PAROLE PAROLE


Quante  sono  le  parole  del  mio  tempo?  Quasi trentunomila, esattamente 30.993 quelle che compongono le centosette canzoni inserite nell'omonimo libro e le sessanta del seguito L’aquila non ritorna. 5878 è invece il numero complessivo dei versi. La media è di 185 parole e 35 versi  a canzone.

La  composizione  più  lunga è Napoli  muore (c.a. 6 minuti), quella più  breve è Nascerai  (c.a.  2,3 minuti);  quest’ultima ha anche il testo più breve (93  parole) seguito da Bella più che mai  (106 parole) e da La gioia che vivrò (110 parole).

Evanescenza si aggiudica invece il primato del testo più lungo (378 parole), seguito da Napoli muore (358 parole) e da Chi ti ha detto mai? (347 parole).

Notte annoiami è la canzone che vanta i versi più lunghi (49) seguita da E niente e dalla già citata Napoli muore, entrambe con 48 versi.

Fanalini di coda sono Non mi ricordo più di te, SalvamiUn nuovo amore e Quanto amore che si perde con 20 versi, distaccati di una sola lunghezza da La notte dei ricordiAmarezza con 21 versi.

La canzone più “vecchia” delle due raccolte è Ti amo, scritta nel febbraio del 1979; la più “giovane” è Autografo, composta agli inizi del 2014.

Amore” e “Cuore”, le parole generalmente più usate (e inflazionate) nei testi delle canzoni, qui compaiono rispettivamente per 205 e 47 volte, appena lo 0,6 e 0,15 per cento sul totale.

Un’ultima curiosità: negli ultimi anni la quantità media delle parole per ogni canzone è scesa a 120 con un calo del 35%. Come a voler significare che invecchiando o diventando più "grande" ho avuto sempre meno parole da dire!

L’ASSENZA


Gli assenti hanno sempre torto ma nel mondo interiore sono molto più presenti di quanto non lo siano nella vita reale.  C’è un cordone ombelicale tra noi e le persone che reputiamo importanti che non si spezza mai nemmeno quando pensiamo che siano uscite definitivamente dalla nostra vita.

E’ l’assenza che si fa presenza, a volte inconsolabile quando è l’effetto ultroneo di un amore spezzato, a volte ingombrante quando invece emana flussi negativi contro cui nessun antidoto sembra essere efficace. Sono assenze che derivano da presenze, ancorché sporadiche, che ci procurano molto dolore e che rappresentano una ferita aperta che non si rimargina mai.

Ci sono dunque assenze e assenze, non tutte uguali, non tutte incisive e percettibili in ciascuno di noi. Tutto dipende dalla nostra sensibilità, dalla nostra capacità di sentire, di fermarsi in superficie o di scovare nei particolari dei nostri legami con le cose e con le persone. E l’assenza è tanto più presenza quanto più queste relazioni sono controverse e destabilizzanti.

Ci si abitua all'assenza fin da bambini quando avviene il primo distacco dall'ambiente familiare per affrontare quello nuovo e sconosciuto della scuola. Una finestra sul mondo che si apre o che si tiene chiusa a seconda di come si è stati educati o accompagnati in questo passaggio. Ed è un’assenza che si fa fatica a colmare quando la presenza che l’ha preceduta si è rivelata di pessima qualità.

Si convive con l’assenza anche in mezzo alla gente, fra i rumori della città o nel silenzio di una quiete opprimente che cala impetuosa al percorrere di strade deserte e abbandonate. E’ asincrona, atemporale, anaffettiva come succede tra persone che si parlano ma non comunicano, che si congiungono senza mai toccarsi nell'anima.

E’ la negazione della vita l’assenza, quando si traduce nella mancanza d’amore che dura un attimo o per sempre.

L’assenza dondola nell'aria come un batacchio di ferro
martella il mio viso martella
ne sono stordito
Corro via l’assenza m’insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado
L’assenza non è tempo né strada
l’assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada
Più sottile di un capello più affilato di una spada
l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.

Nazim Hikmet 
(da Mosca 1961, in Poesie d’amore, 1963, traduzione di Joyce Lussu)

NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Capita di svegliarsi e non riconoscere più la persona che ci sta accanto. Con Emilia, mia moglie, è stato proprio così. Una mattina l’ho vista entrare in camera da letto con la colazione sul vassoio e un sorriso cordiale che l’ho scambiata per la donna di servizio.


“Grazie, l’appoggi pure lì”, ho esordito indicando con gli occhi il comodino alla mia destra.
“Che hai Luciano? Mi dai del lei adesso?”
“Sa bene che con le cameriere preferisco mantenere le distanze.”
“Ed io sarei una cameriera? Ma sei impazzito?”
“Perché? Chi sarebbe lei?”
“Come chi sarei? Sono Emilia, tua moglie.”

Così facendo ha appoggiato il vassoio sul comodino, ha preso un cuscino e me l’ha tirato in faccia. Non ho avuto alcuna reazione e ho mantenuto lo stesso sguardo serio e glaciale con cui l’avevo vista piombare nella stanza. A quel punto Emilia ha cominciato a preoccuparsi.

“Luciano, stai bene? Se questo è uno scherzo ti avverto che è di cattivo gusto.”
“Sto bene e non sto scherzando. Non conosco nessuna Emilia e lei, Rosina, non dovrebbe prendersi queste confidenze.”

Si è avvicinata a me e mi ha messo una mano sulla fronte per controllare se avessi la febbre o stessi delirando. Anche questa volta sono stato freddo e impassibile. L’ho vista fare un passo indietro con la bocca semiaperta come a voler lanciare un urlo che non è partito.

“Ma allora davvero non ti ricordi di me?”
“Cosa dovrei ricordare?”
“Te l’ho già detto. Sono tua moglie, siamo sposati da tre anni e ci amiamo molto.”
“Io invece conosco solo una Rosina che fa la cameriera, che poi sarebbe lei.”
“Ancora con questa storia della cameriera! Non ne abbiamo mai avuta una. E poi non ce lo possiamo nemmeno permettere.”

Emilia si è seduta accanto a me e ha preso ad accarezzarmi, prima il viso tastando la barba ruvida e incolta e poi più giù lambendo la camicia del pigiama fino all'apertura dei pantaloni. Sono rimasto immobile e silente mentre osservavo l’ispezione che la mia compagna stava eseguendo con fare chirurgico, quasi a voler stimolare uno strano esemplare che non dava più segni di vita. L’ho vista piangere e mi è sembrato di sentire le sue lacrime inondarmi il corpo inerme come fa una sorgente su specchi d’acqua lacustri che non si spostano dalle proprie sponde.

Amnesia anterograda, questa la diagnosi che lo strizzacervelli incaricato da mia moglie ha sentenziato qualche giorno dopo nel suo studio. Una sorta di black-out  per cui da un certo punto in avanti avrei smesso di ricordare, di immagazzinare luoghi e conoscenze un tempo a me familiari. Per me si è trattato della morte più atroce pur rimanendo in vita con le mie funzioni organiche che, tuttavia, hanno cessato di interagire con tutto ciò che nello scorrere di attimi e di secondi costituisce fatto, emozione, ricordo.

Così la donna che ha dichiarato essere mia moglie è divenuta ai miei occhi una perfetta sconosciuta, la mia casa un luogo spoglio e disabitato, il mondo intorno fotogrammi anonimi e senza alcuna relazione con la mia persona come se tutto avvenisse separatamente da me.

“Così è la morte”, ho pensato tra me ben sapendo che nel giro di qualche secondo avrei dimenticato anche questo e mi sarei allontanato dallo spazio come succede con le cose che non servono più e si disperdono nell'aria, in qualche punto dell’atmosfera, per divenire invisibili all'occhio umano.

“Così è la morte”, penso adesso mentre sono nella vasca da bagno con Emilia che mi aiuta a lavarmi passando la saponetta sulla mia pelle con fare delicato e materno. Sento di tanto in tanto il rumore dell’acqua dato dallo strizzare della spugna ed è come il ritmo scandito di un orologio che segna lo scorrere del tempo. Guardo mia moglie mentre già so che sto per dimenticarla e d’istinto stringo la sua mano per aggrapparmi all’ultimo sussulto di vita.


NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I personaggi e i fatti narrati sono puramente immaginari)

NON VOTARE ANTONIO


Qualche tempo fa (2013) scrissi un post dal titolo “Vota Antonio” in cui commentavo in chiave tragicomica la disaffezione dei cittadini verso la politica e le Istituzioni. A distanza di cinque anni e all'indomani delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, nulla è cambiato sotto questo cielo.

L’astensione al voto nelle consultazioni elettorali che si sono succedute nell’ultimo quinquennio ha raggiunto proporzioni un tempo inimmaginabili: circa quindici milioni di elettori hanno disertato le urne e questa flessione si è registrata persino in occasione del referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, ovvero su un tema che avrebbe dovuto calamitare maggiormente l’interesse dell’elettorato. Allora l’affluenza alle urne del 65% venne battezzata come un successo rispetto alle più desolanti pregresse partecipazioni, ma il 35% dei non votanti resta comunque un dato che fa riflettere.

Eppure il Corpo elettorale è il primo (se non il più importante) organo costituzionale chiamato ad eleggere coloro che dovrebbero mettere in atto i desiderata della volontà popolare. Ma in questo circuito di democrazia rappresentativa c’è sempre qualcosa che lo fa andare in tilt, un relè che si aziona sistematicamente per far venir meno quel nesso di intima causalità tra gli elettori e gli eletti.

Non bisogna essere dei politologi o esperti dei massimi sistemi per capire che il problema risiede soprattutto nella scarsa qualità dell’offerta che non è soltanto impreparazione o incompetenza della classe dirigente. Certo, il divario tra le ideologie politiche e ciò che ne scaturisce sul piano concreto si è ampliato oltremodo, ma alla base manca sempre una ferrea spinta moralizzatrice.

Ne è una riprova il fallimento della legge sull’anticorruzione, varata sei anni orsono, che avrebbe dovuto ridurre drasticamente gli eventi corruttivi. Invece gli episodi di malaffare sono aumentati a dismisura nonostante la redazione di piani di prevenzione mai rivolti, chissà perché, anche, se non soprattutto, all'amministrazione politica.

Ecco quindi che a ridosso degli appuntamenti elettorali ritorna sempre di moda il personaggio di  Antonio la Trippa, che nel film “Gli onorevoli” pubblicizza la sua candidatura alle politiche ripetendo da un imbuto a mo’ di megafono la mitica frase “Vota Antonio”. E sempre di moda ritorna la sublime battuta  di Totò, interprete di quel film : “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarella da mangiare?

La pellicola si conclude con una presa di coscienza del personaggio la Trippa che ritorna sui suoi passi riconoscendo i valori dell’onestà e della correttezza. L’auspicio è che questo messaggio possa essere tenuto bene a mente nel prossimo appuntamento elettorale.

L’astensione, sia pure comprensibile, non aiuta a cambiare lo stato delle cose.  E’ importante quindi recarsi alle urne ma sarà bene farlo con attenzione e ricordarsi di non votare (ancora) Antonio. 

LA VITA DI CARTA


Il foglio bianco aspetta di essere riempito di nuove parole, di nuove emozioni che possano giungere a chi saprà comprenderle e sentirle, come un messaggio in bottiglia che naviga nei mari sconfinati della nostra immaginazione. Prendono forma e sostanza le parole, quelle sottaciute e accantonate in un angolo della nostra memoria che tutto ad un tratto si sprigionano dall'inchiostro per andare dove vogliono.

Ci sono parole che sono uguali a se stesse  e si susseguono in una monotona clonazione dei sensi, altre, disordinate e sgrammaticate, emergono a tutto tondo senza punteggiatura e sintassi come se avessero fretta di uscire dal loro guscio per far sapere al mondo intero che ci sono e che possono coesistere con le più pure e sofisticate.

Dalle parole nascono le storie e i personaggi più svariati, si moltiplicano le vicende in un intervallo di tempo che non è il tempo ma solo la percezione che ciascuno di noi ha dei brandelli di vita che spaziano in una cronologia asincrona e dissociativa del pensiero; libere ed anarchiche da chi le ha messe in scena che quando le rileggi non le riconosci più.

Le parole sono lo strumento più facile da usare per volare alto e distinguersi da tutti pur rimanendo uguali agli altri. Con le parole si fa l’amore o la guerra con se stessi, si è migliori o peggiori di quanto si voglia veramente. Sono l’abito perfetto o imperfetto che indossiamo quando ci relazioniamo con chi ci sta intorno; a volte ci va a pennello, altre ci va stretto ma ci manca il coraggio di togliercelo di dosso perché non troviamo nuove parole per cambiare il linguaggio dell’anima.

Scorrono le parole per scovare nuove vite disperse che la realtà sommerge e soppianta in luogo di scenari asettici e precostituiti. Si trasformano in emozioni che nessun altro può comprendere all’infuori di te perché per farlo c’è bisogno di sentirle ed interiorizzarle, come quando si guarda il mare in silenzio e dal silenzio gridare, muti, il proprio bisogno d’amore.

Per innamorarsi, stringersi ed abbracciarsi senza avere più paura.

Piangono le parole in un dolore che fa più male di quello fisico perché qualcuno non le ha volute ascoltare e sono volate via come fa un gabbiano dopo che ha abbandonato il proprio nido o un’aquila che si rigenera senza essere più uguale a se stessa.

Finiscono le parole quando arrivi all’ultima pagina di un libro che non smetti mai di scrivere e che vorresti rifarlo daccapo per comprendere e comprenderti. E quando pensi di aver scritto l’ultima parola succede che ti domandi senza trovar risposta: che cosa resterà di te?

ZUCCHERO AMARO

Giro e rigiro il cucchiaino nel cappuccino quasi a voler prolungare un istante che non so bene se sia di sollazzo o di ostinata agonia. La schiuma trasborda intorno alla tazza come le onde del mare sulla scogliera; in questa distesa di liquido colorato sento di immergermi con il capo chino e pensieroso.

La barista giocherella con il suo smartphone aspettando che arrivi un altro avventore da servire. E’ magra da far paura ma dotata di una forza mascolina che non disdegna di mostrare quando impugna il portafiltro e lo sistema in un colpo solo sotto la coppa della macchina da caffè. Dove troverà tutta questa energia alle sette e trenta del mattino? Che sia forse un monito a noi poveracci che ci muoviamo come zombi alle prime luci dell’alba?

Accanto a me una coppia di anziani commenta le notizie di un quotidiano piegato a metà sul bancone e più in là, in disparte, un giovane studente con lo zaino sulle spalle beve tutto d’un fiato il succo d’arancia prima di scappare fuori a prendere l’autobus.

Intanto continuo a girare il cucchiaino nella tazza con le pupille che seguono questo movimento circolare che quasi mi procura un effetto ipnotico. Se non la smetto finirò sul serio con la faccia nella schiuma del latte e mi addormenterò come un ubriaco dopo l’ennesimo quartino.

Penso e non vorrei pensare, mi agito e vorrei stare fermo, tutte azioni e negazioni  che si annullano a vicenda facendomi rimanere al punto di partenza: ritto nella mia postazione, anonimo e indifferente come un manichino insieme ad altri intento ad osservare il solito scenario.

Giro e rigiro il cucchiaino ma questa volta la barista mi lancia un’occhiata interrogativa che mi induce ad accelerare l’atto di sorbirmi il mio cappuccino.

Ecco che mi decido ad impugnare il manico della tazza e a portarla a poca distanza dalle mie labbra. Sento gli occhi dei presenti su di me come se stessero assistendo ad un’operazione delicata e difficile. Finalmente mando giù i primi flutti di latte caldo che scendono in gola e infine nello stomaco dopo un lieve rigurgito. Provo un gusto amaro come se avessi ingerito uno strano intruglio, di quelli che si prendono come medicina quando si sta male.

Chiedo alla barista una brioche alla crema per addolcire il palato ma il primo boccone mi va di traverso, comincio a tossire, divento rosso e poi paonazzo, sento che sto per soffocare. Improvvisamente ricordo che non ho fatto  testamento né ho dato disposizioni per la donazione degli organi e questa assenza di pianificazione delle azioni postume alla mia vita mi fa agitare sempre di più.

Penso a Confucio, il mio cane che da lì a poco avrei lasciato da solo nel mio giardino di casa senza che nessuno si sarebbe occupato di lui. Ed è un pensiero miracoloso che segna la mia salvezza da quella difficile situazione. Di colpo il boccone della brioche che si era trattenuto tra la trachea e l’esofago si sposta verso quest’ultimo ed io riprendo finalmente a respirare.

Cerco di darmi un contegno, fingo indifferenza ma in cuor mio mi sento sollevato per lo scampato pericolo. Vado alla cassa, rifiuto con un sorriso l’offerta della barista di non pagare l’infausta consumazione ed esco dal bar.

Mi prendo in faccia l’aria fredda del mattino e scopro che è così bello ricominciare.


ZUCCHERO AMARO

Racconto breve 
di
Vittoriano Borrelli

DOPOFESTIVAL


Sarò controcorrente rispetto ai giudizi positivi della critica e ai dati di ascolto stellari che si sono registrati in questi giorni, ma il Festival 2018 non mi è piaciuto. Lo dico e lo scrivo sotto il profilo della qualità delle canzoni, mediamente scadente e di non facile presa popolare. A parte lo Stato Sociale che hanno presentato un brano apparentemente banale ma molto orecchiabile, e qualche chicca  di poesia qua e là (vedi “Almeno pensami” di Ron o “Imparare ad amarsi” della rediviva Vanoni), il resto è carta straccia che sarà ben presto smaltita nelle discariche della memoria collettiva.

Eppure la scelta delle canzoni affidata ad un poeta della musica leggera italiana come Claudio Baglioni, avrebbe dovuto portare a quel salto di qualità canora da molti auspicato ma che a conti fatti ha lasciato molto a desiderare. Delle due l’una: o le canzoni scartate sono state di gran lunga peggiori o il livello attuale della musica nostrana paga un deficit di estro poetico che è figlio del nostro tempo.

Nulla da dire sulla conduzione affidata ad una bravissima Michelle Hunziker (finalmente si è capito che le donne sanno anche parlare), ad un superlativo Pierfrancesco Favino (a dispetto di tanti attori figuranti del passato) e allo stesso Baglioni  che ha saputo essere discreto ed elegante valorizzando la performance dei suoi colleghi di “viaggio”. Altrettanto positivi gli ospiti che sono saliti sul palco, fra tutti, il mattatore Fiorello, una garanzia per gli ascolti,  l’esilarante Virginia Raffaele, sempre efficace e pungente, e una magistrale Giorgia che ha dato il meglio di sé nell'esibizione con James Taylor.

Ma le canzoni no, non ci siamo. Anonime, scontate, puntellate da una sequenza impressionante di stonature non giustificata nemmeno dall'attenuante di essersi emozionati sul palco più importante della musica leggera. Per molte di loro ci sarà poca gloria a partire già dal prossimo lunedì.

Ecco comunque le mie pagelle (in ordine di classifica  finale):

Ermal Meta e Fabrizio Moro: Non mi avete fatto niente. Dovevano essere esclusi per “auto-plagio”, invece sono stati riammessi per l’irrilevanza della clonazione con un brano già presentato in passato con il titolo di “Silenzio”. Mini scandalo che forse avrà giovato al duo vincitore di questo festival unitamente alla loro astuzia di aver fatto leva sugli eventi di cronaca del momento. Voto 6 

Lo Stato Sociale: Una vita in vacanza. Brano orecchiabile che farà la fortuna delle balere non solo romagnole. L’intuizione di portare sul palco la vecchietta arzilla e ballerina è stata più che geniale. Voto 7 

Annalisa: Il mondo prima di te. La migliore esibizione per qualità del canto senza alcuna sbavatura. Annalisa è brava, il brano un po’meno ma è comunque gradevole. Voto 6,5 

Ron: Almeno pensami. Ha presentato un brano inedito di Lucio Dalla che l’ex prodigio di “Pa’ diglielo a ma’ ” ha saputo interpretare con grazia e raffinatezza. Voto 7 

Vanoni-Bungaro-Pacifico: Imparare ad amarsi. La classe non è acqua anche se la Vanoni non ha più l’età e qualche stonatura si è sentita. Ma a lei si può perdonare tutto. Il testo è bello soprattutto nel refrain “Bisogna imparare a lasciarsi quando è finitaVoto 6,5 

Max Gazze: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Testo di buona levatura e ballata stile Gazzè che non dispiace. Voto 6. 

Luca Barbarossa: Passame er sale. Lontani i tempi di “Portami a ballare” o “L’amore rubato”. A sentirlo cresce la nostalgia. Voto 5 

Diodato e Roy Paci: Adesso. Melodia accettabile ma niente di più. Voto 6 

The Kolors: Frida (mai mai mai). Piacerà ai giovani e alle discoteche del sabato sera. Voto 6. 

Giovanni Caccamo: Eterno. Stonato come una campana, ha presentato una canzone al di là delle sue possibilità canore. Forse una tonalità più bassa lo avrebbe aiutato, ma di poco. Voto 5. 

Le Vibrazioni: Così sbagliato. Brano rockeggiante che fa presa sui fan del genere anche se l’esibizione con Skin nella serata dei duetti è sembrata asincrona. Spopolerà nelle radio. Voto 6,5. 

Enzo Avitabile e Peppe Servillo: Il coraggio di ogni giorno. A stare a guardarli così dimessi c'è voluto proprio coraggio . Voto 5 

Renzo Rubino: Custodire. Non male né bene. Sufficienza risicata Voto 6-- 

Noemi: Non smettere mai di cercarmi. Sarebbe invece il caso di farlo, se non altro per le sue stonature imbarazzanti. Voto 5,5 

Red Canzian: Ognuno ha il suo racconto. E ognuno ha il suo giudizio. Su di lui pessimo. Voto 4. 

Decibel: Lettera dal Duca. Non si può resuscitare il passato. I tempi di “Contessa” restano lì. Voto 5 

Nina Zilli: Senza appartenere. Nina è brava ma le affidano sempre canzoni insipide. Come questa. Voto 5- 

Roby Facchinetti - Riccardo Fogli: Il segreto del tempo. Voci strozzate e stonate che mettono ansia e voglia di salire sul palco per dare loro una mano con l’intonazione. Decadenti. Voto 5 

Mario Biondi: Rivederti. A rivederlo (e soprattutto a risentirlo) mi ha consegnato dolcemente nelle braccia di Morfeo. Soporifero. Voto 4- 

Elio e le Storie Tese: Arrivedorci. Canzone ironica e scenica come il loro inconfondibile stile. Tanti sorrisi e niente più. Voto 5+

IPOTESI D’AMORE


Fammi un po’ pensare che ho bisogno di te
che l'amore è grande quando è pieno di te
Fammi concepire un rapporto per cui
tu potresti amarmi anche senza di lui

Fammi ricordare che ho bisogno di te
quando cerco un senso nel deserto che c'è
Nella mia disperazione sai che vorrei
fare pace con il mondo accanto a te

Stare sul tuo cuore
per ipotesi d'amore
fare confusione
col mio istinto che ti vuole

Dolce tentazione
è un'ipotesi d'amore
caldo ma violento
e che ti travolge dentro

Fammi immaginare una vita con te
affettuosa dignitosa identica a te
Dentro me nascondo tanta buona poesia
puoi tirarla fuori senza che voli via

Stare sul tuo cuore
per ipotesi d'amore
fare confusione
col mio istinto che ti vuole

Dolce tentazione
è un'ipotesi d'amore
caldo ma violento
e che ti travolge dentro

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

ANIMA BESTIALE


Non vedo l’ora di mostrartelo. Sono certo che stavolta cederai alle mie lusinghe e finalmente ti abbandonerai a me.  Non sentirò più il tuo sguardo rigido e cattivo che tante volte mi hai rivolto dall'alto della tua superbia e imperturbabilità inibendo ogni mio gesto, ogni mia reazione timida o scomposta.

Si abbasseranno le barriere che hai voluto innalzare tra di noi e che mi hanno impedito di sfiorarti, di accarezzarti, di esplorare il tuo corpo bellissimo e sinuoso che ho solo intravisto tra le ampie aperture della tua camicetta scollata. Sempre pronta a mostrarti a me con fare civettuolo e spregiudicato per poi chiuderti a riccio non appena provavo a spingermi oltre nel corteggiamento.

“Vorresti conquistarmi con quella faccia? Ma ti sei mai guardato allo specchio? Sei così brutto che un rospo a confronto è un animale splendido”.
“Ma il rospo si può sempre trasformare in un principe azzurro”.
“Davvero? Quando accadrà io sarò diventata la Regina d’Egitto”.
“Tu per me sei già una Regina”.
“Gualtiero Gualtiero, non scherzare. Che cosa potresti offrirmi?”

Eravamo davanti ad una gioielleria. Dalla vetrina troneggiava un collier di diamanti e istintivamente ho risposto: “Quello”, alludendo con la coda dell’occhio al magnifico gioiello. Sei scoppiata a ridere. Ridevi così tanto che non ho potuto fare altro che assecondarti ridendo a mia volta come si fa quando si ascolta una barzelletta incomprensibile che si finge di apprezzare.

“Oltre a non avere una bella faccia ti manca anche il portafogli a giudicare da come ti sei conciato”. Indossavo il vestito della domenica: un completo verde bottiglia con cravatta arancione sulla camicia a quadri gialla.

Non le sarà piaciuto, ho pensato tra me, ma non ho desistito.

“E invece posso permettermelo, scommettiamo?”
“Sono pronta ad uscire con te se adesso mi compri quel gioiello.”
“Ora non posso, ho dimenticato la carta di credito a casa.”
Altra risata, questa volta più fragorosa.
“Ma come? Mi vuoi conquistare e fai lo sbruffone senza avere il becco d’un quattrino?”
“Aspetta e vedrai.”

Non so quanto tempo è passato da quella volta. Un giorno? Un mese? Un anno? Forse quello che è successo non è mai successo o è stato solo un sogno, come adesso che ti vedo distesa sul mio letto senza dire una parola. Hai lo sguardo assente, senza luce, che quasi rimpiango quello vitreo e altezzoso che mi rivolgevi tutte le volte che mi avvicinavo a te.

Ho il collier tra le mani ma tu non lo degni nemmeno di uno sguardo. Eppure sapessi quanto mi è costato! Una rapina da quello stupido gioielliere che per fortuna non ha battuto ciglio quando gli ho puntato la pistola contro. E’ stato un gioco da ragazzi appropriarmi del gioiello e scappare via senza essere preso. Ho pensato: “Dio mi perdonerà, in fondo ho rubato solo per amore.”

Ti ho fatta entrare in casa promettendoti che ti avrei lasciata in pace dopo averti consegnato una certa cosa. Avevo già pregustato la scena: ti saresti gettata tra le mie braccia alla vista di questo splendido collier.

Non è andata così. Quando te l'ho mostrato hai subito pensato che l’avessi rubato ed eri decisa a chiamare la polizia. Poi la colluttazione: tu che volevi scappare ed io che t’imploravo a rimanere. Non so come ma è partito un colpo dalla stessa arma che avevo usato per minacciare il gioielliere. Sei caduta a terra e improvvisamente sono cadute tutte le mie speranze, le mie illusioni. Ti ho adagiata sul letto e mi sono guardato allo specchio.

E’ stato allora che ho visto riflettersi la bestia che c’è in me.

ANIMA BESTIALE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I fatti e i personaggi narrati sono puramente inventati)

IL SOLE TRA I FILI SPINATI


27 gennaio: giorno della memoria che andrebbe celebrato ogni minuto del nostro tempo per non dimenticare lo sterminio della Shoah, fardello indelebile che ha segnato la vergogna del mondo. Morti inspiegabili, infanzie rubate per sempre, ricordi che non si dimenticano (e che non si devono dimenticare). In questa macelleria etnica qualcuno si è potuto salvare grazie al coraggio di uomini qualunque che si sono rivelati veri e propri eroi.

Tra le tante testimonianze di coloro che sono riusciti a sottrarsi al massacro dell’Olocausto ho scelto quella che ha per protagonista un segretario comunale. Il buon agire di questo storico funzionario della pubblica amministrazione (purtroppo sconosciuto ai più), ha permesso ad un gruppo di ebrei di ottenere il via libera per imboccare la strada del sole, quella che per tanti altri è stata solo agognata con lo sguardo proteso tra i fili spinati.

Le carte d'identità sono state lo strumento, la base, il perno della nostra storia. Non so dove mio padre conobbe il segretario del piccolo comune, vicino a Cattolica. Forse andò a chiedere una informazione, forse per avere le carte annonarie. L'impiegato capì che quel signore aveva dei pensieri e un cognome imbarazzante, schedato in chissà quali elenchi. Gli chiese se il problema l'aveva solo lui e mio padre gli spiegò che il problema era grande anche come dimensione: sei noi Rimini, quattro i Finzi più la nonna Finzi, la zia Maria Cantoni vedova d'Angeli e poi il direttore della ditta di mio padre, Guido Vivanti.

Sono brutti cognomi, disse il segretario comunale. E' vero, disse il signor Rimini. Torni tra due giorni - disse il segretario - ci saranno quattordici carte d'identità perfette, una di scorta. Voi siete tredici, una di più perché potreste fare qualche errore nello scrivere i nomi. Mio padre andò e tornò con una busta gialla intestata "Comune di..." con le quattordici carte bianche ma con la firma del podestà e del segretario comunale e il timbro a secco del comune. La sera i miei chiusero bene le porte.

Guido Vivanti aveva una bella grafia nitida e rotonda; era abituato a scrivere le fatture a mano nel nostro magazzino. Aveva una penna stilografica madreperlacea di bachelite azzurrina. Compilò le carte di identità sotto la lampada che scendeva sul tavolo e aveva il contrappeso di porcellana bianca. Scriveva lentamente con grande attenzione.

I cognomi subivano alterazioni impercettibili ma purificatorie. Tutti i Rimini divennero Ruini, tutti i Finzi divennero Franzi. La zia Cantoni divenne Carloni e lui, Vivanti, con un moto d'orgoglio si trasformò in Vivaldi.

Le lievi metamorfosi dovevano servire per evitare eventuali lapsus o per sperare nella disattenzione di chi ci avesse chiesto i documenti avendoci riconosciuti. Una ipotesi macchinosa ma astrattamente possibile. Con quei documenti i Ruini e i Franzi andarono a Mondaino. Dove poi Vivaldi li raggiunse un mese dopo.

La nonna Franzi e la zia Carloni vennero sistemate in un convento di suore a Morciano, dove poi sotto i bombardamenti pregavano in ebraico... e le suore in latino. Mio padre chiese timidamente al segretario comunale cosa poteva fare per lui e il segretario gli rispose che doveva fare buon viaggio, con i suoi figli e i suoi parenti e usare bene le carte di identità che gli aveva dato... perfette, aggiunse, così mio padre capì che la firma del podestà era falsa.


GLI AMICI COME ME


E si ritrovano nel clan dell'abitudine
o al mare a respirare vento di salsedine
Dormono poco e hanno altro da pensare
come le chiacchiere di strada da spazzare



Non sono illusi ma soltanto un po’ delusi
dell'emozione abbandonata tra i rifiuti
Sono scrittori di un romanzo scritto in bianco
Grandi artisti e conformisti ogni tanto

Tutti gli amici come me fanno l'amore in un hotel
con una che ci sta per gioco e da mollare il giorno dopo

Fanno raccolte di cazzate 
e allungano queste giornate
con facce cupe e disperate

Tutti gli amici come me si fanno spesso compagnia
con un panino ed un caffè e con una dose di pazzia

Vanno a ballare in un locale
con tanta noia da fumare
e una speranza da inventare

Sospesi come tanti piccoli aquiloni
a volte troppo riservati e sospettosi
Grandi poeti dell'illogica poesia
bambini eterni con la stessa malattia

Sono soldati di un esercito in battaglia
e fanno a pugni con la vita che non cambia
Sono gli amanti giusti in questi tempi tristi
fanno fatica a vivere come gli adulti

Tutti gli amici come me fanno l'amore in un hotel
con una che ci sta per gioco e da mollare il giorno dopo

Fanno raccolte di cazzate
e allungano queste giornate
con facce cupe e disperate

Tutti gli amici come me non si domandano perché
non sono uguali come gli altri più o meno giovani e distratti

E vanno avanti barcollando
col desiderio di un ritorno
e non si guardano mai intorno


(TRATTO DA V. Borrelli LE PAROLE DEL MIO TEMPO”)

Paolo e Francesca

Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, una delle frasi più celebri della letteratura italiana pronunciate da Francesca da Rimini nel quinto canto dell’Inferno di Dante. La storia di un adulterio consumatosi con un bacio innocente al bel Paolo, fratello del marito Gianciotto, brutto e cagnesco, ha appassionato secoli di generazioni divenendo l’emblema della dicotomia tra la libertà di amare e la fedeltà assoluta e suprema.

Gli amanti Paolo e Francesca che tanto commossero Dante fino a farlo svenire dopo aver ascoltato il loro tragico destino, oggi sarebbero anacronistici e fuori dal tempo. L’infedeltà non fa più scalpore, non indigna e non fa più indignare, non fa arrossire nessuno, nemmeno le bianche gote di una monaca di clausura.

Eppure quanto fosse rigida, implacabile, subdola e beffarda la moralità di qualche secolo fa lo si comprende dall’analisi di questa storia d’amore viziata da un antefatto, il matrimonio per procura commissionato dai genitori di lei ed eseguito proprio da Paolo in rappresentanza del fratello Gianciotto. 

Francesca crede di coronare il suo sogno d’amore con il bel Adone salvo svegliarsi il giorno dopo nel letto di colui che nelle sue aspettative avrebbe dovuto essere il cognato e non, come invece fu, il marito.

E l’inganno tira l’altro come il gioco delle ciliegie, sicché la lettura del passo del libro in cui Lancillotto bacia Ginevra (moglie di Re Artù), spinge Paolo a fare altrettanto con la bella Francesca che finalmente si abbandona in quel dolce sentimento da lungo tempo agognato:

mi prese del costui piacer sì forte.”

Un bacio casto che oggi farebbe il solletico alle più disinibite relazioni adulterine ma che all'epoca decretò la condanna dei due sventurati. Gianciotto, infatti, li sorprende proprio nel momento in cui si scambiano questa effusione uccidendoli entrambi. Tragico epilogo che non lascia indifferente Dante.

Il sommo poeta pur collocando i due amanti nell'Inferno della sua Divina Commedia, si commuove fino a perdere i sensi, quasi a voler giustificare il loro comportamento così gentile e cortese:

io venni men così com'io morisse; e caddi come corpo morto cade."

Paolo e Francesca, un amore dannato o reso tale da una moralità ottusa e conservatrice che imperversava nel Medioevo? Nemmeno i posteri hanno saputo emettere l’ardua sentenza.

Forse perché "amor, ch'a nullo amato amar perdona ..."



FELICE ANCHE COSI’

Non si può essere infelici per sempre. Accade che quando tutto gira storto c’è sempre una forza dentro di noi che ci rende ostinati e volitivi, come quando ci si trova in mezzo al mare e si cerca una zattera, o anche solo un pezzo di legno, per restare aggrappati alla vita.

A parte i gesti supremi in cui ci si lascia andare completamente, la metafora dell’annegamento è quanto più di appropriato ci possa essere per spiegare l’energia vitale che alberga in qualche parte di noi e che viene fuori in maniera prorompente quando tutto sembra irrimediabilmente perduto.

Qualcuno di voi ricorderà la notizia di qualche mese fa secondo la quale due perle di saggezza di Albert Einstein lasciate a mo’ di mancia a un corriere di Tokyo, sono state battute all'asta di Gerusalemme per la cifra record di oltre un milione e mezzo di euro.

Il grande scienziato tedesco, all'indomani del suo premio Nobel per la Fisica (si era nel 1921), aveva coniato sulla carta intestata dell’albergo dove alloggiava queste parole:

"Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza.” (Frase venduta a 1,3 milioni di euro).

Quando c'è una volontà, esiste una via.” (Venduta a 203 mila euro).

A parte lo scalpore per l’abnorme valore monetario di questi (pur) pregevoli aforismi, c’è una verità semplice che li racchiude e che non può essere sbrigativamente declinata nel motto ovvio e scontato del sapersi accontentare di quello che si ha. Forse la seconda “chicca” più che la prima (che peraltro “vale” anche meno) è quella più vicina alla ricetta della felicità. 

C’è sempre una strada alternativa che possiamo imboccare se quella che stiamo percorrendo ci va stretta e non ci piace. Basta solo che lo vogliamo senza piangerci troppo addosso, perché a nessuno interessa le nostre disgrazie o le nostre lamentele che suscitano più fastidio che comprensione.

E’ il patto di fiducia con se stessi la cura migliore per superare qualsiasi traversia, per scrollarsi di dosso le cose e le persone inutili, quelle che abbiamo incrociato sfortunatamente nel nostro cammino e che ci hanno procurato solo dolore, sofferenza, solitudine.

Ed allora si può essere felici anche così, a condizione che quello che si ha sia il frutto di una scelta libera e incondizionata, avulsa da schemi precostituiti che ci impongono di stare con chi non vogliamo o di comportarci per il solo piacere altrui.

La metafora del naufrago che si aggrappa a qualsiasi cosa pur di non sprofondare negli abissi dell’indifferenza altro non è che la forza divina della vita: per gli animali è  istinto di sopravvivenza, per gli uomini amore supremo per se stessi.

Felice anche così, dunque, con gli occhi spalancati sul mare come il ragazzo della foto. 

Meglio in bianco e nero perché i colori, i più belli, sono nell'anima.