NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di andare alla polizia?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non ti crederebbero mai.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato questa bella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Tranquillo! Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

BLOG RETRO: 27.07.2018

UN CICERONE NAPOLETANO


Metti una studentessa universitaria che decide di realizzare una tesi su Luciano De Crescenzo. Metti lo scrittore partenopeo che si offre di accompagnare la giovane laureanda nei luoghi in cui ha vissuto. Il risultato è un viaggio nella terra del sole come lo fu per Dante nella Divina commedia. 

Il paragone forse è eccessivo ma ha dalla sua il sapore della reminiscenza, la riscoperta di quel passato che ci ha visto crescere, patire e gioire in tutti gli aspetti emozionali della nostra vita. Perché noi siamo ciò che siamo stati. 

Si potrebbe racchiudere così il senso del libro di De Crescenzo pubblicato nel 2014, “Ti porterà fortuna” con il sottotitolo “Guida insolita di Napoli”. L’inferno e il Purgatorio, per riprendere l’opera di Dante, altro non sono che quelle turbolenze giovanili del celebre scrittore-filosofo riemerse nell'itinerario dei ricordi. In verità c’è un passaggio del libro che ricorda proprio la Divina Commedia: quando l’autore e la studentessa Carla si ritrovano nel Cimitero delle Fontanelle, per i napoletani “O campusant’ d’e Funtanelle”, situato in alcune grotte tra i rioni Sanità e Vergine. Una specie di ossario comune davanti al quale un tempo si pregava affinché coloro che vi erano sepolti potessero veder ridotto il tempo da trascorrere in Purgatorio. Qui il Cicerone-De Crescenzo commenta: “Piuttosto che passare l’eternità a bruciare tra le fiamme dell’Inferno o in compagnia di un qualche santo in Paradiso intento a raccontarmi in ogni singolo dettaglio il proprio martirio, di sicuro preferirei trascorrere il più tempo possibile in Purgatorio.” 

Attraverso le vie della città partenopea, i due improvvisati viaggiatori incontrano personaggi che hanno avuto un qualche legame con la vita dello scrittore, con le loro storie e le loro fedeli abitudini. Come Raffaele, il guardiano dei parcheggi che a distanza di quarant'anni si trova a fare lo stesso lavoro: “Don Lucia’, sono stato sempre qua. Mai un viaggio, mai uno spostamento. Qualche volta sono stato a passeggio vicino al mare, ma non ho trovato il coraggio di tuffarmi, pur avendone un desiderio forte. Lo sapete, non avrei mai trovato la forza di mettermi in costume. Con la mia complessione antiestetica.” 

O come Gennaro, il barbiere dalle tariffe stracciate, la cui bottega è definita da De Crescenzo l’università del vero dialetto napoletano. Qui i due compagni di viaggio assistono a una conversazione tipica tra i frequentatori abituali della bottega incentrata sulle lunghe code alle poste: 

Stammatina me so’ pigliat ‘nu tuossec mai visto” (Stamattina mi sono arrabbiato). 
“T’a fai cull’ova, ‘a trippa” (La fai con le uova la trippa, per dire di voler affrontare una situazione difficile). 
Questo succede perché tu insisti, Enrì, ad andare alla posta al Chiatamone. Ti ho sempre detto: vai al corso, là c’è mio cognato”. 
Eh, ‘o jamm’ a piglià a Agnano”, vostro cognato. Chill’nun ce sta mai”. (Andare a prendere ad Agnano è un modo di dire per indicare l’irreperibilità delle persone. Un tempo era considerata la zona più remota di Napoli). 

In queste poche battute c’è tutta la napoletanità verace e spontanea, spesso ispiratrice di tante commedie celebri come quelle scritte da Eduardo De Filippo o dallo stesso De Crescenzo nel film che lo ha reso famoso “Così parlò Bellavista”. 

Carla è letteralmente rapita dai racconti di De Crescenzo, lo incalza con le domande fino a scoprire, ad esempio, che il gioco del lotto, tanto praticato dai napoletani, nacque al Nord alla fine del Cinquecento, che la genovese, piatto partenopeo a base di cipolle e avanzi di maiale, nulla ha a che fare con il capoluogo ligure, e che a Napoli ogni quartiere è un “teatro” a balconi dove si assiste “lo spettacolo offerto dalla vita di strada.” 

E’ un libro scorrevolissimo, pieno di spunti di riflessioni, che consiglio a chi ha voglia di scoprire qualcosa di più su questa bellissima (e turbolenta) città. De Crescenzo ancora una volta ha fatto centro con la sua verve e la sua godibilissima ironia partenopea. 

Giudizio: Ottimo. 

Non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela. 
Ci vuole anche fortuna, 
o, come diciamo qua a Napoli, “ciorta”. 
E sorridi, che è l’unico modo per aiutare la sorte.” 




BLOG RETRO: Già pubblicato in data 17 aprile 2015

LE MANI SU DI ME


Faccio la vita da quando … è passato così tanto tempo che non ricordo più da quando ho iniziato a battere il marciapiede. Necessità? Senso di colpa? Piacere di farmi del male? Forse saranno state tutte queste cose messe insieme o forse nessuna perché certe scelte sono così forti e innaturali che non c’è mai una ragione per giustificarle. 

Mi chiamo Generosa, nome che mia madre mi donò come simbolo della sua battaglia sociale a favore dei poveri e dei derelitti. Faceva parte di un’associazione di volontariato dedita agli emarginati, ai disadattati e sventurati del pianeta, sempre presa ad organizzare campagne e iniziative in difesa dei diritti civili. L’ho delusa, come ho deluso tante altre persone che hanno scommesso su di me. 

Se non ricordo gli anni che avevo quando tutto è iniziato, ho invece ben presente le circostanze che mi hanno indotto ad imboccare quella che per i benpensanti è la strada della maledizione e della perdizione eterna. Non parlo della ragione principale, la si capirà dal mio racconto, ma di un aspetto particolare che fa da cornice a questo “lavoro”: il fuoco. 

Bambina passavo ore intere seduta sulle ginocchia di mio padre a guardare il camino di casa mia. Ero affascinata dalle fiamme che si sprigionavano dai ceppi rosolati, ampie e folgoranti che m’inondavano di calore e di vitalità. Quasi mi commuovevo nell'assistere a quello spettacolo luminoso fatto di scintille intermittenti che si perdevano e si rigeneravano nell'aria. Mi piaceva udire lo scoppiettio della legna bruciata che scandiva lo scorrere del tempo dei miei inverni di città. 

Il fuoco, si sa, viene utilizzato dalle prostitute non solo per segnalare la loro presenza ai clienti, ma anche per tenere ben caldo le loro parti intime per offrirle alle migliori condizioni. Per me ha rappresentato per un certo numero di anni la verginità. Come le Vestali, vergini per antonomasia, che utilizzavano il fuoco a simbolo della loro purezza eterna. 

Dopo aver perso la mia innocenza mi è rimasto il fuoco quale unico appiglio che mi ha tenuta legata, sia pure solo idealmente, al ricordo della bambina che ero stata un tempo e che il tempo stesso aveva voluto seppellire in qualche parte di me. Per sempre. 

Da un giorno all'altro ho abbandonato la mia infanzia diventando la donna che sono adesso. Ho cambiato il mio nome in “Genè”, un francesismo che ho utilizzato per dare un tocco di esotico al mio personaggio e ho acceso tanti di quei falò per sentirmi ancora viva tra le fiamme mentre tutto si spegneva dentro di me. 

Con gli uomini ho voluto però fare un patto: niente mani su di me, sarei stata io a condurre il gioco, a procurar loro quel piacere tanto effimero quanto evanescente facendo uso esclusivamente dei movimenti accorti e studiati del mio corpo. 

Ci sono riuscita con la gran parte dei miei clienti, ubbidienti e qualcuno anche masochista. Per gli altri un po’ focosi ci pensava Gaetano, il mio compagno, a ristabilire le regole. Era soprannominato “Lo spostato” per i suoi modi bruschi, un vero e proprio troglodita ma a me ha fatto comodo almeno fino a quando è durata la mia esperienza sulla strada. 

Ora mi sono messa in proprio. Ricevo i clienti nel mio attico al quartiere Parioli di Roma. Sono diventata una prostituta di lusso, una vera signora che tutti trattano con rispetto. 

TECHETECHETÉ


È inutile nascondercelo: siamo più proiettati al passato che al futuro. Ci piace vivere di ricordi, essere nostalgici di un tempo che pensiamo sia stato bello anche se l’abbiamo vissuto con turbolenza e con qualche dispiacere. Una sorta di autodifesa che ci spinge a selezionare soltanto i momenti più belli della nostra vita.

Ecco perché programmi televisivi come il Techetechetè, ma ancor prima come Ieri e Oggi, hanno un successo straordinario ed attirano una platea di proseliti sempre più folta ed appassionata. Il bianco e nero prevale sul colore, le sfumature di grigio su quelle sgargianti di un bel panorama in…diretta.

Quando sfogliamo un album di fotografie lo facciamo quasi sempre col sorriso sulle labbra o con una punta di commozione nel rivedere immagini e persone che non ci sono più ma che sono state a noi care e che ci teniamo a custodirle con cura.

Si stava meglio quando si stava peggio”, recita un vecchio proverbio, un adagio iterativo che svela il senso (o il mistero) della vita: le cose belle sono a portata di mano, davanti ai nostri occhi ma le apprezzeremo e ce le ricorderemo solo tra qualche tempo. 

C’è comunque un momento in cui bisogna fermarsi a riflettere, voltarsi indietro prima di riprendere il cammino. Accade con il Techetechetè televisivo o con altri fermo immagine di quest’estate rovente in attesa di tornare a settembre.

Un lungo preambolo per annunciare il ritorno di BlogRetro, i migliori post che i lettori potranno rileggere fino al prossimo Agosto.

A tutti voi una buona estate, ovunque voi siate, e una buona rilettura delle parole del mio tempo.

Vittoriano Borrelli

E LA CHIAMANO ESTATE


Dopo un maggio “novembrino”, finalmente l’estate è arrivata in quel di giugno con tanto sole e caldo in ogni parte della penisola. Fuori dagli armadi gli abiti più leggeri e colorati, con qualche ricambio per stare al passo con la moda, e via a sfrecciare all’aria aperta, al mare o in montagna o a inzupparsi di sudore nelle ore vuote di città.

Con l’estate la spensieratezza è quasi d’obbligo, e con essa le canzoni che si ascoltano alla radio, nelle piazze, nelle sagre di paese, nelle balere, in ogni dove. Ci si chiede quale sarà la colonna sonora di quest’estate, quella che ci accompagnerà fino al prossimo autunno quando, con le foglie, cadranno anche le ultime illusioni rubate in riva al mare.

La produzione musicale del momento non ci aiuta molto nella scelta dei brani che saranno più ascoltati e ricordati. Un tempo c’erano manifestazioni canore come Il cantagiro, o Il disco per l’estate, o il Festivalbar del compianto Vittorio Salvetti che sfornavano canzoni che sono rimaste nella memoria e che hanno contrassegnato il ricordo di un amore o di un momento felice.

Ora si vive di quel che resta dell’ultimo Sanremo, o dei Talent Show che impazzano alla televisione. Poco per la verità, se si esclude l’esplosione di Mahmood con la sua “Soldi”, o la vincitrice morale dell’ultima edizione di Amici, Giordana Angi, che ci ha regalato una splendida e intensa “Casa”, aggiudicandosi il disco d’oro per le 25.000 copie vendute:

Con te con te con te
Che mi aiuti ad accettare quel che volevo scordare
Che mi sai dimostrare ogni giorno che passa che non c’è niente da temere
ma così tanto da tenere

Tutto il resto è noia o quasi. Forse qualche sussulto ce lo regalerà Achille Lauro, da molti indicato come il nuovo Ligabue o il Piero Pelù dei primi tempi. La sua “C’est la vie” non sarà forse orecchiabilissima ma è di sicuro un pezzo di qualità con versi di grande impatto emotivo:

Mi sto gettando dentro al fuoco, dimmi, "Amore no"
Finiranno anche le fiamme ma il dolore no
E non puoi uccidere l'amore, ma l'amore può….

Comunque vada sarà un’altra estate. La chiameremo così anche quando, dopo esserci voltati, la vedremo passare via come tutte le altre.



L’ANAFFETTIVO


Mi ami ma non sento alcun brivido sulla mia pelle. Anche se le funzioni organiche reagiscono perfettamente agli stimoli provocati dal movimento delle tue mani, niente si muove dentro di me. Potresti girarmi e rigirarmi come una trottola, stringermi fino a farmi mancare il respiro, provare a strapparmi il cuore come si fa con i lupi mannari. Sarebbe tutto inutile.

Non riusciresti a scombussolare quello che si nasconde sotto il manto epidermico perché ogni cosa al suo interno rimane intatta e refrattaria a qualsiasi impulso esterno. Come un bunker costruito apposta per difendersi dai bombardamenti o per parare i colpi lanciati da nemici che cercano di scardinare, senza riuscirci, la porta che conduce ai meandri della mia anima.

Da quando sono diventato così? Non ricordo esattamente il giorno, l’ora, il momento in cui ho smesso di emozionarmi. Probabilmente l’ho fatto da sempre che non ci faccio più caso. Sarò nato così, senza capo né coda, come un’oloturia che sguizza nel fondo marino avanzando o tornando indietro senza alcun orientamento.

O forse è stato per uno sguardo, quando i miei occhi hanno incrociato altri occhi che non avrei mai voluto incontrare. Un ricordo che avrò dimenticato o rimosso dalla mia mente che a volte dubito di averlo vissuto veramente. Come una violenza subita che si cerca di debellare pensando che sia capitata a qualcun altro.

Così mi vedi piangere o ridere ma dentro di me è come se non fosse successo niente. So che per te è un dramma, una sofferenza che patisci ogni giorno per farmi diventare una persona diversa, modellata secondo il tuo volere. Come la plastichina che i bambini usano per mettere su un bel pupazzo, buffo e sorridente ma inanimato. Così io, che non do segni di vita dentro di me. E il guaio è che non riesco a rammaricarmene.

Io ce la farò a cambiarti.”

Quando mi hai detto queste parole ho creduto per un momento che ci saresti riuscita veramente. Mi sei venuta sopra e hai iniziato ad operare con la perizia di un chirurgo. Le mani sono scivolate su tutto il corpo come una piuma leggera che si posa delicatamente sulle ferite. Poi hai stretto forte la mia testa e mi hai detto:

Vorrei tanto entrare nella tua testolina per vedere cosa c’è.”

Ho ricordato Zeus dalla cui testa nacque Atena, la sua figlia prediletta, e ho pensato che sarebbe stato bello rinascere ed essere una persona nuova. Ti sei spogliata e mi hai mostrato la tua sottana rossa. Ho avuto un sussulto e ho gridato respingendoti come se avessi visto un fantasma.

Mi sono alzato a sedere e ho visto quello che per lunghi anni avevo seppellito nella mia memoria: gli occhi di mio padre che sono apparsi dopo che mia madre, di spalle e avvolta nel suo scialle rosso, cascava  a terra senza vita.

Sono andato di corsa alla finestra, l’ho aperta e mi sono proteso in avanti. Ho sentito la pioggia battere sulla mia testa incessante e impetuosa.

Ho levato gli occhi al cielo e sono stato rapito dalla luce di un bellissimo arcobaleno.

L’ANAFFETTIVO
Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)


LA SOLITUDINE DELLO STARE INSIEME


Ci sono proverbi o aforismi che c’insegnano il senso della misura e della moderazione. Per Aristotele, ad esempio, “è bene, nella vita come ad un banchetto, non alzarsi né assetati né ubriachi.” Concetto ripreso qualche secolo dopo da Epitteto, secondo il quale “se si oltrepassano i limiti della moderazione, i più grandi piaceri cessano di esserlo.”

Sono massime o consigli del buon padre di famiglia che dovrebbero essere sempre seguiti, soprattutto quando si tratta di scardinare cattive abitudini o comportamenti di mal costume.  Come ad esempio l’uso dei social che ormai sta dilagando a dismisura fino ad impadronirsi, in casi estremi, del nostro stesso stile di vita. Persino Papa Francesco è intervenuto recentemente ammonendo l’utilizzo distorto di questi strumenti che ci rendono “più social e meno sociali”.

La virtualizzazione  delle relazioni, sempre più spinta ai massimi sistemi,  pare essere la risposta ad un disagio e senso di inadeguatezza che si avverte nella realtà e nella fisicità dei rapporti. Le ultime storie di ordinaria follia cui abbiamo assistito negli ultimi tempi ne sono una spiacevole riprova: la Pamela Prati dello spettacolo e la sua manager Eliana Michelazzo ci hanno regalato uno spaccato di immaginario collettivo da far venire i brividi anche al più collaudato autore del genere horror, Stephen King.

La Prati s’è inventata un matrimonio da favola con un tale, Marco Caltagirone, che poi si è scoperto inesistente. La Michelazzo invece, con la complicità dell’altra Pamela, tale Perriciolo, ha creduto di essere sposata da ben dieci anni con Simone Coppi, altro bello e impossibile, salvo rendersi conto all'improvviso di averlo fatto solo virtualmente.

Sono storie grottesche che devono tuttavia farci riflettere perché sono foriere di una pericolosa tendenza di costume che è quella di staccarsi dalla realtà e di proiettare nell'immaginario i desideri e le aspettative deluse. Un problema serio di incomunicabilità nel mondo reale che è l’anticamera della solitudine dello stare insieme.

Costa fatica ed impegno conoscersi, così che quando non si ha voglia di farlo si preferisce percorrere strade più comode e facili che l’era “internettiana" dei nostri tempi offre a tutti a titolo gratuito.

Dalla paura di restare delusi al desiderio di trovare un palliativo per non ricaderci il passo è breve: non ci s’innamora più guardandosi negli occhi e cogliere il battere delle ciglia come segno della vitalità di uno sguardo.

Oggi è più facile affidarsi all'immutabile espressione di una fotografia che ci sorride per sempre, alle parole dosate e controllate che desideriamo sentirci dire e sulle quali coltiviamo i nostri sogni di carta prima che il vento della realtà ce li porti via.

Più comodo rifugiarsi nell'amore virtuale anziché restare avvinghiati nelle ganasce della solitudine dello stare insieme che procura solo dolore e lontananza.

E polvere.

PADRE



Padre quanto sfogo c'è nel tuo bicchiere
non ti basterà nemmeno per un mese
E ti dai la colpa per un'altra ruga
che ha imprigionato ancora la tua fuga



Stai rischiando non guardare gli occhi scuri
del passato che c'è in te
Tu non hai uno specchio
non fai neanche un gesto
per conciliarti almeno con te stesso

Padre non ammazzare i figli tuoi
Sono giovani ragazzi al mondo troppo soli

Padre quale donna hai desiderato?
Forse da ragazzo il sogno ti ha sfiorato
Padre non odiare quello che hai previsto
ci son tanti occhi che non hanno visto

luce nel tuo viso stanco e molto ambiguo
che non si è struccato mai
Non restar vicino all'ombra di nessuno
si riempie di tristezza il tuo digiuno

Padre non ammazzare i figli tuoi
Sono giovani ragazzi al mondo troppo soli

Sono ormai riflessi dei loro complessi
Aiutali a sognare un po’
Ma che amore è questo
se non fai quel gesto
di prenderli per mano almeno adesso

Padre non ammazzare i figli tuoi
Sono giovani ragazzi al mondo troppo soli

Padre non ammazzare i figli tuoi


(Tratto da Le parole del mio tempo”)

A LETTO SENZA CENA


67… 68… 69 … Non sono numeri da giocare al lotto.
72… 73… 74…  Non è la sequenza di un codice segreto.
81… 82… 83…  Non è la rievocazione degli anni ottanta.
Che cosa sarà mai?

Se siete arrivati a questo punto della lettura sarete forse delusi di scoprire che si tratta di qualcosa di molto banale: la conta delle pecore, rimedio per antonomasia che si pratica quando non si riesce a dormire.

L’insonnia, si sa, è una gran brutta bestia. Secondo il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) oltre quattro milioni di italiani ne soffrono in maniera cronica ma è un dato destinato a crescere se si sommano i periodi più o meno lunghi di insonnia transitoria.

Le cause sono molteplici: stress, stile di vita disordinato, ansia o preoccupazioni mal gestite, un concentrato di fattori singoli o concomitanti che incidono non poco sulla qualità della nostra esistenza. Ma i rimedi a volte sono peggiori del male.

A parte le pecore, si va alla ricerca dei diversivi più svariati per provare a rilassarsi: pensare a quanto di buono è stato fatto nella giornata o nel recente passato, all'ultimo programma televisivo che ci ha fatto divertire e persino a raccogliersi in preghiera per stare in pace con Dio.

Niente da fare.

Distrazioni che sono un po’ come le ciliegine, l’una attira l’altra: il rubinetto del lavandino che scorre, il frigorifero “rumorifero”, il vicino di casa che si ritira a notte fonda con la sua moto roboante. S’ingaggia una lotta senza quartiere con il cuscino sprimacciandolo o infilandoci la testa per non sentire nulla. Ma in queste situazioni di forte agitazione è proprio il silenzio il peggiore dei rumori.

Sono i pensieri gli alleati dell’insonnia. Si accavallano nella mente in maniera confusa e disordinata, una ubriacatura che è un peso sullo stomaco, che ti procura un senso di sazietà insaziabile e ti fa andare… a letto senza cena.

Eccetto i casi più gravi per i quali è bene seguire le cure di un medico specialista, i rimedi contro l’insonnia partono da molto lontano, in primis dall'educazione a volersi bene. È un esercizio difficile, complicato, ma se ben fatto è la migliore cura per affrontare la vita con più leggerezza e spensieratezza.

È un po’ come fare l’inventario di se stessi: buttare via le cose inutili e trattenere solo quelle che ci fanno stare bene. Ci vuole pazienza ma è un buon viatico per abbandonarsi finalmente tra le braccia di Morfeo ed affrontare con la giusta carica il prossimo risveglio.

LA VITA STA ANDANDO VIA


La vita sta andando via con il suo carrozzone pieno di cianfrusaglie e di cose vetuste che non servono più. Sta andando via come il giorno al tramonto, un fiore che appassisce dopo essersi nutrito di luce e di vento fino a divenire un sottile pezzo di carta tra le pagine di un diario che non leggi più.

La vita sta andando via mentre si consuma alle tue spalle l’ultimo insulto di chi è rimasto indifferente ai tuoi dispiaceri, al tuo bisogno di cancellarli come si fa con una gomma sopra uno scarabocchio.

Sta andando via la vita che hai tanto amato e desiderato fino a immaginarla diversa, colorata, piena di sorprese, di abbracci mancati e di occasioni di riscatto dopo aver accumulato sul tuo cammino polveri di cenere e di delusione.

La vita sta andando via sul tuo viso struccato che si fa fatica ad indovinare l’antica giovinezza e il candore acerbo degli anni passati. Come una maschera che si leva per mostrare rughe incipienti, solchi oscuri  che si propagano sul manto epidermico incerto ed indefinito.

Sta andando via la vita per ogni attimo sprecato, per ogni indugio, per ogni respiro trattenuto in luogo della spensieratezza, della voglia di far emergere l'anima fanciullesca che non invecchia mai.

La vita sta andando via ed è una sola, bella ed intrigante, dolorosa e rigenerante, multiforme e multi-ingrediente, come una pietanza che può piacere o disgustare a seconda della parte che si sceglie di mordere.

Fermala questa vita che sta andando via
... come un aquilone che ti scappa di mano per liberarsi e svanire nel cielo.

Fermala questa vita che sta andando via
... che ancora ti sta aspettando per essere afferrata, graffiata, accarezzata.

Fermala questa vita che sta andando via
...  indulgente, benevola, redenta e riconciliatrice.

Fermala questa vita che sta andando via
prima che scappi via da te
Per sempre.

L’AMORE SENILE


Non c’è più inibizione nell'amore senile anche se le relazioni adolescenziali dei nostri tempi hanno bruciato tutte le tappe. Il periodo dell’infanzia si è ormai ridotto notevolmente che si smette quasi subito di giocare per diventare adulti troppo presto. Ma dopo una maturità più o meno lunga si arriva alle porte della senilità con un’esplosione dei sentimenti che libera gli antichi retaggi.

Cambia il modo di guardarsi, di sfiorarsi e di accarezzarsi, nell'amore senile prevale il disincanto ma anche la voglia di recuperare il tempo perduto specie se nel frattempo i sentimenti si sono appiattiti e non hanno più lo stesso slancio e la stessa energia della prima giovinezza.

Si cerca di indovinare nell'altro quello che si è stati un tempo, avidi ricordi che riaffiorano come quando si rispolvera un album di fotografie dai contorni confusi e sbiaditi. E se il respiro si fa affannoso per colpa di qualche acciacco, è solo un sospiro che un abbraccio caldo ed affettuoso saprà controllare.

Scivolano le mani nell'amore senile su percorsi languidi e irregolari raccogliendo qua e là briciole di emozioni prima che il vento se li porti via per sempre. Nel focolare della stanza che somiglia ad una nuvola nel cielo si consumano gli ultimi spiccioli dell’antica passione e ci si addormenta sognando di risvegliarsi ancora insieme.

L’amore senile è la linfa di una gioiosa vecchiaia, la vitalità che esplode a dispetto dei segni del tempo, l’argento indorato dal sole, il cuore che batte a mille per sentirsi ancora vivi. E’ un film che si riavvolge dall'inizio per riscrivere daccapo una storia in bella copia senza  cancellature.

L’amore senile è l’eterno in un attimo, lo sguardo proteso all'orizzonte, un sorriso luminoso e raggiante che si apre sul mondo per accogliere un nuovo mattino.

LA CERTEZZA DI AVERTI


La certezza di averti è la paura di perderti, il saperti distante ma raggiungibile in qualsiasi momento mi procura sollievo e conforto. Quando tutto è scontato e banale, diventa poco importante, così che le persone e le cose non ci appartengono più. 

Il senso della vita è non pensare mai all'invariabilità delle reazioni e delle relazioni, perché tutto si evolve o s’involve a seconda di come orientiamo i nostri comportamenti. Non esiste la staticità dei sentimenti ma la loro dinamicità ed estrema mutevolezza. Si può amare di più o di meno ma mai allo stesso modo.

Anche l’odio può aumentare o diminuire alla stregua dei buoni sentimenti, perché tra il bene e il male ci passa sempre un centimetro di differenza. Pianificare la propria vita affinché tutto vada sullo stesso binario è solo una sospensione, più o meno lunga, della vita stessa. È come trovarsi ad un incrocio e non decidere quale direzione prendere, così che si rimane sempre allo stesso punto senza crescere mai.

Del doman non v’è certezza”, scriveva Lorenzo de’ Medici nella poesia Canzona di Bacco, scritta nel 1490 in occasione del carnevale. Esortazione a vivere il presente prima che la giovinezza svanisca ma anche un monito: cogliere l’attimo nel momento stesso in cui lo si vive senza pensare al passato o al futuro.

Oscar Wilde era un fautore dell'incertezza come la migliore delle certezze: Credere è molto noioso. Dubitare è profondamente avvincente. Essere sul chi va là è vivere. Farsi cullare nella certezza è morire.

Il tema della certezza (e del suo contrario) è affrontato anche nel film Into the wild dove si narra la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia alle certezze materiali della vita per andare a vivere nei ghiacci dell'Alaska : C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo.

Carpe diem, cogli l’attimo.

Indietro non si torna.

Carpe diem, cogli l’attimo.

Domani è già tardi.

Ecco perché la certezza di averti…

…è la paura di perderti.

LA SECONDA VOLTA


Ero così soddisfatto della mia prima volta che avevo deciso di riprovarci non appena se ne fosse presentata l’occasione. Avevo provato il classico brivido sulla schiena, uno scombussolamento totale dalla testa ai piedi che mi aveva reso per pochi interminabili minuti schiavo di un’emozione forte ed incontrollabile.

A pensarci bene quella mia prima volta aveva avuto su di me un effetto quasi ipnotico, come se fossi stato rapito da una goduria intensa e dirompente da sperare che non finisse mai o, quanto meno, che durasse per il tempo necessario da tenerla in serbo nei momenti meno emozionanti della mia vita.

Paragonavo quell'esperienza al modo di alimentarsi degli scoiattoli, animali previdenti che in estate fanno scorta di cibo per l’inverno. Insomma, ero così inebriato dalla mia prima volta che pensavo potesse bastare nei periodi di carestia in cui ci sarebbe stato poco o niente da procacciare.    

Ora vi chiederete che cosa mi sarà capitato per essere così su di giri. Per darvi un indizio, immaginate di trovarvi in un castello incantato popolato da dame, servitori, giullari e musicanti. Un corteo di gente dal quale voi, nelle vesti di un re o di un principe, siete serviti e riveriti come un prete sull'altare.

Quale migliore occasione per avere tutto a portata di mano con un semplice schiocco delle dita? Una dama da accogliere nel proprio giaciglio per essere piacevolmente coccolato; una squadra di servitori per soddisfare ogni desiderata prelibatezza; dei giullari che si esibiscono con giochi strabilianti e, infine, un’orchestra per allietare ore vuote e senza brio.

I piaceri della vita che si materializzano a comando, brividi intensi che filtrano nel sangue e si propagano nel tessuto epidermico, occhi che si chiudono in senso di beatitudine mentre tutto si compie e si risolve in un’esplosione orgasmica.

Peppino, il mio amico invidioso e ficcanaso, aveva cercato in tutti i modi di saperne di più:

“Allora Guerrino, com'è stata la tua prima volta?”
“Sapessi! Una goduria di quelle che non si scordano mai.”

Peppino si era fatto prima rosso e poi paonazzo ed io mi divertivo a vederlo così divorato dall'invidia.

“Ma va! E che cosa ti è preso mai? Una sfrenata lussuria?”
“In un certo senso è stato proprio così: una lussuria che mi ha pervaso tutto il corpo al punto che avrei replicato volentieri.”
“E perché non lo hai fatto?”
“Lo farò stasera e sarà la seconda volta.”

Per l’occasione mi ero vestito in ghingheri: abito scuro e una camicia di seta sbottonata al punto giusto da far intravedere i miei pettorali ben sviluppati frutto di duri esercizi in palestra.

“Posso venire anch'io? Dai che ti faccio compagnia.”
“No che non puoi, reggeresti il moccolo. E poi nel posto dove devo andare è tutto esaurito.”
“ E va bene”, fece il mio amico con tono rassegnato, “però mi racconti tutto più tardi.”

Ho lasciato Peppino con la promessa che gli avrei riferito ogni cosa nei minimi particolari. Ho preso la moto e con la mia compagna Stefania mi sono involato alla volta di “Ciro ‘o scugnizzo”, il ristorante a picco sul mare dove ho scoperto una zuppa di pesce da leccarsi i baffi. Siamo entrati nel locale ed io non vedevo l’ora di gustarmi la mia seconda volta.

LA SECONDA VOLTA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)