SCHWAZER: FUGA DALLA VITTORIA



La conferenza stampa del marciatore altoatesino Alex Schwazer, medaglia d’oro alle olimpiadi di Pechino nella 50 chilometri, è stata toccante e intensa ma non ha convinto i più destando più di un ragionevole dubbio.


La confessione con la quale l’atleta altoatesino ha spiegato i motivi dell’ infausta condotta all’indomani della sua partecipazione ai giochi olimpici di Londra 2012, ha sicuramente messo in luce le debolezze di un uomo letteralmente sovrastato dall’imperativo di vincere ad ogni costo, sicché l’uso delle sostanze dopanti è stato per lui una vera e propria liberazione da un sistema che evidentemente non era più in grado di gestire e di controllare.

Non convincono, tuttavia, le modalità con le quali l’atleta si è procurato l’EPO: un “fai da te” che suona strano per la facilità di esecuzione, attuata al bando di controlli (preventivi) che a questi livelli dovrebbero essere rigorosi e protocollari.

Forse la verità è racchiusa in un passaggio della conferenza nella quale il marciatore altoatesino spiega la sua concezione dello sport che è vincere senza sacrifici, a differenza della passione e dell’impegno quotidianamente profusi dalla sua compagna pattinatrice.

Così il gesto di Schwazer è sembrato quasi una "fuga dalla vittoria", un grido forte e solenne per dire:”Non ce la faccio più. Salvatemi dal baratro in cui sono caduto.”

Ma la compassione umana non deve far passare in secondo piano i valori dello Sport che devono essere preservati e difesi da qualsiasi mistificazione.

Che le luci della ribalta si spengano su Schwazer con la stessa facilità con cui l’atleta ha deciso di uscirne: vincere facile, come recita un noto slogan pubblicitario, non appartiene a chi vuole essere un vero sportivo.