QUEL GIORNO MALEDETTO

La Natura è cieca e beffarda. Al di là delle speculazioni edilizie e le urbanizzazioni selvagge, il sisma resta una delle catastrofi più terribili e fatali per come si manifesta, improvviso e implacabile.
Miete vittime innocenti e inconsapevoli e per loro scende la notte più lunga e tragica che non vedrà più la luce.

Corsi e ricorsi storici, il terremoto si presenta con una puntualità ciclica colpendo con una casualità disarmante che ricorda, per certi versi, la roulette russa. Qualcuno si salva, altri sono dilaniati da quel proiettile letale che è l’epicentro, sibilo che si sprigiona dalle viscere della Terra in un punto qualsiasi seminando morte e devastazione.

Nel 1980 (era il 23 novembre) ho vissuto personalmente l’esperienza del terremoto che sommerse al suolo ampie zone dell’irpinia e del napoletano. Allora scrissi una canzone, “Quel giorno maledetto” che desidero dedicare a tutte le vittime di questa catastrofe e in particolare alle popolazioni dell’Italia centrale colpite dal sisma del 24 agosto e poi costrette a subire altre repliche, tra le quali le più dure del 26 e 30 ottobre. A tutte loro il mio abbraccio e viva solidarietà.


Tanta gente per la strada in quel giorno maledetto
chi gridava chi pregava chi restava senza tetto
senza luce nella nebbia nella pace del torpore
tante voci lamentose invocavano il Signore

Mamma no non mi lasciare io sto bene tu come stai?
La bambina sta al sicuro non avere più paura
E' successo tutto all'improvviso senza l'ombra di un sorriso
Dammi la mano amico caro non piangere ti porterò lontano

E' una storia da inventare
un altro mondo da costruire
non è forza questo morire
qui da soli

Ai confini di un altro cielo
seguirai il tuo sentiero
Non è amore non è dolore
questa è solo una canzone

Tanta pioggia dentro l'anima mentre scivola una lacrima
ho perduto tutto quanto non mi resta che questo pianto
E' il telefono che squilla non tremare stai tranquilla
Ciao sorriso di un istante non è successo niente di importante

Cielo azzurro cielo grande cielo immenso senza fine 
forse anche tu sapevi ma morire non volevi
Si restava lì a parlare a inventarsi e a raccontarsi
Io domani sarò più buono chiederò a tutti perdono

E' una storia da inventare
un altro mondo da costruire
non è forza questo morire
qui da soli

Ai confini di un altro cielo
seguirai il tuo sentiero
Non è amore non è dolore
questa è solo una canzone


(Il testo della canzone è tratto da "Le parole del mio tempo")

IL VENTO E LA POLVERE

Le strade si popolano di venditori ambulanti che mostrano in bella vista mazzi di crisantemi, gladioli e orchidee per omaggiare il rito della commemorazione dei defunti. L’odore dei lumini aleggia nell'aria e si fa più intenso non appena si varca la soglia del cimitero per imboccare vialetti dai percorsi soliti e definiti.

Entro compunto e silenzioso nel giardino dei ricordi mescolandomi fra i visitatori che come l’altro anno sembrano aver conservato lo stesso sguardo di malinconica riverenza, pronti anche stavolta a rendere gli onori ai propri cari secondo un vecchio copione tramandato dal tempo.

Vado da mia madre. Sulla lapide sono incise le parole della canzone che avevo scritto per lei:

Mia madre ha gli occhi bagnati da un’eternità
e gli anni che sono passati son pieni di semplicità
E chiacchiera con una vicina
La senti cantare canzoni di ieri in cucina …”

Accanto a me una signora rivolge al suo caro estinto una preghiera tenendo tra le mani un rosario.

Mi vengono in mente gli anni trascorsi a Napoli. Lì la commemorazione dei defunti è qualcosa che va al di là del suo significato religioso. E’ un rito partecipato, colorito e a tratti folcloristico. Si parte la mattina presto con tutta la famiglia al seguito come se si dovesse andare ad una festa. Ci si veste al meglio per presentarsi ai propri cari al massimo dell’eleganza; qualcuno si porta dietro seggiole pieghevoli per sedersi davanti alla lapide e persino panini e bibite da consumare ad una certa ora, perché il “giro” è lungo e ci vuole una giornata intera per far visita a chi non c’è più.

Fuori dal cimitero, poco lontano, si vedono bancarelle con tanti dolci, palloncini e bambini con la faccia tuffata nello zucchero filato. Come una festa che anticipa i sapori del Natale.

Penso che il legame che si ha con chi ti ha tanto amato non si spezzi mai. E questo giorno serve solo a rinvigorirlo, a farlo uscire per un momento dal tuo cuore per condividerlo con gli altri: “corrispondenza di amorosi sensi”, scriveva Ugo Foscolo nel suo capolavoro Dei Sepolcri.

E’ un rito che dovrebbe farci sentire tutti uguali nell’animo anche se dall’esterno non appare così: tombe spoglie di fiori che si contrappongono a sontuose cappelle di famiglia quasi a rimarcare certe differenze che si sono ostentate in vita.  Ma qui c’è Totò che c’insegna con la sua magistrale ‘A livella:

Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie... appartenimmo â morte!". 
(“Queste pagliacciate le fanno solo i vivi. Noi siamo seri … apparteniamo alla morte!”).

Sono pensieri che mi rinfrancano. Esco dal “mio” giardino dei ricordi avvolgendomi nel cappotto. L’aria pungente è un anticipo dell’inverno che verrà. 

Ascolto il vento che solleva la polvere.
E mi sembra già di sentirla addosso.

IL VENTO E LA POLVERE

di

Vittoriano Borrelli

I fatti narrati corrispondono ad esperienze vissute dall'autore.

Per leggere il testo integrale diMia madre clicca qui

AMICI NON NE HO

Le canzonette ci raccontano spesso di storie dedicate agli amici, veri o presunti, che hanno segnato o segnano un momento importante della nostra vita. Si può dire che l’amicizia, ancor prima dell’amore, sia il sentimento più agognato e ricercato, tanto doloroso quanto meraviglioso per chi l'ha vissuto, provato e condiviso.

“E non ci sto più a guardare le stelle nel cielo
Io non credo più
che si vince soltanto col cuore
perché amici non ne ho”

Così cantava Loredana Bertè nel singolo che presentò a Sanremo nel 1994. Ci sono tante canzoni “ombra”, quelle che non luccicano e non salgono alla ribalta ma che sanno regalare ugualmente emozioni forti. “Amici non ne ho” è una di queste. La strofa è di una bellezza semplice e malinconica: il disincanto racchiuso in tre negazioni che si contrappongono, ciascuna, alla positività delle azioni e delle relazioni. La differenza è tutta negli eventi, negli incontri più o meno fortunati, nella predisposizione a dare e ricevere amicizia.

Storie come amici perduti
che cambiano strada se li saluti”

Di “Storie di tutti i giorni”, la canzone di Riccardo Fogli vincitrice del Sanremo 1982, è forse questa la strofa più significativa. Quanti di noi possono riconoscersi in chi ha creduto nelle persone che si sono rivelate sbagliate? I falsi amici sono sempre dietro l’angolo, i primi a scendere dal carro dei perdenti.

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Bologna
per un amico in più ....

Riccardo Cocciante lo gridava nel 1982 dopo aver inaugurato il sodalizio con Mogol che lo avrebbe portato a conquistare nuovi successi. La canzone segna uno spartiacque tra il Cocciante introverso e rabbioso di "Bella senz'anima" e quello più spigliato e propositivo che lo spingerà a fischiettare "in bicicletta" in compagnia della sua amata. Una trasformazione dovuta forse alla forza dell'amicizia attestata, non solo artisticamente, da "un nuovo amico".

"Si può essere amici per sempre
anche quando le donne non vogliono ..."

Qui l'amicizia sopravvive agli impeti delle relazioni sentimentali, più o meno effimere o durature. Ma accade di rado perché c'è bisogno di simbiosi, empatia e di assoluta comunanza di interessi e di aspettative. Quando tutto questo si combina si può essere davvero amici per sempre, come la hit lanciata dai "Pooh" nel 1996 e diventata uno dei loro cavalli di battaglia.

"E voglio raccontarti amico strano amico mio
di me che ho voglia adesso di ritrovare il mio cammino
Se vuoi ti posso offrire un giorno lungo senza fine "

Concludo con i versi della mia canzone "Un minuto da solo", storia di un'amicizia che si consuma nello spazio di un attimo.


Come un giorno lungo senza fine ...

GLI AMICI SILENTI

"Avrai carezze per parlare con i cani. E sarà sempre di domenica domani …". Questi splendidi versi della hit di Claudio Baglioni, “Avrai”, sono entrati nei miei pensieri di gioventù e ancora oggi conservano tutta quella carica emozionale che mi aveva inondato al primo ascolto. L’espressione più sublime della voglia di comunicare e di ricevere calore e gioia come accade (o dovrebbe accadere) in un giorno di festa.

Sono i cani gli amici silenti, quelli che parlano con lo sguardo e dicono molto di più di ampollose parole, di frasi fatte e di circostanza cui siamo costretti ad ascoltare nel nostro mondo delle relazioni. In Natura tutto dovrebbe essere governato con equilibrio: i rapporti con l’ambiente, con gli animali e con gli uomini. Ma è un equilibrio precario, di vetro, pronto a frantumarsi non appena si registrano alterazioni più o meno significative in ciascuno di questi contesti.

Il disadattamento sociale non è cosa dei nostri giorni. C’è sempre stato fin dalla notte dei tempi ed è fortemente proporzionale alla qualità delle relazioni: quanto più queste sono reiettive delle differenze e dei diversi bisogni individuali, tanto più favoriscono l’isolamento e l’emarginazione.  

Eppure un insegnamento che “latita” nei programmi didattici quanto meno “ufficiali” è proprio l’amore per gli animali, e in particolare per i cani. Tanto si perde in termini di educazione ai buoni sentimenti.

Niente di più terapeutico può essere la compagnia di un amico a quattro zampe, vale molto di più di una seduta dallo psicologo (peraltro anche “salata”) o di interminabili esercizi ginnici per rassodare il corpo e presentarsi agli altri più sani e più belli ma con tante imperfezioni interiori.

Molto di più di una combriccola di amici che tanto parla e nulla dice, molto di più che stare su Facebook o su qualsiasi altro social network con gli amici “umanicolpevolmente silenti quando scrivi per comunicare qualcosa: un’emozione, uno stato d’animo, una richiesta di aiuto.

Avrò  carezze per parlare con i cani. E non soltanto di domenica, domani…


UN UOMO DA LETTO

E’ uno dei testi delle mie canzoni più dirompenti e reazionari di un’epoca, quella degli anni ’80, in cui l’inquietudine giovanile post-sessantottina, si misurava con il disincanto e con le prime avvisaglie di un futuro senza più valori di riferimento.

Un uomo da letto”, fotografa l’incapacità di uscire da un target precostituito per affrontare (e superare) il malessere interiore al cospetto di una società consumistica che non “vede” e non “ascolta”.

Ecco il testo:

E mi ritrovo così con la solita definizione
senza alcuna speranza di salvarmi da questa finzione
che dura da tempo e come gli anni non si ferma mai
Che strano il mio nome il mio mito che sai!

E sono un uomo da letto getto orgasmo e più non smetto
un uomo da letto con tanti difetti e poco rispetto
un uomo da letto senz'anima e senza ribellione
ed amo e respiro così senza parole

Ma che stupida sera respirata male!
Non ho più il coraggio di guardarmi allo specchio
Chissà mai perché mi sento stanco e più vecchio?
Stupida canzone nascosta in fondo al cuore!

Il peccato lascia tracce nere nel mare
ma l'innocenza si fa santa quando vuole Dio
Intanto mi spingo dentro grido al vento "Sono mio!"
Io quell'uomo l'ho lasciato per le vie del passato

Ma il mio corpo non va giudicato così solo per questo
Ho un'anima nascosta che vale e che mi rende diverso
Prova amico a volare inventa due ali e un istinto
lascia la tua fantasia non darti per vinto

Dove sei uomo? Non mollare! Perdono!
Dove sei uomo? Non voglio piangere lo giuro!
Resta un po’ con me amica non andar via vita!
Io una speranza vera non l'ho mai avuta

L'innocenza si fa santa quando vuole Dio
qui c'è orgoglio e penitenza sono io sono mio
e il peccato lascia tracce nere nel mare
Ma che stupida sera respirata male!

(Dall'album “Malinconico digiuno”, 1981. Tratto da “Le parole del mio tempo”)

GLI ANGELI DEL DOLORE

Se il dolore potesse avere un volto capace persino di sorridere, avrebbe sicuramente gli occhi e lo sguardo di Stefano Borgonovo, scomparso nel 2013 all'età di 49 anni dopo essere stato colpito dalla SLA, acronimo di sclerosi laterale amiotrofica.

L’ex calciatore di Fiorentina, Milan e Como, si è spento con la fierezza e la dignità che lo ha contraddistinto in questo lungo calvario il cui esito, sia pure tragico, è servito da insegnamento per affrontare con civiltà, compostezza e perseveranza questa terribile malattia.

Mi piace pensare che il mostro della SLA, attraverso l’esperienza di Stefano, sia stato ideologicamente abbattuto e che presto la ricerca scientifica riuscirà ad annientarlo definitivamente. La morte, questa morte, è soltanto un passaggio metafisico che rivaluta la vita e infonde speranza e coraggio  in chi, imbattendosi  nel male “oscuro” e “invisibile”, riuscirà prima o poi a sconfiggerlo.

Numerosi sono stati i messaggi di cordoglio partiti da ogni parte del mondo alla notizia della triste scomparsa di questo campione di  rara umanità: “L’impresa più bella che sei riuscito a costruire è stata trasformare il veleno della malattia in medicina per gli altri.”, scrive Roberto Baggio dalle pagine della Gazzetta dello Sport.

L’ex “codino magico” è stato uno dei più grandi amici di Borgonovo sostenendolo con assiduità nella sua battaglia contro la SLA attraverso numerose iniziative di solidarietà. Tante sono state le gare amichevoli con incasso devoluto alla Fondazione che porta il suo stesso nome, cui hanno partecipato diversi calciatori ed ex compagni di “Borgo”.

Memorabile l’incontro allo stadio Giuseppe  Meazza del 7 settembre 2009 in cui si sono esibite le vecchie glorie del Milan e del Real Madrid con un Franco Baresi visibilmente commosso che accarezza il capo dello sfortunato campione.

Sono gli angeli del dolore, quelli come Stefano, che sopravvivono alle turbolenze della vita e che ciononostante hanno sempre il sorriso dipinto sul viso.

Da loro non bisogna mai distogliere lo sguardo, perché alla perfezione si arriva solo dopo una lunga sofferenza.


LE IDENTITA’ CULTURALI

L’era della globalizzazione sta spazzando via le identità culturali disperdendole nel cosmo come retaggi storici del nostro passato.

Un tempo era facile, intuibile e comprensibile l’identificazione di un popolo attraverso le sue tradizioni, gli usi e i costumi, finanche nel linguaggio, nell'idioma come forma univoca di comunicazione e di assonanza di un comune sentire.

Nelle società tribali, ad esempio, l’organizzazione sociale era caratterizzata dal perseguimento di idee di solidarietà e di comunione d’intenti, oltre che di origini. Tutto era basato su una disciplina comune, accettata e condivisa da una etnia riconosciuta e riconoscibile, che sapeva imporsi e farsi imporre. Esempi di società tribali ve ne sono tutt'oggi nei cc.dd. paesi sottosviluppati, ma guardando alla loro organizzazione, semplice e unitaria, ci si chiede se il progresso abbia davvero portato con sé modelli sociali evoluti e più efficaci.

Nell'era moderna le identità culturali si sono via via associate a simbolismi rappresentativi della storia di un popolo piuttosto che delle sue radici, sicché l’eredità storica che doveva  costituirne il fondamento e il “collante” con le generazioni future, si è andata disperdendo in luogo di una coscienza sociale proiettata più nell'attualità o nel futuro prossimo.

Si associa, ad esempio, Londra al Big Ben, Parigi alla Torre Eiffel, New York alla Statua della Libertà e, fino al 2001, alle Twin Towers, ma le popolazioni di queste metropoli si sono nel frattempo trasformate al punto da allontanarsi quasi del tutto dalla storia che le ha rappresentate.

Proprio il tragico abbattimento delle Torri gemelle ha trasformato la storia del mondo con un taglio deciso con il passato: niente da quel momento sarebbe stato più come prima.

Da quell’11 settembre 2001 si è assistito al decadimento delle identità culturali, le cui avvisaglie in Italia si erano già avute negli anni ’90 con “Tangentopoli” e con la fine della c.d. “Prima Repubblica”.

Rispetto all'era moderna, i periodi storici del passato erano molto più identificativi di una precisa corrente culturale che si sviluppava in aderenza al contesto sociale di cui era espressione. Si pensi alla cultura rinascimentale o a quella del neorealismo del secolo scorso.

Nell'epoca attuale si fa molta più fatica ad essere parte di un contesto o di una comunità poiché mancano regole sociali accettate e condivise, in una parola manca il senso di appartenenza al gruppo, all’etnia , all’organizzazione storico-culturale.

Complice una politica distante dalle reali esigenze della comunità governata, e sotto la spinta della globalizzazione del tutto e del niente, il massimo senso dello Stato si riscontra a malapena alzandosi in piedi allo stadio per ascoltare l’inno della nazionale di calcio. 

Serve allora un deciso cambio di rotta perché le politiche apparentemente egualitarie finiscono col rendere indifferenziate le “differenze”, minando alla base le precipue identità culturali che rischiano così di dissolversi come le più tipiche espressioni del nostro essere.


CENT’ANNI DI SOLITUDINE

Pubblicato nel 1967 agli albori della contestazione giovanile, questo capolavoro di Gabriel Garcia Marquez spezza ogni legame con la letteratura a struttura discorsiva collocandosi, a pieni voti, nell'alveo della narrativa del racconto indiretto racchiudendo in sé una quantità di informazioni, di pensieri e di stati d’animo da risultare una novella dalle mille sfaccettature e profili narrativi.

La solitudine, come condizione naturale e inevitabile dell’Uomo, sembra “materializzarsi” nelle vicende dei personaggi narrati fino a ad essere “toccata con mano” nella trasposizione empirica di tutte le sue componenti interiori.

In questa cornice di desolazione individuale e sociale la morte diventa per l’autore un fatto “piacevolmente” ineluttabile, una sorta di attesa verso la quale sembrano indirizzarsi tutte le azioni e le vicende dei protagonisti. Quanto avviene nella realtà è soltanto provvisorio e precario; i mutamenti del tempo segnano l’incapacità dei personaggi di comunicare e di relazionarsi tra di loro.

LA TRAMA: Tutta l’opera ruota intorno alle vicende della famiglia Buendìa, da Josè Arcadio ad Aureliano Babilonia, una stirpe lunga cent’anni nella quale s’intrecciano storie di eroine come Ursula, la matriarca della famiglia, che tenta in tutti i modi di tenere uniti figli propri o acquisiti, ma anche di falsi eroi, come il colonnello Aureliano Buendia, impegnato nella guerra tra conservatori e liberali, bipolarismo d'altri tempi, la cui matrice ideologica è sconfessata da azioni contraddittorie o controtendenti. Il tutto sullo sfondo di una Macondo che si “spopola”, man mano che progredisce, del sentimento di appartenenza dei suoi fondatori.

Una regressione che culmina in una solitudine fisica ed interiore che è inversamente proporzionale all'evoluzione dello stile di vita degli abitanti del villaggio: dalla primordiale scoperta del ghiaccio da parte degli zingari, all'invenzione dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione come il treno e per finire alle prime lotte sindacali per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. 

Nel mezzo storie individuali di amori, presunti o tali, di tradimenti e persino di velato incesto alla ricerca di una felicità o di una serenità agognate e irraggiungibili.

L’AUTORE: Colombiano del 1927 e Premio Nobel del 1982, Gabriel Garcia Marquez ha un curriculum di tutto rispetto. Tra i suoi scritti: Cronaca di una morte annunciata, L’autunno del patriarca, Nessuno scrive al colonnello, L’amore ai tempi del colera, Il generale nel labirinto.

UN PASSO DEL ROMANZO: Ursula ignorava in quei tempi l’abitudine di mandar donzelle nel letto dei guerrieri, come si mettono le galline sotto i galli di razza, ma nel corso di quell'anno l’apprese: altri nove figli del colonnello Aureliano Buendìa furono portati in casa per essere battezzati.

GIUDIZIO: Pur non rientrando nel genere che prediligo, Cent’anni di solitudine è un romanzo scritto con sagacia e cura di particolari. La sapienza e le qualità stilistiche dell’autore emergono a tutto tondo in ogni passo dell’opera appassionando il lettore soprattutto per la quantità delle informazioni che riesce a trasmettere. La descrizione dei luoghi e dei personaggi è alquanto veritiera e fedele nell'intento di rappresentare la solitudine come condizione sociale che si tramanda nel tempo al di là dei suoi mutamenti. E’un romanzo che ha in sé un grande dono: quello di non lasciare indifferenti.
   

VOTA ANTONIO

Le recenti elezioni amministrative per il rinnovo di alcuni consigli comunali hanno fatto registrare un deciso calo degli elettori, reso ancora più marcato con il turno di ballottaggio che ha visto coinvolte città importanti come Roma Capitale.

Rispetto al 1° turno, vi è stata una significativa flessione del numero dei votanti, sceso in media dell’11,25%, contro la quale nemmeno il cattivo tempo degli ultimi sussulti dell’inverno (data la latitanza della primavera) è servito ad invogliare gli elettori più refrattari o inclini alle gite fuori porta.

La media nazionale dei votanti è stata del 48,51%, come dire che la maggioranza degli italiani ha preferito la strada dell’astensione anziché quella della partecipazione democratica.

Questa disaffezione, mista a stanchezza e delusione degli elettori verso le istituzioni, già peraltro avvertita con le recenti politiche del febbraio scorso, appare ancor più significativa se si pensa che l’interesse dei cittadini, almeno a livello locale, dovrebbe essere maggiore.  

Sono finiti i tempi in cui le consultazioni elettorali rappresentavano il momento topico dell’espressione della volontà popolare, diritto/dovere primario e assoluto che i padri della nostra Costituzione avevano voluto imprimere nei principi fondamentali all'indomani dell’infausta esperienza del fascismo.

Chi non ricorda quel bellissimo film del 1963, “Gli onorevoli in cui uno straordinario Totò recitava la parte di Antonio la Trippa, candidato alle politiche, che per ottenere il consenso popolare tormentava i suoi condomini ripetendo da un imbuto a mo’ di megafono la mitica frase “Vota Antonio”. Sublime un passaggio del film in cui il grande comico napoletano pronunciava la battuta: “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarella da mangiare?

La pellicola, che è un ritratto di sottilissima ironia, si conclude nell'episodio in questione con la presa di coscienza del personaggio La Trippa sui torbidi affari della politica che lo porterà a rinunciare alla sua candidatura per difendere i veri principi morali.

Oggi come ieri le cose non sono cambiate molto anche se di acqua ne è passata sotto i ponti; la questione del “politicamente corretto” (o del suo rovescio che è lo stesso), lungi dall'essere risolta, ha assunto proporzioni ancora più significative. Manca la politica del “fare” in  luogo di quella del “mal-fare”, mancano precisi punti di riferimento da prendere a modello, a cominciare dalla famiglia, ormai fortemente in crisi.

Manca, in altri termini, quell'insegnamento che lo scrittore statunitense H. Jackson Brown junior ha saputo ben racchiudere in queste poche ma significative parole: 
Vivi in modo che quando i tuoi figli penseranno alla correttezza e all'integrità penseranno a te.”


PICCOLI BLOG

Io bloggo, tu blogghi, egli blogga. E’ una delle parole maggiormente usate nel linguaggio moderno tanto da essere coniugata alla stregua delle voci verbali più comuni. Definito dai principali dizionari della lingua italiana come diario elettronico allocato in un sito web, il blog è divenuto un fatto di costume, una sorta di rivoluzione culturale del terzo millennio.

Un tempo si usavano i diari cartacei per raccontare i propri stati d’animo, quelli colorati e ben custoditi con il lucchetto per evitare che chiunque potesse prenderne conoscenza. Si trattava di costruire un mondo interiore parallelo a quello esteriore, messo al riparo dalle intemperie  della vita, dalle possibili intercettazioni che avrebbero potuto rompere l’incantesimo dei pensieri più reconditi.  

Oggi, nell'era della trasparenza (altro termine particolarmente usato e abusato) sembra quasi un dovere aprirsi al mondo, mostrare l’anima che si vuole, farla volare sotto mentite spoglie per entrare nelle case di chicchessia senza bussare e senza nemmeno sapere chi c’è.

Ci sono blog efficacissimi nel diffondere messaggi promozionali mirati e strategici, in grado di orientare e condizionare i comportamenti di una certa sfera di destinatari, i c.d. lettori di nicchia. E’ accaduto di recente per l’elezione dei sindaci di Torino e Roma dove la massiccia e peculiare campagna multimediale, al di là dei meriti dei candidati eletti, ha condizionato non poco il responso delle urne.

Si cerca il consenso non più ( e non solo) incontrando la gente nelle piazze o in altri luoghi di riunione tradizionali, ma attuando una capillare e martellante operazione acchiappa consensi facendola veicolare sulla rete web alla velocità della luce. In questo l’uso studiato della parola (ma accadeva anche prima) prevale spesso sulla sostanza e non si discosta di molto dalle terapie di certi strizzacervelli messe in atto su pazienti fragili e indifesi. La differenza, insomma, è data proprio dalla modalità, oggi infinitamente più incisiva e ramificante.

L’importante è esagerare, cantava il compianto Jannacci.

Ma non è oro tutto ciò che luccica. Ci sono tanti siti web che non hanno lo stesso spessore. Sono piccoli blog che fioriscono come funghi in mezzo a campi incolti, indistinti e indistinguibili, che fanno fatica a far sentire la loro voce, spesso ululanti come cani randagi in fila all'orizzonte.

Piccoli blog selvaggi e indisciplinati, trattati come  messaggi spazzatura ( i cosiddetti “spam”) che sono colpi di fucile sparati a caso in mezzo al disordine delle idee. Patiscono la promiscuità, una certa approssimazione nell'impostazione e un’agguerrita concorrenza degli argomenti proposti.

Ciononostante crescono e si moltiplicano fino a divenire invisibili e irriconoscibili.

Fiumi di parole che si disperdono e si dimenticano in fretta. Con un semplice clic.

LA NOIA

Si dice che siamo fatti per vivere insieme, per relazionarci. Ma cosa succede quando si perde qualsiasi contatto con la realtà e con le cose? Subentra la noia, come ce la racconta magistralmente Alberto Moravia nel suo capolavoro del 1960 da cui venne tratto un film di successo con Horst Bucholoz, nei panni del protagonista Dino e Catherine Spaak, in quelli della lolita Cecilia.

E’ proprio l’incontro tra un pittore danaroso ma ribelle verso la madre asettica e borghese, -dalla quale si separa per andare a vivere da solo-, e la bella ma insignificante Cecilia che gli fa da modella per i suoi dipinti, che fa scattare nel primo quella particolare condizione d’animo che ora lo unisce e ora lo allontana dalla realtà. Perché la noia è l’assenza di ogni relazione con il mondo, l’accettazione passiva, mista ad atarassia, verso quei valori convenzionali e inautentici che inibiscono le migliori espressioni del proprio essere.

Dino inizia così una relazione fisica con la modella che era stata amante del suo vicino di casa Balestrieri, convinto che la sistematicità e la monotonia degli amplessi lo porterà ad annoiarsi e a distaccarsi nuovamente dalla sua esistenza. Invece accade un fatto apparentemente normale e scontato, come il tradimento di Cecilia, che renderà Dino geloso, ovvero gli farà provare un sentimento autentico e reale rispetto alla noia che è invece inautentica e irreale.

Moravia, sulla scia della sua opera prima “Gli indifferenti”, o dell’esistenzialismo di Sartre in “La nausea”,  esalta gli aspetti psicologici della narrazione per dimostrare quanto le convenzioni sociali e le false ideologie siano dominanti e influenti sui comportamenti individuali. Pregevole è un passo del libro nel quale Dino, per convincere Cecilia a lasciare il suo amante e a sposarlo, cosparge il corpo di lei di banconote.

Sarà un fallimento. Cecilia non cadrà nel tranello teso da Dino per renderla inautentica come la noia e deciderà di partire ugualmente con il suo amante. A questo punto il distacco dalla realtà non si compie e Dino si troverà coinvolto in un incidente stradale che lo costringerà ad una lunga degenza in ospedale aspettando il ritorno di Cecilia.

Romanzo di rara bellezza linguistica e di approfondimento saggistico su un tema di forte impatto introspettivo, La noia si colloca a pieni voti tra le opere letterarie più suggestive e attrattive del novecento. Uno spaccato crudo e realistico della condizione umana che cambia a seconda del gradino della scala sociale in cui ci si posiziona. Ma i valori che accentuano le differenze annoiano e pongono l’individuo nell'isolamento più totale e deflattivo di ogni serena convivenza.

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà…”



LA LETTERA CHE NON SCRIVERO’

Scrivo queste parole che non leggerai. Fra i tanti o pochissimi visitatori mancherai proprio tu, la persona che più di tutte è riuscita a darmi sostegno e coraggio senza saperlo perché nulla c’era da sapere se non l’impronta del mio silenzio.

Comincerò col dirti che mi è bastato inseguirti con lo sguardo per immaginarti al mio fianco anche se non ci sei mai stato. Ti ho pensato e disegnato su fogli di carta racimolati qua e là per ricordarmi di te nei momenti in cui la mente si sarebbe annebbiata e avrei fatto fatica ad orientarmi, a riprendere quel cammino che proprio tu hai tracciato per me.

Le strade di ieri non le ricordo più. Splendida amnesia per proiettarmi nel futuro e abbracciarmi di nuovo in cerca di tenerezza, di coccole e poi ancora coccole, con te che mi seguirai da vicino o da lontano, ma in silenzio come sempre. Sentirò la tua presenza tutte le volte che dovrò affrontare altre prove della vita, con occhi benevoli quando cadrò, guardinghi e diffidenti quando mi vedrai volare oltre le mie aspettative.

Pensare al domani, a come potrebbe esserlo, raggiante e variopinto, è la migliore medicina per curare l’avanzare degli anni, le forze che non sono più come una volta ma che grazie a questo pensiero sembrano rigenerarsi, ricevere nuova linfa dall'eterna giovinezza delle idee. Me lo hai insegnato proprio tu, ricordi? Un uomo senza futuro è una scatola vuota, un animale vagante senza meta, un’oloturia senza capo né coda.

Ci sarai sempre tu nei miei pensieri. Mi accompagnerai per non farmi sentire solo, sentirò il tuo abbraccio tutte le volte che avrò paura. E m’innamorerò di te, cento, mille volte ancora. Ti farò l’amore spogliandomi di tutte le mie impurità, delle mie debolezze che sono tante anche se cerco di mascherarle con il mio essere burbero e scostante.

Domani sarà diverso. A volte l’attesa è più emozionante del presente che si vive e chissà che non t’incontrerò davvero nel mio cammino, che non t’innamorerai anche tu di me e mi trasporterai come il vento nelle direzioni che desidero e che vorrei condividere con te.

Chissà che non t’innamorerai delle parole di questa lettera che non scriverò. Perché l’ho già scritta sulla sabbia bagnata che il mare si sta portando via.

LA CAREZZA DI ERMINIA

Aspettavo la carezza di Erminia tutte le sere alle nove in punto in quel letto d’ospedale dove ero ricoverato per un grave incidente stradale. Sono quel che si dice un miracolato che per grazia divina è rimasto aggrappato alla vita come un naufrago alla sua zattera nel bel mezzo di una tempesta.

Quando la mia auto si è scontrata con un Tir che di colpo mi ha tagliato la strada, ho creduto davvero che fosse arrivata per me la fine. E invece, al momento dell’impatto, ho sentito la mano di qualcuno che mi ha spinto fuori dalla portiera catapultandomi sull'ampia distesa erbosa che costeggiava l’ autostrada.

Non ricordo altro di quello che è avvenuto dopo. Quando ho aperto gli occhi mi sono ritrovato steso su un letto imbottito di flebo, con tanti uomini in camice bianco che mi scrutavano come se stessero esaminando uno strano esemplare. Ero immobilizzato dalla testa ai piedi, riuscivo a malapena a sentire le loro voci ma non capivo niente dei loro discorsi.

E’ stato allora che ho sentito una mano accarezzarmi il viso con delicatezza e discrezione. Ho girato lo sguardo e ho visto una donna matura che mi sorrideva con fare materno e tranquillo, avvolta da una luce fievole ma ben visibile da farmi pensare ad una santa.

Vi sarà capitato tante volte di stiracchiarvi e di sentirvi subito dopo rilassati. Ecco, quella carezza ha prodotto in me un effetto simile. Ho sentito il sangue sciogliersi per tutto il corpo procurandomi una vitalità che non avevo mai provato prima, quasi uno spaccato tra il nulla prenatale in cui credevo di essere precipitato, e i primi sussulti di una rinascita che iniziavo a percepire a piccole dosi.

Non avevo moglie, fidanzata, figli o uno straccio di amico che potessero farmi visita. Non aspettavo nessuno e nessuno aspettava me. Quella carezza è diventata così un rituale quotidiano, il solo che attendevo con suprema aspirazione e desiderio.

Tutto si concentrava in pochissimi minuti, di sera, allo scoccare delle nove, quando la porta della stanza si apriva e vedevo Erminia apparire col suo sorriso ampio e luminoso, avvicinarsi a me e accarezzarmi le guance facendomi sentire il palmo della sua mano soffice e delicato, le dita lunghe e affusolate  che s’insinuavano tra i capelli procurandomi tanto calore.

Di nuovo il sangue riprendeva a circolare nelle vene, come se fino a un attimo prima fosse stato ostruito dai detriti della mia riluttanza a vivere, ritrosia caparbia e insistente che solo quella figura così benevola e rassicurante riusciva ad emarginare.

Come va il mio sopravvissuto? Ti ho portato i tuoi dolci preferiti così stasera potrai festeggiare anche tu il nuovo millennio.”
Perché non resti fino alla mezzanotte?”
Mi farebbe tanto piacere ma lo sai che non posso.”

Erminia si accorge che ho il volto imbronciato e mi dà un bacio sulla guancia.

Mi hanno detto che in settimana ti toglieranno il gesso, presto ritornerai a camminare. Su, adesso fammi un sorriso.”

Ho stretto la sua mano più a lungo possibile come se temessi di non ritrovarla più da lì ad un attimo. Ecco infatti che la vedo allontanarsi, aprire la porta e voltarsi mostrandomi il pollice verso l’alto. Le sorrido alzando a mia volta il pollice per suggellare un’intesa che non ha bisogno di parole.

Non l’ho vista più, né il giorno dopo né in quelli seguenti ma ho continuato a sentire la sua carezza tutte le sere fino al momento in cui sono stato dimesso dall'ospedale.

Quella mattina ho parcheggiato la macchina e ho imboccato il viale dei cipressi fino a giungere nel posto che sapevo. Ho pulito la lapide rimuovendo le foglie secche dell’inverno che si erano depositate sparse su quella superficie dorata. La foto, un po’ sbiadita, proiettava un’immagine sorridente e ancora viva nel mio ricordo. Più in basso l’antico epitaffio:

Erminia Rovato – 1925-1986
      Angelo delle madri


LA CAREZZA DI ERMINIA

Racconto breve scritto da
Vittoriano Borrelli

(I riferimenti alla realtà sono casuali)