La tecnica del racconto breve

 


Tanto vituperati da certi puristi della scrittura, i racconti brevi sono invece una risorsa inestimabile e concorrono a pieno titolo ad arricchire la qualità del patrimonio letterario. Non è facile scrivere un racconto breve, ci vuole una certa attitudine a confezionare una storia in poche pagine che contenga in sé gli elementi essenziali per catturare l’interesse del lettore. È il cosiddetto dono della sintesi, prerogativa che non è di tutti.

Nel racconto lungo o nell’opera che superi almeno le cento pagine si lavora molto sui dettagli, s’indugia su aspetti di contorno della vicenda prima di arrivare al “nocciolo della questione” ma non sempre i risultati prodotti sono pari alle aspettative. A volte queste divagazioni hanno l’effetto di allungare il brodo o sono imposte da esigenze commerciali che hanno poco o nulla di letterario.

Prendiamo ad esempio “Il ritratto di Dorian Gray”, l’opera più celebre di Oscar Wilde. Rispetto alla versione originaria furono aggiunti alcuni capitoli al solo scopo di rendere il romanzo più corposo e appetibile ai lettori. Questi allungamenti, per lo più marginali, non hanno apportato alcun contributo qualitativo all’opera ma semmai hanno avuto l’effetto di rendere più intrigante l’attesa di conoscere il destino di Dorian fino alla scena fatidica della distruzione del ritratto e del repentino invecchiamento del protagonista.

Quanti di noi si sono trovati a che fare con dei libri che sono sembrati dei veri e propri mattoni al punto da interrompere la lettura dopo poche pagine. Non è certo il caso dell’opera di Wilde che resta pur sempre un capolavoro assoluto ma la letteratura è ricca di storie “sovrabbondanti”.

Tutto questo non accade nei racconti brevi dove si lavora molto sulla concentrazione degli eventi, sul tratteggio essenziale delle caratteristiche del protagonista, sulla trama concisa, diretta, immediata, affinché il messaggio (morale della favola) arrivi al lettore senza frapposizioni o tergiversazioni di sorta. In altri termini nel racconto breve lo scopo è di procurare da subito l’impatto emozionale laddove nelle storie di più lunga durata le emozioni sono piuttosto centellinate o distribuite a vasto raggio.

Da un romanzo si può ricavare un racconto breve di ottima fattura ma non viceversa: se dovesse accadere il rischio di trasformarsi in un colabrodo è più che probabile. Pensiamo a “I Promessi Sposi”, altro capolavoro tanto odiato sui banchi di scuola e poi apprezzato in età matura. Manzoni dedica tanti capitoli (troppi) alla discesa dei Lanzichenecchi o alla peste mentre il fulcro della storia si sarebbe potuto sviluppare in pochi e più avvincenti racconti come il matrimonio a sorpresa e la fuga di Lucia a Monza sullo splendido scenario dell’addio ai monti, la storia di fra Cristoforo o di Gertrude, la notte dell’Innominato, tutti passi di notevole spessore che sono poi risultati i più ricercati e impressi nella memoria dei lettori.

Ovviamente non tutti i racconti brevi sono di qualità; ve ne sono molti di buona fattura e altri scadenti alla stregua di quanto accade per le opere lunghe e di più ampio respiro. È una questione di gusti, di pluralismo dell’offerta letteraria e del gradimento diversificato dei lettori.

L’importante è comunque leggere qualsiasi cosa che possa allargare gli orizzonti della propria conoscenza, che sia d’aiuto ad aprire la mente e, qualche volta, anche il cuore.



E niente ...

 



E niente… ho guardato la tua fotografia
E niente… ho cercato da solo un'altra compagnia
Mi credevo forte sai
e invece non è più così
Resto ferito nell'orgoglio
anche a quest'ora non ho sonno

E niente... ho lasciato cadere le mie reazioni
girovagando inutilmente in tutte le stazioni
Dicono che son invecchiato
che ho l'aspetto di un disgraziato
Ma in fondo non me ne frega niente
se son partito completamente

E niente… ho provato a chiamarti da una cabina
"Fa niente" mi dico " Troverò un'altra più carina!"
Vado in giro in autostrada
a ridere della mia pena
Getto in cantina il mio sarcasmo
ho perso tutto il mio entusiasmo

E niente… sto qui a farmi male da solo… da solo…
e non so più cosa pensare da solo… da solo…
E niente… sto qui a non capire più niente… più niente…
Non dormo più io non so fare più niente… più niente…

E niente… ho strappato la tua fotografia
lo giuro davvero io non amerò più nessuna
Fumo e bevo come un matto
il biglietto non l'ho fatto
Un altro treno è già partito
io mi comporto come un bambino

E niente...sto qui a farmi male da solo… da solo…
e non so più cosa pensare da solo… da solo…
E niente... sto qui a non capire più niente… più niente…
Non dormo più io non so fare più niente… più niente…

Di me di te non resta niente… più niente… più niente…
Dentro di me rimani tu e niente… e niente…


 

 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

 

(Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti)


Una vita che non vale

 


Vivere sospesi tra un presente incerto e un futuro che non c’è, è una vita che non vale. Da oltre un anno a questa parte la pandemia del coronavirus oltre a mietere milioni di vittime ha prodotto tanti effetti collaterali tra i quali la privazione di un abbraccio, di un contatto fisico di qualunque tipo che ai tempi di una normalità, ora fortemente rimpianta, rappresentava l’anello di congiunzione più naturale e necessario delle relazioni umane.

Certo, si può vivere benissimo da soli surrogandosi delle emozioni visive e virtuali di un’immagine, di una fotografia o di un video messaggio ma è niente rispetto al calore che ti può dare una stretta di mano, o semplicemente una pacca sulla spalla tanto propizia e desiderata in determinati momenti della nostra vita.

E’ un dramma nel dramma di  tante morti ingiuste colpite a caso come il tragico gioco della roulette russa in cui si spera di essere risparmiati fino alla prossima ... puntata.  Morti che si dissolvono nel distanziamento come ombre umane avvolte nella nebbia prima di scomparire nel nulla senza nemmeno ricevere il conforto dell’ultima carezza.

Questa sospensione a tempo indeterminato della vitalità delle nostre azioni è una vita che non vale perché la provvisorietà genera incertezza, apnea del respiro intesa come impossibilità di ricevere aria in faccia, fresca e incontaminata, senza trincerarsi in maschere o mascherine con gli occhi spalancati ad indovinare l’espressività di uno sguardo che invece sembra perdersi nel vuoto.

Il dubbio di quando tutto questo finirà e si potrà ritornare a fare le cose di un tempo lacera quanto l’attesa di essere vaccinati e immunizzati per sempre. Ma anche qui non c’è certezza di niente poiché si ascoltano oracoli contrastanti per bocca degli stessi esperti del settore, virologi, infettivologi e quant’altro che invece di rassicurarci ci consegnano responsi non definitivi costellati di tanti “se”, “ma” o “forse”.

Resta una vita che non vale con cui dovremo imparare a convivere e ad accettare per quella che è, centellinando giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, attimi di respiro in un tempo presente che può trasformarsi improvvisamente in un futuro che è già passato.

Chi vuol esser lieto, sia di doman non c'è certezza...” (Lorenzo de’ Medici).

 

 

Amici e no

 

E lui guarda la televisione
si lascia andare senza avere voglia
e lei lo guarda con incomprensione
si domanda se l'ama oppure la imbroglia
Ed io tra di loro cerco una parte
Ma che squallore!
Perché mai c'è dentro di me
questa nuova voglia di partire…
di scoprire…

Che noia stare senza parlare!
Che desiderio matto di gridare!
Ma i complici si sono chiusi nel silenzio
con l'aria triste di chi ha capito
che ormai non c'è amore
e né la tentazione di scappare
di volare di giocare
di respirare aria pura
o di cercare un'altra avventura

Noi, chi siamo noi? Amici e no!
Che ipocrisia restare qui senz'allegria
a controllare il tempo e poi
con distrazione andare avanti
non più diversi non più amanti
Ma noi, chi siamo noi? Amici e no!

Eppure si potrebbe inventare
qualcosa di diverso e d’importante
magari aprire una conversazione
per scoprirci dentro senza inibizione
Si può fare…
si può cercare…
si può tentare…
ora… parlerò
ma il cuore mio si diverte
a darmi del bugiardo bugiardo
non avrai mai il coraggio
oramai sei in ritardo

Noi, chi siamo noi? Amici e no!
Ma che pazzia restare qui senza andare via
E' un’indecenza far l'amore
con il pensiero di tradire
con lo scopo amaro di morire
Noi, chi siamo noi? Amici e no!

Con distrazione andare avanti
non più diversi non più amanti
Ma noi, chi siamo noi? Amici e no!

(Tratto da Le parole del mio tempo)

                                            (Puoi ascoltare il brano anche cliccando qui: Le mie canzoni sono differenti

 


Sanremo 2021 nel segno del rock

 


Il 71° festival di Sanremo chiude i battenti nel segno del rock. Vincono i Maneskin, gruppo sconosciuto al grande pubblico festivaliero, che ha sovvertito tutti i pronostici della vigilia e delle classifiche provvisorie delle serate precedenti che davano invece per favorito Ermal Meta, retrocesso al terzo posto.

Che fosse un festival atipico, unico e (si spera) irripetibile, lo si sapeva e la vittoria del gruppo rockettaro romano ne è forse la dimostrazione più lampante di quanto tutto non sia e non sarà più come prima. La virtualizzazione della manifestazione, in smart-working più che nel classico smoking delle serate di una volta, ha confezionato un festival che ha acuito non solo il distanziamento sociale ma anche quello dei gusti musicali.

I social hanno inciso non poco in questa trasformazione e la musica, per quanto unica e universale, ha subito le influenze nascenti di stili di vita e di comportamenti sociali diametralmente diversi da quelli che si registravano fino a poco tempo fa. Insomma, niente sarà come prima e a Sanremo, che è lo specchio della nostra vita,  tutto questo si è visto in maniera chiara e marcata.

Kermesse lunghissima con 26 “big” in gara (troppi) e una modalità di votazione che alla fine ha favorito il pubblico nottambulo dei giovani, mentre quello in età più matura alle due di notte era già forse nelle braccia di Morfeo. Di qui la vittoria finale dei Maneskin, al primo acchito inaspettata, che non deve stupire più di tanto.

 Ecco le mie pagelle (in ordine di classifica finale):

  1. MANESKINZitti e buoni. Alla fine hanno messo a tacere tutti con un brano che fa rumore in tutti i sensi. Voto 6 
  2. MICHIELIN-FEDEZ: Chiamami per nome. Brano firmato da una miriade di autori, tra cui gli interpreti e Mahmood. Multicolore e orecchiabile . Voto 7,5 
  3. ERMAL METAUn milione di cose da dirti. Bella melodia con quell’inciso “mi allunghi la vita inconsapevolmente” da consegnare ai posteri. Voto 8 
  4. COLAPESCE/DI MARTINOMusica leggerissima.  I nomi dei due interpreti fanno pensare a due brigadieri o impiegati ministeriali. Sembrano catapultati dagli anni ’80 con un canzone che li evoca a mo’ di rimpianto. Voto 7 
  5. IRAMALa genesi del tuo colore. Ritmato, orecchiabile, di facile presa già alle radio e sui social. Voto 7
  6. WILLIE PEYOTEMai dire mai (la locura). Confesso che all’annuncio di Amadeus pensavo apparisse un cartone animato. Invece eccolo il Willie che non ti aspetti (e  che non conoscevo). Godibile. Voto 6,5 
  7. ANNALISADieci. Ma senza lode, anche se la canzone  piace già a molti giovani. Voto 7 
  8. MADAME: Voce. Forse l’interpretazione più bella e intensa di questo festival. Il premio “Sergio Bardotti" per il miglior testo è il giusto riconoscimento a questo brano. Voto 7,5
  9. ORIETTA BERTI: Quando ti sei innamorato. L’unica esponente di un Sanremo che non c’è più. Orietta non sfigura in mezzo a tanti semi-sconosciuti. La classe non è acqua. Voto 7 
  10. ARISAPotevi fare di più. Anche tu cara Arisa. Brano così così. Voto 6- 
  11. LA RAPPRESENTANTE DI LISTAAmare. Il duo Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina poteva scegliere uno pseudonimo meno... sindacale. Brano che appartiene alla lista del pop moderno. Voto 5- 
  12. EXTRALISCIO- DAVIDE TOFFOLOBianca luce nera. La canzone è più nera che bianca. Da consegnare alle balere post lock-down. Voto 5- 
  13. LO STATO SOCIALECombat pop. Ripetersi è difficile. Fanno rimpiangere la vecchietta di “Una vita in vacanza” .Voto 5
  14. NOEMIGlicine. Si presenta in splendida forma, non più “rotondetta” dei tempi di “Vuoto a perdere”. Non male. Voto 6 
  15. MALIKA AYANE: Ti piaci così. Canzone “anti-femminicidio” dedicata alle donne che devono prendersi cura di sè e piacersi di più. Il testo supera la melodia e il risultato è una media tra queste due componenti. Voto 7
  16. FULMINACCI: Santa Marinella. A dispetto del nome dell’interprete che fa pensare ad un’imprecazione (tipo mortacci tua), il brano non è malaccio. Voto 7 
  17. MAX GAZZE’Il farmacista. Più spettacolare che sostanziale. La versione nei panni che ricordano il pittore Dalì è la più riuscita. Voto 6
  18. FASMA: Parlami. Reduce dal terzo posto dell’anno scorso nella sezione “Nuove proposte” (ma vincitore nelle vendite), Fasma si presenta con un brano che non sfigura. Voto 7 
  19. GAIACuore amaro. Spagnoleggiante e godibile, Gaia ci rende il cuore più dolce. Voto 6,5
  20. COMA COSEFiamme negli occhi. Sembrano i nuovi Jalisse ma il brano è... un fumo negli occhi. Voto 5 
  21. GHEMONMomento perfetto. Brano “perfetto” per le serate da piano bar ma nulla di più. Voto 5 
  22. FRANCESCO RENGAQuando trovo te. Brano difficile a due ottave con cambi di ritmo e di ritornello. Non all’altezza dei precedenti proposti dall’artista bresciano. Voto 5
  23. GIO EVAN:  Arnica. Canzone che è uno sfogo di conflitti interiori irrisolti e che resterà così (irrisolta) anche nel dopo festival. Voto 4
  24. BUGO:  E invece sì. Stonato come una campana. Sarebbe stato meglio se avesse abbandonato il palco come l’anno scorso. Voto 4
  25. AIELLO:  Ora. E mai più. I grandi artisti napoletani storici si sono già rivoltati nella tomba Voto 4-
  26. RANDOM: Torno da te. E noi ti aspettiamo in tempi migliori. Voto 4+

Quanto amore che si perde

 



C'è qualcosa che non so spiegare
in questo giorno di nostalgia

Quanto amore che si perde
per cercarsi veramente
nelle notti quando il buio scende
e nessuno più si sente

C'è davanti a me un mare immenso
che nel silenzio parla per me
e un'onda che va ad infrangersi su quello scoglio
io chiudo gli occhi pensando che

quanto amore che si perde
per tuffarsi nel presente
sulle strade in mezzo a tanta gente
che si affanna inutilmente

C'è qualcosa che vorrei fermare
ma è un temporale che esplode in me

Quanto amore che si perde
per volersi fino in fondo
Aspettare sempre un nuovo giorno
con la testa dentro a un sogno


 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

 

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti


L’iniziazione

 


Ci sono cose che quando iniziano non finiscono mai e col passare del tempo peggiorano fino a divenire un fardello che ci portiamo dentro di noi fino alla fine dei nostri giorni. Sono il più delle volte comportamenti negativi, azioni novizie che diventano abitudini, vizi o inclinazioni da cui non riusciamo più a liberarcene.

Provare a capire l’origine di questa iniziazione è compito arduo che nemmeno gli psicologi, gli strizzacervelli o altri esperti del settore ci riescono. Questi esploratori dei meandri della mente umana riescono a mala pena ad imbandire una diagnosi che sia quanto meno plausibile. Rendere logico, lineare, costruttivo quello che sul piano comportamentale è illogico, disarticolato e distruttivo è come comporre un mosaico con l’ultima tessera che non si combacia con le altre, col risultato che tutto il disegno precostituito viene giù come un castello di sabbia.

A parte le iniziazioni più comuni, dalla prima rapina in banca fino a divenire la mente diabolica di un gruppo eversivo, dalla prostituzione indotta o voluta fino alla liberalizzazione sessuale che diventa devianza dall’amore e rispetto del proprio corpo, quello che preoccupa maggiormente sul piano dell’agire umano è la perdita di discernimento tra il bene e il male, tra le cose giuste e sbagliate.

Qui l’iniziazione è come una mano che s’insinua nella mente e nell’anima muovendo gli ingranaggi dei sentimenti nel senso opposto da quello voluto o desiderato. Se non si ha l’indugio, il ripensamento all’ultimo istante prima di precipitare nel baratro, le conseguenze sono per lo più irreparabili ed è un viaggio nel niente senza ritorno.

Quando ci s’imbatte in persone che hanno vissuto o vivono un’esperienza del genere, ogni tentativo di dissuaderle o imboccarle sulla retta via è un’impresa già votata al fallimento. Non c’è nulla da fare, sono persone perdute che non si ritrovano più e non c’è un filo d’amore che possono darti, non c’è commozione nei loro occhi che quando l’incroci è come trovarti davanti al diavolo.

Prevenire l’iniziazione, quel momento topico oltre il quale si apre il buio più cupo, si può e si deve per un mondo migliore fatto di vera e sana umanità.

L’iniziazione del bene che sconfigge il male è la vera scommessa da fare e da vincere se si vuole ambire ad una vita meno travagliata, involuta e imperfetta.

 

 

Le voci di dentro

 


Tra i capolavori di Eduardo De Filippo, “Le voci di dentro” è uno dei più riusciti sotto il profilo dell’impegno sociale del grande drammaturgo partenopeo di portare sul palcoscenico l’analisi minuziosa dell’agire umano traendola fedelmente dalle manifestazioni della vita reale.

Una trasposizione che il grande Maestro della nostra letteratura volge a profitto con un’operazione chirurgica tesa a fotografare le caratterizzazioni tipiche dei comportamenti individuali rispetto ad eventi della vita comune, tali da suscitare nello spettatore una deduzione logica del tutto spontanea rispetto alla propria (o indiretta) esperienza.

Spesso ci serviamo delle fotografie per ricordare momenti più o meno indimenticabili del nostro passato, quasi a volerli immortalare per evitare vuoti di memoria. Nell’opera di Eduardo è la vita stessa che si eleva a ricordo e a rappresentazione visiva di ciò che siamo senza che lo scorrere del tempo possa mai cancellare.

La commedia, scritta nel 1948, e riproposta in diverse rappresentazioni teatrali e televisive (di cui si ricorda la messa in onda del 1978 con una magistrale Pupella Maggio fra gli interpreti), è un ritratto fedele della nostra coscienza nella sua massima rappresentazione simbolica rispetto ad eventi più o meno accaduti. E poco importa se il protagonista Alberto Saporito abbia creduto nel sogno che un certo delitto sia stato commesso dai vicini di casa. Qui sono i comportamenti interiori ad essere reali ed inconfutabili, a dispetto delle prove giudiziarie che l’intervento della magistratura dimostrerà essere del tutto inconsistenti.

 Si può essere assassini senza aver commesso delitto alcuno, perché nelle voci di dentro è il simbolismo ad agire e a far tirare fuori dai protagonisti della storia la loro vera indole. Ne è una riprova l’atteggiamento dei vicini che vedendosi accusati di aver ucciso Aniello Amitrano, amico di Saporito, faranno di tutto per scagionarsi accusandosi a vicenda, progettando persino l’assassinio dello stesso protagonista pur di liberarsi dell’onta di un omicidio mai (realmente) commesso.

Pregevole il j’accuse di Saporito nel finale della commedia:

 Mo' volete sapere perché siete assassini? E che v' 'o dico a ffa'? Che parlo a ffa'? Chisto, mo', è 'o fatto 'e zi' Nicola... Parlo inutilmente? In mezzo a voi, forse, ci sono anch'io, e non me ne rendo conto. Avete sospettato l'uno dell'altro: 'o marito d' 'a mugliera, 'a mugliera d' 'o marito... 'a zia d' 'o nipote... 'a sora d' 'o frate... Io vi ho accusati e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti... Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni... il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! La stima, don Pasqua', la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa... E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando ..

È la perdita della stima il vero delitto commesso. Una componente della vita interiore che nessun ordinamento giuridico considera ma che ne “Le voci di dentro” assurge a macchia indelebile della nostra coscienza. Ed è una delle più tangibili e implacabili delle condanne.

 

Giardino d'infanzia


Dall'album "Malinconico digiuno" del 1981, questa canzone, dalle forti reminiscenze leopardiane, racconta la storia di un'infanzia rubata sicché il ricordo che ne deriva è il rimpianto di una giovinezza idealizzata ma mai vissuta veramente. Musicalmente orecchiabile nonostante il testo impegnato, Giardino d'infanzia si colloca a pieno titolo tra i pilastri fondanti delle parole del mio tempo.

GIARDINO D'INFANZIA
(V. Borrelli-S. Maniscalco-V.Borrelli)



Nel giardino d'infanzia nascondevo il peccato
le bugie con mia madre e con mio padre invecchiato
Dopo un po’ mi stendevo sopra il suolo bagnato
e guardavo il mio cielo farsi sempre lontano
Qualche volta per sbaglio arrossivo nel buio
addormentandomi su un letto freddo e di nessuno

Nel giardino d'infanzia c'era la fata turchina
con il corpo sottile e con la faccia ruffiana
Mi diceva perché sognavo altri orizzonti
se la vita era quella alle spalle dei monti
Sotto alberi di ulivi i miei occhi erano vivi
ascoltavo il mio tempo e le voci del vento

Nel giardino d'infanzia la mia faccia era pulita
e facevo all'amore per cambiare un po’ vita
Io stringevo tra le mani due rami vecchi e spinosi
e baciavo il mio tronco con pensieri scabrosi
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

Quante volte ho rubato l'anima alla poesia
quante volte ho cercato di andarmene via
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia nei discorsi del nonno
c'era la verità di leggende e di imbrogli
Io fumavo il mio vento mentre mi disprezzavo
perché avevo accettato il mio destino segnato
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

La mia vita moriva prima di incominciare
le mie idee erano ombre e volavano sole
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia quante cose ho lasciato!
La mia terra il mio sangue
il mio giorno rinunciato
Dietro il niente restavo
e in silenzio morivo

(Tratto da Le parole del mio tempo”)






Cattivi pensieri

 

I pensieri sono come l’alcool, vanno alla testa, ubriacano e impediscono di essere lucidi. Accade soprattutto quando la mente li subisce in maniera incontrollata perdendo quella capacità di discernimento che è indispensabile per distinguere i buoni dai cattivi pensieri.

Stare in pensiero per qualcuno o per qualcosa che non si è fatto o si deve fare, può alimentare l’ansia di non farcela, di non essere all’altezza di quel compito che ci è stato affidato o di prefigurarci il peggio da certe aspettative. La negatività di questi pensieri, se non dominata da una giusta dose di ottimismo, finisce per prendere il sopravvento con il risultato di non vivere affatto.

Quanta vita che si perde per colpa dei cattivi pensieri. Quante occasioni di spensieratezza, di sana leggerezza e superficialità ci passano davanti  come un treno che sfreccia via dileguandosi in fondo all’orizzonte.

E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Leopardi lo sapeva bene quando scrisse questi bellissimi versi a chiusura de “L’Infinito”, che le limitazioni del mondo sono nella testa degli uomini più che nella Natura di per sè infinita e senza preconcetti. Dovremmo prendere spunto da questo per spogliarci delle nostre trepidazioni, dei nostri indugi e autolimitazioni che non danno estro e sostanza al nostro essere.

Via allora i cattivi pensieri per vivere meglio scrollandosi di dosso giornate anonime che pesano come zavorre, di tempo sprecato per dedicarsi ad altro e non alle cose che contano veramente, come le migliori pratiche del benessere interiore.

Basta poco: abbracciarsi e stringersi di più per respirare i profumi della vita che ci fanno sentire meglio e più vicini alla nostra aspettativa di essere, se non felici, quanto meno sereni e più saggi.

 

 

La casa di vetro-Epilogo

 


Squilla il telefono, so chi è ma non voglio rispondere. Indugio per alcuni secondi, poi alzo la cornetta e rischiaro la voce come un attore che si appresta ad entrare in scena.

 Pronto.

“Ci hai messo tanto a rispondere. Che stavi facendo?”

“Niente. Guardavo la mia casa di vetro.”

“Ti piace così tanto?”

“Sì.”

“Lo sai che tra poco dovrai lasciarla?”

“Devo proprio farlo?”

“Sì, il momento è arrivato.”

“Concedimi ancora qualche giorno. Fammi godere ancora della sua bellezza, dei suoi profumi, del tepore delle sue cose, di ogni centimetro dei suoi spazi.”

“Lo sai che non è possibile. E poi sarebbe come prolungare inutilmente questa agonia.”

“Non è un’agonia. Io sto bene qui. E poi non so che cosa mi aspetta fuori.”

“Non devi aver paura. Verrò io a prenderti e ti condurrò per mano verso un altro luogo più bello e confortevole.”

“Ma io sono felice qui.”

“Non lo sei.”

“Sì che lo sono. Sono felice della mia infelicità, della mia tristezza, del mio dolore. Li ho imprigionati in questa casa per tenerli sotto controllo e non mi fanno più paura. Ormai sono solo oggetti, suppellettili, cose inanimate che non agiscono più se non per mia concessione.”

“Devi uscire.”

“Perché mi costringi ad uscire? Fuori non c’è nessuno che mi aspetta, nessuno che si è accorto della mia assenza, del mio niente nel quale sono precipitato in un giorno qualunque, oscuro e nebuloso, che non ricordo più.”

“C’è un tempo per restare e un tempo per andare via.”

“Dove mi porterai?”

“Ti porterò in un posto sicuro che ti piacerà. Fidati di me.”

“Devo proprio?”

“Devi.”

“Come farò a riconoscerti? Finora ci siamo parlati solo al telefono.”

“Aspettami fuori che arrivo tra un minuto.”

Ho aperto la porta e ho cominciato a muovere i primi passi come un bambino incerto che inizia a camminare. Ho avvertito subito un dolore lacerante in ogni parte del corpo: dallo stomaco al torace, dalle gambe alla testa come un serpente velenoso insinuatosi nelle vene, nei muscoli, nei capillari. Mi sono piegato in due e ho cominciato a piangere. Le lacrime mi hanno ingorgato il viso e sono scese giù fino agli angoli della bocca da dove si sono infilate per raggiungere il palato e poi la gola. Ho avvertito un sapore aspro, amaro e allora mi sono detto che in fondo tutta la mia vita è stata amara come queste lacrime che adesso sentivo spargersi dentro e fuori di me.

La strada davanti a me si è illuminata di colpo disegnando un percorso chiaro e lineare. Mi sono catapultato su quel fascio luminoso come un naufrago disperato che tenta di salvarsi prima di essere inghiottito dalle onde. Non ho sentito più niente, il dolore è improvvisamente scomparso e così ho proseguito verso quella luce mentre la casa di vetro crollava alle mie spalle.

 

LA CASA DI VETRO 

Racconto breve

di

Vittoriano Borrelli

 Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

La prima parte del racconto è stata pubblicata venerdì, 15 gennaio 2021.

La casa di vetro

 


Sono rinchiuso in questa casa di vetro dove custodisco ogni cosa che mi faccia stare bene. Una sorta di contenitore delle mie emozioni che ho prelevato dall’esterno per riviverle in tutta tranquillità come si fa quando si guardano vecchie foto del passato. Ma so che è soltanto un’illusione o, come si dice, un surrogato di quella che dovrebbe essere la vera felicità e il benessere dei sensi.

Da quanto tempo sono rinchiuso tra queste quattro mura bianche, fredde, asettiche come la stanza di un ospedale? Un giorno? Un mese? Un anno? Forse da tempo immemore che ho perso il conto da quando tutto questo è cominciato.

C’è sempre un inizio per ogni cosa, come un mal di testa improvviso, una fitta al cuore, un tumore. Sarà capitato anche a me che un bel giorno, per una ragione oscura ed inspiegabile, ho deciso di rifugiarmi in questo focolare domestico artato e ovattato da cui non riesco più a separarmi.

Mi chiamo Eugenio e ho cinquant’anni. Sono un uomo piacente anche se gli anni si fanno sentire a giudicare dalle rughe sotto gli occhi che ogni mattina, quando mi guardo allo specchio, mi ricordano che il tempo sta passando anche per me. Inesorabilmente.

Sono sposato? Forse. Ho dei figli? Forse. C’è qualcuno che mi aspetta? Forse.

Penso, non so se a torto o a ragione, di non essere mai stato amato e questo dubbio spiacevole mi porta a non ricordare, per scienza o incoscienza, le persone che hanno interagito nella mia vita per amore, odio, amicizia o inimicizia. 

Guardo la mia casa di vetro: luminosa, spaziosa con ogni cosa a suo posto. E’ un ordine precostituito che mi acquieta e mi dà pace. Tra me e la mia casa c’è un rapporto di osmosi e di reciproca corrispondenza.  L’uno è lo specchio dell’altra e viceversa.

Se trovo qualcosa in disordine mi faccio prendere dall’ansia di riportare il tutto ad uno status quo che, ai miei occhi, è la condizione ideale per la mia apparente tranquillità. Lavo le stoviglie, tolgo la polvere dai mobili, sistemo le suppellettili, lucido i pavimenti e tanto altro fino a che la mia casa non sia ordinata, splendente e senza macchie.

Si sa che quello che si prova dentro non è tangibile, palpabile, materializzabile, ma per me è accaduto esattamente il contrario: ho proiettato all’esterno tutte le mie manifestazioni interiori affinché prendessero forma e sostanza attraverso gli oggetti che compongono la mia casa di vetro. Una sorta di spia rivelatrice della mia affezione o disaffezione, rabbia o contemplazione, piacere o dolore.

Insomma ho dato anima al mio arredamento domestico perché parlasse e agisse per me.

Squilla il telefono, so chi è ma non voglio rispondere ...

(continua) 

(Il seguito della storia sarà pubblicato sabato, 23 gennaio 2021. Nel frattempo prova ad indovinare chi potrebbe essere la persona che telefona a Eugenio?)

Napoli muore

 


Brano a struttura atipica (strofa- intermezzo/ritornello-refrain-orchestra intercalare), musicalmente complesso, “Napoli muore” rischiò negli anni ’80 di essere prodotta dalla casa discografica Baby Records. Le titubanze della dirigenza di dare un taglio diverso alle strategie di mercato ( a quei tempi contrassegnato dai successi di Pupo e dei Ricchi e Poveri), fecero accantonare il progetto che in seguito non venne più ripreso.

 La canzone, scritta nel 1981 con la collaborazione del musicista milanese Salvatore Maniscalco che curò gli arrangiamenti, racconta le contraddizioni di una Napoli bella e maledetta nello stesso tempo, illusa e disillusa, anarchica e maestra di quella filosofia che appartiene solo ai partenopei: l’arte d’arrangiarsi.

 Napoli muore” è una canzone senza tempo nonostante siano passati ben quarant’anni dalla sua creazione. Il testo lunghissimo, come la parte strumentale che dura oltre sei minuti, è uno dei più rappresentativi de “Le parole del mio tempo” pubblicato nel 2012 dall’editore Meligrana e inserito l’anno dopo nella raccolta “Poeti in costruzione” dall’associazione culturale “I Leoni di Ferro” a scopo benefico.

 Il brano può essere ascoltato su YouTube cliccando sull’immagine in alto o accedendo a questo link: 

Le mie canzoni sono differenti.

 Di seguito il testo:

 

NAPOLI MUORE

(V. Borrelli-S. Maniscalco-V. Borrelli)

 



Napoli muore con il vento dimenticandosi di sé
Napoli muore per un bimbo che vive senza un perché
poi si distende sul mio letto e fa l’amore con me
bruciando giorni disgraziati svegliandosi nel caffè

Napoli muore consapevole della sua oziosità
e s’innamora in un bar per una stagione che verrà
poi come un vecchio aspetta che
il tempo passi senza novità

Che mondo!
Quattro puttane che ti passano accanto
e fanno il girotondo senza le mutande

Allegramente Napoli si droga e sogna per un po’
e si scatena in discoteca o legge libri in biblioteca
poi guarda il cielo e canta amore cadendo ancora nell’errore
e si traveste è un travestito e si rivede nel finito

Napoli muore in bicicletta o in tanti uffici e scrivanie
Napoli sente ma non parla è sempre in cerca di manie
e se la vita si è impiccata Napoli crede all’avventura
magari con tante valigie ed una storia un po’ più sua

Napoli muore sui cartelli di proteste appesi ai muri
Napoli muore di prostituzione e di falsi amori
non è più come una volta od è la stessa
ma cosa importa?

Che mondo!
Senza cortili e senza spazi per giocare
che idea lasciare tutto
e andare in giro a bestemmiare

Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente
quando la vita non è più sua
Napoli prega qualche santo
e grida forte: “Dammi tempo!”

Quando mangia nei digiuni o tenta la fortuna
Napoli diventa ironia
chiedendosi se la sua vita
è solo una ferrovia

Napoli muore tra cortei e scioperi internazionali
poi si confonde tra i confusi o si addormenta tra gli illusi
Napoli muore ma lo sa perciò rimane come sta
e si rassegna per la via o si ribella per apatia

Napoli muore in giradischi nelle domeniche d’inverno
oppure annega nel suo mare per depressione totale
Non è lo specchio di se stessa
Napoli piange anche se si fa festa

Che mondo!
Senza un momento da dividere in due
Morire non è più forse una ragione per vivere

Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente...

 

 

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)