LA NOSTRA SOLITUDINE


E noi siamo in una canzone
così come tante persone
anche noi siamo facce che non hanno nome
Noi qui vagabondi da sempre
con chi vuol tornare nel ventre
perché più nessuno lo sente


Città impastata di sguardi
e di età calpestata per strada
noi qui siamo schiavi di un’ansia infinita
Per noi non rimane più niente
perché fuori completamente
da noi e dal nostro presente

Colpa della nostra solitudine
che ci fa viver di nascosto
l’inquietudine
che ci portiamo sempre addosso
solitudine
è un male che purtroppo è nostro

Che ha questa nostra follia?
Che ha? Non ragiona e va via
e no non si piega all'eterna poesia

Poesia che racconta la storia di noi
Poesia sotto i tetti di noi
che non siamo protetti

Colpa della nostra solitudine
che ci fa viver di nascosto
l’inquietudine
che ci portiamo sempre addosso
solitudine
è un male che purtroppo è nostro

Per noi non rimane più niente perché
fuori completamente da noi
e dal nostro presente

(TRATTO DA "L'AQUILA NON RITORNA"-V. Borrelli)

L’IDIOTA


La bontà non paga (quasi) mai. Spesso scambiata per ingenuità, antitesi della furbizia, della capacità di imporsi su tutto e su tutti, finanche per l’idiozia come il celebre romanzo di Dostoevskij diffuso tra il 1868 e il 1869. Oltre un secolo fa ma terribilmente attuale, l’opera del celebre autore russo sarebbe oggi una fiction di successo che farebbe un baffo alle più seguite del momento. 

Il romanzo, di matrice psicologica e per certi versi fiabesco ma con una morale capovolta (i buoni sono condannati all’inferno), ruota intorno alle vicende del protagonista, il giovane principe Myskin, che dopo essere stato in Svizzera per curarsi da una grave malattia nervosa, ritorna a Pietroburgo. Qui intreccia una tormentata relazione con la bella Natasja Filippovna, contesa dall’amico Rogozin, follemente innamorato della donna, e dal segretario Ganja le cui mire sono tutt’altro che disinteressate dopo aver appreso di un ingente lascito che la Filoppovna ha ricevuto da un benefattore. 

Myskin si offre di sposare Natasja per salvarla da questa sorta di corteggiamento trilaterale che la pone come merce di scambio, ma la donna non si sente all’altezza del nobile decaduto e decide di unirsi all’irruente Rogozin. Quest’ultimo tuttavia non accetta che Natasja provi dei sentimenti per Myskin e preso dalla gelosia la ucciderà condannando l’amico ad una follia senza appello. 

L’inadeguatezza sembra essere il filo conduttore del romanzo, più che la bontà del protagonista che pure il grande scrittore ritiene centrale per dimostrare quanto essa sia effimera, ideale e non cristallizzata nella realtà. 

Ciascuno dei personaggi si sente inadeguato quando si rapporta all’altro: Natasja verso il bel principe in termini di inferiorità sociale, Rogozin verso l’amico per incapacità di competere con la sua superiorità morale, e lo stesso Myskin che sente il fallimento dei propri principi nei confronti dell’uno e dell’altro che lo farà alfine sprofondare nel dolore più acuto ed irreparabile. 

“… il dolore essenziale, quello più forte, forse, non è quello delle ferite, è il sapere con certezza che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi adesso, ecco, proprio ora, l’anima vola via dal corpo, e tu come persona non esisterai più, e questo ormai con certezza. 
La cosa più importante, ecco, è questa certezza.” 

Romanzo di rara architettura psicologica, L’Idiota si colloca a pieno a titolo tra i migliori della letteratura mondiale, risultando ancora oggi uno dei più pregevoli nel suo genere e uno dei più terribili sotto il profilo della contrapposizione tra ciò che assurge a valore ideale e ciò che nella realtà rappresenta esattamente il suo contrario. 

L’IDIOTA- Fedor Mihailovic Dostoevskij

LE CANZONI CHE DIMENTICHEREMO


Quest’estate, come le altre che l’hanno preceduta, sta volando via portandosi via sprazzi di spensieratezza e qualche amore sbocciato troppo in fretta. Con la bella stagione anche le canzoni che hanno scritto la sua colonna sonora svaniranno con l’intiepidirsi del sole e le prime giornate piovose dell’autunno.

Ti scrivo tu mi scrivi, poi torna tutto come prima”, cantava Renato Zero nella bellissima Spiagge di qualche anno fa. Come non dargli ragione? L’estate ti dà e ti toglie tutto in una manciata di tempo che sembra non sia mai arrivato né passato, perché l’attimo è così, neutro e fuggente.

Tutto arriva e passa come un bel carrozzone sul quale sfilano le canzonette del momento che saranno ben presto dimenticate senza eccezione alcuna, nemmeno per quelle che abbiamo ascoltato durante questa stagione.

Come di consueto ho compilato le mie pagelle delle hit italiane più gettonate, giudizi complessivamente poco lusinghieri per un nostalgico come me delle belle canzoni di un tempo. Forse i giovani di oggi diranno la stessa cosa tra qualche anno perché il rimpianto affiora più facilmente quando i ricordi passano e si sbiadiscono.

Ma ecco i miei voti:

THEGIORNALISTI: Felicità puttana. Forse la più gradevole ed orecchiabile. Niente di trascendentale ma almeno si canticchia facilmente ed è perfettamente in linea con lo spirito avventuriero e un po’superficiale con cui si vivono le vacanze.  Voto 8.

LUCA CARBONI: Una grande festa. Non male anche se non ripete i fasti di un tempo. Carboni c’è in qualità e professionalità.  Voto 7.

J-AX&FEDEZ: Italiana. Per chi ha problemi di emicrania è bene stare alla larga da questa canzone sciocca e monotona. Il refrain è insopportabile e, per l’appunto, da mal di testa. I due rapper concludono male un sodalizio che in passato ha sfornato canzoni migliori.  Voto 3-.

BOOMDABASH-LOREDANA BERTÈ: Non ti dico no. Merito del successo è tutto della Bertè, tornata in gran forma. Il ritmo ricorda la più celebre “E la luna bussò” ma piace e trascina le vecchie e nuove generazioni.  Voto 7+.

ERMAL META: Dall’alba al tramonto. Meglio della più insipida e ruffiana “Non mi avete fatto niente” con la quale, in coppia con Moro, ha vinto l’ultimo Sanremo. Il ritmo c’è, le qualità canore pure. Voto 7.

ANNALISA: Bye Bye. Meglio un addio. Canzonetta che si dimenticherà facilmente. Voto 5,5.

LAURA PAUSINI: E.Sta.A.te. Il giochetto del titolo che è una sorta di spelling della parola estate non vale… la candela. Laura ci ha regalato momenti migliori. Voto 5-.

FABIO ROVAZZI (con EMMA, NEK e ALBANO): Faccio quello che voglio. L’unione fa la forza e la partecipazione di altri artisti ha garantito una maggiore visibilità a questo brano non proprio eccelso ma tutto sommato accettabile. Voto 6,5.

JOVANOTTI: Viva la Libertà. Canzone dal sapore sessantottino o che evoca i partigiani della seconda guerra mondiale. Melensa. Voto 4.

LE VIBRAZIONI (con JACK LA FURIA): Amore Zen. Il brano è proprio una furia (dalle buone intenzioni) ma non sfigura in mezzo a tanto niente. Voto 6.

CESARE CREMONINI: Kashmir-Kashmir. Ci vorrebbe qualcos’altro per riscaldare gli animi sensibili della buona musica. Voto 5.

TAKAGI & KETRA (CON GIUSY FERRERI & SEAN KINGSTON): Amore e Capoeira.  Interpreti dal nome impronunciabile o di difficile memoria, a parte la Ferreri che ha successo solo con queste canzoncine che mettono allegria e…niente più. Voto 6.

BABY K.: Da zero a cento.  Altra canzoncina dal sapore esotico, ben costruita per far breccia nel cuore di ragazzine sognanti. La coreografia del ballo che si vede nel video promozionale del disco ne è una chiara dimostrazione. Voto 5,5.

ELODIE-MICHELE BRAVI-GUÈ PEQUENO: Nero Bali. Vedi giudizio sopra, praticamente identico. Non è il caso di aggiungere altro. Voto 5,5.

RIKI (feat CNCO): Dolor De Cabeza. Il bel Riki piace tanto alle ragazzine e questo basta e avanza. Brano già sentito e scopiazzato qua e là. Ma è un dettaglio. Voto 5+.

IRAMA: Nera. Sull’onda della sua vittoria ad “Amici 2018”, Irama sfodera una ballata uguale a milioni di altre come il suo predecessore Riki. Commerciale, strategica e destinata a sparire non appena si chiuderanno gli ombrelloni. Voto 5.

"L'inverno passerà
tra la noia e le piogge
Ma una speranza c'è
che ci siano nuove spiagge ..."
(R. Zero)

IL VUOTO


Ci sono vuoti che pesano come macigni e non si riempiono mai. Pensate agli organi del corpo umano come il cervello, il cuore, lo stomaco. Se fossero vuoti come sarebbero? Una testa vuota, la negazione del ragionamento e dell’intelligenza; un cuore vuoto, l’anaffettività allo stato puro; uno stomaco vuoto, un deterrente per chi vuole dimagrire ma a lungo andare potrebbe rivelare malattie ben più serie.

C’è una funzione organica e una funzione emotiva del vuoto; ciascuna agisce in maniera apparentemente autonoma dall'altra ma spesso s’intersecano in uno stato di reciproca dipendenza. Succede, ad esempio, che si ha fame non per appetito ma per rabbia, delusione, frustrazione. Allora ci si rimpinza ben bene senza tuttavia provare alcuna sazietà sicché il vuoto resta come se nulla fosse entrato nello stomaco.

Ma può accadere che per le stesse ragioni di uno stato d’animo cupo e doloroso non si riesca a mandare giù nemmeno un briciolo di pane. Qui è la funzione emotiva del vuoto a prendere il sopravvento e a condizionare l’altra, quella organica, che non si alimenta di alcunché finendo con l’essere la stessa cosa, ovvero vuoto assoluto.

Quante sfaccettature ha il vuoto! Dallo stomaco al cervello, il passo è breve. Qui a farla da padrona sono i pensieri o meglio l’assenza dei pensieri. Un corto circuito che non fa ragionare e nemmeno intessere con se stessi il benché minimo dialogo. Ma lo stesso senso di vuoto si prova anche quando c’è un sovraffollamento di pensieri, disordinati e illogici, che sembrano riempire la mente e invece la svuotano di ogni facoltà di ragionamento chiaro e lineare.

Senza dimenticare che ci sono i vuoti a perdere, quelli che anche se provi a soffiarci dentro rimangono flosci come un otre riverso per terra che nemmeno il dio dei venti riuscirebbe a gonfiare. Vuoti a perdere che nessuno vorrebbe ricevere in cambio perché non si alimentano mai di nessuna sostanza, né organica, né emotiva.

E un cuore vuoto? Forse la forma di assenza più grave e preoccupante. La funziona organica opera perfettamente ma quella emotiva non dà alcun segno di vita. E’ la morte sostanziale, la fine di ogni ardire generoso e propositivo. Un cuore vuoto è peggio di una testa vuota, di uno stomaco senza cibo.

Un cuore vuoto è una giornata senza sole, una notte senza stelle, un mattino che è già tramonto, l’infinito che è già finito, un albero spoglio di foglie morte, il bianco e nero che prende il posto dei colori più belli e splendenti, un fiore che appassisce prima ancora di sbocciare.

La fine.

Come quando nel silenzio lanci un urlo ma è solo un sussurro. Nessuno ti ascolta e la tua voce si disperde nel vuoto.

Nel tuo vuoto.

BLOG RETRO: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI


Uscito nel 2008, il romanzo d’esordio di Paolo Giordano ottenne un successo strepitoso con oltre quattro milioni di copie tradotte in diverse lingue e tanti apprezzamenti dalla critica. “La solitudine dei numeri primi” si aggiudicò infatti il Premio Strega e il Premio Campiello Opera Prima, due riconoscimenti particolarmente ambiti dagli scrittori.

Il titolo, di primo acchito, pare evocare la condizione di chi è costretto a primeggiare, a raggiungere certi traguardi più per volontà degli altri che per una personale convinzione, sicché la solitudine che ne consegue sembrerebbe piuttosto il corollario di scelte “calate dall'alto”, il duro prezzo da pagare per le rinunce patite.

Invece la spiegazione la dà lo stesso autore per mano di uno dei protagonisti, Mattia, che ad un certo punto del racconto parla di quella particolare categoria di numeri primi che i matematici chiamano “primi gemelli”, ovvero “coppie di numeri che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.”

L’autore usa questo sillogismo per raccontare la vita “parallela” di Mattia e di Alice, due ragazzi che il destino li fa incontrare ma  per una serie di circostanze non riusciranno ad unirsi, a concedersi l’uno all'altro come riscatto dai patimenti subiti. Il “numero pari” che li divide è rappresentato proprio dalla sofferenza delle proprie esperienze, che li condannerà ad una solitudine senz’appello perché le tracce del dolore, specie quando non viene elaborato, non si cancellano mai.

E’ uno dei (pochi) casi in cui la scelta del titolo (non dell’autore ma del suo editore) è risultata più che mai vincente contribuendo non poco, soprattutto nella fase del lancio del libro, ad avvicinare e stimolare i lettori all’acquisto.

LA TRAMA: Alice e Mattia sono due ragazzi che vivono la propria adolescenza con un pesante fardello: la prima, costretta dal padre a frequentare contro voglia la scuola di sci, subisce durante un’esercitazione un infortunio che la renderà zoppa ad una gamba; il secondo lascia la sua sorellina gemella (affetta da autismo) al parco giochi per recarsi da solo ad una festa di compleanno ma che al ritorno non ritroverà più.
I due ragazzi, che frequentano lo stesso liceo, s’incontrano ad una festa organizzata dall’amica comune Viola, una “bullo” al femminile che li esorterà ad avere una storia, ma pur essendo reciprocamente attratti, non riusciranno a superare i postumi delle rispettive esperienze: l’anoressia per Alice e il profondo senso di colpa per Mattia .
Le loro vite pertanto scorrono parallele ma la scelta di Alice di sposare un uomo che non ama e quella di Mattia di accettare una cattedra d’insegnamento all’estero per sfuggire alla realtà, non li renderà mai felici.

L’AUTORE: Torinese nato nel 1982, Paolo Giordano è laureato in fisica teorica. “Il corpo umano” è il suo secondo best-seller.

UN PASSO DEL ROMANZO: “I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi.”

GIUDIZIO: Il romanzo è ben scritto e scorrevole nella narrazione delle vicende dei protagonisti. La tecnica espositiva è ben costruita, quasi “scientifica” nella ricerca dei termini, tutti appropriati, per descrivere gli stati d’animo dei personaggi. Soprattutto la prima parte del racconto, quando si narrano le storie “individuali” di Alice e di Mattia, è avvincente ed emozionante. Si perde un po’ nella parte centrale, quando gli stessi protagonisti s’incontrano per poi allontanarsi ciascuno per la propria strada. Qui il romanzo pecca di originalità e appare piuttosto scontato quando racconta le scelte di vita dei due ragazzi che fanno un po’ scemare l’interesse e la curiosità del lettore. Si riprende nel finale anche se la soluzione del trauma di Mattia  poteva essere meglio sviluppata nel segno di una più convincente rivelazione logico-deduttiva della sua incapacità di amare. Nel complesso è un libro interessante in cui il contenuto prevale sulla forma, a dispetto della grande campagna promozionale che lo ha sostenuto.

BLOG RETRO 2013

BLOG RETRO: GLI AMORI INFINITI


Gli amori infiniti nascono senza sesso, sono eterei, incorporei e inafferrabili. Si contrappongono al piacere fisico che si esaurisce all'alba di un giorno qualunque dopo essersi rivestiti in fretta per tornare alla vita di sempre, vuota e malinconica.

L’idealità dell’amore è il vero problema delle relazioni contemporanee. Nell’era multimediale è più facile “innamorarsi” di persone conosciute sul social preferito che di coloro che vivono a pochi passi da noi. La forza dell’immaginazione sovrasta la realtà delle cose, come una gabbia di vetro che ci ripara dalle sofferenze patite o patibili.

Il rischio di rimanere delusi è la molla che fa scattare certe scelte orientandole su un terreno più sicuro che è quello della comunicazione internautica, molto spesso sterile e illusoria.

Se i giovani di ieri erano proiettati alla ricerca dell’amore guardando con fiducia alle possibilità offerte dal mondo reale, quelli di oggi sembrano sfuggire a qualsiasi verifica “sul campo” delle proprie aspirazioni sentimentali, preferendo esplorarle attraverso un’intensa attività di messaggi multimediali con interlocutori di cui, a volte, non si conoscono nemmeno le sembianze.

Va di moda il mito delle relazioni a distanza che fanno “effetto” fino a quando i partners non decidono di uscire allo scoperto mostrando tutto quello che hanno inteso nascondere o sottacere. Quasi sempre gli amori che nascono sul web falliscono al primo banco di prova con la realtà che è sempre diversa da come la si è immaginata.

E così l’infinito di uno sguardo stampato su una foto, di un’emozione rubata tra le righe di un post atteso a colpi di “connessione” si tramuta ben presto in qualcosa di circoscritto ed estemporaneo, pronto a sciogliersi come neve al sole non appena i turbamenti della vita quotidiana prendano il sopravvento.

La difficoltà di scommettere sui sentimenti reali, ma soprattutto di mantenerli a lungo a dispetto degli ostacoli che si frappongono sul proprio cammino, è una chiara controtendenza culturale che inibisce l’insegnamento all’amore, complice anche l’esperienza fallimentare di quei giovani di ieri, oggi adulti e in età matura, che si sono uniti con partners sbagliati aprendo così una crisi della famiglia “istituzionale” senza precedenti.

Non è facile trasporre sul piano reale l’idea dell’amore, ci vuole grande condivisione e unità d’intenti che le generazioni moderne non sembrano voler (o saper) affrontare. Non si ha voglia di conoscersi, di condividere un progetto di vita contemperando le proprie con le altrui esigenze affettive. Basta molto poco per andare a letto e dirsi addio al sorgere del sole o quando l’attrazione fisica esaurisce i suoi effetti.

Così l’eternità dei sentimenti provati finisce col restare impressa su qualcosa che trasmigra dalla propria anima, come una fotografia dai contorni sempre più sbiaditi. Baglioni, in una sua bellissima canzone, l’ha saputa ben rappresentare con questi versi:

Un azzurro scalzo in cielo
il cielo matto di marzo
e di quel nostro incontro
al centro tu poggiata sui ginocchi
e gli occhi tuoi per sempre nei miei occhi …

(BLOG RETRO 2015)

BLOG RETRO: PENSIERI DI STRADA

Ascoltali 
a volte sembrano dei desideri
ma basta afferrare quelli che sono più veri
Sono certezze e incertezze che nascono dentro di te
puoi farli volare se vuoi tanto tornano poi
nei tuoi silenzi più intensi con mille argomenti
sono carezze e illusioni che appartengono a noi
Pensieri di strada  che cambiano con gli uomini


I pensieri sono la principale compagnia di ogni essere vivente. Anche gli animali, si sa, sono esseri pensanti e più del genere umano fanno uso dei pensieri per comunicare ogni tipo di bisogno o di necessità. Per gli uomini invece tutto è un po’ più complicato. 

Ci sono pensieri introspettivi che appartengono soltanto a noi, albergano sulle pareti della nostra solitudine fino a disegnare i desideri più reconditi e nascosti. Sono i più insidiosi e manipolativi del nostro stato d’animo perché condizionano le azioni che produciamo all'esterno senza che si comprendano le ragioni. 

“Un soldo per i tuoi pensieri”, oppure “ Chissà che cosa ti passa per la testa!”. Spesso ci sentiamo rivolgere frasi del genere da chi è incuriosito dai nostri silenzi e tenta di scardinare la nostra mente quasi a volerla ispezionare minuziosamente per coglierne i segreti. Non ci si riesce quasi mai perché i pensieri viaggiano fuori solo quando si è disposti a farlo. 

Ti seguono sempre e poi non ti tradiscono mai
e quelli più timidi sono soltanto segreti


Pensieri che non hanno età e non seguono l’invecchiamento del corpo nel quale si alimentano e si sviluppano. Sempreverdi, vanno dall'infanzia alla senilità con la velocità della luce. Rimangono fedeli a se stessi mentre tutto passa o si trasforma. 

Sono più grandi degli anni diventano eternità
puoi fare l'amore restando abbracciato con loro


Ma ci sono anche pensieri liberi, aperti, incontrollati che s’insinuano nelle relazioni fino a condizionarne gli effetti e a volte fanno più male di una lama tagliente, di un colpo d’arma da fuoco. I pensieri che diventano parole che non vorresti mai sentire ma quando succede non si cancellano più. 

Sono espressioni evidenti e a volte inconcludenti
e sanno di odio e di amore perché così sono
Pensieri di strada che vivono con gli uomini.


(Tratto da “Le parole del mio tempo”) 

(BLOG RETRO 2015)

BLOG RETRO: LA NAUSEA


I grandi romanzi sono come rose che sbocciano in mezzo a sterpaglie desolate. Lo è sicuramente “La nausea”, opera magistrale di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Esponente dell’esistenzialismo, corrente letteraria che spopolò agli inizi del novecento, Sartre sfoggia le sue migliori qualità di scrittore in questo romanzo dagli accenti tipicamente censori ed esegetici sul condizionamento dell’uomo in tutte le vicende dell’agire sociale.

Il protagonista, Antoine Roquentine, è un osservatore errante del modo di vivere degli abitanti del suo paese, che nulla aggiunge (e molto toglie) allo sviluppo di una comunità “auto specchiante”, incapace di interagire se non nell’apparenza e nel più cupo isolamento interiore. Straordinario il racconto della giornata domenicale in cui Roquentine passa a vivisezionare le abitudini dei suoi compaesani, voce narrante di un film già visto e rivisto mentre sullo sfondo piazze, giardini e caffè sono piuttosto occasioni di ritrovo pervase dall’odore nauseante dell’umana esistenza.

Scrive Sartre: “Ero anarchico senza saperlo quando scrivevo La Nausea: non mi rendevo conto che quanto scrivevo poteva essere commentato in senso anarchico, vedevo solo il rapporto con l’idea metafisica di “nausea”, con l’idea metafisica dell’esistenza. E’ stato più tardi che ho scoperto, attraverso la filosofia l’essere anarchico che era in me …”

E’ una confessione in piena regola: l’autore spiega così l’amara direttrice de "La Nausea" che consiste nel rifiuto di accettare regole sociali (l’anarchia) perché basate sulla contraffazione dei comportamenti che non elevano lo spirito ma, al contrario, lo relegano in una profonda solitudine. 

Ci sono diversi punti di contatto tra La Nausea di Sarte e, ad esempio, La Noia di Alberto Moravia in cui il protagonista vive una profonda inquietudine per l’incapacità di accettare la realtà e di avere un qualsiasi rapporto con le cose (e con le persone). Ma nell’opera di Sarte questa incapacità è maggiormente accentuata perché si trasforma nel disgusto dell’agire umano che tradisce le aspettative di una diversa scelta di vita.

LA TRAMA: Antoine Roquentine è uno studioso di letteratura che nella biblioteca di Bouville, il paese dove vive, lavora per scrivere una tesi di storia sul signor de Rollebon, avventuriero vissuto nel XVIII secolo. Ma è pervaso dalla nausea, stato d’animo che lui identifica nella pochezza umana di intessere relazioni sociali significative. Smette così di occuparsi di Rollebon, perché le vicende passate di questo personaggio non lo aiutano a recuperare il senso delle cose e si proietta nell’attesa dell’incontro con Anny, sua vecchia fiamma che non vede da quattro anni. Ma nemmeno Anny saprà dargli le risposte che cerca, persa come tutti gli altri in un cambiamento di vita che è sopravvivenza, anziché raggiungimento delle aspettative di un tempo. Gli resta un filo di speranza nelle note della sua canzone preferita:“Some of these days” …

L’AUTORE: Jean - Paul Sartre, (Parigi 1905-1980), filosofo, narratore e autore di numerose opere teatrali, nonché maìtre-à-penser tra i più importanti del secolo scorso. Tra le sue opere, Le parole, del 1964.

UN PASSO DEL LIBRO: Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta …

GIUDIZIO: Opera di rara raffinatezza e bellezza, La Nausea è un concentrato di emozioni e di riflessioni sulla natura umana, amabile e controversa, discussa e discutibile, invisa e reietta. La struttura del testo basata sull'io narrante con appena tre personaggi principali, trasporta il lettore in un’atmosfera quasi mistica e contemplativa. Assolutamente da leggere per ampliare ed arricchire i propri orizzonti culturali.

(BLOG RETRO 2014)

BLOG RETRO: NON BACIARMI!


Gira a destra. Gira a sinistra. Esegui un’inversione a U consentita.” Il navigatore della mia auto ha deciso di farmi impazzire in mezzo a queste strade sconosciute in cui mi sto perdendo senza trovare l’indirizzo giusto. Uno zig-zag da far rabbrividire persino gli automobilisti più esperti, quelli che fanno dell’asfalto il loro percorso di vita quotidiana. Fortuna che c’è poco traffico e a parte qualche colpo di clacson e invettive del tipo “Ma chi ti ha dato la patente?”, riesco finalmente ad arrivare a destinazione.

Scendo dalla macchina visibilmente intontito, come se fossi approdato da quelle parti dopo un atterraggio di fortuna, mi sistemo il soprabito e mi guardo intorno. Una fila di palazzi di color grigio mi appare davanti assemblandosi perfettamente allo scenario autunnale di quella giornata di fine ottobre. Tiro dalla tasca della giacca un foglietto sul quale avevo annotato l’indirizzo e controllo il numero civico: 279, lo stesso che vedo inciso sulla targa di un vecchio portone a pochi metri da dove ho posteggiato.

Entro nell’ampio androne che si presenta con due ingressi laterali e al centro una guardiola con le grate in ferro battuto dove vi troneggia un omino annoiato e tarchiato che mi fa cenno di avvicinarmi:

Chi sta cercando?”
Il dott. Saggiomo, il dentista.”
Scala A, a destra, primo piano”.

La segretaria occhialuta mi accoglie con un sorriso di cortesia facendomi accomodare nella sala d’aspetto piena di poltrone in pelle, tavolini bassi con riviste disposte a ventaglio e,  tra le due finestre, un ficus alto e rigoglioso. Non ci sono altri pazienti, decido di restare in piedi fingendo di concentrarmi sull'orologio appeso alla parete che dà sul corridoio. Segna le 19 e 40 e d’istinto lo confronto con il mio che invece è avanti di qualche minuto.

Sig. Ferri, venga pure.”

Sono di spalle ma riconosco la voce inconfondibile del dott. Saggiomo.  Mi giro e lo vedo con il suo fedele camice bianco che mi sorride mostrandomi una dentatura perfetta e bianchissima. Tutti i dentisti sono così. Non hanno la minima carie o macchiolina che sia visibile al microscopio. Per forza! Con tutto quello che guadagnano se lo possono permettere.

Mi fa entrare in una stanza luminosa e piena di attrezzature dell'ultima generazione e intanto mi dice:“Ha avuto difficoltà a trovare il mio nuovo indirizzo?” Per niente, solo qualche epiteto e il rischio di essere fermato da una volante per pericolo pubblico, penso tra me.

Mi sono trasferito da poco. Il vecchio studio era diventato troppo piccolo per me.” Ma guarda! Non sarà forse per le parcelle salatissime che appioppi a noi poveri clienti? Brutto deficiente! Continuo a rimanere in silenzio ma i pensieri galoppano a tutta velocità.

Il dott. Saggiomo mi dice di stendermi sul lettino e intanto si volta per tirare fuori da un cassettino quello che serve per la visita. Rimango in piedi e aspetto. Ecco che si gira verso di me e a quel punto estraggo la pistola dalla tasca. Non ci penso un attimo, partono due colpi che lo trafiggono proprio al centro del petto. Lascio cadere l’arma e scappo via. 

✬✬✬✬✬✬✬✬✬✬

Conoscevo il dott. Saggiomo da cinque anni. Dicevano che era il miglior parodontologo che ci fosse in circolazione. Mi fidavo ciecamente di lui e avevo deciso di sottopormi alla sue cure senza avere il minimo dubbio che la terapia potesse fallire. 

Al termine del ciclo di visite, che mi erano costate oltre ventimila euro e un prestito con una finanziaria sanguisuga, ero pienamente soddisfatto del risultato ottenuto. Finalmente potevo sorridere liberamente senza dovermi coprire la bocca con una mano o desistere nell'approccio con Mafalda, la mia datrice di lavoro di cui mi ero invaghito. 

Ora si dirà: come si fa a perdere la testa per una che ha un nome così? Niente di più facile se in palio c’è un posto da direttore nell'azienda. In verità non ero innamorato di Mafalda ma del suo ruolo di comando sì, e direi pure immensamente. Peraltro non era nemmeno granché: sedere basso e seni un pò più grossi di due mandarini, nonostante portasse reggipetti dell'ultima moda che tuttavia mostravano un rigonfiamento nell'ampia scollatura troppo vistoso e innaturale. Ma aveva dalla sua il portamento, sempre ben vestita e quell'aria da maestrina saputella, forse dovuta alla sua posizione di vertice nell'azienda, che me la faceva apparire terribilmente attraente. 

Aspettavo l’occasione, e per uno come me, arrivista e senza scrupoli, l’occasione fa sempre l’uomo ladro. Con una dentatura perfetta potevo dispensare sorrisi a destra e a manca fino ad attirare l’attenzione del “mia” Mafalda che un giorno, finalmente, si accorse di me: 

Hai un sorriso accattivante, Giacomo. In questa azienda c’è bisogno di gente allegra come te.” 

Ho raccolto il suo complimento come un invito a nozze. 

Per un’azienda che produce dentifrici, il sorriso è fondamentale. Non credi?” 
Certo. Vedo che sei anche bravo, a giudicare dall'ultimo report sulle vendite.” 
Ne possiamo discutere meglio se accetti di venire a cena con me stasera”. 

Abboccata in pieno. Era la serata della mia vita, quella in cui avrei dovuto esporre tutti i miei progetti a colpi di sorrisi, ammiccanti e maliziosi, pur di entrare nelle grazie di Mafalda. Per l’occasione mi ero vestito a nuovo, con un abitino che mi era costato la bellezza di ottocento euro. Mi ritorneranno di sicuro, pensavo tra me, non appena otterrò il posto di direttore. 

Ordinammo della carne: filetto di manzo con insalata mista per lei, ossobuco e patate gratinate per me. Non l’avessi mai fatto. Dopo il primo boccone si scatenò nella mia bocca … l’inferno! Avete presente la demolizione di un palazzo che con un solo colpo viene raso al suolo? Gli incisivi superiori, nuovi di zecca, si staccarono dal loro alloggiamento impastandosi nel pezzo di carne, forse eccessivamente duro, divenendo una cosa sola. 

Imbarazzo totale. Il sorriso mi si spense in un attimo come una nuvola grigia apparsa improvvisamente davanti al sole. Risultato: cena interrotta e … tutti a casa! 

In macchina, tra me e Mafalda era sceso il silenzio. Non più chiacchiere e risate che avevano animato la nostra conversazione all'andata, ma solo un mutismo assordante nel quale vedevo frantumarsi il sogno di diventare il testimonial dell’ultimo dentifricio prodotto dall'azienda. 

Arrivammo al cancello della splendida villa di Mafalda che intanto, per tutto il tragitto, non aveva distolto minimamente lo sguardo davanti a sé. Mi accostai per salutarla e per tutta risposta mi giunsero queste gelide parole: 

Non baciarmi!” 

NON BACIARMI! 

Racconto breve di Vittoriano Borrelli 

(Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale.) 

(Blog retro: 2015)

NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile per te ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di informare le autorità competenti?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non crederebbero ad una sola parola della tua versione.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato quella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

UN CORPO E UN’ANIMA


Negli anni ’70 sbancarono le classifiche di vendita dei dischi aggiudicandosi la palma del duo canoro più famoso e riuscito. Wess e Dori Grezzi, l’uno di colore, l’altra bionda e dalla pelle eburnea, formavano una coppia ben assortita dalle voci perfettamente sovrapponibili e complementari: un corpo e un’anima, come il titolo della loro canzone di maggior successo che valse il primo posto nella “Canzonissima” del 1974.

Era il periodo in cui ci si identificava nel sodalizio artistico uomo-donna con la variante, in questo caso, della diversa etnia quale modello rappresentativo di una emancipazione etico-culturale che è stata pioniera della grande globalizzazione multirazziale di qualche decennio più tardi.

E non ci lasceremo mai. Abbiamo troppe cose insieme …”, ritornello di facile presa che è rimasto nella mente di almeno due generazioni, forse il “cliché” più appropriato per esprimere l’amore semplice e alla portata di tutti.

Wess e Dori Grezzi debuttano nel 1972 con “Voglio stare con te” (per sempre con te, ma io speravo che l’avessi detto tu…) ed è subito un successo in tutti i palcoscenici televisivi, tra i quali “Senza rete”, programma trasmesso dalla Rai di Napoli nel mese di Luglio quale anticipazione dei successi dell’estate.

L’anno dopo, agli albori della hit “Un corpo e un’anima”, bissano il successo con “Tu nella mia vita” (sempre tu, se non ti avessi ti vorrei, ti cercherei …), brano presentato a Sanremo che registrerà il più alto numero di vendite di quell’anno. E’ il momento di massimo splendore della coppia “bianco-cioccolato” che nello stesso anno ricalcano il filone dell’amore che vince su tutto con “Noi due per sempre( nasce il nostro giorno, e noi due per sempre, basta star nascosti qui …), brano che forse, più degli altri, ha esaltato meglio le qualità canore dei due artisti.

Dopo aver conquistato il mercato italiano, Wess e Dori Ghezzi si affacciano all’Europa e nel 1975 partecipano all’Eurofestival con “Era” (Era baciarsi al cinema, Era la mia domenica, Era trovare un angolo nascosto) ottenendo un onorevole terzo posto. Amore furtivo e clandestino che oggi farebbe un baffo ai cultori del selfie e degli smartphone.

Ma “Un corpo e un’anima” è senza dubbio la canzone che è rimasta nel cuore di moltissimi ascoltatori contraddistinguendo la coppia come lo è stato con “Volare” per Modugno o, per usare un termine di confronto più recente, “Fiumi di parole” per i Jalisse.

Dalla seconda metà degli anni settanta inizia il declino e la coppia si scioglierà: Wess tenterà una carriera da solista senza successo, mentre la Ghezzi, dopo aver partecipato nel 1983 a Sanremo con “Margherita non lo sa”, si ritirerà dalle scene (anche per un problema alle corde vocali) dedicandosi pienamente al suo compagno Fabrizio De Andrè.

Wess morirà nel 2009 alla prematura età di 64 anni, mentre la Ghezzi, dopo la scomparsa di De Andrè nel 1999, è ora impegnata con una serie di iniziative culturali per tenere alta la memoria del grande cantautore genovese .

Ma l’esperienza artistica di Wess e Dori Ghezzi resterà comunque “immortale”, proprio come il refrain della loro canzone di punta: E non ci lasceremo mai …

LEGGIMI SE PUOI


Gli scrittori hanno dieci, cento, mille vite da vivere tutte le volte che lo desiderano facendo leva semplicemente sull'immaginazione, l’unica in grado di spaziare da un contesto all'altro in ogni tempo. Ma lo stesso privilegio può essere goduto dal lettore che si appassiona ad una storia, un racconto, uno scritto che regala emozioni forti ed indescrivibili. Il dono della lettura è ambivalente sia per chi scrive che per chi legge.

Una delle soluzioni migliori per spendere bene il proprio tempo è aprirsi a questo connubio, riporre lo smartphone nel cassetto, spegnere la radio, la tele, regalarsi il silenzio facendo parlare le sole parole della lettura. Volare via da tutto il resto, anche solo per poche ore, è un esercizio semplice da seguire se si ha voglia di appartenersi, di esplorare le vie infinite dell’anima.

Il rapporto che si crea tra l’autore ed il lettore è qualcosa che somiglia molto ad un incantesimo: l’uno diventa l’altro e viceversa, le distanze si annullano in luogo di una sintonia intersensoriale, unica ed indissolubile. Lo scopo di uno scrittore è creare le premesse affinché ciò avvenga, quello del lettore è lasciarsi incuriosire, rapire, estasiare dalle cose che si raccontano.

Se si vuole che questo incantesimo non si spezzi mai è necessario alimentarlo di curiosità, passione, voglia di cercarsi in ogni angolo del mondo, sulle bancarelle, in libreria o alla fermata del tram quando l’attesa è più dolce se ci si immerge in una buona lettura anche solo per pochi minuti.

Non si scrive mai per se stessi o quanto meno non solo. Le storie nascono per essere vissute, condivise con chi si trova dall’altra parte della “penna”, emozionare ed essere emozionati nello stesso tempo è quanto di più sublime si possa ottenere da questo rapporto a due intimo e necessario.

Una relazione che si corrobora nel silenzio come una cena a lume di candela in cui a parlare sono i pensieri, le sensazioni che l’uno riesce a trasmettere all’altro, gli sguardi disegnati sulle facce dei personaggi che prendono forma e sostanza nella propria immaginazione. Come far l’amore e godere non dei piaceri del corpo ma delle pulsazioni dell’anima.

Leggimi se puoi tra le parole del mio tempo, anche se saremo distanti e forse non ci incontreremo mai. Ma se mi stai cercando mi hai già trovato in queste pagine come scrittura, come personaggio.

SAPORE D’ESTATE


L’aria leggera e spensierata dell’estate mette sempre un po’ di allegria ed è capace di strappare sorrisi anche a chi ha poca voglia di farlo. I miracoli dell’estate, che somigliano tanto a quelli della trentaquattresima strada di un famoso film, riescono a rimodellare gli stati d’animo, a tirare fuori dal letargo fantasia e un pizzico di sregolatezza a lungo intorpidite dai rigori dell’inverno.

Sarà per le belle giornate di sole che si riesce a vedere tutto con più limpidezza, a respirare un clima vacanziero anche quando si sta al lavoro sia pure alle prese con i condizionatori, ventilatori o fogli di carta usati a mo’ di ventaglio per rimediare al caldo umido e afoso. Si contano i giorni o le ore per raggiungere finalmente le mete di villeggiatura premendo sull’acceleratore per il disbrigo delle pratiche d’ufficio.

E’ un fatto statistico quello che vede migliorata la propria performance lavorativa a ridosso della pausa feriale, quasi che questa attesa, che sembra non finire mai, faccia raddoppiare le forze fisiche e mentali prima del sospirato riposo. E si sa che le vigilie sono sempre migliori delle feste vere e proprie.

Non c’è estate senza le canzonette. Dopo Sanremo, è un appuntamento fisso che fa avvicinare la gente di ogni età alla musica, Si canticchia per le strade, sotto la doccia, al bar del lido preferito, in spiaggia con gli auricolari e … c’è sempre una vecchia che balla da una vita in vacanza.

Tra le hit del momento sta spopolando Thegiornalisti, il gruppo del vocalist Tommaso Paradiso, nato quasi un decennio fa, che ogni anno, soprattutto in estate, sforna brani di impatto semplice ed immediato che piacciono tanto ai grandi quanto ai più piccini. Anche quest’anno, dopo aver lanciato in primavera “Questa nostra stupida canzone d’amore”, hanno fatto centro con “Felicità puttana”, canzone senza troppo pretese ma leggera, spensierata ed effimera come l’estate.

Ma quanto è puttana questa felicità
che dura un minuto
ma che botta ci dà…

Non è forse così l’estate? Un po’ puttana che si concede facilmente, l’avventura di una lunga notte che svanisce  ai primi sussulti dell’autunno.

Non è forse così il sapore dell’estate? Come …

Quelle code infinite di macchine
che si vedono al telegiornale
mi mettono di buon umore…”

o come quel …

Ti mando un vocale
di dieci minuti
soltanto per dirti
quanto sono felice …”

Testo melenso, che non resterà certo negli annali della discografia, ma dal sapore tipico dell’estate.
Ed è come un gelato che si scioglie in bocca, dal gusto un po’ amaro quando tutto finisce e si ritorna alla vita di sempre…