LE MANI SU DI ME – PARTE FINALE

Dice di chiamarsi Marco, ma per me potrebbe essere Osvaldo, Riccardo o chicchessia. Magari non è nemmeno il suo vero nome come spesso mi è capitato con uomini fantasiosi e un po’ goffi, inclini a cucirsi addosso un’identità diversa finché dura la fiamma del piacere.

Li conosco questi uomini così curati e perbenisti. Sempre ben vestiti e col sorriso stampato sul viso come a voler dissimulare le proprie debolezze, i propri vizi e preferenze particolari. Si fanno vedere in giro con le loro mogli o fidanzate che usano come paravento per nascondere il loro essere disinibito e dissacrante, animali vaganti su strade periferiche che imboccano a fari spenti sperando di non essere mai scoperti.

Marco si spoglia ed io faccio altrettanto ripetendo un rito che conosco a memoria. Distrattamente vedo la mia immagine riflessa nell'ampio specchio che sovrasta il comò, uno dei tanti che ho fatto mettere nel mio appartamento per la gioia di chi desidera vedersi durante l’amplesso.

Ho i seni che sembrano due pere cotte, qualche smagliatura qua e là e uno sguardo non più brillante come un tempo. Un giorno o l’altro dovrò pensare seriamente alla mia “pensione”, smetterla prima che siano gli altri a farmelo notare.

Così ti chiami Genè. E’ il diminutivo di cosa?”
Generosa.”
Ah! Per quello che fai è un nome che ti sta bene. Ma sei un po’ “cara”.
Il piacere si paga non trovi?”

Non amo conversare con i miei amanti, preferisco andare subito al “sodo”, finire quanto prima con questa sofferenza di cui so di essere l’unica artefice. Non aspetto altro che la fine, l’ennesima, per correre spedita sotto la doccia e liberarmi dell’odore del sesso. Purificazione rituale che in me ha l’effetto di rigenerarmi, illudermi di essere una persona diversa almeno fino al prossimo … incontro.

Marco sembra invece voler prolungare questo rito che detesto facendomi domande sulla mia vita e altre simili sciocchezze. Provo a distrarlo col tocco esperto delle mie mani che s’intrufolano nei meandri soliti di un piacere antico e ben collaudato. Lui si dimostra inaspettatamente rigido, mi afferra per un braccio proseguendo nell'interrogatorio:

Perché hai deciso di fare la puttana?” Adesso il tono si fa serio, quasi minaccioso, ed io comincio a preoccuparmi.
Ma che t’importa? Rilassati …” 
‘… coglione’, aggiungo tra me.

Per tutta risposta mi arrivano due sberle, di quelle che fanno male e che lasciano il segno. Ho infatti un labbro sanguinante, forse a causa dell’anello massiccio del mio assalitore che quasi mi spacca un dente. Dovrei essere abituata a comportamenti del genere, invece rimango ferma, incredula e atterrita.

Marco si avventa su di me schiaffeggiandomi ancora e mordendomi come una bestia affamata. Lo lascio fare e chiudo gli occhi.

Presto finirà tutto, mi dico, mentre avverto bruciori dappertutto come se fossi avvolta dalle fiamme di un fuoco rovente e indomito. Sensazione ben diversa da quella che provavo da bambina quando restavo per ore a guardare il camino di casa mia. 

Le spinte di Marco sono un vortice che mi fa tornare alle origini della mia infanzia, quando tutto è cominciato facendomi precipitare nel baratro di un dolore che non si sarebbe più cancellato.

Tra poco finirà tutto, ripeto a me stessa, aprirò gli occhi e correrò a immergermi sotto la doccia.

L’ultimo respiro è un rantolo che mi annuncia la fine.
Ho aperto gli occhi e ho visto mio padre.

LE MANI SU DI ME

Racconto breve in due parti scritto da
Vittoriano Borrelli

Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale


(La prima parte è stata pubblicata venerdì 18 marzo 2016)

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