GIOVANNA ALBI: ODORE DI BIMBO – LA STORIA DI CHIARA


Il diario dei sentimenti, delle emozioni nascoste e poi rivelate attraverso il racconto in terza persona della propria esperienza, sono gli ingredienti principali di questo interessante romanzo di Giovanna Albi, scritto con acume e cura nei particolari e finanche terapeutico nell'analisi di conflitti interiori irrisolti  e nella ricerca del senso di appartenenza a se stessi.

La storia di Chiara, protagonista delle vicende narrate, racchiude in realtà mille altre storie, mille sfaccettature dell’universo femminile enigmatico ma accattivante, semplice e allo stesso tempo controverso, fortemente critico e autocritico perché “l’analisi infinita è la prerogativa delle donne; gli uomini risolvono, le donne complicano.”

Il malessere del vivere (bene), la destrutturazione pirandelliana della propria personalità, l’abbassamento delle difese immunitarie di se stessi (perché il giudizio degli altri non collima mai con il proprio), accompagnano i racconti di Chiara come una costante inquietante ma anche appassionante e coinvolgente.

La soluzione del presente sta nella comprensione del passato. E qui emerge l’enigmatica figura di Francesca, altra protagonista “collaterale” della storia, una sorta di alter ego di Chiara che agisce nell'ombra e nei contorni delle vicende della narratrice come punto di riferimento indissolubile per la ricerca della propria interiorità.

E poi c’è Federico, il compagno ufficiale di Chiara, “l’odore di bimbo” che esalta l’attaccamento alle radici esistenziali della protagonista, sicché le avventure amorose vissute con altri partners sembrano il mezzo piuttosto che il fine per giungere ad un equilibrio dei sensi stabile e fortificato. Del ricordo di un suo amore passato Chiara scrive:“Poi pensa all'odore di bambino piccolo di Federico ed è assolutamente contenta di avere dieci anni in più.”

Chiara racconta e si racconta con ritmo incalzante, si lascia guidare dalla fantasia, unica àncora di salvezza per accettare la realtà attraverso la sua negazione.  Vive “mondi paralleli, metafora dei suoi vissuti dai quali non intende distaccarsi.” Lo fa senza convenzioni e regole precostituite, fino ad essere travolta e consumata dal suo stesso personaggio.

L’AUTRICE: Teramese di nascita, Giovanna Albi è laureata in Lettere Classiche e in Filosofia. Insegna latino e greco dal 1987 e collabora con l'Università di Perugia. Tra i suoi scritti “Splenderò nell'ombra" (2010), un diario antipsicoanalitico, di grande successo che partecipa al London Book Fair 2011. " L'avventura di Santiago" (2011). E nel 2012, oltre al romanzo in commento, “La favola bella di Sunthesis e Calipso”, in corso di stampa.

UNA CHICCA DEL ROMANZO: “Io non vivo, sono vissuta, non parlo, sono parlata, non sogno, sono sognata.

GIUDIZIO: Ben scritto, con un linguaggio ricco di metafore e di spunti di riflessione, "Odore di Bimbo-La storia di Chiara” è un romanzo a struttura aperta ad libitum con tecnica innovativa che si contrappone agli schemi usuali della letteratura tradizionale. Di forte impatto emotivo, il romanzo si colloca nella sfera dell’analisi introspettiva ed è capace di attrarre ed emozionare il lettore più esigente.

PONTE VECCHIO (INCIPIT DE "LA PROSSIMA VITA")

Ho smesso di sentirmi giovane dal giorno della morte di mia madre. Prima di allora pensavo che la vita potesse riservarmi molte prospettive e speranze, talché la mia condizione di uomo era piuttosto proiettata in un futuro non ben definito, ma ancora pieno di cose da scoprire e da conquistare.
Avevo da poco superato i quarant’anni e la mattina precedente il funerale mi guardai allo specchio notando, con sorpresa, due sottili solchi ai lati degli occhi che ben presto avrebbero preparato il terreno alle prime rughe. Avvertivo qualcosa di più del normale abbattimento per l’affetto appena mancato, come se tutto ad un tratto ogni parte del mio corpo si fosse inevitabilmente trasformata e cominciasse a dare i segni di una prematura senilità.
In genere in circostanze come queste si piange molto. Io lo feci al punto da provare sollievo per essere riuscito a dare la prova visiva del mio dolore.
Sono sempre stato refrattario a manifestare i miei sentimenti. Fin da bambino mi domandavo se, alla scomparsa di una persona cara, sarei stato capace di mostrare la stessa disperazione che in circostanze simili leggevo nelle facce di parenti o conoscenti.
A dire il vero, quando mio fratello Enrico mi annunciò per telefono che la mamma era finita, rimasi come impietrito davanti alla cornetta, e l’unica frase che riuscii a dire fu un “va bene, ci vediamo domani”, alludendo con questo che da lì a poche ore avrei preso il primo treno per Roma, fino a raggiungere l’ospedale dove la mia povera madre si era spenta.
Ma appena misi giù il ricevitore cominciai a piangere a dirotto con le lacrime che, finalmente senza alcuna reticenza, mi ingorgavano il viso fino ad arrivarmi sul collo, come un fiume che durante un alluvione oltrepassa gli argini senza incontrare alcun ostacolo.
Abitavo in un piccolissimo appartamento preso in affitto con le finestre che davano su Ponte Vecchio a Firenze. Mi ero trasferito in quella città da oltre dieci anni, da quando cioè ottenni un posto come docente di filosofia in un liceo classico. In realtà, avevo preso questa decisione non tanto per una semplice opportunità professionale, quanto piuttosto per allontanarmi dalla mia famiglia e, in particolare, da mio padre, verso il quale non ho mai nutrito grande affetto.
Basta, dopo la telefonata di Enrico e il mio pianto disperato, consultai gli orari dei primi treni che all’indomani sarebbero partiti per Roma; poi presi un borsone nel quale infilai appena un vestito di ricambio e alcuni effetti personale, preparandomi per quello che speravo si trattasse di un brevissimo soggiorno nella casa di mio fratello.
Ora, l’intenzione di fermarmi il più breve possibile a Roma potrebbe apparire contraddittoria rispetto al dolore che avevo provato all’annuncio della morte di mia madre. In verità, ero particolarmente preoccupato per alcune situazioni o aspetti pratici che avrei dovuto inevitabilmente affrontare. Innanzitutto, mi seccava enormemente dover incontrare persone che al mio cospetto contavano poco o che addirittura detestavo, prima fra tutte, mio padre.
In secondo luogo, avrei dovuto occuparmi, sia pure con la collaborazione di mio fratello, delle questioni rituali inerenti alla organizzazione del funerale, alla scelta del loculo, agli accordi con l’agenzia di pompe funebri e con il personale comunale dei servizi cimiteriali, al rilascio di autorizzazioni e pratiche amministrative varie, insomma, a tutte quelle cose che ero costretto a fare nonostante avessi bisogno di restare da solo con il mio dolore. In terzo luogo, ma non ultimo di importanza, ero convinto che quanto più fosse durata la mia permanenza a Roma, tanto meno sarei riuscito ad affrontare certe questioni familiari che dal giorno del mio trasferimento a Firenze pensavo di avere definitivamente accantonato.
Mi accasciai sul divano e mi dedicai alla mia attività preferita: il pensiero. E’ un mia caratteristica quella di parlare poco e di pensare molto, soprattutto mi piace farlo in determinati momenti della giornata come la sera tardi, quando i rumori della città cominciano ad attenuarsi. A che cosa pensavo? Innanzitutto al fatto che non avrei più potuto sentire la voce di mia madre e già mi mancavano le sue telefonate settimanali, quando mi domandava se stavo bene, se il lavoro tirava e se un giorno o l’altro mi sarei deciso finalmente a farle visita. Erano le solite domande di una madre premurosa verso il proprio figlio, alle quali qualche volta rispondevo con tono seccato, ma che adesso mi mancavano terribilmente. Mentre ricordavo queste parole, mi parve di vedere la figura di mia madre, snella, con il corpo ben slanciato e molto più giovane di come l’avevo vista l’ultima volta. Eccola apparirmi con i capelli nerissimi, avvolti in un fazzoletto azzurro, un vestito dello stesso colore che le arriva alle ginocchia e una mano infilata in una delle tasche laterali. Il viso dalla forma regolare è però di un colore bianchissimo, che fa da contrasto con le profonde occhiaie sotto i grandi occhi neri. La vedo inchinarsi ad accarezzare i capelli di me bambino con i pantaloncini corti e una cartella a tracolla sulle spalle. Mi dice: “Su Leo, da bravo, ora vai a scuola, vedrai che la mamma più tardi verrà a prenderti.”
Già, la scuola! Mi ricordai ad un tratto che dovevo telefonare a Cinzia, la mia ex moglie, per avvertirla che il giorno dopo non avrei potuto accompagnare mio figlio Giulio alla gita scolastica. Eravamo separati da un anno, ma di comune accordo avevamo deciso di continuare a frequentarci esclusivamente nelle occasioni in cui il nostro ruolo di genitori ce l’avrebbe imposto.
Composi il numero di quella che per tre anni era stata anche la mia casa, e dall’altra parte Cinzia rispose con la sua solita voce calma e sorniona. Le spiegai quello che mi era accaduto cercando di controllare per una sorta di pudore la mia commozione.
-“Mi dispiace tanto Leo, posso fare qualcosa per te?”-
-“No, ti ringrazio. Piuttosto, dovresti dire a Giulio che domani non potrò accompagnarlo.”-
-“Non preoccuparti, lo farò io. Chiederò un permesso.”-
Cinzia lavorava come vicaria alla direzione didattica della scuola materna di mio figlio.
-“Sicuro Leo che non hai bisogno di niente?”-
-“No, no… è meglio che ti occupi di Giulio. Ci vediamo al mio ritorno.”-
Riagganciai e mi strinsi nelle spalle domandandomi che cosa avrei fatto nei prossimi cinque minuti. In quel momento avevo soprattutto bisogno di fare o pensare a qualsiasi cosa pur di tenere la mente occupata e lontana dal senso di solitudine che provavo.
Mi accostai alla finestra e notai una coppia di giovani amanti che sotto i portici di Ponte Vecchio si scambiavano carezze. Non potei fare a meno di pensare ai tempi in cui io e Cinzia, proprio in quel medesimo posto, passavamo le sere a tenerci per mano e a guardarci a lungo negli occhi, mentre l’Arno scorreva lento e silenzioso. Allora eravamo trasportati dall’ansia e dalla curiosità di immaginare il nostro futuro quanto più roseo possibile, senza lasciarci scalfire minimamente dal dubbio che la nostra unione, presto o tardi, non sarebbe stata più così intensa e coinvolgente come gli sguardi che ci scambiavamo.
Si dice che niente è per sempre e che l’amore, più di ogni altra cosa, è come una fiamma destinata a spegnersi non appena il vento si alza un po’ di più...
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ZERO CON LODE


Dopo quattro anni dall'uscita dell’album “PresenteRenato Zero torna con un nuovo lavoro dal titolo “Amo-Capitolo 1”, coniato in ceralacca sulla copertina del disco come un marchio da imprimere nel cuore degli ascoltatori.

Il Re dei sorcini non si smentisce nel suo genere, anche se gli anni passano e la mutevolezza del tempo si fa sentire sul piano delle idee e della comunicazione, oggi meno introspettiva e più fuggevole sia nella forma che nella sostanza.

In verità una certa nostalgia per gli anni passati sembra aleggiare in questo nuovo album dell’artista romano, quasi come un richiamo ai valori più autentici di un comune sentire che aveva saputo unire le generazioni "post-sessantottine", fare della diversità e del disadattamento i malesseri cardini delle tematiche sociali di quell'epoca.

Ne è una riprova il brano di apertura dell’album, “Chiedi di me”, ricco di atmosfere echeggianti un passato che non c’è più, quasi una riproposizione, riveduta e corretta, di “Mi vendo”, canzone hit con la quale Renato si fece conoscere al grande pubblico ottenendo un successo strepitoso senza precedenti.

Le parole di ieri “Mi vendo la grinta che non hai”, oggi si sono trasformate in una offerta di aiuto per recuperare emozioni disperse: “la bellezza di quegli anni tuoi fatica a mostrarsi posso capirti  sai, chiedi di me”.

Intensa e coinvolgente è la bellissima “Lu”, che Zero dedica all'amico scomparso, Lucio Dalla, ricca di sottolineature del vuoto lasciato dal grande artista bolognese:“la differenza nel vivere la fa l'intensità a te l'applauso mio, fai che questo non sia un addio…” 

E poi Angelina, dedicata ad una portinaia, figura professionale “esodata” dal tempo, cui Zero ringrazia per “tutti quei sorrisi tuoi tanta tenerezza che mi porto dentro ormai”

Molto orecchiabileVoglia di amare”, accompagnata da chitarre acustiche in stile “country”, con la quale Renato tenta di esorcizzare l’enfasi del ricordo: “ci siamo ammalati di malinconia lasciando che il tempo ci portasse via la parte migliore quel sano bisogno di follia …”

Il brano conclusivo di questo album che prelude a nuovi capitoli s’intitola “La vita che mi aspetta” ed ha il sapore di una ritrovata energia ma anche di disincanto per un domani da affrontare più preparati e senza più sorprese…

”La vita che mi aspetta non mi fa paura …”

Per i fedelissimi “sorcini”, ecco le prime date del tour 2013, tutte programmate a Roma:

  • 27 aprile 2013 ROMA    Palalottomatica
  • 29 aprile 2013 ROMA    Palalottomatica
  • 30 aprile 2013 ROMA    Palalottomatica
  • 03 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 04 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 09 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 10 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 12 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 13 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica
  • 15 maggio 2013 ROMA  Palalottomatica.

HABEMUS PAPAM

Jorge Mario Bergoglio è il 266esimo Papa eletto dopo cinque scrutini. Succede a Ratzinger con il nome di Francesco I, dedicato al frate poverello di Assisi.
Inizia così, sotto il segno dell'umiltà, l'atteso nuovo pontificato dopo una vacatio di appena tredici giorni dalle dimissioni di Benedetto XVI.


L’elezione di Bergoglio è andata oltre i pronostici della vigilia che davano per favoriti l’italiano Scola o il brasiliano Scherer. In realtà, come si è  appreso successivamente, il nuovo Papa era risultato il primo dei non eletti già durante il conclave di Ratzinger. Si è trattato quindi di un ritardo di qualche anno.
"I miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi dalla fine del mondo", sono state le prime parole di Papa Francesco, alludendo alla sua provenienza dall'Argentina.


Prima della benedizione Urbi et Orbi Bergoglio, con un gesto di grande umiltà, ha chiesto di essere benedetto dai suoi fedeli facendo subito capire l’importanza del loro sostegno nella delicata missione di pace e di fratellanza. Ha poi recitato le preghiere del Padre Nostro e dell’Ave Maria, ovvero le prime che i bambini imparano dall'insegnamento religioso, come a voler sottolineare la semplicità delle parole e della comunicazione nell'opera di evangelizzazione.


E’ stato un esordio che è piaciuto ai milioni di fedeli che hanno assistito da ogni parte del mondo all'investitura del nuovo pontefice e che, per certi versi, ha ricordato la stessa ironia e semplicità del compianto Papa Wojtyla quando, nel lontano 1978, si presentò alla platea poco dopo la sua elezione con frasi che sono rimaste nella storia e nel cuore di tutti noi: “Se sbaglio mi corrigerete.” “Hanno scelto un Papa venuto da molto lontano”.

Chiusa l’era Ratzinger, se ne apre un’altra che si spera più proficua e che soprattutto aiuti la Chiesa a rinascere, come la Fenice, dalle ceneri in cui, per le note vicende, è miserevolmente sprofondata.
Ma se il buongiorno si vede dal mattino, il futuro è meno incerto.

SCRITTORI SI NASCE …


Emanuele Properzi  è uno scrittore, blogger ed esperto di web marketing. Laureato in Ingegneria, ha pubblicato nel 2009 “Apologia del piano B”, un romanzo che ha come tema la crisi generazionale di un gruppo di trentenni alla ricerca della propria identità.

Ho conosciuto Emanuele attraverso il suo sito web http://www.scrittorevincente.com/ dedicato ai consigli e suggerimenti per diventare uno scrittore di successo.

Emanuele ha pubblicato un manuale dal titolo “109 Segreti per Promuovere alla Grande il Tuo Libro” che i lettori possono scaricare gratuitamente cliccando sul link in fondo a questo post.

E’ un libro ben scritto, dal taglio pratico e direi pre-operativo, in quanto illustra le varie tecniche che un autore seriamente motivato può mettere in pratica per far sì che la propria opera raggiunga il più largo numero di consensi.

Elemento fondamentale di questo manuale è il tempo che un autore deve ritagliarsi per attuare le opportune strategie promozionali, senza lasciare nulla al caso e all'improvvisazione.

In Italia si fa ben poco per la cultura, non basta aver scritto un buon libro o aver trovato un editore disposto a pubblicarlo. Se si considera inoltre che vi sono più scrittori che lettori e che quindi l’offerta è ampiamente maggiore della domanda, è facile intuire le innumerevoli difficoltà per districarsi nel vespaio di questa moltitudine fatta più di quantità che di qualità.

Ecco allora la necessità di ridisegnare la figura dello “scrittore” nella duplice viste di autore e di promotore, partendo dal fatto che gran parte degli editori fanno ben poca promozione dei libri che pubblicano.

Personalmente ritengo che in questi casi la ponderazione sia fondamentale. Vi sono tanti bravi scrittori che purtroppo non riescono ad emergere perché non hanno… Santi in Paradiso. Il rischio del manager-scrittore è quello di rimanere ai margini di cerchie elitarie e di non sapersi orientare senza un adeguato supporto. E questo Emanuele, molto saggiamente, lo premette nelle pagine iniziali del manuale.

Credo che uno scrittore debba soprattutto saper fare il proprio mestiere che è quello di scrivere bene, arrivare al cuore dei lettori incuriosendoli, coinvolgendoli ed emozionandoli. La trasformazione di questa figura in qualcosa che abbini la creatività al pragmatismo, alla concretezza, al senso degli affari è sicuramente un'evoluzione della specie, una necessità oggettiva chiamata a sopperire... il nulla che c'è intorno.

Manca una vera e propria educazione alla cultura che dovrebbe svilupparsi fin dai banchi della scuola, manca un progetto a rete nel quale i principali attori (biblioteche, editori, Istituzioni, accademie e associazioni culturali, ivi compresa la carta stampata o multimediale) interagiscano e sostengano i promotori di questa splendida arte affinché l'asticella scrittori/lettori non sia troppo sbilanciata a favore dei primi. 

Ricordate “50 sfumature di grigio” (e le altre "colorate" consorelle) di E L James? Pare che l’enorme successo di quest’opera sia stato il passaparola delle lettrici di Facebook  Ma il dubbio che ciò sia stato per merito di una capillare comunicazione multimediale o piuttosto della "sfrenata lussuria" raccontata dalla scrittrice è più che legittimo.

Non so se il manuale di Properzi possa essere la chiave di successo di chi intende affermarsi in un mondo, come quello letterario, fortemente variegato e concorrente, ricco di insidie e di lusinghe che troppo spesso lesina illusioni e poche certezze. Di certo i suoi suggerimenti possono essere utili, quanto meno sotto il profilo del supporto e dell’orientamento verso una maggiore visibilità e consenso.

Fermo restando che occorre innanzitutto scrivere con qualità e armarsi di tanta pazienza per attuare le migliori strategie promozionali.

Scrittori si nasce …promotori si diventa!
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A. BAGNATO: LE FINESTRE DEI PENSIERI


L’anatomia del pensiero è raccontata in questo bel saggio di Alessandro Bagnato con un linguaggio moderno, scorrevole e pieno di spunti di riflessione.

Il simbolismo delle “finestre” che si aprono e si chiudono come l’apertura e la chiusura della nostra mente, rappresenta il filtro attraverso cui si sviluppa la ricerca (e il limite) della conoscenza umana, come un percorso ad ostacoli fino ad arrivare ad una verità possibile perché la filosofia, lungi dal risolversi in una certezza assoluta, è “una scienza che dona la consapevolezza dei propri mezzi intellettivi”.

Il silenzio, la memoria, il tempo, accompagnano e sostengono lo sviluppo del pensiero e le sue manifestazioni. Perché il silenzio è l’habitat naturale in cui alberga il pensiero, libero di esprimersi e di “perforare il globo da un emisfero all’altro”.Perché la memoria  è quella fase in cui il pensiero riaffiora per sopravvivere “per un tempo non determinabile e non realizzabile:” E il tempo, come scrisse Sant’Agostino, è “l’unità originaria di ogni pensiero”.

In questo viaggio interiore del nostro essere, Bagnato esplora le possibili chiavi di volta per arrivare alla comprensione di ciò che siamo (o desideriamo essere), si “serve” di una guida autorevole, -come lo fu Virgilio per Dante ne “La Divina Commedia”-, rappresentata dai più illustri pensatori che con le loro opere memorabili hanno contribuito a delineare i possibili significati del pensiero, finanche tautologici nelle sue innumerevoli sfaccettature.

Il lettore è “rapito”, coinvolto e sollecitato in questo percorso introspettivo che è un invito all’osservazione, all’ascolto e alla scoperta di ciò che si nasconde in ogni proposizione del saggio per giungere all’auto-identificazione, al confronto con la propria esperienza e al richiamo catartico del già vissuto e sperimentato. “Come i filosofi dell’antica Grecia, i quali amavano parlare per persuadere i loro interlocutori che si fermavano nelle agorà, ad ascoltarli.”

Numerosi sono i richiami e i riferimenti alla realtà attuale, come ad esempio l’evoluzione (o l’involuzione) del potere politico e quello dell’informazione ben descritti nel capitolo “Le finestre dell’imperialismo” in cui l’autore mostra uno spaccato di vita reale e moderno senza mai cadere nell’ovvietà, ma stimolando l’autocritica e la riflessione: “Ci si ferma alla generale lettura e non si cerca di analizzare l’autenticità della fonte presa in esame. Quindi, non si cerca più nei documenti accatastati nelle biblioteche, ma si naviga in internet e a volte si diventa vittime dello stesso web.”

E si sa che la Storia è fatta di corsi e di ricorsi. Il sentire della nostra coscienza è rimasto immutato nel tempo, quello che cambia è il nostro modo di essere nelle sue molteplici apparenze. Cambiano le finestre …

L’AUTORE: Milanese di nascita, Alessandro Bagnato vive in provincia di Vibo Valentia ed è laureato in Filosofia e Scienze Umane. Fin da piccolo dimostra una spiccata propensione per la scrittura e per la filosofia: Tra le sue pubblicazioni si citano Tra etica e morale (Arduino Sacco) e Le finestre dei pensieri (Booksprint Edizioni).  

UNA CHICCA DEL SAGGIO: “Le finestre non hanno un modo universale per mostrarsi all’occhio umano ma ad essi si presentano in varie forme, come la storia, il pensare, la filosofia, la psicologia, o addirittura come l’elemento chiave dei Presocratici dell’antica Grecia che essi chiamavano archè.

GIUDIZIO: Nonostante la giovane età (classe 1984), Alessandro Bagnato dimostra di avere un’ottima proprietà di linguaggio e una  preparazione culturale di assoluto rilievo. Le tematiche filosofiche sono affrontate con chiarezza espositiva e con buona capacità attrattiva. E’ un libro da consigliare ai cultori dell’arte dello scrivere e… del pensare.

DOVE SCOPRIRE "LE FINESTRE DEI PENSIERI":

“L’ARGO” DI TRIONFO


L’85sima Notte degli Oscar ha fatto registrare la vittoria a sorpresa di “Argo” che si è aggiudicato l’ambìta statuetta contro ogni pronostico della vigilia.

Il film di Ben Affleck ha superato sul filo di lana, come un maratoneta delle migliori olimpiadi, il più gettonato “Lincoln” di Steven Spielberg, che si accontenta di un solo premio per il Miglior Attore Protagonista  consegnato a Daniel Day-Lewis.

La giovanissima Jennifer Lawrence, vince nella categoria “Migliore Attrice Protagonista” per il film “Il lato positivo”, a testimonianza del nuovo che avanza.

Tratto dall’omonimo libro di Tony Mendz e Matt Baglio, “Argo” racconta la liberazione degli ostaggi americani durante la rivoluzione iraniana del 1979. Come “Lincoln” è un film storico, ma la sua più recente datazione ha fatto breccia sul pubblico degli States che lo ha premiato, forse, anche per una maggiore dinamicità degli eventi narrati.

La manifestazione cinematografica più importante dell’anno si è aperta sulle note di “We saw your boobs” (in italiano “abbiamo visto le vostre tette”), eseguita dal conduttore Seth MacFarlane  che ha mostrato in chiave comica le immagini senza velo delle migliori attrici che hanno preso parte alla serata.

Come spesso accade in eventi simili, la spettacolarizzazione predomina sui contenuti e su quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti della scena. L’esempio recente del festival di Sanremo 2013, dove i conduttori si sono accaparrati le luci della ribalta a tutto danno degli artisti e delle canzoni in gara, è di per sé significativo di quanto lo show e l’audience sovrastino le logiche che dovrebbero invece indirizzare il prodotto televisivo più nella sostanza che nella forma.

La notte degli oscar” non si sottrae a questo giudizio in cui la penuria delle idee e la scarsa qualità di quanto ci viene proposto è ormai una tendenza sempre più crescente.

E questo, purtroppo, è un altro film già visto.

SANREMO 2013: LE MIE PAGELLE


Cala il sipario sulla 63esima edizione del Festival di Sanremo ed è tempo di bilanci. Gli ascolti record hanno premiato la coppia “Fabio Fazio - Luciana Littizzetto, che hanno condotto la kermesse canora più importante dell’anno con professionalità, ironia e capacità di tenere incollati al televisore, in media, oltre 12 milioni di telespettatori. 

In questi tempi di austerity e di spending review è sicuramente un dato eccezionale, come sottolineato dallo stesso direttore di RAI 1, Giancarlo Leone, che ha parlato di “segno di discontinuità con i parametri di business del passato” nell'obiettivo di arrivare al pareggio tra le entrate e i costi della manifestazione.

La formula della doppia canzone dei concorrenti è certamente innovativa, ma andrebbe sviluppata meglio nei tempi della scelta. Le canzoni vanno ascoltate più di una volta prima di esprimere un giudizio più aderente al proprio gusto personale. In qualche caso la scelta di un brano anziché dell’altro, non è sembrata molto condivisa ed ha lasciato più di un rimpianto anche da parte degli stessi cantanti. Ma tutto è migliorabile.

La parola adesso passa alle vendite e agli ascolti post – Sanremo, perché si sa che per la musica, come nella vita, gli esami non finiscono mai.

Infine, ecco le mie pagelle sulle canzoni in gara con una precisazione: si tratta di giudizi esclusivamente personali, frutto della mia esperienza di musicista e paroliere, senza nulla offendere agli interpreti e ai loro beniamini.

Marco Mengoni (L’essenziale): L’X-Factor 2010 sbanca il Festival con un brano molto godibile e orecchiabile che conferma i pronostici della vigilia. Al primo ascolto è stato subito … colpo di fulmine! 
Voto 8.

Elio e le Storie Tese ( La canzone mononota): Si consolano con il premio Miglior arrangiamento e quello della critica (forse esagerato) dedicato a Mia Martini. La loro canzone esalta le qualità stilistiche della band ma non sembra bissare il successo ottenuto con “La terra dei cachi”. Voto 6,5.

I Modà (Se si potesse non morire): Brano ripetitivo del loro repertorio, che nulla aggiunge e nulla toglie. L’onda di “Viva i romantici”, album tuttora presente nelle superclassifiche, ha dato una grossa mano al loro terzo posto. Voto 6

Chiara (Galiazzo) (Il futuro che sarà): Mastodontica, da incutere timore anche al più imperterrito dei latin lover, la vincitrice della sesta edizione di X-Factor, sfodera una canzone che non eccelle ma che esalta le sue ottime qualità canore. Voto 7.

Malika Ayane (E se poi): Di bello ha la schiena tatuata e una gestualità che ricorda quella delle bambine alle prime recite scolastiche. Il brano sembra una reminiscenza del “già sentito”, ma è comunque orecchiabile. La voce gradevole di Malika merita un repertorio migliore. Voto 6,5.

Maria Nazionale (E’ colpa mia): E’ sicuramente “colpa sua” se è andata a Sanremo pensando di essere al Festival di Napoli. Personalmente mi piaceva l’altra canzone (“Quando non parlo”) di Enzo Gragnaniello, precipitosamente bocciata dalla giuria. Voto 5.

Simone Cristicchi (La prima volta che sono morto) Ha presentato un testo ironico, ben scritto e fedele al suo stile. Ma niente di più. Voto 6.

Almamegretta (Mamma non lo sa): Durante la loro esibizione ho temuto che l’audio del mio televisore non funzionasse bene. La voce del solista sembrava provenire dall'oltretomba  Non si è capita una sola parola, tranne il refrain “Mamma non lo sa” (e invece dovrebbe saperlo). Meglio che tornino nell'anonimato. Voto 4.

Marta sui Tubi (Vorrei): La formula delle due canzoni proposte dai cantanti è sicuramente innovativa, ma per loro ci sarebbe stato bisogno di … una terza. Voto 4.

Raphael Gualazzi (Sai, ci basta un sogno): Canzone accettabile per gli amanti del genere. Si notano l’ottima performance al pianoforte e una voce che forse tende troppo ad imitare (l’inimitabile) Pino Daniele. Voto 5.

Annalisa (Scintille): Fa “scintille” con una performance degna della scuola di Amici. Si consolerà con  le vendite e gli ascolti post - Sanremo. Voto 6.

Daniele Silvestri (A bocca chiusa): La sua esibizione ci ha fatto restare, come il titolo della canzone, “a bocca chiusa”. Nessun  commento da fare. Voto 5.

Simona Molinari (e Cincotti) (La felicità): Non è la felicità di Romina e Albano anche se il pezzo è di tutt'altro genere. Senza infamia e senza lode. Voto 5.

Max Gazzè (Sotto casa): La sua ballata evoca la nostalgia dei reduci della Siberia. Forse il coro dell’Armata rossa, che si è esibito nella prima serata con Toto Cutugno, era ancora presente dietro le quinte per intonare il refrain finale.  Non sarà indimenticabile. Voto 5.

RATZINGER, IL VUOTO CHE RESTA


L’annuncio shock di Papa Benedetto XVI delle proprie dimissioni da Pontefice con effetto dalle ore 20,00 del 28 febbraio p.v., ha destato scalpore e sgomento in ogni parte del mondo.

Papa Ratzinger, eletto nel 2005 come successore del compianto Papa Wojtyla, ha giustificato questa sua decisione, -che ha pochissimi precedenti nella storia ecclesiastica-, con l’avanzare dell’età che non gli permetterebbe di  proseguire l’Alta Missione nelle migliori condizioni fisiche.

Questo gesto di abdicazione, che ricorda quello di alcuni pontefici nell'era del potere temporale (l’ultimo caso di dimissioni risale ad oltre sette secoli fa ad opera di Celestino V), merita rispetto pur lasciando più di un dubbio per i tempi, i modi e l’inusualità della rinuncia.

A molti è sorto spontaneo il paragone con Papa Giovanni Paolo II che fino all'ultimo istante, nonostante le precarie condizioni di salute, volle portare a termine il suo pontificato perché, come confidò allo stesso Papa Ratzinger è “una responsabilità unica data dal Signore e che solo il Signore può ritirare".

E’ vero che la grandezza di Papa Wojtyla, che seppe unire le coscienze più contrapposte, raccogliere e avvicinare i giovani alla fede religiosa pur nel rispetto delle sue diverse manifestazioni, avrà rappresentato per il Papa dimissionario un’eredità di gran peso, non scevra di termini di confronto agli occhi e nel cuore dei fedeli di tutto il mondo.

Può anche darsi che il susseguirsi delle vicende sulla pedofilia di alcuni sacerdoti, e da ultimo sul “femminicidio “ denunciato del tutto impropriamente dal parroco di Lerici, hanno destato imbarazzo e disorientamento negli ambienti vaticani, tali da rendere più difficile e conflittuale il sentimento di appartenenza e di identificazione religiosa, già fortemente in crisi per le divampanti disgregazioni sociali.

Si aggiunga il recente scandalo del “Corvo”, ovvero l’indebita sottrazione di alcune carte del Papa ad opera del suo maggiordomo Paolo Gabriele, che avrà probabilmente inferto il colpo finale all'attuale Vescovo di Roma, inducendolo a prendere una decisione “storica” che può anche essere letta come inadeguatezza nell'affrontare le grandi questioni della Chiesa.

Lo stesso discorso di Papa Ratzinger sulle divisioni che deturpano la Chiesa, pronunciato in occasione dell’omelia del mercoledì delle ceneri, sembra fornire motivazioni più ampie di quelle ufficialmente esposte.

Sono dubbi e domande che forse non troveranno risposte, ma che si propagano come una voragine nel vuoto che resta…

SALLUSTI: LE PAROLE DEL SILENZIO


Le vicende giudiziarie che hanno colpito il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, sono state oggetto di vibranti discussioni e polemiche che hanno movimentato l’opinione pubblica, quasi tutta coesa nel ritenere inadeguate le attuali misure penali per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Sallusti è stato condannato a un anno e due mesi di reclusione dalla Suprema Corte di Cassazione, per omesso controllo su un articolo apparso sul quotidiano Libero che prendeva di mira la magistratura e di cui era, all'epoca dei fatti, direttore responsabile.

La notizia è poi risultata falsa, ma a nulla sono valse le scuse del quotidiano né l’ammissione della paternità dell’articolo da parte del parlamentare Renato Farina.

La pena è stata commutata in un’ammenda di c.a. quindicimila euro grazie all'intervento del Presidente della Repubblica  che nella nota accompagnatoria al decreto presidenziale del dicembre 2012 ha sottolineato la necessità di giungere a "norme più equilibrate" dei reati di diffamazione a mezzo stampa.

Ma vediamo cosa dicono le norme.

L’art. 595, comma 3, del codice penale, punisce il reato per diffamazione a mezzo stampa con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516 .”
Inoltre, secondo l’art. 185, c.2, del codice penale “Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili (c.c. 2047, 2049), debbono rispondere per il fatto di lui ”(Cost. 28; c.p. 190, 198; c.p.p. 83, 540)

La responsabilità dell’editore è sancita dall'art. 11 della legge 8 febbraio 1948 n. 47 (legge sulla stampa) ai sensi del quale “per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l'editore.” Quella del direttore (o del vice direttore responsabile), è invece regolata dall'art  57 c.p. per omesso controllo sul contenuto del periodico “necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati”  .

Come si legge dal dispositivo della sentenza della Cassazione (la n. 41249/2012 della V Sezione penale), la misura della pena detentiva, del tutto straordinaria per la diffamazione, trova fondamento nello specifico per la recidiva della condotta dell’imputato, colpevole di sette condanne pregresse di cui sei per il reato dell’art. 57 c.p., ovvero per omesso controllo.

Pur rispettando la sentenza dei giudici, sorprende l’ardore delle voci del dissenso per un impianto normativo giudicato anacronistico ma che per troppi anni, per convenienza od opportunità politica, nessuno mai, pur avendone la possibilità, ha voluto veramente riformarlo con atti concreti e tangibili.

In altri termini se l’indignazione per la vicenda di Sallusti si è elevata da più parti ( e da qualsiasi colore politico)  fino all'intervento del Capo dello Stato, non si comprende il comportamento di coloro che, ai proclami, non hanno fatto seguire azioni coerenti e incisive sul piano del cambiamento. Si può parlare di una sorta di responsabilità oggettiva del pensiero dei potenti per omessa reazione ad una azione socialmente ingiusta.

Sono le parole del silenzio, quelle che fanno più male!

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PSY(CO): I MITI DI OGGI




Con Gangnam Style, il rapper sudcoreano Psy (vero nome Park Jae-sang) ha spopolato le classifiche dei dischi di tutto il mondo ottenendo il record di oltre un miliardo di visualizzazioni su YouTube.

Persino il suo clone, alias Gabriele Cirilli, con una imitazione pressoché perfetta nel programma di RAI 1 “Tale quale show”  si è visto cliccare il video di questa esibizione da quasi un milione di visitatori, dato infinitesimale ma che è pur sempre un risultato strepitoso.

E’ senza dubbio il fenomeno del momento che vanta il maggior numero di imitazioni in ogni parte del mondo. La sua ballata, orecchiabilissima e coinvolgente, è diventata una sorta di rito per tanta gente comune, giovane e non, che in diverse occasioni e nei luoghi più disparati è solita esibirsi al ritmo della hit dispensando sorrisi e buon umore.

La genialità di Psy, (pseudonimo che è il diminutivo di Psyco, in italiano “ malato di mente ) è stata quella di arrivare al successo attraverso YouTube, ovvero utilizzando la telematica in luogo dei tradizionali canali di promozione discografica, dopo una lunga gavetta durata oltre dieci anni. “Questo nome d’arte”, fa sapere l’artista, “l’ho scelto perché sono un ‘malato’ della musicaLe mie canzoni sono scritte con un linguaggio anticonvenzionale e per taluni anche osceno.”

E in effetti“Gangnam Style” racconta, con un testo trasgressivo e graffiante, gli eccessi delle abitudini di vita nel quartiere più esclusivo di Seul, dove l’artista ha vissuto per molti anni. Una presa in giro ai privilegiati dai quali Psy, pur provenendo da una famiglia benestante, ha voluto prendere le distanze intraprendendo una carriera  che gli è valsa la fama del ribelle e del contestatore.

Strategia che evidentemente ha funzionato, visto che l’artista sudcoreano è oggi il più ricercato e menzionato persino dai grandi esponenti della politica internazionale, primo fra tutti, Barack Obama, che dopo una sua esibizione ha voluto complimentarsi personalmente con lui.

Fa comunque riflettere l’avanzata dei “miti di oggi”, da perfetti sconosciuti a star e protagonisti del palcoscenico multimediale grazie a una tecnologia in continua espansione, capace di attirare l’attenzione in pochissimo tempo e soprattutto a basso costo.

Ma si sa che un conto è la popolarità, che può durare lo spazio di una dozzina di mesi, altra cosa è essere dei veri e propri miti che sopravvivono a qualsiasi epoca o generazione. In questo senso non c’è molta differenza tra le meteore di oggi e quelle di ieri: di diverso hanno soltanto il modo per arrivare al grande pubblico, oggi enormemente facilitato dalla tecnologia informatica.

Il problema è sempre la qualità di ciò che si propone, l’unica che può veramente superare qualsiasi barriera temporale ma che in questi tempi scarseggia.

E se il futuro è già nato, c’è una bellissima canzone di Renato Zero  che ci ricorda che “i miei miti sono andati via. Come un vento, come un’amnesia…”



PRIMO LEVI: SE QUESTO E’ UN UOMO


Questa bellissima poesia di Primo Levi, tratta dall'omonimo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1947, racchiude in sé l’essenza dell’opera, un mosaico di sensazioni e di stati d’animo che  accompagnano l’esperienza  vissuta dall'autore nel campo di concentramento di  Auschwitz.

E’ un manifesto-denuncia di come la cattiveria, la crudeltà e la sopraffazione possano trasformare un uomo in una cosa, nullità del proprio essere che indigna e che fa vergognare.

La sopravvivenza del ricordo, messaggio sublime e catartico di questi meravigliosi versi, è un monito perenne per allertare le coscienze affinché non si dimentichi ciò che è stato raccontato, ciò che è stato vissuto in prima persona e trasferito ai posteri come eredità storica e testimoniale.

Come si sa il 27 gennaio è la data in cui si celebra la Giornata della Memoria, istituita oltre un decennio fa con la legge 20 luglio 2000 n. 211 per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Al di là delle celebrazioni, che sono sempre ben gradite e apprezzate, credo che il ricordo di questi scempi debba essere non solo istituzionalizzato ma anche e soprattutto interiorizzato nelle nostre coscienze affinché vi siano infiniti giorni della memoria a cominciare dal nostro agire quotidiano per finire alle decisioni dei potenti, molto spesso “smemorati” o pronti a scalciare … la polvere del ricordo.

Che " i vostri nati torcano il viso da voi …"

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”



IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO


Pubblicato nel 1990 e riprodotto due anni dopo in un film di Lina Wertmuller con Paolo Villaggio, questo libro di Marcello D’Orta ebbe un successo senza precedenti perché seppe coniugare, attraverso alcuni temi elaborati dagli alunni di una scuola elementare di Arzano, il disagio sociale con l’ironia e la spontaneità di giovani voci partenopee, il tutto con un linguaggio semplice ma fortemente incisivo e coinvolgente.

Si dice che i bambini sono la “bocca della verità”. E’ un antico proverbio che nell'opera di D’Orta traspare in tutte le sue sfaccettature fino a divenire la colonna portante dell’intero impianto narrativo.
E poco importa che i temi riportati sono pieni di errori grammaticali, volutamente non corretti dall'autore  perché la parola come linguaggio e manifestazione di sentimenti o di stati d’animo, non abbisogna di “cornici” belle e luccicanti  ma solo di contenuti autentici.

La verità di Io speriamo che me la cavo, è quella di descrivere una realtà sociale di provincia, in cui il disagio, l’incertezza del futuro e lo spirito di sopravvivenza emergono in tutta la loro crudezza e tipicità fino a stratificarsi, a macchia d’olio, in contesti più ampi che investono l’antica questione meridionale, esempio di uno spaccato di vita popolare dirompente e genuino.

I temi di questi giovani alunni raccontano, ancor meglio di un romanzo, storie individuali o familiari in cui ciascun personaggio è, al tempo stesso, narratore e protagonista di vicende reali che ritraggono la condizione di una napoletanità che fa riflettere e sorridere, stimolando il lettore nell'immaginazione e nell'immedesimazione.

Ogni parola scritta sembra suggerire un’immagine, una fotografia, la rappresentazione del già visto o del già vissuto proprio come nelle commedie del grande Eduardo De Filippo o nelle migliori produzioni cinematografiche del romanzo popolare.

L’AUTORE: Marcello D’Orta è docente e scrittore napoletano, maestro di scuola elementare. Ha scritto diversi libri, tra cui una sorta di rifacimento del best seller in commento intitolato "Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso. L'amore e il sesso: nuovi temi dei bambini napoletani."
L’ultima sua fatica s’intitola "Era tutta un'altra cosa : i miei (e i vostri) anni Sessanta." 

UN TEMA DEL LIBRO

Quale, fra le tante parabole di Gesù, preferisci?

“Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo.
Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio.
Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Una grandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti!” e poi li dividerà.
A uno qua a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio non lo vede.
Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà. Arzano si farà in mille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile. Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre.
I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle.
Io speriamo che me la cavo.”