I MERCANTI DELLE PAROLE

Blog e siti web infiniti, come le parole che viaggiano in spazi paralleli senza incontrarsi mai, senza sapere l’una del significato dell’altra. La costruzione del pensiero che non ha sintassi, né regole basilari fondate sulla logica e compiutezza del proprio parlare.

E’ quanto sta accadendo (ed è già accaduto) nel mondo di internet e dei social network, in nome di una democrazia impura e incontrollata. Il diritto di parlare predomina sui suoi contenuti, l’importante è dire qualcosa, non importa come e perché. Sopravvivenza del proprio essere per farsi largo a spintoni in mezzo a tanta moltitudine quale antidoto, in molti casi, alla propria immensa solitudine.

L’informazione variegata, disordinata e senza freni rischia di produrre il risultato opposto: disinformazione, confusione e false convinzioni. Sempre più spesso si ascoltano commenti del tipo “L’ho imparato da internet”, “L’ha detto il mitico mister X, e se l’ha detto lui c’è da crederci sul serio!”

I nuovi (falsi) eroi dell’era multimediale sono i mercanti delle parole, quelli che vendono fumo ( e niente arrosto) attraverso slogan insidiosi, pomposi e allettanti come esche vaganti in cerca di pesciolini pronti ad abboccare.

Si vendono parole, e nemmeno a buon mercato. Sulla rete impazzano proposte di ogni tipo: dall’indicizzazionesicura” del proprio sito a suon di euro, a video o prontuari che riciclano qua e là informazioni su come vendere il proprio prodotto e ottenere guadagni sicuri, il tutto alla “modica” cifra di 100-200 euro per ogni acquisizione (ma ve ne sono altre a tariffe maggiori). Sono proposte che non garantiscono mai il risultato perché il rischio è tutto dalla parte del compratore.

In questo marasma di offerte vi sono aspetti meno venali ma che possono produrre danni ben peggiori. Mi riferisco in particolare alla qualità e veridicità delle informazioni, spesso tra loro contrastanti. Il caffè fa male? Ma no, ci sono studi che sostengono il contrario. Vuoi essere magra come una modella? Ecco quello che devi fare. Trovata una nuova cura per il cancro

Non dico che internet non abbia facilitato la ricerca delle informazioni, aperto le porte verso meandri della conoscenza un tempo inesplorabili. Ma tutto deve essere assistito dalle proprie o altrui competenze rigorosamente comprovate. E in questo la cultura del sapere e una buona dose di (sana) educazione filiale possono giocare un ruolo decisivo.

In altri termini c’è bisogno della capacità di discernimento per distinguere le informazioni vere o attendibili da quelle false e tendenziose. Una capacità che può essere acquisita solo attraverso lo sviluppo delle proprie conoscenze culturali.

Perché i mercanti delle parole sono sempre in agguato e possono nuocere più di quanto si pensi.

NON BACIARMI! - PARTE FINALE

Conoscevo il dott. Saggiomo da cinque anni. Dicevano che era il miglior parodontologo che ci fosse in circolazione. Mi fidavo ciecamente di lui e avevo deciso di sottopormi alla sue cure senza avere il minimo dubbio che la terapia potesse fallire.

Al termine del ciclo di visite, che mi erano costate oltre ventimila euro e un prestito con una finanziaria sanguisuga, ero pienamente soddisfatto del risultato ottenuto. Finalmente potevo sorridere liberamente senza dover mettere la mano davanti alla bocca o desistere nell'approccio con Mafalda, la mia datrice di lavoro di cui mi ero invaghito.

Ora si dirà: come si fa a perdere la testa per una che ha un nome così? Niente di più facile se in palio c’è un posto come direttore nell'azienda. In verità non ero innamorato di Mafalda ma del suo ruolo di comando sì, e direi pure immensamente. Peraltro non era nemmeno granché: sedere basso e seni un pò più grossi di due mandarini, nonostante portasse reggipetti dell’ultima generazione che tuttavia mostravano un rigonfiamento nell'ampia scollatura troppo vistoso e innaturale. Ma aveva dalla sua il portamento, sempre ben vestita e quell'aria da maestrina saputella, forse dovuta alla sua posizione di vertice nell'azienda, che me la faceva apparire terribilmente attraente.

Aspettavo l’occasione, e per uno come me, arrivista e senza scrupoli, l’occasione fa sempre l’uomo ladro. Con una dentatura perfetta potevo dispensare sorrisi a destra e a manca fino ad attirare l’attenzione del “mia” Mafalda che un giorno, finalmente, si accorse di me:

“Hai un sorriso accattivante, Giacomo. In questa azienda c’è bisogno di gente allegra come te.”

Ho raccolto il suo complimento come un invito a nozze.
“Per un’azienda che produce dentifrici, il sorriso è fondamentale. Non credi?”
“Certo. Vedo che sei anche bravo, a giudicare dagli ultimi reports sulle vendite.”
“Ne possiamo discutere meglio se accetti di venire a cena con me stasera”.

Abboccato in pieno. Era la serata della mia vita, quella in cui avrei dovuto esporre tutti i miei progetti a colpi di sorrisi, ammiccanti e maliziosi, pur di entrare nelle grazie di Mafalda. Per l’occasione mi ero vestito a nuovo, con un abitino che mi era costato la bellezza di ottocento euro. Mi ritorneranno di sicuro, pensavo tra me, non appena otterrò il posto di direttore.

Ordinammo della carne: filetto di manzo con insalata mista per lei, ossobuco e patate gratinate per me. Non l’avessi mai fatto. Dopo il primo boccone si scatenò nella mia bocca … l’inferno! Avete presente la demolizione di un palazzo che con un solo colpo viene raso al suolo? Gli incisivi superiori, nuovi di zecca, si staccarono dal loro alloggiamento impastandosi nel pezzo di carne, forse eccessivamente duro, divenendo una cosa sola.

Imbarazzo totale. Il sorriso mi si spense in un attimo come una nuvola grigia apparsa improvvisamente davanti al sole. Risultato: cena interrotta e … tutti a casa!

In macchina, tra me e Mafalda era sceso il silenzio. Non più chiacchiere e risate che avevano animato la nostra conversazione all'andata, ma solo un mutismo assordante nel quale vedevo frantumarsi il sogno di diventare il testimonial dell’ultimo dentifricio prodotto dall'azienda.

Arrivammo al cancello della splendida villa di Mafalda che intanto, per tutto il tragitto, non aveva distolto minimamente lo sguardo davanti a sé. Mi accostai per salutarla e per tutta risposta mi giunsero queste gelide parole:

Non baciarmi!


NON BACIARMI!

Racconto breve in due parti di Vittoriano Borrelli

Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale.

La prima parte è stata pubblicata in data 5 giugno 2015

UN MENESTRELLO DEI TEMPI MODERNI

Chi ha passione per la cultura non pone limiti al proprio estro ed è pronto a spaziare in qualsiasi ambito di questo fantastico mondo pur di far arrivare al lettore le emozioni più pure e dirette. Potrebbe essere racchiuso in queste poche ma concise parole il ritratto di Bonifacio Vincenzi, bravissimo scrittore calabrese e autore di tante opere interessanti, variegate e poliedriche come il suo curriculum, corposo e ricco di esperienze letterarie.

Dalla prosa alla poesia, dalla promozione di eventi culturali alla recensione di libri, passando per la letteratura per ragazzi con una particolare predilezione per i racconti brevi, tutti scritti con sapienza e abilità stilistica.

Opere come “Shakira, uno sguardo dal cuore”, o come “L’apprendista Babbo Natale”, tanto per citarne alcune del suo vasto repertorio, sono raccontate con quella capacità di sintesi narrativa appannaggio di pochi, che gli vale il riconoscimento, almeno secondo il mio personale giudizio, di un cantastorie evoluto e ben proiettato nel terzo millennio. Un menestrello dei tempi moderni.

Ma ecco l'intervista:


IO: Hai un curriculum di tutto rispetto. Una produzione letteraria significativa e condita da esperienze di vario genere nel campo culturale: giornalista, scrittore, poeta, recensore, direttore di premi culturali. In quale di questi ruoli ti trovi particolarmente a tuo agio?

BONIFACIO VINCENZI:  Ho cominciato che ero giovanissimo pubblicando il mio primo libro di poesie. Ed avevo poco più di vent’anni quando ho organizzato per la Pro Loco del mio paese il mio primo premio nazionale di letteratura. Poi è venuto tutto il resto. Amo moltissimo la poesia, la narrativa e il teatro. Ma in più di trentacinque anni di attività ho diretto due riviste letterarie importanti. Sedici volumi in tutto, in parte monografici, dove ci siamo occupati dei maggiori scrittori italiani del novecento. Senza contare che ho prefato, recensito, presentato centinaia di libri e di autori. Alla luce di tutto questo,  credo che non sia affatto esagerato affermare che ormai mi trovo a mio agio in tutto ciò che decido di fare.

IO: Hai sviluppato una particolare predilezione per i racconti brevi. In molti dei tuoi lavori il filone della storia breve sembra una costante. Perché questa scelta? Ti sei ispirato a qualche famoso novelliere?

BONIFACIO VINCENZI: In questo caso la risposta temo che sia molto più banale. Gli anni delle riviste e i venticinque anni  in cui sono stato presidente dell’Istituto Culturale della Calabria “Il Musagete” mi hanno portato via moltissimo tempo. La scelta è stata obbligata. Non potevo andare oltre la storia breve, non avevo il tempo per poter dare alle mie storie un respiro più lungo.

IO: Il tema dell’omicidio che affronti nella tua ultima opera, “Testimone un cane e altri racconti è di grande attualità. Perché hai scelto di soffermarti sul profilo psicologico di chi è autore di questi orrendi crimini?

BONIFACIO VINCENZI: Per cercare di capire. Ci si sofferma sempre sulla vittima. È un fatto istintivo, emozionale, sacrosanto. Ma il problema non è mai la vittima. La vittima è sempre e comunque innocente. La domanda che continuo a pormi è sempre la stessa: cosa spinge un uomo a uccidere in modo così efferato la donna che dice di amare?  Quanto di se stesso è presente quando decide di farlo? Dovremmo soffermarci molto di più sul carnefice. Certo, condannarli sempre e comunque, come accade anche nella storia che racconto. Ma anche cercare di capire per poter  fermare il mostro prima che uccida.

IO: Secondo te c’è una responsabilità sociale nei confronti di tanti episodi di cronaca nera che accadono quotidianamente?

BONIFACIO VINCENZI: Non credo. Come tutti, sono infastidito dal fatto che i mezzi di comunicazione di massa diano troppo la precedenza alla cronaca nera. Non credo affatto che lo facciano per insegnarci qualcosa sulla nostra società attuale. Hanno altri interessi, l’audience, la pubblicità, ecc. Mi piacerebbe vedere  in televisione un programma in prima serata con poche centinaia di migliaia di spettatori senza che venga poi soppresso il giorno dopo. Questo sarebbe l’unico modo sano per tentare di migliorare la società e il genere umano. Invece si preferisce seguire i gusti delle masse che certo non sono  edificanti. Ritornando alla domanda, il concetto di responsabilità sociale è un concetto molto discutibile. Non è uno  o più episodi di violenza che colpiscono molto a farci avere un’idea chiara della società in cui viviamo. A mio avviso c’era molta più violenza privata  intrafamiliare  un secolo fa che nei giorni nostri. Più corretto, per un buon giornalista, sarebbe fare un discorso di come le istituzioni reagiscono concretamente di fronte a certi gravi episodi di violenza,  invece di accamparsi per mesi davanti alle case degli assassini.

IO: In “Shakira-uno sguardo dal cuore” la struttura della storia è un intercalare di emozioni e di stati d’animo raccontati a vari livelli. L’opera non tradisce le attese del titolo: favoleggiante e a tratti anche intimistica. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro su un personaggio così famoso come la pop star colombiana?

BONIFACIO VINCENZI: Ho da sempre un grande amore verso la figura e l’opera di Gabriel Garcia Márquez. Una volta lessi per caso una sua dichiarazione in cui lui parlava in toni entusiastici della pop star colombiana. La cosa mi colpì moltissimo. Io allora di Shakira conoscevo solo il nome. Quando decisi di approfondire per conoscerla meglio capii perfettamente la visione dell’autore di “Cent’anni di solitudine”. Shakira è molto più di una semplice cantante e chi leggerà il mio libro capirà  perché.

IO: L’apprendista Babbo Natale”, altra tua opera ben raccontata, rievoca nello stile le bellissime storie di Gianni Rodari. Qual è il tuo rapporto con la letteratura per ragazzi?

BONIFACIO VINCENZI: Un rapporto bellissimo e appagante. Proprio in questi giorni ho finito l’ultimo mio romanzo per ragazzi: “Il mondo di CeileStoria di un bambino etrusco” dove mi sono divertito a immaginare la quotidianità  di un bambino al tempo degli etruschi. E a settembre usciranno per una casa editrice romana i primi due episodi di “Zoira & Max”, una gatta e un cane che non fanno che litigare dalla mattina alla sera ma che nei momenti importanti dimostrano sempre quanto sia solido il loro rapporto di amicizia. Decisamente questo genere mi appassiona molto, merito anche dell’illustratrice Germana Di Rago con cui collaboro da tantissimi anni. È lei che illustra tutte le mie opere per ragazzi e devo darle il giusto merito perché, se non fosse stata per la sua insistenza,  molte opere neppure le avrei scritte.

IO: La figura femminile è spesso al centro di molte delle tue opere come “Per sole donne-Un amore di carta”.  Qual è il messaggio che hai voluto diffondere?

BONIFACIO VINCENZI:  Il messaggio è uno soltanto: una donna la si può solo amare e un uomo che eserciti un qualsiasi tipo di violenza su di lei non è degno di appartenere al genere umano.

IO: La poliedricità che ti contraddistingue è un punto di forza della tua carriera letteraria o è piuttosto la risultante della tua grande passione per la cultura?

BONIFACIO VINCENZI: Non so se sia o meno un punto di forza. Quello che so per certo è che è, come dici tu, la risultante della mia grande passione per la cultura.

IO: Con lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche per la diffusione on-line della lettura pensi che la cultura ci abbia guadagnato?

BONIFACIO VINCENZI: È ancora difficile pronunciarsi in proposito. Adesso veramente pubblicano tutti. Centinaia di migliaia di libri si accumulano in  rete e la confusione regna sovrana. Comunque i tempi cambiano e bisogna adeguarsi anche se penso che il cartaceo è difficile che scompaia del tutto.

IO: Hai altre passioni oltre alla letteratura?

BONIFACIO VINCENZI: In gioventù ho avuto una grande passione per il calcio. Ce l’ho ancora anche se ormai sono anni che non tiro più un calcio ad un pallone. Proprio in questi giorni ho iniziato a scrivere un libro sul grande Torino. È un progetto che accarezzavo da tempo perché adoro questa squadra e non soltanto per le gesta calcistiche. Sarà un percorso, come al solito, sul filo delle emozioni. Il libro riuscirò a finirlo, credo, questo autunno.

IO: Quali sono i tuoi progetti futuri?

BONIFACIO VINCENZI: Come ti dicevo ho molti libri in uscita. A luglio con LietoColle uscirà la mia raccolta di poesie “Le bambine di Carroll”; a settembre usciranno i primi due episodi di “Zoira & Max”. Ho un romanzo di letteratura fantastica pronto, “Il raduno”, ma che non pubblicherò subito anche perché mi piace molto seguire i miei libri e da luglio a ottobre sarò impegnato con la promozione del  libro di poesie. E poi, come ti dicevo, voglio finire al più presto il mio libro sul grande Torino.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

BONIFACIO VINCENZI: I miei libri, sia cartacei che gli e-book, si  possono trovare  nelle maggiori librerie on-line:  Amazon, IBS, Libreria Rizzoli, Kobo Books, ecc. Oppure, ordinandoli direttamente presso la casa editrice.

IO: Grazie per l’intervista. I miei in bocca al lupo per tutto quanto desideri.

NON BACIARMI!

Gira a destra. Gira a sinistra. Esegui un’inversione a U consentita.” Il navigatore della mia auto ha deciso di farmi impazzire in mezzo a queste strade sconosciute in cui mi sto perdendo senza trovare l’indirizzo giusto. Uno zig-zag da far rabbrividire persino gli automobilisti più esperti, quelli che fanno dell’asfalto il loro percorso di vita quotidiana. Fortuna che c’è poco traffico e a parte qualche colpo di clacson e invettive del tipo “Ma chi ti ha dato la patente?”, riesco finalmente ad arrivare a destinazione.

Scendo dalla macchina visibilmente intontito, come se fossi approdato da quelle parti con un atterraggio di fortuna, mi sistemo il soprabito e mi guardo intorno. Una fila di palazzi, tutti di color grigio, mi appare davanti assemblandosi perfettamente allo scenario autunnale di questa giornata di fine ottobre. Tiro dalla tasca della giacca un foglietto sul quale avevo annotato l’indirizzo e controllo il numero civico: 279, lo stesso che leggo sulla targa di un vecchio portone a pochi metri da dove ho posteggiato.

Entro nell'ampio androne che si presenta con due ingressi laterali e al centro una guardiola nella quale troneggia un omino annoiato e tarchiato che mi fa cenno di avvicinarmi:
“Chi sta cercando?”
“Il dott. Saggiomo, il dentista.”
“Scala A, a destra, primo piano”.

La segretaria occhialuta mi accoglie con un sorriso di cortesia facendomi accomodare nella sala d’aspetto piena di poltrone in pelle, tavolini bassi con riviste sparse sui ripiani in vetro e un ficus rigoglioso all'angolo delle due finestre. Non ci sono altri pazienti, decido di restare in piedi fingendo di concentrarmi sull'orologio appeso alla parete che dà sul corridoio. Segna le 19 e 40 e d’istinto lo confronto con il mio che invece è avanti di qualche minuto.

“Sig. Ferri, venga pure.”

Sono di spalle ma riconosco la voce inconfondibile del dott. Saggiomo.  Mi giro e lo vedo con il suo fedele camice bianco che mi sorride mostrandomi una dentatura perfetta e bianchissima. Tutti i dentisti sono così. Non hanno la minima carie o macchiolina che sia visibile al microscopio. Per forza! Con tutto quello che guadagnano se lo possono permettere.

“Ha avuto difficoltà a trovare il mio nuovo indirizzo?” Per niente, solo qualche epiteto e il rischio di essere fermato da una volante, penso tra me.

“Mi sono trasferito da poco. Il vecchio studio era diventato troppo piccolo per me.” Ma guarda! Non sarà forse per le parcelle salatissime che appioppi a noi poveri clienti? Brutto deficiente! Continuo a rimanere in silenzio ma i pensieri galoppano a tutta velocità.

Il dott. Saggiomo mi dice di stendermi sul lettino e intanto si volta per tirare fuori da un cassettino quello che serve per la visita. Rimango in piedi e aspetto. Ecco che si gira verso di me e a quel punto estraggo la pistola dalla tasca. Non ci penso un attimo, partono due colpi che lo trafiggono proprio al centro del petto. Lascio cadere l’arma e scappo via. 
(Continua)
SECONDO TE PERCHÉ' IL PROTAGONISTA DI QUESTO RACCONTO BREVE DECIDE DI SPARARE AL DENTISTA? PROVA AD INDOVINARE IL FINALE PRIMA DELLA SECONDA PARTE CHE SARA' PUBBLICATA IL GIORNO 12 GIUGNO 2015.

LA VITA CHE SFUGGE

Gli episodi di cronaca nera sono ormai una costante dell’informazione mass-mediale e un ottimo spunto per i talk-show televisivi pronti ad accaparrarsi per primi “il fatto del giorno” a colpi di audience. Se un tempo queste notizie costituivano l’eccezione, oggi sono purtroppo la regola, ancorché distorsiva e fuorviante delle umane coscienze.

Femminicidio, delitti passionali, pedofilia, un carosello degli orrori che sfila impetuoso davanti a una miriade di occhi che osservano ma molto spesso non vedono oltre la facciata di questi terribili misfatti.

Elena Ceste, scomparsa nel gennaio 2014 e trovata seppellita nei pressi di Asti a pochi passi da casa. Della sua uccisione è accusato il marito, Michele Buoninconti, che dal carcere si proclama innocente. L’indagine accerterà una personalità fragile e succube della vittima che la terrà ai margini del mènage familiare e che la costringerà a costruirsi una vita parallela e virtuale sui social network.

Roberta Ragusa, scomparsa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, in provincia di Pisa. Anche in questo caso gli indizi portano al marito, Antonio Logli, recentemente prosciolto per “non luogo a procedere”, formula che equivale a dire che non c’è omicidio senza cadavere e quello di Roberta non è stato ancora ritrovato.

Che cosa hanno in comune queste due sfortunatissime donne oltre che essere entrambe scomparse nello stesso mese del gelo e della neve? La vita che sfugge da ogni angolo della loro povera e infelice esistenza.

Recentemente sul settimanale Giallo è apparsa una lettera scritta dalla Ragusa al marito poco prima di scomparire: “Vorrei essere al centro delle tue attenzioni, vorrei sentirti dire che ti dispiace di vedermi stanca. Io privo me stessa di tutto, ma tu vivi la tua vita fuori da questa casa e fuori da me. Non ricordi mai nulla e anche oggi, per esempio, non ti sei ricordato dell’anniversario: l’ennesima delusione.” Per intanto, in attesa del suo ritrovamento (semmai ci sarà), il marito si “consola” con l’amante Sara Calzolaio, la baby-sitter dei loro figli che è subentrata in tutti i ruoli della Ragusa.

I messaggi sul cellulare o su Facebook di Elena Ceste, pur senza comprovare tradimento alcuno, sono la testimonianza del disagio e della profonda solitudine della donna che accomuna molte altre alle prese di una quotidianità anonima, vissuta con sentimenti inespressi e intrappolati da un ruolo di facciata imposto dalla comunità.

Sono delitti apparentemente “individuali”, consumati tra le mura domestiche, dei quali però si avverte una responsabilità sociale data dall'indifferenza e dalla chiusura a qualsivoglia richiesta di aiuto e di solidarietà. 

Ecco che per Elena e Roberta è proprio la vita che sfugge e che è sfuggita in una gelida notte a fari spenti e senza nome …

TRA(U)MA

Un buon libro deve avere una trama avvincente. Se ne può apprezzare la copertina, annusare il classico profumo inebriante della carta stampata, indugiare sui particolari come il profilo dell’autore o una presentazione ad hoc con tanto di prefazione, ma quello che conta è la storia, il tessuto narrativo che sappia appassionare il lettore.

Se l’ottimismo è il sale della vita, come diceva il grande Tonino Guerra, l’intreccio romanzesco è l’ingrediente principale per rendere il libro “appetibile” e “saporito”. Come un digestivo che prendi dopo una grande abbuffata di cose prelibate e succulenti che tuttavia non ti procurano sazietà, perché la quantità non si abbina quasi mai con la qualità che ti può dare la lettura di una scorrevolissima storia.

E’ pur vero che l’equazione buona trama/buon libro non sempre genera l’altro binomio rappresentato dalla qualità dell’opera/successo assicurato. Concorrono variabili impazzite che nemmeno i più illustri matematici sarebbero in grado di risolvere. 

La Storia è piena di esempi di questo tipo. “I Malavoglia”, capolavoro di Giovanni Verga, quando venne pubblicato nel 1881 fu un fiasco completo, avversato dalla critica che non seppe apprezzare la novità tematica ed espressiva del romanzo.  “La coscienza di Zeno” che Italo Calvino pubblicò nel 1923, passò letteralmente inosservato salvo guadagnarsi la notorietà solo alcuni anni dopo.

Ma la letteratura ci insegna di tanti libri  che presentano “strafalcioni” di ogni tipo, dalla linguistica infestata da "orrori" grammaticali, all'impostazione narrativa approssimativa, inconcludente e noiosa. Forma e sostanza che vanno a braccetto in maniera aberrante e, a volte, inspiegabilmente proficua e vincente.

Le “50 sfumature di grigio, tanto per citare uno degli esempi più recenti, è la dimostrazione di quanto una cattiva trama non escluda affatto successo e profitto, e quanto invece un libro di qualità fatichi ad entrare nelle grazie del grande pubblico. Qui, più che di “variabili impazzite”, entrano in gioco strategie di mercato ben costruite basate sulla capacità di adescare, incuriosire e procurare l’effetto sorpresa mascherandone i contenuti.

Il voyeurismo letterario funziona quasi sempre. Se il mio romanzo "La prossima vita" fosse stato intitolato "La prossima scopata", avrei avuto maggiore visibilità a scapito però della più preziosa dignità culturale.

E che dire dei libri pubblicati da personaggi famosi, scrittori per caso che sfruttano la propria notorietà per guadagnarsi uno spazio nel mercato delle vendite? 

Pensate a “La confessione” di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, edito dalla Rizzoli nel 2012 (e chi se no?) con tredicimila copie vendute in pochissimi mesi. Una cifra da capogiro se rapportata alla crisi del mondo dell’editoria (e dintorni).  La trama racconta di un delitto commesso al festival di Sanremo che avrebbe fatto “rabbrividire” persino Agatha Christie,  ma se a scriverla è l’autore di “Gelato al cioccolato” qualche dubbio sorge spontaneo.

Basta una semplice vocale per trasformare la prospettiva di una buona trama in un trauma per i malcapitati lettori. E se si seguono certe logiche di mercato, come gli investimenti sicuri sul “nome” più che sulla qualità del prodotto, questi “traumi” sono sempre dietro l’angolo, pronti a mietere altre innumerevoli "vittime".                    

TI ODIO IN TUTTE LE LINGUE

Con la legge 6 maggio 2015 n. 55, nota come “divorzio breve”, l’Italia entra a pieno titolo nella globalizzazione sistemica e sulla scia della più “evoluta” legislazione americana, riduce notevolmente i tempi per porre fine alle unioni matrimoniali. Sarà più facile dirsi addio: basteranno dodici mesi di separazione  (sei se c’è il consenso dei coniugi) per presentare l’istanza di divorzio al presidente del Tribunale competente.

Lo scioglimento della comunione dei beni decorrerà dall'autorizzazione del giudice alla separazione consensuale con conseguente annotazione nei registri di stato civile.

La legge, che entrerà in vigore il prossimo 26 maggio, retroagisce anche sui procedimenti in corso ma non ancora conclusi.

Se non ci sono figli minori o figli maggiorenni incapaci o con handicap grave, l’accordo di separazione personale, di scioglimento del matrimonio (a seguito di pronuncia giudiziale sulla separazione), così come l’accordo che modifica le condizioni di separazione o di divorzio può essere presentato, anche senza l’assistenza di un legale, al Sindaco del comune di residenza di uno dei due coniugi. Interviene in tal caso la disciplina dell’art. 12 D.L. 132/2014, convertito nella legge 162/2014, pioniera del divorzio breve.

Per i Sindaci-ufficiali di stato civile, si moltiplicano i compiti: dopo aver unito in matrimonio toccherà loro raccogliere le istanze rescissorie dei coniugi passando in breve tempo da una giornata festosa con applausi e chicchi di riso in testa, ad un'altra crepuscolare di segno diametralmente opposto.

Quando finisce un amore o quando l’unione fra due persone diventa intollerabile, è giusto che si metta la parola fine. Che dodici o sei mesi sia un tempo sufficiente per decretare sul piano giuridico la fine di un idillio dipende invece dalle singole storie e dall'esperienza maturata dai “contendenti”.

Forse un principio di forte civiltà giuridica, quale è lo scioglimento del matrimonio, dovrebbe essere controbilanciato, sul piano culturale, da un deciso rinnovamento dei valori dell’amore, della condivisione e della tolleranza. Ci si sposa troppo facilmente e spesso senza conoscersi o avere un progetto di vita comune che sia solido e condiviso. 

Una buona legge dovrebbe saper registrare le istanze e i comportamenti sociali e non essere precorritrice dei tempi specie se, come nel caso delle separazioni coniugali “a rito abbreviato”, l’accettazione del distacco non trovi ancora quella maturazione, sul piano sociale, di differenti e alternativi modelli di vita relazionali.

Molto si potrebbe (e si dovrebbe) fare sul piano dell’educazione a questi valori da parte delle Istituzioni a vario livello preposte. Penso ad esempio ai corsi pre-matrimoniali, per chi sceglie il rito religioso, frettolosi e artefatti che nulla aggiungono in termini di consapevolezza di ciò che dovrebbe rappresentare lo stare insieme.

Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Accade invece che l'alto valore spirituale di queste parole declini molto velocemente, sul piano dell’esperienza concreta, in una dialettica tra i coniugi altamente conflittuale e obliante di ciò che l'uno ha solennemente promesso all'altro.

Parafrasando a rovescio il titolo di un noto film di Pieraccioni, tutto si dissolve e si esaurisce in poche disarmanti esclamazioni:

I hate you! ..., Je te hais!..., Ich hasse dich!..., אני שונא אותך! ..., Wǒ hèn nǐ! ..., Te odio! ... , Ti odio! ...

NON ESISTO PIU’

La morte è probabilmente l’evento più temuto dagli esseri viventi (e pensanti). Un tema sul quale molti filosofi hanno costruito le teorie più disparate, attrattive o repulsive di un mistero antico quanto il mondo. “Aut finis aut transitus”, scriveva Seneca per parlare della morte ora come estinzione totale della coscienza individuale, ora come trasmigrazione dell’anima in un altro luogo.

La morte è l’unico problema irrisolvibile: sappiamo che c’è ma non possiamo confrontarci con l’esperienza di chi l’ha vissuta, calcolarne gli effetti per correre ai ripari con una pozione che ci faccia vivere in eterno, possibilmente giovani e belli.

Gli antidoti restano le teorie, più o meno affascinanti, per generare un certo convincimento che è quasi sempre empirico e razionale: la morte e la vita sono in  fondo due facce della stessa medaglia. Se c’è l’una, c’è l’altra perché entrambe non si escludono ma coesistono in un ciclo naturale che termina, per gli epicurei, con la dissoluzione assoluta dell'Essere, e per la maggior parte delle dottrine religiose nell'esperienza trascendentale dello Spirito.

La Fede è forse la più razionale delle teorie. Non potendo conoscere in anticipo quello che accadrà “oltre”, ecco che il dogma ecclesiale basato sulla fiducia di passare “a miglior vita” diventa il più  ragionevole dei convincimenti. Non è vero che non esisto più, perché dopo una fine c’è sempre un nuovo inizio. Non è forse questo precetto, del tutto razionale, che utilizziamo spesso per andare avanti, per combattere la propria o l’altrui sofferenza?

Parlo della morte ne “Il volo dell’aquila”, testo di apertura de “L’aquila non ritorna”. Qui ho scelto di seguire l’altra opzione di Seneca: “aut transitus”. Alla fine della mia vita terrena mi trasformo in un’aquila che vola libera nel cielo fino a toccare il sole. Rivedo i miei affetti più cari, le persone che ho lasciato, forse all'improvviso o forse con un congruo preavviso, ma so che non posso più tornare indietro. Non ho più paura perché, secondo le parole del grande filosofo romano, quel giorno “che paventi come l’ultimo è il primo dell’eternità”.

Ecco che il ricordo diventa l’anello di congiunzione tra le due opposte esperienze: l’una vissuta con le passioni, l’amore e la sofferenza, e l’altra del tutto ignota ma rigenerante e purificatrice anche del più piccolo dolore.

“Volo più che mai
e più in alto sai
non sento alcun dolore …
Niente resterà dei ricordi miei
Ma puoi farli vivere per me”

Gli scrittori che non piacciono

Come tutti i mestieri anche quello dello scrittore non è immune da critiche. Anzi, l’attività dello scrivere è forse quella maggiormente recensita da censori, critici improvvisati o di professione pronti ad emettere i giudizi più disparati: di sostanza, di cornice o semplicemente per il gusto di sentenziare questo o quel profilo letterario o personale dell’autore. La critica può esaltare o può “uccidere”. E’ fisiologica e fa parte delle regole del gioco.

Scriveva Luigi Settembrini: “Ci sono due specie di critiche, l'una che s'ingegna più di scorgere i difetti, l'altra di rivelar le bellezze. A me piace più la seconda che nasce da amore, e vuol destare amore che è padre dell'arte; mentre l'altra mi pare che somigli a superbia, e sotto colore di cercare la verità distrugge tutto, e lascia l'anima sterile.”

E Robert Anson Heinlein:  “Un "critico" è un uomo che non crea nulla e proprio perciò si ritiene qualificato a giudicare il lavoro degli uomini creativi, Vi è logica, in questo: lui non ha preconcetti... odia allo stesso modo tutti gli individui creativi. ”

Entrambe le affermazioni possono essere ambivalenti: vi può essere superbia anche in chi non accetta la critica o si ritenga libero da preconcetti. Il bello della critica è che non ha una verità assoluta: tutto è relativo e discutibile. Il peggio è che spesso la critica più feroce è fatta proprio dagli scrittori o da coloro che si professano tali. Il delirio di onnipotenza è una minaccia che sta sempre dietro l’angolo degli “innamorati della penna”,sia “analogica” che “digitale”.

Quasi mai si scrive per se stessi, chi lo fa, secondo Umberto Eco, è un cattivo scrittore perché scrivere è una sorta di missione sociale. Ma è vero anche il contrario: ci sono tanti cattivi scrittori che sono convinti della bontà della propria opera tale da meritare il pubblico proscenio. Ecco che allora la motivazione dominante diventa ricerca ostinata del consenso, del prestigio e dell’affermazione:  “Dopo tutto”, scrive Gertrude Stein, “nessun artista ha bisogno delle critiche, ma soltanto del riconoscimento. Se ha bisogno delle critiche non è un artista.”

Forse, come in tutte le cose, la verità sta a metà tra estreme opinioni come scrive sapientemente Mahatma Gandhi secondo il quale “per poter criticare, si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza ”.

Ma, come dicevo, di questi tempi in cui il critico di professione è cosa rara, sono proprio gli scrittori dell’ultima generazione a guadagnarsi la palma dei censori per eccellenza, e tra loro non c’è quasi mai solidarietà. Accade in tutte le professioni ma nei cultori della parola su carta (stampata e non) la parzialità del giudizio è spesso preponderante e pungente. In questo campo la competizione è spietata e ancora più marcata. Basta visitare qualche gruppo di scrittori o presunti tali per rendersene conto. L’ultimo arrivato è visto come un intruso dell’altrui visibilità e quello che ne scaturisce è forse il peggiore dei giudizi: l’indifferenza.

Vita dura, dunque, per gli scrittori, quelli che germogliano dal niente e guardano dall'alto senza prestarsi al confronto e alla condivisione. Pieni di sé e sempre alla ricerca del vivere meglio, sognando magari di raggiungere un’isola di beatitudine a cui non approdano mai.

Eternamente riflessi nello specchio della loro immensa autoreferenza.

LA CULTURA DEGLI IGNORANTI

La comunicazione corre veloce sui binari di un treno mediatico che batte tutti sul tempo, impedendo di elaborare concetti e pensieri che sembrano svolazzare dai finestrini delle carrozze, come le case e le campagne. Scenario solito di immagini intermittenti che appaiono e scompaiono davanti agli occhi di assonnati viaggiatori.

Il vuoto delle idee pesa molto di più della consistenza del pensiero. Nei salotti televisivi o pseudo letterari imperversano i cosiddetti “opinionisti”, etnia dell’ultima ora a cui è stato dato l’indebito privilegio di parlare del tutto e del niente, qualunquismo spicciolo e di bottega che tuttavia sa essere attraente e coinvolgente come i colori sgargianti delle locandine di un infimo film di periferia.

bla … bla … bla

Donna Lucia, la mia vicina, è letteralmente rapita dalle parole di chi, attraverso l’etere, esprime la propria opinione sulla cultura:La cultura è l’anima di un paese!” Mi guarda ed esclama: “Come parla bene questo qui. Se lo dice lui sarà sicuramente così!”

Peccato che quest’anima sia stata venduta al diavolo parecchio tempo fa e proprio dai più convinti assertori della cultura. Qualcuno si sarà domandato (e risposto) delle ragioni per le quali il nostro patrimonio artistico e culturale sia stato spesso denigrato, divelto e alfine abbandonato a se stesso. Lo smottamento di terreno che ha interessato proprio quest’anno parte del giardino della Casa di Severus negli scavi archeologici di Pompei, è soltanto uno degli scempi  prodotti dall'incapacità di preservare e valorizzare la cultura.

Proprio su Pompei il marchese de Sade, letterato vissuto nel Settecento, pronunciò la celebre invettiva: “Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?” Era il 1776  ma si potrebbe datarla ai giorni nostri.

"Ho una tesi ambiziosa, quasi arrogante: l'Italia è più interessante nel futuro che nel passato", continua l’opinionista del momento.  In quest’affermazione c’è tutto quello che, rispetto alla cultura, è antinomico e contraffatto. Non c’è cultura se non c’è un passato fatto di tradizioni, di insegnamenti, di valori storici. Credo, al contrario, che sia molto più interessante guardare a questo passato se si vuole ottenere un futuro migliore.

Fin quando il pensiero non si spoglierà del protagonismo di chi lo genera e lo diffonde, nessuna crescita culturale si potrà mai prospettare.

Lascio Donna Lucia davanti al televisore, ancora ammaliata da cotanto parlare.

E finalmente quel bla …bla … bla… lo sento in lontananza, fino a dissolversi del tutto.

UN CICERONE NAPOLETANO


Metti una studentessa universitaria che decide di realizzare una tesi su Luciano De Crescenzo. Metti lo scrittore partenopeo che si offre di accompagnare la giovane laureanda nei luoghi in cui ha vissuto. Il risultato è un viaggio nella terra del sole come lo fu per Dante nella Divina commedia.

Il paragone forse è eccessivo e improprio, ma ha dalla sua il sapore della reminiscenza, la riscoperta di quel passato che ci ha visto crescere, patire e gioire in tutti gli aspetti emozionali della nostra vita. Perché noi siamo ciò che siamo stati.

Si potrebbe racchiudere così il senso dell’ultimo libro di De Crescenzo, “Ti porterà fortuna” con il sottotitolo “Guida insolita di Napoli”. L’inferno e il Purgatorio, per riprendere l’opera di Dante, altro non sono che quelle turbolenze giovanili del celebre scrittore-filosofo riemerse nell'itinerario dei ricordi. In verità c’è un passaggio del libro che ricorda proprio la Divina Commedia: quando l’autore e la studentessa Carla si ritrovano nel Cimitero delle Fontanelle, per i napoletani “O campusant’ d’e Funtanelle”, situato in alcune grotte tra i rioni Sanità e Vergine. Una specie di ossario comune davanti al quale un tempo si pregava affinché coloro che vi erano sepolti potessero veder ridotto il tempo da trascorrere in Purgatorio. Qui il Cicerone-De Crescenzo commenta: “Piuttosto che passare l’eternità a bruciare tra le fiamme dell’Inferno o in compagnia di un qualche santo in Paradiso intento a raccontarmi in ogni singolo dettaglio il proprio martirio, di sicuro preferirei trascorrere il più tempo possibile in Purgatorio.”

Attraverso le vie della città partenopea, i due improvvisati viaggiatori incontrano personaggi che hanno avuto un qualche legame con la vita dello scrittore, con le loro storie e le loro fedeli abitudini. Come Raffaele, il guardiano dei parcheggi che a distanza di quarant'anni si trova a fare lo stesso lavoro: “Don Lucia’, sono stato sempre qua. Mai un viaggio, mai uno spostamento. Qualche volta sono stato a passeggio vicino al mare, ma non ho trovato il coraggio di tuffarmi, pur avendone un desiderio forte. Lo sapete, non avrei mai trovato la forza di mettermi in costume. Con la mia complessione antiestetica.

O come Gennaro, il barbiere dalle tariffe stracciate, la cui bottega è definita da De Crescenzo l’università del vero dialetto napoletano. Qui i due compagni di viaggio assistono a una conversazione tipica tra i frequentatori abituali della bottega incentrata sulle lunghe code alle poste:
Stammatina me so’ pigliat ‘nu tuossec mai visto” (Stamattina mi sono arrabbiato).
T’a  fai cull’ova, ‘a trippa” (La fai con le uova la trippa, per dire di voler affrontare una situazione difficile).
Questo succede perché tu insisti, Enrì, ad andare alla posta al Chiatamone. Ti ho sempre detto: vai al corso, là c’è mio cognato”.
Eh, ‘o jamm’ a piglià a Agnano”, vostro cognato. Chill’nun ce sta mai”. (Andare a prendere ad Agnano è un modo di dire per indicare l’irreperibilità delle persone. Un tempo era considerata la zona più remota di Napoli).

In queste poche battute c’è tutta la napoletanità verace e spontanea, spesso ispiratrice di tante commedie celebri come quelle scritte da Eduardo De Filippo o dallo stesso De Crescenzo nel film che lo ha reso famoso “Così parlò Bellavista”.

Carla è letteralmente rapita dai racconti di De Crescenzo, lo incalza nelle domande fino a scoprire, ad esempio, che il gioco del lotto, tanto praticato dai napoletani, nacque al Nord alla fine del Cinquecento, che la genovese, piatto partenopeo a base di cipolle e avanzi di maiale, nulla ha a che fare con il capoluogo ligure, e che a Napoli ogni quartiere è un “teatro” a balconi dove si assiste “lo spettacolo offerto dalla vita di strada.”

E’ un libro scorrevolissimo, pieno di spunti di riflessioni, che consiglio a chi ha voglia di scoprire qualcosa di più su questa bellissima (e turbolenta) città. De Crescenzo ancora una volta ha fatto centro con la sua verve e la sua godibilissima ironia partenopea.

Giudizio: Ottimo.
“Non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela.
Ci vuole anche fortuna,
o, come diciamo qua a Napoli, “ciorta”.
E sorridi, che è l’unico modo per aiutare la sorte.”

IO PARLO DA SOLO

Io parlo da solo. Tutto è cominciato quando un bel giorno mia moglie mi ha lasciato sbattendo la porta. Ero seduto sul divano del soggiorno di casa con Lidia ritta in piedi, lo sguardo severo e austero, le braccia conserte e la bocca spalancata dalla quale si sprigionavano cumuli di parole e di epiteti.

“Ti ho tradito. Ti ho messo le corna. E sai con chi? Con Piero, il tuo migliore amico, quello di cui vai fiero e che un giorno hai voluto per forza presentarmi. Me lo hai servito su un piatto d’argento: bello, solare e muscoloso. Il contrario di te: tozzo, burbero e con la testa sempre tra le nuvole. Ti ho tradito, capisci? Non dici nulla? Non spiccichi parola? Ma che uomo sei? Maledetti i tuoi silenzi!”

Le parole di Lidia mi cascavano sulla testa facendomi sprofondare sempre di più nell'ampia imbottitura del sofà nuovo di zecca. Sono stato in silenzio tutto il tempo aspettando che la tempesta finisse e che finalmente ripiombasse la quiete. Ero stranamente calmo e riflessivo. Ricordai ad un tratto la scenetta comica di Totò, quella di Pasquale che riceve pugni e insulti da un Tizio incontrato per strada: “Pasquale, era un pezzo che ti cercavo. Figlio di un cane, finalmente ti ho trovato!” E a seguire schiaffi e pugni in testa. Il povero malcapitato pensava tra sé “Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare!” Ma perché non hai reagito?, fa l’amico. “E che me frega a me, mica son Pasquale io!”

Ho reagito come il Pasquale della barzelletta e cioè nella totale indifferenza. Non ero io che dovevo vergognarmi ma Lidia e Piero che mi avevano tradito, l’una nell'amore e l’altro nell'amicizia. Da allora ho cominciato a parlare da solo, facilitato anche dal fatto che intorno a me non c’era più nessuno. Un soliloquio che è iniziato prima tra le mura domestiche con commenti del tipo ‘Oggi è stata una giornata faticosa!’ ‘Meglio una pizza o due uova al tegamino? ‘Una bella doccia calda è quella che ci vuole!’. Poi le parole sono “uscite” per strada, tra la gente, nei negozi e negli uffici. Erano quasi sempre delle imprecazioni rivolte ai miei odiati traditori:

Mia moglie non mi merita!
Piero non mi merita!
Nessuno mi merita!

Un ritornello che ripetevo in ogni occasione: dal salumiere, ai giardini pubblici, finanche alle poste mentre stavo in coda ad aspettare il mio turno. Una volta, proprio all'ufficio postale, sentii qualcuno da dietro che mi apostrofava: “Nemmeno tu ci meriti se continui con questa lagna!”

Piero ed io lavoravamo nello stesso ente pubblico. Io mi occupavo della progettazione e lui degli appalti. Un giorno mi confidò tutto fiero e contento che una certa impresa in cui lavorava suo fratello si era aggiudicata un lavoro da quasi due milioni di euro. C’era qualcosa che non andava ma per la grande amicizia che nutrivo per Piero decisi di mettere da parte qualsiasi sospetto.

Ora quella vicenda mi era ritornata prepotentemente alla memoria al punto da riassumerla con queste parole:“Piero corrotto, in galera ti ci porto!”. Le ripetevo a voce alta in qualunque luogo mi trovassi, e un giorno persino davanti alla stazione dei carabinieri.

Oggi Piero è rinchiuso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di corruzione. Lidia l’ha lasciato e si è messa con un altro.

Io continuo a parlare da solo.
IO PARLO DA SOLO

Racconto breve di Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale).

Una bella giornata di sole

“Ma che bella giornata di sole questa giornata senza morti. Questo profumo di limoni giù nelle strade.” Sono i versi dell’omonima canzone di Antonello Venditti tratta dall'album “In questo mondo di ladri” del 1988.

Alle porte della Santa Pasqua mi piace pensare che sulle note di questo bellissimo brano tutti possano vivere una giornata luminosa e splendente, fatta di ritorni, di abbracci e di ricongiungimenti come avviene fra le persone che s’incontrano nelle stazioni, negli aeroporti o più in generale nelle strade del mondo.

C’è una realtà che non piace, una quotidianità che spesso si affronta con fatica, apprensione e incertezza per il futuro. Mettere da parte i dissidi, le incomprensioni o le inimicizie sarebbe più che auspicabile in questo giorno di festa che da troppo tempo ha perduto quella solennità che le è propria.

Fermarsi a riflettere. Un’attività di pensiero che pare non esserci più negli usi e nelle abitudini della società moderna. Si parla troppo spesso per slogan e per voglia di stupire più che per cercare il consenso e la condivisione. In una parola: per comunicare.

E la chiamano liberazione questa giornata senza morti, questo profumo di limoni dalle finestre aperte”.  

Come un invito a sciogliersi in un abbraccio e liberarsi delle paure che condizionano il nostro vivere quotidiano e che ci impediscono di essere quello che vogliamo.

Tutto in una giornata, breve ma allo stesso tempo eterna se la si vive intensamente portandosi addosso, al calar della sera, tutto il profumo della sua bellezza.

E’ una barca che naviga sulle onde del mare. Questo giorno di libertà tu non lasciarlo andare.”

Non lasciarlo andare …

Buona Pasqua a tutti.