IL DIVANO


Se potessi parlare chissà quante storie avresti da raccontare. Tu che troneggi in tutte le case del mondo, sornione e accogliente come una sirena con il suo marinaio. Morbido e imbottito quanto basta per sprofondarci dentro e inebriarsi di tanta goduria che sa di riscatto dopo una giornata stanca e grigia.

Quante separazioni avrai sancito con il tuo inconsapevole richiamo alla pigrizia, alla conformazione delle cose che non cambiano, che restano uguali a se stesse come il decorso del tempo che ricomincia daccapo allo scoccare di un nuovo giorno. Lancette dell’orologio che ripercorrono lo stesso giro di vite, un’agenda sulla quale sono annotati i soliti appuntamenti che quasi ci si affeziona.

E quanti amori fugaci e furtivi avrai favorito nel silenzio della notte o nei pomeriggi afosi di un’estate di città. Preso d’assalto con movimenti acrobatici e spinte più o meno audaci, sarai stato messo a dura prova e avrai atteso l’ultimo sospiro di smaniosi amanti come un viatico propizio e liberatorio.

La quiete dopo la tempesta, la pace dopo una battaglia prendendosi a cuscinate o lanciandosi accuse e risentimenti. E poi smetterla di colpo per dare voce al silenzio, per firmare una tregua o un armistizio fino alla prossima lotta con le parole che voleranno dalla finestra e giungeranno nei cortili e nelle strade senza che nessuno le ascolterà.

Non manca occasione per cercarti, spiarti con lo sguardo e immaginare il momento in cui saremo una cosa sola, l’uno e l’altro complementari, l’uno e l’altro necessari.

E quando giunge quel momento tanto atteso è così bello rilassarsi tra le tue braccia, sentire la tua pelle lucida o vellutata, saggiare la tua morbidezza come una carezza che sa di beatitudine e di rinnovato torpore mentre fuori il mondo grida e si scatena come fa la pioggia sui tetti delle case.

Che importa se fuori piove, basta chiudere gli occhi e non pensare, mettersi al riparo da tutto e da tutti comodamente sdraiato o accovacciato sul tuo giaciglio.

E provare finalmente a sognare.

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