LA FORZA BUONA DELLA LETTURA


Definirla una scrittrice “esordiente” non rende giustizia al talento di Stella Stollo, autrice umbra (è nata ad Orvieto) con la passione per la narrativa e, in particolare, per quella storica.


I suoi libri sono scritti con competenza e preparazione professionale, segnano un distinguo tra gli scrittori cosiddetti “naif”, ovvero istintivi o autarchici e quelli che fanno dell’esperienza della lettura un caposaldo indispensabile per poter scrivere bene e con qualità.


Sono doti che si riscontrano, ad esempio, nel romanzo “Io e i miei piedi”, che Stollo pubblica nel 2011 aggiudicandosi il concorso Cogito ergo scrivo”, indetto dalla casa editrice Graphofeel, o in Malditerra (2012), opera tra il serio e faceto sul disagio giovanile, particolarmente apprezzata dalla critica.


Cresciuta sotto l’influenza di grandi scrittori come Dostoevskij, Amado e Yourcenar, Stella Stollo è riuscita finalmente a coronare il sogno di scrivere un romanzo storico pubblicando di recente “I delitti della Primavera”, un thriller ambientato nella Firenze del “400 e ispirato al grande pittore Sandro Botticelli.


Nell'intervista che mi ha gentilmente concesso Stella Stollo, si racconta con garbo e spontaneità, senza nulla nascondere della sua grande passione per la lettura che è divenuta, a lungo andare, il perno fondamentale di tutta la sua esistenza …



IO: Nella tua biografia hai dichiarato di avere con la lettura e la scrittura un rapporto di tipo “terapeutico”. La prima ti ha assicurato la “sopravvivenza”, la seconda ti ha aiutato a vivere meglio. Quali sono stati in concreto i benefici dell’una e dell’altra?


STELLA STOLLO: La mia primissima infanzia è avvolta in un’atmosfera buia, fatta di sensazioni di nausea, apatia e angoscia: detestavo il cibo (addirittura la cioccolata, che oggi adoro!), non mi piaceva giocare né parlare con gli altri bambini, ero terrorizzata e immobilizzata da mille paure. Ho iniziato a vivere nel momento in cui ho imparato a leggere. A sette anni ho letto “Un canto di Natale” di Dickens, sono rimasta irretita e praticamente non ho smesso più: la lettura mi ha schiuso mondi e situazioni che, piano piano, mi hanno aiutata a vincere la diffidenza verso il mondo e a diventare sempre più curiosa della vita e delle emozioni che non avevo mai immaginato potesse offrire.
I libri sono diventati i miei più fedeli amici e hanno continuato a offrirmi rifugio nei momenti di insicurezza, spazi immensi durante le crisi claustrofobiche dell’adolescenza, conforto e speranza al dolore delle prime delusioni amorose. La scrittura è venuta come conseguenza della lettura e, se nei primissimi esperimenti della giovinezza ha avuto solo una funzione di sfogo, è diventata poi un efficace strumento per entrare in contatto con la parte più nascosta di me. Ancora oggi la considero un mezzo per far emergere impressioni, desideri e sogni che resterebbero sopiti e taciti, sotto l’agitata superficie della vita quotidiana.


IO: Ti sei laureata in Lingue e Letterature Orientali trascorrendo un anno in Cina. Che cosa hai appreso dalla cultura orientale?


STELLA STOLLO: Ho scelto il mio corso di studi per un interesse prevalentemente filosofico- letterario, spinta dalle letture che hanno caratterizzato la mia tarda adolescenza. L’impatto con l’Oriente reale fu abbastanza deludente. Dal mio soggiorno di studio in Cina sono ormai trascorsi quasi trenta anni. Ciò che più amai allora era una diversa percezione del Tempo: lunghissimo, dilatato, senza frenesie e ritmi ansiogeni, dispensatore di una libertà mai provata prima. Non faccio fatica ad immaginare che oggi sia tutto completamente cambiato.


IO: Il tuo romanzo “Io e i miei piedi” (2011), ha ottenuto tanti apprezzamenti classificandosi nel 2012 al 2° posto al primo concorso letterario nazionale “Il profumo della creatività”. L’hai tenuto però nel cassetto per ben 15 anni. Che cosa ti ha spinto a pubblicarlo?


STELLA STOLLO: Nel 2011 l’ho mandato al concorso “Cogito ergo scrivo”, indetto dalla casa editrice Graphofeel. Ha vinto il concorso e la pubblicazione. Se mi sono decisa a tirarlo fuori dal cassetto, è perché sentivo l’esigenza di avere un parere sulla mia scrittura, visto che mi ero già impegnata nell'arduo progetto di realizzare il romanzo storico appena uscito.


IO: La rappresentazione psicosomatica di un disagio, come quello narrato in questo romanzo, richiama il tema dell’attenzione, o meglio del suo contrario. Quanto, secondo te, la società in cui viviamo è disattenta rispetto ai nostri bisogni?


STELLA STOLLO: È evidente che viviamo in una società centrata sull'avere piuttosto che sull'essere, una società consumistica che crea un sempre maggior numero di bisogni fittizi al solo scopo di allargare la produzione di certi beni, ed è poco interessata al valore della persona e ai suoi reali bisogni. Tutto ciò ci provoca sia l’ansia di riuscire a soddisfare quelle esigenze che crediamo reali, sia la frustrazione di veder negate le nostre più intime e vere esigenze. E al medesimo tempo ci sentiamo in dovere di apparire perfetti, di nascondere ansie e frustrazioni agli occhi degli altri, spesso ai nostri stessi occhi. Cerchiamo di cacciarle sempre più in profondità nella nostra anima, finché essa si ribella e ci scrive un messaggio, ben visibile, sul nostro corpo. Forse sperando in un po’ di attenzione.


IO: In “Malditerra” racconti il malessere esistenziale nell'era moderna con accenti che ricordano “La Nausea” di Sartre ma con una differenza: nell'opera dello scrittore francese il passato è la proiezione dell’inutilità del presente; nel tuo romanzo il ricordo spinge i protagonisti ad optare per la migliore scelta di vita. Si è sempre arbitri del proprio destino?


STELLA STOLLO: Non si può forgiare interamente il proprio destino, tuttavia credo che esso sia spesso il risultato di una combinazione tra gli accadimenti della vita e le nostre scelte, soprattutto le nostre non scelte. Procediamo su una certa strada solo perché non troviamo il coraggio di cambiare direzione, magari senza rendercene conto, come sonnambuli. Il primo passo è quindi risvegliarci e imparare a conoscere noi stessi, i nostri sogni e reali desideri, cercando di non sprecare una vita ad accontentare i desideri degli altri. Non dico che sia facile.


IO: So che sei appassionata della narrativa storica e che prediligi autori come Dostoevskij, Amado e Yourcenar. Quali influenze hanno avuto nella tua crescita professionale?


STELLA STOLLO: Da tutte le mie letture ho appreso qualcosa. Di ognuno di questi tre autori c’è un libro che porto nel cuore e che mi ha aiutata nella mia crescita come autrice. “Il giocatore” di Dostoevskij mi ha insegnato che anche una piccola storia se è ben costruita nell'intreccio, impeccabile nella scrittura, e fa un uso sapiente dell’ironia può diventare terribilmente avvincente. “Gabriella garofano e cannella” di Amado mi ha trasmesso il gusto dei dettagli capaci di evocare atmosfere affascinanti, della sensualità di colori, profumi e parole. Infine “Memorie di Adriano” di M. Yourcenar mi ha insegnato a non accontentarmi, a puntare in alto, a lavorare sodo cercando di raggiungere la versione migliore possibile, anche a costo di impiegare tempi lunghissimi. Se possedessi anche una piccolissima parte del particolare talento di ciascuno di loro, mi riterrei soddisfatta.


IO: Dei tuoi romanzi ho apprezzato in particolare la tecnica espositiva e l’impostazione del tessuto narrativo. Nulla è lasciato al caso. Tutto è meditato con un architettura narrativa che denota competenza, preparazione e dedizione. Secondo te quanto è importante per uno scrittore l’esperienza della lettura?

STELLA STOLLO: È fondamentale per apprendere le tecniche di scrittura: non per imitare qualcuno, ma per forgiare un proprio stile. Anche un pittore astrattista, prima di arrivare al suo stile personale, impara a padroneggiare le tecniche figurative. Nessun artista, nessuno sportivo, nessun professionista raggiunge determinati obiettivi senza esercizio e allenamento costanti. La lettura è il primo allenamento di uno scrittore. Personalmente, ma è solo una mia opinione, penso che per scrivere sia molto più importante leggere che frequentare qualsiasi corso di scrittura creativa.


IO: E'appena uscito il tuo nuovo libro “I delitti della Primavera”, a coronamento del tuo sogno di realizzare un romanzo storico. Parlaci un po’ di questa tua ultima “fatica”.


STELLA STOLLO: La storia ruota attorno alla realizzazione del meraviglioso dipinto “L’Allegoria della Primavera”. Nel 1475 a Firenze Sandro Botticelli, Gran Maestro della confraternita “I fedeli del giglio”, inizia a dipingere la grandissima tela, aiutato dall'assistente Filippino Lippi. L’intento principale è quello di realizzare un talismano propiziatorio per il progetto del suo amico d’infanzia Amerigo Vespucci. Questi sta cercando di convincere la signoria dei Medici a finanziare un viaggio verso un continente a ovest delle colonne d’Ercole, della cui esistenza aveva già parlato nel XIII sec. il francescano eretico Raimondo Lullo. All'improvviso la città inizia ad essere sconvolta da una serie di efferati delitti, collegati alle figure femminili via via dipinte sul quadro. Chi si cela dietro questa brutale e animalesca violenza contro le donne, proprio mentre i due pittori si accingono a celebrare l’essenza femminile che anima l’Universo? È forse l’opera di un “mostro”, così come lo definisce il popolo? Oppure, come ipotizza Botticelli, è il piano di una setta nemica ai fedeli del Giglio? Una setta che si opporrebbe al loro progetto di costruire, nel nuovo mondo che Vespucci andrà a raggiungere, una società fondata sui valori dell’amore, della bellezza e della pace? Sarà Filippino Lippi ad improvvisarsi “detective” e a risolvere il mistero.


IO: Il fascino dell’arte in chiave thriller. Perché questa scelta?


STELLA STOLLO: Nell'intrecciare alla trama la vicenda dei delitti, non è stata tanto l’idea della sfumatura di giallo a stuzzicarmi, quanto la preziosa opportunità, offerta dalla narrativa storica, di evidenziare come certe caratteristiche dell’essere umano rimangano immutate nel corso dei secoli, dando luogo al ripetersi delle stesse brutture, discriminazioni e ingiustizie. I delitti descritti nel romanzo rimandano a una delle caratteristiche più orribili della nostra società e dei nostri tempi, ovvero la violenza fisica e psicologica di cui sono spesso oggetto le donne, fino ad arrivare all'assassinio brutale.


IO: Hai altre passioni? Quali?…


STELLA STOLLO: I gatti, i fiori, la cucina, il cinema. E un viaggio ogni tanto, quando è possibile: è il mezzo più potente che conosco per sfuggire al mal di vivere.


IO: Il sondaggio del momento: e-book o cartaceo?


STELLA STOLLO: Se l’e-book serve a diffondere la lettura, soprattutto tra i giovani, ben venga! Anch’io mi ritrovo spesso, per motivi economici, a comprare la versione digitale di un’opera. Certo, il piacere di sfogliare e annusare un libro è insostituibile! A me, poi, piace tanto sottolineare a matita le frasi che più mi colpiscono, quasi per catturarle. Con l’evidenziatore del tablet non è la stessa cosa…


IO: Dove si possono trovare le tue opere?


STELLA STOLLO: Sul sito di ARPANet: ARPANet.it
Sul sito ilmiolibro :ILMIOLIBRO.it
Le versioni e-book dei tre romanzi già pubblicati si trovano nei principali e-store.
“I delitti della Primavera” sarà acquistabile sul sito di Graphofeel: GRAPHOFEEL.it
.
IO: Grazie per la disponibilità e per l’intervista. Tanti in bocca al lupo per tutto ciò che desideri.



STELLA STOLLO: È stato un vero piacere. Grazie mille a te, Vittoriano, per avermi ospitata sul tuo blog. Un saluto a tutti i tuoi lettori.

NON C’E STATO IL TEMPO



La storia del rimpianto nei versi di questa canzone che ho scritto nel 1997, tratta dall'album omonimo.

Melodia dalle atmosfere elegiache, Non c’è stato il tempo è l’attimo fuggente che non è stato colto, l'orologio impazzito che spazza via il momento della riflessione, la ricerca delle cose e degli affetti che contano di più.

La velocità del tempo si contrappone ai pensieri che sopravvivono al proprio vissuto, come fiori che, prima ancora di sbocciare, appassiscono nelle immense praterie incolte.

NON C'E' STATO IL TEMPO
 (V. Borrelli)

Non c'è stato il tempo per guardarci dentro
ed innamorarci anche contro il vento
Io ti avrei portata dove non sei stata
e ti avrei capita anche se la vita
in fretta ti ha smarrita
e hai vissuto sola con la mente vuota

Non c'è stato il tempo per accarezzarci
e sfiorarci dentro senza aver paura
di scoprire in fondo questo sentimento
che soltanto adesso lo sentiamo nostro

Non c'è stato il tempo per ricostruire
e cercarci ancora oltre questa fine
Io ti avrei sospinta come foglia al vento
e ti avrei raggiunta anche in capo al mondo
ridandoti la vita
come una conquista dopo la tempesta

Non c'è stato il tempo per ridisegnare
con colori accesi giorni spesi male
Io ti avrei convinta a cambiare vita
oltre ogni dubbio fuori dalla nebbia

Non c'è stato il tempo per mandare all'aria
quei discorsi strani che facevi seria
quando ci bastava solo una canzone
per rappresentare questo nostro amore



TRATTO DA:" Le parole del mio tempo"

L'OSCAR DELLA DISCORDIA

The winner is: La grande bellezza”. Nella notte degli Oscar 2014 il film di Paolo Sorrentino si aggiudica l'ambita statuetta dopo quindici anni dall'ultima affermazione con “La vita è bella” di Roberto Benigni.

Non sono tuttavia mancate le polemiche come quella sollevata da Sabrina Ferilli, una delle attrici del cast. La regina dei sofà si è letteralmente infuriata per non essere stata invitata alla premiazione dopo la sua “brillante” recitazione (un nudo integrale sotto lo sguardo assente del protagonista). Per intanto si “consola” con il tapiro d'oro di Striscia la notizia in attesa di sogni di gloria più propizi.

A parte questo insolito fuori programma, “La grande bellezza” ha indubbiamente suscitato nell'opinione pubblica giudizi contrastanti e non proprio lusinghieri, a dispetto del riconoscimento ottenuto, segnando una sorta di spaccatura tra la critica c.d. di élite e quella più spicciola e popolare.

E’ un dato di fatto che il film del regista napoletano, uscito nelle sale cinematografiche nel 2013, non abbia registrato grandi affluenze. Nemmeno la recente programmazione sulle reti Mediaset , pur seguita da otto milioni di telespettatori, ha fatto mutare l’opinione prevalente che è rimasta sostanzialmente delusa. 

Ai più è apparso persino irriverente il paragone con altre opere cinematografiche di ben altro spessore come “La dolce vita” di Fellini o la menzionata “La vita è bella”, molto più intense e coinvolgenti.

I dialoghi incomprensibili dei protagonisti e il contenuto insipido della storia hanno fatto da contraltare ad una rappresentazione scenica, senza dubbio godibile, ma non sufficiente di per sé a catalogare il film super- premiato fra quelli “immemorabili”. Forse il regista ha voluto creare questa contrapposizione per dimostrare quanto la grande bellezza, nelle sue proporzioni smisurate, faccia “abbagliare” e rendere vacui coloro che ne rimangono folgorati.

Certo è che il tema della bellezza, già affrontato da Fazio nel recente Sanremo con risultati non eccellenti, non riesce proprio a catturare l’interesse e l’entusiasmo della gente, forse distratta da altre preoccupazioni.

E di questi tempi la vera bellezza non è ciò che si vede ma è quella che ciascuno di noi riesce a "sentire" e a "comunicare" da ... dentro.

LE IDENTITA’ CULTURALI

L’era della globalizzazione sta spazzando via le identità culturali disperdendole nel cosmo come retaggi storici del nostro passato.

Un tempo era facile, intuibile e comprensibile l’identificazione di un popolo attraverso le sue tradizioni, gli usi e i costumi, finanche nel linguaggio, nell'idioma come forma univoca di comunicazione e di assonanza di un comune sentire.

Nelle società tribali, ad esempio, l’organizzazione sociale era caratterizzata dal perseguimento di idee di solidarietà e di comunione d’intenti, oltre che di origini. Tutto era basato su una disciplina comune, accettata e condivisa da una etnia riconosciuta e riconoscibile, che sapeva imporsi e farsi imporre. Esempi di società tribali ve ne sono tutt'oggi nei cc.dd. paesi sottosviluppati, ma guardando alla loro organizzazione, semplice e unitaria, ci si chiede se il progresso abbia davvero portato con sé modelli sociali evoluti e più efficaci.

Nell'era moderna le identità culturali si sono via via associate a simbolismi rappresentativi della storia di un popolo piuttosto che delle sue radici, sicché l’eredità storica che doveva  costituirne il fondamento e il “collante” con le generazioni future, si è andata disperdendo in luogo di una coscienza sociale proiettata più nell'attualità o nel futuro prossimo.

Si associa, ad esempio, Londra al Big Ben, Parigi alla Torre Eiffel, New York alla Statua della Libertà e, fino al 2001, alle Twin Towers, ma le popolazioni di queste metropoli si sono nel frattempo trasformate al punto da allontanarsi quasi del tutto dalla storia che le ha rappresentate.

Proprio il tragico abbattimento delle Torri gemelle ha trasformato la storia del mondo con un taglio deciso con il passato: niente da quel momento sarebbe stato più come prima.

Da quell’11 settembre 2001 si è assistito al decadimento delle identità culturali, le cui avvisaglie in Italia si erano già avute negli anni ’90 con “Tangentopoli” e con la fine della c.d. “Prima Repubblica”.

Rispetto all'era moderna, i periodi storici del passato erano molto più identificativi di una precisa corrente culturale che si sviluppava in aderenza al contesto sociale di cui era espressione. Si pensi alla cultura rinascimentale o a quella del neorealismo del secolo scorso.

Nell'epoca attuale si fa molta più fatica ad essere parte di un contesto o di una comunità poiché mancano regole sociali accettate e condivise, in una parola manca il senso di appartenenza al gruppo, all’etnia (nel senso più ampio del termine), all’organizzazione storico-culturale.

Complice una politica distante dalle reali esigenze della comunità governata, e sotto la spinta della globalizzazione del tutto e del niente, il massimo senso dello Stato si riscontra a malapena alzandosi in piedi allo stadio per ascoltare l’inno della nazionale di calcio. 

Serve allora un deciso cambio di rotta perché le politiche apparentemente egualitarie finiscono col rendere indifferenziate le “differenze”, minando alla base le precipue identità culturali che rischiano così di dissolversi come le più tipiche espressioni del nostro essere.

SANREMO 2014: LE MIE PAGELLE

Il festival di Sanremo 2014 sarà ricordato come uno dei più asettici dei nostri tempi, povero di idee e di contenuti, in preda ad una crisi economica che con le sue metastasi è giunta ad imbavagliare il genio e la creatività della musica.

Il calo degli ascolti rispetto alla passata edizione (in media -10 punti, tra share e telespettatori), solo in parte giustificato dalla concorrenza delle partite di calcio, è una riprova di quanto sia difficile ripetersi.

La formula delle due canzoni in gara per ciascun artista, tanto apprezzata nel primo Sanremo del duo Fazio - Littizzetto, si è rivelata molto discutibile mietendo, in qualche caso, brani che a detta degli stessi interpreti, meritavano un giudizio migliore. Forse sarebbe stato meglio affidare proprio ai cantanti la scelta di puntare tutto, fin dall'inizio, sul pezzo più forte.

Scenografia quasi “cimiteriale”, con gli orchestrali collocati in reparti simili a dei “loculi”, la manifestazione è andata avanti più per la bravura degli ospiti nostrani (fra tutti Renzo Arbore e Ligabue), che per la qualità delle proposte musicali e dei cantanti in gara.

Il tema della bellezza, filo conduttore della kermesse, ben lungi dal decantare sublimi fini, ha finito col mettere in evidenza proprio il suo rovescio, ovvero la bruttezza dei nostri tempi fatta delle solite “risatine” per la politica che non va, di qualche parolaccia buttata qua e là per stare al passo con il linguaggio “moderno”, e dell’ennesima manifestazione di protesta, più o meno artefatta, per denunciare le ben note grane sociali.

Quella che doveva essere una grande occasione per valorizzare la musica italiana, si è rivelata poco più di una passerella estemporanea di ludico intrattenimento, in cui i cantanti in gara (molti dei quali “big” per caso) hanno semplicemente recitato ( e neppure bene) il ruolo di “comprimari”.

Ma ecco le mie pagelle.

Arisa: Controvento. Scritto dall'ex fidanzato Giuseppe Anastasi, che aveva già fatto centro nel 2009 con “Sincerità”, il brano vincitore di questa edizione segna la metamorfosi della cantante lucana: da “occhialuta” e stravagante a tranquilla ragazza “rusticana”. La canzone è tipicamente “festivaliera” e fa breccia nel cuore di un pubblico prevalentemente popolare. Voto 7,5.

Frankie Hi-Nrg: Pedala. Ballata rap rivolta a un pubblico giovanile ma lui … non ha più l’età per fare certe cose. Frankie, comunque, è una garanzia per tutti coloro che sono costretti a pedalare davvero. Se ce l’ha fatta lui …Voto 4.

Raphael Gualazzi con Bloody Beetroots : Liberi o no. Nonostante l’inquietante presenza del suo accompagnatore, travestito da“rapinatore” di banca, Raphael, che è l’ultima “scoperta” di Caterina Caselli, non si smentisce nel suo genere e sfoggia un brano che fa subito presa per ritmo e orecchiabilità. Voto 7.

Antonella Ruggiero: Da lontano. L’ex vocalist dei Matia Bazar, pur non ripetendo le gesta di “Vacanze romane”,  si esibisce con un brano che esalta le sue (eccellenti) qualità vocali. Gradevole. 
Voto 7.

Cristiano De André: Il cielo e’ vuoto. Uno dei (pochi) testi più belli (“il cielo è vuoto perché la nostra immaginazione ha bisogno di spazio”), come “Invisibili”, l’altra canzone frettolosamente eliminata. Ma Sanremo, tranne rare eccezioni (vedi Vecchioni), non è mai stata indulgente con i cantautori. Voto 8,5.

Giusy Ferreri:  Ti porto a cena con me. Brano dalle tranquille atmosfere, forse fin troppe. Voto 6,5.

Perturbazione:  L’Unica. Il gruppo piemontese, a dispetto del nome, si presenta con un brano dalla struttura molto ordinata e lineare che rispolvera, in chiave moderna, la disco-music degli anni “70. Voto 7.

Noemi: Bagnati dal sole. La “rossa” siciliana sfoggia un look da “Piccadily Circus”, forse influenzata dal suo trasferimento a Londra dove ha realizzato il nuovo album, dal titolo, appunto, “Made in London”. La canzone è orecchiabile ma con un refrain che ricorda, nella sua ritualità, “Sono solo parole”, l’altro suo successo di due festival fa. Voto 6.

Giuliano Palma: Così lontano. Lo è stato anche per me. Direi lontanissimo. Canzone banale che è il miscuglio di tante altre già sentite. Voto 4.

Francesco Renga: Vivendo adessoIl brano, firmato da Elisa, è gradevole e orecchiabile. Venderà di più rispetto alla vincitrice Arisa. Voto 8.

Ron: Sing in the rain . Non ripete i fasti dei suoi maggiori successi, fra tutti “Vorrei incontrarti fra cent’anni”, vincitrice del festival del 1996. Voto 6.

Renzo Rubino: Ora. Brano dalla struttura non facile per le oscillanti sonorità, ma ben ritmato. Personalmente preferivo l’altra canzone (“Per sempre e poi basta”), poco “sanremese” ma più intensa. Voto 7.

Francesco Sarcina: Nel tuo sorriso. L’ex delle Vibrazioni  non convince. Meglio ritornare al passato e riascoltare la più collaudata “Vieni da me”. Voto 5.

Riccardo Sinigallia: Prima di andare via. Alla fine se n’è andato sul serio, prima della finale, per essersi già esibito al (famosissimo) festival di Cremona. Al di là dell’espulsione, il brano è una camomilla per chi ha problemi di insonnia. Voto 4,5.

… MA I SOGNI NON FINISCONO MAI!

Ha pubblicato quasi di getto “I rotoli dell’immortalità” e “Dove tutti i sogni finiscono”, racconti a metà tra il thriller e la narrativa/fantasy.

Pierluigi Di Cosimo, scrittore romano, si racconta in questa intervista senza nulla nascondere della sua grande passione per la scrittura e per la letteratura in genere.

Ho conosciuto Pierluigi in una delle mie "navigazioni" da internauta; mi ha colpito la sua genuinità nell'approcciarsi a questa passione con semplicità e nello stesso tempo impegno, dedizione e voglia di raccontare per raccontarsi, di emozionare per emozionarsi.

I suoi libri si leggono tutti d’un fiato, attirano l’attenzione del lettore coinvolgendolo nel viaggio, nell'avventura, nel sogno.

Come si evince dalla sua giovane biografia, è proprio il sogno l’elemento portante e trainante delle sue aspirazioni, quasi il viatico necessario per la propria crescita individuale.

E i sogni, come lui stesso dichiara, sono così importanti che … non finiscono mai!


IO:I rotoli dell’immortalità”, il tuo romanzo d’esordio, racconta le vicende di un personaggio misterioso, “Mister X”, apparentemente spietato e determinato, ma in realtà molto vulnerabile negli affetti. Non si è mai troppo cattivi o troppo buoni?

PIERLUIGI DI COSIMO: Durante il suo percorso nella storia, il protagonista assume identità diverse, Mr. X o Roberto, e passa da freddo e spietato killer a uomo fragile e innamorato. Quest’uomo, a cui sono stati portati via l’infanzia e l’amore, costretto a svolgere con estrema freddezza un lavoro che non perdona, matura nel corso della narrazione e riuscirà a ricomporre i pezzi della sua vita grazie ad una donna, anche se a un prezzo troppo elevato. Mister X rappresenta, in maniera esasperata, il buono e il cattivo presente in ognuno di noi, perché l’uno non può prescindere dall'altro anche nella vita di tutti i giorni.

IO: In ogni pagina del libro “aleggia” un marcato spirito di avventura, la voglia di superare qualsiasi ostacolo che si frappone davanti al proprio cammino. Quale messaggio hai voluto dare?

PIERLUIGI DI COSIMO: Nel libro ho voluto semplicemente risvegliare la scintilla dell’eroe avventuroso che, diciamoci la verità, sprizza in ognuno di noi. Quanti di noi potranno, infatti, rinnegare la passione, a volte dichiarata, a volte nascosta, in alcuni forte, in altri debole, per il brivido che l’avventura – desiderata, bramata, sognata e, ahimè, raramente vissuta - suscita, perché sopraffatti dalla routine e dalla quotidianità che spengono la voglia di vivere le vicende avventurose che sognavamo da bambini.

IO: Il mistero, altro tema del romanzo, è qualcosa che sembra rivelarsi soltanto nell'immaginazione. Credi che nella realtà ci siano fatti inspiegabili o c’è sempre una logica per tutto?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ciò che rende il mio racconto unico rispetto ad altri è che, leggendolo tutto d'un fiato, il lettore riesce a immedesimarsi nella storia e vivere le scene adrenaliniche e pulp di un film d'azione, in cui può cogliere riferimenti e camei cinematografici, che non sono stati messi lì a caso. Penso, infatti, che niente accada per caso, nei libri così come nella vita di tutti noi, e pertanto tutto abbia un significato o, se preferisci, una logica che prima o poi scopriremo.

IO: In “Dove tutti i sogni finiscono”, il tuo secondo romanzo, la forza dell’amore vince sulla morte, ma tutto è narrato con il simbolismo dei luoghi e, per alcuni tratti, dei personaggi. Perché questa scelta?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ti ringrazio della domanda, in effetti, il simbolismo di cui parli è nato insieme ai personaggi e ai luoghi descritti. La realtà della quotidianità, cioè della metropolitana o del lavoro nel negozio di dolci, solo per citarne alcuni, si mescola con l’idea che alcuni di noi hanno dell’aldilà e dei personaggi che potrebbero popolarlo.

IO: Quanto di autobiografico c’è nei tuoi racconti?

PIERLUIGI DI COSIMO: La parte autobiografica è solo lo spunto per entrambi i racconti.  Infatti, avevo iniziato a scrivere I rotoli dell’immortalità per ricordare un fatto personale che mi aveva colpito e turbato, ma che poi nelle varie revisioni è stato solo accennato, mentre l’ispirazione per Dove tutti i sogni finiscono mi è venuta dai miei quotidiani viaggi in metropolitana. Il resto delle storie è proseguito spontaneamente mentre scrivevo.

IO: Dove finiscono i tuoi sogni?

PIERLUIGI DI COSIMO: In realtà, spero che i miei sogni non finiscano e cioè spero di poter continuare a scrivere e mettere su carta le storie che nascono nella mia mente e di essere apprezzato dal pubblico.

IO: Il genere thriller si sta particolarmente espandendo nel panorama letterario. Perché, secondo te, incuriosisce così tanto i lettori?

PIERLUIGI DI COSIMO: Credo che il thriller, a differenza dei romanzi d’amore in cui il lettore si identifica con i personaggi, susciti un così grande interesse perché lo tiene letteralmente attaccato al racconto grazie a elementi quali, la suspense, l’intrigo fitto e serrato, suscitando in lui la curiosità e il desiderio di scoprire cosa nasconde la narrazione, dandogli la possibilità di vivere il proibito, cioè quello che nella realtà spera di non incontrare mai.

IO: Quanto è importante per te scrivere?

PIERLUIGI DI COSIMO: Veramente, scrivo da quando ero bambino. Mi è sempre piaciuto inventare storie in cui la fantasia, l'avventura, la suspense riempissero il mondo in cui giocavo. Pensa che prima della nascita di mio fratello, giocavo con un amico immaginario, PIC. Inoltre, forse non lo dovrei dire, a scuola gli unici temi di italiano in cui prendevo bei voti erano quelli a titolo libero, dove potevo scatenare la mia fantasia e scrivere pagine e pagine, non mi sarei mai fermato.

IO: Quali scrittori ti piacciono?

PIERLUIGI DI COSIMO: Leggo di tutto, tutti i generi o scrittori, la mia biblioteca conta circa un centinaio di libri che vanno da "American Psycho" a "Shopie Kinsella", passando per "Conn Iggulden", "Gary Jennings", "Stephen King", etc... Non mi faccio condizionare dal genere, se un libro mi piace, mi piace e basta. So che sei curioso di sapere come scelgo i libri, in realtà sono i libri che mi "chiamano", mentre passeggio in libreria. Chiamalo istinto, chiamalo come preferisci, semplicemente mentre passo tra gli scaffali, sento i libri che "richiedono" la mia attenzione, allora li prendo, osservo la cover e leggendo solo la breve trama capisco se è un bel libro. Fino ad ora non ho mai sbagliato nella scelta.

IO: So che hai la passione per la cucina. E’ un’arte che richiede creatività e improvvisazione, proprio come la scrittura. Quali sono, secondo te, gli ingredienti di successo per entrambe ?

PIERLUIGI DI COSIMO: Gli ingredienti principali per fare bene qualsiasi cosa sono innanzitutto la passione e la dedizione, poi per quanto riguarda la cucina e la scrittura ci vogliono una buona dose di allegria, di creatività e voglia di cimentarsi sempre in cose nuove.

IO: Cosa stai preparando per il futuro?

PIERLUIGI DI COSIMO: Ho iniziato a scrivere la mia terza opera, “I racconti del calamaio”. Un fantasy che inizia nell'Irlanda di tanti anni fa, in un’epoca di maghi, lupi mannari e antichi guerrieri, per finire nella Londra di fine ’800, quando Jack lo squartatore si divertiva con le sue vittime, il tutto legato da un libro e il suo calamaio. Ho messo giù la traccia per il quarto libro, “I maledetti casi irrisolti di Ely”, da cui potrebbe nascere una serie, la cui protagonista è una giornalista dai capelli rosso fuoco, collezionista di monili antichi e appassionata di casi irrisolti. Infine ho messo giù anche un racconto horror breve, una di quelle storie che i campeggiatori si raccontano intorno al fuoco prima di andare a dormire, sperando che non accadano mai.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

PIERLUIGI DI COSIMO: Tutte le informazioni che mi riguardano, trame, libri usciti, in scrittura, dove acquistarli, news, eventi, etc.. si possono trovare sul mio sito internet:
o sulla mia pagina Facebook
Attualmente i libri sono in vendita sulla piattaforme Amazon, sia e-book che cartaceo, Kobo, Google Play Libri, ma non è detto che in futuro non arrivino anche nelle librerie tradizionali, quindi “stay tuned….”.

IO: Grazie per l’intervista. E tanti in bocca al lupo.

PIERLUIGI DI COSIMO: Grazie a te per la disponibilità. Crepi il lupo, non me ne vogliano gli animalisti.


PERCHE’ SANREMO E’ SANREMO

La 64.ma edizione del festival di Sanremo sta per aprire i battenti promettendo, come ogni anno, ascolti da record, lustrini o paillettes a volontà e grandi scenografie pronti ad abbagliare milioni di telespettatori, fedeli e non.

Formula vincente non si cambia.  Con la conferma del duo Fazio – Littizzetto, anche il meccanismo della doppia canzone in gara introdotto ex-novo nella passata edizione, viene riproposto in quella odierna a mo’ di compromesso tra l’atavica riluttanza degli artisti ad accettare il verdetto, sempre temuto, dell’eliminazione, e la necessità di assicurare verve e suspense alla competizione canora pur sacrificando, in questo caso, una delle due canzoni anziché l’interprete.

Non è che questo meccanismo, tanto decantato da Fazio come fiore all'occhiello del “suo” festival, abbia attirato tanti big della canzone. Leggendo il cast di questa edizione si direbbe proprio il contrario, a parte qualche eccezione come Ron, Francesco Renga e Antonella Ruggiero.

Ma c’è da scommettere che anche questo festival riuscirà ad incollare davanti al televisore milioni di spettatori che nell'era della recessione economica, faranno volentieri a meno di una pizza o di una cena al ristorante per gustarsi comodamente da casa (e col portafoglio intatto) lo spettacolo più atteso dell’anno.

Perché Sanremo è Sanremo

Ecco gli artisti e le canzoni in gara:

Arisa – Lentamente e Controvento
Cristiano De André – Invisibili e Il cielo e’ vuoto 
Giusy Ferreri – L’amore possiede il bene e Ti porto a cena con me
Frankie Hi-Nrg – Pedala e Un uomo è vivo
Raphael Gualazzi con Bloody Beetroots – Liberi o no  e Tanto ci sei 
Noemi – Bagnati dal sole e Un uomo è un albero
Giuliano Palma – Così lontano e Un bacio crudele
Perturbazione – L’Unica  e L’Italia vista dal bar 
Francesco Renga – A un isolato da te e Vivendo adesso
Ron – Un abbraccio unico e Sing in the rain
Renzo Rubino – Ora e Per sempre e poi basta
Antonella Ruggiero – Quando balliamo e Da lontano 
Francesco Sarcina – Nel tuo sorriso e In questa città
Riccardo Sinigallia – Prima di andare via e Una rigenerazione

1.500 VOLTE GRAZIE!

In poco meno di un anno “Le parole del mio tempo” ha fatto registrare quasi 1.500 download (per la precisione 1.488).

Un risultato che se rapportato al primo anno di uscita del libro (2012), dove le acquisizioni sono state appena 77, è da considerarsi sicuramente positivo e gratificante.

Se a ciò si aggiunge la campagna esclusivamente “fai da te” per la promozione del libro, accompagnata dalla crescita esponenziale di questo blog, non posso che ritenermi soddisfatto del risultato ottenuto.

Tutto questo grazie a Voi lettori che mi avete seguito in questo percorso con costanza ammirevole, mostrando interesse e partecipazione al punto da rendermi orgoglioso e motivato a proseguire in questa splendida passione.

Ci saranno tante altre parole da spendere con il seguito del libro che uscirà a breve.

Spero di trovarvi sempre al mio fianco in questa avventura, magari ancora più numerosi e interessati.

Per il momento vi giunga di nuovo il mio grazie e un caloroso e avvolgente abbraccio.

LA NAUSEA

I grandi romanzi sono come rose che sbocciano in mezzo a sterpaglie desolate. Lo è sicuramente “La nausea”, opera magistrale di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Esponente dell’esistenzialismo, corrente letteraria che spopolò agli inizi del novecento, Sartre sfoggia le sue migliori qualità di scrittore in questo romanzo dagli accenti tipicamente censori ed esegetici sul condizionamento dell’uomo in tutte le vicende dell’agire sociale.

Il protagonista, Antoine Roquentine, è un osservatore errante del modo di vivere degli abitanti del suo paese, che nulla aggiunge (e molto toglie) allo sviluppo di una comunità “auto specchiante”, incapace di interagire se non nell'apparenza e nel più cupo isolamento interiore. Straordinario il racconto della giornata domenicale in cui Roquentine passa a vivisezionare le abitudini dei suoi compaesani, voce narrante di un film già visto e rivisto mentre sullo sfondo piazze, giardini e caffè sono piuttosto occasioni di ritrovo pervase dall'odore nauseante dell’umana esistenza.

Scrive Sartre: “Ero anarchico senza saperlo quando scrivevo La Nausea: non mi rendevo conto che quanto scrivevo poteva essere commentato in senso anarchico, vedevo solo il rapporto con l’idea metafisica di “nausea”, con l’idea metafisica dell’esistenza. E’ stato più tardi che ho scoperto, attraverso la filosofia l’essere anarchico che era in me …”

E’ una confessione in piena regola: l’autore spiega così l’amara direttrice della storia nel rifiuto di accettare regole sociali (l’anarchia) perché basate sulla contraffazione dei comportamenti che non elevano lo spirito ma, al contrario, lo relegano in una profonda solitudine. 

Ci sono diversi punti di contatto tra La Nausea di Sarte e, ad esempio, La Noia di Alberto Moravia in cui il protagonista vive una profonda inquietudine per l’incapacità di accettare la realtà e di avere un qualsiasi rapporto con le cose (e con le persone). Ma nell'opera di Sarte questa incapacità è maggiormente accentuata perché si trasforma nel disgusto dell’agire umano che tradisce le aspettative di una diversa scelta di vita.

LA TRAMA: Antoine Roquentine è uno studioso di letteratura che nella biblioteca di Bouville, il paese dove vive, lavora per scrivere una tesi di storia sul signor de Rollebon, avventuriero vissuto nel XVIII secolo. Ma è pervaso dalla nausea, stato d’animo che lui identifica nella pochezza umana di intessere relazioni sociali significative. Smette così di occuparsi di Rollebon, perché le vicende passate di questo personaggio non lo aiutano a recuperare il senso delle cose e si proietta nell'attesa dell’incontro con Anny, sua vecchia fiamma che non vede da quattro anni. Ma nemmeno Anny saprà dargli le risposte che cerca, persa come tutti gli altri in un cambiamento di vita che è sopravvivenza, anziché raggiungimento delle aspettative di un tempo. Gli resta un filo di speranza nelle note della sua canzone preferita:“Some of these days” …

L’AUTORE: Jean-Paul Sartre, (Parigi 1905-1980), filosofo, narratore e autore di numerose opere teatrali, nonché maìtre-à-penser tra i più importanti del secolo scorso. Tra le sue opere, Le parole, del 1964.

UN PASSO DEL LIBRO: Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta …


GIUDIZIO: Opera di rara raffinatezza e bellezza, La Nausea è un concentrato di emozioni e di riflessioni sulla natura umana, amabile e controversa, discussa e discutibile, invisa e reietta. La struttura del testo basata sull'io narrante con appena tre personaggi principali, trasporta il lettore in un’atmosfera quasi mistica e contemplativa. Assolutamente da leggere per ampliare ed arricchire i propri orizzonti culturali.

                                                                           (J.P. SARTRE: LA NAUSEA)

UN UOMO DA LETTO

E’ uno dei testi delle mie canzoni più dirompenti e reazionari di un’epoca, quella degli anni ’80, in cui l’inquietudine giovanile post-sessantottina si misurava col disincanto e con le prime avvisaglie di un futuro senza più valori di riferimento.

Un uomo da letto”, fotografa l’incapacità di uscire da un target precostituito per affrontare (e superare) il malessere interiore al cospetto di una società consumistica che non “vede” e non “ascolta”.


Ecco il testo:


E mi ritrovo così con la solita definizione
senza nessuna speranza di salvarmi da questa finzione
che dura da tempo e come gli anni non si ferma mai
Che strano il mio nome il mio mito che sai!

E sono un uomo da letto getto orgasmo e più non smetto
un uomo da letto con tanti difetti e poco rispetto
un uomo da letto senz'anima e senza ribellione
ed amo e respiro così senza parole

Ma che stupida sera respirata male!
Non ho più il coraggio di guardarmi allo specchio
Chissà mai perché mi sento stanco e più vecchio?
Stupida canzone nascosta in fondo al cuore!

Il peccato lascia tracce nere nel mare
ma l'innocenza si fa santa quando vuole Dio
Intanto mi spingo dentro grido al vento "Sono mio!"
Io quell'uomo l'ho lasciato per le vie del passato

Ma il mio corpo non va giudicato così solo per questo
Ho un'anima nascosta che vale e che mi rende diverso
Prova amico a volare inventa due ali e un istinto
lascia la tua fantasia non darti per vinto

Dove sei uomo? Non mollare! Perdono!
Dove sei uomo? Non voglio piangere lo giuro!
Resta un po’ con me amica non andar via vita!
Io una speranza vera non l'ho mai avuta

L'innocenza si fa santa quando vuole Dio
qui c'è orgoglio e penitenza sono io sono mio
e il peccato lascia tracce nere nel mare
Ma che stupida sera respirata male!

(Dall'album “Malinconico digiuno”, 1981)

                                    (TRATTO DA “LE PAROLE DEL MIO TEMPO”)

LE VIE DELLA LETTURA SONO INFINITE

L’anno appena trascorso si è concluso con una buona notizia per gli amanti della lettura.

Secondo l’ultimo rapporto CENSIS (“Centro Studi Investimenti Sociali”) del dicembre 2013, gli italiani stanno imparando a leggere un pò di più, grazie soprattutto al digitale.

Infatti, se da un lato la flessione della carta stampata non accenna a diminuire (-2% i lettori dei quotidiani a pagamento, -4,6% la free press, -1,3% i settimanali), dall'altro si registra un significativo aumento dei portali web di informazione (diversi dai più noti quotidiani online) che contano l’1,3% di lettori in più rispetto all'anno precedente.

Nel campo letterario, il CENSIS segnala una ripresa della lettura dei libri (+ 2,4%) dopo la grave flessione dell’ultimo anno, “benché gli italiani che hanno letto almeno un libro nell'ultimo anno sono solo il 52,1% del totale.” Ottima l’ascesa degli e-book che raggiungono un’utenza del 5,2% (+ 2,5%).

Sono dati che indubbiamente confortano, ma una riflessione comunque s’impone. Oggi procurarsi “qualcosa da leggere” è molto più facile di una volta. Basta collegarsi ad internet ed ecco che le vie della lettura si aprono … infinite: notizie di ogni genere, curiosità, gossip, libri e quant'altro giungono alla portata del lettore in maniera semplice e immediata, immune da qualsiasi filtro o controllo.

Il problema sta proprio nell'espressione “qualcosa da leggere” che per la sua genericità paventa il rischio, tutt'altro che remoto, che le notizie acquisite siano false, tendenziose e fuorvianti, in una parola  ben lontane dalla qualità dell’informazione

Un tempo ci pensavano gli editori dei libri o della carta stampata ad operare una selezione di quanto veniva proposto per la lettura, anche se il risultato non sempre obbediva a criteri di correttezza e di obiettività. Oggi la figura dell’editor è divenuta quasi anacronistica essendo stata letteralmente surclassata dal “bricolage” della notizia o dal “fai da te”.

Pubblicare un libro, ad esempio, è molto più facile di quanto avveniva fino a qualche anno fa. C’è il “Self-publishing”  attraverso il quale l’autore diffonde la propria opera controllando e gestendo tutte le fasi della “filiera”: dalla produzione al consumatore, ovvero al lettore.  I vantaggi sono indubbi, soprattutto in termini di costo, ma il risultato finale non sempre assicura la qualità dello scritto.

Certo, attraverso l’auto-pubblicazione è possibile affidarsi all'editing, ovvero alla correzione delle bozze, che le stesse società pseudo – editrice propongono agli autori, ma l’autorizzazione alla stampa o alla divulgazione del formato digitale dell’opera viene quasi sempre concessa pur senza osservare questo passaggio.

Ed ecco che fiumi di libri s’immettono nei canali del web senza alcun argine di resistenza. Poco importa degli svarioni grammaticali, degli errori di punteggiatura, delle “o” scritte con l’acca e via dicendo. Il contenuto prevale sulla forma (ma spesso non risulta mai vincente) e il linguaggio si evolve (o si involve)  aderendo alle nuove espressioni del linguaggio digitale anarchiche e … “a stile libero”.

Vero è che in questo marasma è colpevolmente assente il coraggio di investire nella cultura, soprattutto da parte di quegli editori poco avvezzi a farlo e molto più propensi a far ricadere sugli autori esordienti i rischi e i costi della produzione, promettendo loro un futuro radioso ma destinato a dissolversi e a rabbuiarsi con … il calar della sera.   

Meglio allora l’auto-gestione con tutti i rischi, le incertezze e le variabili impazzite del mondo digitale che accoglie, apparentemente senza riserve, l’infinta produzione di libri e di scritti.

Per molti, moltissimi, caleranno presto le tenebre dell’oblio.

Solo per pochi sarà vera gloria.

SE QUESTO E’ UN UOMO

Questa bellissima poesia di Primo Levi, tratta dall'omonimo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1947, racchiude in sé l’essenza dell’opera, un mosaico di sensazioni e di stati d’animo che accompagnano l’esperienza  vissuta dall'autore nel campo di concentramento di  Auschwitz.

E’ un manifesto-denuncia di come la cattiveria, la crudeltà e la sopraffazione possano trasformare un uomo in una cosa, nullità del proprio essere che indigna e che fa vergognare.

La sopravvivenza del ricordo, messaggio sublime e catartico di questi meravigliosi versi, è un monito perenne per allertare le coscienze affinché non si dimentichi ciò che è stato raccontato, ciò che è stato vissuto in prima persona e trasferito ai posteri come eredità storica e contemplativa.

Come si sa, il 27 gennaio è la data in cui si celebra la Giornata della Memoria istituita oltre un decennio fa con la legge 20 luglio 2000 n. 211 per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Al di là delle celebrazioni che sono sempre ben gradite e apprezzate, credo che il ricordo di questi scempi debba essere non solo istituzionalizzato ma anche e soprattutto interiorizzato nelle nostre coscienze affinché vi siano infiniti giorni della memoria a cominciare dal nostro agire quotidiano per finire alle decisioni dei potenti, molto spesso “smemorati” e pronti a scalciare … la polvere del ricordo.

 I vostri nati torcano il viso da voi …”

SE QUESTO E' UN UOMO
(PRIMO LEVI)
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”

VECOLI, IL GIOCO SERIO DELLA SCRITTURA

Il potere logora chi non ce l’ha …”, soleva dire Giulio Andreotti in tanti passaggi della sua lunga vita di politico e di comunicatore. Leggendo le opere di Stefano Carlo Vecoli, autore toscano con la passione per la pittura, si direbbe proprio il contrario.

Sia ne “Il pranzo dei Burlanti” che ne “Il pezzente di Denari”, Vecoli non usa mezzi termini per denunciare le malefatte del potere, dimostrando come il suo (cattivo) esercizio faccia impoverire le idee e rendere inique e destabilizzanti le politiche di governo.

Allora soggiunge in soccorso la scrittura, il vero e unico potere per affermare la forza delle idee (quelle buone), perché: “il piacere della scrittura è un gioco serio per raccontare storie ed emozioni.”

Nato a Viareggio, splendida cittadina toscana, Stefano Carlo Vecoli, -di professione architetto e docente di disegno e storia dell’arte-, ha un curriculum di tutto rispetto.
Nel 2007 si aggiudica il concorso “Firenze, Capitale d’Europa” con il romanzo Il pranzo dei Burlanti”, ed è primo al concorso “Le Agavi Panormus” con il racconto “Ogni mela al suo posto”. Nel 2010 vince l’“XI° Concorso Letterario San Mauro – Buscate”  con il racconto Cercando un decalogo.
Con “Il Pezzente di Denari” riceve una segnalazione di merito al Premio Letterario Città di Cattolica (2009), mentre i racconti “Starnazzatori” (2007) e “Dolci Sensazioni” (2008) sono pubblicati, rispettivamente, nei “Racconti della Rete 2007”, e nell'antologia del premio “Città di Empoli Domenico Rea”.
Nel 2013 pubblica “Crescevano Sogni, Fiorivano Eskimi”.

Vecoli (nella foto di Sebastian Korbel) inizia a raccontarsi in questa lunga intervista e lo fa a tutto tondo ...

IO: La tua formazione di architetto quanto ha influito nel tuo percorso verso la letteratura?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che la formazione e la professione di architetto ha influenzato per l'attenzione ai particolari e all'insieme, in uno scambio prospettico reciproco.  Nella narrazione mi porta a porre un'attenzione particolare alle città, ai loro monumenti, agli angoli più caratteristici, più o meno conosciuti, del paesaggio urbano, descrivendone le sensazioni che provocano i loro colori e profumi. Non ultima la mia formazione di architetto credo si possa intravedere nella "impaginazione" delle parole, dove spesso amo costruire la descrizione con una "scrittura  in verticale" per lasciare spazi bianchi e far risaltare il pezzo scritto per catturare meglio l'attenzione del lettore.

IO: Hai dichiarato che “il piacere della scrittura è un gioco serio per raccontare storie ed emozioni.” In queste parole ravviso due termini significativi: il “gioco” che evoca la creatività e la spontaneità e l’aggettivo “serio”che sembra proiettarle sul piano dell’impegno sociale e della meditazione. E’stato così per te?

STEFANO CARLO VECOLI: Sì, direi che la tua domanda centra perfettamente cosa intendessi dire quando, fin dal primo romanzo, ho affermato che per me la scrittura è un "gioco serio": un modo creativo per parlarsi dentro e parlare a chi, e con chi, abbia voglia e interesse ad ascoltare e a confrontarsi con le problematiche che la vita presenta a tutti. Dall'impegno sociale, politico, all'amore e all'amicizia, all'etica e alla lealtà verso se stessi e i proprio sogni e ideali.

IO: Hai vissuto l’esperienza degli anni settanta contrassegnata dalla contestazione giovanile, dalla rivoluzione etico-culturale ma anche dai cc.dd. “anni di piombo”. Com'è cambiata, secondo te, l’Italia di adesso rispetto a quella di allora?

STEFANO CARLO VECOLI: L'Italia è cambiata tanto, ma insieme alle conquiste sociali e culturali degli anni settanta, penso allo statuto dei lavoratori, alle leggi sul divorzio, sull'aborto e sul diritto di famiglia, è riaffiorato dagli anni "80, e via via è divenuto preponderante, il mai dimenticato e opportunistico  "Francia o Spagna purché se magna", o quello ancora peggiore del "Me ne frego" di triste memoria, il tutto declinato nella salsa Berlusconiana decorata con lustrini e lamè, delle TV commerciali e degli ideali edonistici  incarnati da calciatori e veline. C'è però sempre, magari meno appariscente ma numerosa e presente, un'Italia dedita all'impegno sociale, al volontariato, all'attenzione verso gli altri, direi anche all'onestà e all'etica, che è sempre stata minoritaria ma forse chissà che questa crisi, che è sì economica ma anche morale, non sia capace a far ripensare e rivedere i modelli poc'anzi richiamati, e magari riuscire a ripartire per e con una Italia migliore.

IO: I personaggi narrati ne “Il pranzo dei Burlanti” e  ne “Il pezzente di Denari”, giunti all'età di mezzo, quanto si sono “arricchiti” della propria esperienza giovanile o quanto, piuttosto, hanno disimparato dalla spinta “idealistica” e del cambiamento degli anni della contestazione?

STEFANO CARLO VECOLI: Credo, volendo semplificare, che ci siano due tipi di personaggi in questi due romanzi e pure nella realtà: gli "ingenui", e sono la maggioranza, che credevano e hanno continuato a credere  in quegli ideali, magari pur nel disincanto della storia che avanzava, e poi i furbi, gli arrivisti. i "carrieristi" che già negli anni "70 sapevano che dal loro impegno politico potevano trarre vantaggi, arricchirsi e far carriera, politica e/o professionale, e sono tutti quelli che io ho chiamato "Burlanti", già ben prima del libro "La Casta" di S. Rizzo e G.A. Stella, e che rappresentano la casta di sinistra in quel pezzo d'Italia così bello che  è la Toscana, ma che naturalmente esistono in tutte le altre regioni e forse in tutte le epoche e in tutto il mondo.

IO: E’ la politica che corrompe o ad essere corrotta dalle persone?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che è la politica vista come luogo del "Potere" che corrode, la permanenza nei luoghi di potere, senza ricambio di classe dirigente porta al mantenimento e all'incancrenirsi dello status quo. Credo che per prima la sinistra, se vuole cercare non a parole di essere diversa e migliore, dovrebbe battersi perché dai luoghi del "Potere" si decada automaticamente, altrimenti la voglia di permanere sulle poltrone acquisite porta inesorabilmente a scambio di favori tra politicanti, clan, logge, "segrete stanze" ecc, fino anche alla corruzione, come purtroppo abbiamo visto e verificato di continuo,  ad ogni latitudine e ed in ogni partito politico.

IO: Nel 2013 hai pubblicato “Crescevano sogni, fiorivano eskimi”. Parlaci un po’ di questa tua ultima “fatica”.

STEFANO CARLO VECOLI: E' un romanzo a cui tengo molto, parla degli anni della mia adolescenza, dei tanti sogni e speranze che hanno emozionato e coinvolto una intera generazione. Un romanzo anche sofferto nel rivivere non solo i sogni di quegli anni, ma anche le violenze che li hanno accompagnati. Un romanzo come dice nella prefazione Luciano Luciani <forse non "politicamente corretto”, ma “politicamente utile”: da criticare, magari; da restituire al mittente, se credete; ma assolutamente da leggere>.

IO: L’innocenza “inquinata” dall'iniziazione nella vita sociale sembra trapelare in molti tuoi scritti. E’ un messaggio forte e crudo che condividi o che pensi di rivedere alla luce della tua esperienza?

STEFANO CARLO VECOLI: No, lo condivido ancora, purtroppo. Fa parte dell'Italia clientelare, spesso corrotta, come dicevo poc'anzi "governata" da confraternite, logge, clan, gruppi di pressione dentro e fuori i partiti, che lasciano poco spazio all'individuo che vuole rimanere libero e non iscritto, né assoggettato a nessuno di questi "Poteri".

IO: Hai ricevuto diversi premi e riconoscimenti letterari. Quale di questi ti ha maggiormente gratificato?

STEFANO CARLO VECOLI: I premi naturalmente piacciono tutti, grandi e piccoli che siano, danno un riconoscimento al tuo lavoro. Direi che comunque mi hanno colpito i premi ricevuti per i miei primi tre racconti, non tanto perché li preferisco, ma perché li scrissi in anni giovanili, intorno ai 25 anni, poi li lasciai in un cassetto, anzi addirittura in cantina e lì sono rimasti ad invecchiare come  il vino. Una volta tirati fuori è stato bello e gratificante scoprire che dopo circa 25/30 anni fossero ancora considerati attuali e apprezzati con vari premi.

IO: L’arte pittorica e la scrittura hanno in comune la proiezione nella realtà della propria immaginazione. In cosa si differenziano?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che quando scrivo esploro i miei pensieri e scavo dentro la mia storia personale e dell'Italia che ho vissuto, è un lavoro più intimistico, di riflessione e rielaborazione. Quando dipingo invece c'è più istintività, è un girovagare allegro tra le mie emozioni, il piacere per il colore mi coinvolge nel tempo stesso in cui "faccio" il quadro. Poi anche nella pittura la mia razionalità, direi il mio essere architetto, viene fuori come progettualità mentre il quadro cresce e si sviluppa, ed allora  alle prime pennellate spontanee, quasi inconsce,  si aggiungono le rifiniture più studiate e "progettate".

 IO: Quali altre passioni coltivi?

STEFANO CARLO VECOLI: Beh direi che  scrittura e  pittura siano già grandi passioni, naturalmente oltre a scrivere amo leggere, così come oltre a dipingere amo andare a vedere opere di altri artisti sia moderni che antichi. Se proprio vogliamo aggiungere qualche altra passione direi che con piacere, come penso tutti, amo ascoltare musica e magari frequentare quei locali dove si può ascoltare musica dal vivo di buon livello. Da italiano e toscano naturalmente amo la cucina tradizionale e mi diletto a cucinare.

IO: C’è qualche autore in particolare cui ti sei ispirato nelle tue opere?

STEFANO CARLO VECOLI: Non direi di avere un autore privilegiato sia nella letteratura che nella pittura. Posso dirti che le mie letture sono state imperniate sui classici: da Manzoni a Herman Hesse, da Calvino a Moravia a Pratolini, a Marquez a Kerouc, insomma un pò di letteratura italiana e di quella internazionale. Per la pittura e l'arte in generale, in Italia e in Toscana, si è naturalmente circondati e coinvolti dalla grande pittura di tutti i secoli,  entra nel nostro DNA. Crescendo si conoscono, si studiano e si amano i movimenti europei degli ultimi due secoli, cosicché tutto e tutti ti lasciano dentro qualcosa che poi torna fuori mediato dalla tua sensibilità. Amo molto i pittori "visionari": da Savinio, a Bosch, a Mirò, e rimango incantato di fronte a: Rosso Fiorentino, al Pontormo e al Bronzino, e a tanti e tanti altri.

IO: Cosa pensi della letteratura digitale che è in forte espansione rispetto a quella tradizionale del cartaceo?

STEFANO CARLO VECOLI: Ne penso sicuramente bene, come hai visto ho pubblicato il mio ultimo romanzo in ebook e print on demand, e ripubblicato gli altri due allo stesso modo. Ho messo in rete, sul mio canale youtube, il booktrailer di "Crescevano sogni, Fiorivano eskimi". Il digitale è, come ogni mezzo e strumento tecnico, una opportunità per gli scrittori e per i lettori, ma forse  è anche più di uno strumento, è un modus operandi dello scrittore che può cambiare anche il rapporto con il lettore, e viceversa. Dico una ovvietà ma rappresenta certamente il futuro della editoria.

IO: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

STEFANO CARLO VECOLI: Nei prossimi mesi mi dedicherò alla presentazione e divulgazione di questo mio ultimo romanzo, e porterò ancora in giro la mia mostra "Presenze Immaginarie", e intanto sto preparando nuovi lavori di pittura e grafica per una nuova esposizione alla fine del 2014 o inizio 2015.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

STEFANO CARLO VECOLI: Per quanto riguarda le pubblicazioni sono sul sito http://www.lulu.com/spotlight/stefanocarlovecoli per poterle acquistare, su Amazon libri, mentre i miei quadri potete vederli al mio sito www.stefanocarlovecoli.it , nel quale troverete anche i miei indirizzi per contatti che saranno da me sempre graditi Ho inoltre un canale YouTube: http://www.youtube.com/user/stefanocarlovecoli .


IO: Grazie per l’intervista. A presto rileggerti per tanti altri successi.