MISSIONE COMPIUTA!

Quando ho iniziato a leggere “Esperance: una missione per due”, il nuovo libro di Flavio Standoli, sono stato favorevolmente colpito dalla qualità dello scritto e in particolare dalla sintassi e dall'impostazione del tessuto narrativo ben curate e senza sbavature.

Durante la lettura ho pensato, in alcuni frangenti, che se a scrivere una storia così avvincente e coinvolgente fosse stato un autore celebre non ci avrei trovato alcuna differenza. Questo per sottolineare che ci sono tanti autori esordienti che sanno scrivere bene e che meritano ben altri palcoscenici, ben altra visibilità e consensi. Per Standoli il mio augurio è che possa presto raggiungere una fetta di lettori sempre più ampia e consona alla sua bravura.

Romano, classe 1973, Flavio Standoli ha esordito come autore due anni orsono con “Il deserto e la neve”. Si ripropone con un romanzo nel quale la solidarietà, l’aiuto silenzioso ma operoso per il prossimo, rappresentano il filo conduttore di una matassa intricata e intrigante che si srotola man mano che i personaggi e le loro vicende prendono forma e sostanza.

Ambientato nell’Africa dei tempi moderni, ancora funestata dal sottosviluppo e dalla sottocultura, il romanzo narra le gesta dei nuovi eroi, che sono quelle persone comuni che in punta di piedi e senza troppi proclami decidono di portare a compimento una missione, -la ricostruzione di alcuni villaggi-, affrontando con coraggio varie insidie e difficoltà, fra le quali,  le “solite” intromissioni dei poteri forti.

C’è tutto l’impegno sociale di Standoli nel sottolineare con forza e determinazione l’importanza di mettere al servizio degli altri il proprio contributo, giacché nessuna ricchezza interiore è tale se rimane fine a se stessa.

Nell'intervista che riporto di seguito l’autore romano si racconta offrendo con dovizia di particolari aspetti forse reconditi dell’opera, ma che sono di sicuro interesse per quei lettori appassionati delle storie di avventura a sfondo umanitario. E già solo per questo si può dire che la  missione di Standoli è ... ampiamente compiuta!


IO: Esperance: una missione per due” esce a distanza di due anni dal tuo primo libro “Il deserto e la neve”. C’è un collegamento tra le due opere?

FLAVIO STANDOLI: Caro Vittoriano, grazie per la tua ospitalità, in realtà le storie sono molto diverse, anche se in entrambi i romanzi i personaggi divengono protagonisti loro malgrado. Ciò che adoro in un’avventura è il modo in cui le persone affrontano l’azione e come, quest’ultima, si trasformi progressivamente in un’occasione di cambiamento.

IO: Nel tuo ultimo libro il fascino dell’avventura s’intreccia con temi impegnativi come la solidarietà, l’aiuto per il prossimo, il bisogno di sentirsi realizzati rendendosi utili agli altri. Quanto, secondo te, questi valori sono importanti in una società, come quella odierna, apparentemente multirazziale ma sempre più proiettata all'isolamento culturale?

FLAVIO STANDOLI: Credo che nella società odierna, desiderio di protagonismo e successo all'americana abbiano coniato la moneta più forte attualmente in circolazione. I mass media ce la vendono come filosofia di vita e appesantiti da questo metallo affrontiamo lunghi periodi di crisi ragionando esclusivamente con la pancia: l’intolleranza viene sfogata verso i più deboli, quelli che soffrono di più le scelte scellerate dei grandi timonieri, tutti alternano con disinvoltura i ruoli di vittime e carnefici, o si frega o si viene fregati, e allora a morte lo straniero che ci ruba posti di lavoro e riempie i letti dei nostri ospedali, a morte gli omosessuali, che impediscono la ripresa perché privi di valori, a morte l’arte, a morte la cultura, a meno che non sia quella recensita da giornali a tiratura nazionale che ormai non compra più nessuno. Non mi limiterò a dire quanto siano importanti in qualsiasi società valori come tolleranza e solidarietà. Fortunatamente oggi l’isolamento culturale è una scelta, per disintossicarsi e riacquistare la propria umanità consiglio una semplice ricetta: spegnete la TV, uscite a socializzare e imparate bene una seconda lingua, utilizzate internet come se fosse un treno per arrivare a destinazione, e non uno yacht su cui restare a villeggiare.

IO: La fede religiosa, altro tema del romanzo, ha un ruolo fondamentale nelle vicende e nelle scelte dei protagonisti. Sembra quasi il tentativo di recuperare un valore oggi fortemente in discussione. Qual è l’analisi che ne hai tratto?

FLAVIO STANDOLI: Nell'esplorare i contrasti emotivi che vivono i personaggi, non si può non affrontare il tema della religione. Fondamentalmente è la spiritualità dei soggetti a ritmare costantemente l’evoluzione degli eventi. Personalmente sono dell’idea che Islam, Ebraismo e Cattolicesimo abbiano causato direttamente o indirettamente più vittime di qualsiasi altra calamità naturale (anche se nel 99% dei casi vengono utilizzate come paravento per coprire cause molto più materiali), eppure chi veramente crede in una delle grandi religioni monoteiste (l’1% circa delle folle che si riuniscono settimanalmente nei luoghi di culto) può realizzare imprese eccezionali, dimostrare infinita passione, offrire ineguagliabili esempi di solidarietà e tolleranza. L’opera principalmente mette in evidenza un aspetto: più che sulle parole di un uomo, meglio concentrarsi sulle sue azioni.

IO: La corruzione, la mercificazione delle relazioni in nome del Dio denaro rappresentano l’altra faccia della medaglia contro cui si snodano le azioni positive dei protagonisti migliori. La forza dell’amore vince sempre?

FLAVIO STANDOLI: I fatti avvengono e sono ignari delle emozioni che li scatenano. L’amore vince ininterrottamente, è un processo continuo, ognuno ha i suoi motivi per vivere e morire, tradire, abbandonare o restare. Posso essere più esplicito con un esempio: tra “ama e fa’ ciò che vuoi” di S. Agostino e i dieci comandamenti, preferisco i dieci comandamenti. L’amore vince sempre, quindi meglio essere chiari e spiegare chi e come s’intende amare.

IO: La struttura del romanzo è ricca di capitoli che paiono assimilarsi alle pagine di un diario scritto per “mano” degli stessi protagonisti. Perché questa scelta?

FLAVIO STANDOLI: Autonomia e innovazione, due aspetti che ho voluto condensare in un’opera in cui il protagonismo dell’autore è finalmente annientato. La scena è lasciata ai personaggi: sono loro a vivere all'interno del romanzo, e non nascono per recitare un semplice copione: gli eventi scorrono raccontati con i loro occhi e il compito di giudicare scelte e conseguenze spetta esclusivamente al lettore.

IO: Hai dichiarato che i tuoi eroi preferiti sono “le persone comuni che sanno mettersi alla prova”. In effetti, in una società sempre più contrassegnata dal protagonismo, le buone azioni comuni sono delle vere e proprie imprese eroiche. Cosa bisogna fare affinché queste importanti risorse siano più valorizzate?

FLAVIO STANDOLI: Imparare a riconoscere le occasioni che ci fanno sentire bene. Un aspetto della lotta interiore che s’innesca in alcuni “eroi” di Esperance è proprio il fatto di scoprire di essere ciechi, alla continua ricerca di qualcosa di meglio, senza tendere per qualcosa che abbia la semplice facoltà di farli stare bene. Mettersi alla prova significa esporsi al ridicolo, alla reazione violenta degli altri, è un rischio destinato ad aprirci gli occhi, ma solo se saremo bravi a gestire vergogna e fallimenti, un bagaglio con cui tutti dovremmo imparare a viaggiare verso orizzonti più ampi.

IO: E’ più difficile scrivere un romanzo o promuoverlo? Qual è secondo te l’impegno di uno scrittore dopo la pubblicazione di un suo libro?

FLAVIO STANDOLI: Promuovere un’opera è un dovere a cui uno scrittore non può sottrarsi: è una questione di rispetto! Il romanzo è qualcosa di vivo, un essere che nasce per essere apprezzato e interagire con il lettore. Personalmente è questo che mi spinge a sostenere le fatiche della promozione, che non è né semplice, né difficile, ma solo piuttosto noiosa. Per la scrittura invece, aggettivi come “semplice” o “difficile” li trovo fuori luogo, scrivere è una maratona sotto il sole rovente, sei lì a correre e non ti chiedi quanto sia difficile, ma solo quanto sarai cambiato quando taglierai il traguardo. Entrambe le azioni richiedono sacrificio, e la scrittura può ripagarti di tutto l’impegno perché dipende esclusivamente da te. La stessa cosa non vale per la promozione: impegno e successo non sono direttamente correlati, allora il segreto sta proprio tra le mani di quella manciata di lettori: l’email di congratulazioni che ti arriva, il commento positivo di uno sconosciuto, la recensione entusiastica di una blogger. In fondo è pur sempre vero che si vive di piccole cose.

IO: Secondo te c’è bisogno di un’educazione alla lettura o pensi che le nuove opportunità multimediali, come il self-publishing, ne abbiano facilitato il compito?

FLAVIO STANDOLI: Assolutamente sì, internet ha facilitato l’accesso all'informazione e alla cultura, oggi si legge molto di più rispetto al passato, anche se testate giornalistiche e case editrici in fallimento raccontano spudoratamente il contrario. Il punto è che lettori e scrittori si stanno frammentando in una miriade di micro universi dove i poteri forti stentano a imporsi. Il problema è che le persone, al contrario di chi sosteneva che con la globalizzazione si sarebbero omologate, hanno diversificato i propri gusti, e nel contempo i grandi brand hanno perso credibilità con scelte editoriali scellerate. Il futuro della lettura, grazie al WEB, è salvo.

IO: L’ultimo libro che hai letto.

FLAVIO STANDOLI: Anche se non amo i classici, per tenere allenato il mio stentato inglese, sto finendo di leggere in lingua originale la versione epub gratuita di una raccolta di brevi storie fatta da un americano agli inizi del novecento. Dentro ho trovato persino un racconto di Edgar Allan Poe e se sapessi meglio l’inglese forse avrei potuto imparare anche qualcosa di più.

IO: Oltre alla scrittura hai altre passioni?

FLAVIO STANDOLI: Ne ho troppe, mi appassiono a tutto e il tempo non è clemente. Tra le attività che preferisco c’è sicuramente il giardinaggio. L’astronomia per il momento l’ho dovuta abbandonare, già dal pomeriggio mi ritrovo con gli occhi troppo stanchi per ammirare le stelle.

IO: Un sogno che vorresti tirare dal cassetto?

FLAVIO STANDOLI: Tutti i miei sogni li ho tirati fuori e ci sto lavorando, è una sensazione davvero unica. Se potessi dare un consiglio a tutti gli amici disposti a lasciare ancora i sogni nei cassetti direi che la vita è breve: cancellate paura e pigrizia dal vostro vocabolario.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

FLAVIO STANDOLI: Sono in vendita sul sito Amazon, in formato ebook e brossura. Per “Esperance: una missione per due” ho creato anche un blog dove scaricare in pdf i primi capitoli in lettura gratuita:
(http://esperanceunamissioneperdue.wordpress.com/).
Grazie a tutti coloro che vorranno gettare temporaneamente l’ancora su questa sperduta isola.

IO: Grazie per l’intervista. E tanti in bocca al lupo per il futuro.

QUEL MOTIVETTO CHE MI PIACE TANTO

Canto quel motivetto che mi piace tanto, e che fa ….”.  I meno giovani ricorderanno questa simpatica canzoncina degli anni ’40 dell’orchestra di Pippo Barzizza, che fu anche lo slogan (parafrasato) di un famoso spot del mitico carosello.

Sotto la doccia, in bicicletta o viaggiando in auto ci capita di canticchiare o fischiettare la nostra canzone preferita, magari quella che ci spinge al buon umore o ci fa ricordare un momento piacevole della nostra vita.

E’ un esercizio “canterino” che facciamo volentieri soprattutto durante le vacanze, quando le tensioni o lo stress da lavoro si allentano per far posto ad occupazioni o pensieri più distensivi.

Purtroppo questo particolare vezzo è messo a dura prova dalle proposte musicali degli ultimi anni, in gran parte scadenti o poco orecchiabili, tanto da essere dimenticate in fretta.

Nemmeno la kermesse di Canale 5, “Coca Cola Summer Festival 2014”, giunta alla seconda edizione, pare smentire il trend delle ultime estati contrassegnate da canzoni non eccelse, in molti casi anonime e fuggevoli prima ancora che si aprano le porte dell’autunno.

I miei adorati figlioli mi dicono scherzosamente (ma non troppo) che sto diventando vecchio e nostalgico  quando il motivetto che mi piace tanto è

… una canzone di Gianni Bella, "Non si può morire dentro", che mi fa ritornare agli anni della mia adolescenza e delle prime festicciole a casa di amici;

… una canzone di Claudio Baglioni, "E tu," che mi fa ripercorrere con la mente le lunghe passeggiate in riva al mare alle prese con le prime cotte e filarini;

… una canzone di Eros Ramazzotti,Adesso tu”, che mi ricorda il primo bacio con la ragazza che sarebbe diventata mia moglie …

Ogni estate ingaggio una discussione con la mia prole sui brani da inserire nel nostro CD “familiare”. Non trovandoci mai d’accordo sulla canzoni preferite, arriviamo al solito compromesso: ogni componente della famiglia (siamo in quattro) sceglie i suoi dieci brani preferiti disposti in ordine rigorosamente cronologico (dal più vecchio al più giovane): papà, mamma, figlia, figlio.

Così quando siamo in macchina e arriva il mio turno, mi godo … quel motivetto che mi piace tanto, incurante dei “sogghigni” che sento arrivare dai miei compagni viaggiatori.

Mi rilasso con la mente. E sorrido divertito.

INNI SACRI

Tra i misuratori del senso di appartenenza di un popolo alla propria nazione, quello dell’inno nazionale celebrato in occasione di eventi istituzionali o più semplicemente di manifestazioni sportive, è di sicuro il più visibile ed immediato.

Si dice che l’indole di ciascuno di noi si percepisce dai piccoli particolari, da quelle sfaccettature apparentemente insignificanti ma che considerate nell'insieme o contestualizzate in un dato momento, danno l’idea di quello che si nasconde dietro le apparenze.

Siffatta analisi dei comportamenti può essere elaborata, sia pure in maniera spicciola, prendendo spunto da uno degli eventi sportivi più popolari: i mondiali di calcio che stanno per concludersi in Brasile.

La carrellata degli inni nazionali che precede l’esibizione delle varie squadre partecipanti, è una spia non solo del folklore tipico delle manifestazioni di giubilo dei tifosi, ma anche e soprattutto del senso di fierezza e di pathos rinvenibile negli sguardi e negli atteggiamenti dei protagonisti.

Compagini dell’America latina, notoriamente meno sviluppate, come l’Ecuador, il Cile, la Costa Rica e lo stesso Brasile, hanno intonato il proprio inno con una passione e una verve quasi commovente: mano sul cuore, capo verso l’alto e un’esibizione corale all'unisono con le migliaia di sostenitori che hanno sventolato festanti e con orgoglio la bandiera del proprio paese.

Altri paesi c.d. più evoluti, si sono divisi a metà lo scettro della migliore rappresentazione scenica: i tedeschi, forse intimoriti dagli occhi vigili della Merkel, se la sono cavata con sufficiente determinazione, memori del loro passato turbolento che li ha visti prima abbattuti e poi risollevati con nuova linfa.

I russi (che hanno l’inno tra i più belli), nonostante la perestrojka, hanno dimostrato un saldo attaccamento alla propria terra, quasi un “remake” nostalgico delle antiche repubbliche socialiste sovietiche. Per loro l’occidentalizzazione non ha soppiantato le tradizioni popolari che sono sopravvissute alla grande stagione dei cambiamenti iniziata con Gorbaciov.

Infine, l’Italia. E qui casca l’asino! Dopo l’opera di sensibilizzazione avviata dal compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini all'indomani della vittoria mundial di Spagna ’82, si sta ritornando agli anni bui del “religioso” silenzio e della dimenticanza del testo di Mameli. Dai nostri atleti connazionali si sono colti sguardi spenti, bocche cucite o labiali non in sintonia con le parole e le note dell’inno. A ciò si aggiunge la polemica di Balotelli che su Twitter ha preferito glissare sulla sua performance invocando (impropriamente) l’Africa quale modello per la difesa dei valori di uno Stato.

Credo invece che il colore della pelle c’entri poco, come pure le solite accuse sugli stipendi d’oro a motivo dello scarso impegno profuso. Gli onori del proprio Paese non si misurano con la professionalità ma si difendono, anche attraverso lo sport, con ben altro spirito e partecipazione.

E’ un fatto di cultura, di un comune sentire che purtroppo nel nostro Paese si sta disperdendo.

Siam pronti alla morte”, recita Mameli. Ma in questo periodo storico il finale dell’inno sarebbe:

Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò: NO!”

IO UCCIDO

Questa recensione l’avevo programmata per la fine di luglio. La triste notizia della scomparsa dello scrittore mi ha fatto anticipare i tempi. Questo post lo dedico alla sua memoria. Un altro talentuoso artista che ci lascia …

Il romanzo d’esordio di Giorgio Faletti ha subito conquistato gli appassionati del thriller ottenendo in poco tempo un successo dalle proporzioni forse inaspettate (oltre quattro milioni di copie vendute) ma sicuramente meritato per la verve e l’acume narrativo  già sapientemente mostrati.

L’ex “Signor Tenente”, brano con il quale ottenne nel Sanremo’94 un clamoroso successo sbaragliando i più collaudati big della canzone, dopo aver smesso i panni del comico e del cantautore, ha intrapreso agli inizi del nuovo millennio la carriera dello scrittore inanellando una serie di gialli (ben sei) nell'arco di un decennio.

Ma “Io uccido”, uscito nel 2002, è sicuramente il suo romanzo migliore. Trama ricca di colpi di scena nella quale il colpevole non è il solito maggiordomo, bene “ordita” da Faletti soprattutto sotto la componente psicologica dei protagonisti.

Il tema del serial killer, purtroppo molto attuale e presente nelle pagine di cronaca nera, àvoca in sé la devianza sociale del disadattamento, tipico sbocco naturale dei soprusi e delle violenze subite, soprattutto, in ambito familiare. Un corto circuito che scatta nella mente di chi da vittima si trasforma in carnefice, complice una società assente o impreparata a captarne i segnali d’allarme.

Ci sono tanti “Io uccido” che si aggirano intorno a noi e che si manifestano nelle forme più svariate: con le parole (che a volte fanno più male dei …colpi di fucile), con le prepotenze infime e subdole, ovvero mascherate da apparenti benevolenze e, infine, con la violenza fisica e psicologica. Modi ed espressioni che hanno come comune denominatore l’incapacità di costruire e di costruirsi  in un mondo dalle facili inclinazioni distruttive.

E’ questo il messaggio che Faletti ha voluto dare raccontando una storia dal titolo inquietante ma molto vicina alle “ordinarie” follie dei nostri giorni …

LA TRAMA: Un misterioso serial killer sta seminando panico e scompiglio nel Principato di Monaco. Il pluriomicida usa una tecnica molto particolare: preannuncia l’uccisione delle sue vittime facendo ascoltare, nel corso di un programma radiofonico curato dal dee-jay Jean-Loup Verdier, un brano musicale che sarà la chiave di volta per la soluzione del giallo. La ferocia con la quale vengono commessi gli omicidi  nasconde un terribile segreto che ha le sue radici nell'infanzia turbolenta dell’assassino …

UN PASSO DEL LIBRO: “Anche in questo siamo uguali. L’unica cosa che ci fa differenti e che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di sentirti stanco. Puoi andare a casa e spegnere la tua mente e ogni sua malattia. Io no. Io di notte non posso dormire, perché il mio male non riposa mai.”
“E allora tu cosa fai di notte, per curare il tuo male?”
“Io uccido …”

L’AUTORE: Giorgio Faletti è nato ad Asti nel 1950. La sua carriera di scrittore, sia pure tarda, è contrassegnata da tanti best seller come “Niente di vero tranne gli occhi (2004), “Fuori da un evidente destino” (2006), “Pochi inutili nascondigli” (2008), “Io sono Dio” (2009), “Appunti di un venditore di donne” (2010), e “Tre atti e due tempi” (2011). Muore all'ospedale Molinette di Torino il 4 luglio 2014 all'età di 63 anni.


GIUDIZIO: Giallo accattivante, ben scritto dall'autore che ha il dono di curare ogni aspetto dell’opera: dai personaggi, magistralmente tratteggiati, al tessuto narrativo che fila liscio fino all'esito finale che non delude le aspettative del lettore. La poliedricità dell’artista Faletti costituisce la rara eccezione che si può essere primi in tutte le varie espressioni creative solo se si ha vero talento …

QUESTO AMORE

Di questi tempi sembra anacronistico parlare dell’amore. Dove tutto fugge e rifugge nell'ovvietà delle cose, nelle relazioni di fortuna, sporadiche ed effimere che finiscono all'alba di un giorno qualunque, che sarà uguale a quello precedente, concatenazione infinita spezzata qua e là dai nostri sogni più intimi e nascosti.

Fin dalla creazione del mondo questo sentimento così popolare e per molti versi inflazionato, è stato raccontato in mille modi e forme diverse: dai riti propiziatori delle società tribali, alle numerose missive delle epoche romantiche, dalle canzonette (che sono diventate il ricordo di una musica che non c’è più), alla messaggistica multimediale tempestata dai famigerati “tvb” (“ti voglio bene”), che raramente arrivano al cuore di chi legge.

Poeti, scrittori, ma anche massaie, studenti e altre persone comuni si sono cimentati almeno una volta in questo esercizio poetico, intimo e personale, oggi fortemente in disuso tanto da suscitare ilarità e persino dileggio in coloro che sono proiettati in altri lidi e conquiste.

Se il presente o la proiezione del futuro hanno questa matrice, meglio allora ritornare al passato ricordando uno dei maestri della poetica sull'amore: Jacques Prévert.

Il poeta e sceneggiatore francese, vissuto nel novecento, si è contraddistinto nel panorama letterario per le sue opere di assoluta raffinatezza linguistica, tra le quali, “Questo amore”, poesia di forte impatto estetico e contenutistico.

Fin dai primi versi di questa meravigliosa poesia (“Questo amore così violento, così fragile, così tenero, così  disperato …”) si nota la semplicità del linguaggio adottato dall'autore, mai banale o scontato, che sembra accompagnato da una “voce” in sottofondo dalle più svariate cadenze: struggente, riflessiva, disperata, contemplativa.

E’ una poesia “parlata”, piena di aggettivi (“Questo amore così bello, così felice, così gioioso e così irrisorio…”) e di comparativi (“Tremante di paura come un bambino quando è al buio, così sicuro di sé come un uomo tranquillo nel cuore della notte”) per ergersi sul finale in un grido di preghiera e di speranza (“Nella foresta del ricordo, sorgi improvviso, tendici la mano. Portaci in salvo.”).

Ecco il testo completo:

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
 Cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore cosi vero
Questo amore cosi bello

Così  felice
Così  gioioso
  
Così  irrisorio
Tremante di paura come un bambino quando è al buio
  
Così  sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che faceva paura agli altri
E li faceva parlare
e impallidire
Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Braccato,  ferito, calpestato, fatto fuori, negato, cancellato
Perché noi l'abbiamo braccato, ferito, calpestato, fatto fuori, negato, cancellato
Questo amore tutt'intero
 Cosi vivo ancora
E baciato dal sole
E’ il tuo amore
E’ il mio amore
E’ quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
Che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l'estate
Sia tu che io possiamo
Andare e tornare possiamo
Dimenticare e poi  riaddormentarci
Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognarci della morte
Ringiovanire
E svegli sorridere, ridere
Il nostro amore non si muove
Testardo come un mulo
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Stupido come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l'ascolto tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati
Oh sì gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Resta dove sei
Non andartene via
Resta dov'eri un tempo
Resta dove sei
Non muoverti
Non te ne andare
Noi che siamo amati
Noi t’abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati
Lontano sempre più lontano
Dove tu vuoi
Dacci un segno di vita
Più tardi, più tardi, di notte
Nella foresta del ricordo
Sorgi improvviso
Tendici la mano
Portaci in salvo

(J. Prévert)

LA SOLITUDINE DEGLI INTERNAUTI

Internet ha spalancato le porte alla globalizzazione dell’informazione, dei pensieri e degli stati d’animo di ciascuno di noi che veicolano nell'infinito mondo della “rete” senza alcun controllo o verifica preliminare della loro autenticità.

E’ come un treno su cui si può salire liberamente in qualsiasi momento: l’unico documento di viaggio richiesto è una password che ci costruiamo fra le innumerevoli combinazioni alfanumeriche che conserviamo fra i nostri appunti o in qualche angolo recondito della nostra memoria.

Siamo un numero, un codice, delle lettere prestampate. Siamo un vortice di emozioni, di faccine che sorridono e che invece piangono per davvero …”

Così recita il testo iniziale di una delle mie canzoni de “L’aquila non ritorna” intitolata, per l’appunto, “Password”.

La comunicazione multimediale è divenuta un’esigenza sempre più impellente e, in molti casi, essenziale e strategica. L’hanno capito in milioni di persone, dai “comuni mortali” ai potenti della Terra. Persino il Santo Padre ha aperto un proprio profilo Twitter per “cinguettare” con i fedeli di tutto il mondo. Come dire che il messaggio cristiano, visto lo spopolamento delle chiese, può essere più efficacemente diffuso attraverso questa moderna modalità in luogo o in accompagnamento alle tradizionali omelie.

Ma è vera gloria?

Credo che bisogna distinguere la comunicazione come promozione di un prodotto o di un messaggio pubblicitario da quella interpersonale che si attua attraverso i vari social network. Nel primo caso sono indubbi i vantaggi della veicolarità dell’informazione rispetto ai fini economici o commerciali perseguiti. Nel secondo, la comunicazione può essere fuorviante rispetto al significato proprio del termine. Comunicare è mettere in comune qualcosa per renderci partecipi, implica cioè una relazione attiva e propositiva tra due o più persone.

Due sono gli elementi fondamentali della comunicazione sociale: il bisogno di trasmettere un pensiero, uno stato d’animo, e l’aspettativa dell’ascolto, della partecipazione e della condivisione.

Curiosando fra gli infiniti post dei vari social, al primo elemento non si accoda quasi mai il secondo.
In altri termini, mentre vi è una fortissima esigenza di trasmettere, di essere protagonista dell’informazione a qualsiasi costo pur di uscire dalla propria solitudine implosiva ed esplosiva, raramente si riscontra, per converso, l’effetto benefico e vitalizzante dell’ascolto, che poi altro non è che il bisogno di …attenzione.

Riporto come esempio due post che ho letto qualche tempo fa da un famoso social network :

Oggi ho rigirato il materasso per il cambio di stagione .
Risultato: 15 mi piace, 4 condivisioni, 1 tag della foto (quella del materasso) e qualche “emoticon” per rendere il tutto più colorito.
Appare evidente la distonia tra la puerilità del messaggio, forse foriera di una frustrazione irrisolta nella vita reale, e lo sproporzionato gradimento che genera più di un sospetto in quanto ad autenticità.

Grazie a ...omissis...  per avermi accompagnato a casa.
Si suppone che la scena, quella del passaggio, sia davvero avvenuta in realtà. Ma in questo caso il ringraziamento è traslato direttamente … nel mondo virtuale.

Insomma la virtualità della comunicazione rischia di minare, fino a soppiantarla, la realità delle relazioni sociali. Quanto più ci si addentra nel mondo della “rete”, tanto più si esce da quello reale fino a divenire …

… un numero, 
un codice,
delle lettere prestampate,
un vortice di emozioni,
di faccine che sorridono
e che invece piangono per davvero …

RAGAZZI DI VITA

Romanzo del neorealismo, capolavoro indiscusso dell’indimenticabile Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita”, è il ritratto crudele e nello stesso tempo autentico e popolare dell’Italia del dopoguerra alle prese con la ricostruzione, oggi completamente soppiantata dall'era del consumismo e della disaggregazione socio-culturale.

Le vicende di giovani borgatari della Roma degli anni ’50,  figli di un Dio minore rappresentato dalla fame e dalla sopravvivenza, segnano uno spaccato di vita nel quale l’ascesa della borghesia “accecata” dal boom economico, si contrappone all'emarginazione sempre più "perversa" e imperversante del sottoproletariato.

Prosa rude e genuina, con numerose espressioni dialettali a sottolineare un “de vulgari eloquentia” tipico del gergo spontaneo e casareccio dei protagonisti, che rivela comportamenti o stati d’animo dell’agire comune sintomatici e riproduttivi di una medesima estrazione sociale.

La dicotomia integrazione/emarginazione sociale è affrontata e risolta (in negativo) attraverso l’esperienza del protagonista, il Riccetto, che dopo aver vissuto di espedienti e di imprese delinquenziali, si “ammodella” ai canoni della nascente società dei consumi e del lavoro.

Il libro, uscito nel 1955, subì nello stesso anno una pesante censura per i riferimenti alla prostituzione maschile considerata, secondo la morale dell’epoca, oscena e scandalosa. L'autore ottenne l’assoluzione grazie alla testimonianza  di alcuni letterati di spicco, tra i quali Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti che operarono una sorta di giustificazione postuma dei contenuti del romanzo con il comune senso del pudore. Determinante fu la “deposizione” dello stesso Bo che escluse ogni proposito osceno dell’opera dichiarando che  “i dialoghi sono dialoghi di ragazzi e l'autore ha sentito la necessità di rappresentarli così come in realtà".

LA TRAMA: Siamo alle fine della seconda guerra mondiale con Roma presidiata dai tedeschi. Il Riccetto, ragazzino di borgata, si rende artefice con i compagni Agnolo e Marcello di una serie di furti, atti di teppismo e di vagabondaggio. Marcello muore a seguito del crollo di un palazzo ma la combriccola si rinnova e si allarga nel tempo con altri personaggi come Alduccio e il Begalone (con i quali il Riccetto partecipa alla vendita di poltrone), il Caciotta e Amerigo (che insieme al Riccetto si addentrano in una bisca clandestina), il Lenzetta (con il quale il Riccetto, partecipa al furto di materiali da un'officina). Nel mezzo l’iniziazione sessuale con la prostituta Nadia, la defiance di Alduccio in un bordello, il fidanzamento del Riccetto con una delle figlie di sor Antonio e il suo impiego come garzone di un pescivendolo. Arriviamo al capitolo finale (La Comare Secca, cioè la morte) nel quale la scissione tra i ragazzi di vita superstiti, che vanno incontro al proprio destino infausto nell’Aniene, e il Riccetto, completamento integrato nel mondo del lavoro, è netta e irreversibile …


UN PASSO DEL ROMANZO: Amerigo è morto, - disse. Il Riccetto si alzò a sedere puntando i gomiti e lo guardò in faccia. Gli angoli della bocca gli tremavano come per un sorrisetto divertito; era una notizia eccitante, e si sentiva tutto pieno di curiosità. - Ch’hai fatto? - chiese. - È morto, è morto, - ripeté Alduccio, contento di dare quella notizia inaspettata. - È morto ieri ar Poricrinico, - aggiunse. Quel cavolo di sera che il Riccetto aveva tagliato dalla casa di Fileni, il Caciotta e gli altri s’erano fatti beccare, ma non avevano fatto resistenza. Amerigo invece s’era lasciato portar fuori tenuto per le braccia da due carabinieri, ma appena sul terrazzino li aveva sbattuti contro la parete e aveva fatto un zompo di due o tre metri sul cortile; s’era acciaccato un ginocchio, ma era riuscito lo stesso a trascinarsi avanti lungo il muro del lotto: i carabinieri avevano sparato e l’avevano colto a una spalla, e lui ugualmente ce l’aveva fatta a arrivare fin sulla sponda dell’Aniene lì stavano quasi per acchiapparlo, ma lui sanguinante com’era s’era buttato in acqua per attraversare Il fiume e nascondersi negli orti dell’altra riva, scappare verso Ponte Mammolo o Tor Sapienza. Ma in mezzo al correntino s’era sturbato e i carubba l’avevano acchiappato e portato al commissariato zuppo di sangue e di fanga come una spugna: così che dovettero trasferirlo all’Ospedale e piantonarlo. Dopo una settimana gli era passato il febbrone, e lui tentò d’ammazzarsi tagliandosi i polsi coi vetri d’un bicchiere, ma anche stavolta lo avevano salvato; allora una decina di giorni appresso, prima che Alduccio e il Riccetto s’incontrassero all’Acqua Santa, s’era gettato giù dalla finestra del secondo piano: per una settimana aveva agonizzato, e finalmente se n’era andato all’alberi pizzuti…

L’AUTORE: Bolognese, classe 1922, Pier Paolo Pasolini ha collezionato opere di spessore come Ragazzi di vita (1955), Una vita violenta (1958), Il sogno di una cosa (1962) Teorema (1968 ), e produzioni cinematografiche in veste di regista come Accattone (1961), Mamma Roma (1962), il Decameron (1971) e Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975).
Morì nella notte del 2 novembre 1975 a Ostia, travolto dalla sua stessa auto guidata dall'omicida Piero Pelosi, un ragazzo di vita …

GIUDIZIO: Opera piena di intercalari dialettali che descrivono in maniera egregia l’ambientazione scenica e il contesto sociale in cui sono narrate le vicende dei protagonisti. Parole che fin dalla loro lettura si elevano ad immagini di vita reale e che spingono il lettore all'introspezione e meditazione critica. Un manifesto-denuncia del declino sociale apparentemente arginato dalla corsa verso la ricostruzione e il progresso. Il meglio di Pasolini, “maestro/ragazzo di vita” …

LA LEGGEREZZA DELL'ESSERE

E’ uno dei capitoli del mio romanzo “La prossima vita”. Riporto una parte dell'episodio in cui Cinzia, moglie di Leo, accetta di posare per il marito nel ritratto ispirato alla Venere di Botticelli.

…Intanto si era seduta ai piedi del letto, proprio di fronte a me, e aspettava che le facessi segno di incominciare come un bambino buono e paziente. A quel punto le chiesi:
-“Vorrei vederti con i capelli bagnati. Potresti accontentarmi?”-
-“I capelli bagnati? E perché?”-
Scesi dal letto e infilai la vestaglia; poi presi una delle tele appoggiate sotto la finestra e la collocai sul cavalletto.
-“Non intendo eseguire la riproduzione della Venere di Botticelli. Oltretutto non ne sarei capace. Quando ti ho portata alla Galleria volevo semplicemente che tu capissi l’idea che mi ha ispirato questo dipinto.”-
-“La malinconia…”-
-“Esatto! Botticelli l’ha voluta rappresentare recuperando i valori della mitologia classica, sotto l’influenza della sua cultura umanistica. Devi sapere che Botticelli convisse con la malinconia praticamente per tutta la vita. Si direbbe che questa particolare condizione d'animo sia stata una costante della sua esistenza e, alfine, l’abbia in un certo senso consumato. Ma nel mio caso rappresenterò la malinconia in maniera molto ‘moderna’, e tu sarai l’interprete principale.”-
-“Io?”-
-“Sì. Vorrei vedere in te la donna che sei stata un tempo.”-
-“Ma io non sono cambiata! Forse sei tu che mi vedi diversa.”-
-“Può darsi. Vorrà dire che questo quadro servirà soprattutto a me che, evidentemente, non riesco a vederti come una volta.”-
Cinzia stette un attimo in silenzio, poi mi chiese di nuovo se era proprio necessario bagnarsi i capelli. Notai che ci teneva in modo particolare alla sua acconciatura, come se temesse seriamente di vederla stravolta dalla mia richiesta. Risposi ancora di sì, aggiungendo che a lavoro finito si sarebbe capito il motivo.
Senza più protestare, Cinzia andò in bagno e ritornò qualche minuto dopo con i capelli sciolti, completamente bagnati, sempre avvolta dall'asciugamano.
-“Adesso, per favore, potresti toglierti l’asciugamano e coprirti con le mani i seni e il ventre?”-
Mi ero seduto sullo sgabello e avevo già iniziato a dipingere lo sfondo: un cielo grigio, appena interrotto da un’apertura da cui sprigionava la luce riflessa del sole. Anche questa volta Cinzia eseguì la mia richiesta senza fiatare. Proprio come la Venere di Botticelli, mia moglie si era coperta con il braccio destro i seni ampi e lattiginosi e con la mano sinistra teneva nascosto il ventre.
Aveva la pancia che, nonostante la gravidanza, non era molto prominente ma lasciava intravedere ugualmente la forma circolare che dal busto si estendeva fin sotto il bacino.  Sul fianco destro era ancora visibile il segno di una cicatrice dovuta ai postumi di un intervento all'appendice. Adesso Cinzia mi guardava un po’ impacciata e aspettava che  le indicassi il punto esatto dove posare.
-“Mettiti lì, all'angolo tra la porta e il comò. Ti avverto che questo lavoro sarà solo una bozza. Lo completerò poi nei colori e nei dettagli. Cercherò di non farti stancare molto.”-
Ripresi a dipingere con gli occhi ora rivolti alla tela e ora puntati su Cinzia. Di tanto in tanto le parlavo domandandole, ad esempio, che cosa fosse per lei la malinconia e se si era mai trovata in questo stato d’animo. Diversamente dal solito, non ero pienamente avulso dalla realtà, e il fatto che in quel momento interloquissi con mia moglie me ne dava ulteriore conferma. Sentivo però il bisogno di coinvolgere Cinzia, almeno con le parole, in quel percorso interiore che altrimenti non avrebbe capito. Del resto per lei si trattava di un’esperienza nuova e non potevo pretendere che, di punto in bianco, condividesse spontaneamente quelle sensazioni che, grazie alla mia naturale predisposizione, ero abituato a sentire. Quindi, la interrogavo per guidarla passo dopo passo nel mio mondo.
-“Prova a descrivermi che cos'è per te la malinconia.”-
Avevo finito con il contorno del viso ed ero passato a tracciarne i lineamenti.
-“Non saprei proprio. A volte si è malinconici, a volte no. Credo che sia un fatto naturale.”-
-“Senza volerlo l’hai appena definita: la malinconia è, in un certo senso, una condizione naturale, direi umorale.”-
-“E’ un po’ come la tristezza.”-
-“Non è la stessa cosa. Ci si sente tristi sempre per un motivo specifico, per un fatto che è avvenuto e che ci ha fatto dispiacere. La malinconia, invece, è una condizione dell’animo effettiva, ma quasi mai causale. Si può essere malinconici e stare bene lo stesso.”-
-“Allora ti dico che non sono mai stata malinconica!”-
Fu una affermazione coerente con il carattere di Cinzia e perciò non mi sorprese.  Mia moglie non aveva bisogno di essere malinconica semplicemente perché non era portata ad esserlo. Sempre attenta a guardare le cose sul piano esclusivamente pratico, mia moglie non amava ‘sentire’ la vita ma preferiva viverla attraverso le azioni dettate dal luogo comune. Per lei parole come ‘bello’, ‘brutto’, ‘buono’ o ‘cattivo’, erano aggettivi dal significato puramente lessicale, che servivano a qualificare una cosa o una persona sotto l’accezione più comune e tradizionale. La malinconia, invece, è un qualcosa che richiede una definizione concettuale e introspettiva, e come tale, ben lontana dal modo di pensare di Cinzia. Per converso, io mi trovavo in una situazione del tutto opposta: non vivevo la vita, ma la sentivo e perciò non agivo se non per le sensazioni che la vita stessa mi trasmetteva.
Mi rendevo conto che il mio tentativo di portare Cinzia sulla mia stessa lunghezza d’onda era improbo e disperato. Contro di me si opponevano la diversa tradizione, cultura e formazione etica di mia moglie. Ciò nonostante la mia mano non se la sentì di 'abbandonare' il pennello ed era arrivata adesso a dipingere i fianchi di Cinzia. In un certo senso, mi sentivo come un eroe che affronta un’impresa già votata al fallimento. Ma non mi persi d’animo e continuai con le domande:
-“Mi hai detto che non sei malinconica. Questo vuol dire che sei soddisfatta della vita che fai?”-
-“Potrei esserlo di più. Ma mi accontento.”-
-“Ti accontenti?”-
-“Stiamo per avere un figlio. E questa è la sola cosa che conti. Scusa…possiamo fare una pausa? Sono un po’ stanca!”-
-“Solo un attimo… Ecco, adesso puoi muoverti.”-
Cinzia abbandonò subito la posa, ed io ebbi come la visione che tutta la sua figura uscisse dal quadro che stavo dipingendo e cominciasse ad animarsi. Adesso si era seduta sul bordo del letto e si toccava i capelli per controllare se erano ancora bagnati.
-“Devo ancora tenerli così, o me li posso asciugare?”-
-“Veramente preferirei vederti così, ma se ti dà noia possiamo sospendere e ricominciare domani.”-
-“No, no. Dicevo così per dire.”-
-“Davvero te la senti? Guarda che sono disposto anche a rimandare a un altro giorno.”-
-“Invece penso che sia giusto continuare. E’ così importante per te.”-
-“Perché, per te non lo è?”-
-“Ci tenevi così tanto ad avermi come modella, che alla fine mi sono convinta anch'io.”-
-“Allora l’hai fatto per me?”-
Mi ero seduto accanto a lei prendendole la mano, ma Cinzia la ritirò subito e si alzò di scatto. Senza voltarsi, rispose:
-“Uffa con queste domande! Non ti basta sapere che sono qui, ben felice di fare una cosa che ti fa tanto piacere?”-
In realtà era profondamente turbata e forse già pentita per essersi prestata a fare qualcosa che le procurava grande imbarazzo. Mi alzai anch'io e mi misi di fronte a lei. Era effettivamente nervosa; i suoi occhi lasciavano trasparire una tristezza cupa e rassegnata, si direbbe, quasi malinconica.
-“Se per te questa cosa è un sacrificio, al punto da farti stare così a disagio, allora è meglio interrompere subito.”-
-“Scusami,”- mormorò, -“ma il fatto è che fai troppe domande, e questo m’imbarazza. Adesso, se anche per te va bene, sono pronta a ricominciare.”-
Senza attendere risposta mi baciò sulle labbra ma con tutta fretta che le sfiorò appena. Quindi si mise nuovamente in posa e aspettò che riprendessi il mio posto. Tornai a sedermi sullo sgabello e afferrai il pennello:
-“Non ci vorrà molto.”-, le assicurai, -“E poi ti prometto che non ti farò più domande.”-
Cinzia aveva capito che stavo andando oltre e temeva di rivelare, sotto la spinta del mio interrogatorio, che il suo unico scopo era di tenermi lontano dall'idea di accettare la proposta di mio padre. Mi bastava però averle procurato quel disagio che tanto somigliava alla malinconia a cui volevo condurla. So che era soltanto una mia illusione, ma nella metafora di questo viaggio immaginario che avrebbe dovuto approdare alla riscoperta delle antiche emozioni di un amore che si stava spegnendo, io vedevo Cinzia come un bambino dispettoso che si rifiuta di tendere la mano per salire sull'autobus della scuola. Questa reticenza che in quel momento ascrivevo ad un atteggiamento logico e naturale di mia moglie, rafforzava ulteriormente la mia convinzione di proseguire in un progetto che io sapevo, invece, illogico e innaturale. Ma nello stesso tempo venni assalito dal dubbio che qualsiasi altro mio tentativo di stabilire con Cinzia quel rapporto sintomatico cui aspiravo, non sarebbe servito a niente. Erano due facce della stessa medaglia: da un lato volevo giustificare Cinzia in tutti i modi possibili, anche aggrappandomi a ragionamenti illativi e privi di qualsiasi riscontro concreto; dall'altro, mi pareva di essere arrivato ai limiti di questa illusione e mi sentivo un po’ come colui che, dopo l’ennesimo tentativo di far partire la macchina, si trova sul punto di estrarre definitivamente la chiave dall'accensione.
Nei meandri di questi pensieri, tra loro contraddittori e concorrenti, ero giunto all'apice della mia disperazione e, riprendendo l’esempio dell’azione eroica, adesso toccavo con mano gli effetti del suo fallimento. Questo stato d’animo mi spinse ad accelerare la conclusione del mio dipinto, così che dopo alcuni minuti mi rivolsi a Cinzia dicendole che il lavoro era finito e che poteva rivestirsi.
-“Posso vederlo?”-
-“Come ti ho detto è solo una bozza. Dovrò completarla nelle finiture, ma non preoccuparti. Non sarà più necessaria la tua presenza.”-
Dissi questo non dissimulando un atteggiamento che era, insieme, di delusione e di dispiacere per come si stavano mettendo le cose. In cuor mio speravo che Cinzia mi confermasse, quanto meno, la propria disponibilità a posare di nuovo, se mai ne avessi avuto bisogno. E invece si avvicinò al dipinto e lo esaminò come uno spettatore che, di fronte alla locandina di un film, s’interroga per capire se possa piacergli davvero.
Ma il film che avevo ‘realizzato’ era un pezzo della nostra vita che se ne stava andando e che io avevo voluto afferrare e imprimere sulla tela perché vi rimanesse per sempre: si trattava di un paesaggio marino, col cielo ricoperto di nuvole grigie che lasciava intravedere la luce del sole da un piccola apertura in alto sullo sfondo. Il mare, dal colore bluastro si apriva al centro come un vortice in cui sprofondava la figura di Cinzia, simile alla Venere di Botticelli, ma dai capelli bagnati per la pioggia e dallo sguardo cupo e malinconico.
-“E’ un quadro bellissimo,” osservò, “ma è molto triste!"-
-“Come la nostra storia!”-, mormorai.
Ma Cinzia fece finta di non sentire e proseguì:
 -“Mi hai fatto anche più bella di come sono. Davvero mi vedi così?”-
Avrei voluto rispondere che se solo avessimo usato di più la nostra immaginazione, ci saremmo visti non soltanto più belli ma anche più disponibili l’uno verso l’altro. E invece mi girai verso la finestra con le mani in tasca, in un atteggiamento che voleva dire resa più totale. Senza voltarmi le ripetei che era il caso che si rivestisse, tanto non c’era più motivo che rimanesse così. Cinzia, invece, si avvicinò alle mie spalle e cominciò ad accarezzarmi.
Quello che avvenne dopo lo ricordo ancora come se fosse ieri, forse perché fu la prima volta in cui io e mia moglie ci amammo con la consapevolezza che dopo non sarebbe stato più lo stesso. Cominciammo a baciarci con quella avidità tipica di chi si appresta a un lungo digiuno e per questo mette in serbo tutto il carico di emozioni, sperando che possa bastare durante l’astinenza. In pochi attimi rotolammo sul letto e Cinzia salì sopra di me, nella posizione a lei congeniale, fino a congiungersi in un rituale misto di piacere e di dolore. Dalla finestra filtravano i raggi del sole di quel tardo pomeriggio che si perdevano nei capelli di Cinzia e che la facevano apparire ancora più bella e desiderabile, proprio come la Venere di Botticelli.
Alla fine, Cinzia piegò la testa e si rovesciò su di me per l’ultimo e struggente abbraccio, mentre intorno a noi aleggiava quella malinconia che da lì in avanti non ci avrebbe più abbandonato.

RIFIUTI SOLIDI LETTERARI

Si dice che la qualità sia più importante della quantità, tanto nelle cose quanto nelle relazioni con le persone. Si è soliti affermare, ad esempio, che nel rapporto genitore/figlio, quello che conta è la qualità dello stare insieme e non la presenza costante dell’uno verso l’altro. Parimenti si usano termini come “qualità della vita”, “amore per la natura”, “ecosistema”, per indicare il benessere interiore che si prova in un certo habitat a prescindere dai propri beni materiali.

Trasferendo, tuttavia, questi concetti nell'ambito della letteratura, il rapporto che ne scaturisce è addirittura capovolto.

Soprattutto di questi tempi la quantità, intesa come maggior numero di copie vendute, sovrasta spesso la qualità dello scritto mietendo le buone produzioni letterarie che vengono sommerse e rese irriconoscibili nel vasto (e incontrollato) panorama letterario.

Schopenhauer, ad esempio, grande filosofo e aforista tedesco dell"800, soleva apostrofare i lettori tendenzialmente propensi alla lettura di libri di bassa qualità:“Per ogni libro degno di essere letto c’è una miriade di cartastraccia”
I maligni sostengono che si tratti semplicemente di un modo per giustificare i propri insuccessi, ma nel pensiero di questo illustre filosofo c'è tanta verità.

La letteratura non è nuova nel partorire scrittori dell’ultima ora o presunti tali che sono riusciti ad imporsi con picchi di vendita straordinari a dispetto della scarsa qualità delle proprie opere.
Le cinquanta sfumature di El James con oltre cento milioni di copie vendute, è l’esempio vivente di quanto il rapporto qualità/quantità sia abbondantemente sovvertito al punto da chiedersi se in questo meccanismo perverso le strategie di marketing siano così determinanti ad offuscare ed orientare le scelte dei consumatori. Pare proprio di sì se all'orizzonte è più che imminente il pericolo di trovarsi di fronte alla quarta edizione dell’opera per la quale resta da scegliere solo … il colore.

Ma i libri “cartastraccia”, per riprendere le parole di Shopenhauer, riescono ad imporsi anche grazie alla notorietà di chi li ha scritti. Paulo Coelho con Undici minuti ha venduto oltre settanta milioni di copie in tutto il mondo. Le vicende della prostituta Sonia sulla misurazione del tempo dell’amore hanno evidentemente catturato l’interesse di molti lettori, forse preoccupati di questo dato statistico non proprio incoraggiante (per il gentil sesso).

Non a caso ho citato questi due libri che hanno come tema  l’eros in tutte le sue sfaccettature (e sfumature).

Il clamore, lo scandalo, l’argomento “scottante”, incuriosiscono molto di più di una storia, anche se ben scritta, dedita a temi che richiedono una predisposizione mentale all'analisi, alla riflessione, alla ponderazione dei significati relazionali del proprio vissuto.

Troppo complicato. Meglio rimanere in superficie e lasciarsi travolgere dall'onda degli slogan, delle immagini che abbagliano e dei rumori che stordiscono.

Miseramente sommersi da questo continuo propagarsi di ... rifiuti solidi letterari.

NOTTE ANNOIAMI


In anteprima gratuita una delle canzoni più trasgressive del mio nuovo libro “L’aquila non ritorna.

In questo testo la noia, disagio esistenziale di tutte le generazioni, è descritta come interruzione di qualsiasi rapporto con la realtà, un black-out che intorbidisce le relazioni rendendole sterili e implosive.

Quando scrissi questa canzone avevo da poco finito di leggere La noia, il capolavoro di Alberto Moravia del 1960 che divenne qualche anno dopo un film di successo con Catherine Spaak (nel ruolo di Cecilia), Horst Buchholz (nei panni del protagonista Dino) e le straordinarie Bette Davis, Lea Padovani e Isa Miranda.

Di questo romanzo ricordo un particolare passaggio nel quale il protagonista Dino spiega la sua concezione sulla noia:
La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. 
Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l'effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d'inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all'interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c'è più che buio e vuoto.”

Ebbene, gran parte di questa concezione la si riscontra nei versi di “Notte annoiami”.

La canzone, dai ritmi incalzanti e dalle sonorità sovversive della struttura melodica tradizionale (strofa/ritornello), fa parte dell’album “Mary alla stazione” del 1981.

NOTTE ANNOIAMI
(V. Borrelli)

Notte annoiami
con quella lama di coltello
oppure dammi lo spinello                                            
e saziami con le parole
che nessuno mai mi ha detto
Notte annoiami

Riponi le tue labbra sulla mia infelicità                          
o scioglimi stavolta dalla tua complicità

Notte annoiami
Se non ti va io non insisto
tanto lo stesso non esisto                                            
aspetterò il tuo sorriso
come fossi un vero amico
Notte annoiami

L’hai fatto tante volte perché adesso voli via?                
Lassù tra le montagne dove muore la mia idea

Pittore io non sono ma
ho ancora i segni dell’età
E ridi ridi ridi pure                                                        
Noi siamo ormai due ombre nude
che fanno amore senza gioco
e si disperano per poco …
Annoiami!

Di nuovo notte annoiami
con coraggio                                                                        
senza fine
per morire …

Noi perché amore siamo noi un bignè?
Dolce amaro e consumato solo da lei
Ma perché la noia ci ha trovati in quel caffè?                   
Ricordi? Faceva freddo
e mi tenevi stretto stretto

Ma che sbaglio!
Avrei voluto dare un taglio
a questa vita che è un abbaglio                                    
Oppure avrei voluto ancora
innamorarmi per un’ora
Notte annoiami

con quella fantasia che sconvolge gli occhi miei            
e mi fa dire amore sto con te per come sei

Pittore io non sono ma
ho ancora il senso dell’età
E ridi ridi ridi pure
Noi siamo ormai come creature                                      
che fanno piangere davvero
in questa notte tutta in nero
Annoiami ti prego
Notte annoiami …

(TRATTO DA "L'AQUILA NON RITORNA")

IL LIBRO CHE NON LEGGERO’


L’orrore è sotto gli occhi di tutti! La parola d’ordine è: guardare senza vedere. Dal palco qualcuno grida: "Li manderemo tutti in galera. Faremo pulizia morale. E l’Italia risorgerà da queste macerie."

Si elevano applausi a scena aperta che simulano lo scroscio della pioggia battente in un temporale di fine stagione.

Un uomo dai capelli bianchi ma dall'aspetto ancora giovanile mi guarda perplesso. Poi decide di unirsi all'applauso rendendosi indistinguibile tra quella calca ubriaca di euforia.

Mi allontano dal “branco”, salgo in macchina e sfreccio per le vie della città mentre intorno a me file di tabelloni pubblicitari tentano di adescarmi promettendomi una vita migliore.

Immagini composte, eleganti, colorite e luccicanti,  ma tutte con la stessa espressione che dopo qualche secondo … non le ricordo più.

Il cielo volge all'imbrunire e il corteo si scioglie.

Penso a …“I Promessi Sposi. L’episodio che mi viene in mente è quello della rivolta del pane in cui Renzo assiste al linciaggio del vicario di Provvisione ritenuto responsabile dell’aumento del prezzo del pane. L’eroe manzoniano rimane “abbagliato” dall'intervento del gran cancelliere Antonio Ferrer che dopo aver prelevato il povero vicario dalla sua casa, finge di assicurarlo alla giustizia per sedare gli animi della folla inferocita.

Quanti Antonio Ferrer sono passati sotto i ponti? E quanti Renzo Tramaglino hanno creduto, con fiducia mal riposta, alle promesse di chi si è eretto a paladino della giustizia?

Soliti scenari dell’ennesimo libro che non leggerò.

Perché l’orrore è sotto gli occhi di tutti. Ma la parola d’ordine è: guardare senza vedere ….

LA SAGGEZZA DELLE PAROLE

“Dice il saggio: tutto è bene quel che finisce bene”. Chi non ricorda questa massima del simpatico Ten, l’omino cinese che nel cartone Gulp! I fumetti in TV, (poi diventato Supergulp), chiudeva così le inchieste dell’agente Nick Carter?

Non si smette mai di rimpiangere programmi di qualità come questo fumetto che negli anni ‘70 teneva incollati davanti alla TV milioni di ragazzi (e non), abbinando alla sana ilarità messaggi educativi di facile presa.

Si dice che la saggezza delle parole stia proprio negli aforismi, citazioni o detti popolari capaci di esprimere in poche righe verità concise ma inconfutabili, frutto di esperienze vissute che si tramandano nel tempo e che concorrono ad illuminare le coscienze.

Sono molti i personaggi, celebri e non, che si sono prodigati in quella che io definisco l’arte della sintesi per condensare pensieri della comune esperienza in cui ciascuno di noi può facilmente identificarsi.

Oscar Wilde, ad esempio, si serviva spesso di aforismi per esprimere concetti o modi di essere ancora attuali. Nel promo della sua opera più famosa, Il ritratto di Dorian Gray, ve ne sono alcuni di rara saggezza:

Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c'è speranza. Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.”

“La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto.”

In questi giorni, sfogliando una nota rivista di enigmistica, ho trovato alcuni aforismi sul tema del libro che mi hanno particolarmente colpito e, in qualche caso, fatto sorridere amaramente. Li ripropongo a tutti gli amici di questo blog sperando di fare cosa gradita.

La lettura è per lo spirito ciò che la ginnastica è per il corpo.” (Steele).

Un libro che non è degno di essere letto una seconda volta non è degno di essere letto nemmeno la prima.” (K.J. Weber).

Un giorno forse troveremo in un libro il nostro migliore amico.” (L. Settembrini).

L’incontro casuale con un libro può cambiare il destino di un uomo.” (M. Prèvost).

Il più grande difetto dei libri moderni è che ci impediscono di leggere quelli vecchi.” ( J. Joubert).

Il fare un libro è meno che niente se il libro fatto non rifà la gente.” (G. Giusti).

Per scrivere in prosa bisogna avere assolutamente qualcosa da dire; per scrivere in versi questo non è indispensabile.” (M.me Ackermann).

La maggior parte dei libri di adesso sembrano fatti in un sol giorno coi libri letti il giorno prima.” (Chamfort).

La lettura è il viaggio di chi non può prendere il treno.” (Francis de Croisset).

Una volta la letteratura era un’arte e la finanza un mestiere; oggi è tutto il rovescio.” (J. Roux.)

DIMMI COME MAI

L’esperienza del coma è narrata con garbo ed eleganza in questo intenso romanzo di Alessandra Alioto e Rosalba Repaci, autrici esordienti  ma già dotate di buona tecnica narrativa.

Ci sono tutti gli ingredienti per appassionare il lettore e indurlo a leggere fino in fondo una storia ben raccontata in cui spiccano le positive relazioni della famiglia allargata (inclusi gli amici), quasi a sottolineare che i buoni sentimenti nascono soprattutto laddove c’è la possibilità di “scegliersi” al di là della consanguineità dei legami. Perché la condivisione di un progetto comune di vita, l’amore e il rispetto per l’altro rappresentano, spesso, la leva portante di relazioni umane qualitative e durature.

Dimmi come mai”, domanda ricorrente in diversi passaggi dell’opera, più che esprimere curiosità ed interesse per le cose che succedono, è in realtà il bisogno di superare l’ineluttabilità di certi eventi, che avvengono secondo un disegno precostituito in cui, come spiega la protagonista, la propria vita non nasce mai da una libera scelta: “qualcuno o qualcosa distante da me, mi ha indicato la strada.”

Il dolore, altro tema del romanzo, è affrontato dai personaggi della storia in misura strettamente connessa al proprio vissuto e alla propria formazione caratteriale fino ad evidenziare, per ciascuno, i pregi e i difetti di fronte alle difficoltà della vita.

E’ nella reazione al dolore che si snodano personaggi negativi come Fabrizio, marito di Dalila, che di fronte al coma della moglie si mostra freddo e distante segnando ufficialmente la fine della loro (già traballante) unione, o personaggi positivi come Andrea, l’amica del cuore della protagonista, che nella sventura troverà la forza di starle vicino fino a suggellare con una solidarietà senza eguali la loro preziosa amicizia.

Anche se il finale della storia suscita sentimenti di commozione, è proprio nel dolore più acuto e disarmante che i suoi personaggi migliori riusciranno ad andare avanti con rinnovato vigore e amore.

LA TRAMA: Dalila è una donna bella e affascinante che lavora come giornalista di moda. Sposata con Fabrizio, divorziato con una figlia adolescente dal carattere difficile ed introverso, Dalila riesce ad appagare il suo desiderio di maternità mettendo al mondo due gemelli che adora. Ma l’unione con Fabrizio si rivela infelice e Dalila riallaccia una relazione con un suo ex, Pietro, appassionato di musica ed eterno sognatore. Un giorno, una caduta rovinosa dalle scale fa precipitare Dalila nello stato di coma. Inizia così il lungo calvario della protagonista, “mitigato” solo in parte dalla vicinanza della sua migliore amica, Andrea, che l’assiste con amore e dedizione.  Ma sarà proprio attraverso questa sfortunata condizione che Dalila, rimasta "cosciente", riuscirà a ripercorrere tutte le tappe fondamentali della sua vita trovando finalmente risposta ai suoi “Dimmi come mai” …

UN PASSO DEL ROMANZONell'oscurità della mia camera da letto, il momento del risveglio è sempre appeso ad un filo. L’oblio del sonno lotta con la veglia offuscandomi la mente; ora i miei impegni mi appaiono sempre meno importanti. Nel primo dormiveglia mattutino, le emozioni sincere, i desideri inespressi, risalgono in superficie in modo inatteso, senza invito. Vorrei dire basta, dare ascolto soltanto alla mia vocina interna; la realtà invece, diventa pesante come la mia testa sul cuscino ed insopportabile come il suono della sveglia. Quando sono lucida e pronta per una nuova giornata tutto ritorna alla dimensione originaria. Non mi soffermo più su chi sono, ma su come gli altri mi vogliono. Perché la luce del giorno stordisce l’anima….

LE AUTRICI: Alessandra Alioto è nata a La Spezia nel 1966,  vive a Rapallo con il marito e due figlie. Svolge la professione di Educatrice da più di 20 anni. Adora il suo lavoro. Divoratrice di libri da sempre, scrittrice compulsiva da poco; scrivere e dare vita a dei personaggi femminili che le assomigliano le ha dato modo di condividere con la sua amica, ex collega di lavoro e compagna di penna Rosalba, le paure e le difficoltà di una vita trascorsa aiutando gli altri.
Rosalba Repaci è nata a Genova nel 1969, vive a Recco con il marito e due figli, un cane e un gatto. Ha sempre condiviso con Alessandra una professione legata al sociale che le ha rese complici nel guardare gli altri con un’attenzione non comune. Le sue passioni sono la lettura, il cinema e la musica italiana. Il tarlo della scrittura, venuto in seguito, le ha cambiato la vita.
La loro email è: dimmicomemai2013@gmail.com 

Il romanzo, con prosa semplice e scorrevole, stuzzica la curiosità del lettore che fin dalle prime pagine è coinvolto nelle dinamiche della storia e dei suoi personaggi. Tanti gli spunti di riflessione su temi scottanti e di attualità, come il coma, il tradimento, l’amore filiale e le relazioni controverse e nello stesso tempo coese della famiglia allargata. Si nota la “mano” professionale delle autrici per gli aspetti introspettivi della storia. Consigliato.