E la bella stagione si prospetta migliore
Tutti guardano attenti il tiggì delle venti
Che cosa accadrà ? Che giorno sarà ?
Domani chissà che tempo farà?
La bella stagione profuma di viole
di nuovi indumenti che cambiano i tempi
La gente in città non si vede più
e tu te ne stai con gli occhi verso il blu
Al Bar dello Sport Mario non c'è più
È dai parenti giù
L'autostrada che va in riviera per questa sera
C'è un ingorgo però all'uscita di Bordighera cambierà
Questa notte sarà una notte di nuove stelle
e qualcuno farà un bel sogno che sulla sua pelle ricadrà
E la bella stagione brucia forte col sole
sulle spiagge e nei porti coi bikini più corti
C'è chi se ne sta ad aspettare al bar
La coca o il caffè succhiando quel che c'è
E il giorno che già si cala verso il blu
Rimani solo tu e la bella stagione
che ti fa stare giù
La bella stagione che non ti piace più
(Testo e musica di V.Borrelli.
Tratto da "Le parole del mio tempo")
BENVENUTO nel mio blog. Qui si parla di cultura, musica, attualità e ...di molto altro. Anche tu puoi essere protagonista con commenti e proposte.
Non ti dimentico
Certe
volte il destino è beffardo. Nell'infinito mondo del web, e in
particolare dei social, si fa di tutto per essere ricordati postando le
immagini più curiose ed accattivanti, i pensieri più originali e reconditi per
far breccia sui cosiddetti “followers”, i seguaci ai quali ci si
rivolge affinché il messaggio sia condiviso ed apprezzato. Quasi mai
succede di essere indimenticabili e quel post viene ben presto espulso
dalla rete come un rifiuto, una carta appallottolata e lanciata nel cestino.
Accade
invece che quando si desidera rimuovere quello che è stato immesso nel web è
già troppo tardi. Il diritto all'oblio, soprattutto per le informazioni
on line, è il meno tutelato giuridicamente anche se in molte legislazioni,
compresa la nostra, vi sono norme apparentemente puntuali e deterrenti.
Molto
spesso ci si dimentica delle cose positive che facciamo mentre quelle negative
pesano come un macigno e, a volte, sono in grado di condizionare tutta
la nostra esistenza.
Ci
vuole tanto per farsi amare, niente per essere reietti.
E la
realtà è piena di questi esempi, come la vicenda di cui è stata vittima Tiziana
Cantone, la trentunenne napoletana costretta al suicidio dopo aver
atteso invano che venissero rimossi dal web i video hard che la
vedevano protagonista. Per la verità c’era anche riuscita, almeno sul piano
giudiziale, con una sentenza del 5 settembre 2016 con la quale il
tribunale di Aversa aveva imposto a cinque social l’eliminazione del
materiale oggetto del contendere.
Ma è
stata la vittoria di Pirro. Tiziana oltre a dover rifondere c.a. 18.000
euro ad alcuni social per errori formali, si è vista negare il suo diritto
all'oblio in quanto “presupposto fondamentale perché l’interessato possa
opporsi al trattamento dei dati personali, adducendo il diritto all'oblio, è
che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo”.
Secondo
il giudice adito “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia
decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della
collettività alla conoscenza di questa vicenda.”
Questa
sentenza mette in luce tutti i limiti della legislazione vigente in
ordine al diritto dell’interessato di poter negare (anche
successivamente) il consenso alla divulgazione dei propri dati e informazioni,
qualunque ne sia la modalità. Nel mondo di internet il diritto all'oblio
non esiste perché non esiste alcuna contromisura efficace per bloccare o
interrompere quello che è già veicolato nei meandri della rete.
L’unico
rimedio è quello di agire sul piano culturale con una capillare azione
educativa che insegni il rispetto per le persone, a cominciare dai
banchi della scuola. Compito arduo per non dire impossibile a giudicare dai
crescenti fatti di cronaca degli ultimi tempi.
Bisognerebbe
agire sull'educazione al ricordo, tenendo ben distinti gli avvenimenti
positivi, che andrebbero salvaguardati nella memoria, da quelli negativi
o devastanti che purtroppo vengono amplificati oltre misura.
Pochi
ricorderanno quel meraviglioso passo de “I Promessi Sposi” in cui Gertrude,
stanca di combattere contro il volere del padre che aveva deciso per lei la
vita monacale, accetta di diventare suora:
“Dissi
quel sì e fui monaca per sempre!”
Molti ricorderanno, e per lungo tempo, vicende come quella di Tiziana. Oggi le parole della monaca di Monza sul caso della Cantone suonerebbero così:
“Feci quel video e fui prostituta per sempre!”
L’ULTIMO DOMANI
Il
futuro è come una sigaretta, più la tiri e più si accorcia. L’intensità degli
attimi accelera i percorsi di vita mentre l’oziosità ne rallenta l’avanzamento a
tutto discapito della qualità.
Per
fortuna o per grazia naturale c’è una forza innata, viscerale, istintiva che è
la capacità di riproporsi, di rigenerarsi, di pensare al domani come il giorno
in cui vedersi realizzate le proprie aspettative pur mutevoli od
estemporanee.
Molti
di voi seguiranno il fortunato programma televisivo “Uomini e Donne” di Maria
De Filippi, e in particolare il trono “over” nel quale i
partecipanti in età matura sono alla ricerca di nuove storie per ricominciare lasciandosi
alle spalle un passato spesso doloroso, flagellato di separazioni, fallimenti,
incomprensioni.
Questo
rimettersi in gioco ad un'età avanzata è forse l’esempio più lampante di quanto
la vita possa offrire e offrirci nuove opportunità anche quando tutto sembra
inevitabilmente perduto e nessun sbocco sembra aprirsi davanti a noi.
Ecco
che l’ultimo domani diventa il futuro prossimo, il tratto pur breve da
percorrere con nuovo entusiasmo, quasi una rinascita, una seconda pelle
invisibile ad occhio nudo ma capace di rimarginare le rughe che nel frattempo
si sono propagate su tutto il corpo rendendolo stanco e debilitato. Una seconda
pelle che ha le sembianze di un’anima rigogliosa ed eternamente giovane.
Non
c’è una sola vita, ce ne sono dieci, cento, mille che si offrono all'orizzonte
perché l’orizzonte è solo un limite apparente: quando pensi di averlo raggiunto
ce n’è subito un altro, concatenazione infinita che è l’essenza stessa della
nostra capacità di andare avanti fino all'ultimo respiro.
L’ultimo
domani è solo il primo di tanti altri che si susseguono in successione illimitata,
è l’attualità, l’aggiornamento del tempo che ci tende sempre una mano.
Sta a noi accarezzarla, stringerla, farla passare per tutto il corpo fino a toccare l’anima.
Per ricominciare.
IL DISPREZZO
“Io
ti disprezzo...ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti
amo più...Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi...Eccola la
verità...ti disprezzo e mi fai schifo.”
E’
uno dei passaggi più forti del romanzo di Alberto Moravia intitolato, per
l’appunto, “Il disprezzo”.
Pubblicato
nel 1954, il romanzo racconta la crisi coniugale tra Emilia e Riccardo
che si risolverà in una rottura senz’appello dovuta sostanzialmente ai
comportamenti omissivi del marito. Il disprezzo è quindi la risultante di qualcosa
che non è stato fatto più che di azioni commesse, di atteggiamenti
attivi e orientativi del mènage familiare verso una direzione precisa e
voluta.
Riccardo
fa lo sceneggiatore cinematografico ma è scontento del suo lavoro perché
lo ritiene mortificante, avvilente ed intellettualmente alienante. Un
lavoro che non lo appaga perché eseguito secondo logiche di marketing, di esigenze produttive e di guadagno che
prescindono dalla qualità di ciò che viene rappresentato sulla scena
cinematografica.
Impegnato
a risolvere questa sua insoddisfazione professionale, Riccardo finirà col
trascurare la moglie spingendola nelle braccia del suo produttore senza
muovere un dito per evitarlo. Di qui l’omissione, la disattenzione voluta
o inconsapevole che farà scivolare il rapporto coniugale in una fine
inevitabile in cui l’unica cosa che emerge come tangibile e irrevocabile è il
disprezzo, ovvero un cumulo di sentimenti repulsivi e reiettivi di condotte
profondamente deludenti.
“Ciò
che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso
non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di
trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo,
provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in
realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente
fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa
evidente. [...] Ora, ecco, quella frase di Emilia mi faceva sospettare per la
prima volta di non conoscermi né giudicarmi qual ero, e di essermi sempre
adulato, fuori di ogni verità .”
I
grandi romanzi non muoiono mai quando sanno rappresentare la coscienza
individuale e sociale in tutte le sue dinamiche evolutive o involutive ma ben connotabili e
contraddistinguibili al di là del tempo e delle sue trasformazioni. Il
disprezzo di Moravia si colloca a pieni voti tra le opere di una
letteratura di assoluta qualità e pregevolezza.
Oggi,
a distanza di oltre sessant'anni dall'uscita
non si può non cogliere l’attualità dei temi trattati dall'opera di
Moravia, perché personaggi come Riccardo ed Emilia sono facilmente
rintracciabili nel mondo contemporaneo, alla stregua dei focolai del disprezzo che germogliano nella società del terzo millennio, a sua volta,
disprezzante e disprezzata.
Quante
delle nostre delusioni sono figlie del disprezzo? Di sentimenti
corroboranti del più profondo rancore verso persone che agiscono (o non
agiscono) secondo le nostre aspettative e desideri? Spesso ben poco si può fare
per cambiare le cose e soprattutto le persone che abbiamo creduto di amare
e che invece abbiamo solo idealizzato confinandole, ad un certo punto del
nostro percorso, in un limbo indefinito e impalpabile al nostro risveglio.
Ed è
un risveglio amaro in cui null'altro resta se non il disprezzo.
QUESTO NON LO SCRIVA
“La
società che gestisce l’acquedotto fa acqua da tutte le parti con un bilancio che
ha più buchi di un colino da cucina, ma questo non lo scriva.”
“E
allora cosa scrivo?”
“Che
la società si sta impegnando per portare l’acqua nelle zone dove manca. Quanto
al bilancio scriva pure che a breve ci sarà l’aumento del capitale sociale che
ripianerà tutte le perdite.”
“E
le lettere di protesta?”
“Hanno
ragione. Quei deficienti dell’azienda si sono dati alla pazza gioia sperperando
in poco tempo i fondi ricevuti. Che coglioni! Invece di far quadrare i conti
hanno pensato bene ad organizzare festini, gite in barca o a rimpinzarsi nei
migliori ristoranti della città. Ma questo non lo scriva.”
“Cosa
scrivo allora?”
“Che
la società può contare sulle migliori professionalità che ci sono in
circolazione. Tutta gente che ha studiato nelle scuole più esclusive, che ha
conseguito masters in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Cina. Sì, ci metta anche
la Cina che ormai è di moda e fa tanto trendy. Quanto alle proteste scriva pure
che è una macchinazione della concorrenza per denigrare una società solida e assolutamente
affidabile.”
“Ci
sarebbe la signora Pizzaballa.”
“Cosa
vuole?”
“Ha
minacciato di portarla in tribunale per quella faccenda dell’occupazione
abusiva dei suoi terreni.”
“La
Pizzaballa è, di nome e di fatto, una pizza e una rompiballe. E’ così brutta che
per andarci a letto ci vorrebbe un cuscino da metterle sulla faccia. Ma questo,
ovviamente, non lo scriva.”
“Cosa
scrivo?”
“Che
la società è grata alla signora Pizzaballa, anima gentile e generosa, con la
quale troverà al più presto un accordo.”
“Un’ultima
cosa. Al ricevimento ci saranno tante personalità importanti: politici,
prelati, manager dell’alta finanza. Non teme che qualcuno possa metterla in
difficoltà per la questione dell’acqua inquinata alla frazione Beverelli?”
“Sono
tutte bestie addomesticate o, se preferisce, vermiciattoli che strisciano sui
muri di palazzi sontuosi e incantevoli. Hanno avuto il loro premio personale e ora
possono gongolarsi in poltrone comode e confortevoli. Ci scommetto la testa che
nessuno dirà una parola fuori posto. Ma questo, siamo intesi, non lo scriva.”
“E
di loro cosa scrivo?”
“Che
la società è onorata di essere circondata da tante personalità importanti e di
alto profilo.”
L’indomani
la notizia appare su tutti i giornali:
“Grande
successo alla serata di gala per festeggiare il ventesimo anniversario dalla fondazione della società Servizi per voi . Il patron è stato accolto da un bagno di folla accompagnato
dalla signora Pizzaballa che nell'occasione ha sfoggiato un collier di diamanti
regalatole, secondo voci di corridoio, dallo stesso padrone di casa. I due
hanno annunciato il matrimonio tra i loro rispettivi nipoti con la benedizione
di Monsignor Bellavista, presente all'evento. Nella sala delle conferenze ha
sfilato tutto lo staff dirigenziale dell’azienda che ha ricevuto dal sindaco
una medaglia con il simbolo delle quattro fontanelle della città. Nel corso
della celebrazione è stato lanciato il nuovo prodotto Acqua Sana,
ricavato dalla sorgente Beverelli e distribuito in omaggio a tutti i convitati.
Numerose le personalità politiche presenti, tutte di spessore, che hanno reso
ancora più prestigioso l’evento con interventi mirati e di forte impatto
comunicativo.”
“Complimenti!
E’ stato un trionfo.”
“Aveva
qualche dubbio?”
“Nessuno.
Tutto è andato secondo le sue aspettative.”
“Direi
tutto secondo i piani. Ora potrò godermi la prima de Il camaleonte e le
altre.”
“L’opera
di Fregoli? Il famoso trasformista?”
“Quello.
Non me la perderei per niente al mondo.”
“Devo
scrivere qualcosa?”
“Sarò
in prima fila con la mia dolce metà e mi farò tante risate. Questo lo scriva,
lo scriva pure.”
QUESTO NON LO
SCRIVA
Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli
(Ogni riferimento a
fatti o a personaggi della realtà è puramente casuale)
VIVA LA MAMMA
Nessun
amore può pareggiare quello materno. E’unico e indissolubile come un
cordone ombelicale che non si spezza mai nemmeno dopo il primo sguardo
alla vita. Siamo figli delle donne e con le donne abbiamo suggellato
questo patto di mutua filiarità che sta innanzitutto nella natura delle cose e del
loro spontaneo divenire.
In
occasione della festa della mamma, è doveroso rendere omaggio a
questa importante figura genitoriale che si fa sentire anche (e forse
soprattutto) quando non c’è. Nella nostra infanzia sono tanti i ricordi
che ci legano a chi ci ha messo al mondo regalandoci quello che è il dono
più grande: la vita.
Sono
ricordi che spesso associamo a qualche oggetto in particolare come il grembiule
da cucina, il fazzoletto bagnato sulla fronte quando avevamo la febbre, o
a momenti dolci e rituali come il tenersi per mano la mattina per andare a scuola.
Nel
mondo delle canzonette (ma anche della letteratura) sono tantissimi gli
attestati, le dediche e i pensieri alla mamma e oggi voglio citarne alcuni:
“Chi
asciugava i pianti miei
mamma buona era lei
In
cucina cucinava
mamma cuoca canticchiava …”
(canzone
indimenticabile dello Zecchino d’oro del 1976, interpretata più tardi
anche da Iva Zanicchi)
“Son
tutte belle le mamme del mondo
quando
un bambino si stringono al cuor …”
(famoso
refrain del duo Gino Latilla e Giorgio Consolini al festival di
Sanremo del 1954).
“Viva
la mamma
affezionata
a quella gonna un po’ lunga
così
elegantemente anni cinquanta
sempre
così sincera …”,
(la hit
di Edoardo Bennato che spopolò nell'estate del 1989).
“Le
mamme sognano
le mamme invecchiano
le mamme si amano
ma
ti amano di più”.
(Toto
Cutugno al festival di Sanremo del 1989)
E
c’è anche la mia canzone dedicata a mia madre che ho fatto
incidere sulla sua lapide:
“Mia
madre ha gli occhi bagnati da un’eternità
e
gli anni che sono passati son pieni di semplicità
E chiacchiera con una vicina
La senti cantare canzoni di ieri in cucina …”
Auguri a tutte le mamme del mondo. A quelle che ci sono e a quelle che ci guardano da lassù.
LE PERSONE SBAGLIATE
Siamo
in miliardi che popolano questo pianeta e ognuno di noi è un puntino
rispetto al groviglio umano dal quale è circondato. In questo marasma di
individui, singoli o associati, non è sempre agevole trovarsi a proprio agio
con chi ci si relaziona, a volte per scelta, ma più spesso per necessità.
Si
dice che abbiamo sette sosia, sette affinità elettive disperse nel mondo
ma ci imbattiamo e qualche volta ci innamoriamo delle persone sbagliate.
Sarà forse per fatalismo o per scarso successo nella selezione delle
migliori compagnie, quelle che dovrebbero farci stare bene e magari aiutarci nel
nostro percorso di crescita.
C’è
chi per carattere, capacità di adattamento o spirito camaleontico riesce
ad indossare il vestito più adatto a seconda della personalità dell’interlocutore.
Tanto di cappello a chi riesce nell’impresa di stare bene con gli altri
anche quando si ha poco o niente in comune.
Ma,
come ho detto, siamo una moltitudine variegata e diversificata nella
quale i rapporti sociali difettano sovente di quella solidità affettiva
in grado di corroborarli e renderli durevoli. Non è un caso che le notizie di cronaca,
specie negli ultimi tempi, abbondano di episodi di insofferenza relazionale e
di emarginazione a vasta scala che sfociano, purtroppo, in azioni di
violenza e finanche delittuose.
Senza voler estremizzare, esiste un problema di convivenza
civile di cui non si può far finta di niente e che spesso è la risultante
di variabili impazzite, di combinazioni incontrollate e incontrollabili
che ci fanno incappare in persone lontanissime dal nostro modo di essere
di cui però non sappiamo farne a meno. In gergo si parla di cattive
compagnie dalle quali saremmo attratti per debolezza, per circostanza, calcolo
o semplicemente per volere del destino.
Ma
il disagio è più sottile perché le persone sbagliate sono a loro volta
stratificate, subdole, fuorvianti, confondibili in una perfezione
apparente e pericolosa. E le incontriamo sempre nel momento sbagliato quando le
nostre difese immunitarie sono deficitarie e vulnerabili.
Si
sa che la vita è fatta d’incontri, a volte fortunati, altre volte miseri.
Misere
le persone sbagliate che ti fanno sentire sbagliato e non ti perdonano niente
dopo averti strappato il cuore e rosicchiato ogni cosa di te prima di voltarti
le spalle lasciandoti al tuo destino in un giorno qualunque.
Perfide
le persone sbagliate che ti fanno innamorare con le loro maschere a colori e
sorrisi ammiccanti.
Povere le persone sbagliate nella loro finta ricchezza d’animo, adescanti giacigli che ti fanno precipitare nel vuoto.
Il vuoto che resta quando tutto passa e si consuma.
MAGGIO
Guardo questo giorno chiaro
respiro il vento di collina
Si alza il solito sipario
tutto mi sembra cartolina
Si vede sai che è già mattina
Le tue strade sconosciute
che non ho trovato mai
tu mi hai amato nel passato
con l'entusiasmo consumato
Ora sì che ci sto bene
in mezzo a tanta indifferenza
forse sono un po’ cambiato
ma chissà se l'ho notato
Vivo ancora da sbandato
E il pensiero ormai cattura
quest’amara convinzione
di averti un po’ nascosta
dietro questa vita
E' maggio ed io sorrido già
per un'altra ora che finirà
E sto così per fatti miei
anche se poi qui ti vorrei
E' maggio e portami con te
Maggio che raccoglie il tempo
di un'antica primavera
Maggio che mi osserva e tace
non ha parole da buttare
Maggio che non è più tale
Ed io ancora mi addormento
col tramonto di una luce
che da questa grande stanza
si vede ormai in lontananza
E' maggio ed io già vado via
non c'è più niente che mi trattiene
E maggio poi va un po’ più in là
e aspetta chi non tornerà
E maggio poi muore così
portandosi via sulla sua scia
ciò che avrei voluto dirti
Tratto da “Le parole del mio tempo”
I FIORI SPEZZATI
Mirko
ci andava spesso in quel luogo impervio e solitario che sembrava trovarsi alla
fine del mondo. Ogni occasione era buona per imbracciare la sua amata bicicletta
e percorrere chilometri e chilometri fino a raggiungere quella radura nascosta
tra alberi secolari e tappeti di fiori selvaggi. Era felice come mai
si sentiva tra le sue mura domestiche con una madre carabiniera e un
padre fuggiasco e sconosciuto.
Ultimo
di dieci figli che madre natura aveva voluto catapultare in un gregge
indomito e senza regole, Mirko sapeva bene di valere meno di niente in quella
cerchia familiare di ammasso umano, dove l’unico sussulto che facesse
pensare ad una risonanza di vita era rappresentato dal rumore dei
cucchiai nelle scodelle fumanti di brodo caldo.
La
radura era invece la sua oasi di pace, il momento di una contemplazione
voluta e ricercata che lo faceva sentire ad un passo dal cielo
nell'ampio scenario di immagini variopinte che si aprivano ai suoi occhi come
le porte di un castello incantato. Una contemplazione ascetica e
insolita per la sua giovane età di bambino undicenne ma già con le
fattezze di un uomo adulto e posato.
Quel
giorno era arrivato nel suo rifugio segreto di buon mattino portandosi con sé
le poche cose che gli appartenevano: una borraccia d’acqua e Ramiro,
un pupazzo di stoffa che aveva costruito con le sue mani utilizzando qualche strofinaccio
rubato dalla cucina in un momento in cui la madre si era attardata nei campi.
Con
il tappo di una bottiglia ci aveva fatto il naso e con due ceci gli occhi,
mentre i capelli avevano preso forma grazie a qualche foglia di
rosmarino. Le mani e i piedi li aveva abbozzati alla buona
con rametti d'albero infilati nei pertugi della stoffa sulla quale,
nella parte in basso del viso, aveva disegnato una bocca grande e
sorridente.
Era
particolarmente affezionato a quello strano esemplare da non separarsene
mai nemmeno per andare a dormire. Ora lo teneva stretto a sé seduto sopra un
grande sasso, intento a rimirare il sorgere del sole che tra gli alberi
proiettava i suoi primi raggi incerti. Uno spettacolo a cui aveva
assistito tante volte e che lo rendeva partecipe di una gioia nuova e rigenerante,
come se quelle trasformazioni naturali, solite e ripetitive, gli infondessero fiducia
e speranza in un giorno migliore.
Si
era alzato un timido vento che aveva scompigliato i capelli di Ramiro.
Mirko lo guardava con affetto filiale sussurrandogli:
“Se
il mondo degli uomini potesse capire quello che stiamo provando in questo
momento io e te, forse tutto sarebbe diverso e non ci sarebbe più dolore,
tristezza, incomprensione.”
D’un
tratto uno strano uccello nero, forse un corvo, si era poggiato tra i
rami di un albero e gracchiava con un suono gutturale e sinistro. Il cielo si
era improvvisamente rannuvolato e il vento aveva preso a spirare più forte.
Mirko si strinse nelle spalle avvertendo un brivido che non gli faceva
presagire niente di buono.
“E’
successo qualcosa!”, esclamò. Si alzò di scatto, prese la bicicletta
e cominciò a pedalare a tutta velocità rifacendo a ritroso il sentiero che
aveva percorso pochi minuti prima. Davanti a sé grosse nuvole nere si
addensavano minacciose in squarci d’azzurro beffardi.
Giunse
nel giardino di casa e gettò a terra la bici. Sull'erba incolta
giacevano i corpi dei suoi fratelli come fiori spezzati in quel lugubre
scenario. La porta d'ingresso era socchiusa e nell'aria c'era un silenzio tombale, simile a quello che scende dopo una battaglia. Entrò da quella fessura quasi a volersi mimetizzare per non essere visto e arrivò in cucina. Vide sua madre riversa su una sedia, la testa sopra
il tavolo e la pistola appoggiata sul grembiule.
Non
una parola uscì dalla sua bocca.
Oggi
Mirko è rinchiuso in una comunità di accoglienza e non parla più con nessuno. Passa
gran parte del tempo nel letto della sua stanza, le mani dietro la testa e lo
sguardo perso nel vuoto. Solo di rado il suo viso pare accendersi quando
ripensa alle giornate tranquille trascorse alla radura. Allora accenna a un sorriso stringendo
forte a sé il suo Ramiro.
I FIORI SPEZZATI
Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli
NON MI ACCORGO DI TE
“Potresti
stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri
col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente
invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”
Un
pensiero del genere potrebbe appartenere ad un distratto cronico o più
probabilmente ad una persona che ostenta
disinteresse, se non indifferenza, verso chi cerca in tutti i modi di farsi
notare per essere amato e accettato.
Quanti
di noi vivono all'ombra di chi domina la scena delle parole e delle immagini,
supplementari e mai complementari del più bieco protagonismo? Ciononostante ci ostiniamo
a ritagliarci uno spazio, pur piccolissimo che sia, nel mondo che conta o che pensiamo
possa valere tanto, salvo accorgerci (quasi sempre troppo tardi) di essere solo
un punto, cornice sbiadita di un dipinto antico e replicato.
Subalterni
o crocerossini? Ci affanniamo a cambiare il mondo e le persone che ci stanno
accanto, ma sono sempre gli altri a cambiare noi, a renderci diversi rispetto
ad un contesto che non ci appartiene e che forse non ci è mai appartenuto.
Luigi
Pirandello così scriveva nella sua “Sei personaggi in cerca di autore”:
“E
come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e
il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta,
inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo
com'egli l'ha dentro? ”
Nell'opera
del grande scrittore siciliano il tema centrale è l’impossibilità di trasporre
fatti e vicende della vita reale nella rappresentazione scenica, ma esiste
anche un’altra chiave di lettura, più sottile e latente, data dall'incapacità
di saper registrare, interpretare e comprendere i bisogni, le sollecitazioni e
le istanze di chi ci sta accanto.
“Non
mi accorgo di te” è quindi il triste epilogo in cinque parole di un
atteggiamento che non lascia scampo all'intesa, alla vicinanza e comunione dei
sensi. E’ uno spartiacque inflessibile e desolante tra chi ama per essere amato
e chi invece, pur ricevendo carezze e attenzioni, non reagisce allo stesso
modo.
Il
risultato è una cupa solitudine non solo individuale, ma anche e soprattutto
sociale che ridisegna i destini di un mondo che volge lo sguardo altrove e non
si accorge di te.
Spesso
è il paradosso, l’espressione roboante e ad effetto a rendere l’idea, a
massimizzare un concetto che in altri termini resterebbe solo allo stato
embrionale.
Ecco
perché:
“Potresti
stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri
col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente
invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”
LA COSCIENZA DI ZENO
Ognuno
di noi, a modo suo, parla con se stesso. Si può essere ipercritici,
superficiali, poco obiettivi o semplicemente opportunisti per sentirsi dire da
“dentro” quelle parole o proclami assolutori che non arrivano dall'esterno.
C’è
un romanzo meraviglioso che racconta in maniera attenta e magistrale queste
dinamiche interiori: “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, pubblicato
nel 1923.
L’opera
descrive l’incapacità del protagonista, Zeno Cosini, di spiegare e risolvere i malesseri
che hanno segnato tutto il suo percorso di vita:
Dalla
dipendenza dal fumo vista come mancanza di volontà …:
“Adesso
che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato
tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia
incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e
forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è
un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”
… al rimpianto per non aver avuto alcun
rapporto significativo con il padre:
“La
morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. Il paradiso non esisteva
più, ed io poi, a trent'anni, ero un uomo finito. Anch'io! M’accorsi per la
prima volta che la parte più importante e decisiva della mia vita giaceva
dietro di me, irrimediabilmente.”
Dall'inettitudine
nella scelta della donna che diventerà sua moglie …:
“Venne
finalmente il giorno del mio matrimonio e proprio quel giorno ebbi un’ultima
esitazione. Avrei dovuto essere dalla sposa alle otto del mattino, e invece
alle sette e tre quarti mi trovavo ancora a letto fumando rabbiosamente e
guardando la mia finestra su cui brillava, irridendo, il primo sole che durante quell'inverno fosse apparso.”
…
alla relazione controversa e contraddittoria con l’amante che per questo lo
lascerà …:
“Si
dice che quando si soffre per aver bevuto troppo, non ci sia miglior cura che
di berne dell’altro. Io, quella mattina, andai a rianimarmi da Carla …”
Vicende
che Zeno racconta nelle sedute dal suo psicoanalista dal quale si allontanerà
non appena si farà strada in lui il disprezzo e la sfiducia verso il buon esito
della terapia.
La
coscienza di Zeno non è soltanto la storia di un uomo divorato dalle malattie, reali o apparenti, del proprio vissuto al punto da renderlo inetto e refrattario a qualsiasi stimolo esterno.
E' il fallimento della società civile di acquisire una propria capacità introspettiva, l’inadeguatezza dell’essere in rapporto alle azioni compiute che appaiono effimere, inspiegabili o, nella migliore delle ipotesi, poco efficaci e produttive delle migliori manifestazioni d’animo.
E' il fallimento della società civile di acquisire una propria capacità introspettiva, l’inadeguatezza dell’essere in rapporto alle azioni compiute che appaiono effimere, inspiegabili o, nella migliore delle ipotesi, poco efficaci e produttive delle migliori manifestazioni d’animo.
Sono
allora le omissioni, le parole sottaciute, i gesti trattenuti a destabilizzare
la vita del protagonista relegandola in un limbo indefinito nel quale e contro
il quale s’imbatte una coscienza fragile ed indifesa che non sa tendere lo
sguardo ad un futuro sicuro e tranquillo:
“Ci
sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di
nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”
(Italo Svevo, “La
coscienza di Zeno”)
IO PARLO DA SOLO
Io
parlo da solo. Tutto è cominciato quando un bel giorno mia moglie mi ha
lasciato sbattendo la porta. Ero seduto sul divano del soggiorno di casa
con Lidia ritta in piedi, lo sguardo severo e austero, le braccia
conserte e la bocca spalancata dalla quale si sprigionavano cumuli
di parole e di epiteti.
“Ti
ho tradito. Ti ho messo le corna. E sai con chi? Con Piero, il tuo
migliore amico, quello di cui vai fiero e che un giorno hai voluto per forza
presentarmi. Me lo hai servito su un piatto d’argento: bello, solare e
muscoloso. Il contrario di te: tozzo, burbero e con la testa sempre tra le
nuvole. Ti ho tradito, capisci? Non dici nulla? Non spiccichi parola? Ma che
uomo sei? Maledetti i tuoi silenzi!”
Le
parole di Lidia mi cascavano sulla testa facendomi sprofondare sempre di più
nell'ampia imbottitura del sofà nuovo di zecca. Sono stato in
silenzio tutto il tempo aspettando che la tempesta finisse e che finalmente
ripiombasse la quiete. Ero stranamente calmo e riflessivo. Ricordai ad un
tratto la scenetta comica di Totò, quella di Pasquale che riceve pugni e insulti
da un Tizio incontrato per strada:
“Pasquale, era un pezzo che ti
cercavo. Figlio di un cane, finalmente ti ho trovato!”
E a seguire schiaffi
e pugni in testa. Il povero malcapitato pensava tra sé: “Chissà ‘sto stupido
dove vuole arrivare!”
Ma perché non hai reagito?, fa l’amico.
“E che me
frega a me, mica son Pasquale io!”
Ho
reagito come il Pasquale della barzelletta e cioè nella
totale indifferenza. Non ero io che dovevo vergognarmi ma Lidia e Piero
che mi avevano tradito, l’una nell'amore e l’altro nell'amicizia. Da
allora ho cominciato a parlare da solo, facilitato anche dal fatto che intorno
a me non c’era più nessuno. Un soliloquio che è iniziato prima tra le mura
domestiche con commenti del tipo ‘Oggi è stata una giornata faticosa!’ ‘Meglio
una pizza o due uova al tegamino? ‘Una bella doccia calda è quella che
ci vuole!’. Poi le parole sono “uscite” per strada, tra la gente, nei
negozi e negli uffici. Erano quasi sempre delle imprecazioni rivolte ai miei
odiati traditori:
“Mia
moglie non mi merita!
Piero
non mi merita!
Nessuno
mi merita!”
Un ritornello che
ripetevo in ogni occasione: dal salumiere, ai giardini pubblici, finanche alle
poste mentre stavo in coda ad aspettare il mio turno. Una volta, proprio
all'ufficio postale, sentii qualcuno da dietro che mi apostrofava: “Nemmeno
tu ci meriti se continui con questa lagna!”
Piero
ed io lavoravamo nello stesso ente pubblico. Io mi occupavo della
progettazione e lui degli appalti. Un giorno mi confidò tutto fiero e
contento che una certa impresa in cui lavorava suo fratello si era aggiudicata
un lavoro da quasi due milioni di euro. C’era qualcosa che non andava ma per la
grande amicizia che nutrivo per Piero decisi di mettere da parte qualsiasi
sospetto.
Ora
quella vicenda mi era ritornata prepotentemente alla memoria al punto da
riassumerla con queste parole:“Piero corrotto, in galera ti ci
porto!”. Le ripetevo a voce alta in qualunque luogo mi trovassi, e un
giorno persino davanti alla stazione dei carabinieri.
Oggi
Piero è rinchiuso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di corruzione.
Lidia l’ha lasciato e si è messa con un altro.
Io
continuo a parlare da solo.
IO PARLO DA SOLO
Racconto breve
di Vittoriano Borrelli
(Ogni riferimento a
fatti o persone reali è puramente casuale).
CHI DORME ACCANTO A ME?
Mi
sono svegliato e ti ho guardato come se fosse la prima volta. Tu dormivi
della grossa con la testa che a malapena s’intravedeva dalle lenzuola.
Ho avvertito la spiacevole sensazione di sentirmi fuori posto, un intruso,
un oggetto che con il contesto della stanza nulla aveva a che fare. O forse eri
tu l’intruso, la cosa fuori posto, il niente.
Ho
aperto la finestra e mi sono proteso in avanti per recuperare tutto il respiro
che mi è mancato stando chiuso tra quelle mura domestiche che adesso mi sembravano
ostili, inesplorate, ignote.
“Chi
dorme accanto a me?” Domanda inquietante alla quale non ho saputo dare una
risposta. Ti avrò conosciuto quando avevo bisogno di conoscere e amato quando
tutto l’odio del mondo mi aveva sommerso e reso irriconoscibile.
Ed
ora ad esserlo sei tu, sconosciuta macchia umana che spicca come un neo
sul manto bianco del mio letto.
Un
attimo prima mi sembrava di conoscerti e a te ho riposto tutta la mia fiducia.
Ti ho amato spogliandomi di tutte le mie debolezze consegnandomi a te
come si fa quando non si hanno più difese. Piacevole arrendevolezza dei
sensi.
Adesso
tutto è messo in discussione ed è una sensazione più forte dello sbandamento,
del disorientamento che si ha quando s’imbocca una strada diversa e
mancano le coordinate per capire a quale posto si è arrivati.
Apro
il cassetto ed estraggo la pistola. Sarebbe una soluzione, o meglio, “la”
soluzione. Punto l’arma su quel rigonfio del letto che accenna ad una figura
umana, inerme e inconsapevole del mio dolore antico.
Mi
dirigo lentamente verso la mia “preda” ancora immobile e rannicchiata.
Con una mano tiro via in un sol colpo coperta e lenzuola. Finalmente ti vedo ed
è come guardarmi allo specchio: le gambe piegate, il busto riversato sul
bordo del materasso e il viso che mi lancia uno sguardo pieno di compassione.
Lascio cadere l’arma e mi riverso per strada.
Il vento spazza via le ultime foglie cadute dai platani che fiancheggiano il viale deserto.
Mi abbraccio da solo e il mondo si apre davanti a me.
CHI DORME ACCANTO A ME?
(I fatti narrati sono puramente immaginari)
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