“L’ARGO” DI TRIONFO


L’85sima Notte degli Oscar ha fatto registrare la vittoria a sorpresa di “Argo” che si è aggiudicato l’ambìta statuetta contro ogni pronostico della vigilia.

Il film di Ben Affleck ha superato sul filo di lana, come un maratoneta delle migliori olimpiadi, il più gettonato “Lincoln” di Steven Spielberg, che si accontenta di un solo premio per il Miglior Attore Protagonista  consegnato a Daniel Day-Lewis.

La giovanissima Jennifer Lawrence, vince nella categoria “Migliore Attrice Protagonista” per il film “Il lato positivo”, a testimonianza del nuovo che avanza.

Tratto dall’omonimo libro di Tony Mendz e Matt Baglio, “Argo” racconta la liberazione degli ostaggi americani durante la rivoluzione iraniana del 1979. Come “Lincoln” è un film storico, ma la sua più recente datazione ha fatto breccia sul pubblico degli States che lo ha premiato, forse, anche per una maggiore dinamicità degli eventi narrati.

La manifestazione cinematografica più importante dell’anno si è aperta sulle note di “We saw your boobs” (in italiano “abbiamo visto le vostre tette”), eseguita dal conduttore Seth MacFarlane  che ha mostrato in chiave comica le immagini senza velo delle migliori attrici che hanno preso parte alla serata.

Come spesso accade in eventi simili, la spettacolarizzazione predomina sui contenuti e su quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti della scena. L’esempio recente del festival di Sanremo 2013, dove i conduttori si sono accaparrati le luci della ribalta a tutto danno degli artisti e delle canzoni in gara, è di per sé significativo di quanto lo show e l’audience sovrastino le logiche che dovrebbero invece indirizzare il prodotto televisivo più nella sostanza che nella forma.

“La notte degli oscar” non si sottrae a questo giudizio in cui la penuria delle idee e la scarsa qualità di quanto ci viene proposto è ormai una tendenza sempre più crescente.

E questo, purtroppo, è un altro film già visto.

SANREMO 2013: LE MIE PAGELLE


Cala il sipario sulla 63esima edizione del Festival di Sanremo ed è tempo di bilanci. Gli ascolti record hanno premiato la coppia “Fabio Fazio - Luciana Littizzetto, che hanno condotto la kermesse canora più importante dell’anno con professionalità, ironia e capacità di tenere incollati al televisore, in media, oltre 12 milioni di telespettatori. 

In questi tempi di austerity e di spending review è sicuramente un dato eccezionale, come sottolineato dallo stesso direttore di RAI 1, Giancarlo Leone, che ha parlato di “segno di discontinuità con i parametri di business del passato” nell'obiettivo di arrivare al pareggio tra le entrate e i costi della manifestazione.

La formula della doppia canzone dei concorrenti è certamente innovativa, ma andrebbe sviluppata meglio nei tempi della scelta. Le canzoni vanno ascoltate più di una volta prima di esprimere un giudizio più aderente al proprio gusto personale. In qualche caso la scelta di un brano anziché dell’altro, non è sembrata molto condivisa ed ha lasciato più di un rimpianto anche da parte degli stessi cantanti. Ma tutto è migliorabile.

La parola adesso passa alle vendite e agli ascolti post – Sanremo, perché si sa che per la musica, come nella vita, gli esami non finiscono mai.

Infine, ecco le mie pagelle sulle canzoni in gara con una precisazione: si tratta di giudizi esclusivamente personali, frutto della mia esperienza di musicista e paroliere, senza nulla offendere agli interpreti e ai loro beniamini.

Marco Mengoni (L’essenziale): L’X-Factor 2010 sbanca il Festival con un brano molto godibile e orecchiabile che conferma i pronostici della vigilia. Al primo ascolto è stato subito … colpo di fulmine! 
Voto 8.

Elio e le Storie Tese ( La canzone mononota): Si consolano con il premio Miglior arrangiamento e quello della critica (forse esagerato) dedicato a Mia Martini. La loro canzone esalta le qualità stilistiche della band ma non sembra bissare il successo ottenuto con “La terra dei cachi”. Voto 6,5.

I Modà (Se si potesse non morire): Brano ripetitivo del loro repertorio, che nulla aggiunge e nulla toglie. L’onda di “Viva i romantici”, album tuttora presente nelle superclassifiche, ha dato una grossa mano al loro terzo posto. Voto 6

Chiara (Galiazzo) (Il futuro che sarà): Mastodontica, da incutere timore anche al più imperterrito dei latin lover, la vincitrice della sesta edizione di X-Factor, sfodera una canzone che non eccelle ma che esalta le sue ottime qualità canore. Voto 7.

Malika Ayane (E se poi): Di bello ha la schiena tatuata e una gestualità che ricorda quella delle bambine alle prime recite scolastiche. Il brano sembra una reminiscenza del “già sentito”, ma è comunque orecchiabile. La voce gradevole di Malika merita un repertorio migliore. Voto 6,5.

Maria Nazionale (E’ colpa mia): E’ sicuramente “colpa sua” se è andata a Sanremo pensando di essere al Festival di Napoli. Personalmente mi piaceva l’altra canzone (“Quando non parlo”) di Enzo Gragnaniello, precipitosamente bocciata dalla giuria. Voto 5.

Simone Cristicchi (La prima volta che sono morto) Ha presentato un testo ironico, ben scritto e fedele al suo stile. Ma niente di più. Voto 6.

Almamegretta (Mamma non lo sa): Durante la loro esibizione ho temuto che l’audio del mio televisore non funzionasse bene. La voce del solista sembrava provenire dall'oltretomba  Non si è capita una sola parola, tranne il refrain “Mamma non lo sa” (e invece dovrebbe saperlo). Meglio che tornino nell'anonimato. Voto 4.

Marta sui Tubi (Vorrei): La formula delle due canzoni proposte dai cantanti è sicuramente innovativa, ma per loro ci sarebbe stato bisogno di … una terza. Voto 4.

Raphael Gualazzi (Sai, ci basta un sogno): Canzone accettabile per gli amanti del genere. Si notano l’ottima performance al pianoforte e una voce che forse tende troppo ad imitare (l’inimitabile) Pino Daniele. Voto 5.

Annalisa (Scintille): Fa “scintille” con una performance degna della scuola di Amici. Si consolerà con  le vendite e gli ascolti post - Sanremo. Voto 6.

Daniele Silvestri (A bocca chiusa): La sua esibizione ci ha fatto restare, come il titolo della canzone, “a bocca chiusa”. Nessun  commento da fare. Voto 5.

Simona Molinari (e Cincotti) (La felicità): Non è la felicità di Romina e Albano anche se il pezzo è di tutt'altro genere. Senza infamia e senza lode. Voto 5.

Max Gazzè (Sotto casa): La sua ballata evoca la nostalgia dei reduci della Siberia. Forse il coro dell’Armata rossa, che si è esibito nella prima serata con Toto Cutugno, era ancora presente dietro le quinte per intonare il refrain finale.  Non sarà indimenticabile. Voto 5.

RATZINGER, IL VUOTO CHE RESTA


L’annuncio shock di Papa Benedetto XVI delle proprie dimissioni da Pontefice con effetto dalle ore 20,00 del 28 febbraio p.v., ha destato scalpore e sgomento in ogni parte del mondo.

Papa Ratzinger, eletto nel 2005 come successore del compianto Papa Wojtyla, ha giustificato questa sua decisione, -che ha pochissimi precedenti nella storia ecclesiastica-, con l’avanzare dell’età che non gli permetterebbe di  proseguire l’Alta Missione nelle migliori condizioni fisiche.

Questo gesto di abdicazione, che ricorda quello di alcuni pontefici nell'era del potere temporale (l’ultimo caso di dimissioni risale ad oltre sette secoli fa ad opera di Celestino V), merita rispetto pur lasciando più di un dubbio per i tempi, i modi e l’inusualità della rinuncia.

A molti è sorto spontaneo il paragone con Papa Giovanni Paolo II che fino all'ultimo istante, nonostante le precarie condizioni di salute, volle portare a termine il suo pontificato perché, come confidò allo stesso Papa Ratzinger è “una responsabilità unica data dal Signore e che solo il Signore può ritirare".

E’ vero che la grandezza di Papa Wojtyla, che seppe unire le coscienze più contrapposte, raccogliere e avvicinare i giovani alla fede religiosa pur nel rispetto delle sue diverse manifestazioni, avrà rappresentato per il Papa dimissionario un’eredità di gran peso, non scevra di termini di confronto agli occhi e nel cuore dei fedeli di tutto il mondo.

Può anche darsi che il susseguirsi delle vicende sulla pedofilia di alcuni sacerdoti, e da ultimo sul “femminicidio “ denunciato del tutto impropriamente dal parroco di Lerici, hanno destato imbarazzo e disorientamento negli ambienti vaticani, tali da rendere più difficile e conflittuale il sentimento di appartenenza e di identificazione religiosa, già fortemente in crisi per le divampanti disgregazioni sociali.

Si aggiunga il recente scandalo del “Corvo”, ovvero l’indebita sottrazione di alcune carte del Papa ad opera del suo maggiordomo Paolo Gabriele, che avrà probabilmente inferto il colpo finale all'attuale Vescovo di Roma, inducendolo a prendere una decisione “storica” che può anche essere letta come inadeguatezza nell'affrontare le grandi questioni della Chiesa.

Lo stesso discorso di Papa Ratzinger sulle divisioni che deturpano la Chiesa, pronunciato in occasione dell’omelia del mercoledì delle ceneri, sembra fornire motivazioni più ampie di quelle ufficialmente esposte.

Sono dubbi e domande che forse non troveranno risposte, ma che si propagano come una voragine nel vuoto che resta…

SALLUSTI: LE PAROLE DEL SILENZIO


Le vicende giudiziarie che hanno colpito il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, sono state oggetto di vibranti discussioni e polemiche che hanno movimentato l’opinione pubblica, quasi tutta coesa nel ritenere inadeguate le attuali misure penali per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Sallusti è stato condannato a un anno e due mesi di reclusione dalla Suprema Corte di Cassazione, per omesso controllo su un articolo apparso sul quotidiano Libero che prendeva di mira la magistratura e di cui era, all'epoca dei fatti, direttore responsabile.

La notizia è poi risultata falsa, ma a nulla sono valse le scuse del quotidiano né l’ammissione della paternità dell’articolo da parte del parlamentare Renato Farina.

La pena è stata commutata in un’ammenda di c.a. quindicimila euro grazie all'intervento del Presidente della Repubblica  che nella nota accompagnatoria al decreto presidenziale del dicembre 2012 ha sottolineato la necessità di giungere a "norme più equilibrate" dei reati di diffamazione a mezzo stampa.

Ma vediamo cosa dicono le norme.

L’art. 595, comma 3, del codice penale, punisce il reato per diffamazione a mezzo stampa con la pena  “della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516 .”
Inoltre, secondo l’art. 185, c.2, del codice penale “Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili (c.c. 2047, 2049), debbono rispondere per il fatto di lui ”(Cost. 28; c.p. 190, 198; c.p.p. 83, 540)

La responsabilità dell’editore è sancita dall'art. 11 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 (legge sulla stampa) ai sensi del quale “per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l'editore.” Quella del direttore (o del vice direttore responsabile), è invece regolata dall'art  57 c.p. per omesso controllo sul contenuto del periodico “necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati”  .

Come si legge dal dispositivo della sentenza della Cassazione (la n. 41249/2012 della V Sezione penale), la misura della pena detentiva, del tutto straordinaria per la diffamazione, trova fondamento nello specifico per la recidiva della condotta dell’imputato, colpevole di sette condanne pregresse di cui sei per il reato dell’art. 57 c.p., ovvero per omesso controllo.

Pur rispettando la sentenza dei giudici, sorprende l’ardore delle voci del dissenso per un impianto normativo giudicato anacronistico ma che per troppi anni, per convenienza od opportunità politica, nessuno mai, pur avendone la possibilità, ha voluto veramente riformarlo con atti concreti e tangibili.

In altri termini se l’indignazione per la vicenda di Sallusti si è elevata da più parti ( e da qualsiasi colore politico)  fino all'intervento del Capo dello Stato, non si comprende il comportamento di coloro che, ai proclami, non hanno fatto seguire azioni coerenti e incisive sul piano del cambiamento. Si può parlare di una sorta di responsabilità oggettiva del pensiero dei potenti per omessa reazione ad una azione socialmente ingiusta.

Sono le parole del silenzio, quelle che fanno più male!

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PSY(CO): I MITI DI OGGI




Con Gangnam Style, il rapper sudcoreano Psy (vero nome Park Jae-sang) ha spopolato le classifiche dei dischi di tutto il mondo ottenendo il record di oltre un miliardo di visualizzazioni su YouTube.

Persino il suo clone, alias Gabriele Cirilli, con una imitazione pressoché perfetta nel programma di RAI 1 “Tale quale show”  si è visto cliccare il video di questa esibizione da quasi un milione di visitatori, dato infinitesimale ma che è pur sempre un risultato strepitoso.

E’ senza dubbio il fenomeno del momento che vanta il maggior numero di imitazioni in ogni parte del mondo. La sua ballata, orecchiabilissima e coinvolgente, è diventata una sorta di rito per tanta gente comune, giovane e non, che in diverse occasioni e nei luoghi più disparati è solita esibirsi al ritmo della hit dispensando sorrisi e buon umore.

La genialità di Psy, (pseudonimo che è il diminutivo di Psyco, in italiano “ malato di mente” ) è stata quella di arrivare al successo attraverso YouTube, ovvero utilizzando la telematica in luogo dei tradizionali canali di promozione discografica, dopo una lunga gavetta durata oltre dieci anni. “Questo nome d’arte”, fa sapere l’artista, “l’ho scelto perché sono un ‘malato’ della musica …Le mie canzoni sono scritte con un linguaggio anticonvenzionale e per taluni anche osceno.”

E in effetti“Gangnam Style” racconta, con un testo trasgressivo e graffiante, gli eccessi delle abitudini di vita nel quartiere più esclusivo di Seul, dove l’artista ha vissuto per molti anni. Una presa in giro ai privilegiati dai quali Psy, pur provenendo da una famiglia benestante, ha voluto prendere le distanze intraprendendo una carriera  che gli è valsa la fama del ribelle e del contestatore.

Strategia che evidentemente ha funzionato, visto che l’artista sudcoreano è oggi il più ricercato e menzionato persino dai grandi esponenti della politica internazionale, primo fra tutti, Barack Obama, che dopo una sua esibizione ha voluto complimentarsi personalmente con lui.

Fa comunque riflettere l’avanzata dei “miti di oggi”, da perfetti sconosciuti a star e protagonisti del palcoscenico multimediale grazie a una tecnologia in continua espansione, capace di attirare l’attenzione in pochissimo tempo e soprattutto a basso costo.

Ma si sa che un conto è la popolarità, che può durare lo spazio di una dozzina di mesi, altra cosa è essere dei veri e propri miti che sopravvivono a qualsiasi epoca o generazione. In questo senso non c’è molta differenza tra le meteore di oggi e quelle di ieri: di diverso hanno soltanto il modo per arrivare al grande pubblico, oggi enormemente facilitato dalla tecnologia informatica.

Il problema è sempre la qualità di ciò che si propone, l’unica che può veramente superare qualsiasi barriera temporale ma che in questi tempi scarseggia.

E se il futuro è già nato, c’è una bellissima canzone di Renato Zero  che ci ricorda che “i miei miti sono andati via. Come un vento, come un’amnesia…”



PRIMO LEVI: SE QUESTO E’ UN UOMO


Questa bellissima poesia di Primo Levi, tratta dall'omonimo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1947, racchiude in sé l’essenza dell’opera, un mosaico di sensazioni e di stati d’animo che  accompagnano l’esperienza  vissuta dall'autore nel campo di concentramento di  Auschwitz.

E’ un manifesto-denuncia di come la cattiveria, la crudeltà e la sopraffazione possano trasformare un uomo in una cosa, nullità del proprio essere che indigna e che fa vergognare.

La sopravvivenza del ricordo, messaggio sublime e catartico di questi meravigliosi versi, è un monito perenne per allertare le coscienze affinché non si dimentichi ciò che è stato raccontato, ciò che è stato vissuto in prima persona e trasferito ai posteri come eredità storica e testimoniale.

Come si sa il 27 gennaio è la data in cui si celebra la Giornata della Memoria, istituita oltre un decennio fa con la legge 20 luglio 2000 n. 211 per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Al di là delle celebrazioni, che sono sempre ben gradite e apprezzate, credo che il ricordo di questi scempi debba essere non solo istituzionalizzato ma anche e soprattutto interiorizzato nelle nostre coscienze affinché vi siano infiniti giorni della memoria a cominciare dal nostro agire quotidiano per finire alle decisioni dei potenti, molto spesso “smemorati” o pronti a scalciare … la polvere del ricordo.

Che " i vostri nati torcano il viso da voi …"

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”



IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO


Pubblicato nel 1990 e riprodotto due anni dopo in un film di Lina Wertmuller con Paolo Villaggio, questo libro di Marcello D’Orta ebbe un successo senza precedenti perché seppe coniugare, attraverso alcuni temi elaborati dagli alunni di una scuola elementare di Arzano, il disagio sociale con l’ironia e la spontaneità di giovani voci partenopee, il tutto con un linguaggio semplice ma fortemente incisivo e coinvolgente.

Si dice che i bambini sono la “bocca della verità”. E’ un antico proverbio che nell'opera di D’Orta traspare in tutte le sue sfaccettature fino a divenire la colonna portante dell’intero impianto narrativo.
E poco importa che i temi riportati sono pieni di errori grammaticali, volutamente non corretti dall'autore  perché la parola come linguaggio e manifestazione di sentimenti o di stati d’animo, non abbisogna di “cornici” belle e luccicanti  ma solo di contenuti autentici.

La verità di Io speriamo che me la cavo, è quella di descrivere una realtà sociale di provincia, in cui il disagio, l’incertezza del futuro e lo spirito di sopravvivenza emergono in tutta la loro crudezza e tipicità fino a stratificarsi, a macchia d’olio, in contesti più ampi che investono l’antica questione meridionale, esempio di uno spaccato di vita popolare dirompente e genuino.

I temi di questi giovani alunni raccontano, ancor meglio di un romanzo, storie individuali o familiari in cui ciascun personaggio è, al tempo stesso, narratore e protagonista di vicende reali che ritraggono la condizione di una napoletanità che fa riflettere e sorridere, stimolando il lettore nell'immaginazione e nell'immedesimazione.

Ogni parola scritta sembra suggerire un’immagine, una fotografia, la rappresentazione del già visto o del già vissuto proprio come nelle commedie del grande Eduardo De Filippo o nelle migliori produzioni cinematografiche del romanzo popolare.

L’AUTORE: Marcello D’Orta è docente e scrittore napoletano, maestro di scuola elementare. Ha scritto diversi libri, tra cui una sorta di rifacimento del best seller in commento intitolato "Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso. L'amore e il sesso: nuovi temi dei bambini napoletani."
L’ultima sua fatica s’intitola "Era tutta un'altra cosa : i miei (e i vostri) anni Sessanta." 

UN TEMA DEL LIBRO: 

Quale, fra le tante parabole di Gesù, preferisci?

“Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo.
Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio.
Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Una grandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti!” e poi li dividerà.
A uno qua a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio non lo vede.
Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà. Arzano si farà in mille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile. Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre.
I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle.
Io speriamo che me la cavo.”

L'ULTIMO IMPERATORE

La performance di Silvio Berlusconi nella puntata inaugurale di "Servizio pubblico", in onda su LA7, ha tenuti incollati al televisore oltre nove milioni di telespettatori. E' un risultato straordinario in questi tempi di austerity e di latitanza di leader carismatici.

Il cavaliere, per nulla intimidito dalla "fossa dei leoni" preparata da Santoro, ha ribattuto colpo su colpo alle domande provocatorie lanciate dallo stesso conduttore e dai giornalisti presenti dimostrando una verve e una combattività comuni a pochi e offrendo, in taluni passaggi, lezioni di economia politica e di diritto costituzionale.

In barba agli scommettitori dell'ultima ora che avevano pronosticato l'uscita anzitempo dalla trasmissione del leader del Popolo della Libertà, l'intervistato ha tenuto duro fino alla fine superando tutte le insidie frappostegli come l'ultimo imperatore di fronte ad una platea critica e diffidente alla quale è riuscito a strappare anche qualche applauso.

E così l'intento di Santoro di smascherare il cavaliere denudandolo di tutti i suoi misfatti ha prodotto un risultato opposto o comunque largamente inferiore alle attese del conduttore.

Il momento topico della puntata è stato quando il "Silvio nazionale" ha letto la lettera indirizzata a Marco Travaglio, nella quale ha elencato le condanne e i procedimenti giudiziari in corso del medesimo suscitando l'ira di Santoro (vedi il filmato in calce) che è intervenuto a difesa del giornalista apparso visibilmente imbarazzato.

Calato il sipario sulla trasmissione se n'è aperto subito un altro con commenti critici e previsioni prospettiche su quelli che potrebbero essere gli esiti della campagna elettorale in corso.
Ma questo lo scopriremo solo vivendo ...








LE MIE MASCHERE: UNA, NESSUNA, CENTOMILA


“Uno, nessuno, centomila”, il capolavoro di Luigi Pirandello pubblicato nel 1926, rappresenta una delle opere che hanno fatto la Storia della letteratura, non solo italiana,vantando un copioso numero di riproduzioni teatrali e televisive e altrettante citazioni e commenti esegetici che molti di noi hanno imparato a conoscere fin dai banchi della scuola.

Tema conduttore del romanzo sono le “maschere” che il protagonista, Vitangelo Moscarda, è costretto ad indossare in una sorta di auto-dissociazione dal contesto sociale che lo porterà alla pazzia, direi lucida e implacabile, per non voler essere più uno, ovvero persona con una propria identità, né nessuno, ovvero l’annullamento della propria individualità una volta scoperto di non essere la sola ma centomila secondo il giudizio e la considerazione della gente.

Fattore scatenante di questa crisi di coscienza è, -come per tutte le implosioni esistenziali-, l’osservazione, apparentemente ludica e insignificante, della moglie del protagonista, Dida, che gli fa notare di avere il naso leggermente storto. Da questo momento tutte le certezze di Vitangelo crollano miseramente. Inizia così la sua discesa verso la disgregazione più totale del proprio io con azioni crudeli e insensate che sanciranno la fine del suo matrimonio e l’internamento in un ospizio, dove vivrà da mendicante ma libero da qualsiasi convenzione.

Attraverso questi comportamenti distruttivi, Vitangelo “costruisce” la sua reazione ad un mondo che lo delude e che, a sua volta, si dimostra dissociativo di qualsiasi affermazione individuale.

Per il protagonista l’autenticità del proprio essere non può che passare attraverso la negazione del ricordo, l’annullamento e la rinascita di se stessi senza indossare più alcuna maschera.

Ecco un passaggio del romanzo: “L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a rendermi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un “mio” dunque che non era per me!); una vita nella quale pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie…”


L’opera di Pirandello, che consiglio vivamente a tutti gli appassionati dell’esistenzialismo, mi fa ritornare alla memoria una canzone che scrissi nel  1981, dal titolo, appunto, “Maschere”.

Il testo si avvicina molto alle tematiche affrontate da Pirandello e penso che sia ancora oggi molto attuale, perché le trasformazioni e le turbolenze interiori sono figlie delle generazioni e, come tali, si rinnovano e sopravvivono ai segni indelebili del tempo.


Maschere che lasciano ogni giorno
segni di una verità perduta
che si divertono a prendere in giro una vita fottuta
maschere di bambini adulti
maschere di comiche e d'insulti
maschere ormai sui volti di tutti       

Lei che passa una giornata a casa
e scivola nel buio di una serata strana
mentre lui l'aspetta da due ore giù al portone
E il figlio del custode con tanti buchi sulla pelle
maschera da sempre il suo pensiero ribelle
e fuma contento di aver sputato un altro no

Gente abbuffata di inganni e di preoccupazioni
gente colpita da un sole troppo forte
e dalle lacrime di un ricordo
Nascosta nei bidoni e nelle macchine
nei treni e nelle notti senza un'immagine
gente troppo sola che aspetta ancora la sua ora

E nella nebbia si disperdono gli attori
rivivono forse briciole di emozioni
ma poi diventano più allegri di un'ora fa
E fanno di se stessi un mito ormai fallito
indossano da anni il solito vestito
felici di vivere per modo di dire

In questo carnevale di incontri e di rinunce che fanno male
si pensa solo a bere e a volersi bene
per poi tradirsi insieme
Lei abbassa il capo e ride
tra le sue braccia pensa a un appuntamento
con un tizio importante
nel suo grande appartamento

Maschere che lasciano ogni giorno
segni di una verità perduta
che si divertono a prendere in giro
una vita fottuta
Maschere di bambini adulti
maschere di comiche e di insulti
maschere ormai sui volti di tutti



L’ANNO CHE VERRA’


Il 2012 sta per volgere al termine e come spesso si fa in questi casi, è tempo di bilanci.

Non c’è stata la preannunciata fine del mondo ma quello che è accaduto nell'anno che stiamo per lasciare assomiglia molto alla profezia dei Maya, se non nelle previsioni di taluni interpreti e improvvisati esperti, almeno nella negatività di eventi che si sono abbattuti a ritmo quasi incalzante nella nostra società.

Come non ricordare, purtroppo, il naufragio della Concordia avvenuto il 13 gennaio (cfr post:”Il comandante Schettino in TV: si salvi chi può!) che ha provocato la morte di trenta persone, di cui due dispersi.

E ancora: il terremoto del 29 maggio che ha colpito le popolazioni dell’Emilia Romagna con 27 vittime (in maggioranza dipendenti di aziende distrutte) o il recente alluvione della maremma grossetana del 12 novembre che ha causato la perdita di cinque vite umane.

Vi sono state poi la grave crisi economica del Paese e gli scandali istituzionali della regione Lazio (cfr post: “Laziogate: scandalo al sole”) che in un certo senso hanno fatto da “apripista” ad altri esempi di “mala-politica”, come gli indebiti rimborsi percepiti da molti consiglieri della regione Lombardia.

Da ultimo, ma solo per cronologia e non per importanza, il sequestro degli impianti dell’ILVA (cfr post “ILVA: le stragi sommerse”) che ha riproposto questioni ataviche di mala-gestione a tutto danno della salute pubblica e dei lavoratori.

E’ stato un anno di molte lacrime e di pochissimi sorrisi, come la bella affermazione dell’Italia ai giochi olimpici di Londra che ha conquistato un decoroso ottavo posto con 28 medaglie complessive (8 ori, 9 argenti e 11 bronzi).  Ma anche qui, lo spettro del doping (cfr post: “Schwazer: fuga dalla vittoria”) ha gettato più di un’ombra sui valori della lealtà sportiva e della sana competizione.

E per finire un pensiero al grande Lucio Dalla, scomparso il 1 marzo scorso, autore di canzoni che hanno segnato un’epoca e un’eredità preziosa anche per le generazioni future, perché la buona musica non conosce mai i limiti del tempo.
La sua “L’anno che verrà” è forse una delle più belle ed appropriate per commentare la fine di un anno e l’inizio del nuovo con una verità di fondo: noi siamo ciò che siamo stati ma dal passato, anche doloroso e infausto, si può sempre emergere e sperare nel cambiamento.

Perché anch'io “mi sto preparando, è questa la novità!”






BUON NATALE


In questi giorni su Facebook e su altri siti web sta circolando una bellissima poesia che ha come tema l'albero di Natale dell'amicizia.

Non so chi l’abbia scritta.

Se qualcuno potesse darmi qualche informazione sarei ben lieto di complimentarmi con l'autore (o con l'autrice).

Per il momento spero di fare cosa gradita nel riportarla su questo blog dedicandola a tutti i lettori con sincero affetto.

Tu che ne dici o Signore, se in questo Natale 
faccio un bell'albero dentro il mio cuore
e ci attacco,invece dei regali,
i nomi di tutti i miei amici? 

Gli amici lontani e vicini. Gli antichi e i nuovi.
Quelli che vedo tutti i giorni e quelli che vedo di rado.
Quelli che ricordo sempre
e quelli che, alle volte, restano dimenticati. 

Quelli costanti e intermittenti.
Quelli delle ore difficili e quelli delle ore allegre.
Quelli che, senza volerlo, mi hanno fatto soffrire.
Quelli che conosco profondamente
e quelli dei quali conosco solo le apparenze. 

Quelli che mi devono poco e quelli ai quali devo molto.
I miei amici semplici ed i miei amici importanti.
I nomi di tutti quelli che sono già passati nella mia vita. 

Un albero con radici molto profonde
perché i loro nomi non escano mai dal mio cuore.
Un albero dai rami molto grandi,
perché i nuovi nomi venuti da tutto il mondo
si uniscano ai già esistenti.

Un albero con un'ombra molto gradevole,
la nostra amicizia sia un momento di riposo
durante le lotte della vita.

Concludo augurando a tutti Voi e ai Vostri cari un serenissimo ...
             …Buon Natale!

ANONIMO SANREMESE


L’annuncio di Fabio Fazio dei 14 “big” che parteciperanno al prossimo Sanremo 2013 ha fatto storcere il naso a diversi personaggi della critica e dello spettacolo.

Fiorello, ad esempio, ha parlato di “rottamazione” dei “vecchi” big che nelle precedenti edizioni della kermesse canora più importante dell’anno, hanno calcato le scene del Teatro Ariston raccogliendo applausi e consensi.

In effetti, leggendo il cast ufficiale dei cantanti in gara qualche riflessione critica sorge spontanea.

A parte “I Modà” (secondi nel 2011 con “Arriverà”),  Simone Cristicchi (vincitore nell'edizione 2007 con “Ti regalerò una rosa”), Elio e le Storie Tese (secondi a Sanremo 1996 con “La terra dei cachi”), e Daniele Silvestri (chi non ricorda la hit “Salirò”?), che possono vantare una storia musicale significativa, gli altri cantanti in gara o sono dei semisconosciuti o hanno un curriculum di poche righe.

Interpreti come Annalisa di “Amici, o come i reduci di “X Factor”, Marco Mengoni e Chiara Galiazzo, pur bravi, non possono certamente considerarsi dei big anche se stanno cavalcando l’onda della popolarità del momento.

Gli Almamegretta (chi sono costoro? direbbe il buon Don Abbondio),  Marta sui Tubi e Simona Molinari con Peter Cincotti, hanno una discografia ancora tutta da definire.

E dal passato, recente o remoto ma non di certo glorioso, spuntano Malika Ayane (dalla voce stupenda ma ancora legata alle “foglie”), Raphael Gualazzi (vincitore nell'edizione 2011 nella categoria “Giovani”), Max Gazzè (eterna “promessa” mancata) e Maria Nazionale (che a Sanremo 2010 debuttò con Nino D’Angelo con il brano Jammo jà )

Insomma, quello della prossima edizione potrebbe essere un “Anonimo festival Sanremese” parafrasando il titolo di un film certamente più famoso e collaudato quale l’ “Anonimo Veneziano”.

Fazio ha spiegato che i criteri adottati sono stati quelli della contemporaneità e della qualità delle canzoni.

Non avendole ancora ascoltate non ci resta, per il momento, che fidarci augurandogli di fare centro!

NATALE IN CASA CUPIELLO


Messo in scena per la prima volta il 25 dicembre 1931, questo capolavoro di Eduardo De Filippo è ancora oggi uno dei più apprezzati ed amati dal pubblico (non solo nostrano), per aver superato a pieni voti qualsiasi giudizio critico fino a divenire una vera e propria perla della commedia napoletana.

Tante sono state le riproduzioni teatrali e televisive, tra le quali, -forse la più riuscita per intensità di interpretazione-, quella del 1977 che vede a fianco del Maestro Eduardo, una straordinaria Pupella Maggio (nel ruolo di Concetta, moglie del protagonista Luca Cupiello) ), il figlio dell’attore Luca De Filippo (nel ruolo di Tommasino, figlio di Cupiello), e Lina Sastri (nel ruolo di Ninuccia, l’altra figlia dei Cupiello).

La commedia, com'è noto, narra la storia di Luca Cupiello che si appresta a trascorrere il Natale allestendo con orgoglio e vanità un presepio che a suo dire sarà ancora più bello degli anni passati: “Pastorella, o’ terzo piano, mi ha incontrato per le scale e mi ha detto che lo fa pure lui il Presepio. Mi ha detto: “ facciamo la gara ”. Sta fresco …… Lo voglio far rimanere a bocca aperta. Ho fatto pure i disegni, i progetti.”

Ma Luca coltiva questa passione nell'indifferenza della famiglia: della moglie Concetta alle prese con i problemi della figlia Ninuccia, che intende lasciare il marito Nicola per l’amante Vittorio, e del nullafacente Tommasino, l’altro figlio che vive ancora in famiglia e che non lesina di disprezzare il presepio realizzato dal padre:
“A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?”
Sublime il commento della moglie quando al richiamo del marito di fare attenzione al suo presepe esclama:
“Lucarie’, tu stisse facendo a’ Cupola e San Pietro? E miettece duie pasture ncoppa, come vanno vanno….”
("Lucariello, manco stessi facendo la Cupola di San Pietro? Ma mettici due pastori sopra, come vanno vanno …").

Convinta dalla madre, Ninuccia desiste dal proposito di far recapitare al marito la sua lettera d’addio. Ma la missiva viene raccolta da terra dall'ignaro Luca che la consegna proprio al genero Nicola, in visita dai suoceri, pensando che l’avesse persa.
La tragedia è solo sfiorata grazie all’intercessione di Concetta che convince la coppia a non separarsi.

Nel secondo atto Tommasino arriva a casa con l’amico Vittorio, l’amante di Ninuccia, che viene invitato da Luca a cenare con loro una volta saputo che avrebbe trascorso da solo il Natale.
L’incontro con Ninuccia e con il marito di lei Nicola è inevitabile, e i due rivali minacciano di sfidarsi. Ma il tutto avviene senza che Luca se ne accorga, intento a mettere in scena con il figlio e il fratello Pasquale gli auguri natalizi per i regali destinati a sua moglie. Approfittando infatti di un momento in cui la moglie Concetta è in cucina per i preparativi della cena, Luca fa le prove di questa sorpresa e invita il figlio Tommasino a leggere la letterina di Natale scritta per la madre:
“Cara matre, ho deciso: mi voglio cambiare. Preparami un bel regalo. Questo te lo dissi l’anno scorso e questo te lo dico anche adesso…
Cara matre, che il signore ti deve fare vivere cento anni, assieme a papà, a Ninuccia, a Nicolino e a me e cento anni pure a zi’ Pascalino, però con qualche malattia…”

Nell'ultimo atto il dramma è compiuto. Venuto a sapere della tresca della figlia con l’amante Vittorio, Luca si sveglia dall'illusione di aver creato una famiglia felice ed è a letto colpito da una malattia che gli procura difficoltà motorie e verbali.
Tutto il vicinato è al suo capezzale. Il medico rivela al fratello Pasquale che per Luca non c’è nulla da fare, gli rimane poco da vivere.
L’atto si chiude con Luca che rivolge a Tommasino l’ennesima domanda: "Te piace 'o presebbio?",
E questa volta il figlio risponde, commosso, con un “Sì”.

Questa commedia, del genere tragicomico, racchiude in sé l’acuta rappresentazione del dramma popolare e l’arte, tutta napoletana, di affrontare i problemi con filosofia e improvvisazione.
Di elevato valore culturale, "Natale in casa Cupiello" fa ancora oggi emozionare e suscitare tanti sorrisi e qualche lacrima.
Ma è tanto bello piangere così!