NON MI ACCORGO DI TE

Potresti stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”

Un pensiero del genere potrebbe appartenere ad un distratto cronico o più probabilmente ad una persona  che ostenta disinteresse, se non indifferenza, verso chi cerca in tutti i modi di farsi notare per essere amato e accettato.

Quanti di noi vivono all'ombra di chi domina la scena delle parole e delle immagini, supplementari e mai complementari del più bieco protagonismo? Ciononostante ci ostiniamo a ritagliarci uno spazio, pur piccolissimo che sia, nel mondo che conta o che pensiamo possa valere tanto, salvo accorgerci (quasi sempre troppo tardi) di essere solo un punto, cornice sbiadita di un dipinto antico e replicato.

Subalterni o crocerossini? Ci affanniamo a cambiare il mondo e le persone che ci stanno accanto, ma sono sempre gli altri a cambiare noi, a renderci diversi rispetto ad un contesto che non ci appartiene e che forse non ci è mai appartenuto.

Luigi Pirandello così scriveva nella sua “Sei personaggi in cerca di autore”:
E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? ”

Nell'opera del grande scrittore siciliano il tema centrale è l’impossibilità di trasporre fatti e vicende della vita reale nella rappresentazione scenica, ma esiste anche un’altra chiave di lettura, più sottile e latente, data dall'incapacità di saper registrare, interpretare e comprendere i bisogni, le sollecitazioni e le istanze di chi ci sta accanto.

Non mi accorgo di te” è quindi il triste epilogo in cinque parole di un atteggiamento che non lascia scampo all'intesa, alla vicinanza e comunione dei sensi. E’ uno spartiacque inflessibile e desolante tra chi ama per essere amato e chi invece, pur ricevendo carezze e attenzioni, non reagisce allo stesso modo.

Il risultato è una cupa solitudine non solo individuale, ma anche e soprattutto sociale che ridisegna i destini di un mondo che volge lo sguardo altrove e non si accorge di te.

Spesso è il paradosso, l’espressione roboante e ad effetto a rendere l’idea, a massimizzare un concetto che in altri termini resterebbe solo allo stato embrionale.

Ecco perché:

Potresti stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”

LA COSCIENZA DI ZENO

Ognuno di noi, a modo suo, parla con se stesso. Si può essere ipercritici, superficiali, poco obiettivi o semplicemente opportunisti per sentirsi dire da “dentro” quelle parole o proclami assolutori che non arrivano dall'esterno.

C’è un romanzo meraviglioso che racconta in maniera attenta e magistrale queste dinamiche interiori: “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, pubblicato nel 1923.

L’opera descrive l’incapacità del protagonista, Zeno Cosini, di spiegare e risolvere i malesseri che hanno segnato tutto il suo percorso di vita:

Dalla dipendenza dal fumo vista come mancanza di volontà …:

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

 … al rimpianto per non aver avuto alcun rapporto significativo con il padre:

La morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. Il paradiso non esisteva più, ed io poi, a trent'anni, ero un uomo finito. Anch'io! M’accorsi per la prima volta che la parte più importante e decisiva della mia vita giaceva dietro di me, irrimediabilmente.”

Dall'inettitudine nella scelta della donna che diventerà sua moglie …:

“Venne finalmente il giorno del mio matrimonio e proprio quel giorno ebbi un’ultima esitazione. Avrei dovuto essere dalla sposa alle otto del mattino, e invece alle sette e tre quarti mi trovavo ancora a letto fumando rabbiosamente e guardando la mia finestra su cui brillava, irridendo, il primo sole che durante quell'inverno fosse apparso.”

… alla relazione controversa e contraddittoria con l’amante che per questo lo lascerà …:

“Si dice che quando si soffre per aver bevuto troppo, non ci sia miglior cura che di berne dell’altro. Io, quella mattina, andai a rianimarmi da Carla …”

Vicende che Zeno racconta nelle sedute dal suo psicoanalista dal quale si allontanerà non appena si farà strada in lui il disprezzo e la sfiducia verso il buon esito della terapia.

La coscienza di Zeno non è soltanto la storia di un uomo divorato dalle malattie, reali o apparenti, del proprio vissuto al punto da renderlo inetto e refrattario a qualsiasi stimolo esterno.

E' il fallimento della società civile di acquisire una propria capacità introspettiva, l’inadeguatezza dell’essere in rapporto alle azioni compiute che appaiono effimere, inspiegabili o, nella migliore delle ipotesi, poco efficaci e produttive delle migliori manifestazioni d’animo.

Sono allora le omissioni, le parole sottaciute, i gesti trattenuti a destabilizzare la vita del protagonista relegandola in un limbo indefinito nel quale e contro il quale s’imbatte una coscienza fragile ed indifesa che non sa tendere lo sguardo ad un futuro sicuro e tranquillo:

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”

(Italo Svevo, “La coscienza di Zeno)

IO PARLO DA SOLO

Io parlo da solo. Tutto è cominciato quando un bel giorno mia moglie mi ha lasciato sbattendo la porta. Ero seduto sul divano del soggiorno di casa con Lidia ritta in piedi, lo sguardo severo e austero, le braccia conserte e la bocca spalancata dalla quale si sprigionavano cumuli di parole e di epiteti.

Ti ho tradito. Ti ho messo le corna. E sai con chi? Con Piero, il tuo migliore amico, quello di cui vai fiero e che un giorno hai voluto per forza presentarmi. Me lo hai servito su un piatto d’argento: bello, solare e muscoloso. Il contrario di te: tozzo, burbero e con la testa sempre tra le nuvole. Ti ho tradito, capisci? Non dici nulla? Non spiccichi parola? Ma che uomo sei? Maledetti i tuoi silenzi!

Le parole di Lidia mi cascavano sulla testa facendomi sprofondare sempre di più nell'ampia imbottitura del sofà nuovo di zecca. Sono stato in silenzio tutto il tempo aspettando che la tempesta finisse e che finalmente ripiombasse la quiete. Ero stranamente calmo e riflessivo. Ricordai ad un tratto la scenetta comica di Totò, quella di Pasquale che riceve pugni e insulti da un Tizio incontrato per strada: 

“Pasquale, era un pezzo che ti cercavo. Figlio di un cane, finalmente ti ho trovato!” 

E a seguire schiaffi e pugni in testa. Il povero malcapitato pensava tra sé: “Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare!” 

Ma perché non hai reagito?, fa l’amico. 

E che me frega a me, mica son Pasquale io!”

Ho reagito come il Pasquale della barzelletta e cioè nella totale indifferenza. Non ero io che dovevo vergognarmi ma Lidia e Piero che mi avevano tradito, l’una nell'amore e l’altro nell'amicizia. Da allora ho cominciato a parlare da solo, facilitato anche dal fatto che intorno a me non c’era più nessuno. Un soliloquio che è iniziato prima tra le mura domestiche con commenti del tipo ‘Oggi è stata una giornata faticosa!’ ‘Meglio una pizza o due uova al tegamino? ‘Una bella doccia calda è quella che ci vuole!’. Poi le parole sono “uscite” per strada, tra la gente, nei negozi e negli uffici. Erano quasi sempre delle imprecazioni rivolte ai miei odiati traditori:

Mia moglie non mi merita!
Piero non mi merita!
Nessuno mi merita!

Un ritornello che ripetevo in ogni occasione: dal salumiere, ai giardini pubblici, finanche alle poste mentre stavo in coda ad aspettare il mio turno. Una volta, proprio all'ufficio postale, sentii qualcuno da dietro che mi apostrofava: “Nemmeno tu ci meriti se continui con questa lagna!”

Piero ed io lavoravamo nello stesso ente pubblico. Io mi occupavo della progettazione e lui degli appalti. Un giorno mi confidò tutto fiero e contento che una certa impresa in cui lavorava suo fratello si era aggiudicata un lavoro da quasi due milioni di euro. C’era qualcosa che non andava ma per la grande amicizia che nutrivo per Piero decisi di mettere da parte qualsiasi sospetto.

Ora quella vicenda mi era ritornata prepotentemente alla memoria al punto da riassumerla con queste parole:“Piero corrotto, in galera ti ci porto!”. Le ripetevo a voce alta in qualunque luogo mi trovassi, e un giorno persino davanti alla stazione dei carabinieri.

Oggi Piero è rinchiuso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di corruzione. Lidia l’ha lasciato e si è messa con un altro.

Io continuo a parlare da solo.
IO PARLO DA SOLO

Racconto breve di Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale).



CHI DORME ACCANTO A ME?

Mi sono svegliato e ti ho guardato come se fosse la prima volta. Tu dormivi della grossa con la testa che a malapena s’intravedeva dalle lenzuola. Ho avvertito la spiacevole sensazione di sentirmi fuori posto, un intruso, un oggetto che con il contesto della stanza nulla aveva a che fare. O forse eri tu l’intruso, la cosa fuori posto, il niente.

Ho aperto la finestra e mi sono proteso in avanti per recuperare tutto il respiro che mi è mancato stando chiuso tra quelle mura domestiche che adesso mi sembravano ostili, inesplorate, ignote.

Chi dorme accanto a me?” Domanda inquietante alla quale non ho saputo dare una risposta. Ti avrò conosciuto quando avevo bisogno di conoscere e amato quando tutto l’odio del mondo mi aveva sommerso e reso irriconoscibile.

Ed ora ad esserlo sei tu, sconosciuta macchia umana che spicca come un neo sul manto bianco del mio letto.

Un attimo prima mi sembrava di conoscerti e a te ho riposto tutta la mia fiducia. Ti ho amato spogliandomi di tutte le mie debolezze consegnandomi a te come si fa quando non si hanno più difese. Piacevole arrendevolezza dei sensi.

Adesso tutto è messo in discussione ed è una sensazione più forte dello sbandamento, del disorientamento che si ha quando s’imbocca una strada diversa e mancano le coordinate per capire a quale posto si è arrivati.

Apro il cassetto ed estraggo la pistola. Sarebbe una soluzione, o meglio, “la” soluzione. Punto l’arma su quel rigonfio del letto che accenna ad una figura umana, inerme e inconsapevole del mio dolore antico.

Mi dirigo lentamente verso la mia “preda” ancora immobile e rannicchiata. Con una mano tiro via in un sol colpo coperta e lenzuola. Finalmente ti vedo ed è come guardarmi allo specchio: le gambe piegate, il busto riversato sul bordo del materasso e il viso che mi lancia uno sguardo pieno di compassione. Lascio cadere l’arma e mi riverso per strada.

Il vento spazza via le ultime foglie cadute dai platani che fiancheggiano il viale deserto.

Mi abbraccio da solo e il mondo si apre davanti a me.

CHI DORME ACCANTO A ME?
(I fatti narrati sono puramente immaginari)

EVANESCENZA

Respira evanescenza davanti alle vetrine
di un bar senza un'insegna di un cielo che non brilla
Coloro la mia notte col mio cammino stanco
e vado su e giù vestito tutto in bianco
Mi fermo in trattoria per un bicchier di vino
la noia già mi assale tracciandomi un destino
Raccolgo poche cose prima di andare a casa
e mi trascino dietro quest'anima sbagliata

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più!

Respira evanescenza a sud dell'autostrada
l'amico se n'è andato a farsi una scopata
Lei mi ha telefonato lei mi ha proprio stufato
da solo forse è meglio amarmi a pentimento
E rido di me stesso di questa faccia stronza
di questo buio immenso che sempre mi circonda
E canto un ritornello antico e un po’ stonato
domani già mi aspetta un giorno programmato

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più!

Respira evanescenza e sonno non ho più
Le mutandine bianche si sono fatte sante!

E lasseme gridà e lasseme cantà
Mo' vattene a cuccà sto meglio sule cca'!
E lasseme capì nun può essere accussì!
Nun voglio cchiù carè nun te voglio cchiù vedè!

Respira evanescenza al di là della frontiera
e bevo per scordare questa serata nera
E m'è venuta idea di andare a casa sua
ma cosa le dirò adesso è quasi l'una
Amore voglio darti quest'anima e spiegarti
che il mondo mi ha creduto un angelo caduto
Non son pittore ma ritraggo la mia età
con la giusta ironia di chi non ha una via

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più

Respira evanescenza e sonno non ho più
Le mutandine bianche si sono fatte sante!

E lasseme gridà e lasseme cantà
Mo' vattene a cuccà sto meglio sule cca'!
E lasseme capì nun può essere accussì!
Nun voglio cchiù carè nun te voglio cchiù vedè!

Respira evanescenza la recita è finita
domani cosa vale se resto qui a pregare
Laggiù c'è chi mi aspetta e fuma una sigaretta
Son pronto per la prova pensiero adesso vola!
Dimentica il mio tempo e tutto il mio passato
dimenticami presto dimentica me stesso
Raccogli poche cose prima di andare a casa
e portati con te quest'anima sbagliata!

EVANESCENZA

Testo e musica 
di
Vittoriano Borrelli

Dall'album "Malinconico digiuno"

Tratto da "Le parole del mio tempo"

LE COSE INUTILI

Passerei tutto il tempo al supermercato. Se avessi una casa dalle parti del mio centro commerciale, ci andrei più spesso e non solo per la spesa del fine settimana. Invece abito a una decina di chilometri di distanza, lavoro fino a tardi e non ho il tempo per pensare a qualche sortita infrasettimanale.

Così, quando arriva il venerdì, esco di corsa dall'ufficio, prendo la macchina e imbocco la via di casa pregustando il mio week-end da trascorrere tra offerte promozionali e lanci di nuovi prodotti commerciali. E’ una passione che coltivo con cura quasi maniacale, pianificando ogni cosa come una perfetta manager che conosce tutto o quasi del mondo del marketing.

Eccomi alle prese con la raccolta punti, buoni spesa accumulati e cataloghi vari per scegliere gli acquisti del momento, i prodotti più esclusivi e a buon mercato come si fa quando ci si immerge in una ricerca mirata e meditata, finanche voluttuosa e ossequiosa delle mie irrinunciabili esigenze.

Mi chiamo Desideria, ho trent'anni, e sono quel che si dice una donna bella e desiderabile, con tanti uomini che mi fanno la corte e che vorrebbero portarmi a letto, ma nessun amore che valga la pena di ricordare. Anzi, sono ancora vergine e me ne vanto pure perché penso di meritare ben altro che le solite avances che si concludono, mettiamo, con rapporti effimeri e fugaci nell'ultimo alberghetto di provincia. 

Ho sostituito i piaceri della carne per buttarmi a capofitto in quello che per me è il mio habitat naturale: il supermercato. Così, al posto di baci, carezze e cose del genere, riempio le mie lacune affettive mettendo nel carrello tutto quello che ci trovo di buono: pasta, sughi, prodotti freschi o surgelati. E poi insaccati, formaggi, verdure, tranci di pizza o di focaccia, pietanze già pronte, dolci, gelati, merendine e tanto altro ancora.   

Questo per i generi alimentari. Poi ci sono gli articoli per la casa (c’è sempre qualcosa che mi manca), i cosmetici, i prodotti per l’igiene intima, qualche cianfrusaglia che trovo qua e là nei vari scomparti o nei cestoni piazzati in bella vista per i clienti. Non sono contenta fino a quando il carrello non sia riempito a dovere, così che arrivo alla cassa con la sensazione di chi si è ben rimpinzato e non ha bisogno di rifocillarsi ancora.

Tutto normale, si direbbe, lo fanno in tanti. Se non fosse per la quantità esagerata delle cose che compro. Riempio il frigo con tanta di quella roba da sfamare un esercito, e lo svuoto regolarmente non per soddisfare il mio appetito ma per buttare via il superfluo, o meglio, quello che nel frattempo è divenuto tale: vasetti di yogurt scaduti, pezzi di formaggio ammuffito, frutta marcia, preparati non consumati alla data di scadenza e molto altro.

Le cose inutili immagazzinate in una sorta di bulimia trasposizionale. Proietto negli oggetti la mia voglia insaziabile di cibo e nello stesso tempo di rifiuto per tutto ciò che dovrebbe appagarmi. Solo che a differenza del bulimico tutto avviene fuori di me: il frigorifero che si riempie e che si svuota agisce al posto del mio stomaco, del mio disequilibrio organico in cui naufrago con la mia infelicità.

Un pendolo che oscilla tra il bisogno di procurarmi le cose e la smania di liberarmene nell'arco di una settimana a ciclo continuo. Come adesso che è sabato e tutto in casa sembra mancare. Mi procuro così la mia lista della spesa e mi preparo per la solita scorribanda nei luoghi che prediligo.

Squilla il telefono. So che è mia madre, lo fa tutte le mattine ed è un’abitudine che tollero a malapena. Mi parla delle solite cose, del vestito che dovrà mettersi per l’appuntamento con il partner di turno (è separata da mio padre da tempo immemore), o dell’ultima crema per il viso che farebbe sparire miracolosamente le rughe. Frivolezze che faccio fatica ad ascoltare, peggio delle cose inutili. Soprattutto non sopporto quando mi chiama “tesoro”, un appellativo che trovo accademico come tutto il rapporto che ha costruito con me.

“Ciao tesoro, stavi uscendo?”
“Sì”
“Sai che stanotte ho fatto un brutto sogno? Vuoi che te lo racconti?”
“Devi proprio farlo? Ho una certa fretta.”
“Ci metto un minuto, senti qua. Stiamo passeggiando per il parco di casa tenendoci per mano. Tu sei una bambina bellissima con tanti riccioli biondi, proprio come quell'attrice americana ... come si chiamava? Ah sì, Shirley Temple.”
“Mamma …”
“Aspetta. Ad un certo punto sento la terra franare sotto i piedi. Sto per precipitare ma mi aggrappo alla tua manina che mi tiene su con una forza straordinaria. Proprio nel momento in cui sto per farcela, il tuo sguardo si fa gelido, lasci la mano ed io sprofondo nel vuoto. E’ stato terribile!”
“Mamma, devo scappare.”
“Aspetta, Desy. Voglio dirti che ti voglio bene. Me ne vuoi anche tu?”
“Sì che te ne voglio. Ora devo proprio andare.”

Riaggancio, indosso il cappotto e prendo la borsa. Getto un'occhiata allo specchio e mi vedo bella e sorridente come una donzelletta al dì di festa.

LE COSE INUTILI

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

LA FINE DI UN AMORE

3 … 2 … 1 … boom! E’ un’esplosione che ti spacca il cuore e te lo riduce in frantumi, come un oggetto di cristallo che solo un attimo prima si presentava integro e brillante. Inevitabile precipitazione dopo aver percorso chilometri di strade, apparentemente solide e resistenti, che si trasformano alla prima curva in pericolose sabbie mobili.

Tutto vacilla: le certezze acquisite, la fiducia incondizionata nella persona su cui hai investito ogni cosa e ogni respiro della tua vita. E qui sta l’errore che si compie prima ancora che agiscano gli effetti. Certi amori finiscono proprio per la trasposizione nell’altro del tutto mentre il niente rimane dentro di te, come un serbatoio che si svuota completamente e il motore della tua anima non riparte più.

Tra l’amore e l’odio passa un centimetro di differenza: quando il primo finisce subentra il rancore dell’altro, la tendenza a minimizzare la felicità vissuta, mentre l’imperfezione di ciò che ai propri occhi sembrava perfetto, diventa l’arma demolitrice di quanto di buono è stato costruito.

Non ci si accorge quasi mai di quando un amore finisce; provare ad indovinare il momento preciso è come cercare un ago nel pagliaio.

Forse è stata quella volta in cui gli occhi hanno smesso di guardare la persona amata con benevolenza ed indulgenza, o forse sono state le parole, soprattutto quelle non dette, quelle soffocate, ritardate o risucchiate dal vortice delle silenti inquietudini, come le lacrime a lungo trattenute che si fanno aride e si asciugano prima ancora di scendere sul viso.

Esercizio impossibile. Un amore finisce perché finisce, come il giorno al tramonto, il fiume che arriva alla foce e disperde le sue acque nel mare, la farfalla che dopo un volo leggiadro cade in picchiata smettendo di sbattere le ali.

Tanti scrittori e poeti si sono interrogati sui motivi per cui un amore finisce. Fra tutti, la meravigliosa Oriana Fallaci che un giorno scrisse:

È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.”

Qui sta forse la ragione, o meglio, l’assenza della ragione per cui ci si lascia dopo aver creduto di essersi amati tanto.

Forse è vero o forse no: credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno.

Ma dal niente si può sempre ricominciare, come un nuovo giorno dopo il tramonto, un fiume che rinasce alla sorgente e un’altra farfalla che riprende a volare.

In fondo, è solo la fine di un amore.

Non di tutti gli amori.


UOMINI CHE NON CI SONO

Li cerchi e pensi di trovarli dietro l’angolo
con braccia forti e coraggiosi visi d’angelo
che fanno della propria vita quasi un simbolo
l’esempio da seguire come fosse un vincolo

E pensi che sian solo un po’ nascosti dentro noi
questi uomini che fuori non ci sono quasi mai
neanche se li vedi vicino e senza veli



Ma si va dove si va
 a cercare la vita nei bar
a ballare e a bere e chissà
che qualcosa non cambierà
E si sa dove si va
a inventarsi l’eternità

Ma si va dove si va
per le strade da soli in città
con la radio accesa e chissà
che qualcosa non cambierà
E si sa dove si va
senza essere uomini mai

Li vedi sui giornali che sorridono per te
con facce surreali e muscolosi più di te
che sembrano invitarti a fare tutto chissà che
con pochi soldi gratta e vinci un viaggio due per tre

E pensi che sian solo l’altra faccia dentro noi
questi uomini che fuori non ci sono quasi mai
neanche se li tocchi con mano sotto gli occhi

Ma si va dove si va
a cercare la vita nei bar
a giocare coi dadi e chissà
che il destino non cambierà
E si sa dove si va
a inventarsi la verità

Ma si va dove si va
a ballare e non smettere mai
con la radio accesa e chissà
che qualcosa non cambierà
E si va dove si va
senza essere uomini mai

PERCHE’ SANREMO E’ SANREMO

Il festival di Sanremo, si sa, è un’istituzione. Lo si può criticare in tutte le salse ma resta pur sempre la manifestazione canora più seguita dagli italiani. Insomma, Sanremo è Sanremo, e anche l’edizione 2017 ha fatto centro in termini di audience, di attenzione dei mass-media e di un numero sempre crescente di internauti.

Merito soprattutto di Conti, che quest’anno ha voluto al suo fianco una vera e propria star della televisione: quella Maria De Filippi che a furor di popolo si è giustamente guadagnata il titolo della più amata degli italiani. Sobria, professionale, subalterna e protagonista al tempo stesso, la De Filippi ha portato competenza e duttilità nella conduzione dello show mettendo d’accordo i giovani della schiera di Amici e un pubblico più posato e tradizionale.   

Canzonette e temi sociali del momento come il terremoto del centro Italia, i soccorsi eroici delle forze dell’ordine e delle associazioni di volontariato o le vicende di persone comuni, hanno costituito il giusto miscuglio per rendere accattivante e variegata la più importante kermesse televisiva.

Anche la scelta dei super-ospiti si è rivelata azzeccata: da Tiziano Ferro che ha aperto i battenti con un’interpretazione toccante di “Mi sono innamorato di te”, dedicata ai cinquant'anni dalla morte di Luigi Tenco, a Zucchero, che ha emozionato tutti nella serata finale riproponendo “Miserere”, duettato con l’indimenticabile Pavarotti.

Le canzoni sono state di buona qualità nei testi, qualcuna anche eccellente sul piano della melodia e dell’innovazione strumentale, anche se non mancano profili più bassi e anonimi.

Ma ecco, come di consueto, le mie pagelle:
                                                  
francesco gabbani: Occidentali’s karma. Vince a sorpresa il festival con un brano che fa presa in termini di ritmica e di presenza scenica colorita dalla performance di una scimmia vispa e ballerina. Il testo è pieno di riferimenti ironici sulla (pseudo) cultura occidentale. Voto 7,5

fiorella mannoiaChe sia benedetta. Favorita alla vigilia, si fa superare al traguardo dal collega meno noto. Esibizione magistrale anche se il testo della canzone rasenta un po’ l’ovvietà.  Voto 7

ermal metaVietato morire. Ottime le qualità vocali che ha saputo dimostrare soprattutto nella serata delle cover vincendo con il brano di Modugno “Amara terra mia”. Arriva terzo con una canzone orecchiabile che elenca i consigli della mamma su come superare le difficoltà della vita. Voto 7

michele bravi: Il diario degli errori. Forse il brano più innovativo sotto il profilo delle atmosfere e delle armonie musicali. La voce è di qualità. Voto 8.

paola turci: Fatti bella per te. Brano godibile per un ritorno alla grande dell’ex ragazza prodigio di “Bambini”, canzone che le valse il premio della critica nel Sanremo del 1989. Voto 7,5.

sergio silvestre:  Con te. Buona l’interpretazione ma la canzone non è degna delle qualità di questo gigante buono e sorridente. Voto 6.

fabrizio moro:  Portami via. L’unica che mi ha procurato un brivido nella schiena. Ed è tanto. Voto 9.

elodieTutta colpa mia. C’è l’impronta di Emma Marrone, una delle autrici, e si sente. Voce interessante e melodia accettabile. Voto 6,5.

bianca atzeiOra esisti solo tu. Per gli amanti del piano bar e delle cenette a lume di candela. Niente di più. Voto 6.

samuelVedrai. Canzone già sentita fra le solite che passano inosservate.  Voto 6.

michele zarrilloMani nelle mani. Gli anni si fanno sentire, come pure la nostalgia per le hit “Cinque giorni” e “La notte dei pensieri”. Ed è un cattivo indizio. Voto 5.

lodovica comello: Il cielo non mi basta. Insipida. Voto 5,5.

marco masiniSpostato di un secondo. Meglio spostarsi di qualche anno all’indietro per ricordare successi più meritevoli. Voto 6.

chiaraNessun posto è casa mia. Dice bene. L’uscita per andare a Sanremo con una canzone così così non è stata una buona idea. Voto 5.

alessio bernabeiNel mezzo di un applauso. Direi nel mezzo di un fiasco. Voto 4-.

clementinoRagazzi fuori. Solito rap ma il refrain è accettabile.  Voto 6.

albanoDi rose e di spine. Più spine che rose per la star di Cellino San Marco, che però si consola vincendo il premio come miglior arrangiamento. Voto 5-.

ronL’ottava meraviglia. Forse tra gli esclusi è il brano che ha demeritato di meno. La missione di devolvere i proventi ai malati della Sla è comunque lodevole. Voto 6,5.

gigi d’alessioLa prima stella. Se la prende con la giuria di qualità che lo ha fatto fuori, a suo dire, ingiustamente. Ma il brano non brilla. Voto 5,5.


giusy ferreriFa talmente male. Non so se per l’eliminazione o per aver portato un brano scadente. Diciamo per tutti e due. Voto 4-.

MORIRÒ VENERDI’ 17

Che gli italiani siano un popolo di superstiziosi è un dato ampiamente acclarato. Secondo un sondaggio del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), cui fa parte il celebre conduttore televisivo Piero Angela, siamo in fatto di scongiuri al terzo posto in Europa con il 58%, preceduti di un palmo dalla Repubblica Ceca (59%) e dalla primatista Lettonia (60%).

La superstizione, si sa, è tutto ciò che è irrazionale, non provato scientificamente ma che viene ritenuto credibile pur in assenza di qualsiasi correlazione tra i comportamenti e gli eventi prodotti.

E’ associata all'ignoranza, fortemente combattuta nell'era dell’Illuminismo, invisa da grandi scienziati come Albert Einstein che nel 1954, in una lettera indirizzata al filosofo di Princeton Eric Gutkind definì la fede in Dio una “superstizione infantile”.

Ma siamo davvero un popolo così ignorante?

Eppure vi sono tanti personaggi della cultura e dello spettacolo che ricorrono ai riti scaramantici più insoliti e stravaganti per tenere a bada tutto ciò che porta male. Franco Zeffirelli, ad esempio, evita completamente di pronunciare il nome di una persona che a suo dire porterebbe sfortuna. 

Dario Fo (premio nobel della letteratura nel 1997), scomparso qualche mese fa, debuttava solo al venerdì.

Maria Grazia Cucinotta ha ereditato dalla nonna tutte le buone pratiche per sconfiggere il malocchio, mentre la bella Alena Seredova racconta che i suoi connazionali della Repubblica Ceca sono soliti toccarsi i denti con la nocca dell’indice.

E che dire del grande Maestro Eduardo De Filippo che in un’intervista coniò la celebre frase “Essere superstiziosi è da ignorante, ma non esserlo porta male”.

Insomma la superstizione, pur inspiegabile e intangibile, colpisce in maniera trasversale tutte le categorie sociali e non sembra essere inversamente proporzionale al grado culturale di ciascuno di noi.

Forse più che della inadeguata conoscenza empirica, questa forma di credenza, molto popolare e socialmente stratificata, è figlia piuttosto dell’insicurezza e della necessità di far leva su determinate convenzioni o usanze popolari per meglio affrontare e migliorare la propria performance.

E’ un po’ come l’effetto placebo: non è vero ma ci credo.

Allora, che male fa aggiungere un posto a tavola se si è in tredici, cambiare strada se un gatto nero ci passa davanti  o spargere di sale l’uscio di casa dopo la visita di un latore di cattive notizie?

Anch'io ho fatto i debiti scongiuri nei modi più consueti e intuibili: una zingara mi ha detto che … morirò venerdì 17!

Fortuna che non ha precisato l’anno …

L’AMORE E’ PER SEMPRE

Non sono un sostenitore delle feste comandate, né tanto meno della ricorrenza di San Valentino che proprio in questi giorni sta imperversando la rete pubblicitaria con spot mielosi e di dubbia autenticità.

Penso che l’importanza di certi valori non vada confusa (e trasfusa) con gli slogan propagandistici, il cui fine è esclusivamente quello di abbagliare l’immaginario collettivo (già di per sé carente) con stereotipi scontati e minimalisti che tutt'al più servono solo a lambire le coscienze.

L’amore è la distanza più breve tra un uomo e una donna”. Avevo letto questa frase qualche tempo fa scartando uno di quei cioccolatini che si ricevono in occasioni simili. Mi ero perfettamente adeguato al contesto e non c’era bisogno di riflettere e di comprendere. Ero io il contesto, e il contesto era me.

Fantasticherie e voli pindarici tipici dell’età giovanile in cui qualsiasi trasporto emotivo sembra durare per sempre. Poi crescendo è il ricordo ad essere l’unica cosa che rimane anche quando l’emozione che lo ha germogliato non c’è più.

L’eternità è un’invenzione dei poeti, fatta apposta per sopravvivere al malessere esistenziale, il compromesso che si frappone tra la realtà e l’immaginazione: quanto più la prima si allontana dalle nostre aspirazioni, tanto più la seconda si avvicina alle nostre evasioni intellettuali. Un serbatoio che riempiamo di sogni e di speranze che ritornano a noi dopo essere stati respinti dalle mancate condivisioni.

Meglio tuffarsi nelle canzonette che in questi giorni si stanno ascoltando dal teatro Ariston di Sanremo e che qualcuno proverà a fischiettare in macchina prima di andare al lavoro e prima che il loro eco svanisca non appena si affronteranno i soliti problemi.

In fondo è bene non prendersi sul serio e non pensare troppo all'amore.

L’amore è un’altra cosa. E’ per sempre.

BELL’ANIMA

Non c’è un colore che possa rappresentarla o descriverla nel modo che desideriamo. L’anima è bella solo se siamo capaci di mostrarla libera dalle contaminazioni del nostro vivere, pura e semplice come gli occhi innocenti di un bambino che osservano, stupiti, le meraviglie di un improbabile orizzonte.

Le insidie della vita alterano il percorso che abbiamo tracciato con i sogni e le fantasie dell’infanzia. Deviazioni subdole e pericolose che a volte ci conducono in un punto senza ritorno, come una macchia nera nel mare che si propaga fino a farci allontanare dalla riva.

Le teorie sulla cattività in rapporto all'ambiente circostante si sono sviluppate a iosa negli ambiti scientifici, nei salotti letterari e persino nel mondo delle canzonette. “Perché l’uomo in gruppo è più cattivo, quando è solo ha più paura”, cantava Mia Martini nella bellissima e struggente “Gli uomini non cambiano”, a sottolineare che non si è mai buoni (o cattivi) fino in fondo.

La brutalità spesso germoglia negli incontri sbagliati, nell'indifferenza, nella distonia e disarmonia relazionale. Tutto decresce e fa seppellire quell'anima bella e gentile che si aveva al primo approccio con la vita.

Ed è difficile, arduo, improbo tirarla fuori quando mancano le carezze, l’amore paziente e generoso, la predisposizione alla comprensione e all'ascolto.

Forse nascono così i ragazzi fuori, figli di ieri o di un domani che si rigenera all'infinito e che racconta una storia già sentita, anche se a cambiare sono gli interpreti. Figli di un dio minore, si direbbe, per parafrasare l’omonimo film del 1986 con William Hurt e Marlee Matlin nei panni di una  ragazza sorda che si rifiuta di parlare per un dolore vissuto nell'infanzia.

Ma l’anima resta bella anche sopra un fatto brutto. Quando non la si vede è solo perché è stata sommersa dai detriti di un tempo maledetto, impetuoso e ingiusto. Basta scavare dentro per recuperarla e riportarla alla luce perché tutti possano ammirarla nel suo candore.

Come adesso che ti vedo e ti riconosco fra migliaia di volti che sono passati davanti a me da farmi dimenticare della tua esistenza, inquieta e silente.

Come adesso che mi viene da dirti con gli occhi lucidi e inteneriti:

Scusami se non ti ho amato abbastanza.”


IL DUBBIO

Da qualche giorno sono assalito dal dubbio di avere ammazzato qualcuno. Esattamente da trentasette ore e quarantacinque minuti, il tempo trascorso da quando mi sono recato al supermercato fino adesso che sono a letto a rimuginare su quello che è (o sarebbe) successo.

Ho passato una notte piena di ripetizioni: mi sono alzato e sono andato in cucina, ho aperto il frigo per cercare qualcosa da bere, sono ritornato a letto per poi rialzarmi e rifare le stesse cose. Niente. Non c’è stato modo per acquietarmi e spegnere la mia sete di risposte alle domande che in rapida successione hanno iniziato a pungolarmi come una spilla su tutto il corpo.

Ricordo perfettamente quello che ho fatto al supermercato, le cose che comprato, la spesa che ho prelevato dal carrello e che ho riposto con cura nel bagagliaio della mia macchina. Ho bene impressa ognuna delle azioni che ho compiuto prima di imboccare la strada del ritorno, come la chiave d’accensione con la quale ho fatto partire l’auto al primo colpo e la retromarcia che ho inserito per uscire dal parcheggio.

Poi un tonfo, qualcosa contro cui avrò urtato con la macchina e che mi ha fatto pensare ad una persona per le grida che si sono levate subito dopo l’impatto.

Non ricordo altro. Black-out completo, come se tutto si fosse fermato al momento in cui ho creduto di avere investito qualcuno. Un dubbio che mi ha accompagnato nelle ore a seguire e che ora mi sta lacerando come un rimorso acerbo e incalzante, benché inspiegabile e immotivato.

Provo a riordinare le idee, mentre mi giro e mi rigiro tra le coperte con il televisore acceso dal quale sento sciorinare le notizie di cronaca ma non quella (per me) più temuta. Dunque, mi dico, mi chiamo Mario Cravattini, ho trentacinque anni, funzionario di banca tutto casa e chiesa. Cosa avrò fatto di male da macchiarmi la coscienza per un delitto che, per giunta, dubito di aver commesso?

Chissà perché ma mi viene in mente la notte dell’Innominato de “I Promessi Sposi”. Come questo personaggio sono preso dal pentimento per qualcosa di cui dovrei vergognarmi e contro cui dovrei combattere con una conversione purificatrice di tutti i mali. Come l’Innominato ho ripercorso a ritroso tutte le fasi della mia vita, abbattuto gli argini dei più reconditi pensieri e ricordi che credevo di aver riposto per sempre in qualche cassetto sperduto della memoria.

Mi rivedo bambino colto in flagrante da mia madre nell'atto di compiere una marachella. Più del castigo che mi sarei aspettato, ho temuto d’imbattermi nel suo sguardo pieno di severità e privo della benché minima indulgenza per quella malefatta. Questo sguardo, così glaciale e sprezzante, mi ha accompagnato per tutta la vita facendomi precipitare nell'insicurezza e nella terribile certezza che non sarei mai stato felice.

Non avrei avuto nessuno da amare, e nessuno mi avrebbe mai amato. Neutralità che è stata la costante di tutto il mio percorso relegandomi nelle cose invisibili, che si dissolvono in fretta come una nuvola passeggera in un cielo terso e crepuscolare

Gli occhi mi si sono riempiti di lacrime ma ho sentito per la prima volta una calma interiore che mi ha fatto assopire lentamente mentre in sottofondo lo speaker della televisione ha annunciato la triste notizia:

“La redazione ci riferisce di un omicidio per futili motivi al parcheggio del supermercato di San Giovanni. Una macchina, uscendo in retromarcia dall'area di sosta, ha urtato contro il carrello della spesa trainato da un cliente. Ne è scaturita una violenta discussione con il conducente dell’auto che è stato raggiunto da due colpi di pistola. Trasportato d’urgenza all'ospedale, l’uomo è spirato pochi minuti fa.”



IL DUBBIO

Racconto breve 
di
Vittoriano Borrelli 


(I riferimenti a fatti o a personaggi della realtà sono puramente casuali)