TORNA DA ME

Il successo di un blog, come di un qualsiasi sito web, dipende non solo dal numero dei visitatori ma anche, se non soprattutto, da quella fascia di lettori che gli esperti classificano con il termine “returning visitors”, ovvero “visitatori che ritornano”.

E’ facile navigare tra un sito e l’altro alla ricerca di questa o quella notizia che possa interessarci. A volte lo facciamo svogliatamente e senza uno scopo preciso, un po’ come fare “zapping” con il telecomando del nostro televisore nella speranza di trovare il canale giusto o il programma che finalmente ci aggrada.

In questo via vai di frequentatori della rete sono quelli che ritornano in un determinato sito i più “papabili”, quelli che qualsiasi blogger o webmaster desidererebbe trattenere anche solo con la forza del pensiero perché restino dalle loro parti il più a lungo possibile.

Le strategie informatiche sono infinite. Ci sono ad esempio i cosiddetti SEO, Search Engine Optimization, ovvero quelle attività messe in atto per favorire la massima indicizzazione del sito nei motori di ricerca. Si usano codici (l’html, il più diffuso), parole chiavi (scegliendole tra quelle più ricorrenti) e altri stratagemmi per far sì che i contenuti del proprio sito ottengano il miglior posizionamento possibile nella rete ed essere così maggiormente visibili al vasto pubblico degli internauti. Una corsa, a volte, contro il tempo che somiglia un po’ a quella degli spermatozoi che s’inseguono e si spintonano per arrivare primi al traguardo.

Ma tutta questa “fatica” è niente se quello che scrivi non interessa. Certo, le tecnologie informatiche come quelle sopra illustrate aiutano non poco ad “orientare” il mouse verso il sito pubblicizzato, ma poi quello che conta sono i contenuti. In pochi minuti si può ottenere un numero anche significativo di visitatori ma quanti di questi sono veramente interessati?

Non v’è dubbio che un’altra “spia” sullo stato di “salute” di un sito web sia proprio il tempo di visualizzazione della pagina cliccata. Se dura pochi secondi state sicuri che è un automatismo dell’indicizzazione o, peggio, una bocciatura senz’appello.

Scrivere qualcosa d’interessante è quindi la parola d’ordine. Poi concorrono altri fattori, come  il momento più o meno propizio in cui la notizia viene catapultata nella rete, l’indagine (mista a sondaggio) sulle preferenze dei lettori ed una martellante e capziosa pubblicità.

Concludo, ed è proprio il caso di farlo, con il mio personale appello: caro lettore che sei passato da queste parti per caso o per giudizio, naviga pure per altri “lidi”. Ma se quello che hai letto ti ha incuriosito od emozionato, torna da me.

GLI AMICI SILENTI

Avrai carezze per parlare con i cani. E sarà sempre di domenica domani …”. Questi splendidi versi della hit di Claudio Baglioni, “Avrai”, sono entrati nei miei pensieri di gioventù e ancora oggi conservano tutta quella carica emozionale che mi aveva inondato al primo ascolto. L’espressione più sublime della voglia di comunicare e di ricevere calore e gioia come accade (o dovrebbe accadere) in un giorno di festa.

Sono i cani gli amici silenti, quelli che parlano con lo sguardo e dicono molto di più di ampollose parole, di frasi fatte e di circostanza cui siamo costretti ad ascoltare nel nostro mondo delle relazioni. In Natura tutto dovrebbe essere governato con equilibrio: i rapporti con l’ambiente, con gli animali e con gli uomini. Ma è un equilibrio precario, di vetro, pronto a frantumarsi non appena si registrano alterazioni più o meno significative in ciascuno di questi contesti.

Il disadattamento sociale non è cosa dei nostri giorni. C’è sempre stato fin dalla notte dei tempi ed è fortemente proporzionale alla qualità delle relazioni: quanto più queste sono reiettive delle differenze e dei diversi bisogni individuali, tanto più favoriscono l’isolamento e l’emarginazione.  

Eppure un insegnamento che “latita” nei programmi didattici quanto meno “ufficiali” è proprio l’amore per gli animali, e in particolare per i cani. Tanto si perde in termini di educazione ai buoni sentimenti.

Niente di più terapeutico può essere la compagnia di un amico a quattro zampe, vale molto di più di una seduta dallo psicologo (peraltro anche “salata”) o di interminabili esercizi ginnici per rassodare il corpo e presentarsi agli altri più sani e più belli ma con tante imperfezioni interiori.

Molto di più di una combriccola di amici che tanto parla e nulla dice, molto di più che stare su Facebook o su qualsiasi altro social network con gli amici “umanicolpevolmente silenti quando scrivi per comunicare qualcosa: un’emozione, uno stato d’animo, una richiesta di aiuto.

Avrò carezze per parlare con i cani. E non soltanto di domenica, domani…

SIGNORI, SI CHIUDE!

Per pochi giorni facciamo finta che i nostri problemi non ci siano più. Accantoniamoli in qualche angolo nascosto della nostra memoria e godiamoci queste vacanze agostane al mare, ai monti, o semplicemente in città ad ascoltare un tranquillo e conciliante silenzio.

Stacchiamo la spina, dunque. Eutanasia breve ma necessaria per ricaricare le pile e farci affrontare il futuro che ci aspetta con nuova energia e vitalità. Il famoso detto “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” è più che mai appropriato in un momento, come quello delle vacanze estive, in cui di tempo per riflettere ce n’è. E una riflessione sana aiuta quanto meno ad essere più saggi e meno impetuosi nelle risposte e nelle aspettative che ci attendiamo dagli altri e da noi stessi.

Andare (o essere) in vacanza è un diritto di tutti, costituzionalmente garantito. E poco importa se i modi di esercizio di questo piccolo o grande privilegio sono ampi e diversificati.

Le autostrade affollate di questi giorni sono un ottimo termometro rivelatore delle diverse abitudini o stili di vita degli italiani.

Sfrecciano bolidi o macchine di lusso a trecento all'ora: se gli incauti utilizzatori saranno graziati da una morte sicura, andranno a popolare le spiagge più chic della penisola o le baite di montagna d’elite.  

Ma ci sono anche utilitarie sovraccariche di bagagli con i viaggiatori che a malapena s’intravedono dai finestrini. Scendono dagli autogrill con tutta la truppa al seguito: mamma, papà e una fitta figliolanza che ci si chiede come si fa a viaggiare in spazi così ristretti. Li osservo e mi commuovo per loro. Il diritto di andare in vacanza è, almeno nei presupposti, indifferenziato e non c’è barriera sociale che possa comprimerlo.

Per questa famiglia italiana un po’ fracchiana ma autentica si prospettano spiagge libere (le mie preferite), panini imbottiti e bibite comprate a buon mercato, messe al fresco sulle sponde dei fiumi.

Si può essere felici anche così, con le piccole cose che poi sono quelle che contano di più.

E’arrivato il momento di abbassare la saracinesca. Signori, si chiude!

Non mi resta che augurare a tutti i lettori, BUONE VACANZE, ovunque voi siate. Con tutto l’affetto che posso.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

Cosa stai leggendo?”, chiedo a mia figlia che ha per mano un libricino di quelli tascabili. “Orgoglio e Pregiudizio”. “Ti piace?”. Annuisce ed io capisco che le deve piacere parecchio.

E’ nato così lo spunto di leggere il celebre romanzo di Jane Austen, anche se confesso che durante la lettura mi stavo letteralmente perdendo nella miriade di personaggi che fanno parte dell’intreccio. Ad un certo punto è stato quasi spontaneo fare qualche accostamento con la più leggera ( e melensa) soap-opera dei nostri tempi, “Beautiful”.

Che Ridge, Brooke o Stephanie, siano personaggi sovrapponibili a Darcy, Elizabeth o alla signora Bennet, è un artificio letterario per spiegare la fitta intessitura delle vicende narrate nell'una e nell'altra produzione, con la differenza che all'epoca del romanzo della Austen l’unico modo per farlo conoscere era la lettura, mentre in “Beautiful” le fonti di ricezione della soap-opera più vista nel pianeta sono ovviamente ben altre e più sofisticate.

Per leggere “Orgoglio e Pregiudizio” consiglio di tenere sotto mano un prontuario di rapida consultazione sulle relazioni parentali: si parte dalle cinque figlie che la signora Bennet desidera maritare, tra le quali la protagonista Elizabeth, per passare a Charles Bingley, ricco signorotto della tenuta di Netherfield , il quale ha due sorelle, Caroline e Hurst, un amico, Darcy, che a sua volta ha una sorella minore, Georgiana, un amico d’infanzia, George Wickham, un cugino, il colonnello Fitzwilliam, e una zia, l’aristocratica e altezzosa Lady Catherine de Bourgh. A questo punto della storia ho dovuto prendermi qualcosa per il mal di testa ma mi è subito ritornato quando ho scoperto che Charlotte Lucas, amica di Elizabeth, accetta di maritarsi con William Collins, cugino dei Bennet, apparentati a loro volta con i coniugi Gardiner, rispettivamente fratello e cognata della signora Bennet.

Insomma un groviglio di relazioni al quale si saranno forse ispirati gli autori della fiction americana per narrare le gesta dei Forrester: qui il guazzabuglio, pur contorto, è reso più semplice dai comportamenti disinvolti di Brooke Logan, passata sotto le “lenzuola” di quasi tutti i membri della famiglia: padre, figlio, cognato, nipote e figliastro. Un esempio di assenza di qualsiasi orgoglio e pregiudizio o, se vogliamo, di come questi atteggiamenti abbiano ora un significato nettamente diverso rispetto al passato.

Si potrebbe dire che il romanzo della Austen e Beautiful siano in realtà due facce della stessa medaglia, l’una antitetica all'altra. L’orgoglio di Darcy che sulle prime si rifiuta di corteggiare Elizabeth in quanto socialmente inferiore, si contrappone al “liberismo” americano di Ridge (e consanguinei), che non ci pensa due volte a farsi sedurre dalla “popolanaBrooke favorendo la sua ascesa nella ricca azienda di famiglia. E il pregiudizio di Elizabeth verso Darcy, che poi farà dissolvere dopo aver scoperto i valori morali del giovane, si contrappone al lassismo di Brooke, spinta da sfrenata lussuria che non le permetterà di costruirsi una famiglia felice, stile “mulino bianco”.

So che il paragone è paradossale ma ho voluto apposta farne uso per spiegare quanto nella società moderna l’orgoglio e il pregiudizio siano distanti anni luce rispetto ai medesimi comportamenti che si tenevano all'epoca della Austen. E un termometro rivelatore di questo cambiamento è dato proprio dall'atteggiamento dell’opinione pubblica contemporanea che non si scandalizza più né delle vicende dei Forrester né di quelle del proprio vicino di casa, perché fiction e realtà sono ormai divenuti la stessa cosa.


CANTAMI UNA CANZONE

Cantami, o Diva, del Pelide Achille...”. Molti ricorderanno questi versi iniziali dell’Iliade, poema meraviglioso di Omero che tante volte ci ha fatto trepidare durante le lezioni scolastiche sulla letteratura epica. Per il cieco vate l’intercessione di una Musa era la chiave di volta per raccontare le gesta di Achille. Oggi con molto meno si riesce a creare componimenti di ogni tipo, dalla prosa alla poesia fino alle … canzonette.

A proposito di canzonette. Si dice che l’estate dovrebbe favorire, proprio come una Musa, l’ispirazione giusta per proporre brani musicali che facciano presa sicura sul pubblico. Non più tardi di un anno fa pubblicai il post “Quel motivetto che mi piace tanto” in cui lamentavo in maniera scherzosa (ma non troppo) la scarsa qualità delle canzoni “vacanziere”, delle quali si fa fatica a ricordare anche il titolo.

Sono passati dodici mesi ma di passi avanti, almeno dal mio punto di vista, non sono stati fatti. Persino autori collaudati come Tiziano Ferro o Eros Ramazzotti, sembrano aver perso per strada quell'ispirazione che li aveva guidati fino a poco tempo fa, proprio come la Musa di Omero, a sfornare successi memorabili come “Sere nere” o “Più bella cosa”. Adesso il cantautore di Latina ha lanciato “Lo Stadio”, canzone insipida e melensa con cui si sta esibendo nei maggiori stadi italiani calandosi dall'alto come una Mary Poppins dei tempi moderni. Ma il pubblico, pur caldo e numeroso, sembra andare in delirio più per i suoi successi passati che per quelli di oggi.

Non molto dissimile in fatto di bassa qualità è l’ultimo repertorio proposto dal suo collega romano “nato ai bordi di periferia”, quel Ramazzotti tornato alla ribalta con “Perfetto”, un album che invece presenta molti difetti, primo dei quali la centellinante orecchiabilità.

Consoliamoci, si fa per dire, con i miti del momento, come Stash, vincitore dell’ultima edizione di Amici. Il “David Bowie” italiano, con la sua band "The Kolors", sta spopolando i mari e i monti dello Stivale con la sua Everytime”, e c’è da scommettere che sarà proprio questa la canzone più gettonata dell’estate 2015.

In mezzo a cotanta scelta, mi è toccato realizzare, proprio come un anno fa, il “mio” CD delle vacanze ricorrendo ai successi del passato fra i quali …

… una canzone di Antonello Venditti, "Sotto il segno dei pesci", evocativa degli anni post-sessantottini, in cui la contestazione era in realtà semplicemente un sogno da inseguire;

… una canzone di Gianni Togni "Luna," che mi faceva guardare “il mondo da un oblò”;

… una canzone di Anna OxaTutti i brividi del mondo”, che al centesimo ascolto mi fa venire ancora la pelle d’oca.

So che i miei figlioli mi punzecchieranno e mi riempiranno di sorrisini ironici quando partiremo in macchina per le vacanze. Ma ho deciso di non demordere: dopo aver ascoltato i loro cantanti preferiti, mi godrò il mio momento per fischiettare quelle belle canzoni di una volta che ancora oggi mi fanno tanto emozionare.

E come un anno fa intonerò quelle note “ingiallite” dal tempo  e sorriderò divertito.

NON TI VEDO PIU’

Occhio non vede, cuore non duole. Quando finisce una storia la medicina più efficace è quella di darsela a gambe perché in amore, anche se è banale dirlo, vince sempre chi fugge.

C’è chi invece si ostina a tenere a galla un rapporto di coppia che fa acqua da tutte le parti, forse per spirito masochista, per pigrizia, per non procurare sofferenza all'altro, per i figli o in nome di una famiglia che si vuole per forza tenere unita ma che invece è solo un tassello del mondo delle apparenze.

In tutti questi casi uno degli effetti più negativi e deleteri è l’annullamento di se stessi, la rinuncia a vivere una vita diversa perché così è scritto in un destino che si ritiene ineluttabile o che addirittura si pensa di meritare: ecco il masochismo latente o evidente che non è mai spontaneo ma figlio del proprio “curriculum vitae” travagliato e difficile.

Ne “La prossima vita” scrivo: “Si sa che il matrimonio è un’istituzione basata su determinati valori, come la fedeltà, la comprensione, il reciproco aiuto e la famiglia, che richiedono comportamenti non individualizzati ma protesi verso un bene comune accettato e condiviso. Invece tra me e Cinzia si stava verificando esattamente il contrario: le azioni e le aspirazioni dell’uno non trovavano più corrispondenza nelle azioni e nelle aspirazioni dell’altro. E così il matrimonio considerato come un contratto in cui ciascuno si impegna a concedere quello che è disposto a dare e a ricevere, veniva, nel nostro caso, ampiamente disatteso.

Ecco il fulcro del problema: Quando una coppia non cresce più allo stesso modo, alla fine … scoppia! Ci sono delle componenti che mascherano certi indizi che appaiono fin dall'inizio della conoscenza e che nel senno di poi si rivelano confermativi dell’esito finale. Una di queste componenti è l’ondata di sesso emozionale che sembra travolgere i protagonisti della storia: la c.d. attrazione fisica che fa sommergere qualsiasi “ragionevole dubbio” sulla tenuta della relazione. In nome di questa attrazione quanti matrimoni o convivenze sono naufragati al … sorgere del sole!

Le cause della crisi dell’amore sono così tante che alla fine … si annullano a vicenda. Lo scrivono i poeti e i cantanti, come il mitico Riccardo Cocciante nella sua “Quando finisce un amore”, una delle canzoni più belle e toccanti del suo repertorio:

Eppure non c’è mai una ragione perché un amore debba finire …”.





IL MALE DI VIVERE

La vita è bella”, recitava Benigni nel film che gli è valso l’Oscar qualche anno fa. Ma nella realtà è davvero così? Se si guarda al ciclo di una giornata, c’è sempre l’alba dopo il tramonto, così come le quattro stagioni che si susseguono l’una all'altra nell'infinito divenire delle cose, perché l’inizio e la fine sono intervalli ambivalenti, tutto si ripete e si rinnova e niente finisce per sempre.

Basterebbe partire da queste semplici considerazioni per ricavare forza reattiva ai dispiaceri e alle sofferenze che si avvertono ogni giorno e che fanno più male del dolore fisico.

Eppure c’è sempre un bastardo pronto a rovinarti la “festa”, a colpirti quando stai per rialzarti e a intrufolarsi nella tua mente e nella tua anima fino a divenire “invisibile”. Quando pensi di averlo definitivamente allontanato da te, ti accorgi che è ancora molto presente, soprattutto quando devi fare delle scelte, e quella più importante è proprio la scelta di vivere.

Sta suscitando scalpore in questi giorni la vicenda di Laura, giovane belga di ventiquattro anni che ha chiesto ai medici l’eutanasia per porre fine alla sua depressione, male che per lei è divenuto incurabile. “La morte è percepita da me non come una scelta. Se potessi scegliere, vorrei una vita sopportabile, ma ho provato di tutto e non ha avuto successo”. In Belgio la legislazione consente ai medici di praticare l’eutanasia a richiesta del paziente quando non c’è più alcuna speranza di guarigione.

E’ una questione etica che s’interseca con quella medico-scientifica. L’atrocità del dolore mentale o interiore, quando diventa irreversibile, è posta sullo stesso piano del dolore fisico che accompagna i malati terminali ad una morte sicura, sicché per i pazienti dell’uno e dell’altro tipo di sofferenza la scelta suprema di “staccare la spina” assume pari valenza.

Il male di vivere pesa quanto le metastasi tumorali e forse ancor di più sotto il profilo delle contromisure: l’efficacia del trattamento farmacologico della depressione non è disgiunta dal successo della terapia psicologica ed affettiva per la quale è richiesta, giocoforza, l’adesione e la collaborazione del paziente.

E’ un male sociale sempre più dilagante che fonda le sue radici sulla cronica anaffettività, diretta o indotta dal mondo delle relazioni, dal contesto ambientale e dalla (mala) educazione familiare. Colpisce soprattutto i giovani, ma è una tendenza che si sta stratificando in maniera trasversale a prescindere dall'età e dall'estrazione sociale. Segno, forse, di una decadenza di valori sempre più vertiginosa.

E’ un male che nasce anche dall'insicurezza e dall'incapacità di reagire con spirito positivo e propositivo alle avversità, piccole o grandi che siano. Ricordo che un mio compagno di scuola aveva la mania di strappare oggetti di carta: pagine di libri, quaderni e persino manifesti affissi ai tabelloni delle vie. Un giorno gli chiesi perché mai avvertisse questo bisogno così bizzarro. E lui mi rispose: “Distruggo perché non so costruire.”

Le cause e i rimedi sono così svariati e incontrollabili che ho un sogno ricorrente: quello di trovarmi su un’isola di pace insieme alle vittime del dolore per accoglierle tutte in un lungo abbraccio. Ambiziosa e chimerica aspirazione di far sparire, come per incanto, ogni sofferenza senza avere più paura della notte.

Sarà un sogno impossibile ma dopo tutto, alla fine di un tramonto, c’è sempre un’altra alba da scoprire.

TI LASCIO UN PENSIERINO

A buon intenditor, poche parole”.  Il dono della sintesi sta tutto qui. Non amo i discorsi articolati, la circospezione delle parole che sembrano voler dire tutto ed invece non comunicano alcunché.  Se fosse possibile parlerei solo con lo sguardo. Non si dice, forse, che gli occhi sono lo specchio dell’anima?

Per fortuna ci sono gli aforismi, massime e pensieri di poche righe in cui si concentrano i significati più autentici dell’umana concezione. Amore, amicizia, società e costumi, l’agire dell’uomo in tutte le sue contraddizioni. Insomma, l’essenza della vita … in un attimo!

Gli antichi erano soliti esprimersi per aforismi, primo esempio di comunicazione del pensiero alla stregua degli spot pubblicitari dei tempi moderni. Due forme di messaggio diversissime tra loro sia nella struttura che nel contenuto, ma con un tratto comune rappresentato dalla semplificazione e immediatezza del concetto base cui s’ispirano senza usare troppi giri di parole.

Sono un appassionato di enigmistica e in particolare delle massime che si leggono a margine dei cruciverba. E’ pur sempre una forma di cultura, sia pure spicciola e sbrigativa, che mi aiuta a tenere in esercizio la mente sgomberandola di altri e più impegnativi pensieri.

Non a caso ho accettato di buon grado la proposta della redazione di “frasicelebri.it, sito che si occupa per l’appunto di aforismi, consentendo la pubblicazione su questo blog della frase del giorno.

Mi sono cimentato in questo particolare vezzo con alcuni personali pensierini che lascio volentieri alla lettura degli appassionati del genere.

Eccoli:

Un sorriso fa bene alla vista, ma tanti sorrisi possono accecare.

Niente di più bugiardo può essere uno specchio che non riflette l’anima di chi si guarda.

Non c’è peggior solitudine ch’esser soli con i propri sogni.

Sono le piccole cose che fanno grandi gli uomini.

Non lasciare che sia la parola a correre più velocemente del pensiero.

E’ più sopportabile la cattiveria di un nemico che la finta bontà di chi si professa tuo amico.

Le parole valgono meno delle azioni che compi.

Non arrabbiarti se gli altri non ti comprendono, può darsi che non ti sei spiegato bene.

Il segreto per vivere a lungo è non immischiarsi nelle faccende degli altri.

La passione è una fiamma che si spegne non appena il vento si alza un po’ di più.

A volte c’innamoriamo dell’impossibile e dal possibile facciamo di tutto per allontanarci.


I MERCANTI DELLE PAROLE

Blog e siti web infiniti, come le parole che viaggiano in spazi paralleli senza incontrarsi mai, senza sapere l’una del significato dell’altra. La costruzione del pensiero che non ha sintassi, né regole basilari fondate sulla logica e compiutezza del proprio parlare.

E’ quanto sta accadendo (ed è già accaduto) nel mondo di internet e dei social network, in nome di una democrazia impura e incontrollata. Il diritto di parlare predomina sui suoi contenuti, l’importante è dire qualcosa, non importa come e perché. Sopravvivenza del proprio essere per farsi largo a spintoni in mezzo a tanta moltitudine quale antidoto, in molti casi, alla propria immensa solitudine.

L’informazione variegata, disordinata e senza freni rischia di produrre il risultato opposto: disinformazione, confusione e false convinzioni. Sempre più spesso si ascoltano commenti del tipo “L’ho imparato da internet”, “L’ha detto il mitico mister X, e se l’ha detto lui c’è da crederci sul serio!”

I nuovi (falsi) eroi dell’era multimediale sono i mercanti delle parole, quelli che vendono fumo ( e niente arrosto) attraverso slogan insidiosi, pomposi e allettanti come esche vaganti in cerca di pesciolini pronti ad abboccare.

Si vendono parole, e nemmeno a buon mercato. Sulla rete impazzano proposte di ogni tipo: dall’indicizzazionesicura” del proprio sito a suon di euro, a video o prontuari che riciclano qua e là informazioni su come vendere il proprio prodotto e ottenere guadagni sicuri, il tutto alla “modica” cifra di 100-200 euro per ogni acquisizione (ma ve ne sono altre a tariffe maggiori). Sono proposte che non garantiscono mai il risultato perché il rischio è tutto dalla parte del compratore.

In questo marasma di offerte vi sono aspetti meno venali ma che possono produrre danni ben peggiori. Mi riferisco in particolare alla qualità e veridicità delle informazioni, spesso tra loro contrastanti. Il caffè fa male? Ma no, ci sono studi che sostengono il contrario. Vuoi essere magra come una modella? Ecco quello che devi fare. Trovata una nuova cura per il cancro

Non dico che internet non abbia facilitato la ricerca delle informazioni, aperto le porte verso meandri della conoscenza un tempo inesplorabili. Ma tutto deve essere assistito dalle proprie o altrui competenze rigorosamente comprovate. E in questo la cultura del sapere e una buona dose di (sana) educazione filiale possono giocare un ruolo decisivo.

In altri termini c’è bisogno della capacità di discernimento per distinguere le informazioni vere o attendibili da quelle false e tendenziose. Una capacità che può essere acquisita solo attraverso lo sviluppo delle proprie conoscenze culturali.

Perché i mercanti delle parole sono sempre in agguato e possono nuocere più di quanto si pensi.

NON BACIARMI! - PARTE FINALE

Conoscevo il dott. Saggiomo da cinque anni. Dicevano che era il miglior parodontologo che ci fosse in circolazione. Mi fidavo ciecamente di lui e avevo deciso di sottopormi alla sue cure senza avere il minimo dubbio che la terapia potesse fallire.

Al termine del ciclo di visite, che mi erano costate oltre ventimila euro e un prestito con una finanziaria sanguisuga, ero pienamente soddisfatto del risultato ottenuto. Finalmente potevo sorridere liberamente senza dover mettere la mano davanti alla bocca o desistere nell'approccio con Mafalda, la mia datrice di lavoro di cui mi ero invaghito.

Ora si dirà: come si fa a perdere la testa per una che ha un nome così? Niente di più facile se in palio c’è un posto come direttore nell'azienda. In verità non ero innamorato di Mafalda ma del suo ruolo di comando sì, e direi pure immensamente. Peraltro non era nemmeno granché: sedere basso e seni un pò più grossi di due mandarini, nonostante portasse reggipetti dell’ultima generazione che tuttavia mostravano un rigonfiamento nell'ampia scollatura troppo vistoso e innaturale. Ma aveva dalla sua il portamento, sempre ben vestita e quell'aria da maestrina saputella, forse dovuta alla sua posizione di vertice nell'azienda, che me la faceva apparire terribilmente attraente.

Aspettavo l’occasione, e per uno come me, arrivista e senza scrupoli, l’occasione fa sempre l’uomo ladro. Con una dentatura perfetta potevo dispensare sorrisi a destra e a manca fino ad attirare l’attenzione del “mia” Mafalda che un giorno, finalmente, si accorse di me:

“Hai un sorriso accattivante, Giacomo. In questa azienda c’è bisogno di gente allegra come te.”

Ho raccolto il suo complimento come un invito a nozze.
“Per un’azienda che produce dentifrici, il sorriso è fondamentale. Non credi?”
“Certo. Vedo che sei anche bravo, a giudicare dagli ultimi reports sulle vendite.”
“Ne possiamo discutere meglio se accetti di venire a cena con me stasera”.

Abboccato in pieno. Era la serata della mia vita, quella in cui avrei dovuto esporre tutti i miei progetti a colpi di sorrisi, ammiccanti e maliziosi, pur di entrare nelle grazie di Mafalda. Per l’occasione mi ero vestito a nuovo, con un abitino che mi era costato la bellezza di ottocento euro. Mi ritorneranno di sicuro, pensavo tra me, non appena otterrò il posto di direttore.

Ordinammo della carne: filetto di manzo con insalata mista per lei, ossobuco e patate gratinate per me. Non l’avessi mai fatto. Dopo il primo boccone si scatenò nella mia bocca … l’inferno! Avete presente la demolizione di un palazzo che con un solo colpo viene raso al suolo? Gli incisivi superiori, nuovi di zecca, si staccarono dal loro alloggiamento impastandosi nel pezzo di carne, forse eccessivamente duro, divenendo una cosa sola.

Imbarazzo totale. Il sorriso mi si spense in un attimo come una nuvola grigia apparsa improvvisamente davanti al sole. Risultato: cena interrotta e … tutti a casa!

In macchina, tra me e Mafalda era sceso il silenzio. Non più chiacchiere e risate che avevano animato la nostra conversazione all'andata, ma solo un mutismo assordante nel quale vedevo frantumarsi il sogno di diventare il testimonial dell’ultimo dentifricio prodotto dall'azienda.

Arrivammo al cancello della splendida villa di Mafalda che intanto, per tutto il tragitto, non aveva distolto minimamente lo sguardo davanti a sé. Mi accostai per salutarla e per tutta risposta mi giunsero queste gelide parole:

Non baciarmi!


NON BACIARMI!

Racconto breve in due parti di Vittoriano Borrelli

Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale.

La prima parte è stata pubblicata in data 5 giugno 2015

UN MENESTRELLO DEI TEMPI MODERNI

Chi ha passione per la cultura non pone limiti al proprio estro ed è pronto a spaziare in qualsiasi ambito di questo fantastico mondo pur di far arrivare al lettore le emozioni più pure e dirette. Potrebbe essere racchiuso in queste poche ma concise parole il ritratto di Bonifacio Vincenzi, bravissimo scrittore calabrese e autore di tante opere interessanti, variegate e poliedriche come il suo curriculum, corposo e ricco di esperienze letterarie.

Dalla prosa alla poesia, dalla promozione di eventi culturali alla recensione di libri, passando per la letteratura per ragazzi con una particolare predilezione per i racconti brevi, tutti scritti con sapienza e abilità stilistica.

Opere come “Shakira, uno sguardo dal cuore”, o come “L’apprendista Babbo Natale”, tanto per citarne alcune del suo vasto repertorio, sono raccontate con quella capacità di sintesi narrativa appannaggio di pochi, che gli vale il riconoscimento, almeno secondo il mio personale giudizio, di un cantastorie evoluto e ben proiettato nel terzo millennio. Un menestrello dei tempi moderni.

Ma ecco l'intervista:


IO: Hai un curriculum di tutto rispetto. Una produzione letteraria significativa e condita da esperienze di vario genere nel campo culturale: giornalista, scrittore, poeta, recensore, direttore di premi culturali. In quale di questi ruoli ti trovi particolarmente a tuo agio?

BONIFACIO VINCENZI:  Ho cominciato che ero giovanissimo pubblicando il mio primo libro di poesie. Ed avevo poco più di vent’anni quando ho organizzato per la Pro Loco del mio paese il mio primo premio nazionale di letteratura. Poi è venuto tutto il resto. Amo moltissimo la poesia, la narrativa e il teatro. Ma in più di trentacinque anni di attività ho diretto due riviste letterarie importanti. Sedici volumi in tutto, in parte monografici, dove ci siamo occupati dei maggiori scrittori italiani del novecento. Senza contare che ho prefato, recensito, presentato centinaia di libri e di autori. Alla luce di tutto questo,  credo che non sia affatto esagerato affermare che ormai mi trovo a mio agio in tutto ciò che decido di fare.

IO: Hai sviluppato una particolare predilezione per i racconti brevi. In molti dei tuoi lavori il filone della storia breve sembra una costante. Perché questa scelta? Ti sei ispirato a qualche famoso novelliere?

BONIFACIO VINCENZI: In questo caso la risposta temo che sia molto più banale. Gli anni delle riviste e i venticinque anni  in cui sono stato presidente dell’Istituto Culturale della Calabria “Il Musagete” mi hanno portato via moltissimo tempo. La scelta è stata obbligata. Non potevo andare oltre la storia breve, non avevo il tempo per poter dare alle mie storie un respiro più lungo.

IO: Il tema dell’omicidio che affronti nella tua ultima opera, “Testimone un cane e altri racconti è di grande attualità. Perché hai scelto di soffermarti sul profilo psicologico di chi è autore di questi orrendi crimini?

BONIFACIO VINCENZI: Per cercare di capire. Ci si sofferma sempre sulla vittima. È un fatto istintivo, emozionale, sacrosanto. Ma il problema non è mai la vittima. La vittima è sempre e comunque innocente. La domanda che continuo a pormi è sempre la stessa: cosa spinge un uomo a uccidere in modo così efferato la donna che dice di amare?  Quanto di se stesso è presente quando decide di farlo? Dovremmo soffermarci molto di più sul carnefice. Certo, condannarli sempre e comunque, come accade anche nella storia che racconto. Ma anche cercare di capire per poter  fermare il mostro prima che uccida.

IO: Secondo te c’è una responsabilità sociale nei confronti di tanti episodi di cronaca nera che accadono quotidianamente?

BONIFACIO VINCENZI: Non credo. Come tutti, sono infastidito dal fatto che i mezzi di comunicazione di massa diano troppo la precedenza alla cronaca nera. Non credo affatto che lo facciano per insegnarci qualcosa sulla nostra società attuale. Hanno altri interessi, l’audience, la pubblicità, ecc. Mi piacerebbe vedere  in televisione un programma in prima serata con poche centinaia di migliaia di spettatori senza che venga poi soppresso il giorno dopo. Questo sarebbe l’unico modo sano per tentare di migliorare la società e il genere umano. Invece si preferisce seguire i gusti delle masse che certo non sono  edificanti. Ritornando alla domanda, il concetto di responsabilità sociale è un concetto molto discutibile. Non è uno  o più episodi di violenza che colpiscono molto a farci avere un’idea chiara della società in cui viviamo. A mio avviso c’era molta più violenza privata  intrafamiliare  un secolo fa che nei giorni nostri. Più corretto, per un buon giornalista, sarebbe fare un discorso di come le istituzioni reagiscono concretamente di fronte a certi gravi episodi di violenza,  invece di accamparsi per mesi davanti alle case degli assassini.

IO: In “Shakira-uno sguardo dal cuore” la struttura della storia è un intercalare di emozioni e di stati d’animo raccontati a vari livelli. L’opera non tradisce le attese del titolo: favoleggiante e a tratti anche intimistica. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro su un personaggio così famoso come la pop star colombiana?

BONIFACIO VINCENZI: Ho da sempre un grande amore verso la figura e l’opera di Gabriel Garcia Márquez. Una volta lessi per caso una sua dichiarazione in cui lui parlava in toni entusiastici della pop star colombiana. La cosa mi colpì moltissimo. Io allora di Shakira conoscevo solo il nome. Quando decisi di approfondire per conoscerla meglio capii perfettamente la visione dell’autore di “Cent’anni di solitudine”. Shakira è molto più di una semplice cantante e chi leggerà il mio libro capirà  perché.

IO: L’apprendista Babbo Natale”, altra tua opera ben raccontata, rievoca nello stile le bellissime storie di Gianni Rodari. Qual è il tuo rapporto con la letteratura per ragazzi?

BONIFACIO VINCENZI: Un rapporto bellissimo e appagante. Proprio in questi giorni ho finito l’ultimo mio romanzo per ragazzi: “Il mondo di CeileStoria di un bambino etrusco” dove mi sono divertito a immaginare la quotidianità  di un bambino al tempo degli etruschi. E a settembre usciranno per una casa editrice romana i primi due episodi di “Zoira & Max”, una gatta e un cane che non fanno che litigare dalla mattina alla sera ma che nei momenti importanti dimostrano sempre quanto sia solido il loro rapporto di amicizia. Decisamente questo genere mi appassiona molto, merito anche dell’illustratrice Germana Di Rago con cui collaboro da tantissimi anni. È lei che illustra tutte le mie opere per ragazzi e devo darle il giusto merito perché, se non fosse stata per la sua insistenza,  molte opere neppure le avrei scritte.

IO: La figura femminile è spesso al centro di molte delle tue opere come “Per sole donne-Un amore di carta”.  Qual è il messaggio che hai voluto diffondere?

BONIFACIO VINCENZI:  Il messaggio è uno soltanto: una donna la si può solo amare e un uomo che eserciti un qualsiasi tipo di violenza su di lei non è degno di appartenere al genere umano.

IO: La poliedricità che ti contraddistingue è un punto di forza della tua carriera letteraria o è piuttosto la risultante della tua grande passione per la cultura?

BONIFACIO VINCENZI: Non so se sia o meno un punto di forza. Quello che so per certo è che è, come dici tu, la risultante della mia grande passione per la cultura.

IO: Con lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche per la diffusione on-line della lettura pensi che la cultura ci abbia guadagnato?

BONIFACIO VINCENZI: È ancora difficile pronunciarsi in proposito. Adesso veramente pubblicano tutti. Centinaia di migliaia di libri si accumulano in  rete e la confusione regna sovrana. Comunque i tempi cambiano e bisogna adeguarsi anche se penso che il cartaceo è difficile che scompaia del tutto.

IO: Hai altre passioni oltre alla letteratura?

BONIFACIO VINCENZI: In gioventù ho avuto una grande passione per il calcio. Ce l’ho ancora anche se ormai sono anni che non tiro più un calcio ad un pallone. Proprio in questi giorni ho iniziato a scrivere un libro sul grande Torino. È un progetto che accarezzavo da tempo perché adoro questa squadra e non soltanto per le gesta calcistiche. Sarà un percorso, come al solito, sul filo delle emozioni. Il libro riuscirò a finirlo, credo, questo autunno.

IO: Quali sono i tuoi progetti futuri?

BONIFACIO VINCENZI: Come ti dicevo ho molti libri in uscita. A luglio con LietoColle uscirà la mia raccolta di poesie “Le bambine di Carroll”; a settembre usciranno i primi due episodi di “Zoira & Max”. Ho un romanzo di letteratura fantastica pronto, “Il raduno”, ma che non pubblicherò subito anche perché mi piace molto seguire i miei libri e da luglio a ottobre sarò impegnato con la promozione del  libro di poesie. E poi, come ti dicevo, voglio finire al più presto il mio libro sul grande Torino.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

BONIFACIO VINCENZI: I miei libri, sia cartacei che gli e-book, si  possono trovare  nelle maggiori librerie on-line:  Amazon, IBS, Libreria Rizzoli, Kobo Books, ecc. Oppure, ordinandoli direttamente presso la casa editrice.

IO: Grazie per l’intervista. I miei in bocca al lupo per tutto quanto desideri.

NON BACIARMI!

Gira a destra. Gira a sinistra. Esegui un’inversione a U consentita.” Il navigatore della mia auto ha deciso di farmi impazzire in mezzo a queste strade sconosciute in cui mi sto perdendo senza trovare l’indirizzo giusto. Uno zig-zag da far rabbrividire persino gli automobilisti più esperti, quelli che fanno dell’asfalto il loro percorso di vita quotidiana. Fortuna che c’è poco traffico e a parte qualche colpo di clacson e invettive del tipo “Ma chi ti ha dato la patente?”, riesco finalmente ad arrivare a destinazione.

Scendo dalla macchina visibilmente intontito, come se fossi approdato da quelle parti con un atterraggio di fortuna, mi sistemo il soprabito e mi guardo intorno. Una fila di palazzi, tutti di color grigio, mi appare davanti assemblandosi perfettamente allo scenario autunnale di questa giornata di fine ottobre. Tiro dalla tasca della giacca un foglietto sul quale avevo annotato l’indirizzo e controllo il numero civico: 279, lo stesso che leggo sulla targa di un vecchio portone a pochi metri da dove ho posteggiato.

Entro nell'ampio androne che si presenta con due ingressi laterali e al centro una guardiola nella quale troneggia un omino annoiato e tarchiato che mi fa cenno di avvicinarmi:
“Chi sta cercando?”
“Il dott. Saggiomo, il dentista.”
“Scala A, a destra, primo piano”.

La segretaria occhialuta mi accoglie con un sorriso di cortesia facendomi accomodare nella sala d’aspetto piena di poltrone in pelle, tavolini bassi con riviste sparse sui ripiani in vetro e un ficus rigoglioso all'angolo delle due finestre. Non ci sono altri pazienti, decido di restare in piedi fingendo di concentrarmi sull'orologio appeso alla parete che dà sul corridoio. Segna le 19 e 40 e d’istinto lo confronto con il mio che invece è avanti di qualche minuto.

“Sig. Ferri, venga pure.”

Sono di spalle ma riconosco la voce inconfondibile del dott. Saggiomo.  Mi giro e lo vedo con il suo fedele camice bianco che mi sorride mostrandomi una dentatura perfetta e bianchissima. Tutti i dentisti sono così. Non hanno la minima carie o macchiolina che sia visibile al microscopio. Per forza! Con tutto quello che guadagnano se lo possono permettere.

“Ha avuto difficoltà a trovare il mio nuovo indirizzo?” Per niente, solo qualche epiteto e il rischio di essere fermato da una volante, penso tra me.

“Mi sono trasferito da poco. Il vecchio studio era diventato troppo piccolo per me.” Ma guarda! Non sarà forse per le parcelle salatissime che appioppi a noi poveri clienti? Brutto deficiente! Continuo a rimanere in silenzio ma i pensieri galoppano a tutta velocità.

Il dott. Saggiomo mi dice di stendermi sul lettino e intanto si volta per tirare fuori da un cassettino quello che serve per la visita. Rimango in piedi e aspetto. Ecco che si gira verso di me e a quel punto estraggo la pistola dalla tasca. Non ci penso un attimo, partono due colpi che lo trafiggono proprio al centro del petto. Lascio cadere l’arma e scappo via. 
(Continua)
SECONDO TE PERCHÉ' IL PROTAGONISTA DI QUESTO RACCONTO BREVE DECIDE DI SPARARE AL DENTISTA? PROVA AD INDOVINARE IL FINALE PRIMA DELLA SECONDA PARTE CHE SARA' PUBBLICATA IL GIORNO 12 GIUGNO 2015.

LA VITA CHE SFUGGE

Gli episodi di cronaca nera sono ormai una costante dell’informazione mass-mediale e un ottimo spunto per i talk-show televisivi pronti ad accaparrarsi per primi “il fatto del giorno” a colpi di audience. Se un tempo queste notizie costituivano l’eccezione, oggi sono purtroppo la regola, ancorché distorsiva e fuorviante delle umane coscienze.

Femminicidio, delitti passionali, pedofilia, un carosello degli orrori che sfila impetuoso davanti a una miriade di occhi che osservano ma molto spesso non vedono oltre la facciata di questi terribili misfatti.

Elena Ceste, scomparsa nel gennaio 2014 e trovata seppellita nei pressi di Asti a pochi passi da casa. Della sua uccisione è accusato il marito, Michele Buoninconti, che dal carcere si proclama innocente. L’indagine accerterà una personalità fragile e succube della vittima che la terrà ai margini del mènage familiare e che la costringerà a costruirsi una vita parallela e virtuale sui social network.

Roberta Ragusa, scomparsa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, in provincia di Pisa. Anche in questo caso gli indizi portano al marito, Antonio Logli, recentemente prosciolto per “non luogo a procedere”, formula che equivale a dire che non c’è omicidio senza cadavere e quello di Roberta non è stato ancora ritrovato.

Che cosa hanno in comune queste due sfortunatissime donne oltre che essere entrambe scomparse nello stesso mese del gelo e della neve? La vita che sfugge da ogni angolo della loro povera e infelice esistenza.

Recentemente sul settimanale Giallo è apparsa una lettera scritta dalla Ragusa al marito poco prima di scomparire: “Vorrei essere al centro delle tue attenzioni, vorrei sentirti dire che ti dispiace di vedermi stanca. Io privo me stessa di tutto, ma tu vivi la tua vita fuori da questa casa e fuori da me. Non ricordi mai nulla e anche oggi, per esempio, non ti sei ricordato dell’anniversario: l’ennesima delusione.” Per intanto, in attesa del suo ritrovamento (semmai ci sarà), il marito si “consola” con l’amante Sara Calzolaio, la baby-sitter dei loro figli che è subentrata in tutti i ruoli della Ragusa.

I messaggi sul cellulare o su Facebook di Elena Ceste, pur senza comprovare tradimento alcuno, sono la testimonianza del disagio e della profonda solitudine della donna che accomuna molte altre alle prese di una quotidianità anonima, vissuta con sentimenti inespressi e intrappolati da un ruolo di facciata imposto dalla comunità.

Sono delitti apparentemente “individuali”, consumati tra le mura domestiche, dei quali però si avverte una responsabilità sociale data dall'indifferenza e dalla chiusura a qualsivoglia richiesta di aiuto e di solidarietà. 

Ecco che per Elena e Roberta è proprio la vita che sfugge e che è sfuggita in una gelida notte a fari spenti e senza nome …