LUCI DI CITTÀ

Luci di città che non si spengono mai in queste notti d’estate in cui si dorme poco ma si sogna di più. Corre l’immaginazione sulle finestre illuminate di case e palazzi oltre le quali ognuno custodisce la propria storia.

Non ci sono più le città vuote di una volta, quelle agostane in cui era bello godersi il silenzio e una tranquillità quotidiana sorniona ed assopita. Colpa della crisi, dei nuovi poveri che erano i ricchi di ieri, che si viaggia di meno e si medita di più.

Capita così di trovarsi in giro su strade insolitamente affollate, negozi aperti e piazze addobbate di ombrelloni e tavolini davanti a bar e gelaterie prese d’assalto dagli avventori di città. Molti di loro non sono più partiti e hanno lasciato le valigie impolverarsi in cantina per un altro anno ancora.

Si passeggia sui viali alberati con i lampioni che in lontananza sembrano tante stelle che brillano nell'oscurità suburbana stuzzicando la fantasia di chi ha  ancora voglia di sognare e di volare via. E si sa che il pensiero corre sempre più velocemente dei desideri che non si avverano. 

Capita allora di vedere il mare sulle strade lastricate e sentire nell'aria quella brezza marina che è un ricordo dell’infanzia o un momento vissuto neanche tanto tempo fa, quando per essere felici bastava semplicemente stare insieme, stringersi ed abbracciarsi anche se si aveva poco o niente.

In queste notti d’estate afose e svogliate si fa festa anche in città con i fuochi d’artificio che spuntano dietro ai palazzi per illuminare  squarci di cielo che ti affretti a rubare con lo sguardo.

E ti sembra già abbastanza per emozionarti stando affacciato al balcone mentre tutto intorno è un’ipotesi di gioia che quasi ti vien voglia di sorridere. Aspetti che l’ultima luce delle case si spenga per andare a dormire ma qualcosa ti spinge ad attardarti in questo spettacolo notturno.

C’è ancora tutta un’alba da scoprire.

LE DIECI REGOLE PER VIVERE MEGLIO

Mosè ebbe il suo ben da fare quando ricevette dal Signore il decalogo per governare al meglio i popoli della Terra. Per i fedeli basterebbe osservarlo e farlo osservare dalla prima all'ultima parola e  tutto sarebbe più semplice, divino, paradisiaco.

Si sa che certe parole vanno ripetute a ciclo periodico per essere memorizzate ed interiorizzate. Pensate alle preghiere del Vangelo che vengono recitate in ogni funzione religiosa per essere tramandate e tradotte, almeno si spera, in azioni concrete.

Ma non sempre gli insegnamenti, da qualunque parte arrivino, sono seguiti alla lettera. Nell'era moderna multimediale, dove la mania di protagonismo nei social imperversa a tutto campo, accade sovente assistere alla libera (e a volte fin troppo) esternazione del pensiero con consigli, pareri e suggerimenti decantati da un podio virtuale su cui ci si sente maestri del mondo.

In questa grandine di parole ognuno sembra avere la ricetta per vivere meglio. Francesco Gabbani nella sua “Occidentali’s Karma” lo rimarca a più riprese:

Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili

In questa invasione (barbarica) dei “tuttologi del web” si fa presto a voler imprimere le proprie idee come se fossero le migliori perle di saggezza. Ecco un esempio delle dieci regole di comportamento che si possono trovare sui social.

Regola n. 1: Tieni ben chiuse le finestre del web. Certi spifferi fanno male alla salute.

Regola n. 2: Non desiderare il profilo degli altri se non vuoi che ti rubino il tuo.

Regola n. 3: Scrivi di getto e senza pensare, apprezzeranno il tuo istinto.

Regola n. 4: Metti mi piace a più non posso, te li restituiranno con gli interessi.

Regola n. 5: Intervieni alle discussioni con qualunque commento, l’importante è partecipare.

Regola n. 6: Posta le foto più belle che ti convincerai anche tu di esserlo.

Regola n. 7: Dosa le tue uscite sociali, possibilmente una volta al giorno e prima dei pasti.

Regola n. 8: Non dimenticare di santificare le feste. Augura a tutti buona domenica.

Regola n. 9: Rispondi a chi ti domanda così che quando domandi ti verrà risposto.

Regola n. 10Scegli bene gli emoticon se vuoi esprimere al meglio le tue emozioni.

Ma ce n'è un'altra, la mia: Dimentica le 10 regole precedenti e sii te stesso sempre, fuori e dentro di te.


ELETTRA

Elettra era seduta sulla poltrona e lo guardava attonita e smarrita. Non avrebbe mai voluto apprendere dall'uomo che le stava di fronte quella terribile notizia, ma si trattenne dal cadere nella più cupa disperazione abbozzando un’espressione sobria e composta.

“Purtroppo i risultati delle analisi parlano chiaro. Ci sono pochissimi margini di errore.”
“Quanto tempo mi manca?”
“Due, tre mesi al massimo.”

Si alzò quasi di scatto, prese la borsa che aveva appoggiato sulla scrivania e si girò verso la porta con una piroette da consumata ballerina. Ascoltò le ultime parole dell’uomo che le raccomandava di iniziare al più presto il ciclo di chemioterapia e senza alcun commento uscì dalla stanza.

Per strada Elettra cercò di riordinare le idee per quanto il mondo le fosse crollato addosso e non sapesse esattamente cosa fare. Ricordò la madre morente dello stesso male che prima di passare all'altro mondo si era affannata a darle le ultime istruzioni per un futuro sereno e tranquillo. Ma Elettra non aveva figli, non si era mai sposata e non aveva uno straccio d’uomo accanto.

Con lei si sarebbe interrotta quella catena ereditaria che il destino aveva voluto colpire i componenti della sua famiglia, -dagli ascendenti ai discendenti-, dello stesso tragico epilogo.

Entrò in un bar e si sedette ad un tavolino sorseggiando il caffè che l’amica barista le aveva preparato secondo i suoi gusti: lungo con una goccia d’anice e un po’ di latte freddo. Prese a sfogliare distrattamente un giornale e ad un tratto gli occhi caddero su un articoletto in fondo a una pagina. 

Si trattava di uno di quegli annunci dedicati alle persone sole in cerca di una notte d’amore con uomini muscolosi e prestanti. Indugiò pensando al suo aspetto fisico, per niente attraente, che avrebbe fatto scappare anche il più intrepido dei gigolò.

Si fece coraggio, compose il numero e ricevette le informazioni del caso annuendo di tanto in tanto come se avesse ben compreso di cosa si trattasse. Sembrava a suo agio e pensò che ciò fosse dipeso dal referto di quella mattina che non le lasciava scampo e che, proprio per questo, le aveva infondato una certa spregiudicatezza.  Pose alcune condizioni e fissò l’appuntamento per la sera seguente.

Elettra abitava in una casa vicino al mare alla periferia della città, in un contesto isolato che aveva scelto per rigenerarsi dal tran tran quotidiano e dal traffico che ronzava impetuoso davanti all'ufficio dove lavorava. Ogni occasione era buona per rifugiarsi sulla spiaggia e dare sfogo ai suoi pensieri più reconditi mentre la voce del mare faceva da sottofondo a quello scenario unico ed impareggiabile.

Arrivò l’ora dell’appuntamento e l’uomo che aveva “ingaggiato” si presentò puntuale con un mazzo di rose rosse e un sorriso che mostrava denti bianchissimi e ben curati.

La commedia ebbe inizio.

“Mi sono innamorato di te dal primo giorno che ti ho vista. Ricordi?”
“Cosa?”
“Il mare, i gabbiani, la spiaggia deserta. Tu che eri seduta sulla riva e guardavi chissacchè. Mi son detto: sarà una stella caduta dal cielo, o una conchiglia che le onde hanno voluto trascinare sulla riva per essere raccolta e conservata con cura.”
“E poi?”
“E poi ci siamo incrociati con lo sguardo ed è scoccata la scintilla.”

Elettra non sapeva se ridere o stare al gioco, quel gioco che lei stessa aveva voluto inscenare rifacendo il copione di un romanzo rosa che adesso aveva deciso di trasporre nella realtà indossando i panni della protagonista. Decise di continuare nella finzione lasciandosi andare ai baci e alle carezze di quel corteggiatore professionista che si muoveva con esperienza ma che non aveva fatto i conti con lo stato d’animo della donna, confuso e disorientato.

A dispetto del nome, le avances sempre più spinte dell’ospite non la elettrizzavano ma la irrigidivano oltremodo facendola sentire un’estranea, qualcosa di avulso dal personaggio che si era inventato allorché aveva messo in atto quell'assurda messinscena.

“Credo che sia il caso che ci fermiamo. Ma non preoccuparti, ti pagherò lo stesso la prestazione.”

L’uomo provò ad insistere ma lo sguardo glaciale di Elettra fu così eloquente da convincersi che, almeno per quella sera, il suo lavoro poteva considerarsi concluso. Prese il denaro pattuito e salutò la donna dichiarandosi disposto a riprovare anche il giorno dopo.

Ma Elettra sapeva che non ci sarebbe stato nessun domani, perché la vita non la si recupera in fretta anche quando il destino è segnato e si vogliono bruciare a tutti i costi le tappe per un briciolo di felicità.

Scese in spiaggia e arrivò fino alla battigia. Sentì le acque del mare lambirle i piedi sciogliendola da quell'intorpidimento che il finto fidanzato le aveva procurato. 
E pensò che era così bello guardare il mondo davanti a sé in compagnia del silenzio.

ELETTRA

Racconto breve
di

Vittoriano Borrelli

IN DUE NEL VINO

Lasciamo tutti i nostri problemi
nel traffico della città
e poi rubiamo quattro pensieri
a questa notte che verrà
Se il vino ci ha trovati invecchiati 
è colpa della nostra realtà
se adesso bevo un altro bicchiere 
non è il mio corpo che ha sete

Guarda che al mondo nessuno vuol darci una mano
se siamo sbagliati vuol dire che ci hanno ingannati

Nei giochi di luce inventiamo un letto di futilità
ridiamo tanto per non farci scoprire dalle ombre della verità

E siamo arrivati già a metà dell'incoscienza
cos'è che ci rende schiavi di questa sofferenza?

In due nel vino e il mondo lasciamolo là
in due nel cielo chissà se è vero o no che ti odio un po’
La città si risveglia forse ancora assopita
e noi ci arrendiamo alla nostra vita

E poi chissà se anche tu sei come me?
Chissà se nell'anima c'è ancora la voglia 
di stare abbracciati
nel fumo di questa stronza città?

Che strano desiderio ci prende in due piegarci alla nullità
e fare poi qualche altra cazzata vendendoci la libertà
E andare avanti senza ideali perdendo tutte le occasioni
morire senza più credenziali magari in tutte le stagioni

Musica prendimi e scivola sopra il mio corpo
persuadi anche lei e poi riportala al mondo

Ma in due nel vino ci s’incontra per complicità
In due nel sole chissà se è vero o no che ti amo un po’
La città ormai sbadiglia per la solita storia
e noi naufraghiamo nel nostro mistero ancora

E va quest’età con un anno in più
chissà se nell'anima c'è ancora la voglia
di stare abbracciati 
nel fumo di questa stronza città?

(Testo e musica di V. Borrelli.

LA VITA RUBATA

Dietro un angolo nascosto osservo le meraviglie di un mondo che non mi appartiene più. Cieli stellati che disegnano l’infinito tra sogni ammassati, disordinati e inautentici. Impalpabili leggerezze che scompaiono laddove lo sguardo si arrende all'ultimo scenario di irraggiungibili evasioni.

Quante volte da bambino ho guardato il cielo, steso sulla spiaggia con le mani dietro il capo e gli occhi rapiti da un antico splendore. Oggi lo faccio solo per vedere se piove, se è il caso di prendere l’ombrello mentre il sole si ostina a restare nascosto tra le nuvole.

Oggi non guardo più il cielo con l’intensità e la speranza che avevano accompagnato i miei primi anni d’infanzia, non guardo più il cielo per volare con l’immaginazione e indovinare quello che c’è oltre.

Quanti di noi si sentono consumati e dilaniati dalle preoccupazioni quotidiane, dalla ripetitività di azioni o gesti sempre uguali e uniformi, sommersi fra scadenze, adempimenti e corse contro il tempo? Quanti di noi non guardano più il cielo e non si accorgono che il divenire del giorno è semplicemente un invito a togliersi di dosso il vestito di sempre?

Nel secolo scorso il male di vivere era la depressione, oggi questo male si è trasformato nello stress dissociativo che ci fa dimenticare le cose che contano di più, stretti nella morsa di dover essere sempre all'altezza della situazione, pronti a rispondere ad ogni impulso esterno senza più ascoltare gli stimoli che arrivano dal cuore.

Basterebbe un attimo per fermarsi a riflettere, quell'attimo che non arriva mai ed è sempre rimandato con un “ci penserò domani”, ma il domani è già qui e non ti aspetta più. Così mentre tutto scorre velocemente ci si accorge di essere cresciuti troppo in fretta, mentre un’altra ruga ha solcato un viso stanco e segnato per le troppe inquietudini.

Allora ci si appiglia a qualcosa che somiglia molto ad un'ancora di salvezza, il conforto che si cerca tra moltitudini di sguardi che non s'incrociano mai perché diverse sono le storie di ognuno, il dolore che si provato più o meno intenso che non è mai uguale, comparabile, condivisibile per poterlo amare, esorcizzare e infine sconfiggere.

Quel conforto che  Tiziano Ferro racchiude in queste struggenti parole:

Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
e occhi bendati su un cielo girato di spalle
la pazienza, casa nostra, il contatto
il tuo conforto ha a che fare con me
E’ qualcosa che ha a che fare con me …”

Quel conforto che quando non ha a che fare con te è come un pezzo di vita che se ne va via.

La vita rubata che non ti appartiene più.

LA BELLA STAGIONE

E la bella stagione si prospetta migliore
Tutti guardano attenti il tiggì delle venti
Che cosa accadrà ? Che giorno sarà ?
Domani chissà che tempo farà?

La bella stagione profuma di viole
di nuovi indumenti che cambiano i tempi
La gente in città non si vede più
e tu te ne stai con gli occhi verso il blu
Al Bar dello Sport Mario non c'è più
È dai parenti giù

L'autostrada che va in riviera per questa sera
C'è un ingorgo però all'uscita di Bordighera cambierà
Questa notte sarà una notte di nuove stelle
e qualcuno farà un bel sogno che sulla sua pelle ricadrà

E la bella stagione brucia forte col sole
sulle spiagge e nei porti coi bikini più corti
C'è chi se ne sta ad aspettare al bar
La coca o il caffè succhiando quel che c'è
E il giorno che già si cala verso il blu
Rimani solo tu e la bella stagione
che ti fa stare giù
La bella stagione che non ti piace più

(Testo e musica di V.Borrelli. 

Tratto da "Le parole del mio tempo")

Non ti dimentico

Certe volte il destino è beffardo. Nell'infinito mondo del web, e in particolare dei social, si fa di tutto per essere ricordati postando le immagini più curiose ed accattivanti, i pensieri più originali e reconditi per far breccia sui cosiddetti “followers”, i seguaci ai quali ci si rivolge affinché il messaggio sia condiviso ed apprezzato. Quasi mai succede di essere indimenticabili e quel post viene ben presto espulso dalla rete come un rifiuto, una carta appallottolata e lanciata nel cestino.

Accade invece che quando si desidera rimuovere quello che è stato immesso nel web è già troppo tardi. Il diritto all'oblio, soprattutto per le informazioni on line, è il meno tutelato giuridicamente anche se in molte legislazioni, compresa la nostra, vi sono norme apparentemente puntuali e deterrenti.

Molto spesso ci si dimentica delle cose positive che facciamo mentre quelle negative pesano come un macigno e, a volte, sono in grado di condizionare tutta la nostra esistenza.

Ci vuole tanto per farsi amare, niente per essere reietti.

E la realtà è piena di questi esempi, come la vicenda di cui è stata vittima Tiziana Cantone, la trentunenne napoletana costretta al suicidio dopo aver atteso invano che venissero rimossi dal web i video hard che la vedevano protagonista. Per la verità c’era anche riuscita, almeno sul piano giudiziale, con una sentenza del 5 settembre 2016 con la quale il tribunale di Aversa aveva imposto a cinque social l’eliminazione del materiale oggetto del contendere.

Ma è stata la vittoria di Pirro. Tiziana oltre a dover rifondere c.a. 18.000 euro ad alcuni social per errori formali, si è vista negare il suo diritto all'oblio in quanto “presupposto fondamentale perché l’interessato possa opporsi al trattamento dei dati personali, adducendo il diritto all'oblio, è che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo”.

Secondo il giudice adito “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività alla conoscenza di questa vicenda.

Questa sentenza mette in luce tutti i limiti della legislazione vigente in ordine al diritto dell’interessato di poter negare (anche successivamente) il consenso alla divulgazione dei propri dati e informazioni, qualunque ne sia la modalità. Nel mondo di internet il diritto all'oblio non esiste perché non esiste alcuna contromisura efficace per bloccare o interrompere quello che è già veicolato nei meandri della rete.

L’unico rimedio è quello di agire sul piano culturale con una capillare azione educativa che insegni il rispetto per le persone, a cominciare dai banchi della scuola. Compito arduo per non dire impossibile a giudicare dai crescenti fatti di cronaca degli ultimi tempi.

Bisognerebbe agire sull'educazione al ricordo, tenendo ben distinti gli avvenimenti positivi, che andrebbero salvaguardati nella memoria, da quelli negativi o devastanti che purtroppo vengono amplificati oltre misura.

Pochi ricorderanno quel meraviglioso passo de “I Promessi Sposi” in cui Gertrude, stanca di combattere contro il volere del padre che aveva deciso per lei la vita monacale, accetta di diventare suora:

Dissi quel sì e fui monaca per sempre!”

Molti ricorderanno, e per lungo tempo, vicende come quella di Tiziana. Oggi le parole della monaca di Monza sul caso della Cantone suonerebbero così:

Feci quel video e fui prostituta per sempre!

L’ULTIMO DOMANI

Il futuro è come una sigaretta, più la tiri e più si accorcia. L’intensità degli attimi accelera i percorsi di vita mentre l’oziosità ne rallenta l’avanzamento a tutto discapito della qualità.

Per fortuna o per grazia naturale c’è una forza innata, viscerale, istintiva che è la capacità di riproporsi, di rigenerarsi, di pensare al domani come il giorno in cui vedersi realizzate le proprie aspettative pur mutevoli od estemporanee.

Molti di voi seguiranno il fortunato programma televisivo “Uomini e Donne” di Maria De Filippi, e in particolare il trono “over” nel quale i partecipanti in età matura sono alla ricerca di nuove storie per ricominciare lasciandosi alle spalle un passato spesso doloroso, flagellato di separazioni, fallimenti, incomprensioni.

Questo rimettersi in gioco ad un'età avanzata è forse l’esempio più lampante di quanto la vita possa offrire e offrirci nuove opportunità anche quando tutto sembra inevitabilmente perduto e nessun sbocco sembra aprirsi davanti a noi.

Ecco che l’ultimo domani diventa il futuro prossimo, il tratto pur breve da percorrere con nuovo entusiasmo, quasi una rinascita, una seconda pelle invisibile ad occhio nudo ma capace di rimarginare le rughe che nel frattempo si sono propagate su tutto il corpo rendendolo stanco e debilitato. Una seconda pelle che ha le sembianze di un’anima rigogliosa ed eternamente giovane.

Non c’è una sola vita, ce ne sono dieci, cento, mille che si offrono all'orizzonte perché l’orizzonte è solo un limite apparente: quando pensi di averlo raggiunto ce n’è subito un altro, concatenazione infinita che è l’essenza stessa della nostra capacità di andare avanti fino all'ultimo respiro.

L’ultimo domani è solo il primo di tanti altri che si susseguono in successione illimitata, è l’attualità, l’aggiornamento del tempo che ci tende sempre una mano.

Sta a noi accarezzarla, stringerla, farla passare per tutto il corpo fino a toccare l’anima.

Per ricominciare.

IL DISPREZZO

“Io ti disprezzo...ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più...Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi...Eccola la verità...ti disprezzo e mi fai schifo.”
E’ uno dei passaggi più forti del romanzo di Alberto Moravia intitolato, per l’appunto, “Il disprezzo”.

Pubblicato nel 1954, il romanzo racconta la crisi coniugale tra Emilia e Riccardo che si risolverà in una rottura senz’appello dovuta sostanzialmente ai comportamenti omissivi del marito. Il disprezzo è quindi la risultante di qualcosa che non è stato fatto più che di azioni commesse, di atteggiamenti attivi e orientativi del mènage familiare verso una direzione precisa e voluta.

Riccardo fa lo sceneggiatore cinematografico ma è scontento del suo lavoro perché lo ritiene mortificante, avvilente ed intellettualmente alienante. Un lavoro che non lo appaga perché eseguito secondo logiche di marketing,  di esigenze produttive e di guadagno che prescindono dalla qualità di ciò che viene rappresentato sulla scena cinematografica.

Impegnato a risolvere questa sua insoddisfazione professionale, Riccardo finirà col trascurare la moglie spingendola nelle braccia del suo produttore senza muovere un dito per evitarlo. Di qui l’omissione, la disattenzione voluta o inconsapevole che farà scivolare il rapporto coniugale in una fine inevitabile in cui l’unica cosa che emerge come tangibile e irrevocabile è il disprezzo, ovvero un cumulo di sentimenti repulsivi e reiettivi di condotte profondamente deludenti.

“Ciò che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo, provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa evidente. [...] Ora, ecco, quella frase di Emilia mi faceva sospettare per la prima volta di non conoscermi né giudicarmi qual ero, e di essermi sempre adulato, fuori di ogni verità .”

I grandi romanzi non muoiono mai quando sanno rappresentare la coscienza individuale e sociale in tutte le sue dinamiche evolutive o involutive ma ben connotabili e contraddistinguibili al di là del tempo e delle sue trasformazioni. Il disprezzo di Moravia si colloca a pieni voti tra le opere di una letteratura di assoluta qualità e pregevolezza.

Oggi, a distanza di oltre sessant'anni dall'uscita  non si può non cogliere l’attualità dei temi trattati dall'opera di Moravia, perché personaggi come Riccardo ed Emilia sono facilmente rintracciabili nel mondo contemporaneo, alla stregua dei focolai del disprezzo che germogliano nella società del terzo millennio, a sua volta, disprezzante e disprezzata.

Quante delle nostre delusioni sono figlie del disprezzo? Di sentimenti corroboranti del più profondo rancore verso persone che agiscono (o non agiscono) secondo le nostre aspettative e desideri? Spesso ben poco si può fare per cambiare le cose e soprattutto le persone che abbiamo creduto di amare e che invece abbiamo solo idealizzato confinandole, ad un certo punto del nostro percorso, in un limbo indefinito e impalpabile al nostro risveglio.

Ed è un risveglio amaro in cui null'altro resta se non il disprezzo.



QUESTO NON LO SCRIVA

“La società che gestisce l’acquedotto fa acqua da tutte le parti con un bilancio che ha più buchi di un colino da cucina, ma questo non lo scriva.”

“E allora cosa scrivo?”

“Che la società si sta impegnando per portare l’acqua nelle zone dove manca. Quanto al bilancio scriva pure che a breve ci sarà l’aumento del capitale sociale che ripianerà tutte le perdite.”

“E le lettere di protesta?”

“Hanno ragione. Quei deficienti dell’azienda si sono dati alla pazza gioia sperperando in poco tempo i fondi ricevuti. Che coglioni! Invece di far quadrare i conti hanno pensato bene ad organizzare festini, gite in barca o a rimpinzarsi nei migliori ristoranti della città. Ma questo non lo scriva.”

“Cosa scrivo allora?”

“Che la società può contare sulle migliori professionalità che ci sono in circolazione. Tutta gente che ha studiato nelle scuole più esclusive, che ha conseguito masters in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Cina. Sì, ci metta anche la Cina che ormai è di moda e fa tanto trendy. Quanto alle proteste scriva pure che è una macchinazione della concorrenza per denigrare una società solida e assolutamente affidabile.”

“Ci sarebbe la signora Pizzaballa.”

“Cosa vuole?”

“Ha minacciato di portarla in tribunale per quella faccenda dell’occupazione abusiva dei suoi terreni.”

“La Pizzaballa è, di nome e di fatto, una pizza e una rompiballe. E’ così brutta che per andarci a letto ci vorrebbe un cuscino da metterle sulla faccia. Ma questo, ovviamente, non lo scriva.”

“Cosa scrivo?”

“Che la società è grata alla signora Pizzaballa, anima gentile e generosa, con la quale troverà al più presto un accordo.”

“Un’ultima cosa. Al ricevimento ci saranno tante personalità importanti: politici, prelati, manager dell’alta finanza. Non teme che qualcuno possa metterla in difficoltà per la questione dell’acqua inquinata alla frazione Beverelli?

“Sono tutte bestie addomesticate o, se preferisce, vermiciattoli che strisciano sui muri di palazzi sontuosi e incantevoli. Hanno avuto il loro premio personale e ora possono gongolarsi in poltrone comode e confortevoli. Ci scommetto la testa che nessuno dirà una parola fuori posto. Ma questo, siamo intesi, non lo scriva.”

“E di loro cosa scrivo?”

“Che la società è onorata di essere circondata da tante personalità importanti e di alto profilo.”

L’indomani la notizia appare su tutti i giornali:

“Grande successo alla serata di gala per festeggiare il ventesimo anniversario dalla fondazione della società Servizi per voi . Il patron è stato accolto da un bagno di folla accompagnato dalla signora Pizzaballa che nell'occasione ha sfoggiato un collier di diamanti regalatole, secondo voci di corridoio, dallo stesso padrone di casa. I due hanno annunciato il matrimonio tra i loro rispettivi nipoti con la benedizione di Monsignor Bellavista, presente all'evento. Nella sala delle conferenze ha sfilato tutto lo staff dirigenziale dell’azienda che ha ricevuto dal sindaco una medaglia con il simbolo delle quattro fontanelle della città. Nel corso della celebrazione è stato lanciato il nuovo prodotto Acqua Sana, ricavato dalla sorgente Beverelli e distribuito in omaggio a tutti i convitati. Numerose le personalità politiche presenti, tutte di spessore, che hanno reso ancora più prestigioso l’evento con interventi mirati e di forte impatto comunicativo.”

“Complimenti! E’ stato un trionfo.”

“Aveva qualche dubbio?”

“Nessuno. Tutto è andato secondo le sue aspettative.”

“Direi tutto secondo i piani. Ora potrò godermi la prima de Il camaleonte e le altre.”

“L’opera di Fregoli? Il famoso trasformista?”

“Quello. Non me la perderei per niente al mondo.”

“Devo scrivere qualcosa?”

“Sarò in prima fila con la mia dolce metà e mi farò tante risate. Questo lo scriva, lo scriva pure.”


QUESTO NON LO SCRIVA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento a fatti o a personaggi della realtà è puramente casuale)

VIVA LA MAMMA

Nessun amore può pareggiare quello materno. E’unico e indissolubile come un cordone ombelicale che non si spezza mai nemmeno dopo il primo sguardo alla vita. Siamo figli delle donne e con le donne abbiamo suggellato questo patto di mutua filiarità che sta innanzitutto nella natura delle cose e del loro spontaneo divenire.

In occasione della festa della mamma, è doveroso rendere omaggio a questa importante figura genitoriale che si fa sentire anche (e forse soprattutto) quando non c’è. Nella nostra infanzia sono tanti i ricordi che ci legano a chi ci ha messo al mondo regalandoci quello che è il dono più grande: la vita.

Sono ricordi che spesso associamo a qualche oggetto in particolare come il grembiule da cucina, il fazzoletto bagnato sulla fronte quando avevamo la febbre, o a momenti dolci e rituali come il tenersi per mano la mattina per andare a scuola.

Nel mondo delle canzonette (ma anche della letteratura) sono tantissimi gli attestati, le dediche e i pensieri alla mamma e oggi voglio citarne alcuni:

Chi asciugava i pianti miei
mamma buona era lei
In cucina cucinava
mamma cuoca canticchiava …
(canzone indimenticabile dello Zecchino d’oro del 1976, interpretata più tardi anche da Iva Zanicchi)

Son tutte belle le mamme del mondo
quando un bambino si stringono al cuor …”
(famoso refrain del duo Gino Latilla e Giorgio Consolini al festival di Sanremo del 1954).

Viva la mamma
affezionata a quella gonna un po’ lunga
così elegantemente anni cinquanta
sempre così sincera …”,
(la hit di Edoardo Bennato che spopolò nell'estate del 1989).

Le mamme sognano
 le mamme invecchiano
 le mamme si amano
ma ti amano di più”.
(Toto Cutugno al festival di Sanremo del 1989)

E c’è anche la mia canzone dedicata a mia madre che ho fatto incidere sulla sua lapide:

Mia madre ha gli occhi bagnati da un’eternità
e gli anni che sono passati son pieni di semplicità
E chiacchiera con una vicina
La senti cantare canzoni di ieri in cucina …”

Auguri a tutte le mamme del mondo. A quelle che ci sono e a quelle che ci guardano da lassù.

LE PERSONE SBAGLIATE

Siamo in miliardi che popolano questo pianeta e ognuno di noi è un puntino rispetto al groviglio umano dal quale è circondato. In questo marasma di individui, singoli o associati, non è sempre agevole trovarsi a proprio agio con chi ci si relaziona, a volte per scelta, ma più spesso per necessità.

Si dice che abbiamo sette sosia, sette affinità elettive disperse nel mondo ma ci imbattiamo e qualche volta ci innamoriamo delle persone sbagliate. Sarà forse per fatalismo o per scarso successo nella selezione delle migliori compagnie, quelle che dovrebbero farci stare bene e magari aiutarci nel nostro percorso di crescita.

C’è chi per carattere, capacità di adattamento o spirito camaleontico riesce ad indossare il vestito più adatto a seconda della personalità dell’interlocutore. Tanto di cappello a chi riesce nell’impresa di stare bene con gli altri anche quando si ha poco o niente in comune.

Ma, come ho detto, siamo una moltitudine variegata e diversificata nella quale i rapporti sociali difettano sovente di quella solidità affettiva in grado di corroborarli e renderli durevoli. Non è un caso che le notizie di cronaca, specie negli ultimi tempi, abbondano di episodi di insofferenza relazionale e di emarginazione a vasta scala che sfociano, purtroppo, in azioni di violenza e finanche delittuose.

Senza voler estremizzare, esiste un problema di convivenza civile di cui non si può far finta di niente e che spesso è la risultante di variabili impazzite, di combinazioni incontrollate e incontrollabili che ci fanno incappare in persone lontanissime dal nostro modo di essere di cui però non sappiamo farne a meno. In gergo si parla di cattive compagnie dalle quali saremmo attratti per debolezza, per circostanza, calcolo o semplicemente per volere del destino.

Ma il disagio è più sottile perché le persone sbagliate sono a loro volta stratificate, subdole, fuorvianti, confondibili in una perfezione apparente e pericolosa. E le incontriamo sempre nel momento sbagliato quando le nostre difese immunitarie sono deficitarie e vulnerabili.

Si sa che la vita è fatta d’incontri, a volte fortunati, altre volte miseri.

Misere le persone sbagliate che ti fanno sentire sbagliato e non ti perdonano niente dopo averti strappato il cuore e rosicchiato ogni cosa di te prima di voltarti le spalle lasciandoti al tuo destino in un giorno qualunque.

Perfide le persone sbagliate che ti fanno innamorare con le loro maschere a colori e sorrisi ammiccanti.

Povere le persone sbagliate nella loro finta ricchezza d’animo, adescanti giacigli che ti fanno precipitare nel vuoto. 

Il vuoto che resta quando tutto passa e si consuma.

MAGGIO



Guardo questo giorno chiaro
respiro il vento di collina
Si alza il solito sipario
tutto mi sembra cartolina
Si vede sai che è già mattina

Le tue strade sconosciute
che non ho trovato mai
tu mi hai amato nel passato
con l'entusiasmo consumato

Ora sì che ci sto bene
in mezzo a tanta indifferenza
forse sono un po’ cambiato
ma chissà se l'ho notato
Vivo ancora da sbandato

E il pensiero ormai cattura
quest’amara convinzione
di averti un po’ nascosta
dietro questa vita

E' maggio ed io sorrido già
per un'altra ora che finirà
E sto così per fatti miei
anche se poi qui ti vorrei
E' maggio e portami con te

Maggio che raccoglie il tempo
di un'antica primavera
Maggio che mi osserva e tace
non ha parole da buttare
Maggio che non è più tale

Ed io ancora mi addormento
col tramonto di una luce
che da questa grande stanza
si vede ormai in lontananza

E' maggio ed io già vado via
non c'è più niente che mi trattiene
E maggio poi va un po’ più in là
e aspetta chi non tornerà

E maggio poi muore così
portandosi via sulla sua scia
ciò che avrei voluto dirti