LE PAROLE DEL VOSTRO TEMPO

Silenzio, parla il lettore! Dopo aver scritto tanti articoli ho pensato di dare la parola ad alcuni amici visitatori che con molta benevolenza hanno voluto lasciare un commento dalle pagine delle varie community di Google.

Per ragioni di spazio non mi è stato possibile rendere omaggio a tutti ma ho dovuto, giocoforza, selezionare i commenti ricevuti escludendo, per non peccare di autoreferenza, quelli plurimi riferiti allo stesso post. Il mio ringraziamento è comunque totale e totalizzante come un grande abbraccio che spero possa toccare, sia pure solo idealmente, i vostri cuori.

Ecco dunque le parole del vostro tempo

Bello il tuo racconto. Mi hai fatto ricordare qualcosa di simile scritto da me. Dietro l'inferno della nostra vita informatizzata, si nasconde un po' d'umorismo partenopeo. La ciliegina sulla torta. Grazie per la condivisione …
Appunti di viaggio di Carlotta sul post “SONO SOLO UN NUMERO

Bellissimo :))) grazie Vittoriano, vorrei leggerne ancora.
Gianmaria Sottili sul post “QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO

La vita prima o poi ti presenta sempre il conto. Amaro. Bel racconto, Vittoriano.
 Carlotta sul post “L’APPARTAMENTO

Condivido sempre i tuoi scritti, sempre molto attuali ed equilibrati...per giunta in quest'era web e di connessione l’utenza più fragile,adolescenti...o persone 'disturbate' ne fanno non solo un uso improprio...svilendo e sminuendo uno dei sentimenti più reali e costruttivi...come l'Amore...grazie ciao Vittorio.. fla.
Kekka Butterfly sul post “GLI AMORI INFINITI

Il vento ti porta l'odore, la polvere lo spessore dello spirito dei nostri cari. Anche in Sicilia c'è una festa simile, i negozi si riempiono di statuine di zucchero con la frutta di marzapane, i taralli e i giochi che si regalavano ai bambini, facendoglieli trovare l'indomani dicendo che erano stati i nonni a portarli. Io bambina andavo felice al cimitero a trovare i nonni e li penso con affetto ancora oggi, anche se non ho potuto conoscerli, tranne una. Buona festa x la commemorazione dei tuoi cari. Buona giornata.
Antonella Mililli sul post “IL VENTO E LA POLVERE


Interessante racconto, aspetto di capire cosa abbia trasformato l'abnegazione di questa donna in indifferenza.... Vittoriano attendo le motivazioni psicologiche che giustifichino un siffatto comportamento . Dolce sera. 
Giuliana Lubello su “LA MIA DONNA NON ESISTE

Sempre bello leggerti.
 CrisAntema Settestracci sul post “NON MI RICORDO PIÙ DI TE


Quando parliamo degli “altri” li giudichiamo senza conoscerli, cioè secondo STEREOTIPI.
Gli stereotipi mentali si tramandano di generazione in generazione e diventano PREGIUDIZI, perché tendiamo ad applicarli ad una singola persona di un gruppo prima ancora di conoscerla.
Vincenzo Spera sul post “GIULIANO


 … da astigiana, da  lettrice, grazie di cuore di averne parlato.
Patricia Moll sul post “SE BASTASSE UNA PIUMA

Ho sempre pensato che sia così, il dolore mentale è pesante quanto quello fisico, non c'è differenza, le persone che soffrono del male di vivere provano lo stesso dolore e stesso desiderio di mettere fine a quel male di un malato terminale...articolo molto interessante Vittoriano, ciao :)
Nadia sul post “IL MALE DI VIVERE


Concordo con te. Credo che sia però un atto per non perdere tempo anche a far andare rapporti che non vanno da nessuna parte, forse come dici, tu fin dall'inizio. Bisogna farsi sorprendere da un Amore e cercare una persona, che ricambi in un certo modo, fin dall'inizio. Non correre all'inizio, ma allo stesso tempo terminare prima possibile se ci si rende conto che non si possono cambiare le cose. 
Blogghidee sul post “TI ODIO IN TUTTE LE LINGUE


Condivido tutto quello che hai scritto. Aggiungo solo che, a mio parere, da quando il critico di professione è diventato cosa rara e gli scrittori si sono trasformati nei nuovi recensori, si è creato un cortocircuito che, in più, non è esente  da interessi personali, interessi di appartenenza e interessi economici. Bel post.
La prospettiva-della-rana sul post “GLI SCRITTORI CHE NON PIACCIONO


Stiamo arrivando al Caos. L'essere umano è sempre più ingestibile e non è in grado di autogestirsi. Si sta confermando la teoria secondo la quale l'essere umano è destinato all'autodistruzione.
Donatella Nobile sul post “LA VITA CHE SFUGGE

Complimenti, un bel racconto che può essere uno stralcio di una brutta realtà.:)
 Graziano Mullanu sul post “IO PARLO DA SOLO


Perché scrivere sottende pensare, avere il tempo di raccontare e parlare anche dei sentimenti più reconditi. 
Monica Addis Scaini sul post “APRITI BLOG

Condivido il tuo pensiero e mi sono spesso soffermata a pensare cosa può servire questa giostra senza fine. Molti pensano sia un perditempo ..altri non hanno tempo ma ne trovano giusto un po’ più per passatempo. Le persone impegnate non hanno tempo per micini, caffè virtuali, paesaggi surreali, quelle con un po’ di tempo amano dialogare, scambiarsi opinioni e aprire discussioni come tu gentilmente proponi.
Mirella FilippiFru sul post “LE PAROLE INVISIBILI

UN GIORNO COME UN ALTRO

Cosa c'è in questo giorno uguale a te
che muore all'orizzonte
e al buio si confonde
Alberi che sfiorano le nuvole
e un vecchio contadino
che parla con un bambino
E più in là sentieri che si perdono
laddove c'è l'asfalto
e il cuore tuo distratto

Ma è un giorno come un altro
la vita che si offre a te
in tutto il suo ritratto
e sullo sfondo ancora lei

Volersi ancora bene
e non restare insieme
se è stato un grande amore o no
adesso è già dolore un po’
Ma è un giorno come un altro

Penso a te che ti addormenti insieme a me
la testa sul cuscino
ed io che mi rigiro
Attimi che sono come battiti
che vanno a cento all'ora
sull'autostrada vuota
Svegliati che il tempo può riprenderti
E' come per incanto
finisce questo pianto

Ma è un giorno come un altro
l'amore che finisce qui
e tu che sei già un altro
malgrado ci sia ancora lei

Volersi ancora bene
a volte non conviene
se è stato un grande amore o no
adesso è già dolore un po’
Ma è un giorno come un altro


TRATTO DA “LE PAROLE DEL MIO TEMPO

NESSUNA EMOZIONE

Chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”, cantava Fabio Concato nella sua “Ti ricordo ancora”. La musica, specie quella passata, è sempre stata prodiga di emozioni che hanno scaldato i cuori di tanti ascoltatori divenendo, in qualche caso, persino un fatto di costume.

Ma la musica, come qualsiasi espressione dell’arte, è sempre figlia del suo tempo. Può essere più o meno florida, più o meno portatrice della spinta valoriale di un’epoca. E si sa che le cose migliori nascono quando c’è voglia di riscatto e di rivoluzione culturale, dopo che si è vissuti nel torpore dell’appiattimento sociale o nel letargo delle idee.

E’accaduto, ad esempio, nel Rinascimento, forse il periodo storico più fulgido e rappresentativo della genialità creativa o, in epoca più recente, nel periodo post-sessantottino della contestazione giovanile.

Oggi si guarda a questo passato con riverenza e nostalgia ma non al punto da costituire una molla emulativa per far risvegliare coscienze immerse nell’atarassia conservativa della rassegnazione. Retrogradi nel pensiero come nel Medioevo o nell’Oscurantismo del Settecento, viviamo nella perenne attesa che qualcosa possa cambiare ma peccando nell'agire perché nulla sembra farci smuovere dalle aspettative deluse.

Renato Zero, nella sua “I miei miti” ha saputo descrivere bene il livello delle emozioni, decisamente scadente, a cui siamo giunti:

I miei miti sono andati via
come un vento come un’amnesia

E ancora:

Svegliami se c’è musica
che quest’anima ha voglia di emozioni
Svegliami e conquistami
con un brivido intenso sulla schiena
Svegliami dalle vanità che nascono già stanche

Oggi chi si commuove ancora davanti a un film?
Chi parla ancora agli animali?
Chi ha voglia di ascoltarsi e di ascoltare?
Chi s’innamora di un sorriso, di un gesto semplice che sa di carezza e voglia di abbracciarsi?

In questa scia di poeti maledetti mi ci accodo anch'io umilmente e all'ultima fila con i versi di una mia canzone tratta da “L’aquila non ritorna”:

Niente di nuovo perché
non vedo niente davanti a me
Niente di nuovo perché
la vita passa anche senza di te

Come dire: nessuna emozione.


VITA DA CANI

Se fossi un animale sarei di sicuro un cane, un pastore tedesco come Black, il mio migliore amico dell’adolescenza che il Cielo si è portato via troppo presto. Come i cani sono dotato di un fiuto eccezionale: riesco a percepire soltanto con l’odore la cattiveria umana in tutte le sue manifestazioni, latenti o esplicite. Ed è un odore forte, sgradevole che non promana dalla poca cura per l’igiene personale, ma va ben oltre connotandosi in “presenza”, modo di “essere” e di “comportarsi”.

Nel mondo degli uomini sarebbe intuito, ipersensibilità nel registrare con relativa immediatezza condotte o modi di agire che altrimenti richiederebbero una conoscenza più approfondita. Per gli animali ciò avviene in maniera del tutto naturale e nel giro di pochi secondi. Pensate ai cani che irrigidiscono la coda e ringhiano quando captano gli stati d’animo avversi di chi si avvicina a loro. Quelli “poliziotto”, ad esempio, vengono utilizzati proprio per la caccia ai malintenzionati o per fiutare le tracce di un delitto.

Io sono come un cane dunque. E forse in qualche vita passata lo sarò stato per davvero. Avrò avuto padroni che mi hanno amato senza chiedermi niente come avrò fatto io con loro, reciproca alleanza dei sensi e di affetto incondizionato. Oppure sarò stato un randagio senza fissa dimora ma con il dono più prezioso: la libertà di spaziare in mezzo a praterie immense o su strade di periferia a frugare tra i rifiuti brandelli di umanità dispersa.

Come un cane mi irrigidisco quando avverto nelle persone con le quali mi relaziono cattiveria, insensibilità e scarsa generosità d’animo. Mi basta guardarle negli occhi, scrutarle e sentire quell’odore di cui ho parlato prima, nauseante e disgustoso, che mi induce a chiudermi a riccio, a innalzare una barriera fra me e loro e a munirmi di tutti gli strumenti di autodifesa.

Tutto avviene in pochi minuti e qui sta la particolarità che mi è propria e mi accomuna al migliore amico dell’uomo. Con me l’apparenza non inganna e purtroppo non mi sbaglio mai. So che il prezzo da pagare è alto perché si finisce con l’essere selettivi, guardinghi e diffidenti, ma di fronte a certe peculiarità negative dell’essere umano non so “scodinzolare”, né tanto meno abbassare lo sguardo e far finta di niente.

Vita da cani per me, lontana dalle illusioni e dagli inganni, dalle carezze che sono schiaffi al cuore, dai tradimenti che sono soprattutto morali e non si consumano semplicemente tra le lenzuola di un albergo a cinque stelle o in una camera di terz’ordine.

Vita da cani che è sublime e onorevole mimetizzazione per smascherare la pochezza dei benpensanti, dei moralizzatori del pensiero, di chi si eleva a giudice puntando il dito contro gli altri e mai contro se stesso. Presi dalla paura di specchiarsi e di scoprire, in luogo di un volto angelico e ben curato, la bruttezza e la vacuità del proprio essere.

Vita da cani per me che sono già in fila all'orizzonte lasciandomi dietro tutto ciò che vorrò dimenticare.

QUEL CHE RESTA (DI ME)


Resta la mia insufficienza nel guardarti
poche cose da scoprire
poche colpe da inveire
Resta quel che resta e il peggio resta qui
tra le rughe di un rapporto
che non sento e non conosco


Dall'album “La notte dei ricordi, ecco “Resta”, una delle canzoni più struggenti del mio repertorio. Radiografia degli effetti prodotti dalle nostre scelte di vita, volute o necessarie, che residuano come le macerie di un terremoto o le polveri grigie che si depositano sulla terra inerme dopo l’esplosione di un vulcano.

Tutto il male che c'è stato
non l'abbiamo mai scordato
E ci sembra di fuggire dalla realtà
Cosa siamo noi stasera?
Forse è meglio entrare in casa
e buttare giù qualcosa

Il dolore è qualcosa contro cui si combatte ma che non sempre si sconfigge quando ad agire ci sono i cosiddetti effetti collaterali, primo fra tutti il ricordo indelebile di un’esperienza mal vissuta o metabolizzata. E non c’è nessuna medicina efficace se non quella della sopravvivenza. “Entrare in casa e buttare giù qualcosa”: bisogno di nutrirsi per ristabilire il regolare decorso delle proprie funzioni vitali mentre tutto fuori si muove in un vortice di azioni e di ripetizioni.

Resta quel che resta e in fondo resti tu
con me stesso ancora adesso
ma non voglio tutto questo
Resta la speranza di trovarsi in due
a parlare di argomenti
lineari e convincenti

Il tentativo di ribellione è un sottile rigurgito di vitalità, un’oloturia che sguizza negli abissi dell’oceano senza forma e sostanza. Anche in questo caso è l’istinto di sopravvivenza ad agire quando manca un interlocutore capace di registrare e conclamare i propri bisogni. “La speranza di trovarsi in due a parlare …”.

Questo amore tanto ambito
dalle mani ci è sfuggito
Forse è già deliquescenza questa coesistenza
Cosa sarò mai stasera?
Forse  è meglio andare a letto
e buttare fumo in petto

Le convivenze forzate sono le più delittuose perché si interfacciano su piani diversi e non comunicano. Come i binari di un treno che si frappongono a debita distanza senza mai incontrarsi. “E’ già deliquescenza questa coesistenza”, a segnare un’alleanza disomogenea ma necessaria perché ciascuno degli sventurati è il prodotto di una sofferenza individuale che riversa sull'altro come ultimo appiglio alla vita. Restano così due mondi resto io con te.

Tutto quindi volge nell'incapacità di toccarsi con gli occhi per registrare un brivido, un’emozione, una corrispondenza dei sensi. 

Così resta la mia insufficienza nel guardarti

CENTOMILA BACI

Un traguardo, piccolo o grande che sia, è sempre un evento che merita di essere celebrato e conservato nel proprio album dei ricordi. Quattro anni fa ho realizzato questo blog quasi per caso, ed ora posso idealmente alzare il calice e brindare con tutti voi che avete contribuito con il vostro seguito a rendere le pagine del mio diario colorite e speciali.

Ho da poco superato le centomila visualizzazioni, target che non credevo minimamente di raggiungere quando, agli albori della mia esperienza di blogger, ho cominciato a muovere le prime “dita” sulla mia tastiera informatica.

Niente di trascendentale. So che il mio è solo un piccolo blog che ho messo su in maniera casereccia e da autodidatta, immagazzinando qua e là informazioni e suggerimenti senza avvalermi di alcuna guida esperta. Credo anche che senza un supporto professionale serio e competente non si possa andare oltre un certo risultato in termini di visibilità e consenso.

Questo succede soprattutto per i blog, come il mio, in cui l’autore è uno (pseudo) scrittore che cerca di dare voce e sostanza ai propri libri senza ricorrere a forme di pubblicità capillari e martellanti, ma trattando argomenti di cultura, di musica e di attualità, o raccontando storie dirette e indirette che possano sollecitare la curiosità del lettore.

Forse ci sono troppi scrittori in giro che c’è bisogno di una guida-maestra come lo è stata Virgilio per Dante nel suo viaggio dall’Inferno fino alle porte del Paradiso. Una guida che ti faccia emergere dal groviglio di tante buone (o cattive) proposte che intasano la rete a “spintoni” e qualche volta confondono le idee.

Per intanto mi godo le mie centomila visualizzazioni, traguardo per me preziosissimo per come si è sviluppato tutto il mio percorso. E sono come centomila baci, carezze che voglio dedicare a chi, in veste di lettore assiduo o semplicemente per caso, si è fermato da queste parti.

Da “La prossima vita”, il primo post, a “Finché morte non ci separi”, l’ultimo, sono sfilati oltre duecento articoli, parole che sono partorite dal mio universo di pensieri e di stati d’animo nella recondita speranza di suscitare un’emozione, stimolare una riflessione o semplicemente disegnare un sorriso. Grazie di cuore se l’avete fatto e se lo farete ancora.

Nel frattempo il blog si è arricchito di tante rubriche, come la vetrina degli emergenti, le interviste agli autori, le recensioni, l’aforisma del giorno e i miei racconti brevi che sono stati particolarmente seguiti e graditi.

Altro si può fare per migliorarsi e rinnovarsi. L’importante è che non manchi mai la passione di scrivere facendo viaggiare le parole fin dove qualcuno vorrà raccoglierle e accarezzarle. 

Perché le parole, come quelle del mio tempo, possano arrivare nel cuore di chi vorrà ascoltarle.

FINCHE’ MORTE NON CI SEPARI

Si dice che la solitudine sia un’invenzione letteraria, terreno fertile di poeti e scrittori che si sono cimentati su questo tema con scritti più o meno avvincenti (e convincenti). L’essere umano, secondo gli antropologi, è per sua natura socievole e ha bisogno di interagire con gli altri per trovare la sua piena consacrazione.

Sarà solo letteratura? Immaginazione? Leggenda metropolitana? Eppure il vuoto esistenziale con cui le ultime generazioni hanno dovuto fare i conti è qualcosa che rifugge dalle pagine di un libro. L’ascetica condizione di chi, per scelta o per necessità, ha innalzato una diga sull'oceano di tanti navigatori erranti è quanto di più tangibile ci possa essere in un mondo apparentemente comunicativo e socializzante.

Le storie raccontate, anche quelle più fantasiose, traggono sempre spunto dalla realtà. Anzi, proprio l’esperienza del vivere è spesso fonte ispiratrice di trame molto aderenti al contesto storico in cui si sono sviluppate. Prendiamo, ad esempio, due libri che ho recensito su questo blog: “La vita interiore” di Alberto Moravia e “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

Nel primo, la protagonista Desideria sacrifica la propria verginità in nome di una rivoluzione simbolica mirata a soppiantare la borghesia omicida (e suicida). Sono gli anni di piombo del terrorismo e della lotta di classe. Desideria si ritroverà sola rispetto a un ideale che vede disintegrarsi dall'azione, tutt'altro che eroica, del gruppo di reazionari da cui viene respinta.

Nel secondo, i retaggi dell’infanzia dolorosa dei due protagonisti, Mattia e Alice, segneranno le loro vite che resteranno per sempre divise e distanti come la teoria matematica dei numeri primi.

Chi può dire che queste storie non siano lo specchio di una realtà nella quale si mescolano tante altre esperienze di immanente solitudine? E del resto i romanzi che ho citato c’insegnano che l’unione disunisce più di quanto l’isolamento non demarchi uno spartiacque incolmabile verso il cosiddetto “gruppo”.

Ed è storia dei nostri giorni le mescolanze etniche che dividono e non congiungono, il fallimento delle unioni coniugali che ha rovesciato la promessa sacramentale del “finché morte non ci separi”.

Forse non siamo fatti per vivere insieme, ma per allontanarci e rammaricarci  nell’abbandono di quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

Forse è l’idea dello stare insieme che affascina di più di qualsiasi convivenza che si riveli deludente e incapace di sostenerla.

O forse tutto è il contrario di tutto e la solitudine è davvero un’invenzione dei poeti.

Forse.

IL MIO NOME E’ NESSUNO

I tablet e gli smartphone dell’ultima generazione fanno ormai parte delle nostre abitudini quotidiane e sono accessori irrinunciabili che ci portiamo addosso. Se ci capita di osservare le persone per strada o in qualsiasi altro luogo, scopriamo che sono sempre di più quelle intente a parlare al cellulare, a messaggiare o a seguire l’ultima moda del selfie, ovvero l’autoscatto fotografico.

Voglia di visibilità, di sentirsi qualcuno in mezzo a tanta anonimia, sembra essere questa la molla che ha fatto scattare una tendenza sociale sicuramente innovativa e intrigante che ha stimolato non  poco l’interesse di sociologi e psicologi, veri o presunti, del nostro tempo.

Ma qual è il prezzo da pagare e, soprattutto, l’effetto di cotanto protagonismo?

Chi mi segue sa che ho trattato questo argomento in diversi articoli con accenti quasi sempre negativi.  Le infinite strade comunicative rese possibili dalle tecnologie del momento, se da un lato hanno accorciato, e di molto, certe distanze un tempo impensabili e irraggiungibili, dall’altro hanno virtualizzato le relazioni sociali creando più solitudine che appartenenza al contesto, più esclusione che inclusione, in una parola, più emarginazione.

Certo, se il progresso tecnologico venisse utilizzato a piccole dosi e con sapiente oculatezza si potrebbero apprezzare anche gli aspetti positivi come l’immediatezza e la facilità di reperire le informazioni, la possibilità di entrare in contatto con un mondo dalle mille sfaccettature capace di pungolare le curiosità più esplorative.

Ma, come si dice, non è oro tutto quello che luccica. In primis l’autenticità di chi è al centro delle nostre attenzioni mediali è messa a dura prova da una realtà che latita nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo. Quanto più le cose o le persone con cui entriamo in contatto quotidianamente ci disturbano o, peggio, ci sono indifferenti, tanto più il rigurgito verso più comode trasposizioni virtuali del nostro essere è dirompente.

E’ un po’ come stare continuamente in bilico tra la nostra incapacità di relazionarci  e la nostra fertilità ideologica nel ricercare in ciò che non esiste -se non come fotografia o messaggio virtuale- quello di cui siamo carenti: affetto e attenzione.

Dubbio amletico del nostro tempo.  Ecco che allora il selfie, l’attesa di un commento o di un “mi piace”, tanto agognati ed effimeri, assumono sostanza in un mondo reale che di concreto ha ben poco.

E poco importa se il mio nome è nessuno quando per pochi istanti le luci di una ribalta immaginaria possono regalarci un brevissimo sorriso.

Perché, come cantava il grande Renato Zero, “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani …”

LE MANI SU DI ME – PARTE FINALE

Dice di chiamarsi Marco, ma per me potrebbe essere Osvaldo, Riccardo o chicchessia. Magari non è nemmeno il suo vero nome come spesso mi è capitato con uomini fantasiosi e un po’ goffi, inclini a cucirsi addosso un’identità diversa finché dura la fiamma del piacere.

Li conosco questi uomini così curati e perbenisti. Sempre ben vestiti e col sorriso stampato sul viso come a voler dissimulare le proprie debolezze, i propri vizi e preferenze particolari. Si fanno vedere in giro con le loro mogli o fidanzate che usano come paravento per nascondere il loro essere disinibito e dissacrante, animali vaganti su strade periferiche che imboccano a fari spenti sperando di non essere mai scoperti.

Marco si spoglia ed io faccio altrettanto ripetendo un rito che conosco a memoria. Distrattamente vedo la mia immagine riflessa nell'ampio specchio che sovrasta il comò, uno dei tanti che ho fatto mettere nel mio appartamento per la gioia di chi desidera vedersi durante l’amplesso.

Ho i seni che sembrano due pere cotte, qualche smagliatura qua e là e uno sguardo non più brillante come un tempo. Un giorno o l’altro dovrò pensare seriamente alla mia “pensione”, smetterla prima che siano gli altri a farmelo notare.

Così ti chiami Genè. E’ il diminutivo di cosa?”
Generosa.”
Ah! Per quello che fai è un nome che ti sta bene. Ma sei un po’ “cara”.
Il piacere si paga non trovi?”

Non amo conversare con i miei amanti, preferisco andare subito al “sodo”, finire quanto prima con questa sofferenza di cui so di essere l’unica artefice. Non aspetto altro che la fine, l’ennesima, per correre spedita sotto la doccia e liberarmi dell’odore del sesso. Purificazione rituale che in me ha l’effetto di rigenerarmi, illudermi di essere una persona diversa almeno fino al prossimo … incontro.

Marco sembra invece voler prolungare questo rito che detesto facendomi domande sulla mia vita e altre simili sciocchezze. Provo a distrarlo col tocco esperto delle mie mani che s’intrufolano nei meandri soliti di un piacere antico e ben collaudato. Lui si dimostra inaspettatamente rigido, mi afferra per un braccio proseguendo nell'interrogatorio:

Perché hai deciso di fare la puttana?” Adesso il tono si fa serio, quasi minaccioso, ed io comincio a preoccuparmi.
Ma che t’importa? Rilassati …” 
‘… coglione’, aggiungo tra me.

Per tutta risposta mi arrivano due sberle, di quelle che fanno male e che lasciano il segno. Ho infatti un labbro sanguinante, forse a causa dell’anello massiccio del mio assalitore che quasi mi spacca un dente. Dovrei essere abituata a comportamenti del genere, invece rimango ferma, incredula e atterrita.

Marco si avventa su di me schiaffeggiandomi ancora e mordendomi come una bestia affamata. Lo lascio fare e chiudo gli occhi.

Presto finirà tutto, mi dico, mentre avverto bruciori dappertutto come se fossi avvolta dalle fiamme di un fuoco rovente e indomito. Sensazione ben diversa da quella che provavo da bambina quando restavo per ore a guardare il camino di casa mia. 

Le spinte di Marco sono un vortice che mi fa tornare alle origini della mia infanzia, quando tutto è cominciato facendomi precipitare nel baratro di un dolore che non si sarebbe più cancellato.

Tra poco finirà tutto, ripeto a me stessa, aprirò gli occhi e correrò a immergermi sotto la doccia.

L’ultimo respiro è un rantolo che mi annuncia la fine.
Ho aperto gli occhi e ho visto mio padre.

LE MANI SU DI ME

Racconto breve in due parti scritto da
Vittoriano Borrelli

Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale


(La prima parte è stata pubblicata venerdì 18 marzo 2016)

IL PARADISO PUO’ ATTENDERE

A quasi due anni e mezzo dalla scomparsa del bravissimo scrittore partenopeo, Marcello D’Orta (19 novembre 2013), e in occasione della Santa Pasqua ho pensato di fare cosa gradita a chi lo ha tanto amato e apprezzato pubblicando uno dei temi più accattivanti della sua opera più famosa “Io speriamo che me la cavo”.

Il tema s’intitola “Spiega il significato di questa frase di Gesù: << E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli>>”. L’elaborato, genuino e sgrammaticato, racconta con (inconsapevole) acume narrativo il punto di vista di un alunno della scuola elementare di Arzano sul significato religioso della giustizia sociale.

Si scoprirà che una certa filosofia del vivere, a tratti rassegnata, a tratti incisivamente profonda, va ben oltre la parabola evangelica, sconfinando in quella magistrale arte d’arrangiarsi, tutta napoletana, che rifugge da qualsiasi attesa per una remissione futura.  

Come dire: il Paradiso può attendere

E la sapiente regia di D’Orta è ancora oggi un esempio di quanto certe felici intuizioni possano degnamente rappresentare il pragmatismo di strada della migliore cultura partenopea.

Ma ecco il tema:

A Arzano meno male che siamo tutti poveri.
A Arzano non c’è nessuno che chiede la limosina perché sa che nessuno gliela può dare.

Però un ricco c’è: è il sindaco di Arzano, che ha la Mercedes, la Testarossa e una bicicletta. A lui il cammello entra!!

Questa frase di Gesù significa che i ricchi sono egoisti e i poveri no. Io conosco (ma no a Arzano, a Napoli) una famiglia che un fratello stà senza casa, e un altro fratello ci ha tre case, e questo fratello che ci ha tre case bestemmia perché ci ha solo tre case e non quattro, mentre l’altro fratello prega alla Madonna che ci dà almeno una piccola casa.

Questo fratello che ci ha tre case, tutte le domeniche si fa la comunione, però a quell'altro fratello che non ci ha la casa, non gliene dà neppure una di queste case. Per questo fratello di tre case, anche per lui il cammello entra!!

I zingari sono ricchissimi, hanno pure la rulott e il cane, ma loro fanno finta di essere poveri, per andare in Paradiso! Loro, al battesimo di Rosetta, sentite che hanno fatto, senti pure tu, Mimmo, che non ci stavi.

Loro chiedevano i soldi a zio, che lo avevano visto vestito bene, zio non glieli dava, i zingari zitti zitti gli buttavano le bestemmie. Ma zio aveva sentito e disse: <<E muort e chi tè mmuort!>>.(1)

Una volta a Arzano è passata una Ross-Ross (2)con un ricco dentro: se quello muore, và subbito all’inferno!

(1)    Letteralmente “I morti di chi ti è morto”. Equivale all'incirca al romanesco “Li mortacci tua”.
(2)    Rolls-Royce.


(TRATTO DAIO SPERIAMO CHE ME LA CAVO” di Marcello D’Orta)


A TUTTI I LETTORI I MIEI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA 2016

LE MANI SU DI ME

Faccio la vita da quando … è passato così tanto tempo che non ricordo più da quando ho iniziato a battere il marciapiede. Necessità? Senso di colpa? Piacere di farmi del male? Forse saranno state tutte queste cose messe insieme o forse nessuna perché certe scelte sono così forti e innaturali che non c’è mai una ragione per giustificarle.

Mi chiamo Generosa, nome che mia madre mi donò come simbolo della sua battaglia sociale a favore dei poveri e dei derelitti. Faceva parte di un’associazione di volontariato dedita agli emarginati, ai disadattati e sventurati del pianeta, sempre presa a organizzare campagne e iniziative in difesa dei diritti civili. L’ho delusa, come ho deluso tante altre persone che hanno scommesso improvvidamente su di me.

Se non ricordo gli anni che avevo quando tutto è iniziato, ho invece ben presente le circostanze che mi hanno indotto ad imboccare quella che per i benpensanti è la strada della perdizione e della maledizione eterna. Non parlo della ragione principale, la si capirà dal mio racconto, ma di un aspetto particolare che fa da cornice a questo “lavoro”: il fuoco.

Bambina passavo ore intere seduta sulle ginocchia di mio padre a guardare il camino di casa mia. Ero affascinata dalle fiamme che si sprigionavano dai ceppi rosolati, ampie e folgoranti che m’inondavano di calore e di vitalità. Quasi mi commuovevo nell'assistere a quello spettacolo luminoso fatto di scintille intermittenti che si perdevano e si rigeneravano nell'aria, e dallo scoppiettio della legna bruciata che scandiva lo scorrere del tempo dei miei inverni di città.

Il fuoco, si sa, viene utilizzato dalle prostitute non solo per segnalare la loro presenza ai clienti, ma anche per tenere ben caldo le loro parti intime per proporle nelle migliori condizioni possibili. Per me ha rappresentato per un certo numero di anni la verginità. Come le Vestali, vergini per antonomasia, che utilizzavano il fuoco a simbolo della loro purezza eterna.

Dopo aver perso la mia innocenza mi è rimasto il fuoco quale unico appiglio che mi ha tenuta legata, sia pure solo idealmente, al ricordo della bambina che ero stata un tempo e che il tempo stesso aveva voluto seppellire in qualche parte di me. Per sempre.

Da un giorno all'altro ho abbandonato la mia infanzia diventando la donna che sono adesso. Ho cambiato il mio nome in “Genè”,  un francesismo che ho utilizzato per dare un tocco di esotico al mio personaggio e ho acceso tanti di quei falò per sentirmi ancora viva tra le fiamme mentre tutto si spegneva dentro di me.

Con gli uomini ho voluto però fare un patto: niente mani su di me, sarei stata io a condurre il gioco, a procurar loro quel piacere tanto effimero quanto evanescente facendo uso esclusivamente del linguaggio antico del mio corpo. 

Ci sono riuscita con la gran parte dei miei clienti, ubbidienti e qualcuno anche masochista. Per gli altri un po’ focosi ci pensava Gaetano, il mio compagno, a ristabilire le regole. Era soprannominato “Lo spostato” per i suoi modi bruschi e frequenti scatti d’ira, da troglodita incivilizzato ma a me ha fatto comodo almeno fino a quando è durata la mia esperienza sulla strada.

Ora mi sono messa in proprio. Ricevo i clienti nel mio attico al quartiere Parioli di Roma. Sono diventata una prostituta di lusso …

(continua)


(La seconda e ultima parte de “Le mani su di me” sarà pubblicata sabato 2 aprile 2016. Per intanto pensaci: perché Generosa non vuole essere toccata da nessuno?).

NON MI VENDO

Agli inizi della mia carriera di segretario comunale litigai con un sindaco perché pretendeva di interferire nell'esercizio di funzioni di mia esclusiva competenza. Ero in posizione di fuori ruolo e sapevo che dopo quell'episodio avrei potuto perdere l’incarico
Ma di fronte a quella che ritenevo un’indebita intromissione in questioni di particolare rilievo per la legalità dell’attività amministrativa, preferii non abbassare la testa difendendo quei valori di correttezza e di professionalità che hanno poi contrassegnato tutto il mio percorso lavorativo.

In seguito i rapporti con quel sindaco si rasserenarono al punto che un giorno, presentandosi nel mio ufficio, mi riferì di aver parlato con il Prefetto chiedendogli di confermarmi nell’incarico. “Non me lo tocchi” furono le sue testuali parole, cosa che mi inorgoglì dandomi la spinta giusta per affrontare sempre con maggior piglio e convinzione ogni altro genere di difficoltà.

Ho raccontato questo episodio perché penso che nella vita si debba sempre agire con dei valori saldi e indefettibili che valgono molto più di qualsiasi gratificazione materiale od economica. A costo anche di rinunciare a qualche facile “scalata” come mi è capitato nel corso della mia esperienza professionale.

Mi è costato fatica non tanto per il valore della rinuncia, di cui non ho alcun rimpianto, quanto piuttosto per una certa sofferenza che ho dovuto elaborare nel portare avanti le mie idee facendo leva esclusivamente sulle mie forze, giacché scelte di questo tipo sono a volte impopolari e possono apparire incomprensibili per chi ha un diverso metro di giudizio.

Nel mio ultimo libro, “Spunti dal mio lavoro”, ho parlato nelle premesse della solitudine professionale del segretario comunale,  figura “che sovrintende al funzionamento di tutte le attività comunali (nessuna esclusa), ma non ha colleghi d’ufficio.”

Proprio questa unicità ha in sé onori e oneri: non è semplice concentrare in capo ad una sola persona responsabilità rilevanti e variegate. E’ un peso che richiede forza e determinazione volitiva per affrontare nel miglior modo possibile le insidie che si possono presentare (e si presentano) quotidianamente.

Ancor di più se si considera uno degli aspetti di questa professione, ovvero quella difesa della legalità, oggi tanto discussa nel progetto di riforma della pubblica amministrazione all'esame del Parlamento.

E’ un tema che ricorre ciclicamente: è accaduto per tangentopoli e ora se ne riparla (non sempre con cognizione e obiettività di giudizio) dopo la dilagante corruzione che ha fatto abbassare di molto il livello di fiducia verso le istituzioni. Sicché difendere certi valori sa di antico e di anacronistico di fronte all'imperante “fai da te” o del “così fan tutti” dell’odierno malcostume. 

Insomma essere integerrimi (o provare ad esserlo), costa. E a volte il prezzo è salato rispetto a certe tendenze sociali che fanno della cultura della legalità un cimelio d’altri tempi.

Ma non mi vendo per questo, convinto che nulla ha più valore che guardare in faccia alla vita con l’orgoglio e la fierezza di un sorriso.


PENSIERI DI STRADA

Ascoltali 
a volte sembrano dei desideri
ma basta afferrare quelli che sono più veri
Sono certezze e incertezze 
che nascono dentro di te
puoi farli volare se vuoi tanto tornano poi
nei tuoi silenzi più intensi con mille argomenti
sono carezze e illusioni che appartengono a noi
Pensieri di strada 
che cambiano con gli uomini

I pensieri sono la principale compagnia di ogni essere vivente. Anche gli animali, si sa, sono esseri pensanti e più del genere umano fanno uso dei pensieri per comunicare ogni tipo di bisogno o di necessità. Per gli uomini invece tutto è un po’ più complicato.

Ci sono pensieri introspettivi che appartengono soltanto a noi, albergano le pareti della nostra solitudine fino a disegnare i desideri più reconditi e nascosti. Sono i più insidiosi e manipolativi del nostro stato d’animo perché condizionano le azioni che produciamo all’esterno senza che si comprendano le ragioni.

Un soldo per i tuoi pensieri”, oppure “ Chissà che cosa ti passa per la testa!”. Spesso ci sentiamo rivolgere frasi del genere da chi è incuriosito dal nostro atteggiamento e tenta di scardinare la nostra mente quasi a volerla ispezionare minuziosamente per coglierne i segreti. Non ci si riesce quasi mai perché i pensieri viaggiano fuori solo quando si è disposti a farlo.

Ti seguono sempre e poi non ti tradiscono mai
e quelli più timidi sono soltanto segreti

Pensieri che non hanno età e non seguono l’invecchiamento del corpo nel quale si alimentano e si sviluppano. Sempreverdi, vanno dall'infanzia alla senilità con la velocità della luce. Rimangono fedeli a se stessi mentre tutto passa o si trasforma.

Sono più grandi degli anni diventano eternità
puoi fare l'amore restando abbracciato con loro

Ma ci sono anche pensieri liberi, aperti, incontrollati che s’insinuano nelle relazioni fino a condizionarne gli effetti e a volte fanno più male di una lama tagliente, di un colpo d’arma da fuoco. I pensieri che diventano parole che non vorresti mai sentire ma quando succede non si cancellano più.

Sono espressioni evidenti e a volte inconcludenti
e sanno di odio e di amore perché così sono


Pensieri di strada che vivono con gli uomini.


(Tratto da Le parole del mio tempo”)