TE LO DICO IN DUE PAROLE

 


“Per governare bene uno Stato bisogna ascoltare molto e parlare poco”. (Cardinale Richelieu).

 “Le cose grandi vanno giudicate con animo grande, altrimenti si finisce per vedere in esse i difetti che sono in noi”. (Seneca).

 “La vita è una stoffa che i giovani vedono dal diritto, i vecchi dal rovescio”. ( Camillo Sbarbaro).

 “Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro”. (Italo Calvino).

 “Il più semplice scolaro sa oggi verità per le quali Archimede avrebbe sacrificato la vita”. (Ernest Renan).

 “In tre occasioni l’uomo rivela la sua natura: quando la sua mente cede all'ira, quando il suo corpo è piegato dal vino e quando deve mettere mano alla borsa”. (Proverbio cinese).

 “Perché si uccidono persone che hanno ucciso altre persone? Per dimostrare che le persone non si debbono uccidere”. (Norman Mailer).

 “Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori”. (Voltaire).

 “Hanno un bell'essere stupide le parole dello sventato: esse, a volte, sono sufficienti per confondere l’intelligente”. (N. Gogol).

 “Niente di più bugiardo può essere uno specchio che non riflette l’anima di chi si guarda”. (Vittoriano Borrelli).

 “Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie...lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità”. (Oriana Fallaci).

 “Le religioni sono strade diverse che convergono verso uno stesso punto. Che cosa conta imboccare strade diverse, se arriviamo alla stessa meta?”. (Gandhi).

 “Esistono cinque categorie di bugie: la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale”. (George Bernard Shaw).

 “Le cose che una generazione considera un lusso, la generazione successiva le considera necessità”. (Anthony Crosland).

 “Non sappiamo nulla di noi stessi e ci muoviamo, viviamo, sentiamo e pensiamo senza sapere come”. (Voltaire).

 “Essere indulgenti verso gli altri, severi con se stessi è un consiglio banale; nell'esistenza è la sola regola da seguire”. (Marcel Proust).

 “Non lasciare che sia la parola a correre più velocemente del pensiero”. (Vittoriano Borrelli).

BRAVO RAGAZZO

 

Non avrei voluto essere un bravo ragazzo e nemmeno il primo della classe. Appellativi che mi sono stati affibbiati fin dalla tenera età, con mia madre che mi guardava orgogliosa dei miei silenzi e del mio essere discreto. Per anni mi sono chiesto che cosa sarebbe stata la mia vita se avessi imboccato un’altra strada, libera, anarchica e senza regole precostituite.

 

Essere un bravo ragazzo costa fatica. Ci vuole dedizione, attenzione e deferenza verso gli altri,  essere sempre all'altezza e non deludere mai. Insomma una faticaccia che toglie estro, fantasia, improvvisazione, spregiudicatezza.

Meglio, molto meglio essere un ragazzaccio o, come si dice dalle mie parti, uno scugnizzo che mastica di strada, di polvere in faccia da spazzare via con uno sputo verso il mondo che ti guarda come un Grande Fratello, a cui non appartieni e dal quale preferisci prendere le debite distanze.

Un cattivo ragazzo o un uomo cattivo, spregiudicato, contestatore e calpestatore affascina di più. Un manipolatore delle genti schiave della propria debolezza di non osare, l’eroe dei nostri tempi che sghignazza davanti ad una folla anonima che batte in ritirata trovando a quel punto terreno fertile per imporre la propria agibilità sociale.

Un cattivo ragazzo è l’esempio da seguire, il proibito che stuzzica gli appetiti come quando si ha una gran fame dopo un lungo digiuno fatto di rinunce, di diete ferree badando a non ingrassare nemmeno di un centimetro, compressi in un corpo privo di forme adescanti e provocanti.

E chissà che non siano proprio i bravi ragazzi ad essere cattivi e questi ultimi i più buoni e... accattivanti.

Chissà che non sia stato anch'io un cattivo ragazzo senza malizia e furbizia, senza avere cura di me stesso perché troppo occupato ad accontentare anziché ad accontentarmi, prendere per mano la mia anima e coccolarmi.

Il pensiero verso gli altri alla fine lacera e consuma. Sarò stato proprio un cattivo ragazzo se mi sono perso nella scrittura, nelle parole d’inchiostro che hanno decantato un mondo che non esiste, che mi hanno fatto agire, alfine, all’ombra dei poeti maledetti.

 

BlogRetro: LA VITA DI CARTA

 

Il foglio bianco aspetta di essere riempito di nuove parole, di nuove emozioni che possano giungere a chi saprà comprenderle e sentirle, come un messaggio in bottiglia che naviga nei mari sconfinati della nostra immaginazione. Prendono forma e sostanza le parole, quelle sottaciute e accantonate in un angolo della nostra memoria che tutto ad un tratto si sprigionano dall'inchiostro per andare dove vogliono.

 Ci sono parole che sono uguali a se stesse  e si susseguono in una monotona clonazione dei sensi, altre, disordinate e sgrammaticate, emergono a tutto tondo senza punteggiatura e sintassi come se avessero fretta di uscire dal loro guscio per far sapere al mondo intero che ci sono e che possono coesistere con le più pure e sofisticate.

Dalle parole nascono le storie e i personaggi più svariati, si moltiplicano le vicende in un intervallo di tempo che non è il tempo ma solo la percezione che ciascuno di noi ha dei brandelli di vita che spaziano in una cronologia asincrona e dissociativa del pensiero; libere ed anarchiche da chi le ha messe in scena che quando le rileggi non le riconosci più.

Le parole sono lo strumento più facile da usare per volare alto e distinguersi da tutti pur rimanendo uguali agli altri. Con le parole si fa l’amore o la guerra con se stessi, si è migliori o peggiori di quanto si voglia veramente. Sono l’abito perfetto o imperfetto che indossiamo quando ci relazioniamo con chi ci sta intorno; a volte ci va a pennello, altre ci va stretto ma ci manca il coraggio di togliercelo di dosso perché non troviamo nuove parole per cambiare il linguaggio dell’anima.

Scorrono le parole per scovare nuove vite disperse che la realtà sommerge e soppianta in luogo di scenari asettici e precostituiti. Si trasformano in emozioni che nessun altro può comprendere all'infuori di te perché per farlo c’è bisogno di sentirle ed interiorizzarle, come quando si guarda il mare in silenzio e dal silenzio gridare, muti, il proprio bisogno d’amore.

Per innamorarsi, stringersi ed abbracciarsi senza avere più paura.

Piangono le parole in un dolore che fa più male di quello fisico perché qualcuno non le ha volute ascoltare e sono volate via come fa un gabbiano quando abbandona il proprio nido o un’aquila che si rigenera senza essere più uguale a se stessa.

Finiscono le parole quando arrivi all'ultima pagina di un libro che non smetti mai di scrivere e che vorresti rifarlo daccapo per comprendere e comprenderti. E quando pensi di aver scritto l’ultima parola succede che ti domandi senza trovar risposta: che cosa resterà di te?

BlogRetro: GLI AMICI SILENTI

 

Avrai carezze per parlare con i cani. E sarà sempre di domenica domani …”. Questi splendidi versi della hit di Claudio Baglioni, “Avrai”, sono entrati nei miei pensieri di gioventù e ancora oggi conservano tutta quella carica emozionale che mi aveva inondato al primo ascolto. L’espressione più sublime della voglia di comunicare e di ricevere calore e gioia come accade (o dovrebbe accadere) in un giorno di festa.

 

Sono i cani gli amici silenti, quelli che parlano con lo sguardo e dicono molto di più di ampollose parole, di frasi fatte e di circostanza cui siamo costretti ad ascoltare nel nostro mondo delle relazioni. In Natura tutto dovrebbe essere governato con equilibrio: i rapporti con l’ambiente, con gli animali e con gli uomini. Ma è un equilibrio precario, di vetro, pronto a frantumarsi non appena si registrano alterazioni più o meno significative in ciascuno di questi contesti.

 

Il disadattamento sociale non è cosa dei nostri giorni. C’è sempre stato fin dalla notte dei tempi ed è fortemente proporzionale alla qualità delle relazioni: quanto più queste sono reiettive delle differenze e dei diversi bisogni individuali, tanto più favoriscono l’isolamento e l’emarginazione.  

 

Eppure un insegnamento che “latita” nei programmi didattici quanto meno “ufficiali” è proprio l’amore per gli animali, e in particolare per i cani. Tanto si perde in termini di educazione ai buoni sentimenti.

 

Niente di più terapeutico può essere la compagnia di un amico a quattro zampe, vale molto di più di una seduta dallo psicologo (peraltro anche “salata”) o di interminabili esercizi ginnici per rassodare il corpo e presentarsi agli altri più sani e più belli ma con tante imperfezioni interiori.

 

Molto di più di una combriccola di amici che tanto parla e nulla dice, molto di più che stare su Facebook o su qualsiasi altro social network con gli amici “umanicolpevolmente silenti quando scrivi per comunicare qualcosa: un’emozione, uno stato d’animo, una richiesta di aiuto.

 

Avrò  carezze per parlare con i cani. E non soltanto di domenica, domani…

BlogRetro: UN UOMO

 

Pubblicato nel 1979, il romanzo “Un uomo” di Oriana Fallaci ebbe un enorme successo (c.a. tre milioni e mezzo di copie vendute)  raccogliendo consensi da parte dei migliori esponenti della critica letteraria.

Il romanzo racconta la storia del rivoluzionario greco Alekos Panagulis, compagno nella vita della scrittrice, che tenta in tutti i modi di sovvertire il regime dittatoriale di Georgios Papadopoulos, leader della Grecia. Ma il golpe fallisce e Panagulis viene rinchiuso in carcere e condannato a morte.

La sentenza non viene eseguita e Panagulis ottiene la grazia. Uscito dal carcere incontra la Fallaci che lo intervista e s’innamora di lui. Inizia tra i due una tormentata storia d’amore che li porterà a fuggire in Italia cercando aiuto negli esponenti della politica nostrana per liberare la Grecia dal tiranno Papadopoulos.

Il rientro in Patria avviene poco dopo la caduta del dittatore e Panagulis si iscrive all’Unione di Centro- Nuove forze, diventa deputato ma non accetta le logiche del partito.

Dedicherà gli ultimi anni della sua vita nel tentativo di sovvertire il nuovo Papadopoulos identificato nel ministro della difesa Evangelos Averoff che verrà ucciso da dei sicari in un incidente stradale.

Chiede e ottiene dalla sua compagna la stesura di un libro sulla sua vita per essere ricordato ai posteri.

Bellissima e di pregevole stile letterario la parte del racconto in cui il protagonista, rinchiuso in una cella di due metri quadrati di spazio, intesse l’unica relazione possibile con uno scarafaggio:

A uno scarafaggio si può dire qualsiasi cosa ci venga in mente, perfino che il coraggio è fatto di paura, che in questi mesi avevi avuto spesso paura, che soprattutto ne avevi avuta quando era giunto il plotone di esecuzione. Loro non se n’erano accorti, ma obbligarti a quella calma e quella spavalderia era stata una fatica terribile: sulla motovedetta non ne potevi più. Anche un’ora fa non ne potevi più. E mezz'ora fa, e un minuto fa.”

Il romanzo della bravissima e compianta scrittrice fiorentina è di ottima fattura ma oggi appare anacronistico per il depauperamento dei valori e degli ideali della politica, miseramente sommersi dai ripetuti scandali degli ultimi tempi.

L’uomo della Fallaci è l’eroe che combatte per gli ideali della Giustizia e della Libertà; l’uomo di oggi vive per se stesso e non ha punti di riferimento. Esercita il potere dell’immagine in una solitudine mediatica nella quale la moltitudine è la semplice equazione di tante individualità che non comunicano e che sono distanti tra loro.

E’ un libro da consigliare per gli amanti della raffinatezza letteraria e soprattutto per coloro che desiderano scoprire e identificarsi in valori autentici in grado di elevare e rivalutare quello che dovrebbe essere … un uomo!

ORIANA FALLACI: UN UOMO

TRISTEZZA

 

Al di là di questa neve

Al di là di chi non si vede

C'è qualcosa che rallegra

la tristezza di una sera...


BlogRetro: Porci con le ali

 

Le inquietudini giovanili si manifestano in misura costante e ciclica in tutte le generazioni: la differenza sta nel modo in cui esplodono in un dato contesto storico. 

È quello che accade, ad esempio, nel romanzo “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti” scritto da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera nel 1976 da cui venne tratto un anno più tardi un film che non ebbe lo stesso successo.

 La storia di Rocco e Antonia raccontata attraverso un diario in cui ciascuno dei protagonisti cerca di dare corpo e sostanza alla loro (effimera) relazione sentimentale, rivela in realtà la frustrazione, tutta giovanile, di trovarsi perennemente in bilico in quella fase delicata della vita che segna la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta.

Il sesso, unitamente ad un linguaggio schietto e postribolare dei due giovani, è lo strumento (fuorviante) per contrapporsi ad una condizione esistenziale insoddisfacente ma a conti fatti procura soltanto l’illusione di potersi distinguere da un contesto sociale conformista e conservatore.

L’autoerotismo, l’approccio spavaldo verso l’altro (o l’altra) rappresentano la (sola) modalità di contatto tra se stessi e il mondo esteriore, quasi che la contestazione e la ribellione verso comportamenti stereotipati e convenzionali della società post-sessantottina avessero bisogno, per la loro idealità, di ricevere conferma attraverso una massiccia dose di sesso esplicito e disinibito. Così Rocco (come Antonia) rifiuta qualsiasi etichetta del bravo ragazzo e rifugge da certe manifestazioni sentimentali che giudica borghesi e anti-sinistra, come la gelosia o l’innamoramento del tipo “due cuori e una capanna”.

Ad una festa che si trasforma in una piccola orgia, Antonia si lascia sedurre da un professore universitario ma, pentitasi, cerca di rimediare con un flirt poco appagante con l’amica Lisa. Rocco ha invece un rapporto omosessuale con il compagno Roberto ma tenta di congiungersi con la stessa Lisa per dimenticare (senza successo) la sua ex fidanzata. Alla fine di questo viaggio travagliato e turbolento, Rocco e Antonia promettono di rivedersi più maturi e diversi.

UN PASSO DEL ROMANZOIl silenzio me lo ricordo come una cosa proprio angosciosa, e anche il mio corpo che incomincia a tendersi. Non proprio un arco, ma certo una corda tesa: ha incominciato a sfuggirmi qualche sospiro. Allora Lisa mi ha abbracciata ed è venuta sopra di me, e si strofinava come un grosso gatto col corpo uguale al mio. Non riesco adesso a ricordare se stavo bene o stavo male, perché queste sensazioni sono impossibili da isolare, da ricordare, da riportare alla mente. Io nei ricordi riesco a salvare solamente la sensazione dominante e quella era come quando si sta per piangere, un misto di tenerezza, paura e rilassamento, quando si piange senza essere molto tristi. Il brutto è venuto quando lei si è staccata da me e mi è rotolata al fianco. Sdraiate nude spalla a spalla e senza il coraggio di guardarci in faccia. Con la vagina pulsante e un odore addosso che era come il mio odore al quadrato.

GLI AUTORI: Marco Lombardo Radice è stato uno scrittore e psichiatra, morto prematuramente nel 1989 all'età di quarant'anniPorci con le ali è la sua opera più famosa prima di intraprendere la carriera di medico.

Nata a Torino nel 1951, Lidia Ravera è una scrittrice e giornalista molto nota. Copiosa la sua produzione letteraria della quale si ricorda “Ammazzare il tempo” (1979), “Maledetta gioventù” (1999)  e il più recente “Terzo tempo” (2017).

GIUDIZIO: Scabroso, anticonformista, “Pasoliniano”, il romanzo colpisce per la sua schiettezza e capacità di fotografare il disagio giovanile nell'era post-sessantottina mettendo a nudo le ipocrisie di un sistema politico-sociale che da lì a poco sarebbe andato alla deriva. Ma non deve scandalizzare il linguaggio scurrile che si rinviene in molte parti dell’opera, quanto piuttosto il finto perbenismo che aleggiava nella critica dell’epoca. Nonostante siano passati oltre quarant'anni dalla sua uscita, il romanzo è ancora oggi godibile e attuale.

(M. Lombardo Radice - L. Ravera: Rocco e Antonia. Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti)

L'amore platonico


Platone, grande filosofo greco vissuto tra il 428 e il 348 a.c. sosteneva l’alto valore spirituale dell’amore per il quale la congiunzione carnale, pur ammessa, non era necessaria. Cresciuto sotto l’influenza di Socrate, suo Maestro e Mentore, Platone prediligeva i dialoghi alle dissertazioni scritte, poiché riconosceva solo ai primi la capacità di stimolare, attraverso il confronto, il mondo delle relazioni interiori.

Platone parla dell’amore principalmente nel Simposio, uno dei suoi dialoghi più significativi (ma meno divulgati dall'insegnamento scolastico) nel quale i convenuti, guidati da un moderatore, esprimevano la propria concezione sull’Eros: una sorta di “Porta a Porta” o del “Maurizio Costanzo show” dei tempi antichi.

Fra gli oratori c’era Socrate, per il quale l’amore altro non è che il desiderio di qualcosa, “e siccome si desidera solo ciò che non si possiede, evidentemente non possiede questo qualcosa”. Come dire che quando si ottiene ciò che si desidera, l’amore smette di essere tale e diventa un qualsiasi bene di consumo. Per Fedro “l’amante è più divino dell’amato” poiché si pone rispetto a quest’ultimo in posizione di superiorità. In altre parole, nel Simposio prevale l’idea dell’amore che sublima la bellezza dell’interiorità a dispetto dell’attrazione dei sensi: non appena declina nella copulazione perde tutta la sua connotazione spirituale.

“Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, recitava Francesca da Rimini nell'inferno dantesco per giustificare la sua relazione con Paolo, fratello del marito: se il loro amore si fosse fermato alla contemplazione dello spirito, secondo la concezione platonica, il loro destino avrebbe avuto ben altro esito. E diverso sarebbe stato il fato di Gertrude ne “I Promessi sposi”, se la “sventurata” non avesse risposto alle avances del perfido Egidio.

L’amore platonico concepito dagli antichi non miete vittime perché si eleva ad esaltazione dello spirito, perché  rifugge dal desiderio materiale e si proietta nella ricerca e valorizzazione dell’anima. 

La quotidianità, si sa, uccide l’amore se non lo trasforma in affetto, mutuo sostegno e tolleranza. Ma questa trasformazione è, per l’appunto, qualcosa di diverso dall'amore perché lo spoglia di quella idealità della purezza che, come tale, deve essere messa al riparo da qualsiasi contaminazione.

Bello l’amore platonico che non fa soffrire e trascende gli umani dispiaceri.

(BLOG RETRO: 2014)


TECHETECHETE': Il meglio delle parole del mio tempo

Agosto, blog mio non ti conosco. Come ogni anno arriva il momento di staccare la spina per ricaricarsi ed affrontare al meglio le nuove sfide che si presenteranno dopo la pausa estiva.

E' un'estate diversa dal solito, flagellata da un virus che non accenna a scomparire, con focolai che continuano a spuntare sia pure in ambiti più isolati e controllati. Ma proprio per questo un minimo di relax s'impone ancor più delle passate stagioni. 

In qualità di blogger non andrò del tutto in vacanza. Continuerò a fornire ai lettori uno spazio di lettura con la (ri)pubblicazione, in qualche caso riveduta, di alcuni post passati. Una sorta di Techetechetè delle migliori parole del mio tempo.

Auguro a tutti i lettori di trascorrere serene e salutari vacanze liberando la mente da cattivi pensieri e ripopolandola, se possibile, di buone e distensive letture.

Un abbraccio

Vittoriano Borrelli 

FILO DIRETTO


Gli scrittori sono esseri speciali che vivono d’istinto, di sensazioni, di forte carica emotiva. Sono come madri partorienti di idee, di storie immaginarie o vissute che si tramandano ai lettori una volta pubblicate. Per uno scrittore conta molto creare un collegamento, un filo diretto con i destinatari delle proprie opere, ancor più del target atteso dalle vendite.

Scrivere per condividere è forse la migliore delle soddisfazioni che si possa provare, soprattutto quando le emozioni che hai voluto raccontare giungono nel cuore dei lettori in un connubio che sa di amorosi sensi. Vale più di migliaia di copie vendute sentirsi dire. “Il tuo libro mi è piaciuto”, “Mi sono emozionato”, “L’ho letto tutto d’un fiato”.

Questo è il filo diretto che uno scrittore aspira ad intessere, la gratificazione più nobile che ripaga dalle fatiche per l’opera creata e dà un senso compiuto alla relazione autore/lettore.

Nel video in alto, che potete guardare cliccando sull'immagine, ho dedicato un apposito spazio ai lettori che hanno acquistato “Il futuro imperfetto”, il mio ultimo romanzo con il quale parteciperò al premio letterario internazionale “Nabokov” .

Una sorta di “a domanda rispondo” su alcuni aspetti del libro che hanno destato l’interesse o la curiosità dei lettori. Un filo diretto che mi ha fatto molto piacere e che spero possa proseguire nel tempo.

Buona visione.

TI CONOSCO MASCHERINA!


Ti conosco mascherina perché i tuoi occhi parlano per te nonostante il viso imbavagliato, i capelli arruffati, lo sguardo altrove per ostentare indifferenza, noncuranza e interdizione. Ti conosco come le mie tasche e sai che non potrai sfuggire ai miei occhi che già ti hanno scrutato nell'animo come una radiografia percettiva di ogni tuo piccolo particolare.

Ti conosco mascherina col tuo sorriso beffardo che hai mostrato anche alla luce del sole, nei giorni in cui l’aria ti respirava in faccia e non c’erano remore per aprirti al cielo ed immergerti nell’infinto. Allora non c’erano barriere da sormontare perché viaggiavi con la mente come un errante felice in un mondo che non aveva ancora chiuso i  battenti.

Ti riconoscerei mascherina fra tante mascherine disegnate sui volti di una folla distratta ed anonima. Ti riconoscerei dall'odore della tua pelle che mi ha inebriato per lungo tempo rendendomi uguale a te come una osmosi molecolare che ingabbia e sprigiona nello stesso tempo ogni espressione dell’anima.

Ti conosco mascherina come nei giorni in cui ho immaginato di farti l’amore, cullarti, abbracciarti, intrufolarmi nella tua testa per carpire i segreti più reconditi e inconfessabili. Ti conosco come si conosce l’acqua di un fiume che corre veloce verso il mare per lasciarsi travolgere dalle onde.

Ti conosco mascherina anche se ti allontani da me, come adesso che volgi lo sguardo altrove, perché ti ritroverò come tu mi ritroverai ad aspettarti sul ciglio della strada.

E ti vedrò stanco e claudicante come un vecchio reduce da una guerra che non ha combattuto fino in fondo.

E sarà allora che ti accoglierò tra le mie braccia per affrontare insieme l’ultimo cammino.



IMPARARE A VOLERSI BENE


C’è gente che passa metà del tempo a lasciarsi sfuggire le occasioni e l’altra metà a rimpiangerle. Accade per debolezza, masochismo, per struggente consapevolezza o per conflitti non risolti che risalgono all’età giovanile o alla primissima infanzia.  E’ un travaglio interiore in cui superare il dolore, vissuto o procurato, è la più ardua delle battaglie da affrontare.

Qui sta la matrice di tanti mali che accomunano la disagibilità sociale, l’incapacità di avere buone relazioni affettive, l’isolamento e l’emarginazione. Non è un caso che episodi criminosi come il femminicidio (o il suo equivalente maschile), si stanno diffondendo a macchia di leopardo in un mondo che ha smesso di volersi bene.

Sarà una questione di cuore e forse bisognerebbe imparare da Erich Fromm che nella sua opera più famosa, L’arte di amare, affronta la tematica dell’amore in tutte le sue sfaccettature:

“L’amore infantile segue il principio: amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo…”

Se paragoniamo le manifestazioni dei sentimenti agli effetti contagiosi dei virus, tanto per restare nell'attualità, scopriamo che ognuna di queste esternazioni tende a moltiplicarsi mantenendo la stessa carica emotiva, come un germe che si riproduce e si propaga velocemente nelle relazioni interpersonali:

L’odio genera odio e ci rende più rancorosi e ostili.
L’invidia genera invidia e ci rende più invidiosi.
L’amore genera amore e ci rende più generosi e solidali.

La capacità di distinguere i buoni dai cattivi sentimenti è un esercizio che richiede fatica, impegno e senso di maturità contro i quali agiscono fattori ambientali o modelli educativi sbagliati e devianti. Imparare a volersi bene è un’arte che non si coltiva da soli ma con il concorso di tante componenti. Se alcune di queste mancano, come l’amore filiale espresso in maniera opposta al pensiero di Fromm, il percorso per arrivarci diventa decisamente complicato.

Bisogna prendersi cura di se stessi, amarsi ed intenerirsi delle proprie debolezze per poterlo fare verso gli altri. L’amore individuale, così concepito, è la base di partenza per essere positivamente “contagioso” ed emulativo. E’ un lavoro spirituale di non facile fattura ma provare a farlo sarebbe già tanto.

Non è mai troppo tardi per abbracciarsi e coccolarsi affinché il buono che ognuno ha in serbo non si disperda nel nulla.







Una risata allunga la vita



Una risata allunga la vita, più di una telefonata di un famoso spot di qualche tempo fa. Ci sarebbe tanto da piangere per come sta andando il mondo, ma un bel sorriso a tutto tondo fa bene alle vie respiratorie, rende più fluido il sangue nelle vene e ci fa prendere le cose nel modo più leggero.

Voglio che sia l’ironia a far ridere la vita mia. E’ il verso di una mia canzone di gioventù che negli anni è divenuto il mio credo filosofico. Non bisogna mai prendersi troppo sul serio perché nessuno è perfetto e, soprattutto, nessuno è migliore del nostro onore e della nostra dignità. Ci sono tanti nei invisibili che prima o poi emergono in tutta la loro consistenza offrendo un’immagine di se stessi forse fragile ma certamente più umana.

Siamo un esercito di imperfetti e questo basta per elevare le relazioni sociali al rango di una parità sostanziale che è anche espressione del principio di uguaglianza sancito nella nostra Carta Costituzionale.  Al di là dei distinguo, dei meriti e delle capacità individuali, l’essere umano è pieno di debolezze, di paure, di incertezze che talvolta si ostenta a disconoscerli ma che invece costituiscono l’essenza della relatività della vita.

Eppure il sorriso non è stato sempre bene accetto. Nel medioevo, ad esempio, il sorriso era inviso dal potere temporale retto da un rigido conservatorismo. Umberto Eco, nella sua opera più famosa, Il nome della rosa,  ci racconta del sorriso come dell’antitesi di comportamenti sobri e morigerati a difesa dei quali vennero compiuti in un’abbazia benedettina una serie di orribili delitti.

Fortunatamente il corso della Storia ha preso una piega diversa e le aperture al sorriso e ad una certa leggerezza dell’essere hanno trovato una collocazione sempre più marcata nell'evoluzione dei comportamenti sociali.

Non c’è che dire che una bella risata a crepapelle, magari sulle stupidaggini altrui, ci fa sentire bene e ci fa affrontare le cose con il giusto peso e coraggio perché le occasioni per vivere meglio possono sfuggirci e non ricapitare più.

Riconoscere i propri limiti, quando il sorriso si fa ironia, non è segno di debolezza ma, piuttosto, la più grande delle saggezze per aprire le porte alla comprensione di se stessi e, di riflesso, a quella verso gli altri.

Da non sottacere gli effetti benefici del sorriso quando è usato, ad esempio, nella terapia del dolore, sia fisico che interiore. Non è un caso che in molti ospedali vi sono tante associazioni dedite alla cura ed assistenza morale ai malati più sfortunati. Perché ogni attimo di vita va vissuto intensamente anche quando tutto sembra precipitare nel baratro e nelle tenebre.

Oggi è già ieri. E domani è già tardi.