstiziosi è da ignorante, ma non esserlo porta male”.

Insomma la superstizione, pur inspiegabile e intangibile, colpisce in maniera trasversale tutte le categorie sociali e non sembra essere inversamente proporzionale al grado di cultura acquisito.

Forse più che della inadeguata conoscenza empirica, questa forma di credenza, molto popolare e socialmente stratificata, è figlia piuttosto dell’insicurezza e della necessità di far leva su determinate convenzioni o usanze popolari per meglio affrontare e migliorare la propria performance.

E’ un po’ come l’effetto placebo: non è vero ma mi fa stare meglio.

Allora, che male fa aggiungere un posto a tavola se si è in tredici, cambiare strada se un gatto nero ci passa davanti  o spargere di sale l’uscio di casa dopo la visita di un latore di cattive notizie?

Anch'io ho fatto i debiti scongiuri nei modi più consueti e intuibili: una zingara mi ha detto che … morirò venerdì 17!

Per fortuna non ha precisato l’anno …


IL BOOK-TRAILER DE “L’AQUILA NON RITORNA”


Dopo la presentazione de “L’aquila non ritorna”, ecco il book-trailer del libro che spero possa essere gradito ai lettori.

Nel filmato, che ho realizzato da (imperfetto) autodidatta, ho cercato di concentrare in poco meno di quattro minuti tutte le emozioni che ho provato nella stesura del manoscritto non potendo far leva, giocoforza, sulle musiche dei testi proposti.

Le immagini e le parole s’inseguono e si amalgamano in un unico connubio, attraverso sonorità surrogate da antichi e rinnovati ricordi.

Niente effetti speciali, dunque, ma semplicemente un messaggio di sintesi  per descrivere una passione iniziata anni fa e che ancora adesso sento forte e inesauribile.

Ringrazio fin d’ora tutti coloro che vorranno, anche solo per curiosità, guardare il video.

Buona visione.


TI RECENSISCO NEL NOME DEL LETTORE

Di questi tempi l’attività di recensione dei libri degli scrittori esordienti si sta sviluppando a macchia d’olio, prolificandosi come funghi in un campo particolarmente esposto alle aspettative, ancorché legittime, di acquisire il maggior numero di consensi possibile.

E’ un’attività che per le sue modalità e soprattutto per la tipologia del recensore, potrebbe essere classificata in due categorie: quella dei recensori “di professione”, ovvero di coloro che dietro compenso si offrono di scrivere un commento “a misura” dell’opera, e quella dei recensori/lettori, ovvero degli utenti finali che nell'occasione assumono la veste di critici letterari postando il proprio giudizio a margine dell’e-book o del cartaceo esposto nelle librerie digitali.

Tra le due attività vi è quella “intermedia” dei recensori “per cortesia”, che sono gli amici virtuali o reali che si prestano nell'incarico di scrivere una “bella recensione” a mo’ di promozione e sostegno dell’opera. Non sono molto dissimili dai recensori “a pagamento” (a parte, appunto, la gratuità della prestazione), e nemmeno da quelli che, senza convinzione, cliccano “mi piace” sui vari social network

In questo ginepraio di critici, veri o presunti tali, è facile perdersi come nel labirinto di Teseo senza il filo di Arianna. Il rischio di non trovare l’orientamento lo è tanto per lo scrittore quanto per il lettore, soprattutto per le recensioni cosiddette “promozionali” mirate quasi esclusivamente ad attirare l’attenzione del lettore invogliandolo nell'acquisto dell’opera. Se il giudizio non collima con l’interesse e l’aspettativa dell’acquirente, il rischio per lo scrittore (esordiente) di “bruciarsi” è più che reale.

Vero è che nella recensione di un libro la componente soggettiva della valutazione assume un ruolo preponderante: può piacere di più o di meno a seconda del proprio gusto personale. Ma ciò che dovrebbe essere bandita è la tendenziosità del giudizio, facilmente rinvenibile nelle recensioni “studiate” che somigliano molto alla pubblicità ingannevole di molti prodotti presenti sul mercato.

Meglio allora affidarsi ad una corretta informazione dell’opera, puntando in particolare sulla sinossi, magari accompagnata dall'anteprima in modo da offrire al lettore tutti gli spunti necessari per la scelta. Di solito bastano poche (ma chiare) informazioni per orientare il lettore nell'acquisto o meno del libro.

Se a ciò si aggiunge una buona recensione, ben venga. Purché sia fatta incondizionatamente e … nel nome del lettore!

L’AQUILA NON RITORNA

Quando ho scritto “Le parole del mio tempo, ho voluto raccontare la mia esperienza di autore e compositore attraverso la pubblicazione di alcuni testi delle mie canzoni che hanno segnato la mia adolescenza.

L’ottimo riscontro del libro, per il quale ringrazio tutti i lettori che lo hanno letto, mi ha spinto a ritornare nella “soffitta” dei ricordi, rispolverando scritti e appunti di quell'epoca, ovvero degli anni ‘80, rivisitando gli album dai quali avevo selezionato i brani di punta della mia attività cantautorale.

Ho scoperto con mio stupore di aver tralasciato nella selezione di queste canzoni, alcuni testi che avevo giudicato “secondari” ma che da un esame più approfondito hanno avuto un peso determinante nella mia crescita interiore, sia pure nella loro “complementarietà”.

In questo nuovo libro riporto alla luce, come la Fenice che risorge dalle proprie ceneri, brani che avevo riposto nel cassetto e che adesso, “rispolverandoli”, mi hanno fatto nuovamente emozionare come un tempo.

La nuova cernita è arricchita da un album di più recente realizzazione, “L’aquila non ritorna” scritto tra il 2006 e il 2013 che dà anche il titolo all'intera opera.

Parafrasando l’introduzione di un romanzo di Alberto Moravia (“La vita interiore”), ci son voluti 7 anni e 7 stesure per terminare questo album nel quale ho aggiunto due recentissime canzoni: “Password”, dedicata all'evoluzione multimediale dei nostri tempi, e “Autografo”, testo conclusivo del libro che ha come tema l’anonimia delle persone comuni che fanno fatica ad affermarsi e a lasciare un segno della loro esistenza.

Il libro contiene anche un racconto breve sul tema dell’amore, e le prove che ho sostenuto per conseguire presso la SIAE la qualifica di paroliere e di compositore.

Perché la scelta del titolo “L’aquila non ritorna”? Perché l’aquila è un uccello di straordinaria bellezza ed intelligenza, espressione di numerose simbologie tra le quali quella di rigenerarsi,- volando più in alto nel cielo-, per ricevere dal sole luce e calore come antidoto al suo divenire vecchio e appesantito. 
Il “non ritorno” sta ad indicare la trasformazione simbolica di questo meraviglioso volatile, che spezza qualsiasi legame con il passato per approdare ad una dimensione di rinnovato spirito e vigore.

In una recente intervista, il cantautore Antonello Venditti, riferendosi ai primi successi della sua luminosa carriera artistica, ha dichiarato che le cose migliori si fanno quando si è giovani.

Non so se questo corrisponda a verità, ma è un dato di fatto che l’entusiasmo, la speranza nel cambiamento o in un futuro non ancora delineato giocano un ruolo determinante soprattutto agli esordi dell’approccio creativo.

Poi le cose belle o che ci riescono meglio possono nascere in qualsiasi momento del nostro tempo.

Come le parole e i pensieri che ti restano dentro anche quando, volando, … non ritornano più!

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(Le nuove parole del mio tempo)



LA FORZA BUONA DELLA LETTURA


Definirla una scrittrice “esordiente” non rende giustizia al talento di Stella Stollo, autrice umbra (è nata ad Orvieto) con la passione per la narrativa e, in particolare, per quella storica.


I suoi libri sono scritti con competenza e preparazione professionale, segnano un distinguo tra gli scrittori cosiddetti “naif”, ovvero istintivi o autarchici e quelli che fanno dell’esperienza della lettura un caposaldo indispensabile per poter scrivere bene e con qualità.


Sono doti che si riscontrano, ad esempio, nel romanzo “Io e i miei piedi”, che Stollo pubblica nel 2011 aggiudicandosi il concorso Cogito ergo scrivo”, indetto dalla casa editrice Graphofeel, o in Malditerra (2012), opera tra il serio e faceto sul disagio giovanile, particolarmente apprezzata dalla critica.


Cresciuta sotto l’influenza di grandi scrittori come Dostoevskij, Amado e Yourcenar, Stella Stollo è riuscita finalmente a coronare il sogno di scrivere un romanzo storico pubblicando di recente “I delitti della Primavera”, un thriller ambientato nella Firenze del “400 e ispirato al grande pittore Sandro Botticelli.


Nell'intervista che mi ha gentilmente concesso Stella Stollo, si racconta con garbo e spontaneità, senza nulla nascondere della sua grande passione per la lettura che è divenuta, a lungo andare, il perno fondamentale di tutta la sua esistenza …



IO: Nella tua biografia hai dichiarato di avere con la lettura e la scrittura un rapporto di tipo “terapeutico”. La prima ti ha assicurato la “sopravvivenza”, la seconda ti ha aiutato a vivere meglio. Quali sono stati in concreto i benefici dell’una e dell’altra?


STELLA STOLLO: La mia primissima infanzia è avvolta in un’atmosfera buia, fatta di sensazioni di nausea, apatia e angoscia: detestavo il cibo (addirittura la cioccolata, che oggi adoro!), non mi piaceva giocare né parlare con gli altri bambini, ero terrorizzata e immobilizzata da mille paure. Ho iniziato a vivere nel momento in cui ho imparato a leggere. A sette anni ho letto “Un canto di Natale” di Dickens, sono rimasta irretita e praticamente non ho smesso più: la lettura mi ha schiuso mondi e situazioni che, piano piano, mi hanno aiutata a vincere la diffidenza verso il mondo e a diventare sempre più curiosa della vita e delle emozioni che non avevo mai immaginato potesse offrire.
I libri sono diventati i miei più fedeli amici e hanno continuato a offrirmi rifugio nei momenti di insicurezza, spazi immensi durante le crisi claustrofobiche dell’adolescenza, conforto e speranza al dolore delle prime delusioni amorose. La scrittura è venuta come conseguenza della lettura e, se nei primissimi esperimenti della giovinezza ha avuto solo una funzione di sfogo, è diventata poi un efficace strumento per entrare in contatto con la parte più nascosta di me. Ancora oggi la considero un mezzo per far emergere impressioni, desideri e sogni che resterebbero sopiti e taciti, sotto l’agitata superficie della vita quotidiana.


IO: Ti sei laureata in Lingue e Letterature Orientali trascorrendo un anno in Cina. Che cosa hai appreso dalla cultura orientale?


STELLA STOLLO: Ho scelto il mio corso di studi per un interesse prevalentemente filosofico- letterario, spinta dalle letture che hanno caratterizzato la mia tarda adolescenza. L’impatto con l’Oriente reale fu abbastanza deludente. Dal mio soggiorno di studio in Cina sono ormai trascorsi quasi trenta anni. Ciò che più amai allora era una diversa percezione del Tempo: lunghissimo, dilatato, senza frenesie e ritmi ansiogeni, dispensatore di una libertà mai provata prima. Non faccio fatica ad immaginare che oggi sia tutto completamente cambiato.


IO: Il tuo romanzo “Io e i miei piedi” (2011), ha ottenuto tanti apprezzamenti classificandosi nel 2012 al 2° posto al primo concorso letterario nazionale “Il profumo della creatività”. L’hai tenuto però nel cassetto per ben 15 anni. Che cosa ti ha spinto a pubblicarlo?


STELLA STOLLO: Nel 2011 l’ho mandato al concorso “Cogito ergo scrivo”, indetto dalla casa editrice Graphofeel. Ha vinto il concorso e la pubblicazione. Se mi sono decisa a tirarlo fuori dal cassetto, è perché sentivo l’esigenza di avere un parere sulla mia scrittura, visto che mi ero già impegnata nell'arduo progetto di realizzare il romanzo storico appena uscito.


IO: La rappresentazione psicosomatica di un disagio, come quello narrato in questo romanzo, richiama il tema dell’attenzione, o meglio del suo contrario. Quanto, secondo te, la società in cui viviamo è disattenta rispetto ai nostri bisogni?


STELLA STOLLO: È evidente che viviamo in una società centrata sull'avere piuttosto che sull'essere, una società consumistica che crea un sempre maggior numero di bisogni fittizi al solo scopo di allargare la produzione di certi beni, ed è poco interessata al valore della persona e ai suoi reali bisogni. Tutto ciò ci provoca sia l’ansia di riuscire a soddisfare quelle esigenze che crediamo reali, sia la frustrazione di veder negate le nostre più intime e vere esigenze. E al medesimo tempo ci sentiamo in dovere di apparire perfetti, di nascondere ansie e frustrazioni agli occhi degli altri, spesso ai nostri stessi occhi. Cerchiamo di cacciarle sempre più in profondità nella nostra anima, finché essa si ribella e ci scrive un messaggio, ben visibile, sul nostro corpo. Forse sperando in un po’ di attenzione.


IO: In “Malditerra” racconti il malessere esistenziale nell'era moderna con accenti che ricordano “La Nausea” di Sartre ma con una differenza: nell'opera dello scrittore francese il passato è la proiezione dell’inutilità del presente; nel tuo romanzo il ricordo spinge i protagonisti ad optare per la migliore scelta di vita. Si è sempre arbitri del proprio destino?


STELLA STOLLO: Non si può forgiare interamente il proprio destino, tuttavia credo che esso sia spesso il risultato di una combinazione tra gli accadimenti della vita e le nostre scelte, soprattutto le nostre non scelte. Procediamo su una certa strada solo perché non troviamo il coraggio di cambiare direzione, magari senza rendercene conto, come sonnambuli. Il primo passo è quindi risvegliarci e imparare a conoscere noi stessi, i nostri sogni e reali desideri, cercando di non sprecare una vita ad accontentare i desideri degli altri. Non dico che sia facile.


IO: So che sei appassionata della narrativa storica e che prediligi autori come Dostoevskij, Amado e Yourcenar. Quali influenze hanno avuto nella tua crescita professionale?


STELLA STOLLO: Da tutte le mie letture ho appreso qualcosa. Di ognuno di questi tre autori c’è un libro che porto nel cuore e che mi ha aiutata nella mia crescita come autrice. “Il giocatore” di Dostoevskij mi ha insegnato che anche una piccola storia se è ben costruita nell'intreccio, impeccabile nella scrittura, e fa un uso sapiente dell’ironia può diventare terribilmente avvincente. “Gabriella garofano e cannella” di Amado mi ha trasmesso il gusto dei dettagli capaci di evocare atmosfere affascinanti, della sensualità di colori, profumi e parole. Infine “Memorie di Adriano” di M. Yourcenar mi ha insegnato a non accontentarmi, a puntare in alto, a lavorare sodo cercando di raggiungere la versione migliore possibile, anche a costo di impiegare tempi lunghissimi. Se possedessi anche una piccolissima parte del particolare talento di ciascuno di loro, mi riterrei soddisfatta.


IO: Dei tuoi romanzi ho apprezzato in particolare la tecnica espositiva e l’impostazione del tessuto narrativo. Nulla è lasciato al caso. Tutto è meditato con un architettura narrativa che denota competenza, preparazione e dedizione. Secondo te quanto è importante per uno scrittore l’esperienza della lettura?

STELLA STOLLO: È fondamentale per apprendere le tecniche di scrittura: non per imitare qualcuno, ma per forgiare un proprio stile. Anche un pittore astrattista, prima di arrivare al suo stile personale, impara a padroneggiare le tecniche figurative. Nessun artista, nessuno sportivo, nessun professionista raggiunge determinati obiettivi senza esercizio e allenamento costanti. La lettura è il primo allenamento di uno scrittore. Personalmente, ma è solo una mia opinione, penso che per scrivere sia molto più importante leggere che frequentare qualsiasi corso di scrittura creativa.


IO: E'appena uscito il tuo nuovo libro “I delitti della Primavera”, a coronamento del tuo sogno di realizzare un romanzo storico. Parlaci un po’ di questa tua ultima “fatica”.


STELLA STOLLO: La storia ruota attorno alla realizzazione del meraviglioso dipinto “L’Allegoria della Primavera”. Nel 1475 a Firenze Sandro Botticelli, Gran Maestro della confraternita “I fedeli del giglio”, inizia a dipingere la grandissima tela, aiutato dall'assistente Filippino Lippi. L’intento principale è quello di realizzare un talismano propiziatorio per il progetto del suo amico d’infanzia Amerigo Vespucci. Questi sta cercando di convincere la signoria dei Medici a finanziare un viaggio verso un continente a ovest delle colonne d’Ercole, della cui esistenza aveva già parlato nel XIII sec. il francescano eretico Raimondo Lullo. All'improvviso la città inizia ad essere sconvolta da una serie di efferati delitti, collegati alle figure femminili via via dipinte sul quadro. Chi si cela dietro questa brutale e animalesca violenza contro le donne, proprio mentre i due pittori si accingono a celebrare l’essenza femminile che anima l’Universo? È forse l’opera di un “mostro”, così come lo definisce il popolo? Oppure, come ipotizza Botticelli, è il piano di una setta nemica ai fedeli del Giglio? Una setta che si opporrebbe al loro progetto di costruire, nel nuovo mondo che Vespucci andrà a raggiungere, una società fondata sui valori dell’amore, della bellezza e della pace? Sarà Filippino Lippi ad improvvisarsi “detective” e a risolvere il mistero.


IO: Il fascino dell’arte in chiave thriller. Perché questa scelta?


STELLA STOLLO: Nell'intrecciare alla trama la vicenda dei delitti, non è stata tanto l’idea della sfumatura di giallo a stuzzicarmi, quanto la preziosa opportunità, offerta dalla narrativa storica, di evidenziare come certe caratteristiche dell’essere umano rimangano immutate nel corso dei secoli, dando luogo al ripetersi delle stesse brutture, discriminazioni e ingiustizie. I delitti descritti nel romanzo rimandano a una delle caratteristiche più orribili della nostra società e dei nostri tempi, ovvero la violenza fisica e psicologica di cui sono spesso oggetto le donne, fino ad arrivare all'assassinio brutale.


IO: Hai altre passioni? Quali?…


STELLA STOLLO: I gatti, i fiori, la cucina, il cinema. E un viaggio ogni tanto, quando è possibile: è il mezzo più potente che conosco per sfuggire al mal di vivere.


IO: Il sondaggio del momento: e-book o cartaceo?


STELLA STOLLO: Se l’e-book serve a diffondere la lettura, soprattutto tra i giovani, ben venga! Anch’io mi ritrovo spesso, per motivi economici, a comprare la versione digitale di un’opera. Certo, il piacere di sfogliare e annusare un libro è insostituibile! A me, poi, piace tanto sottolineare a matita le frasi che più mi colpiscono, quasi per catturarle. Con l’evidenziatore del tablet non è la stessa cosa…


IO: Dove si possono trovare le tue opere?


STELLA STOLLO: Sul sito di ARPANet: ARPANet.it
Sul sito ilmiolibro :ILMIOLIBRO.it
Le versioni e-book dei tre romanzi già pubblicati si trovano nei principali e-store.
“I delitti della Primavera” sarà acquistabile sul sito di Graphofeel: GRAPHOFEEL.it
.
IO: Grazie per la disponibilità e per l’intervista. Tanti in bocca al lupo per tutto ciò che desideri.



STELLA STOLLO: È stato un vero piacere. Grazie mille a te, Vittoriano, per avermi ospitata sul tuo blog. Un saluto a tutti i tuoi lettori.

NON C’E STATO IL TEMPO



La storia del rimpianto nei versi di questa canzone che ho scritto nel 1997, tratta dall'album omonimo.

Melodia dalle atmosfere elegiache, Non c’è stato il tempo è l’attimo fuggente che non è stato colto, l'orologio impazzito che spazza via il momento della riflessione, la ricerca delle cose e degli affetti che contano di più.

La velocità del tempo si contrappone ai pensieri che sopravvivono al proprio vissuto, come fiori che, prima ancora di sbocciare, appassiscono nelle immense praterie incolte.

NON C'E' STATO IL TEMPO
 (V. Borrelli)

Non c'è stato il tempo per guardarci dentro
ed innamorarci anche contro il vento
Io ti avrei portata dove non sei stata
e ti avrei capita anche se la vita
in fretta ti ha smarrita
e hai vissuto sola con la mente vuota

Non c'è stato il tempo per accarezzarci
e sfiorarci dentro senza aver paura
di scoprire in fondo questo sentimento
che soltanto adesso lo sentiamo nostro

Non c'è stato il tempo per ricostruire
e cercarci ancora oltre questa fine
Io ti avrei sospinta come foglia al vento
e ti avrei raggiunta anche in capo al mondo
ridandoti la vita
come una conquista dopo la tempesta

Non c'è stato il tempo per ridisegnare
con colori accesi giorni spesi male
Io ti avrei convinta a cambiare vita
oltre ogni dubbio fuori dalla nebbia

Non c'è stato il tempo per mandare all'aria
quei discorsi strani che facevi seria
quando ci bastava solo una canzone
per rappresentare questo nostro amore



TRATTO DA:" Le parole del mio tempo"

L'OSCAR DELLA DISCORDIA

The winner is: La grande bellezza”. Nella notte degli Oscar 2014 il film di Paolo Sorrentino si aggiudica l'ambita statuetta dopo quindici anni dall'ultima affermazione con “La vita è bella” di Roberto Benigni.

Non sono tuttavia mancate le polemiche come quella sollevata da Sabrina Ferilli, una delle attrici del cast. La regina dei sofà si è letteralmente infuriata per non essere stata invitata alla premiazione dopo la sua “brillante” recitazione (un nudo integrale sotto lo sguardo assente del protagonista). Per intanto si “consola” con il tapiro d'oro di Striscia la notizia in attesa di sogni di gloria più propizi.

A parte questo insolito fuori programma, “La grande bellezza” ha indubbiamente suscitato nell'opinione pubblica giudizi contrastanti e non proprio lusinghieri, a dispetto del riconoscimento ottenuto, segnando una sorta di spaccatura tra la critica c.d. di élite e quella più spicciola e popolare.

E’ un dato di fatto che il film del regista napoletano, uscito nelle sale cinematografiche nel 2013, non abbia registrato grandi affluenze. Nemmeno la recente programmazione sulle reti Mediaset , pur seguita da otto milioni di telespettatori, ha fatto mutare l’opinione prevalente che è rimasta sostanzialmente delusa. 

Ai più è apparso persino irriverente il paragone con altre opere cinematografiche di ben altro spessore come “La dolce vita” di Fellini o la menzionata “La vita è bella”, molto più intense e coinvolgenti.

I dialoghi incomprensibili dei protagonisti e il contenuto insipido della storia hanno fatto da contraltare ad una rappresentazione scenica, senza dubbio godibile, ma non sufficiente di per sé a catalogare il film super- premiato fra quelli “immemorabili”. Forse il regista ha voluto creare questa contrapposizione per dimostrare quanto la grande bellezza, nelle sue proporzioni smisurate, faccia “abbagliare” e rendere vacui coloro che ne rimangono folgorati.

Certo è che il tema della bellezza, già affrontato da Fazio nel recente Sanremo con risultati non eccellenti, non riesce proprio a catturare l’interesse e l’entusiasmo della gente, forse distratta da altre preoccupazioni.

E di questi tempi la vera bellezza non è ciò che si vede ma è quella che ciascuno di noi riesce a "sentire" e a "comunicare" da ... dentro.

LE IDENTITA’ CULTURALI

L’era della globalizzazione sta spazzando via le identità culturali disperdendole nel cosmo come retaggi storici del nostro passato.

Un tempo era facile, intuibile e comprensibile l’identificazione di un popolo attraverso le sue tradizioni, gli usi e i costumi, finanche nel linguaggio, nell'idioma come forma univoca di comunicazione e di assonanza di un comune sentire.

Nelle società tribali, ad esempio, l’organizzazione sociale era caratterizzata dal perseguimento di idee di solidarietà e di comunione d’intenti, oltre che di origini. Tutto era basato su una disciplina comune, accettata e condivisa da una etnia riconosciuta e riconoscibile, che sapeva imporsi e farsi imporre. Esempi di società tribali ve ne sono tutt'oggi nei cc.dd. paesi sottosviluppati, ma guardando alla loro organizzazione, semplice e unitaria, ci si chiede se il progresso abbia davvero portato con sé modelli sociali evoluti e più efficaci.

Nell'era moderna le identità culturali si sono via via associate a simbolismi rappresentativi della storia di un popolo piuttosto che delle sue radici, sicché l’eredità storica che doveva  costituirne il fondamento e il “collante” con le generazioni future, si è andata disperdendo in luogo di una coscienza sociale proiettata più nell'attualità o nel futuro prossimo.

Si associa, ad esempio, Londra al Big Ben, Parigi alla Torre Eiffel, New York alla Statua della Libertà e, fino al 2001, alle Twin Towers, ma le popolazioni di queste metropoli si sono nel frattempo trasformate al punto da allontanarsi quasi del tutto dalla storia che le ha rappresentate.

Proprio il tragico abbattimento delle Torri gemelle ha trasformato la storia del mondo con un taglio deciso con il passato: niente da quel momento sarebbe stato più come prima.

Da quell’11 settembre 2001 si è assistito al decadimento delle identità culturali, le cui avvisaglie in Italia si erano già avute negli anni ’90 con “Tangentopoli” e con la fine della c.d. “Prima Repubblica”.

Rispetto all'era moderna, i periodi storici del passato erano molto più identificativi di una precisa corrente culturale che si sviluppava in aderenza al contesto sociale di cui era espressione. Si pensi alla cultura rinascimentale o a quella del neorealismo del secolo scorso.

Nell'epoca attuale si fa molta più fatica ad essere parte di un contesto o di una comunità poiché mancano regole sociali accettate e condivise, in una parola manca il senso di appartenenza al gruppo, all’etnia (nel senso più ampio del termine), all’organizzazione storico-culturale.

Complice una politica distante dalle reali esigenze della comunità governata, e sotto la spinta della globalizzazione del tutto e del niente, il massimo senso dello Stato si riscontra a malapena alzandosi in piedi allo stadio per ascoltare l’inno della nazionale di calcio. 

Serve allora un deciso cambio di rotta perché le politiche apparentemente egualitarie finiscono col rendere indifferenziate le “differenze”, minando alla base le precipue identità culturali che rischiano così di dissolversi come le più tipiche espressioni del nostro essere.

SANREMO 2014: LE MIE PAGELLE

Il festival di Sanremo 2014 sarà ricordato come uno dei più asettici dei nostri tempi, povero di idee e di contenuti, in preda ad una crisi economica che con le sue metastasi è giunta ad imbavagliare il genio e la creatività della musica.

Il calo degli ascolti rispetto alla passata edizione (in media -10 punti, tra share e telespettatori), solo in parte giustificato dalla concorrenza delle partite di calcio, è una riprova di quanto sia difficile ripetersi.

La formula delle due canzoni in gara per ciascun artista, tanto apprezzata nel primo Sanremo del duo Fazio - Littizzetto, si è rivelata molto discutibile mietendo, in qualche caso, brani che a detta degli stessi interpreti, meritavano un giudizio migliore. Forse sarebbe stato meglio affidare proprio ai cantanti la scelta di puntare tutto, fin dall'inizio, sul pezzo più forte.

Scenografia quasi “cimiteriale”, con gli orchestrali collocati in reparti simili a dei “loculi”, la manifestazione è andata avanti più per la bravura degli ospiti nostrani (fra tutti Renzo Arbore e Ligabue), che per la qualità delle proposte musicali e dei cantanti in gara.

Il tema della bellezza, filo conduttore della kermesse, ben lungi dal decantare sublimi fini, ha finito col mettere in evidenza proprio il suo rovescio, ovvero la bruttezza dei nostri tempi fatta delle solite “risatine” per la politica che non va, di qualche parolaccia buttata qua e là per stare al passo con il linguaggio “moderno”, e dell’ennesima manifestazione di protesta, più o meno artefatta, per denunciare le ben note grane sociali.

Quella che doveva essere una grande occasione per valorizzare la musica italiana, si è rivelata poco più di una passerella estemporanea di ludico intrattenimento, in cui i cantanti in gara (molti dei quali “big” per caso) hanno semplicemente recitato ( e neppure bene) il ruolo di “comprimari”.

Ma ecco le mie pagelle.

Arisa: Controvento. Scritto dall'ex fidanzato Giuseppe Anastasi, che aveva già fatto centro nel 2009 con “Sincerità”, il brano vincitore di questa edizione segna la metamorfosi della cantante lucana: da “occhialuta” e stravagante a tranquilla ragazza “rusticana”. La canzone è tipicamente “festivaliera” e fa breccia nel cuore di un pubblico prevalentemente popolare. Voto 7,5.

Frankie Hi-Nrg: Pedala. Ballata rap rivolta a un pubblico giovanile ma lui … non ha più l’età per fare certe cose. Frankie, comunque, è una garanzia per tutti coloro che sono costretti a pedalare davvero. Se ce l’ha fatta lui …Voto 4.

Raphael Gualazzi con Bloody Beetroots : Liberi o no. Nonostante l’inquietante presenza del suo accompagnatore, travestito da“rapinatore” di banca, Raphael, che è l’ultima “scoperta” di Caterina Caselli, non si smentisce nel suo genere e sfoggia un brano che fa subito presa per ritmo e orecchiabilità. Voto 7.

Antonella Ruggiero: Da lontano. L’ex vocalist dei Matia Bazar, pur non ripetendo le gesta di “Vacanze romane”,  si esibisce con un brano che esalta le sue (eccellenti) qualità vocali. Gradevole. 
Voto 7.

Cristiano De André: Il cielo e’ vuoto. Uno dei (pochi) testi più belli (“il cielo è vuoto perché la nostra immaginazione ha bisogno di spazio”), come “Invisibili”, l’altra canzone frettolosamente eliminata. Ma Sanremo, tranne rare eccezioni (vedi Vecchioni), non è mai stata indulgente con i cantautori. Voto 8,5.

Giusy Ferreri:  Ti porto a cena con me. Brano dalle tranquille atmosfere, forse fin troppe. Voto 6,5.

Perturbazione:  L’Unica. Il gruppo piemontese, a dispetto del nome, si presenta con un brano dalla struttura molto ordinata e lineare che rispolvera, in chiave moderna, la disco-music degli anni “70. Voto 7.

Noemi: Bagnati dal sole. La “rossa” siciliana sfoggia un look da “Piccadily Circus”, forse influenzata dal suo trasferimento a Londra dove ha realizzato il nuovo album, dal titolo, appunto, “Made in London”. La canzone è orecchiabile ma con un refrain che ricorda, nella sua ritualità, “Sono solo parole”, l’altro suo successo di due festival fa. Voto 6.

Giuliano Palma: Così lontano. Lo è stato anche per me. Direi lontanissimo. Canzone banale che è il miscuglio di tante altre già sentite. Voto 4.

Francesco Renga: Vivendo adessoIl brano, firmato da Elisa, è gradevole e orecchiabile. Venderà di più rispetto alla vincitrice Arisa. Voto 8.

Ron: Sing in the rain . Non ripete i fasti dei suoi maggiori successi, fra tutti “Vorrei incontrarti fra cent’anni”, vincitrice del festival del 1996. Voto 6.

Renzo Rubino: Ora. Brano dalla struttura non facile per le oscillanti sonorità, ma ben ritmato. Personalmente preferivo l’altra canzone (“Per sempre e poi basta”), poco “sanremese” ma più intensa. Voto 7.

Francesco Sarcina: Nel tuo sorriso. L’ex delle Vibrazioni  non convince. Meglio ritornare al passato e riascoltare la più collaudata “Vieni da me”. Voto 5.

Riccardo Sinigallia: Prima di andare via. Alla fine se n’è andato sul serio, prima della finale, per essersi già esibito al (famosissimo) festival di Cremona. Al di là dell’espulsione, il brano è una camomilla per chi ha problemi di insonnia. Voto 4,5.

… MA I SOGNI NON FINISCONO MAI!

Ha pubblicato quasi di getto “I rotoli dell’immortalità” e “Dove tutti i sogni finiscono”, racconti a metà tra il thriller e la narrativa/fantasy.

Pierluigi Di Cosimo, scrittore romano, si racconta in questa intervista senza nulla nascondere della sua grande passione per la scrittura e per la letteratura in genere.

Ho conosciuto Pierluigi in una delle mie "navigazioni" da internauta; mi ha colpito la sua genuinità nell'approcciarsi a questa passione con semplicità e nello stesso tempo impegno, dedizione e voglia di raccontare per raccontarsi, di emozionare per emozionarsi.

I suoi libri si leggono tutti d’un fiato, attirano l’attenzione del lettore coinvolgendolo nel viaggio, nell'avventura, nel sogno.

Come si evince dalla sua giovane biografia, è proprio il sogno l’elemento portante e trainante delle sue aspirazioni, quasi il viatico necessario per la propria crescita individuale.

E i sogni, come lui stesso dichiara, sono così importanti che … non finiscono mai!


IO:I rotoli dell’immortalità”, il tuo romanzo d’esordio, racconta le vicende di un personaggio misterioso, “Mister X”, apparentemente spietato e determinato, ma in realtà molto vulnerabile negli affetti. Non si è mai troppo cattivi o troppo buoni?

PIERLUIGI DI COSIMO: Durante il suo percorso nella storia, il protagonista assume identità diverse, Mr. X o Roberto, e passa da freddo e spietato killer a uomo fragile e innamorato. Quest’uomo, a cui sono stati portati via l’infanzia e l’amore, costretto a svolgere con estrema freddezza un lavoro che non perdona, matura nel corso della narrazione e riuscirà a ricomporre i pezzi della sua vita grazie ad una donna, anche se a un prezzo troppo elevato. Mister X rappresenta, in maniera esasperata, il buono e il cattivo presente in ognuno di noi, perché l’uno non può prescindere dall'altro anche nella vita di tutti i giorni.

IO: In ogni pagina del libro “aleggia” un marcato spirito di avventura, la voglia di superare qualsiasi ostacolo che si frappone davanti al proprio cammino. Quale messaggio hai voluto dare?

PIERLUIGI DI COSIMO: Nel libro ho voluto semplicemente risvegliare la scintilla dell’eroe avventuroso che, diciamoci la verità, sprizza in ognuno di noi. Quanti di noi potranno, infatti, rinnegare la passione, a volte dichiarata, a volte nascosta, in alcuni forte, in altri debole, per il brivido che l’avventura – desiderata, bramata, sognata e, ahimè, raramente vissuta - suscita, perché sopraffatti dalla routine e dalla quotidianità che spengono la voglia di vivere le vicende avventurose che sognavamo da bambini.

IO: Il mistero, altro tema del romanzo, è qualcosa che sembra rivelarsi soltanto nell'immaginazione. Credi che nella realtà ci siano fatti inspiegabili o c’è sempre una logica per tutto?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ciò che rende il mio racconto unico rispetto ad altri è che, leggendolo tutto d'un fiato, il lettore riesce a immedesimarsi nella storia e vivere le scene adrenaliniche e pulp di un film d'azione, in cui può cogliere riferimenti e camei cinematografici, che non sono stati messi lì a caso. Penso, infatti, che niente accada per caso, nei libri così come nella vita di tutti noi, e pertanto tutto abbia un significato o, se preferisci, una logica che prima o poi scopriremo.

IO: In “Dove tutti i sogni finiscono”, il tuo secondo romanzo, la forza dell’amore vince sulla morte, ma tutto è narrato con il simbolismo dei luoghi e, per alcuni tratti, dei personaggi. Perché questa scelta?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ti ringrazio della domanda, in effetti, il simbolismo di cui parli è nato insieme ai personaggi e ai luoghi descritti. La realtà della quotidianità, cioè della metropolitana o del lavoro nel negozio di dolci, solo per citarne alcuni, si mescola con l’idea che alcuni di noi hanno dell’aldilà e dei personaggi che potrebbero popolarlo.

IO: Quanto di autobiografico c’è nei tuoi racconti?

PIERLUIGI DI COSIMO: La parte autobiografica è solo lo spunto per entrambi i racconti.  Infatti, avevo iniziato a scrivere I rotoli dell’immortalità per ricordare un fatto personale che mi aveva colpito e turbato, ma che poi nelle varie revisioni è stato solo accennato, mentre l’ispirazione per Dove tutti i sogni finiscono mi è venuta dai miei quotidiani viaggi in metropolitana. Il resto delle storie è proseguito spontaneamente mentre scrivevo.

IO: Dove finiscono i tuoi sogni?

PIERLUIGI DI COSIMO: In realtà, spero che i miei sogni non finiscano e cioè spero di poter continuare a scrivere e mettere su carta le storie che nascono nella mia mente e di essere apprezzato dal pubblico.

IO: Il genere thriller si sta particolarmente espandendo nel panorama letterario. Perché, secondo te, incuriosisce così tanto i lettori?

PIERLUIGI DI COSIMO: Credo che il thriller, a differenza dei romanzi d’amore in cui il lettore si identifica con i personaggi, susciti un così grande interesse perché lo tiene letteralmente attaccato al racconto grazie a elementi quali, la suspense, l’intrigo fitto e serrato, suscitando in lui la curiosità e il desiderio di scoprire cosa nasconde la narrazione, dandogli la possibilità di vivere il proibito, cioè quello che nella realtà spera di non incontrare mai.

IO: Quanto è importante per te scrivere?

PIERLUIGI DI COSIMO: Veramente, scrivo da quando ero bambino. Mi è sempre piaciuto inventare storie in cui la fantasia, l'avventura, la suspense riempissero il mondo in cui giocavo. Pensa che prima della nascita di mio fratello, giocavo con un amico immaginario, PIC. Inoltre, forse non lo dovrei dire, a scuola gli unici temi di italiano in cui prendevo bei voti erano quelli a titolo libero, dove potevo scatenare la mia fantasia e scrivere pagine e pagine, non mi sarei mai fermato.

IO: Quali scrittori ti piacciono?

PIERLUIGI DI COSIMO: Leggo di tutto, tutti i generi o scrittori, la mia biblioteca conta circa un centinaio di libri che vanno da "American Psycho" a "Shopie Kinsella", passando per "Conn Iggulden", "Gary Jennings", "Stephen King", etc... Non mi faccio condizionare dal genere, se un libro mi piace, mi piace e basta. So che sei curioso di sapere come scelgo i libri, in realtà sono i libri che mi "chiamano", mentre passeggio in libreria. Chiamalo istinto, chiamalo come preferisci, semplicemente mentre passo tra gli scaffali, sento i libri che "richiedono" la mia attenzione, allora li prendo, osservo la cover e leggendo solo la breve trama capisco se è un bel libro. Fino ad ora non ho mai sbagliato nella scelta.

IO: So che hai la passione per la cucina. E’ un’arte che richiede creatività e improvvisazione, proprio come la scrittura. Quali sono, secondo te, gli ingredienti di successo per entrambe ?

PIERLUIGI DI COSIMO: Gli ingredienti principali per fare bene qualsiasi cosa sono innanzitutto la passione e la dedizione, poi per quanto riguarda la cucina e la scrittura ci vogliono una buona dose di allegria, di creatività e voglia di cimentarsi sempre in cose nuove.

IO: Cosa stai preparando per il futuro?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ho iniziato a scrivere la mia terza opera, “I racconti del calamaio”. Un fantasy che inizia nell'Irlanda di tanti anni fa, in un’epoca di maghi, lupi mannari e antichi guerrieri, per finire nella Londra di fine ’800, quando Jack lo squartatore si divertiva con le sue vittime, il tutto legato da un libro e il suo calamaio. Ho messo giù la traccia per il quarto libro, “I maledetti casi irrisolti di Ely”, da cui potrebbe nascere una serie, la cui protagonista è una giornalista dai capelli rosso fuoco, collezionista di monili antichi e appassionata di casi irrisolti. Infine ho messo giù anche un racconto horror breve, una di quelle storie che i campeggiatori si raccontano intorno al fuoco prima di andare a dormire, sperando che non accadano mai.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

PIERLUIGI DI COSIMO: Tutte le informazioni che mi riguardano, trame, libri usciti, in scrittura, dove acquistarli, news, eventi, etc.. si possono trovare sul mio sito internet:
o sulla mia pagina Facebook
Attualmente i libri sono in vendita sulla piattaforme Amazon, sia e-book che cartaceo, Kobo, Google Play Libri, ma non è detto che in futuro non arrivino anche nelle librerie tradizionali, quindi “stay tuned….”.

IO: Grazie per l’intervista. E tanti in bocca al lupo.

PIERLUIGI DI COSIMO: Grazie a te per la disponibilità. Crepi il lupo, non me ne vogliano gli animalisti.


PERCHE’ SANREMO E’ SANREMO

La 64.ma edizione del festival di Sanremo sta per aprire i battenti promettendo, come ogni anno, ascolti da record, lustrini o paillettes a volontà e grandi scenografie pronti ad abbagliare milioni di telespettatori, fedeli e non.

Formula vincente non si cambia.  Con la conferma del duo Fazio – Littizzetto, anche il meccanismo della doppia canzone in gara introdotto ex-novo nella passata edizione, viene riproposto in quella odierna a mo’ di compromesso tra l’atavica riluttanza degli artisti ad accettare il verdetto, sempre temuto, dell’eliminazione, e la necessità di assicurare verve e suspense alla competizione canora pur sacrificando, in questo caso, una delle due canzoni anziché l’interprete.

Non è che questo meccanismo, tanto decantato da Fazio come fiore all'occhiello del “suo” festival, abbia attirato tanti big della canzone. Leggendo il cast di questa edizione si direbbe proprio il contrario, a parte qualche eccezione come Ron, Francesco Renga e Antonella Ruggiero.

Ma c’è da scommettere che anche questo festival riuscirà ad incollare davanti al televisore milioni di spettatori che nell'era della recessione economica, faranno volentieri a meno di una pizza o di una cena al ristorante per gustarsi comodamente da casa (e col portafoglio intatto) lo spettacolo più atteso dell’anno.

Perché Sanremo è Sanremo

Ecco gli artisti e le canzoni in gara:

Arisa – Lentamente e Controvento
Cristiano De André – Invisibili e Il cielo e’ vuoto 
Giusy Ferreri – L’amore possiede il bene e Ti porto a cena con me
Frankie Hi-Nrg – Pedala e Un uomo è vivo
Raphael Gualazzi con Bloody Beetroots – Liberi o no  e Tanto ci sei 
Noemi – Bagnati dal sole e Un uomo è un albero
Giuliano Palma – Così lontano e Un bacio crudele
Perturbazione – L’Unica  e L’Italia vista dal bar 
Francesco Renga – A un isolato da te e Vivendo adesso
Ron – Un abbraccio unico e Sing in the rain
Renzo Rubino – Ora e Per sempre e poi basta
Antonella Ruggiero – Quando balliamo e Da lontano 
Francesco Sarcina – Nel tuo sorriso e In questa città
Riccardo Sinigallia – Prima di andare via e Una rigenerazione

1.500 VOLTE GRAZIE!

In poco meno di un anno “Le parole del mio tempo” ha fatto registrare quasi 1.500 download (per la precisione 1.488).

Un risultato che se rapportato al primo anno di uscita del libro (2012), dove le acquisizioni sono state appena 77, è da considerarsi sicuramente positivo e gratificante.

Se a ciò si aggiunge la campagna esclusivamente “fai da te” per la promozione del libro, accompagnata dalla crescita esponenziale di questo blog, non posso che ritenermi soddisfatto del risultato ottenuto.

Tutto questo grazie a Voi lettori che mi avete seguito in questo percorso con costanza ammirevole, mostrando interesse e partecipazione al punto da rendermi orgoglioso e motivato a proseguire in questa splendida passione.

Ci saranno tante altre parole da spendere con il seguito del libro che uscirà a breve.

Spero di trovarvi sempre al mio fianco in questa avventura, magari ancora più numerosi e interessati.

Per il momento vi giunga di nuovo il mio grazie e un caloroso e avvolgente abbraccio.

LA NAUSEA

I grandi romanzi sono come rose che sbocciano in mezzo a sterpaglie desolate. Lo è sicuramente “La nausea”, opera magistrale di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Esponente dell’esistenzialismo, corrente letteraria che spopolò agli inizi del novecento, Sartre sfoggia le sue migliori qualità di scrittore in questo romanzo dagli accenti tipicamente censori ed esegetici sul condizionamento dell’uomo in tutte le vicende dell’agire sociale.

Il protagonista, Antoine Roquentine, è un osservatore errante del modo di vivere degli abitanti del suo paese, che nulla aggiunge (e molto toglie) allo sviluppo di una comunità “auto specchiante”, incapace di interagire se non nell'apparenza e nel più cupo isolamento interiore. Straordinario il racconto della giornata domenicale in cui Roquentine passa a vivisezionare le abitudini dei suoi compaesani, voce narrante di un film già visto e rivisto mentre sullo sfondo piazze, giardini e caffè sono piuttosto occasioni di ritrovo pervase dall'odore nauseante dell’umana esistenza.

Scrive Sartre: “Ero anarchico senza saperlo quando scrivevo La Nausea: non mi rendevo conto che quanto scrivevo poteva essere commentato in senso anarchico, vedevo solo il rapporto con l’idea metafisica di “nausea”, con l’idea metafisica dell’esistenza. E’ stato più tardi che ho scoperto, attraverso la filosofia l’essere anarchico che era in me …”

E’ una confessione in piena regola: l’autore spiega così l’amara direttrice della storia nel rifiuto di accettare regole sociali (l’anarchia) perché basate sulla contraffazione dei comportamenti che non elevano lo spirito ma, al contrario, lo relegano in una profonda solitudine. 

Ci sono diversi punti di contatto tra La Nausea di Sarte e, ad esempio, La Noia di Alberto Moravia in cui il protagonista vive una profonda inquietudine per l’incapacità di accettare la realtà e di avere un qualsiasi rapporto con le cose (e con le persone). Ma nell'opera di Sarte questa incapacità è maggiormente accentuata perché si trasforma nel disgusto dell’agire umano che tradisce le aspettative di una diversa scelta di vita.

LA TRAMA: Antoine Roquentine è uno studioso di letteratura che nella biblioteca di Bouville, il paese dove vive, lavora per scrivere una tesi di storia sul signor de Rollebon, avventuriero vissuto nel XVIII secolo. Ma è pervaso dalla nausea, stato d’animo che lui identifica nella pochezza umana di intessere relazioni sociali significative. Smette così di occuparsi di Rollebon, perché le vicende passate di questo personaggio non lo aiutano a recuperare il senso delle cose e si proietta nell'attesa dell’incontro con Anny, sua vecchia fiamma che non vede da quattro anni. Ma nemmeno Anny saprà dargli le risposte che cerca, persa come tutti gli altri in un cambiamento di vita che è sopravvivenza, anziché raggiungimento delle aspettative di un tempo. Gli resta un filo di speranza nelle note della sua canzone preferita:“Some of these days” …

L’AUTORE: Jean-Paul Sartre, (Parigi 1905-1980), filosofo, narratore e autore di numerose opere teatrali, nonché maìtre-à-penser tra i più importanti del secolo scorso. Tra le sue opere, Le parole, del 1964.

UN PASSO DEL LIBRO: Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta …


GIUDIZIO: Opera di rara raffinatezza e bellezza, La Nausea è un concentrato di emozioni e di riflessioni sulla natura umana, amabile e controversa, discussa e discutibile, invisa e reietta. La struttura del testo basata sull'io narrante con appena tre personaggi principali, trasporta il lettore in un’atmosfera quasi mistica e contemplativa. Assolutamente da leggere per ampliare ed arricchire i propri orizzonti culturali.

                                                                           (J.P. SARTRE: LA NAUSEA)