IL MONDO BUIO


C’è un mondo buio che la gente non vede, perché tutto ciò che è oscuro suscita timore e diffidenza.
È un mondo di dolore e di sofferenza che vive ai margini delle strade, dei porti e delle stazioni in attesa di un viaggio verso lidi più ospitali dell’accoglienza e della tolleranza.

Il mondo buio abbaglia e rende cieco anche chi ha una vista acutissima ma non sa guardare oltre il proprio naso. Si ha paura di cogliere le sfumature di uno sguardo che è una richiesta di aiuto, partecipazione e condivisione  del benché minimo disagio.

Il dolore altrui è visto come una malattia che può essere contagiosa e come tale da bandire tenendosi a debita distanza nella propria gabbia di vetro. Si moltiplicano così le solitudini che avanzano impetuose come le onde del mare per poi infrangersi sopra gli scogli dell’indifferenza .

Si dice che si nasce e si muore soli, ma in mezzo c’è tutta una vita che sarebbe meglio viverla circondati dagli affetti più cari e da amici sinceri che non ti giudicano e che ti amano senza chiederti niente. Ma la vita di mezzo sta diventando sempre più scevra di qualità e di ricchezza interiore.

Attenti alla propria disattenzione non ci si accorge del vicino di casa che giace senza vita da alcuni giorni nella sua camera da letto, della signora Maria che da qualche tempo non si vede più al mercato o di quel tizio col cane che era solito stare su una panchina del parco pubblico della città e che nessuno mai si è chiesto dove sia andato a finire.

Non ci si accorge delle assenze nemmeno quando erano presenze, macchie umane trasparenti e impalpabili.

E il mondo buio rimane ai margini di una cornice dorata che brilla di luce indotta da un manto di stelle di carta.

EROS


Eros ti ha avuta una notte
non era l'abbraccio di sempre
tu lo guardasti un istante
con quella faccia da amante

E lo spogliasti da esperta
bellissima eri perfetta
Eros ti amava davvero
non era solo un pensiero

Stesa sul letto sembravi
delusa e già stanca di amarlo
Lui non parlava e aspettava
Non era stanco ti amava

Sentivi sul corpo le sue mani incerte
che andavano giù per posarsi sul ventre
Lo incoraggiasti ma intanto
pensavi a qualcosa da fare
decidere sola od illuderlo ancora

E lui restava a guardarti per ore
Stava a cercare parole
come un bambino insicuro
sopra il tuo seno maturo

Stava a sognarti nel sogno
a consumarti di nuovo
come un amante finito
stringeva in petto l'addio

La luce di un giorno aspettato
gli offriva quel conto salato
Eros ti amava davvero
non era solo un pensiero

Tu ti fermasti a guardare quei fiori
mancava la forza di sbatterlo fuori
E lo baciasti di nuovo
sciogliesti i capelli che sembravano oro
e poi riprendesti a seguire il suo volo

E lui restava a guardarti per ore
Stava a cercare parole
come un bambino insicuro
sopra il tuo seno maturo

Stava a sognarti nel sogno
a consumarti di nuovo
come un amante finito
stringeva in petto l'addio
(Tratto da Le parole del mio tempo”)

AMORE MIO


Si dice che l’infedeltà sia tipica del genere umano a differenza degli animali (e dei cani in particolare) che invece riescono a sviluppare un legame affettivo costante e duraturo. Siamo per costituzione portati più facilmente a distaccarci dagli affetti o a provarne di nuovi quando quelli che abbiamo non ci soddisfano più.

Questo accade soprattutto per incapacità di amare o per bisogno di colmare certe carenze affettive che ci trasciniamo fin dall'infanzia. Eterni scontenti o forse tendenzialmente proiettati a idealizzare l’amore che quello reale o a portata di mano ci appare sempre pieno di difetti.

Non so se la crisi della coppia, oggi sempre più crescente a giudicare dal numero dei divorzi o delle separazioni, sia associabile a questa instabilità affettiva in nome della quale molte persone sono inclini a cambiare partner o a decuplicarli con una serie infinita di tradimenti.

E c’è chi pensa di passarla liscia costruendosi una doppia vita o procurandosi degli stratagemmi più fantasiosi per non essere scoperto.

Per l’infedele incallito, ad esempio, vi sono due paroline magiche che potrebbero toglierlo da ogni imbarazzo: Amore mio. Che si chiami Lucrezia, Ermenegilda o Teresa, o che si chiami  Saverio, Arturo o Tarcisio, meglio sostituirli tutti con un caro ed affettuoso Amore mio.

Certo, esistono tanti altri appellativi come Trottolino, Pucci Pucci o Cuccioletto ma l’Amore mio è un classico, del genere neutrale che può andare bene per qualsiasi amante.

L’amore è bello finché dura. Ad ogni inizio c’è sempre una fine, un altro sogno da inseguire. E la realtà, in questi casi, non supera mai la fantasia.

Insomma, se non esiste l’amore eterno ci si può accontentare di un fugace ed istantaneo Amore mio in attesa di una nuova storia già pronta a sbocciare alle luci dell’alba.

Sperando che questa volta sia per sempre.


IL DUBBIO


Da qualche giorno sono assalito dal dubbio di avere ammazzato qualcuno. Esattamente da trentasette ore e quarantacinque minuti, il tempo trascorso da quando mi sono recato al supermercato fino adesso che sono a letto a rimuginare su quello che è (o sarebbe) successo.

Ho passato una notte piena di ripetizioni: mi sono alzato e sono andato in cucina, ho aperto il frigo per cercare qualcosa da bere, sono ritornato a letto per poi rialzarmi e rifare le stesse cose. Niente. Non c’è stato modo per acquietarmi e spegnere la mia sete di risposte alle domande che in rapida successione hanno iniziato a pungolarmi come una spilla su tutto il corpo.

Ricordo perfettamente quello che ho fatto al supermercato, le cose che ho comprato, la spesa che ho prelevato dal carrello e che ho riposto con cura nel bagagliaio della mia macchina. Ho bene impressa ognuna delle azioni che ho compiuto prima di imboccare la strada del ritorno, come la chiave d’accensione con la quale ho fatto partire l’auto al primo colpo e la retromarcia che ho inserito per uscire dal parcheggio.

Poi un tonfo, qualcosa contro cui avrò urtato con la macchina e che mi ha fatto pensare ad una persona per le grida che si sono levate subito dopo l’impatto.

Non ricordo altro. Black-out completo, come se tutto si fosse fermato al momento in cui ho creduto di avere investito qualcuno. Un dubbio che mi ha accompagnato nelle ore a seguire e che ora mi sta lacerando come un rimorso acerbo e incalzante, benché inspiegabile e immotivato.

Provo a riordinare le idee, mentre mi giro e mi rigiro tra le coperte con il televisore acceso dal quale sento sciorinare le notizie di cronaca ma non quella (per me) più temuta. Dunque, mi dico, mi chiamo Mario Cravattini, ho trentacinque anni, funzionario di banca tutto casa e chiesa. Cosa avrò fatto di male da macchiarmi la coscienza per un delitto che, per giunta, dubito di aver commesso?

Chissà perché ma mi viene in mente la notte dell’Innominato de “I Promessi Sposi”. Come questo personaggio sono preso dal pentimento per qualcosa di cui dovrei vergognarmi e contro cui dovrei combattere con una conversione purificatrice di tutti i mali. Come l’Innominato ho ripercorso a ritroso tutte le fasi della mia vita, abbattuto gli argini dei più reconditi pensieri e ricordi che credevo di aver riposto per sempre in qualche cassetto sperduto della memoria.

Mi rivedo bambino colto in flagrante da mia madre nell’atto di compiere una marachella. Più del castigo che mi sarei aspettato, ho temuto d’imbattermi nel suo sguardo pieno di severità e privo della benché minima indulgenza per quella malefatta. Questo sguardo, così glaciale e sprezzante, mi ha accompagnato per tutta la vita facendomi precipitare nell'insicurezza e nella terribile certezza che non sarei mai stato felice.

Non avrei avuto nessuno da amare, e nessuno mi avrebbe mai amato. Neutralità che è stata la costante di tutto il mio percorso relegandomi nelle cose invisibili, che si dissolvono in fretta come una nuvola passeggera in un cielo terso e crepuscolare. 

Gli occhi mi si sono riempiti di lacrime ma ho sentito per la prima volta una calma interiore che mi ha fatto assopire lentamente mentre in sottofondo lo speaker della televisione ha annunciato la triste notizia:

“La redazione ci riferisce di un omicidio per futili motivi al parcheggio del supermercato di San Giovanni. Una macchina, uscendo in retromarcia dall'area di sosta, ha urtato contro il carrello della spesa trainato da un cliente. Ne è scaturita una violenta discussione con il conducente dell’auto che è stato raggiunto da due colpi di pistola. Trasportato d’urgenza all'ospedale della città, l’uomo è spirato pochi minuti fa.”

IL DUBBIO

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I riferimenti a fatti o a personaggi della realtà sono puramente casuali)

BLOG RETRO: 3 febbraio 2017

QUANDO NASCE UN ROMANZO


Le fonti d’ispirazione per scrivere un romanzo sono tante, molteplici, talvolta persino ingovernabili. Si parte da un’idea, uno spunto, un pensiero fuggente che si sviluppa strada facendo e che diventa molto spesso qualcosa di diverso rispetto a ciò che lo ha originato.

Umberto Eco, ad esempio, quando scrisse “Il nome della rosa” non aveva in mente di realizzare un romanzo storico: era partito semplicemente dall'idea di scrivere un giallo-poliziesco fondato su “I delitti dell’abbazia”, titolo originario dell’opera. L’impronta storico-filosofica nacque soltanto durante la narrazione, dopo un anno passato a cestinare centinaia di fogli bianchi.

Percorso simile venne compiuto due secoli prima da Alessandro Manzoni con “I Promessi Sposi”, l’opera più famosa della nostra letteratura, nata dal romanzo iniziale “Fermo e Lucia” per poi svilupparsi in una capillare rappresentazione (e sovrapposizione) delle vicende dei due protagonisti sotto la dominazione spagnola del seicento, che in verità erano speculari e riproduttive di quelle vissute dall'autore durante il dominio austriaco dell’ottocento.

Più travagliato è stato l’iter seguito da Alberto Moravia per scrivere “La vita interiore”: ben sette anni e sette stesure (1971-1978), mentre l’Italia precipitava nel baratro del terrorismo sconfinando nell'esaltazione ideologica della rivoluzione studentesca post-sessantottina. Il deterioramento socio-culturale incarnato dalla giovane protagonista, Desideria, fu uno dei primi esempi del personaggio anti-eroe che si frappone come punto di rottura tra la decadente borghesia pariolina e il comunismo rivoluzionario.

E che dire di “Guerra e pace”? Il romanzo di Lev Tolstoj che in origine doveva raccontare la rivolta dei decabristi, membri di una società segreta che nella Russia imperiale organizzarono nel mese di dicembre del 1825 (da qui il termine “decabrista”) un moto rivoluzionario per sovvertire il regime. Diventò tutt’altra cosa proiettando l’attenzione sulle vicende di due famiglie, i Bolkonski e i Rostov,  durante la campagna napoleonica in Russia del 1812.

Non a caso ho citato questi quattro grandi capolavori della letteratura mondiale per dimostrare quanto la genialità sia qualcosa di primitivo, di irrazionale, non pianificabile ma fortemente vulnerabile rispetto al contesto storico in cui si manifesta.  Qui manca del tutto una progettualità narrativa predefinita: lo scrittore è indotto a scrivere secondo l’evolversi degli eventi, e si sa che le cose migliori nascono quando il genius germoglia in un tessuto sociale animato da una forte spinta ideologica.

Con le debite distanze rispetto agli illustri personaggi testè citati, anche la mia esperienza di cantautore e di scrittore è stata (ed è) fortemente condizionata dalle perturbazioni sociali del mio tempo. Le mie canzoni, ad esempio, nascono prima interiormente, sicché le parole e le musiche sono piuttosto il corollario di un percorso embrionale che arriva alla luce alla stregua del viaggio di un bambino nel grembo materno.

Quando ho scritto “La prossima vita”, sono partito da un evento drammatico, la morte di mia madre, per raccontare una storia che in qualche modo elaborasse questo lutto. Mi sono così completamente calato nel personaggio principale percorrendo con lui l’esperienza trascendentale della morte, attraverso la quale il travagliato rapporto coniugale con la moglie Cinzia è servito ad attestare la sopravvivenza dei buoni sentimenti.

E’ così per il nuovo romanzo che sto scrivendo, nato dalla lettura di un’opera celebre (che per il momento non svelo) e che si sta sviluppando in una trama del tutto inaspettata.

Insomma, gli spunti sono tanti, ma quando nasce un romanzo è sempre un evento. Bello o brutto che sia, è come un figlio che tieni tra le tue braccia coccolandolo e riempiendolo di cure prima di lasciarlo andare, libero di camminare nell'infinito mondo delle idee.

BLOG RETRO: 17 ottobre 2014

GLI ABBRACCI MANCATI


Sono cresciuto sotto il tuo sguardo vigile e severo che mi ha incupito anche quando fuori c’era una bella giornata di sole. Mi sono portato dietro questo sguardo negli anni a seguire ed è stato come rivedermi tutte le volte allo specchio senza avere la voglia di sorridere, di lasciarmi andare alla spensieratezza della mia gioventù o alla serenità, composta ed essenziale, della mia età più matura.

Cammino per strada con le mani nascoste nel mio fedele cappotto grigio e mi sembra di essere una figura in bianco e nero rispetto a quelle colorate e variegate che mi girano intorno e che fanno da contrasto col paesaggio asettico e malinconico di questo inizio autunno.

Dove sto andando? Per fortuna c’è Diomira che me lo ricorda con un sms squillante come le campane di una chiesa:
“Sei andato dalla fioraia? Ricordati di prendere i gladioli bianchi che tanto piacevano alla mia povera mamma.”  
Rispondo con un ok e mi reco da donna Luisa che anche quest’anno ha addobbato la bancarella con tanti fiori sparsi che quasi faccio fatica a vederla mentre se ne sta rannicchiata, piccola e minuta, sul suo sgabello.

“Buon giorno Giovanni. E la signora Diomira? Non è con lei?”
“Ha la febbre ma niente di preoccupante. Quest’anno farò il giro da solo.”
“Poveretta! Anch'io sto poco bene ma cosa vuole? In questi giorni c’è tanto da fare che non potevo certo mancare.”

Mi racconta dei suoi acciacchi, del suo sentirsi ormai prossima a passare a miglior vita ma è un ritornello che ho già sentito tante volte che non ci faccio più caso.

Prendo il mazzo di gladioli e varco l’ingresso del viale alberato che mi conduce dopo pochi passi da mia suocera. La foto è un po’ sbiadita ma l’immagine che ne è raffigurata è bella come mia moglie, così somigliante a lei che a volte penso che non ci abbia mai lasciati, che sia ancora presente nei gesti, nelle parole, nelle espressioni austere e filiali di Diomira quando mi raccomanda, ad esempio, di non fare tardi al lavoro, di portare il cane fuori o di usare le pattine per non sporcare la casa.

 C’è un legame indissolubile con chi non è più tra noi, nel bene e nel male. E il sorriso di mia suocera sembra confermarlo con quegli occhi sornioni e beffardi che vogliono intendere di essere ancora presente nella nostra vita.

Giungo a te che te ne stai sotto una lapide fredda e spoglia senza nemmeno un fiore o un lumino acceso. Ti hanno lasciato solo, anche quelli che nella tua disgraziata vita ti giravano intorno per interessi personali o per tornaconto. Per loro quel legame indissolubile si è interrotto non appena hai emesso l’ultimo respiro, ma per me non è stato così.

Ho ereditato il tuo sguardo al punto da sentirmelo dentro come l’occhio di una telecamera nascosta che ha registrato ogni cosa di me, ogni respiro, ogni ansia, ogni incertezza e preoccupazione facendomi precipitare nel baratro delle occasioni perdute, delle parole non dette, dei passi incompiuti e delle strade mai percorse.

Dovrei odiarti e ti ho odiato molto, lasciarti di nuovo solo come hanno fatto gli altri con te, ma c’è qualcosa che mi trattiene ed è un maledetto indugio. Tiro dalla tasca il cero che ho acquistato da Luisa, lo accendo e lo poso accanto alla tua fotografia.

Il tuo sguardo si fa luminoso, sembra quasi sorridermi per la prima volta. E per la prima volta mi lascio andare in un pianto liberatorio che mi fa dimenticare i tuoi abbracci mancati.


GLI ABBRACCI MANCATI

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o a persone è puramente casuale)

BLOG RETRO: 28 ottobre 2017

MI BASTANO CINQUE MINUTI


Lidia è la donna dei cinque minuti. In così poco tempo riesce a fare una quantità di cose che a confronto io sono una vera e propria lumaca. Quello che mi sorprende di lei è la contemporaneità delle azioni, tutte compiute al punto giusto e senza alcuna sbavatura.

Eccola al telefono che parla con un’amica e nel contempo tirare fuori dal frigo le bistecche appena scongelate, deporle sulla piastra già calda e con un piede aprire la credenza per prelevare, tenendo la cornetta ben ferma tra l’orecchio e la spalla, le spezie e il pane. In mezzo a questi gesti in rapida sequenza si permette persino di sorridermi mentre la osservo affascinato e nello stesso tempo interdetto da cotante acrobazie.

Non sta ferma un minuto. Come adesso che la vedo andare avanti e indietro per il soggiorno, guardare l’orologio e fermarsi al centro della sala con aria pensierosa.

Sono le 13 e 55. Alle due devo essere giù che viene Rosetta per accompagnarmi in ufficio.
Che aspetti allora? Comincia a scendere.
C’è ancora tempo. Possiamo fare l’amore.”
In cinque minuti?”
E che ci vuole? Se sei pronto quanto basta possiamo saltare i preliminari. Lo sai che li trovo inutili e dispendiosi.”

A questo punto è accaduto qualcosa di comico. Nella fretta la lampo dei miei pantaloni si è impigliata negli slip. Lidia tuttofare non si è persa d’animo. Con una forbicina che aveva, guarda caso, a portata di mano, è riuscita a sbrogliare la “matassa” e a tirare giù gli indumenti in un sol colpo procurandomi un breve ma intenso piacere. Il tutto nello spazio di tre minuti e quarantacinque secondi.

Insomma Lidia è la donna che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco: pratica ed efficiente come la migliore delle lavoratrici, calda e passionale come un’amante puntuale e generosa.  
C’è però il rovescio della medaglia. Il suo vivere intensamente senza sprecare un attimo della sua vita è per me un monito che mi fa ricordare, come uno specchio implacabile, la mia proverbiale pigrizia e il mio essere esageratamente tranquillo e posato. La vitalità di Lidia mi fa toccare con mano l’inutilità della mia esistenza fatta di continue pause e ripensamenti al punto da sentirmi addosso tutto il peso del tempo.

Quando si vive poco o s’indugia troppo s’invecchia prima, un po’come le cose che si lasciano in soffitta a impolverarsi. Per usare un eufemismo, Lidia sarebbe un treno che corre ad alta velocità mentre io una locomotiva vecchia e desueta che sta ferma su un … binario morto!

Uno di quei giorni la vedo rientrare a casa sbattendo la porta. Mi saluta appena accasciandosi sul divano col viso stanco e affranto come se fosse reduce da un campo di battaglia. La osservo in silenzio pensando che tra un secondo la vedrò alzarsi per sbrigare qualche faccenda.

Di solito è sempre indaffarata a fare qualcosa. Per Lidia le sedie e le poltrone non sono altro che dei suppellettili per abbellire l’arredamento e non per essere usate per la loro funzione naturale. Invece resta seduta con lo sguardo fisso nel vuoto e la cosa comincia a preoccuparmi.

E’ successo qualcosa?”, chiedo con la mia solita flemma.
Credo di aver notificato un ricorso oltre i termini.”
Lidia lavora presso uno studio legale ed è in attesa di diventare avvocato.
Sei sicura?”
La colpa è di Mariella.”
Mariella?”
Quella collega antipatica del mio ufficio. Smorfiosa, arrogante, tutta tette e culo che non disdegna di mostrarli a quel babbeo del nostro capo. Quando stamattina ha cominciato a vantarsi per l’ennesima volta delle sue “qualità”, non ci ho visto più e gliene ho cantate quattro. Così mi sono accorta in ritardo di quella notifica che era per una causa molto importante. Ho inviato la pec ma credo di aver toppato.”
Di quanto sei andata fuori termine?”
Cinque minuti, maledetti cinque minuti."

MI BASTANO CINQUE MINUTI

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I fatti narrati sono assolutamente immaginari)
BLOG RETRO: 8.01.2016

IL MIO NOME È NESSUNO


I tablet e gli smartphone dell’ultima generazione fanno ormai parte delle nostre abitudini quotidiane e sono accessori irrinunciabili di ciò che indossiamo. Se ci capita di osservare le persone che ci girano intorno, scopriamo che sono sempre di più quelle intente a parlare al cellulare, a messaggiare o a seguire l’ultima moda del selfie, ovvero l’autoscatto fotografico.

Voglia di visibilità, di sentirsi qualcuno in mezzo a tanta anonimia, sembra essere questa la molla che ha fatto scattare una tendenza sociale sicuramente innovativa e intrigante che ha stimolato non  poco l’interesse di sociologi e psicologi, veri o presunti, del nostro tempo.

Ma qual è il prezzo da pagare e, soprattutto, l’effetto di cotanto protagonismo?

Chi mi segue sa che ho trattato questo argomento in diversi articoli con accenti quasi sempre negativi.  Le infinite strade comunicative rese possibili dalle tecnologie del momento, se da un lato hanno accorciato, e di molto, certe distanze un tempo impensabili e irraggiungibili, dall’altro hanno virtualizzato le relazioni sociali creando più solitudine che appartenenza al contesto, più esclusione che inclusione, in una parola, più emarginazione.

Certo, se il progresso tecnologico venisse utilizzato a piccole dosi e con sapiente oculatezza si potrebbero apprezzarne anche gli aspetti positivi come l’immediatezza e la facilità di reperire le informazioni, la possibilità di entrare in contatto con un mondo dalle mille sfaccettature capace di pungolare le curiosità più esplorative.

Ma, come si dice, non è oro tutto quello che luccica. In primis l’autenticità di chi è al centro delle nostre attenzioni mediali è messa a dura prova da una realtà che latita nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo. Quanto più le cose o le persone con cui entriamo in contatto quotidianamente ci disturbano o, peggio, ci sono indifferenti, tanto più il rigurgito verso più comode trasposizioni virtuali del nostro essere è dirompente.

E’ un po’ come stare continuamente in bilico tra la nostra incapacità di relazionarci  e la nostra fertilità ideologica nel ricercare in ciò che non esiste -se non come fotografia o messaggio virtuale- quello di cui siamo carenti: affetto e attenzione.

Dubbio amletico del nostro tempo.  Ecco che allora il selfie, l’attesa di un commento o di un “mi piace”, tanto agognati ed effimeri, assumono sostanza in un mondo reale che di concreto ha ben poco.

E poco importa se il mio nome è nessuno quando per pochi istanti le luci di una ribalta immaginaria possono regalarci un brevissimo sorriso.

Perché, come cantava il grande Renato Zero, “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani …”

BLOG RETRO: 08.04.2016

NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di andare alla polizia?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non ti crederebbero mai.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato questa bella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Tranquillo! Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

BLOG RETRO: 27.07.2018

UN CICERONE NAPOLETANO


Metti una studentessa universitaria che decide di realizzare una tesi su Luciano De Crescenzo. Metti lo scrittore partenopeo che si offre di accompagnare la giovane laureanda nei luoghi in cui ha vissuto. Il risultato è un viaggio nella terra del sole come lo fu per Dante nella Divina commedia. 

Il paragone forse è eccessivo ma ha dalla sua il sapore della reminiscenza, la riscoperta di quel passato che ci ha visto crescere, patire e gioire in tutti gli aspetti emozionali della nostra vita. Perché noi siamo ciò che siamo stati. 

Si potrebbe racchiudere così il senso del libro di De Crescenzo pubblicato nel 2014, “Ti porterà fortuna” con il sottotitolo “Guida insolita di Napoli”. L’inferno e il Purgatorio, per riprendere l’opera di Dante, altro non sono che quelle turbolenze giovanili del celebre scrittore-filosofo riemerse nell'itinerario dei ricordi. In verità c’è un passaggio del libro che ricorda proprio la Divina Commedia: quando l’autore e la studentessa Carla si ritrovano nel Cimitero delle Fontanelle, per i napoletani “O campusant’ d’e Funtanelle”, situato in alcune grotte tra i rioni Sanità e Vergine. Una specie di ossario comune davanti al quale un tempo si pregava affinché coloro che vi erano sepolti potessero veder ridotto il tempo da trascorrere in Purgatorio. Qui il Cicerone-De Crescenzo commenta: “Piuttosto che passare l’eternità a bruciare tra le fiamme dell’Inferno o in compagnia di un qualche santo in Paradiso intento a raccontarmi in ogni singolo dettaglio il proprio martirio, di sicuro preferirei trascorrere il più tempo possibile in Purgatorio.” 

Attraverso le vie della città partenopea, i due improvvisati viaggiatori incontrano personaggi che hanno avuto un qualche legame con la vita dello scrittore, con le loro storie e le loro fedeli abitudini. Come Raffaele, il guardiano dei parcheggi che a distanza di quarant'anni si trova a fare lo stesso lavoro: “Don Lucia’, sono stato sempre qua. Mai un viaggio, mai uno spostamento. Qualche volta sono stato a passeggio vicino al mare, ma non ho trovato il coraggio di tuffarmi, pur avendone un desiderio forte. Lo sapete, non avrei mai trovato la forza di mettermi in costume. Con la mia complessione antiestetica.” 

O come Gennaro, il barbiere dalle tariffe stracciate, la cui bottega è definita da De Crescenzo l’università del vero dialetto napoletano. Qui i due compagni di viaggio assistono a una conversazione tipica tra i frequentatori abituali della bottega incentrata sulle lunghe code alle poste: 

Stammatina me so’ pigliat ‘nu tuossec mai visto” (Stamattina mi sono arrabbiato). 
“T’a fai cull’ova, ‘a trippa” (La fai con le uova la trippa, per dire di voler affrontare una situazione difficile). 
Questo succede perché tu insisti, Enrì, ad andare alla posta al Chiatamone. Ti ho sempre detto: vai al corso, là c’è mio cognato”. 
Eh, ‘o jamm’ a piglià a Agnano”, vostro cognato. Chill’nun ce sta mai”. (Andare a prendere ad Agnano è un modo di dire per indicare l’irreperibilità delle persone. Un tempo era considerata la zona più remota di Napoli). 

In queste poche battute c’è tutta la napoletanità verace e spontanea, spesso ispiratrice di tante commedie celebri come quelle scritte da Eduardo De Filippo o dallo stesso De Crescenzo nel film che lo ha reso famoso “Così parlò Bellavista”. 

Carla è letteralmente rapita dai racconti di De Crescenzo, lo incalza con le domande fino a scoprire, ad esempio, che il gioco del lotto, tanto praticato dai napoletani, nacque al Nord alla fine del Cinquecento, che la genovese, piatto partenopeo a base di cipolle e avanzi di maiale, nulla ha a che fare con il capoluogo ligure, e che a Napoli ogni quartiere è un “teatro” a balconi dove si assiste “lo spettacolo offerto dalla vita di strada.” 

E’ un libro scorrevolissimo, pieno di spunti di riflessioni, che consiglio a chi ha voglia di scoprire qualcosa di più su questa bellissima (e turbolenta) città. De Crescenzo ancora una volta ha fatto centro con la sua verve e la sua godibilissima ironia partenopea. 

Giudizio: Ottimo. 

Non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela. 
Ci vuole anche fortuna, 
o, come diciamo qua a Napoli, “ciorta”. 
E sorridi, che è l’unico modo per aiutare la sorte.” 




BLOG RETRO: Già pubblicato in data 17 aprile 2015

LE MANI SU DI ME


Faccio la vita da quando … è passato così tanto tempo che non ricordo più da quando ho iniziato a battere il marciapiede. Necessità? Senso di colpa? Piacere di farmi del male? Forse saranno state tutte queste cose messe insieme o forse nessuna perché certe scelte sono così forti e innaturali che non c’è mai una ragione per giustificarle. 

Mi chiamo Generosa, nome che mia madre mi donò come simbolo della sua battaglia sociale a favore dei poveri e dei derelitti. Faceva parte di un’associazione di volontariato dedita agli emarginati, ai disadattati e sventurati del pianeta, sempre presa ad organizzare campagne e iniziative in difesa dei diritti civili. L’ho delusa, come ho deluso tante altre persone che hanno scommesso su di me. 

Se non ricordo gli anni che avevo quando tutto è iniziato, ho invece ben presente le circostanze che mi hanno indotto ad imboccare quella che per i benpensanti è la strada della maledizione e della perdizione eterna. Non parlo della ragione principale, la si capirà dal mio racconto, ma di un aspetto particolare che fa da cornice a questo “lavoro”: il fuoco. 

Bambina passavo ore intere seduta sulle ginocchia di mio padre a guardare il camino di casa mia. Ero affascinata dalle fiamme che si sprigionavano dai ceppi rosolati, ampie e folgoranti che m’inondavano di calore e di vitalità. Quasi mi commuovevo nell'assistere a quello spettacolo luminoso fatto di scintille intermittenti che si perdevano e si rigeneravano nell'aria. Mi piaceva udire lo scoppiettio della legna bruciata che scandiva lo scorrere del tempo dei miei inverni di città. 

Il fuoco, si sa, viene utilizzato dalle prostitute non solo per segnalare la loro presenza ai clienti, ma anche per tenere ben caldo le loro parti intime per offrirle alle migliori condizioni. Per me ha rappresentato per un certo numero di anni la verginità. Come le Vestali, vergini per antonomasia, che utilizzavano il fuoco a simbolo della loro purezza eterna. 

Dopo aver perso la mia innocenza mi è rimasto il fuoco quale unico appiglio che mi ha tenuta legata, sia pure solo idealmente, al ricordo della bambina che ero stata un tempo e che il tempo stesso aveva voluto seppellire in qualche parte di me. Per sempre. 

Da un giorno all'altro ho abbandonato la mia infanzia diventando la donna che sono adesso. Ho cambiato il mio nome in “Genè”, un francesismo che ho utilizzato per dare un tocco di esotico al mio personaggio e ho acceso tanti di quei falò per sentirmi ancora viva tra le fiamme mentre tutto si spegneva dentro di me. 

Con gli uomini ho voluto però fare un patto: niente mani su di me, sarei stata io a condurre il gioco, a procurar loro quel piacere tanto effimero quanto evanescente facendo uso esclusivamente dei movimenti accorti e studiati del mio corpo. 

Ci sono riuscita con la gran parte dei miei clienti, ubbidienti e qualcuno anche masochista. Per gli altri un po’ focosi ci pensava Gaetano, il mio compagno, a ristabilire le regole. Era soprannominato “Lo spostato” per i suoi modi bruschi, un vero e proprio troglodita ma a me ha fatto comodo almeno fino a quando è durata la mia esperienza sulla strada. 

Ora mi sono messa in proprio. Ricevo i clienti nel mio attico al quartiere Parioli di Roma. Sono diventata una prostituta di lusso, una vera signora che tutti trattano con rispetto. 

TECHETECHETÉ


È inutile nascondercelo: siamo più proiettati al passato che al futuro. Ci piace vivere di ricordi, essere nostalgici di un tempo che pensiamo sia stato bello anche se l’abbiamo vissuto con turbolenza e con qualche dispiacere. Una sorta di autodifesa che ci spinge a selezionare soltanto i momenti più belli della nostra vita.

Ecco perché programmi televisivi come il Techetechetè, ma ancor prima come Ieri e Oggi, hanno un successo straordinario ed attirano una platea di proseliti sempre più folta ed appassionata. Il bianco e nero prevale sul colore, le sfumature di grigio su quelle sgargianti di un bel panorama in…diretta.

Quando sfogliamo un album di fotografie lo facciamo quasi sempre col sorriso sulle labbra o con una punta di commozione nel rivedere immagini e persone che non ci sono più ma che sono state a noi care e che ci teniamo a custodirle con cura.

Si stava meglio quando si stava peggio”, recita un vecchio proverbio, un adagio iterativo che svela il senso (o il mistero) della vita: le cose belle sono a portata di mano, davanti ai nostri occhi ma le apprezzeremo e ce le ricorderemo solo tra qualche tempo. 

C’è comunque un momento in cui bisogna fermarsi a riflettere, voltarsi indietro prima di riprendere il cammino. Accade con il Techetechetè televisivo o con altri fermo immagine di quest’estate rovente in attesa di tornare a settembre.

Un lungo preambolo per annunciare il ritorno di BlogRetro, i migliori post che i lettori potranno rileggere fino al prossimo Agosto.

A tutti voi una buona estate, ovunque voi siate, e una buona rilettura delle parole del mio tempo.

Vittoriano Borrelli

E LA CHIAMANO ESTATE


Dopo un maggio “novembrino”, finalmente l’estate è arrivata in quel di giugno con tanto sole e caldo in ogni parte della penisola. Fuori dagli armadi gli abiti più leggeri e colorati, con qualche ricambio per stare al passo con la moda, e via a sfrecciare all’aria aperta, al mare o in montagna o a inzupparsi di sudore nelle ore vuote di città.

Con l’estate la spensieratezza è quasi d’obbligo, e con essa le canzoni che si ascoltano alla radio, nelle piazze, nelle sagre di paese, nelle balere, in ogni dove. Ci si chiede quale sarà la colonna sonora di quest’estate, quella che ci accompagnerà fino al prossimo autunno quando, con le foglie, cadranno anche le ultime illusioni rubate in riva al mare.

La produzione musicale del momento non ci aiuta molto nella scelta dei brani che saranno più ascoltati e ricordati. Un tempo c’erano manifestazioni canore come Il cantagiro, o Il disco per l’estate, o il Festivalbar del compianto Vittorio Salvetti che sfornavano canzoni che sono rimaste nella memoria e che hanno contrassegnato il ricordo di un amore o di un momento felice.

Ora si vive di quel che resta dell’ultimo Sanremo, o dei Talent Show che impazzano alla televisione. Poco per la verità, se si esclude l’esplosione di Mahmood con la sua “Soldi”, o la vincitrice morale dell’ultima edizione di Amici, Giordana Angi, che ci ha regalato una splendida e intensa “Casa”, aggiudicandosi il disco d’oro per le 25.000 copie vendute:

Con te con te con te
Che mi aiuti ad accettare quel che volevo scordare
Che mi sai dimostrare ogni giorno che passa che non c’è niente da temere
ma così tanto da tenere

Tutto il resto è noia o quasi. Forse qualche sussulto ce lo regalerà Achille Lauro, da molti indicato come il nuovo Ligabue o il Piero Pelù dei primi tempi. La sua “C’est la vie” non sarà forse orecchiabilissima ma è di sicuro un pezzo di qualità con versi di grande impatto emotivo:

Mi sto gettando dentro al fuoco, dimmi, "Amore no"
Finiranno anche le fiamme ma il dolore no
E non puoi uccidere l'amore, ma l'amore può….

Comunque vada sarà un’altra estate. La chiameremo così anche quando, dopo esserci voltati, la vedremo passare via come tutte le altre.