LA VITA CHE SFUGGE

Gli episodi di cronaca nera sono ormai una costante dell’informazione mass-mediale e un ottimo spunto per i talk-show televisivi pronti ad accaparrarsi per primi “il fatto del giorno” a colpi di audience. Se un tempo queste notizie costituivano l’eccezione, oggi sono purtroppo la regola, ancorché distorsiva e fuorviante delle umane coscienze.

Femminicidio, delitti passionali, pedofilia, un carosello degli orrori che sfila impetuoso davanti a una miriade di occhi che osservano ma molto spesso non vedono oltre la facciata di questi terribili misfatti.

Elena Ceste, scomparsa nel gennaio 2014 e trovata seppellita nei pressi di Asti a pochi passi da casa. Della sua uccisione è accusato il marito, Michele Buoninconti, che dal carcere si proclama innocente. L’indagine accerterà una personalità fragile e succube della vittima che la terrà ai margini del mènage familiare e che la costringerà a costruirsi una vita parallela e virtuale sui social network.

Roberta Ragusa, scomparsa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, in provincia di Pisa. Anche in questo caso gli indizi portano al marito, Antonio Logli, recentemente prosciolto per “non luogo a procedere”, formula che equivale a dire che non c’è omicidio senza cadavere e quello di Roberta non è stato ancora ritrovato.

Che cosa hanno in comune queste due sfortunatissime donne oltre che essere entrambe scomparse nello stesso mese del gelo e della neve? La vita che sfugge da ogni angolo della loro povera e infelice esistenza.

Recentemente sul settimanale Giallo è apparsa una lettera scritta dalla Ragusa al marito poco prima di scomparire: “Vorrei essere al centro delle tue attenzioni, vorrei sentirti dire che ti dispiace di vedermi stanca. Io privo me stessa di tutto, ma tu vivi la tua vita fuori da questa casa e fuori da me. Non ricordi mai nulla e anche oggi, per esempio, non ti sei ricordato dell’anniversario: l’ennesima delusione.” Per intanto, in attesa del suo ritrovamento (semmai ci sarà), il marito si “consola” con l’amante Sara Calzolaio, la baby-sitter dei loro figli che è subentrata in tutti i ruoli della Ragusa.

I messaggi sul cellulare o su Facebook di Elena Ceste, pur senza comprovare tradimento alcuno, sono la testimonianza del disagio e della profonda solitudine della donna che accomuna molte altre alle prese di una quotidianità anonima, vissuta con sentimenti inespressi e intrappolati da un ruolo di facciata imposto dalla comunità.

Sono delitti apparentemente “individuali”, consumati tra le mura domestiche, dei quali però si avverte una responsabilità sociale data dall'indifferenza e dalla chiusura a qualsivoglia richiesta di aiuto e di solidarietà. 

Ecco che per Elena e Roberta è proprio la vita che sfugge e che è sfuggita in una gelida notte a fari spenti e senza nome …

TRA(U)MA

Un buon libro deve avere una trama avvincente. Se ne può apprezzare la copertina, annusare il classico profumo inebriante della carta stampata, indugiare sui particolari come il profilo dell’autore o una presentazione ad hoc con tanto di prefazione, ma quello che conta è la storia, il tessuto narrativo che sappia appassionare il lettore.

Se l’ottimismo è il sale della vita, come diceva il grande Tonino Guerra, l’intreccio romanzesco è l’ingrediente principale per rendere il libro “appetibile” e “saporito”. Come un digestivo che prendi dopo una grande abbuffata di cose prelibate e succulenti che tuttavia non ti procurano sazietà, perché la quantità non si abbina quasi mai con la qualità che ti può dare la lettura di una scorrevolissima storia.

E’ pur vero che l’equazione buona trama/buon libro non sempre genera l’altro binomio rappresentato dalla qualità dell’opera/successo assicurato. Concorrono variabili impazzite che nemmeno i più illustri matematici sarebbero in grado di risolvere. 

La Storia è piena di esempi di questo tipo. “I Malavoglia”, capolavoro di Giovanni Verga, quando venne pubblicato nel 1881 fu un fiasco completo, avversato dalla critica che non seppe apprezzare la novità tematica ed espressiva del romanzo.  “La coscienza di Zeno” che Italo Calvino pubblicò nel 1923, passò letteralmente inosservato salvo guadagnarsi la notorietà solo alcuni anni dopo.

Ma la letteratura ci insegna di tanti libri  che presentano “strafalcioni” di ogni tipo, dalla linguistica infestata da "orrori" grammaticali, all'impostazione narrativa approssimativa, inconcludente e noiosa. Forma e sostanza che vanno a braccetto in maniera aberrante e, a volte, inspiegabilmente proficua e vincente.

Le “50 sfumature di grigio, tanto per citare uno degli esempi più recenti, è la dimostrazione di quanto una cattiva trama non escluda affatto successo e profitto, e quanto invece un libro di qualità fatichi ad entrare nelle grazie del grande pubblico. Qui, più che di “variabili impazzite”, entrano in gioco strategie di mercato ben costruite basate sulla capacità di adescare, incuriosire e procurare l’effetto sorpresa mascherandone i contenuti.

Il voyeurismo letterario funziona quasi sempre. Se il mio romanzo "La prossima vita" fosse stato intitolato "La prossima scopata", avrei avuto maggiore visibilità a scapito però della più preziosa dignità culturale.

E che dire dei libri pubblicati da personaggi famosi, scrittori per caso che sfruttano la propria notorietà per guadagnarsi uno spazio nel mercato delle vendite? 

Pensate a “La confessione” di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, edito dalla Rizzoli nel 2012 (e chi se no?) con tredicimila copie vendute in pochissimi mesi. Una cifra da capogiro se rapportata alla crisi del mondo dell’editoria (e dintorni).  La trama racconta di un delitto commesso al festival di Sanremo che avrebbe fatto “rabbrividire” persino Agatha Christie,  ma se a scriverla è l’autore di “Gelato al cioccolato” qualche dubbio sorge spontaneo.

Basta una semplice vocale per trasformare la prospettiva di una buona trama in un trauma per i malcapitati lettori. E se si seguono certe logiche di mercato, come gli investimenti sicuri sul “nome” più che sulla qualità del prodotto, questi “traumi” sono sempre dietro l’angolo, pronti a mietere altre innumerevoli "vittime".                    

TI ODIO IN TUTTE LE LINGUE

Con la legge 6 maggio 2015 n. 55, nota come “divorzio breve”, l’Italia entra a pieno titolo nella globalizzazione sistemica e sulla scia della più “evoluta” legislazione americana, riduce notevolmente i tempi per porre fine alle unioni matrimoniali. Sarà più facile dirsi addio: basteranno dodici mesi di separazione  (sei se c’è il consenso dei coniugi) per presentare l’istanza di divorzio al presidente del Tribunale competente.

Lo scioglimento della comunione dei beni decorrerà dall'autorizzazione del giudice alla separazione consensuale con conseguente annotazione nei registri di stato civile.

La legge, che entrerà in vigore il prossimo 26 maggio, retroagisce anche sui procedimenti in corso ma non ancora conclusi.

Se non ci sono figli minori o figli maggiorenni incapaci o con handicap grave, l’accordo di separazione personale, di scioglimento del matrimonio (a seguito di pronuncia giudiziale sulla separazione), così come l’accordo che modifica le condizioni di separazione o di divorzio può essere presentato, anche senza l’assistenza di un legale, al Sindaco del comune di residenza di uno dei due coniugi. Interviene in tal caso la disciplina dell’art. 12 D.L. 132/2014, convertito nella legge 162/2014, pioniera del divorzio breve.

Per i Sindaci-ufficiali di stato civile, si moltiplicano i compiti: dopo aver unito in matrimonio toccherà loro raccogliere le istanze rescissorie dei coniugi passando in breve tempo da una giornata festosa con applausi e chicchi di riso in testa, ad un'altra crepuscolare di segno diametralmente opposto.

Quando finisce un amore o quando l’unione fra due persone diventa intollerabile, è giusto che si metta la parola fine. Che dodici o sei mesi sia un tempo sufficiente per decretare sul piano giuridico la fine di un idillio dipende invece dalle singole storie e dall'esperienza maturata dai “contendenti”.

Forse un principio di forte civiltà giuridica, quale è lo scioglimento del matrimonio, dovrebbe essere controbilanciato, sul piano culturale, da un deciso rinnovamento dei valori dell’amore, della condivisione e della tolleranza. Ci si sposa troppo facilmente e spesso senza conoscersi o avere un progetto di vita comune che sia solido e condiviso. 

Una buona legge dovrebbe saper registrare le istanze e i comportamenti sociali e non essere precorritrice dei tempi specie se, come nel caso delle separazioni coniugali “a rito abbreviato”, l’accettazione del distacco non trovi ancora quella maturazione, sul piano sociale, di differenti e alternativi modelli di vita relazionali.

Molto si potrebbe (e si dovrebbe) fare sul piano dell’educazione a questi valori da parte delle Istituzioni a vario livello preposte. Penso ad esempio ai corsi pre-matrimoniali, per chi sceglie il rito religioso, frettolosi e artefatti che nulla aggiungono in termini di consapevolezza di ciò che dovrebbe rappresentare lo stare insieme.

Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Accade invece che l'alto valore spirituale di queste parole declini molto velocemente, sul piano dell’esperienza concreta, in una dialettica tra i coniugi altamente conflittuale e obliante di ciò che l'uno ha solennemente promesso all'altro.

Parafrasando a rovescio il titolo di un noto film di Pieraccioni, tutto si dissolve e si esaurisce in poche disarmanti esclamazioni:

I hate you! ..., Je te hais!..., Ich hasse dich!..., אני שונא אותך! ..., Wǒ hèn nǐ! ..., Te odio! ... , Ti odio! ...

NON ESISTO PIU’

La morte è probabilmente l’evento più temuto dagli esseri viventi (e pensanti). Un tema sul quale molti filosofi hanno costruito le teorie più disparate, attrattive o repulsive di un mistero antico quanto il mondo. “Aut finis aut transitus”, scriveva Seneca per parlare della morte ora come estinzione totale della coscienza individuale, ora come trasmigrazione dell’anima in un altro luogo.

La morte è l’unico problema irrisolvibile: sappiamo che c’è ma non possiamo confrontarci con l’esperienza di chi l’ha vissuta, calcolarne gli effetti per correre ai ripari con una pozione che ci faccia vivere in eterno, possibilmente giovani e belli.

Gli antidoti restano le teorie, più o meno affascinanti, per generare un certo convincimento che è quasi sempre empirico e razionale: la morte e la vita sono in  fondo due facce della stessa medaglia. Se c’è l’una, c’è l’altra perché entrambe non si escludono ma coesistono in un ciclo naturale che termina, per gli epicurei, con la dissoluzione assoluta dell'Essere, e per la maggior parte delle dottrine religiose nell'esperienza trascendentale dello Spirito.

La Fede è forse la più razionale delle teorie. Non potendo conoscere in anticipo quello che accadrà “oltre”, ecco che il dogma ecclesiale basato sulla fiducia di passare “a miglior vita” diventa il più  ragionevole dei convincimenti. Non è vero che non esisto più, perché dopo una fine c’è sempre un nuovo inizio. Non è forse questo precetto, del tutto razionale, che utilizziamo spesso per andare avanti, per combattere la propria o l’altrui sofferenza?

Parlo della morte ne “Il volo dell’aquila”, testo di apertura de “L’aquila non ritorna”. Qui ho scelto di seguire l’altra opzione di Seneca: “aut transitus”. Alla fine della mia vita terrena mi trasformo in un’aquila che vola libera nel cielo fino a toccare il sole. Rivedo i miei affetti più cari, le persone che ho lasciato, forse all'improvviso o forse con un congruo preavviso, ma so che non posso più tornare indietro. Non ho più paura perché, secondo le parole del grande filosofo romano, quel giorno “che paventi come l’ultimo è il primo dell’eternità”.

Ecco che il ricordo diventa l’anello di congiunzione tra le due opposte esperienze: l’una vissuta con le passioni, l’amore e la sofferenza, e l’altra del tutto ignota ma rigenerante e purificatrice anche del più piccolo dolore.

“Volo più che mai
e più in alto sai
non sento alcun dolore …
Niente resterà dei ricordi miei
Ma puoi farli vivere per me”

Gli scrittori che non piacciono

Come tutti i mestieri anche quello dello scrittore non è immune da critiche. Anzi, l’attività dello scrivere è forse quella maggiormente recensita da censori, critici improvvisati o di professione pronti ad emettere i giudizi più disparati: di sostanza, di cornice o semplicemente per il gusto di sentenziare questo o quel profilo letterario o personale dell’autore. La critica può esaltare o può “uccidere”. E’ fisiologica e fa parte delle regole del gioco.

Scriveva Luigi Settembrini: “Ci sono due specie di critiche, l'una che s'ingegna più di scorgere i difetti, l'altra di rivelar le bellezze. A me piace più la seconda che nasce da amore, e vuol destare amore che è padre dell'arte; mentre l'altra mi pare che somigli a superbia, e sotto colore di cercare la verità distrugge tutto, e lascia l'anima sterile.”

E Robert Anson Heinlein:  “Un "critico" è un uomo che non crea nulla e proprio perciò si ritiene qualificato a giudicare il lavoro degli uomini creativi, Vi è logica, in questo: lui non ha preconcetti... odia allo stesso modo tutti gli individui creativi. ”

Entrambe le affermazioni possono essere ambivalenti: vi può essere superbia anche in chi non accetta la critica o si ritenga libero da preconcetti. Il bello della critica è che non ha una verità assoluta: tutto è relativo e discutibile. Il peggio è che spesso la critica più feroce è fatta proprio dagli scrittori o da coloro che si professano tali. Il delirio di onnipotenza è una minaccia che sta sempre dietro l’angolo degli “innamorati della penna”,sia “analogica” che “digitale”.

Quasi mai si scrive per se stessi, chi lo fa, secondo Umberto Eco, è un cattivo scrittore perché scrivere è una sorta di missione sociale. Ma è vero anche il contrario: ci sono tanti cattivi scrittori che sono convinti della bontà della propria opera tale da meritare il pubblico proscenio. Ecco che allora la motivazione dominante diventa ricerca ostinata del consenso, del prestigio e dell’affermazione:  “Dopo tutto”, scrive Gertrude Stein, “nessun artista ha bisogno delle critiche, ma soltanto del riconoscimento. Se ha bisogno delle critiche non è un artista.”

Forse, come in tutte le cose, la verità sta a metà tra estreme opinioni come scrive sapientemente Mahatma Gandhi secondo il quale “per poter criticare, si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza ”.

Ma, come dicevo, di questi tempi in cui il critico di professione è cosa rara, sono proprio gli scrittori dell’ultima generazione a guadagnarsi la palma dei censori per eccellenza, e tra loro non c’è quasi mai solidarietà. Accade in tutte le professioni ma nei cultori della parola su carta (stampata e non) la parzialità del giudizio è spesso preponderante e pungente. In questo campo la competizione è spietata e ancora più marcata. Basta visitare qualche gruppo di scrittori o presunti tali per rendersene conto. L’ultimo arrivato è visto come un intruso dell’altrui visibilità e quello che ne scaturisce è forse il peggiore dei giudizi: l’indifferenza.

Vita dura, dunque, per gli scrittori, quelli che germogliano dal niente e guardano dall'alto senza prestarsi al confronto e alla condivisione. Pieni di sé e sempre alla ricerca del vivere meglio, sognando magari di raggiungere un’isola di beatitudine a cui non approdano mai.

Eternamente riflessi nello specchio della loro immensa autoreferenza.

LA CULTURA DEGLI IGNORANTI

La comunicazione corre veloce sui binari di un treno mediatico che batte tutti sul tempo, impedendo di elaborare concetti e pensieri che sembrano svolazzare dai finestrini delle carrozze, come le case e le campagne. Scenario solito di immagini intermittenti che appaiono e scompaiono davanti agli occhi di assonnati viaggiatori.

Il vuoto delle idee pesa molto di più della consistenza del pensiero. Nei salotti televisivi o pseudo letterari imperversano i cosiddetti “opinionisti”, etnia dell’ultima ora a cui è stato dato l’indebito privilegio di parlare del tutto e del niente, qualunquismo spicciolo e di bottega che tuttavia sa essere attraente e coinvolgente come i colori sgargianti delle locandine di un infimo film di periferia.

bla … bla … bla

Donna Lucia, la mia vicina, è letteralmente rapita dalle parole di chi, attraverso l’etere, esprime la propria opinione sulla cultura:La cultura è l’anima di un paese!” Mi guarda ed esclama: “Come parla bene questo qui. Se lo dice lui sarà sicuramente così!”

Peccato che quest’anima sia stata venduta al diavolo parecchio tempo fa e proprio dai più convinti assertori della cultura. Qualcuno si sarà domandato (e risposto) delle ragioni per le quali il nostro patrimonio artistico e culturale sia stato spesso denigrato, divelto e alfine abbandonato a se stesso. Lo smottamento di terreno che ha interessato proprio quest’anno parte del giardino della Casa di Severus negli scavi archeologici di Pompei, è soltanto uno degli scempi  prodotti dall'incapacità di preservare e valorizzare la cultura.

Proprio su Pompei il marchese de Sade, letterato vissuto nel Settecento, pronunciò la celebre invettiva: “Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?” Era il 1776  ma si potrebbe datarla ai giorni nostri.

"Ho una tesi ambiziosa, quasi arrogante: l'Italia è più interessante nel futuro che nel passato", continua l’opinionista del momento.  In quest’affermazione c’è tutto quello che, rispetto alla cultura, è antinomico e contraffatto. Non c’è cultura se non c’è un passato fatto di tradizioni, di insegnamenti, di valori storici. Credo, al contrario, che sia molto più interessante guardare a questo passato se si vuole ottenere un futuro migliore.

Fin quando il pensiero non si spoglierà del protagonismo di chi lo genera e lo diffonde, nessuna crescita culturale si potrà mai prospettare.

Lascio Donna Lucia davanti al televisore, ancora ammaliata da cotanto parlare.

E finalmente quel bla …bla … bla… lo sento in lontananza, fino a dissolversi del tutto.

UN CICERONE NAPOLETANO


Metti una studentessa universitaria che decide di realizzare una tesi su Luciano De Crescenzo. Metti lo scrittore partenopeo che si offre di accompagnare la giovane laureanda nei luoghi in cui ha vissuto. Il risultato è un viaggio nella terra del sole come lo fu per Dante nella Divina commedia.

Il paragone forse è eccessivo e improprio, ma ha dalla sua il sapore della reminiscenza, la riscoperta di quel passato che ci ha visto crescere, patire e gioire in tutti gli aspetti emozionali della nostra vita. Perché noi siamo ciò che siamo stati.

Si potrebbe racchiudere così il senso dell’ultimo libro di De Crescenzo, “Ti porterà fortuna” con il sottotitolo “Guida insolita di Napoli”. L’inferno e il Purgatorio, per riprendere l’opera di Dante, altro non sono che quelle turbolenze giovanili del celebre scrittore-filosofo riemerse nell'itinerario dei ricordi. In verità c’è un passaggio del libro che ricorda proprio la Divina Commedia: quando l’autore e la studentessa Carla si ritrovano nel Cimitero delle Fontanelle, per i napoletani “O campusant’ d’e Funtanelle”, situato in alcune grotte tra i rioni Sanità e Vergine. Una specie di ossario comune davanti al quale un tempo si pregava affinché coloro che vi erano sepolti potessero veder ridotto il tempo da trascorrere in Purgatorio. Qui il Cicerone-De Crescenzo commenta: “Piuttosto che passare l’eternità a bruciare tra le fiamme dell’Inferno o in compagnia di un qualche santo in Paradiso intento a raccontarmi in ogni singolo dettaglio il proprio martirio, di sicuro preferirei trascorrere il più tempo possibile in Purgatorio.”

Attraverso le vie della città partenopea, i due improvvisati viaggiatori incontrano personaggi che hanno avuto un qualche legame con la vita dello scrittore, con le loro storie e le loro fedeli abitudini. Come Raffaele, il guardiano dei parcheggi che a distanza di quarant'anni si trova a fare lo stesso lavoro: “Don Lucia’, sono stato sempre qua. Mai un viaggio, mai uno spostamento. Qualche volta sono stato a passeggio vicino al mare, ma non ho trovato il coraggio di tuffarmi, pur avendone un desiderio forte. Lo sapete, non avrei mai trovato la forza di mettermi in costume. Con la mia complessione antiestetica.

O come Gennaro, il barbiere dalle tariffe stracciate, la cui bottega è definita da De Crescenzo l’università del vero dialetto napoletano. Qui i due compagni di viaggio assistono a una conversazione tipica tra i frequentatori abituali della bottega incentrata sulle lunghe code alle poste:
Stammatina me so’ pigliat ‘nu tuossec mai visto” (Stamattina mi sono arrabbiato).
T’a  fai cull’ova, ‘a trippa” (La fai con le uova la trippa, per dire di voler affrontare una situazione difficile).
Questo succede perché tu insisti, Enrì, ad andare alla posta al Chiatamone. Ti ho sempre detto: vai al corso, là c’è mio cognato”.
Eh, ‘o jamm’ a piglià a Agnano”, vostro cognato. Chill’nun ce sta mai”. (Andare a prendere ad Agnano è un modo di dire per indicare l’irreperibilità delle persone. Un tempo era considerata la zona più remota di Napoli).

In queste poche battute c’è tutta la napoletanità verace e spontanea, spesso ispiratrice di tante commedie celebri come quelle scritte da Eduardo De Filippo o dallo stesso De Crescenzo nel film che lo ha reso famoso “Così parlò Bellavista”.

Carla è letteralmente rapita dai racconti di De Crescenzo, lo incalza nelle domande fino a scoprire, ad esempio, che il gioco del lotto, tanto praticato dai napoletani, nacque al Nord alla fine del Cinquecento, che la genovese, piatto partenopeo a base di cipolle e avanzi di maiale, nulla ha a che fare con il capoluogo ligure, e che a Napoli ogni quartiere è un “teatro” a balconi dove si assiste “lo spettacolo offerto dalla vita di strada.”

E’ un libro scorrevolissimo, pieno di spunti di riflessioni, che consiglio a chi ha voglia di scoprire qualcosa di più su questa bellissima (e turbolenta) città. De Crescenzo ancora una volta ha fatto centro con la sua verve e la sua godibilissima ironia partenopea.

Giudizio: Ottimo.
“Non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela.
Ci vuole anche fortuna,
o, come diciamo qua a Napoli, “ciorta”.
E sorridi, che è l’unico modo per aiutare la sorte.”

IO PARLO DA SOLO

Io parlo da solo. Tutto è cominciato quando un bel giorno mia moglie mi ha lasciato sbattendo la porta. Ero seduto sul divano del soggiorno di casa con Lidia ritta in piedi, lo sguardo severo e austero, le braccia conserte e la bocca spalancata dalla quale si sprigionavano cumuli di parole e di epiteti.

“Ti ho tradito. Ti ho messo le corna. E sai con chi? Con Piero, il tuo migliore amico, quello di cui vai fiero e che un giorno hai voluto per forza presentarmi. Me lo hai servito su un piatto d’argento: bello, solare e muscoloso. Il contrario di te: tozzo, burbero e con la testa sempre tra le nuvole. Ti ho tradito, capisci? Non dici nulla? Non spiccichi parola? Ma che uomo sei? Maledetti i tuoi silenzi!”

Le parole di Lidia mi cascavano sulla testa facendomi sprofondare sempre di più nell'ampia imbottitura del sofà nuovo di zecca. Sono stato in silenzio tutto il tempo aspettando che la tempesta finisse e che finalmente ripiombasse la quiete. Ero stranamente calmo e riflessivo. Ricordai ad un tratto la scenetta comica di Totò, quella di Pasquale che riceve pugni e insulti da un Tizio incontrato per strada: “Pasquale, era un pezzo che ti cercavo. Figlio di un cane, finalmente ti ho trovato!” E a seguire schiaffi e pugni in testa. Il povero malcapitato pensava tra sé “Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare!” Ma perché non hai reagito?, fa l’amico. “E che me frega a me, mica son Pasquale io!”

Ho reagito come il Pasquale della barzelletta e cioè nella totale indifferenza. Non ero io che dovevo vergognarmi ma Lidia e Piero che mi avevano tradito, l’una nell'amore e l’altro nell'amicizia. Da allora ho cominciato a parlare da solo, facilitato anche dal fatto che intorno a me non c’era più nessuno. Un soliloquio che è iniziato prima tra le mura domestiche con commenti del tipo ‘Oggi è stata una giornata faticosa!’ ‘Meglio una pizza o due uova al tegamino? ‘Una bella doccia calda è quella che ci vuole!’. Poi le parole sono “uscite” per strada, tra la gente, nei negozi e negli uffici. Erano quasi sempre delle imprecazioni rivolte ai miei odiati traditori:

Mia moglie non mi merita!
Piero non mi merita!
Nessuno mi merita!

Un ritornello che ripetevo in ogni occasione: dal salumiere, ai giardini pubblici, finanche alle poste mentre stavo in coda ad aspettare il mio turno. Una volta, proprio all'ufficio postale, sentii qualcuno da dietro che mi apostrofava: “Nemmeno tu ci meriti se continui con questa lagna!”

Piero ed io lavoravamo nello stesso ente pubblico. Io mi occupavo della progettazione e lui degli appalti. Un giorno mi confidò tutto fiero e contento che una certa impresa in cui lavorava suo fratello si era aggiudicata un lavoro da quasi due milioni di euro. C’era qualcosa che non andava ma per la grande amicizia che nutrivo per Piero decisi di mettere da parte qualsiasi sospetto.

Ora quella vicenda mi era ritornata prepotentemente alla memoria al punto da riassumerla con queste parole:“Piero corrotto, in galera ti ci porto!”. Le ripetevo a voce alta in qualunque luogo mi trovassi, e un giorno persino davanti alla stazione dei carabinieri.

Oggi Piero è rinchiuso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di corruzione. Lidia l’ha lasciato e si è messa con un altro.

Io continuo a parlare da solo.
IO PARLO DA SOLO

Racconto breve di Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale).

Una bella giornata di sole

“Ma che bella giornata di sole questa giornata senza morti. Questo profumo di limoni giù nelle strade.” Sono i versi dell’omonima canzone di Antonello Venditti tratta dall'album “In questo mondo di ladri” del 1988.

Alle porte della Santa Pasqua mi piace pensare che sulle note di questo bellissimo brano tutti possano vivere una giornata luminosa e splendente, fatta di ritorni, di abbracci e di ricongiungimenti come avviene fra le persone che s’incontrano nelle stazioni, negli aeroporti o più in generale nelle strade del mondo.

C’è una realtà che non piace, una quotidianità che spesso si affronta con fatica, apprensione e incertezza per il futuro. Mettere da parte i dissidi, le incomprensioni o le inimicizie sarebbe più che auspicabile in questo giorno di festa che da troppo tempo ha perduto quella solennità che le è propria.

Fermarsi a riflettere. Un’attività di pensiero che pare non esserci più negli usi e nelle abitudini della società moderna. Si parla troppo spesso per slogan e per voglia di stupire più che per cercare il consenso e la condivisione. In una parola: per comunicare.

E la chiamano liberazione questa giornata senza morti, questo profumo di limoni dalle finestre aperte”.  

Come un invito a sciogliersi in un abbraccio e liberarsi delle paure che condizionano il nostro vivere quotidiano e che ci impediscono di essere quello che vogliamo.

Tutto in una giornata, breve ma allo stesso tempo eterna se la si vive intensamente portandosi addosso, al calar della sera, tutto il profumo della sua bellezza.

E’ una barca che naviga sulle onde del mare. Questo giorno di libertà tu non lasciarlo andare.”

Non lasciarlo andare …

Buona Pasqua a tutti.





MARCIAPIEDI DI CIELO

L’emarginazione dagli affetti è forse la più dura da sopportare. La racconto in questa canzone del 1981, anni turbolenti in cui la condizione giovanile faceva i conti con la sgretolazione del nucleo familiare avviata qualche anno prima con la legge sul divorzio.

Si può essere soli per scelta, per visione di vita o di prospettiva. Non è un peso ma semmai un privilegio, un bisogno di libertà incondizionata, scevra da vincoli e socialmente deresponsabilizzata.

Quando invece è una strada obbligata, un percorso ineluttabile dovuto alla negazione sociale della propria condizione individuale, allora diventa dolore, rifiuto, reiezione.

Il prete, la compagna, la gioventù spezzata, la ragazza madre, sono personaggi fra i tanti che camminano sui marciapiedi di cielo, in bilico tra l’asfalto rovente e impetuoso della realtà e le vie celesti di una nuova speranza di vita e di riscatto …

MARCIAPIEDI DI CIELO
(V. Borrelli)

E se un prete ha le occhiaie per un mattino di sesso
e ha sconvolto la sua vita per cercare se stesso
se si è prostituito davanti al suo Dio
dimmi se il suo cielo è un notturno più vero

Se la donna che hai accanto sputa sempre veleno
e magari di notte ha qualche anno di meno
se si sente frustrata per insoddisfazione
dimmi se il suo cielo ha cambiato colore

Lungo i marciapiedi di una corrotta esistenza
due ragazzi si svegliano e si ammazzano a vicenda
tra i falò di qualche anima dispersa
c'è qualcosa da scordare e una vita da cambiare

Sui marciapiedi di cielo
il mio tempo si fa sempre blu
luna di carta una stella di latta
nel ritratto ci sei anche tu

Sui marciapiedi di cielo
con un passaggio si arriva più in là
facce smarrite e non si ride
nel ritratto ci sei sempre tu

Se una madre racconta se stessa a una figlia
e magari si accorge che non le somiglia
se non ha più una lira e va a fare la vita
dimmi se il suo cielo è una gabbia di vetro

Se t'inventi un rapporto e non ti riconosci
se per gli altri tu resti soltanto un istante
e non hai che una meta distante
dimmi se questi giorni sono sempre ritorni

Sui marciapiedi di cielo
tra i lampioni e i binari dei tram
c'è gente truccata di rassegnazione
sta seduta per ore in un bar

Sui marciapiedi di cielo
sulle rive di un'altra realtà
qualche canzone e un rimpianto di più
un'idea che non pensa più
(Tratto da Le parole del mio tempo”)


APRITI BLOG!

E’ divenuta quasi una parola d’ordine per aprire chissà quali universi del pensiero, far conoscere (a volte sotto mentite spoglie), le personalità più svariate e le storie più recondite che non si avrebbe mai il coraggio di raccontare nella vita reale.

Il web log, meglio conosciuto come blog, è un fenomeno largamente in espansione, usato principalmente come diario personale per essere catapultato nella rete insieme a una miriade di “confratelli”.

Ma quanti sono i blog? Domanda difficile da rispondere. Ci ha provato qualche tempo fa l’Online Journalism Review, sito americano sul giornalismo di rete tra i più noti del pianeta, che aveva contato agli albori del 2010 oltre 150 milioni di siti attivi, cifra sicuramente stimata per difetto.

In Italia, e siamo nel 2013, si contavano oltre 500 mila, con il blog di Beppe Grillo a guadagnarsi lo scettro del più seguito.  Le fonti d’informazione variano dalle esperienze personali (le più popolari) ai comunicati commerciali o ai programmi radiotelevisivi. Le informazioni attinte da libri e articoli si aggirano intorno al 42%. Una buona percentuale.

Ma come vengono diffusi i blog? Ci sono i cosiddetti “aggregatori di blog”, siti che per l’appunto li raggruppano in base alle tematiche trattate dopo una semplice procedura di accreditamento. Lo scopo è quello di diffonderli nel pianeta web sperando di attirare nella rete quanti più “followers” (recto: seguaci) possibili. Ecco alcuni degli aggregatori più noti:

Ok notizie, sito gestito da Virgilio particolarmente selettivo: le notizie vengono sottoposte al giudizio dei lettori i quali cliccando sul “Sì” o sul “No” condizionano l’andamento e il grado di diffusione del post.

Bloghissimo, sito che vanta tantissime categorie, fra le quali i web personali.

Blogitalia, forse il più articolato con una speciale classifica dei Top 100 più visitati.

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma le raccomandazioni più diffuse sono date dalla qualità dello scrivere, dalla capacità di affrontare argomenti originali e d’interesse, dall'interazione con altri siti postando propri commenti ed opinioni, in una parola dall'apertura del blog verso i lettori creando una sorta di “ponte di comunicazione” fra chi scrive e chi legge. 

Attenzione però al fenomeno dello “splog”, che si sta particolarmente diffondendo. Sono dei weblogs che vengono utilizzati per promuovere altri siti web affiliati. Sono inutili e dannosi perché creano spazio sul disco rigido e intasano i motori di ricerca.

Altra insidia è rappresentata dai pseudo professionisti del blog, che sono coloro che ti promettono a suon di euro la più ampia indicizzazione e visibilità del tuo sito. Evitarli come la peste.

Insomma la concorrenza e le insidie sono varie e infinite e non esiste una ricetta di sicuro successo.

Apriti blog, dunque, affinché le parole possano viaggiare nella rete per approdare nei pensieri di chi ha voglia di catturarle, farle proprie e non dimenticarle …

TI PRESENTO VITTORIANO

Dopo aver intervistato tanti autori, questa volta è toccato a me. MeBook, social network che si occupa di cultura e di promozione letteraria con tanti followers al suo seguito, ha realizzato un’intervista che mi riguarda e che spero possa suscitare l’interesse dei visitatori e amici del blog.

Sono piuttosto refrattario a parlare di me. Preferisco farlo attraverso le cose che scrivo cercando di non cadere nell'autoreferenza o nelle cose ovvie e scontate. Quando però ho letto le domande dell’intervista, tutte interessanti e non banali, mi sono chiesto se non fosse un’ottima opportunità per raccontare ai lettori qualcosa di me in maniera  diretta e immediata.

Ecco l'intervista a cura di Maurizio Caruso che potete leggere anche dal  link http://www.mebook.it/ip/leinterviste/vittoriano-borrelli:


INTRODUZIONE


Musicista, poeta, paroliere. Sono almeno queste tre nobili peculiarità al quale potrebbe essere affiancato il nome di Vittoriano Borrelli da Portici in provincia di Napoli. Instancabile artista al servizio delle emozioni altrui, è uno che "ama la vita dei sentimenti e sta dalla parte delle piccole cose che poi sono quelle che fanno grandi gli uomini..."


MEBOOK: Cosa ti succede interiormente sin da piccolo e come si sviluppa quando compi il quattordicesimo anno di vita?

VITTORIANO BORRELLI: Sono cresciuto in un ambiente familiare pieno di regole precostituite che nulla lasciavano alla libera estrinsecazione dei sentimenti. Ho quindi ricevuto un’educazione rigida che mi ha impedito, per un certo numero di anni, di spaziare e di far emergere quella parte di me che detestava ogni forma di apparenza. E’ stato quasi naturale costruirmi un mondo parallelo, immaginario, in cui potevo finalmente liberarmi da qualsiasi inibizione facendo sprigionare dal mio “contenitore” interiore tutti i migliori sentimenti possibili. La musica mi ha molto facilitato in questo percorso, a cominciare dai quattordici anni, quando mio padre mi regalò la mia prima chitarra.

MEBOOK:: "Le parole del mio tempo" è un libro che raccoglie una parte dei testi della tua imponente produzione. Questi testi che sapore hanno e a chi sono diretti in particolare?

VITTORIANO BORRELLI: Direi a tutti quelli che hanno voglia di “sentire” la vita in tutte le sue sfaccettature. Le mie canzoni sono piuttosto variegate, parlano di amore, di solitudine, di emarginazione con un filo conduttore rappresentato dalla voglia di essere sempre se stessi, senza condizionamenti o compromessi di sorta.

MEBOOK: Come coniughi il lavoro con lo spazio che ti resta per scrivere e per creare?

VITTORIANO BORRELLI: Faccio un lavoro molto impegnativo e pieno di responsabilità. Sono segretario generale di alcuni comuni della provincia di Como, con un’agenda sempre fitta di impegni. A volte non mi bastano le 24 ore giornaliere per riuscire a fare tutto, ma ho dalla mia la professionalità e il senso pratico dell’organizzazione che mi permettono di conciliare il lavoro con la parte che prediligo di più, ovvero la mia passione per la musica e per la letteratura. Curo da qualche anno un blog che ha lo stesso titolo del mio libro di canzoni “Le parole del mio tempo”, che mi ha dato tante soddisfazioni per gli attestati di stima e di gradimento ricevuti. Valgono più di qualsiasi tiratura o riscontro economico della mia produzione libraria.

MEBOOK: La tua passione per Alberto Moravia ti ispira a scrivere un romanzo "La prossima vita". Anche questo edito da Meligrana Giuseppe Editore nel 2012 ma in realtà già pronto dal 2001. La storia di un appassionato di pittura che ripercorre a ritroso la vita con la moglie...

VITTORIANO BORRELLI: E’ una storia che mi somiglia molto per le contraddizioni a cui ho fatto cenno. Il protagonista, Leo Ferretti, è perennemente in bilico tra la realtà e l’immaginazione. Vive nell'una ma si allontana nell'altra, lacerato dal dubbio di non essere amato e accettato. Sullo sfondo una Firenze piena di fascino e di mistero nella quale il rimpianto e la malinconia ispirati da “La nascita di Venere”, il celebre dipinto di Botticelli, aiuteranno Leo a risolvere i suoi conflitti interiori grazie ad un colpo di scena finale che ovviamente non svelo.

MEBOOK: Nel cantautorato d'autore italiano ma anche straniero quale artista ti ha maggiormente influenzato come paroliere e come compositore?

VITTORIANO BORRELLI: Tutti gli artisti che hanno segnato la (pregevole) storia del cantautorato italiano: da Battisti a Dalla, da Venditti a Cocciante. Da questi grandi nomi ho tratto grande insegnamento anche se ho mantenuto un certo stile e originalità. Molti mi hanno definito un cantautore “intimista”, ovvero una persona che attraverso le parole ha inteso raccontare la propria vita interiore e le sue possibili trasformazioni. Credo che questa definizione mi calzi a pennello.

MEBOOK: Siamo nel 2014 e pubblichi per Youcanprint un altro libro "L'aquila non ritorna". Come mai questo titolo?

VITTORIANO BORRELLI: Lo spiego nella prefazione: l’aquila è un uccello di straordinaria bellezza ed intelligenza, espressione di numerose simbologie tra le quali quella di rigenerarsi ricevendo dal sole nuova luce e calore. Il “non ritorno” sta ad indicare la trasformazione simbolica di questo meraviglioso volatile, che spezza qualsiasi legame con il passato per approdare ad una dimensione di rinnovato spirito e vigore. “L’aquila non ritorna” è il seguito de “Le parole del mio tempo” ma per il significato del titolo lo precede proprio per la trasformazione cronologica delle storie narrate nelle mie canzoni. Ha anche un altro significato più sottile: lo scorrere del tempo che non ti fa più tornare indietro e rimediare ad una gioventù svanita troppo presto.

MEBOOK: Qual è il compromesso che un autore deve seguire per poter vendere ed essere allo stesso tempo originale?

VITTORIANO BORRELLI: Come si è forse capito dalle precedenti risposte, non amo scendere a compromessi di alcun genere. Purtroppo affacciandomi nel mondo dell’editoria ho dovuto fare i conti con una realtà che stride con questo principio. Credo che l’autore debba pensare solo a scrivere e l’ editore debba occuparsi della vendita e della promozione. Nella realtà non avviene niente di tutto questo. Gli editori (soprattutto quelli “piccoli”) delegano all'autore tutte quelle attività del promotore che richiedono tempo, pazienza e, soprattutto, competenza. Il risultato è una larga approssimazione resa ancora più difficoltosa da una concorrenza “indifferenziata” nella quale è difficile, per un lettore, orientarsi e scegliere libri di qualità. Manca in altri termini una strategia editoriale consapevole e mirata con un uso più precipuo e ponderato delle nuove tecnologie informatiche.

MEBOOK: Da due anni collabori con la rivista on line "Quorum" scrivendo articoli di attualità e di cultura. Un articolo "la solitudine degli internauti" è particolarmente d'attualità e abbraccia alcune tue canzoni... 

VITTORIANO BORRELLI: Quando Stefano Campa, uno dei fondatori del giornale, mi ha proposto di collaborare per il quotidiano, ho accettato volentieri. Lo ringrazio pubblicamente per questa meravigliosa opportunità che mi ha permesso di ampliare la platea dei lettori ricevendo tanti attestati di stima. “La solitudine degli internauti” è uno degli articoli cui tengo di più perché affronta un tema, quello dell’uso spasmodico dei social network, di grande attualità. Il legame con una mia canzone, “Password” è piuttosto emblematico e spiega il senso dell’articolo: “Siamo un numero, un codice, delle lettere prestampate. Siamo un vortice di emozioni, di faccine che sorridono e che invece piangono per davvero …”

MEBOOK: Un altro argomento interessante affrontato nei tuoi articoli è "la scrittura creativa". Come si scontra e si concilia con la produzione letteraria odierna?

VITTORIANO BORRELLI: Non voglio offendere nessuno, e tanto meno coloro che sono sostenitori convinti di questo tipo di scrittura “assistita” che dovrebbe aiutare professionalmente un autore alle prime armi. Credo che le cose migliori nascano dall'istinto, dall'ispirazione, dalla capacità spontanea di raccontare una storia, un’emozione. Un libro perfetto nella forma può non esserlo nella sostanza. E’ vero anche il contrario, ma io preferisco una storia con qualche errore qua e là ma che mi colpisca nella sostanza. E poi le grandi opere nascono belle e perfette “ab origine”. E’ semplicemente una questione di talento naturale.

MEBOOK: Leggere e pubblicare. Il tuo rapporto con gli e-book e con il cartaceo.

VITTORIANO BORRELLI: Gli e-book sono una grande opportunità per chi ha pochi mezzi da investire. Rappresentano la tecnologia del presente (e del futuro) anche se in Italia raggiungono appena il 4% dei lettori. Se dovessi scegliere, preferisco di gran lunga il cartaceo, ma come ho detto prima gli editori disposti ad investire latitano e si fa di necessità virtù. Ma tutto questo è relativo se manca alla base l’educazione alla lettura, a cominciare dalle scuole e più in generale dallo Stato che ha fatto molto poco per valorizzare la cultura.

MEBOOK: Attraverso quale canale si possono acquistare i tuoi libri?

VITTORIANO BORRELLI: Per il momento i miei libri sono solo in formato e-book. Si possono trovare nelle migliori librerie digitali. Eccone alcune: Ultimabooks, Amazon, Smashwords.

MEBOOK: Mebook secondo Vittoriano Borrelli...

VITTORIANO BORRELLI: Un’ottima opportunità e polo di aggregazione di autori e lettori che amano leggere e diffondere la cultura. Ringrazio la redazione di questo bellissimo social per l’opportunità concessami. Spero che i lettori non si siano annoiati a leggere l’intervista. Se fosse così, come direbbe Manzoni, “non l’ho fatto apposta!”

ROSE ROSSE PER TE

L’8 marzo si celebra la tradizionale festa delle donne istituita per la prima volta dagli americani nel 1909 (precursori in tutto) e poi da molti altri Stati. E’ una ricorrenza che suggella le conquiste sociali delle donne ma è anche un monito per le forti discriminazioni che ancora esistono ( e persistono) in molti contesti, anche in quelli apparentemente più evoluti.

E’ una rivoluzione prima di tutto culturale, intrapresa attraverso lenti e faticosi ricambi generazionali contrassegnati, sul piano normativo, dall'emanazione di leggi mirate a rimuovere ostacoli e preconcetti che hanno impedito per lungo tempo un’effettiva parità di generi.

In Italia, solo a partire dall'ultimo decennio del secolo scorso si è intervenuti con la prima legge sulle pari opportunità (la n. 125 del 10 aprile 1991) nonostante i principi dell’uguaglianza sociale senza distinzione di sesso fossero già contenuti un cinquantennio prima nella nostra Costituzione.

Molto è stato fatto per creare quelle condizioni atte a favorire la libera competizione e partecipazione di entrambi i sessi in tutti i campi sociali ed economici. Basti pensare alla copiosa produzione normativa che si è avuta soprattutto di recente con la definizione dei quorum minimi di genere per l’accesso alle istituzioni governative di ogni livello.

Ma molto ancora c’è da fare, se persistono retaggi culturali che sono i principali “oppositori” del sano e virtuoso equilibrio fra i generi. Gli episodi di cronaca nera sulla violenza delle donne sono ancora numerosi e attuali e destano forti e motivate preoccupazioni sull'effettiva valenza delle conquiste raggiunte.

Il rischio è che in nome della parità si ottenga un capovolgimento dei ruoli maschili e femminili che invece dovrebbero rimanere fermi e distinti. Non c’è vera eguaglianza se non si accettano le differenze, a cominciare dalla famiglia dove la genitorialità di genere implica una diversa, seppur omogenea, distribuzione dei compiti. Spesso la paternità e la maternità sono assunte come prototipi ambivalenti che di fatto disuniscono creando modelli di comportamento sbagliati o poco lineari.

Il risultato è un conflitto di coppia che sta assumendo proporzioni gigantesche a giudicare dal numero sempre più crescente di separazioni e divorzi, il più delle volte generati proprio dalla commistione dei ruoli che rende impari ciò che si vuole far passare come paritario.

Appare necessario agire attraverso l’educazione ai buoni sentimenti e alla reciproca generosità e rispetto dei propri spazi peculiari di genere.

E chissà che proprio in occasione della giornata internazionale delle donne non si possa auspicare questa inversione di tendenza attraverso un gesto atipico che valga da esempio: anziché delle tradizionali mimose, un bel mazzo di rose rosse per deporre le "armi" in nome dell’amore.