PONTE VECCHIO (INCIPIT DE "LA PROSSIMA VITA")

Ho smesso di sentirmi giovane dal giorno della morte di mia madre. Prima di allora pensavo che la vita potesse riservarmi molte prospettive e speranze, talché la mia condizione di uomo era piuttosto proiettata in un futuro non ben definito, ma ancora pieno di cose da scoprire e da conquistare.
Avevo da poco superato i quarant’anni e la mattina precedente il funerale mi guardai allo specchio notando, con sorpresa, due sottili solchi ai lati degli occhi che ben presto avrebbero preparato il terreno alle prime rughe. Avvertivo qualcosa di più del normale abbattimento per l’affetto appena mancato, come se tutto ad un tratto ogni parte del mio corpo si fosse inevitabilmente trasformata e cominciasse a dare i segni di una prematura senilità.
In genere in circostanze come queste si piange molto. Io lo feci al punto da provare sollievo per essere riuscito a dare la prova visiva del mio dolore.
Sono sempre stato refrattario a manifestare i miei sentimenti. Fin da bambino mi domandavo se, alla scomparsa di una persona cara, sarei stato capace di mostrare la stessa disperazione che in circostanze simili leggevo nelle facce di parenti o conoscenti.
A dire il vero, quando mio fratello Enrico mi annunciò per telefono che la mamma era finita, rimasi come impietrito davanti alla cornetta, e l’unica frase che riuscii a dire fu un “va bene, ci vediamo domani”, alludendo con questo che da lì a poche ore avrei preso il primo treno per Roma, fino a raggiungere l’ospedale dove la mia povera madre si era spenta.
Ma appena misi giù il ricevitore cominciai a piangere a dirotto con le lacrime che, finalmente senza alcuna reticenza, mi ingorgavano il viso fino ad arrivarmi sul collo, come un fiume che durante un alluvione oltrepassa gli argini senza incontrare alcun ostacolo.
Abitavo in un piccolissimo appartamento preso in affitto con le finestre che davano su Ponte Vecchio a Firenze. Mi ero trasferito in quella città da oltre dieci anni, da quando cioè ottenni un posto come docente di filosofia in un liceo classico. In realtà, avevo preso questa decisione non tanto per una semplice opportunità professionale, quanto piuttosto per allontanarmi dalla mia famiglia e, in particolare, da mio padre, verso il quale non ho mai nutrito grande affetto.
Basta, dopo la telefonata di Enrico e il mio pianto disperato, consultai gli orari dei primi treni che all’indomani sarebbero partiti per Roma; poi presi un borsone nel quale infilai appena un vestito di ricambio e alcuni effetti personale, preparandomi per quello che speravo si trattasse di un brevissimo soggiorno nella casa di mio fratello.
Ora, l’intenzione di fermarmi il più breve possibile a Roma potrebbe apparire contraddittoria rispetto al dolore che avevo provato all’annuncio della morte di mia madre. In verità, ero particolarmente preoccupato per alcune situazioni o aspetti pratici che avrei dovuto inevitabilmente affrontare. Innanzitutto, mi seccava enormemente dover incontrare persone che al mio cospetto contavano poco o che addirittura detestavo, prima fra tutte, mio padre.
In secondo luogo, avrei dovuto occuparmi, sia pure con la collaborazione di mio fratello, delle questioni rituali inerenti alla organizzazione del funerale, alla scelta del loculo, agli accordi con l’agenzia di pompe funebri e con il personale comunale dei servizi cimiteriali, al rilascio di autorizzazioni e pratiche amministrative varie, insomma, a tutte quelle cose che ero costretto a fare nonostante avessi bisogno di restare da solo con il mio dolore. In terzo luogo, ma non ultimo di importanza, ero convinto che quanto più fosse durata la mia permanenza a Roma, tanto meno sarei riuscito ad affrontare certe questioni familiari che dal giorno del mio trasferimento a Firenze pensavo di avere definitivamente accantonato.
Mi accasciai sul divano e mi dedicai alla mia attività preferita: il pensiero. E’ un mia caratteristica quella di parlare poco e di pensare molto, soprattutto mi piace farlo in determinati momenti della giornata come la sera tardi, quando i rumori della città cominciano ad attenuarsi. A che cosa pensavo? Innanzitutto al fatto che non avrei più potuto sentire la voce di mia madre e già mi mancavano le sue telefonate settimanali, quando mi domandava se stavo bene, se il lavoro tirava e se un giorno o l’altro mi sarei deciso finalmente a farle visita. Erano le solite domande di una madre premurosa verso il proprio figlio, alle quali qualche volta rispondevo con tono seccato, ma che adesso mi mancavano terribilmente. Mentre ricordavo queste parole, mi parve di vedere la figura di mia madre, snella, con il corpo ben slanciato e molto più giovane di come l’avevo vista l’ultima volta. Eccola apparirmi con i capelli nerissimi, avvolti in un fazzoletto azzurro, un vestito dello stesso colore che le arriva alle ginocchia e una mano infilata in una delle tasche laterali. Il viso dalla forma regolare è però di un colore bianchissimo, che fa da contrasto con le profonde occhiaie sotto i grandi occhi neri. La vedo inchinarsi ad accarezzare i capelli di me bambino con i pantaloncini corti e una cartella a tracolla sulle spalle. Mi dice: “Su Leo, da bravo, ora vai a scuola, vedrai che la mamma più tardi verrà a prenderti.”
Già, la scuola! Mi ricordai ad un tratto che dovevo telefonare a Cinzia, la mia ex moglie, per avvertirla che il giorno dopo non avrei potuto accompagnare mio figlio Giulio alla gita scolastica. Eravamo separati da un anno, ma di comune accordo avevamo deciso di continuare a frequentarci esclusivamente nelle occasioni in cui il nostro ruolo di genitori ce l’avrebbe imposto.
Composi il numero di quella che per tre anni era stata anche la mia casa, e dall’altra parte Cinzia rispose con la sua solita voce calma e sorniona. Le spiegai quello che mi era accaduto cercando di controllare per una sorta di pudore la mia commozione.
-“Mi dispiace tanto Leo, posso fare qualcosa per te?”-
-“No, ti ringrazio. Piuttosto, dovresti dire a Giulio che domani non potrò accompagnarlo.”-
-“Non preoccuparti, lo farò io. Chiederò un permesso.”-
Cinzia lavorava come vicaria alla direzione didattica della scuola materna di mio figlio.
-“Sicuro Leo che non hai bisogno di niente?”-
-“No, no… è meglio che ti occupi di Giulio. Ci vediamo al mio ritorno.”-
Riagganciai e mi strinsi nelle spalle domandandomi che cosa avrei fatto nei prossimi cinque minuti. In quel momento avevo soprattutto bisogno di fare o pensare a qualsiasi cosa pur di tenere la mente occupata e lontana dal senso di solitudine che provavo.
Mi accostai alla finestra e notai una coppia di giovani amanti che sotto i portici di Ponte Vecchio si scambiavano carezze. Non potei fare a meno di pensare ai tempi in cui io e Cinzia, proprio in quel medesimo posto, passavamo le sere a tenerci per mano e a guardarci a lungo negli occhi, mentre l’Arno scorreva lento e silenzioso. Allora eravamo trasportati dall’ansia e dalla curiosità di immaginare il nostro futuro quanto più roseo possibile, senza lasciarci scalfire minimamente dal dubbio che la nostra unione, presto o tardi, non sarebbe stata più così intensa e coinvolgente come gli sguardi che ci scambiavamo.
Si dice che niente è per sempre e che l’amore, più di ogni altra cosa, è come una fiamma destinata a spegnersi non appena il vento si alza un po’ di più...
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