ANNA DA NON DIMENTICARE

Nel giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno, ecco che il cassetto dei ricordi viene tirato fuori da ogni parte del mondo con celebrazioni varie, istituzionali e non, tese a rendere omaggio alle vittime dell’olocausto.

Peccato che negli altri trecentosessantaquattro giorni ci si dimentica in fretta di questo rituale, nobile e sublime, che dovrebbe sempre accompagnare l’umano agire in ogni momento della vita.

Sono tante le persone che hanno reso la loro dolorosa testimonianza su quello che è stato lo sterminio più mostruoso che la Storia ricordi. E altrettanto numerose sono state le produzioni cinematografiche e televisive che hanno raccontato le drammatiche esperienze di coloro che hanno avuto il solo torto di “albergare” in un periodo storico fra i più luttuosi e devastanti.Schindler’s list”, film del 1993 nel quale un imprenditore tedesco riuscirà a salvare migliaia di ebrei dalla deportazione, è solo una delle rappresentazioni più magistrali proiettate sul grande schermo.

Tra le vittime di questa immane tragedia non si può non ricordare Anna Frank, la ragazzina ebrea tristemente famosa per il diario scritto durante i giorni trascorsi nell'alloggio segreto di Amsterdam. Un nascondiglio che non basterà per sfuggire alle persecuzioni naziste. Anna Frank morirà di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nel marzo del 1945.

Di lei resta il diario, affettuosamente chiamato “Kitty”, che le fu regalato il 12 giugno 1942, giorno del suo tredicesimo compleanno.Una saggezza precoce e dolorosa che è divenuta un esempio per tutte le generazioni successive.

Ecco alcune pagine struggenti del documento, per non dimenticare

9 ottobre 1942
Cara Kitty,
oggi non posso darti che notizie brutte e deprimenti. Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ebrei. La Gestapo è tutt'altro che riguardosa con questa gente; vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo di concentramento per ebrei nella Drenthe.
Westerbork dev'essere terribile; per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine... Fuggire è impossibile; quasi tutti gli ospiti del campo sono riconoscibili dai loro crani rasati e molti anche dal loro aspetto ebraico.
Se in Olanda stanno già così male, come saranno nelle contrade barbare e lontane dove li mandano? Supponiamo che per lo più vengano assassinati. La radio inglese dice che li gasano. Forse è il metodo più spiccio per morire. Sono molto turbata.

Venerdì 29 ottobre 1943

Mi sento come un uccello che vorrebbe volare in alto ma continua a sbattere le ali contro la gabbia, nell'oscurità più totale.

Venerdì 24 dicembre 1943
Cara Kitty, 
quando viene qualcuno di fuori, col vento negli abiti e il freddo nel viso, vorrei ficcare la testa sotto le coperte per non pensare : "Quando ci sarà di nuovo concesso di respirare un po' d'aria fresca?" Credimi, quando sei stata rinchiusa per un anno e mezzo, ti capitano dei giorni in cui non ne puoi più. Sarò forse ingiusta e ingrata, ma i sentimenti non si possono reprimere.
Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiettare, guardare il mondo, sentirmi giovane, sapere che sono libera, eppure non devo farlo notare perché, pensa un po', se tutti e otto ci mettessimo a lagnarci e a far la faccia scontenta, dove andremo a finire ? A volte mi domando : " Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzina con un gran bisogno di divertirmi e di stare allegra ?

 Venerdì, 7 gennaio 1944

Cara Kitty,

che stupida sono stata! Ho completamente dimenticato di raccontarti la storia di tutti i miei innamorati.

Da piccina, quando ero ancora all'asilo infantile, avevo simpatia per Sally Kimmel. Era orfano di padre e abitava con sua madre in casa di una zia. Un cugino di Sally, Appy, era un bel ragazzo, bruno e slanciato, e suscitava molto più ammirazione che il piccolo, grosso e buffo Sally. Io non guardo alla bellezza, e per molti anni ho voluto molto bene a Karel. Per parecchio tempo stemmo molto insieme, ma il mio amore non era corrisposto. Poi Peter capitò sulla mia strada e presi una vera cotta infantile. Anche lui mi voleva bene e per tutta un'estate fummo inseparabili. Ricordo ancora quando andavamo per strada tenendoci per mano, lui con un abito di cotone bianco e io con un vestitino estivo dalla sottana corta. Alla fine delle vacanze egli andò in prima media e io in sesta elementare. Veniva a prendermi a scuola oppure andavo io a prendere lui. Peter era un ragazzo perfetto: alto, slanciato, bello, con un viso serio, tranquillo e intelligente. Aveva capelli scuri e splendidi occhi bruni, guance rosee e naso affilato. Andavo pazza soprattutto del suo riso, che gli dava un'aria birichina e maliziosa. Passai le vacanze in campagna; quando tornai, Peter aveva cambiato casa e abitava insieme con un amico molto più anziano di lui. Costui, a quanto sembra, gli fece notare che io ero ancora una bambinella e Peter mi piantò. Gli volevo tanto bene che non volli vedere la verità e gli rimasi attaccata, finché venne il giorno che mi resi conto che se continuavo a corrergli dietro mi avrebbero preso per una ragazza leggera. Passarono gli anni. Peter andava in giro con ragazze della sua età e neppur più mi salutava, ma io non lo potevo dimenticare. Andai al Liceo ebraico, molti giovani della nostra classe si innamorarono di me, io trovavo ciò molto divertente, mi sentivo onorata, ma nulla più. In seguito Hello si invaghì di me, ma, come ho già detto, io non fui mai più innamorata. C'è un detto: "Il tempo guarisce tutte le ferite"; e così avvenne anche a me. Mi immaginai di aver dimenticato Peter e di non aver più alcun interesse per lui. Ma il ricordo di lui continuava a vivere così intensamente nel mio subcosciente, che dovetti infine confessare a me stessa che ero gelosa delle altre ragazze, e che per questo egli non mi interessava più. Questa mattina ho capito che nulla è cambiato, anzi, a mano a mano che divento più vecchia e matura, il mio amore cresce. Posso ora ben comprendere che Peter mi trovasse infantile, eppure ancora mi addolora che egli mi abbia così dimenticata. Il suo viso mi è apparso così chiaramente che ora so con certezza che nessun altro potrebbe prendere il suo posto nel mio cuore.

sabato 15 luglio 1944


« "la gioventù in fondo è più solitaria della vecchiaia." Questa massima che, ho letto in qualche libro mi è rimasta in mente e l'ho trovata vera; è vero che qui gli adulti trovano maggiori difficoltà che i giovani? No, non è affatto vero. Gli anziani hanno un'opinione su tutto, e nella vita nono esitano più prima di agire. A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio. Chi ancora afferma che qui nell'alloggio segreto gli adulti hanno una vita più difficile, non si rende certamente conto della gravità e del numero di problemi che ci assillano, problemi per i quali forse noi siamo troppo giovani, ma ci incalzano di continuo sino a che, dopo lungo tempo, noi crediamo di aver trovato una soluzione; ma è una soluzione che non sembra capace di resistere ai fatti, che la annullano. Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.»

TI TRADISCO DI VENERDI’

Il tradimento condiviso è il tema dominante de “La villa del venerdì”, opera di Alberto Moravia pubblicata nel 1990 poco prima della sua scomparsa.

E’ un romanzo a episodi (16 in tutto) dei quali il primo, che è anche il titolo del libro, e il secondo (“Il vassoio davanti alla porta”), sono trainanti del pensiero dell’autore sulladulterio, argomento già trattato, sia pure con sfaccettature diverse, in altri precedenti capolavori come  “L’amore coniugale” o “L’attenzione”.

Qui Moravia tratteggia con maestria le due facce dell’amore: quello fisico che è in sè sfuggente, effimero e inappagante, e quello ideale, puro e incontaminato che resiste al dolore e ai turbamenti tipici di relazioni affettive controverse e irrisolte, che come tali restano sospese in un punto indefinito della propria sfera personale senza mai arrivare a serena conclusione.

Il compromesso cui giunge Stefano, il protagonista de “La villa del venerdì”, è l’accettazione dell’adulterio della moglie che si perpetra e si consuma nei week-end per poi finire negli altri giorni nel nulla mnemonico, quasi a voler compensare le ricadute di una relazione instabile ma perfidamente attrattiva.

Tra Stefano e la moglie (Alina) è stato convenuto che ogni venerdì sera lei si recherà dall'amante e vi resterà fino alla domenica sera. Stefano ama appassionatamente la moglie e Alina afferma invariabilmente di amarlo. Ma ambedue si tradiscono a vicenda, con questa differenza, però, che Alina tradisce il marito perché gli piace ora un uomo e ora un altro; Stefano invece tradisce Alina perché Alina lo tradisce.

In questo passaggio c’è tutta l’essenza narrativa di Moravia: le proposizioni e le subordinate sono tra loro legate da un sillogismo acritico attraverso il quale l’assioma lessicale prevale sulla sostanza rendendo accettabile (e giustificabile) ciò che nella vita dei sentimenti sarebbe invece fortemente frustrante e repulsivo. L’adulterio è semplicemente l’occasione, il pretesto, l’evento di disturbo elevato all'ennesima potenza per dimostrare quanto nelle relazioni amorose sia proprio la sofferenza, il dolore del temuto distacco a rendere tollerabili anche le convivenze più tumultuose.

Percorso analogo ma con effetti diversi è compiuto da Gian Maria, il protagonista dell’episodio “Il vassoio davanti alla porta”, nel quale l’iniziazione sessuale del giovane è vissuta in maniera fortemente idealistica, quasi platonica. S’innamora di una signora matura conosciuta in un albergo di montagna, la quale accetta il suo corteggiamento pur non rinunciando all'adulterio, al tradimento sistematico con uomini occasionali, per di più tollerato e condiviso dal marito. In questa triade (marito, moglie e potenziale amante inerbe)  si sviluppa l’intera storia come nelle migliori tragedie classiche in cui la fatalità, ovvero l’accettazione ineluttabile del proprio destino, è l’elemento principe che le contraddistingue. Ma Gian Maria, che è arrivato in quell'albergo proprio per scrivere una tragedia, si accorge che il vezzo della donna di cui si è innamorato, la signora Burla, è molto meno nobile e tragico:

 La signora Burla pareva sempre più smarrita, pur sotto un’aria di ostentata e altezzosa disinvoltura: “Una tragedia?Oh che bello! La vita intera è una tragedia, no so altri, ma la mia di certo.” Alla fine parve decidersi, si avvicinò bruscamente alle spalle di Gian Maria e tese la mano da dietro ad accarezzargli il viso. La mano scese dalla fronte alla bocca, indugiò sulle labbra, poi continuò la carezza sul mento e sul collo, finalmente si insinuò sotto il lembo della giacca e prese a sbottonare i bottoni della camicia: “Tu non credi che la mia vita sia una tragedia, eppure lo è.”

Qualcuno bussa alla porta e tutto resta indefinito, sicché le avances della signora Burla restano contrapposte al suo desiderio di dare una svolta al proprio destino. Come il pendolo di un orologio perennemente in bilico tra una scelta di vita improntata sull'amore candido e puro, e quella fondata sulla congiunzione carnale, meccanica, occasionale e indifferenziata.

Il ritratto psicologico dei personaggi narrati da Moravia ne “La villa del venerdì”, è quanto di più reale e realistico si possa riscontrare nella vita di tutti i giorni. La bravura dello scrittore romano sta proprio in questa sapienza descrittiva di vicende collaudabili e comparabili come nelle migliori rappresentazioni popolari del nostro tempo.

Il tradimento di venerdì o di un qualsiasi altro giorno della nostra vita, è l’occasione, l’attimo che crea una spaccatura fra noi e gli affetti che ci appaiono cari e indissolubili, mentre vacillano nell'istante stesso in cui si allontanano. Poiché tutto passa e niente è per sempre!

CONCORSI “ILLETTERARI”

L’arte di arrangiarsi è una filosofia di vita tipicamente italiana. Siamo il Paese dalle mille risorse, dalle mille sfumature: di rosso, di nero, di grigio, tanto per usare i colori di El James, la scrittrice milionaria che dopo aver spopolato il web e le librerie di tutto il mondo, ora si cimenta con il cinema proiettando sul grande schermo il suo best seller più discusso e discutibile.

Ma che cosa hanno in comune l’Italia e l’autrice della pornografia spicciola e postribolare del momento? Direi una parola: l’improvvisazione, che qualche volta paga ma molto spesso illude e fa apparire come “variopinto” quello che in realtà è piuttosto sbiadito e incolore.

Accade così per i mestieri: in un’epoca di recessione e di aumento vertiginoso della disoccupazione, ormai arrivata ai massimi storici, ecco che fioriscono e si moltiplicano come funghi i mestieri più disparati e fantasiosi, grazie anche alla tecnologia informatica che molto aggiunge ma altrettanto toglie in termini di qualità e di veridicità dell’attività reclamizzata.

Tra i mestieri in auge spicca quello di promuovere i concorsi letterari che nel titolo di questo post ho volutamente storpiato anteponendo alla parola “letterari” il suffisso “il” per ricavare un termine che nella lingua italiana non esiste ma che nella sostanza si accosta di molto al vocabolo “illetterato” ovvero “colui che non sa leggere e scrivere”.

Di questi concorsi ve ne sono tanti che sfruttano i sogni e le illusioni dei partecipanti con regole apparentemente legittime e selettive ma che sul piano concreto si tramutano in una vera e propria macchina “mangiasoldi” come le più comuni “slot machine” .

Vi sono bandi che prevedono una quota di partecipazione generalmente alla portata di tutti (si va dai 10 ai 20 euro) ma che moltiplicata per il numero dei concorrenti produce una fonte di sicuro guadagno. Basta fare i conti della serva: per il premio X con una media di 200 partecipanti (stima sicuramente in difetto) e una quota pro-capite di € 20, si ricavano ben 4.000 euro. Togliendo le spese per la gestione del concorso (peraltro mai specificate) e il premio al primo classificato (in genere la pubblicazione di un e-book dal costo mediamente di € 80) resta un bel gruzzoletto per far felici i pseudo giurati e l’intera organizzazione.

Il tutto senza una cernita preliminare della qualità degli scritti che vengono ammessi senza riserve anche se“illeggibili” e “improponibili” in quanto estremamente “utili” per raggiungere l’incasso prefissato.

Non dico che bisogna stare alla larga dai concorsi letterari. In un’epoca nella quale si fa ben poco per la cultura e gli editori scarseggiano in spirito d’iniziativa e capacità di investimento, possono rappresentare un ottimo viatico per scoprire nuovi talenti.

Ma anche in questo campo occorre prudenza e circospezione.

Innanzitutto diffidare dai concorsi a pagamento, se proprio ci si vuole cimentare, consiglio di leggere con attenzione il bando e, soprattutto, acquisire informazioni sui componenti della giuria. La qualità e l’esperienza di coloro che sono chiamati a giudicare gli elaborati possono essere indice di serietà e di correttezza dell’organizzazione proponente.

In secondo luogo valutare l'entità del premio messo in palio: se è di scarso valore o di molto inferiore al presumibile ricavato come nell'esempio sopra illustrato, meglio rinunciare immediatamente. 

Ma prima di ogni cosa è bene fare una seria autocritica sulla bontà del proprio scritto: i sogni son desideri ma spesso generano illusioni che non danno la felicità.

L’AMARO RISVEGLIO

Con sgomento e costernazione. Così il mondo si è svegliato alla notizia della prematura scomparsa di Pino Daniele, cantautore raffinato e talentuoso che ha scritto una delle pagine più belle della musica nostrana (e non solo). Non più tardi di cinque giorni fa si era esibito sul palco de “L’anno che verrà”, lo spettacolo di RAI uno trasmesso il 31 dicembre scorso per salutare il nuovo anno.

Comincio a pensare che questo show non sia poi così beneaugurante a giudicare dalla passerella di grandi artisti come Lucio Dalla, Mango e da ultimo il “Pino nazionale” che ci hanno lasciato troppo presto e in maniera improvvisa come il lampo di un temporale che si è scagliato inesorabile sui cultori della buona musica.

Napule è 'na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a' ciorta.”
'O scarrafone 'o scarrafone, ogni scarrafone è bello a mamma soja.”
“ Tu dimmi quando quando, dove sono i tuoi occhi e la tua bocca, forse in Africa che importa …”

Sono solo alcuni dei versi più belli e toccanti scritti dall'immenso cantautore napoletano, poeta indiscusso della musica che ha saputo coniugare le parole alla sonorità di melodie indimenticabili, conquistando intere generazioni, perché quando la musica si tramuta in arte sopravvive al tempo e non invecchia mai.

E’ un amaro risveglio, il mattino che non avremmo mai voluto vedere.

Ci mancherà, come mancherà a quella Napoli che lui ha tanto amato e raccontato negli infiniti concerti che ancora oggi risuonano nella mente e nei ricordi di chi lo ha (giustamente) eletto ad ambasciatore della musica partenopea, capace di scuotere le coscienze più sorde e i sentimenti più assopiti dall'amara rassegnazione.

Napule è 'a voce d' 'e creature che saglie chianu chianu, e tu saje ca nun si sulo..”

Da oggi ci mancherà la sua voce e ci sentiremo tutti un po’ più soli!

AUTOGRAFO

Ugo Foscolo, grande scrittore e poeta del neoclassicismo, era ossessionato dall'idea di non essere ricordato dopo la sua morte. La Storia lo ha ampiamente smentito se la sua “Dei Sepolcri” è ancora oggi uno dei testi letterari più letti ed apprezzati in tutto il mondo.

Genio si nasce, non si diventa, si direbbe. Per coloro che sono dotati di talento naturale, basta poco per emergere e per imprimere la propria impronta sul cammino della vita verso il quale si accalcano le umane moltitudini.

Ma c’è una parte del mondo, forse la più cospicua, in cui si nasce, si vive e si muore nel più completo anonimato.

Colpa degli eventi, di certe contaminazioni esterne o di un’agguerrita concorrenza, molto spesso sleale e fatta di spintoni e di raccomandazioni.

O forse è colpa di se stessi per non aver osato quando era il momento di farlo, quando era il momento di scegliere e si è invece preferito rimandare a domani quello che poteva essere fatto subito.

Carpe diem: cogli l’attimo prima che il vento se lo porti via.

E’ un silenzio che fa rumore nella coscienza di chi si è dovuto accontentare, a torto o a ragione.

Dall'album “L’aquila non ritorna, ecco “Autografo” dedicato alle migliaia di solitudini che naufragano nel dolore dell’assenza, delle storie maledette e implosive mai raccontate o scritte, con lo sguardo teso verso un’alba che non arriverà

AUTOGRAFO
(V. Borrelli)

Come e quando finirà
questa vita senza nome
giorni uguali che non vivi
vanno via come i pensieri
le occasioni perdute
le emozioni mai avute

E ti abbracci da solo
improvvisi un assolo
per le strade del mondo
che sconfinano in fondo

E sorridi da solo
se la gente ti osserva
tu fai finta di niente
tanto intorno c’è nebbia

E’ un peccato che adesso
non vedi l’immenso
negli occhi di un bimbo
si accende il rimpianto
di un’alba svanita
Sul libro della vita
manca proprio il tuo autografo …

Come e quando finirà
questa notte vuota e insonne
passi incerti nel silenzio
vanno avanti senza senso
l’orologio segna l’una
manca tanto per l’aurora

E ti abbracci da solo
improvvisi il tuo volo
per cercarti di nuovo
sulle strade del mondo

E sorridi da solo
se qualcuno ti osserva
non ti fa proprio niente
perché intorno c’è nebbia

E’ un peccato che adesso
non cerchi l’immenso
negli occhi di un bimbo
c’è sempre il rimpianto
di un’alba svanita
Sul libro della vita
manca proprio il tuo autografo…

UN ANNO DI BLOG

Anno nuovo, vita nuova! Per intanto godiamoci gli ultimi spiccioli del 2014 provando a stilare, come si è soliti fare in questi casi, un resoconto sulle cose che sono successe nell'anno che sta per lasciarci.

Qui lo faccio da un punto di vista squisitamente personale, ovvero dalla mia esperienza di blogger sfogliando, come le pagine di un diario, gli articoli che ho pubblicato negli ultimi dodici mesi.

Non mi stancherò mai di ringraziare tutti gli amici e i visitatori del blog che mi hanno seguito con tanta simpatia e passione: da voi ho tratto linfa e stimolo per andare avanti in questo progetto di intrattenimento e di riflessione sui temi della cultura, musica ed attualità che, alfine, è semplicemente voglia di scrivere e di comunicare emozioni.

Ecco quindi il mio calendario 2014 con i post più letti e graditi (clicca sul titolo se ti va di rileggerli):

GENNAIO: Aspettando la neve (che non arriverà), esce “La scrittura creativa”, una riflessione critica sulla "professionalizzazione" dell’arte dello scrivere che si contrappone all'autenticità e spontaneità dell’estro narrativo. E’ il post che raccoglie il maggior numero di consensi e di visualizzazioni.

FEBBRAIO: Il mese dell’evento musicale più atteso dell’anno, ovvero il festival di Sanremo condotto, per l’occasione, da Fabio Fazio e da Luciana Littizzetto. Non bisserà il successo dell’anno precedente. Vince Arisa ma molti l’hanno già dimenticato. Il 28 pubblico “Sanremo 2014: le mie pagelle” che risulterà il più letto del mese.  Ottimo il piazzamento della mia intervista a Pierluigi Di Cosimo, autore di “Dove tutti i sogni finiscono”, che sarà molto gradita ai lettori.

MARZO: Intervisto Stella Stollo, autrice del romanzo storico “I delitti della Primavera” nel post “La forza buona della lettura” che risulterà il più letto. Segue a ruota “Le identità culturali”, riflessione sulla globalizzazione sistemica dei cambiamenti etnici e sociali, che ottiene il maggior numero di gradimenti tra il popolo degli internauti.

APRILE: Esce “L’aquila non ritorna”, il seguito de “Le parole del mio tempo” ottenendo la palma del post più letto e più gradito. Ottimo il piazzamento di “Ti recensisco nel nome del lettore”, post che mette in guardia dalle recensioni artefatte. Per alcuni mesi rimane in classifica tra quelli più letti di sempre.

MAGGIO: “Rifiuti solidi letterari”, pubblicato proprio nell'ultimo giorno del mese, risulterà il più cliccato. Ma “Il libro che non leggerò”, dedicato alle lusinghe dell’apparenza, sarà il più gradito dal network di Virgilio “OK notizie”. Bene anche la mia recensione al romanzo “Dimmi come mai”, delle autrici Alessandra Alioto e Rosalba Repaci.

GIUGNO: Esce “La solitudine degli internauti”, post che analizza gli effetti negativi dell’avanzata dei social network. Otterrà il premio dell’articolo più bello dai lettori della community di Google Blogger and Blog”.

LUGLIO: Per commemorare la triste scomparsa di Giorgio Faletti, pubblico “Io uccido”, la mia recensione al best seller del bravo scrittore astigiano. Otterrà tantissimi gradimenti.  Anche la mia intervista a Flavio Standoli, autore di “Esperance: una missione per due” risulterà tra le più gradite.

AGOSTO: Pubblico “Ho smesso di credere”, testo sul disincanto tratto da “Le parole del mio tempo”, che risulterà il più apprezzato e cliccato dai lettori.

SETTEMBRE: “Il nome della rosa”, la mia recensione al capolavoro di Umberto Eco, scala la classifica dei post più letti del mese. Sarà anche quello più commentato dal social “Linkedin”.

OTTOBRE: “La luce oltre”, racconto breve dedicato alla commemorazione dei defunti, si aggiudica la palma del post più letto. Ma “Il paese dei vecchi”, canzone tratta da “Le parole del mio tempo”, ottiene il maggior numero di gradimenti. Particolarmente apprezzata dal popolo di Facebook la mia recensione al libro “La favola di Shakira”, scritto da Bonifacio Vincenzi.

NOVEMBRE: Pubblico “L’amore platonico”, una riflessione sull'Eros che sarà tra le più gradite e condivise dai lettori.

DICEMBRE: “Il suicidio”, ritratto crudo e amaro dell’emarginazione, "sbanca" la rete raccogliendo il maggior numero di consensi e di visualizzazioni. Uno dei post più letti ed apprezzati nell'intero anno.

BUON 2015 A TUTTI I LETTORI!

CARO NATALE

Cara matre, ho deciso: mi voglio cambiare. Preparami un bel regalo. Questo te lo dissi l’anno scorso e questo te lo dico anche adesso…” Come non ricordare questa divertente quanto ironica letterina di Natale declamata nella commedia “Natale in casa Cupiello” dal personaggio Tommasino davanti al papà Luca e allo zio Pasquale?

Il Natale 2014 è ormai alle porte e come tutti gli anni si torna a parlare di regali e della loro utilità rispetto al significato religioso della festa.

Non sono tra quelli che pensano che nella ricorrenza più attesa dell’anno non bisogna scambiarsi regali. E’ bene farlo ma a condizione che non si esageri e non si voglia a tutti costi emulare una (cattiva) abitudine basata sul mero consumismo.

In questi giorni i negozi sono presi letteralmente d’assalto da avventori mossi principalmente dalla voglia di fare acquisti per non sfigurare rispetto a una tradizione “luccicante” che supera qualsiasi reticenza dettata dall'attuale crisi economica. Insomma anche se gli euro scarseggiano, prevale la tendenza ad impacchettare questo o quel particolare dono a dispetto dell’impennata dei prezzi, sicché l’appellativo “caro” davanti al sostantivo “Natale” può essere indifferentemente inteso nell'uno o nell'altro senso.

Forse si è spinti dal desiderio di essere felici che talvolta è soltanto l’illusione di volerlo essere nonostante i problemi e le vicissitudini quotidiane.

C’è tutto un mondo che reclama autenticità, amore e generosità. Ecco che allora il “regalo” dovrebbe essere l’occasione affinché questi sentimenti fuoriescano in tutta la loro grandezza e (auspicata) imperitura anche quando la festa finisce e le luci si spengono.

E’ pur vero che ci sono comportamenti che vanno banditi, come quello di fare il regalo più bello (per se stessi) ma il più inutile (per chi lo riceve). Come pure va stigmatizzato il vezzo di “riciclare” il regalo ricevuto per darlo magari a chi si detesta ma che si “ama” solo in occasioni del genere.

La sobrietà del regalo, intesa come oculatezza e “disinfestazione” da proclami e intenzioni vuote e pompose, dovrebbe sempre accompagnare la scelta di regalare un sorriso non soltanto ai propri cari ma anche (se non soprattutto) a chi di sorrisi ne ha proprio fame.

La solidarietà è quindi l’ago della bilancia per far propendere la scelta di un regalo verso quanto più lodevole e proficuo possa rappresentare questo gesto: un buono spesa per chi ne ha bisogno o balocchi ai bambini più sfortunati sono soltanto alcuni esempi che possono rendere (e renderci) veramente felici.

Non ci vuole poi molto. Bastano pochi euro e tanto, tanto amore.

A TUTTI GLI AMICI E VISITATORI DI QUESTO BLOG I MIEI PIÙ SINCERI AUGURI DI 
BUON NATALE

LA CORRUZIONE DELL’ANIMA

In questi giorni lo scandalo di “Mafia Capitale” tiene banco nelle cronache dei mass media suscitando l’ennesima indignazione e avversione verso la politica del malaffare che proprio non riesce a cambiare rotta e a spogliarsi di quelle infime nudità di cui è portatrice.

Il premier Renzi ha annunciato l’inasprimento delle pene per i corrotti attraverso l’innalzamento del minimo edittale e dei termini prescrizionali, introducendo nuove modalità per la confisca e il patteggiamento della pena fino ad ottenere la restituzione integrale del mal tolto. Basterà?

A due anni esatti di distanza dall'entrata in vigore della legge 190/2012, meglio nota come “legge Severino” o “dell’anti-corruzione”, si parla già di revisione di quelle misure di prevenzione che avrebbero dovuto segnare il cambiamento radicale di un sistema di mala gestione che da tangentopoli in poi si è propagato a macchia d’olio, non arrestandosi nemmeno davanti alle sbandierate svolte epocali della seconda (e terza) Repubblica.

La Corte dei conti ha definito la corruzione come sistemica, ovvero stratificata e ramificata in ogni ambito della Pubblica Amministrazione come le metastasi di un tumore il cui focolaio risiede proprio nell’anti-politica. Se c’è la mafia è perché ci sono politici e pubblici funzionari corrotti e viceversa. Un’equazione che si autoalimenta fino ad ingrossarsi e ad ingrossare le maglie dei centri di poteri inquinandoli e sviandoli dall'unico fine che dovrebbero perseguire, ovvero l’interesse pubblico.

Se tale è il quadro (deprimente) dello scenario politico attuale, non bastano certamente misure repressive più efficaci ma occorre un’azione preventiva incisiva che agisca soprattutto sotto il profilo culturale, aspetto che nemmeno la legge 190/2012, pur nata con tutte le buone intenzioni, sembra garantire.

Le misure della “Severino” incentrate soprattutto sul piano anti-corruzione che ciascuna amministrazione pubblica è tenuta a dotarsi, se da un lato appaiono lodevoli sotto il profilo della trasparenza e della tracciabilità dell’attività amministrativa, dall'altro denotano molti punti deboli fra i quali, l’assenza di controlli preventivi di legittimità, l’eccessiva procedimentalizzazione degli adempimenti e l’obbligo di redigere un piano di formazione rivolto esclusivamente ai pubblici dipendenti senza allargare la platea ai centri di poteri della politica. 

E qui s’inserisce il problema della selezione della classe politica dirigente basata su regole ferree in grado di reclutare il meglio delle professionalità esistenti. Ma per fare questo è necessario che la società civile si rinnovi ed offra modelli comportamentali di assoluto spessore morale.

Perché la corruzione è nell'anima: di genitori che non sanno essere tali, di educatori che non sanno più educare, della scuola che non sa più insegnare, delle istituzioni che non sanno elevare a dignità morale e civile il mandato cui sono chiamati a svolgere.

Nel piano anti-corruzione che ho redatto nei comuni dove lavoro ho voluto inserire di proposito la bellissima frase dello scrittore statunitense H. Jackson Brown junior che da sola basterebbe a rappresentare la misura di prevenzione più alta e sublime:
Vivi in modo che quando i tuoi figli penseranno alla correttezza e all'integrità penseranno a te.”

TIZIANO NON SCAPPA PIÙ

Qualche anno fa fece scalpore quando dichiarò la propria omosessualità nel libro “Trent'anni e una chiacchierata con papà”. Ora Tiziano Ferro torna alla ribalta con il brano “Senza scappare mai più, singolo che anticipa l’uscita di una compilation che raccoglie i suoi maggiori successi con l’aggiunta di qualche inedito.

L’outing del cantautore di Latina avrà forse deluso molte delle sue ammiratrici che si sono viste scalzate dal ruolo di pretendenti di una (immaginaria) storia d’amore, ma è di sicuro un atto di coraggio per tirare fuori quell'identità troppo a lungo nascosta.

Ero fidanzato ma pensavo di essere attratto anche dai ragazzi …”, ha dichiarato qualche tempo fa l’autore di “Sere nere”. Gli "indizi" c'erano già in molti testi delle sue canzoni, fra tutte “Scivoli di nuovo” del 2008 in cui Ferro fa i “conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato e quante le parole che non hai pronunciato per non rischiare di deludere …” Una sorta di preludio di quella confessione ufficiale che qualche anno dopo l’artista riporterà nel cennato libro autobiografico. 

Ma è solo con l’uscita dell’album “L’amore è una cosa semplice” del 2011 che Tiziano ha una presa di coscienza definitiva, pur sofferta e forse non ancora del tutto risolta : “Ho un segreto. Ognuno ne ha sempre uno dentro. Ognuno lo ha scelto o l’ha spento. Ognuno volendo e soffrendo …”. E ancora: “La differenza tra me e te … uno dei due sa farsi male, l’altro meno. Però me e te è quasi una negazione …”. Reminiscenze pirandelliane di chi è costretto a portare una maschera per apparire quello che non è (e non vuole essere).

Il mondo della musica ci racconta di tanti altri personaggi che hanno vissuto un travaglio simile, sia pure con effetti diversi dovuti al differente contesto socio-culturale. Umberto Bindi, ad esempio, autore di grandi successi, tra i quali “Il nostro concerto”, subì un vero e proprio attacco discriminatorio a causa della sua omosessualità evinta dall'anello che portava al dito durante il festival di Sanremo del 1961. Da quell'episodio la sua carriera artistica subì una forte battuta d’arresto che lo costrinse ad uscire dalle scene per oltre dieci anni prima di pubblicare un nuovo L.P.(il mitico 33 giri).

Altri artisti hanno invece preferito la strada della discrezione, come Lucio Dalla la cui vita privata è stata tenuta a debita distanza dai pettegolezzi e dalle dicerie che pur si mormoravano negli ambienti dello spettacolo. Fu solo dopo la sua scomparsa che si apprese della relazione con il collaboratore artistico Marco Alemanno, suscitando non poche polemiche soprattutto in occasione dell’apertura della successione. E qui ci sarebbe tanto da dire sul riconoscimento dei diritti civili delle coppie di fatto che il nostro ordinamento giuridico continua ad escludere.

Per fortuna i tempi stanno cambiando nonostante permangano forti resistenze da parte di una certa corrente ideologica che fa dell’orientamento sessuale un preconcetto ancora fortemente selettivo e discriminatorio.

Bene allora che Tiziano Ferro abbia deciso di non scappare più. Sono gli altri che devono farlo … dalle loro misere idee.

SENZA SCAPPARE MAI PIÙ
(T. Ferro)
Senza scappare mai più
Luce buona delle stelle
Dimmi adesso dove andrò
Se non lascio cosa faccio, dimmi se poi rifletterò
E vorrei, imparare ad imitarti
Far del male come sai
Ma non posso non riesco non ho equilibri miei
Sai sai sai sai sai che
Penserei ad ognuno
ma nessuno pensa a noi
perderei la mano a farmi male se lo vuoi
Smetterei di piangere
ai tuoi segnali e poi
forse potrei fingere ma poi non ci crederei io
Correrei a salvarti a dirti che così non può durare
Correrei a parlarti a consolarti niente più dolore
Correrei a fermare il tempo e insieme a lui le sue torture
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più
Vento buono dell'estate scalda in pace chi già sai
Fai che la mia rabbia invece si raffreddi casomai
sai sai sai sai sai che...
Penserei ad un male che non ci ferisca mai
Penserei a una scusa che non ti deluda ma
preferisco i fatti alle parole anche se poi
Anche se poi preferisco me a chi fa finta come noi io
Correrei a salvarti a dirti che così non può durare
Correrei a parlarti a consolarti niente più dolore
Correrei a fermare il tempo e insieme a lui le sue torture
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più
Dal punto in cui correvo
E stavi fermo tu
Ti persi ma non scapperò mai più
Non scapperò mai più io
Non scapperò mai...
Correrei a salvarti a dirti che così non può durare
Correrei a parlarti a consolarti niente più dolore
Correrei a fermare il tempo e insieme a lui le sue torture
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più
Correrei da te e ti stringerei senza scappare mai più


LE VOCI DI DENTRO

Per commemorare i trent'anni dalla scomparsa del grande Eduardo De Filippo, la RAI ha trasmesso recentemente “Le voci di dentro”, con Toni Servillo regista e interprete del personaggio principale Alberto Saporito. A parte i paragoni ( tutti irriverenti) con l’immenso e inimitabile drammaturgo napoletano, l’opera è una delle più riuscite sotto il profilo dell’impegno sociale di Eduardo di portare sul palcoscenico l’analisi minuziosa dell’agire umano traendola fedelmente da quanto succede nella realtà.

Una trasposizione che il grande Maestro della nostra cultura volge a profitto con un’operazione chirurgica tesa a fotografare le caratterizzazioni tipiche dei comportamenti individuali rispetto ad eventi della vita comune, tali da suscitare nello spettatore una deduzione logica del tutto spontanea rispetto alla propria (o indiretta) esperienza.

Spesso ci serviamo delle fotografie per ricordare momenti più o meno indimenticabili del nostro passato, quasi a volerli immortalare per evitare vuoti di memoria. Nell'opera di Eduardo, come in tutte le sue commedie, è la vita stessa che si eleva a ricordo e a rappresentazione visiva di ciò che siamo senza che lo scorrere del tempo possa mai cancellare.

La commedia, scritta nel 1948, e riproposta in diverse rappresentazioni teatrali e televisive (di cui si ricorda la messa in onda del 1978 con una magistrale Pupella Maggio fra gli interpreti), è un ritratto fedele della nostra coscienza nella sua massima rappresentazione simbolica rispetto ad eventi più o meno accaduti. E poco importa se il protagonista Alberto Saporito abbia creduto nel sogno che un certo delitto sia stato commesso dai vicini di casa. Qui sono i comportamenti interiori ad essere reali ed inconfutabili, a dispetto delle prove giudiziarie che la magistratura dimostrerà essere del tutto inconsistenti.

Si può essere assassini senza aver commesso delitto alcuno, perché nelle voci di dentro è il simbolismo ad agire e a far tirare fuori dai protagonisti della storia la loro vera indole. Ne è una riprova l’atteggiamento dei vicini che vedendosi accusati di aver ucciso Aniello Amitrano, amico di Saporito, faranno di tutto per scagionarsi accusandosi a vicenda, progettando persino l’assassinio dello stesso protagonista pur di liberarsi dell’onta di un omicidio mai (realmente) commesso.

Pregevole il j’accuse di Saporito nel finale della commedia:

Mo' volete sapere perché siete assassini? E che v' 'o dico a ffa'? Che parlo a ffa'? Chisto, mo', è 'o fatto 'e zi' Nicola... Parlo inutilmente? In mezzo a voi, forse, ci sono anch'io, e non me ne rendo conto. Avete sospettato l'uno dell'altro: 'o marito d' 'a mugliera, 'a mugliera d' 'o marito... 'a zia d' 'o nipote... 'a sora d' 'o frate... Io vi ho accusati e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti... Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni... il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! La stima, don Pasqua', la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa... E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando ..

E’ la perdita della stima il vero delitto commesso. Una componente della vita interiore che nessun ordinamento giuridico considera ma che ne “Le voci di dentro” assurge a macchia indelebile della nostra coscienza, come una delle più tangibili e implacabili condanne.


O SI DOMINA O SI E’ DOMINATI

Così parlò Dario Bernazza, autore di questo bellissimo saggio del 1979 che gli valse il prestigioso Premio Bancarella e una tiratura di oltre mezzo milione di copie. L’opera non lascia scampo ad una terza possibilità, perché la centralità dell’individuo risucchia qualsiasi tentativo di far dipendere la responsabilità delle proprie azioni dalle influenze e contaminazioni esterne.

Ciascuno è arbitro del proprio destino, nel bene e nel male, perché in ciascuno agisce il gene dell’intelligenza che predomina sugli eventi fino a condizionarli e ad orientarli, come il suo esatto contrario rappresentato dall'accettazione passiva di scelte e comportamenti compiuti da altri in luogo del nostro mancato agire.

Sono due facce della stessa medaglia che l’autore riesce a descrivere con acume linguistico ed eziologico, frutto di una riflessione profonda delle innumerevoli possibilità che albergano la nostra capacità intellettiva (e introspettiva), che rischiano tuttavia di rimanere inattuate se lasciate in pasto ai virus della disattenzione, dell’assenza assoluta di essere artefici e governatori della propria vita.

I termini “dominatore” o “dominato” e altri simonini usati da Bernazza non devono essere letti nella loro comune accezione di “prevaricatore” o “prevaricato”, come se ci trovasse di fronte ad uno scenario bellico fatto di soprusi o di aberranti egemonie. E’ la qualità della relazione con il proprio Io che assume rilevanza, ponendosi come base focale e decisiva per la crescita dell’individuo e quindi della società civile nel suo insieme.

L’autore dimostra “quanto sia interessante, dignitosa, intelligente, varia e ricca la vita del dominatore, e, per converso, quanto sia opaca, tribolata e insignificante la vita del dominato.”
Non esistono problemi del vivere “irrisolvibili” e “nessuno è innocente del proprio insuccesso”. 

PROMO: Questo è il Libro dell'Individuo, ossia è il libro del valore, della dignità e dell’affermazione dell’individuo «elevati alla massima potenza».

È il libro di chi vuol vivere da protagonista e non da semplice comparsa, cioè da dominato; di chi vuol essere «il vero artefice» della propria esistenza; di chi «non sopporta di non conseguire il successo»; di chi è convinto che «meno si è individui, meno si vive».

È il libro di chi merita di affermare:

«IO – ED IO SOLTANTO – SONO IL VERO SIGNORE DI ME STESSO».

L’AUTORE: Dario Bernazza è nato nel 1920 a Priverno, in provincia di Latina. La pubblicazione delle sue opere è però iniziata molto tardi. Il primo saggio, intitolato “La migliore maniera di vivere” fu pubblicato soltanto nel 1978, nel pieno della sua maturità. Tra i suoi scritti si segnalano “La soluzione del problema vita”, del 1982, e l’ultimo “Vivere alla massima espressione”, del 1989. Morirà sei anni più tardi, a Roma, all'età di 75 anni.

GIUDIZIO: Quando lessi questo libro avevo poco più di vent’anni ed ero nel pieno delle mie turbolenze giovanili. Non ero molto convinto del pensiero dell’autore. Ora, a distanza di molti anni, posso dire tranquillamente che l’opera di Bernazza mi ha aiutato a vincere molte delle mie battaglie interiori. Da leggere e da consigliare a chi ha voglia di prendersi cura di se stesso.

(DARIO BERNAZZA, "O SI DOMINA O SI E' DOMINATI", 1979)

L’amore platonico

Platone, grande filosofo greco vissuto tra il 428 e il 348 a.c. sosteneva l’alto valore spirituale dell’amore per il quale la congiunzione carnale, pur ammessa, non era tuttavia necessaria. Cresciuto sotto l’influenza di Socrate, suo Maestro e Mentore, Platone prediligeva i dialoghi alle dissertazioni scritte, poiché riconosceva solo ai primi la capacità di stimolare, attraverso il confronto, il mondo delle relazioni interiori.

Platone parla dell’amore principalmente nel Simposio, uno dei suoi dialoghi più significativi ( ma meno divulgato dall'insegnamento scolastico) nel quale i convenuti, guidati da un moderatore, esprimevano la propria concezione sull’Eros: una sorta di “Porta a Porta” o del “Maurizio Costanzo show” dei tempi antichi.

Fra gli oratori c’era Socrate, per il quale l’amore altro non è che il desiderio di qualcosa, “e siccome si desidera solo ciò che non si possiede, evidentemente non possiede questo qualcosa”. Come dire che quando si ottiene ciò che si desidera, l’amore smette di essere tale e diventa un qualsiasi bene di consumo. Per Fedro “l’amante è più divino dell’amato” poiché si pone rispetto a quest’ultimo in posizione di superiorità. In altre parole, nel Simposio prevale l’idea dell’amore che sublima la bellezza dell’interiorità a dispetto dell’attrazione dei sensi: non appena declina nella copulazione perde tutta la sua connotazione spirituale.

“Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, recitava Francesca da Rimini nell'inferno dantesco per giustificare la sua relazione con Paolo, fratello del marito: se il loro amore si fosse fermato alla contemplazione dello spirito, secondo la concezione platonica, il loro destino avrebbe avuto ben altro esito. E diverso sarebbe stato il fato di Gertrude ne “I Promessi sposi”, se la “sventurata” non avesse risposto alle avances del perfido Egidio.

L’amore platonico concepito dagli antichi non miete vittime perché si eleva ad esaltazione dello spirito, perché  rifugge dal desiderio materiale e si proietta nella ricerca e valorizzazione dell’anima. 

La quotidianità, si sa, uccide l’amore se non lo trasforma in affetto, mutuo sostegno e tolleranza. Ma questa trasformazione è, per l’appunto, qualcosa di diverso dall'amore perché lo spoglia di quella idealità della purezza che, come tale, deve essere messa al riparo da qualsiasi contaminazione.

Bello l’amore platonico che non fa soffrire e trascende gli umani dispiaceri.

LA LUCE OLTRE

“Ninuccia cara, quest’anno il giro al cimitero sarà più lungo.” Ascoltavo le parole di zia Rosa rivolte a mia madre, mentre disegnavo sui vetri appannati della finestra della cucina un sole grande e sorridente; in cuor mio speravo che spuntasse davvero dal cielo nuvoloso di quella mattina di fine ottobre.

“Cosa voleva dire la zia?”, chiesi più tardi alla mamma.
“Per il 1 novembre dovremo far visita a un altro parente che ci ha lasciati.”
Ecco il giro lungo, pensai tra me. La cosa però non mi turbò. Come ogni anno ero impaziente di curiosare tra le bancarelle che sarebbero state allestite lungo il viale di casa mia. Già pregustavo tutte quelle bontà che mi facevano luccicare gli occhi, come il pan dei morti, dolci tipici del periodo ricoperti di tanto zucchero. Mia madre me ne comprava sempre un sacchetto insieme a una buona scorta di caramelle e di torrone alle mandorle.

Quella mattina mi recai al cimitero con la famiglia al completo: papà, mamma e sorella maggiore. All'ingresso c’erano altri parenti, zii e cugini, che ci aspettavano con fiori, lumini e qualche fazzoletto pronto per l’uso. Nel cielo nuvole scure si addensavano massicce preparando l’inizio della prima pioggia novembrina.

Cominciammo il giro. La tomba della nonna non era in buono stato: la foto spostata all'angolo della lapide, rimasugli di foglie ingiallite sparse qua e là e il vasetto delle orchidee con poca acqua. Ma le donne della “truppa” non si persero d’animo e passarono subito all'azione. C’era chi puliva con uno straccetto ogni parte del sepolcro, chi si recava al lavatoio per il ricambio dell’acqua, chi si occupava dei nuovi fiori da sistemare e chi invece accomodava gli oggetti nella giusta posizione.

“Dovrò parlare con il personale del cimitero”, si lamentò papà. “Avevo raccomandato di dare ogni tanto un’occhiata alla tomba. Vedo che non mi hanno ascoltato.”
“Tu prova ad aumentare la mancia”, propose mia madre. “Forse non sono contenti di quello che gli diamo”.

Andammo da Cesira.

Era una bambina morta vent’anni prima per un male incurabile. Si diceva che facesse miracoli e che le sue spoglie fossero, anche dopo l’ultima esumazione, ancora intatte. Aveva al suo seguito un gran numero di visitatori, a lei devoti per le guarigioni più difficili e insperate.

La tomba era quasi tutta ricoperta di fiori che a malapena si notava la foto, piuttosto sbiadita, di una fanciulla dal volto sorridente con tanti riccioli biondi. I miei si allontanarono per far visita a zio Luciano, l’ultimo della lista dei “più”, ed io rimasi solo con mia sorella. Tirai dalla tasca il sacchetto dei pan dei morti e depositai un biscotto sulla tomba di Cesira. Mia sorella annuì con un sorriso accarezzandomi il capo.

Ci avviammo all'uscita del cimitero dove trovammo i miei e gli altri parenti che si scambiavano gli ultimi saluti. Ad un tratto sbucò da quella piccola folla una bambina bellissima, simile a Cesira, che si avvicinò a me schioccandomi un bacio sulla guancia e sussurrandomi all'orecchio: “Grazie del dolcetto”. Chiusi istintivamente gli occhi ma quando li riaprii la bambina non c’era più. Mi girai verso l’ingresso del cimitero e una luce oltre il viale dei cipressi apparve come un arcobaleno dopo la tempesta.

“Riccardo, sbrigati a salire!”, gridò mio padre mentre apriva lo sportello della macchina. Mi accomodai sul sedile posteriore con mia sorella che mi aiutava a sistemare il berretto e la sciarpa. Sui vetri appannati del finestrino disegnai di nuovo il mio sole sorridente, illuminato di quella “luce oltre” che mi accompagnò fino al ritorno a casa.


(“LA LUCE OLTRE”. Racconto breve di V. Borrelli)