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UNA RISATA ALLUNGA LA VITA

LO SCARABOCCHIO


In molti libri pubblicati da scrittori e da editori si leggono tanti errori di grammatica o di sintassi che sono un duro colpo per i lettori che li hanno acquistati.  Dei veri e propri strafalcioni che abbassano di molto la qualità del prodotto a prescindere dalla trama, più o meno godibile. Uno scarabocchio che è un insulto agli amanti della buona lettura.

È un fenomeno molto diffuso che si registra non solo nella vasta platea degli scrittori “fai da te”, ma anche, fatto ancor più grave, quando il libro è pubblicato da case editrici, per lo più piccole e anonime, che offrono un servizio di editing davvero scadente.

Si dice che la sostanza debba prevalere sulla forma ma nel mondo della letteratura questi due fattori sono un binomio indissolubile che devono andare necessariamente a braccetto se si vuole parlare di opera letteraria vera e propria.

Nel mondo della letteratura non vale il detto “parla come mangi”, c’è bisogno di raffinatezza, proprietà linguistica, capacità di elaborare concetti, anche complessi, in modo scorrevole e di facile presa senza perdere di vista le regole grammaticali di base: soggetto, predicato e complemento, ciascuno al posto giusto.

Un libro, un buon libro, deve saper “comunicare” , altrimenti è solo un ammasso di parole, spesso scoordinate tra loro e senza costrutto. Anche una trama, potenzialmente interessante, rischia di essere travolta da questo disordine espositivo a tutto danno della qualità, della leggibilità e comprensione della storia narrata.

Spesso si leggono commenti del tipo “Ho letto solo le prime pagine”, “Questo libro è un mattone”, “Che delusione! Mi aspettavo molto di più.” E accade, badate bene, non solo quando l’opera è scritta  da autori sconosciuti ma anche quando è prodotta da scrittori già affermati e pluripubblicizzati. Qui la delusione è doppia: la fiducia riposta nello scrittore di grido viene tradita nei fatti da un prodotto scarso che di letterario ha soltanto il nome.

Scrivere oggi non è come si faceva un tempo. Molti pensano di essere capaci di farlo, favoriti anche da una tecnologia informatica di tipo “popolare” e “globalizzante” che permette a tutti di scrivere o di dire quello che si vuole mentre il più delle volte sarebbe meglio tacere ed astenersi dal cimentarsi in imprese già votate al fallimento.

Questa democratizzazione dello scrittore o pseudo tale è altresì favorita dalla mancanza di una vera e propria selezione che impedisca sul nascere la diffusione di tanti scarabocchi. Ma anche quando c’è, succede che gli stessi “valutatori” peccano di capacità e competenza.

Per scrivere bene c’è bisogno di leggere tanto ed essere dotati di una buona base di cultura. Ma potrebbe non bastare se non c’è l’ingrediente principale: il talento.

Il talento non s’inventa. O ce l’hai o non ce l’hai.

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