IL DISPREZZO

“Io ti disprezzo...ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più...Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi...Eccola la verità...ti disprezzo e mi fai schifo.”
E’ uno dei passaggi più forti del romanzo di Alberto Moravia intitolato, per l’appunto, “Il disprezzo”.

Pubblicato nel 1954, il romanzo racconta la crisi coniugale tra Emilia e Riccardo che si risolverà in una rottura senz’appello dovuta sostanzialmente ai comportamenti omissivi del marito. Il disprezzo è quindi la risultante di qualcosa che non è stato fatto più che di azioni commesse, di atteggiamenti attivi e orientativi del mènage familiare verso una direzione precisa e voluta.

Riccardo fa lo sceneggiatore cinematografico ma è scontento del suo lavoro perché lo ritiene mortificante, avvilente ed intellettualmente alienante. Un lavoro che non lo appaga perché eseguito secondo logiche di marketing,  di esigenze produttive e di guadagno che prescindono dalla qualità di ciò che viene rappresentato sulla scena cinematografica.

Impegnato a risolvere questa sua insoddisfazione professionale, Riccardo finirà col trascurare la moglie spingendola nelle braccia del suo produttore senza muovere un dito per evitarlo. Di qui l’omissione, la disattenzione voluta o inconsapevole che farà scivolare il rapporto coniugale in una fine inevitabile in cui l’unica cosa che emerge come tangibile e irrevocabile è il disprezzo, ovvero un cumulo di sentimenti repulsivi e reiettivi di condotte profondamente deludenti.

“Ciò che mi faceva soffrire di più, naturalmente, era la nozione di essere adesso non soltanto non più amato,ma anche disprezzato; però, incapace del tutto di trovare un motivo qualsiasi, anche il più leggero, per questo disprezzo, provavo un senso violento di ingiustizia e, insieme, insieme, il timore che, in realtà,ingiustizia non ci fosse e che il disprezzo fosse obbiettivamente fondato e che io non me ne rendessi conto, mentre per gli altri era cosa evidente. [...] Ora, ecco, quella frase di Emilia mi faceva sospettare per la prima volta di non conoscermi né giudicarmi qual ero, e di essermi sempre adulato, fuori di ogni verità .”

I grandi romanzi non muoiono mai quando sanno rappresentare la coscienza individuale e sociale in tutte le sue dinamiche evolutive o involutive ma ben connotabili e contraddistinguibili al di là del tempo e delle sue trasformazioni. Il disprezzo di Moravia si colloca a pieni voti tra le opere di una letteratura di assoluta qualità e pregevolezza.

Oggi, a distanza di oltre sessant'anni dall'uscita  non si può non cogliere l’attualità dei temi trattati dall'opera di Moravia, perché personaggi come Riccardo ed Emilia sono facilmente rintracciabili nel mondo contemporaneo, alla stregua dei focolai del disprezzo che germogliano nella società del terzo millennio, a sua volta, disprezzante e disprezzata.

Quante delle nostre delusioni sono figlie del disprezzo? Di sentimenti corroboranti del più profondo rancore verso persone che agiscono (o non agiscono) secondo le nostre aspettative e desideri? Spesso ben poco si può fare per cambiare le cose e soprattutto le persone che abbiamo creduto di amare e che invece abbiamo solo idealizzato confinandole, ad un certo punto del nostro percorso, in un limbo indefinito e impalpabile al nostro risveglio.

Ed è un risveglio amaro in cui null'altro resta se non il disprezzo.



QUESTO NON LO SCRIVA

“La società che gestisce l’acquedotto fa acqua da tutte le parti con un bilancio che ha più buchi di un colino da cucina, ma questo non lo scriva.”

“E allora cosa scrivo?”

“Che la società si sta impegnando per portare l’acqua nelle zone dove manca. Quanto al bilancio scriva pure che a breve ci sarà l’aumento del capitale sociale che ripianerà tutte le perdite.”

“E le lettere di protesta?”

“Hanno ragione. Quei deficienti dell’azienda si sono dati alla pazza gioia sperperando in poco tempo i fondi ricevuti. Che coglioni! Invece di far quadrare i conti hanno pensato bene ad organizzare festini, gite in barca o a rimpinzarsi nei migliori ristoranti della città. Ma questo non lo scriva.”

“Cosa scrivo allora?”

“Che la società può contare sulle migliori professionalità che ci sono in circolazione. Tutta gente che ha studiato nelle scuole più esclusive, che ha conseguito masters in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Cina. Sì, ci metta anche la Cina che ormai è di moda e fa tanto trendy. Quanto alle proteste scriva pure che è una macchinazione della concorrenza per denigrare una società solida e assolutamente affidabile.”

“Ci sarebbe la signora Pizzaballa.”

“Cosa vuole?”

“Ha minacciato di portarla in tribunale per quella faccenda dell’occupazione abusiva dei suoi terreni.”

“La Pizzaballa è, di nome e di fatto, una pizza e una rompiballe. E’ così brutta che per andarci a letto ci vorrebbe un cuscino da metterle sulla faccia. Ma questo, ovviamente, non lo scriva.”

“Cosa scrivo?”

“Che la società è grata alla signora Pizzaballa, anima gentile e generosa, con la quale troverà al più presto un accordo.”

“Un’ultima cosa. Al ricevimento ci saranno tante personalità importanti: politici, prelati, manager dell’alta finanza. Non teme che qualcuno possa metterla in difficoltà per la questione dell’acqua inquinata alla frazione Beverelli?

“Sono tutte bestie addomesticate o, se preferisce, vermiciattoli che strisciano sui muri di palazzi sontuosi e incantevoli. Hanno avuto il loro premio personale e ora possono gongolarsi in poltrone comode e confortevoli. Ci scommetto la testa che nessuno dirà una parola fuori posto. Ma questo, siamo intesi, non lo scriva.”

“E di loro cosa scrivo?”

“Che la società è onorata di essere circondata da tante personalità importanti e di alto profilo.”

L’indomani la notizia appare su tutti i giornali:

“Grande successo alla serata di gala per festeggiare il ventesimo anniversario dalla fondazione della società Servizi per voi . Il patron è stato accolto da un bagno di folla accompagnato dalla signora Pizzaballa che nell'occasione ha sfoggiato un collier di diamanti regalatole, secondo voci di corridoio, dallo stesso padrone di casa. I due hanno annunciato il matrimonio tra i loro rispettivi nipoti con la benedizione di Monsignor Bellavista, presente all'evento. Nella sala delle conferenze ha sfilato tutto lo staff dirigenziale dell’azienda che ha ricevuto dal sindaco una medaglia con il simbolo delle quattro fontanelle della città. Nel corso della celebrazione è stato lanciato il nuovo prodotto Acqua Sana, ricavato dalla sorgente Beverelli e distribuito in omaggio a tutti i convitati. Numerose le personalità politiche presenti, tutte di spessore, che hanno reso ancora più prestigioso l’evento con interventi mirati e di forte impatto comunicativo.”

“Complimenti! E’ stato un trionfo.”

“Aveva qualche dubbio?”

“Nessuno. Tutto è andato secondo le sue aspettative.”

“Direi tutto secondo i piani. Ora potrò godermi la prima de Il camaleonte e le altre.”

“L’opera di Fregoli? Il famoso trasformista?”

“Quello. Non me la perderei per niente al mondo.”

“Devo scrivere qualcosa?”

“Sarò in prima fila con la mia dolce metà e mi farò tante risate. Questo lo scriva, lo scriva pure.”


QUESTO NON LO SCRIVA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento a fatti o a personaggi della realtà è puramente casuale)

VIVA LA MAMMA

Nessun amore può pareggiare quello materno. E’unico e indissolubile come un cordone ombelicale che non si spezza mai nemmeno dopo il primo sguardo alla vita. Siamo figli delle donne e con le donne abbiamo suggellato questo patto di mutua filiarità che sta innanzitutto nella natura delle cose e del loro spontaneo divenire.

In occasione della festa della mamma, è doveroso rendere omaggio a questa importante figura genitoriale che si fa sentire anche (e forse soprattutto) quando non c’è. Nella nostra infanzia sono tanti i ricordi che ci legano a chi ci ha messo al mondo regalandoci quello che è il dono più grande: la vita.

Sono ricordi che spesso associamo a qualche oggetto in particolare come il grembiule da cucina, il fazzoletto bagnato sulla fronte quando avevamo la febbre, o a momenti dolci e rituali come il tenersi per mano la mattina per andare a scuola.

Nel mondo delle canzonette (ma anche della letteratura) sono tantissimi gli attestati, le dediche e i pensieri alla mamma e oggi voglio citarne alcuni:

Chi asciugava i pianti miei
mamma buona era lei
In cucina cucinava
mamma cuoca canticchiava …
(canzone indimenticabile dello Zecchino d’oro del 1976, interpretata più tardi anche da Iva Zanicchi)

Son tutte belle le mamme del mondo
quando un bambino si stringono al cuor …”
(famoso refrain del duo Gino Latilla e Giorgio Consolini al festival di Sanremo del 1954).

Viva la mamma
affezionata a quella gonna un po’ lunga
così elegantemente anni cinquanta
sempre così sincera …”,
(la hit di Edoardo Bennato che spopolò nell'estate del 1989).

Le mamme sognano
 le mamme invecchiano
 le mamme si amano
ma ti amano di più”.
(Toto Cutugno al festival di Sanremo del 1989)

E c’è anche la mia canzone dedicata a mia madre che ho fatto incidere sulla sua lapide:

Mia madre ha gli occhi bagnati da un’eternità
e gli anni che sono passati son pieni di semplicità
E chiacchiera con una vicina
La senti cantare canzoni di ieri in cucina …”

Auguri a tutte le mamme del mondo. A quelle che ci sono e a quelle che ci guardano da lassù.

LE PERSONE SBAGLIATE

Siamo in miliardi che popolano questo pianeta e ognuno di noi è un puntino rispetto al groviglio umano dal quale è circondato. In questo marasma di individui, singoli o associati, non è sempre agevole trovarsi a proprio agio con chi ci si relaziona, a volte per scelta, ma più spesso per necessità.

Si dice che abbiamo sette sosia, sette affinità elettive disperse nel mondo ma ci imbattiamo e qualche volta ci innamoriamo delle persone sbagliate. Sarà forse per fatalismo o per scarso successo nella selezione delle migliori compagnie, quelle che dovrebbero farci stare bene e magari aiutarci nel nostro percorso di crescita.

C’è chi per carattere, capacità di adattamento o spirito camaleontico riesce ad indossare il vestito più adatto a seconda della personalità dell’interlocutore. Tanto di cappello a chi riesce nell’impresa di stare bene con gli altri anche quando si ha poco o niente in comune.

Ma, come ho detto, siamo una moltitudine variegata e diversificata nella quale i rapporti sociali difettano sovente di quella solidità affettiva in grado di corroborarli e renderli durevoli. Non è un caso che le notizie di cronaca, specie negli ultimi tempi, abbondano di episodi di insofferenza relazionale e di emarginazione a vasta scala che sfociano, purtroppo, in azioni di violenza e finanche delittuose.

Senza voler estremizzare, esiste un problema di convivenza civile di cui non si può far finta di niente e che spesso è la risultante di variabili impazzite, di combinazioni incontrollate e incontrollabili che ci fanno incappare in persone lontanissime dal nostro modo di essere di cui però non sappiamo farne a meno. In gergo si parla di cattive compagnie dalle quali saremmo attratti per debolezza, per circostanza, calcolo o semplicemente per volere del destino.

Ma il disagio è più sottile perché le persone sbagliate sono a loro volta stratificate, subdole, fuorvianti, confondibili in una perfezione apparente e pericolosa. E le incontriamo sempre nel momento sbagliato quando le nostre difese immunitarie sono deficitarie e vulnerabili.

Si sa che la vita è fatta d’incontri, a volte fortunati, altre volte miseri.

Misere le persone sbagliate che ti fanno sentire sbagliato e non ti perdonano niente dopo averti strappato il cuore e rosicchiato ogni cosa di te prima di voltarti le spalle lasciandoti al tuo destino in un giorno qualunque.

Perfide le persone sbagliate che ti fanno innamorare con le loro maschere a colori e sorrisi ammiccanti.

Povere le persone sbagliate nella loro finta ricchezza d’animo, adescanti giacigli che ti fanno precipitare nel vuoto. 

Il vuoto che resta quando tutto passa e si consuma.

MAGGIO



Guardo questo giorno chiaro
respiro il vento di collina
Si alza il solito sipario
tutto mi sembra cartolina
Si vede sai che è già mattina

Le tue strade sconosciute
che non ho trovato mai
tu mi hai amato nel passato
con l'entusiasmo consumato

Ora sì che ci sto bene
in mezzo a tanta indifferenza
forse sono un po’ cambiato
ma chissà se l'ho notato
Vivo ancora da sbandato

E il pensiero ormai cattura
quest’amara convinzione
di averti un po’ nascosta
dietro questa vita

E' maggio ed io sorrido già
per un'altra ora che finirà
E sto così per fatti miei
anche se poi qui ti vorrei
E' maggio e portami con te

Maggio che raccoglie il tempo
di un'antica primavera
Maggio che mi osserva e tace
non ha parole da buttare
Maggio che non è più tale

Ed io ancora mi addormento
col tramonto di una luce
che da questa grande stanza
si vede ormai in lontananza

E' maggio ed io già vado via
non c'è più niente che mi trattiene
E maggio poi va un po’ più in là
e aspetta chi non tornerà

E maggio poi muore così
portandosi via sulla sua scia
ciò che avrei voluto dirti

I FIORI SPEZZATI

Mirko ci andava spesso in quel luogo impervio e solitario che sembrava trovarsi alla fine del mondo. Ogni occasione era buona per imbracciare la sua amata bicicletta e percorrere chilometri e chilometri fino a raggiungere quella radura nascosta tra alberi secolari e tappeti di fiori selvaggi. Era felice come mai si sentiva tra le sue mura domestiche con una madre carabiniera e un padre fuggiasco e sconosciuto.

Ultimo di dieci figli che madre natura aveva voluto catapultare in un gregge indomito e senza regole, Mirko sapeva bene di valere meno di niente in quella cerchia familiare di ammasso umano, dove l’unico sussulto che facesse pensare ad una risonanza di vita era rappresentato dal rumore dei cucchiai nelle scodelle fumanti di brodo caldo.

La radura era invece la sua oasi di pace, il momento di una contemplazione voluta e ricercata che lo faceva sentire ad un passo dal cielo nell'ampio scenario di immagini variopinte che si aprivano ai suoi occhi come le porte di un castello incantato. Una contemplazione ascetica e insolita per la sua giovane età di bambino undicenne ma già con le fattezze di un uomo adulto e posato.

Quel giorno era arrivato nel suo rifugio segreto di buon mattino portandosi con sé le poche cose che gli appartenevano: una borraccia d’acqua e Ramiro, un pupazzo di stoffa che aveva costruito con le sue mani utilizzando qualche strofinaccio rubato dalla cucina in un momento in cui la madre si era attardata nei campi.

Con il tappo di una bottiglia ci aveva fatto il naso e con due ceci gli occhi, mentre i capelli avevano preso forma grazie a qualche foglia di rosmarino. Le mani e i piedi li aveva abbozzati alla buona con rametti d'albero infilati nei pertugi della stoffa sulla quale, nella parte in basso del viso, aveva disegnato una bocca grande e sorridente.

Era particolarmente affezionato a quello strano esemplare da non separarsene mai nemmeno per andare a dormire. Ora lo teneva stretto a sé seduto sopra un grande sasso, intento a rimirare il sorgere del sole che tra gli alberi proiettava i suoi primi raggi incerti. Uno spettacolo a cui aveva assistito tante volte e che lo rendeva partecipe di una gioia nuova e rigenerante, come se quelle trasformazioni naturali, solite e ripetitive, gli infondessero fiducia e speranza in un giorno migliore.

Si era alzato un timido vento che aveva scompigliato i capelli di Ramiro. Mirko lo guardava con affetto filiale sussurrandogli:

Se il mondo degli uomini potesse capire quello che stiamo provando in questo momento io e te, forse tutto sarebbe diverso e non ci sarebbe più dolore, tristezza, incomprensione.”

D’un tratto uno strano uccello nero, forse un corvo, si era poggiato tra i rami di un albero e gracchiava con un suono gutturale e sinistro. Il cielo si era improvvisamente rannuvolato e il vento aveva preso a spirare più forte. Mirko si strinse nelle spalle avvertendo un brivido che non gli faceva presagire niente di buono.

E’ successo qualcosa!”, esclamò. Si alzò di scatto, prese la bicicletta e cominciò a pedalare a tutta velocità rifacendo a ritroso il sentiero che aveva percorso pochi minuti prima. Davanti a sé grosse nuvole nere si addensavano minacciose in squarci d’azzurro beffardi.

Giunse nel giardino di casa e gettò a terra la bici. Sull'erba incolta giacevano i corpi dei suoi fratelli come fiori spezzati in quel lugubre scenario. La porta d'ingresso era socchiusa e nell'aria c'era un silenzio tombale, simile a quello che scende dopo una battaglia. Entrò da quella fessura quasi a volersi mimetizzare per non essere visto e arrivò in cucina. Vide sua madre riversa su una sedia, la testa sopra il tavolo e la pistola appoggiata sul grembiule.

Non una parola uscì dalla sua bocca.

Oggi Mirko è rinchiuso in una comunità di accoglienza e non parla più con nessuno. Passa gran parte del tempo nel letto della sua stanza, le mani dietro la testa e lo sguardo perso nel vuoto. Solo di rado il suo viso pare accendersi quando ripensa alle giornate tranquille trascorse alla radura. Allora accenna a un sorriso stringendo forte a sé il suo Ramiro.

I FIORI SPEZZATI 

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

NON MI ACCORGO DI TE

Potresti stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”

Un pensiero del genere potrebbe appartenere ad un distratto cronico o più probabilmente ad una persona  che ostenta disinteresse, se non indifferenza, verso chi cerca in tutti i modi di farsi notare per essere amato e accettato.

Quanti di noi vivono all'ombra di chi domina la scena delle parole e delle immagini, supplementari e mai complementari del più bieco protagonismo? Ciononostante ci ostiniamo a ritagliarci uno spazio, pur piccolissimo che sia, nel mondo che conta o che pensiamo possa valere tanto, salvo accorgerci (quasi sempre troppo tardi) di essere solo un punto, cornice sbiadita di un dipinto antico e replicato.

Subalterni o crocerossini? Ci affanniamo a cambiare il mondo e le persone che ci stanno accanto, ma sono sempre gli altri a cambiare noi, a renderci diversi rispetto ad un contesto che non ci appartiene e che forse non ci è mai appartenuto.

Luigi Pirandello così scriveva nella sua “Sei personaggi in cerca di autore”:
E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? ”

Nell'opera del grande scrittore siciliano il tema centrale è l’impossibilità di trasporre fatti e vicende della vita reale nella rappresentazione scenica, ma esiste anche un’altra chiave di lettura, più sottile e latente, data dall'incapacità di saper registrare, interpretare e comprendere i bisogni, le sollecitazioni e le istanze di chi ci sta accanto.

Non mi accorgo di te” è quindi il triste epilogo in cinque parole di un atteggiamento che non lascia scampo all'intesa, alla vicinanza e comunione dei sensi. E’ uno spartiacque inflessibile e desolante tra chi ama per essere amato e chi invece, pur ricevendo carezze e attenzioni, non reagisce allo stesso modo.

Il risultato è una cupa solitudine non solo individuale, ma anche e soprattutto sociale che ridisegna i destini di un mondo che volge lo sguardo altrove e non si accorge di te.

Spesso è il paradosso, l’espressione roboante e ad effetto a rendere l’idea, a massimizzare un concetto che in altri termini resterebbe solo allo stato embrionale.

Ecco perché:

Potresti stare con dieci uomini a letto e non accorgermi di te, metterti in ghingheri col vestito più bello e non notare in te alcun cambiamento. Sei semplicemente invisibile al mio cospetto come le cose senza importanza che scivolano via.”

LA COSCIENZA DI ZENO

Ognuno di noi, a modo suo, parla con se stesso. Si può essere ipercritici, superficiali, poco obiettivi o semplicemente opportunisti per sentirsi dire da “dentro” quelle parole o proclami assolutori che non arrivano dall'esterno.

C’è un romanzo meraviglioso che racconta in maniera attenta e magistrale queste dinamiche interiori: “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, pubblicato nel 1923.

L’opera descrive l’incapacità del protagonista, Zeno Cosini, di spiegare e risolvere i malesseri che hanno segnato tutto il suo percorso di vita:

Dalla dipendenza dal fumo vista come mancanza di volontà …:

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

 … al rimpianto per non aver avuto alcun rapporto significativo con il padre:

La morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. Il paradiso non esisteva più, ed io poi, a trent'anni, ero un uomo finito. Anch'io! M’accorsi per la prima volta che la parte più importante e decisiva della mia vita giaceva dietro di me, irrimediabilmente.”

Dall'inettitudine nella scelta della donna che diventerà sua moglie …:

“Venne finalmente il giorno del mio matrimonio e proprio quel giorno ebbi un’ultima esitazione. Avrei dovuto essere dalla sposa alle otto del mattino, e invece alle sette e tre quarti mi trovavo ancora a letto fumando rabbiosamente e guardando la mia finestra su cui brillava, irridendo, il primo sole che durante quell'inverno fosse apparso.”

… alla relazione controversa e contraddittoria con l’amante che per questo lo lascerà …:

“Si dice che quando si soffre per aver bevuto troppo, non ci sia miglior cura che di berne dell’altro. Io, quella mattina, andai a rianimarmi da Carla …”

Vicende che Zeno racconta nelle sedute dal suo psicoanalista dal quale si allontanerà non appena si farà strada in lui il disprezzo e la sfiducia verso il buon esito della terapia.

La coscienza di Zeno non è soltanto la storia di un uomo divorato dalle malattie, reali o apparenti, del proprio vissuto al punto da renderlo inetto e refrattario a qualsiasi stimolo esterno.

E' il fallimento della società civile di acquisire una propria capacità introspettiva, l’inadeguatezza dell’essere in rapporto alle azioni compiute che appaiono effimere, inspiegabili o, nella migliore delle ipotesi, poco efficaci e produttive delle migliori manifestazioni d’animo.

Sono allora le omissioni, le parole sottaciute, i gesti trattenuti a destabilizzare la vita del protagonista relegandola in un limbo indefinito nel quale e contro il quale s’imbatte una coscienza fragile ed indifesa che non sa tendere lo sguardo ad un futuro sicuro e tranquillo:

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”

(Italo Svevo, “La coscienza di Zeno)

IO PARLO DA SOLO

Io parlo da solo. Tutto è cominciato quando un bel giorno mia moglie mi ha lasciato sbattendo la porta. Ero seduto sul divano del soggiorno di casa con Lidia ritta in piedi, lo sguardo severo e austero, le braccia conserte e la bocca spalancata dalla quale si sprigionavano cumuli di parole e di epiteti.

Ti ho tradito. Ti ho messo le corna. E sai con chi? Con Piero, il tuo migliore amico, quello di cui vai fiero e che un giorno hai voluto per forza presentarmi. Me lo hai servito su un piatto d’argento: bello, solare e muscoloso. Il contrario di te: tozzo, burbero e con la testa sempre tra le nuvole. Ti ho tradito, capisci? Non dici nulla? Non spiccichi parola? Ma che uomo sei? Maledetti i tuoi silenzi!

Le parole di Lidia mi cascavano sulla testa facendomi sprofondare sempre di più nell'ampia imbottitura del sofà nuovo di zecca. Sono stato in silenzio tutto il tempo aspettando che la tempesta finisse e che finalmente ripiombasse la quiete. Ero stranamente calmo e riflessivo. Ricordai ad un tratto la scenetta comica di Totò, quella di Pasquale che riceve pugni e insulti da un Tizio incontrato per strada: 

“Pasquale, era un pezzo che ti cercavo. Figlio di un cane, finalmente ti ho trovato!” 

E a seguire schiaffi e pugni in testa. Il povero malcapitato pensava tra sé: “Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare!” 

Ma perché non hai reagito?, fa l’amico. 

E che me frega a me, mica son Pasquale io!”

Ho reagito come il Pasquale della barzelletta e cioè nella totale indifferenza. Non ero io che dovevo vergognarmi ma Lidia e Piero che mi avevano tradito, l’una nell'amore e l’altro nell'amicizia. Da allora ho cominciato a parlare da solo, facilitato anche dal fatto che intorno a me non c’era più nessuno. Un soliloquio che è iniziato prima tra le mura domestiche con commenti del tipo ‘Oggi è stata una giornata faticosa!’ ‘Meglio una pizza o due uova al tegamino? ‘Una bella doccia calda è quella che ci vuole!’. Poi le parole sono “uscite” per strada, tra la gente, nei negozi e negli uffici. Erano quasi sempre delle imprecazioni rivolte ai miei odiati traditori:

Mia moglie non mi merita!
Piero non mi merita!
Nessuno mi merita!

Un ritornello che ripetevo in ogni occasione: dal salumiere, ai giardini pubblici, finanche alle poste mentre stavo in coda ad aspettare il mio turno. Una volta, proprio all'ufficio postale, sentii qualcuno da dietro che mi apostrofava: “Nemmeno tu ci meriti se continui con questa lagna!”

Piero ed io lavoravamo nello stesso ente pubblico. Io mi occupavo della progettazione e lui degli appalti. Un giorno mi confidò tutto fiero e contento che una certa impresa in cui lavorava suo fratello si era aggiudicata un lavoro da quasi due milioni di euro. C’era qualcosa che non andava ma per la grande amicizia che nutrivo per Piero decisi di mettere da parte qualsiasi sospetto.

Ora quella vicenda mi era ritornata prepotentemente alla memoria al punto da riassumerla con queste parole:“Piero corrotto, in galera ti ci porto!”. Le ripetevo a voce alta in qualunque luogo mi trovassi, e un giorno persino davanti alla stazione dei carabinieri.

Oggi Piero è rinchiuso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di corruzione. Lidia l’ha lasciato e si è messa con un altro.

Io continuo a parlare da solo.
IO PARLO DA SOLO

Racconto breve di Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale).



CHI DORME ACCANTO A ME?

Mi sono svegliato e ti ho guardato come se fosse la prima volta. Tu dormivi della grossa con la testa che a malapena s’intravedeva dalle lenzuola. Ho avvertito la spiacevole sensazione di sentirmi fuori posto, un intruso, un oggetto che con il contesto della stanza nulla aveva a che fare. O forse eri tu l’intruso, la cosa fuori posto, il niente.

Ho aperto la finestra e mi sono proteso in avanti per recuperare tutto il respiro che mi è mancato stando chiuso tra quelle mura domestiche che adesso mi sembravano ostili, inesplorate, ignote.

Chi dorme accanto a me?” Domanda inquietante alla quale non ho saputo dare una risposta. Ti avrò conosciuto quando avevo bisogno di conoscere e amato quando tutto l’odio del mondo mi aveva sommerso e reso irriconoscibile.

Ed ora ad esserlo sei tu, sconosciuta macchia umana che spicca come un neo sul manto bianco del mio letto.

Un attimo prima mi sembrava di conoscerti e a te ho riposto tutta la mia fiducia. Ti ho amato spogliandomi di tutte le mie debolezze consegnandomi a te come si fa quando non si hanno più difese. Piacevole arrendevolezza dei sensi.

Adesso tutto è messo in discussione ed è una sensazione più forte dello sbandamento, del disorientamento che si ha quando s’imbocca una strada diversa e mancano le coordinate per capire a quale posto si è arrivati.

Apro il cassetto ed estraggo la pistola. Sarebbe una soluzione, o meglio, “la” soluzione. Punto l’arma su quel rigonfio del letto che accenna ad una figura umana, inerme e inconsapevole del mio dolore antico.

Mi dirigo lentamente verso la mia “preda” ancora immobile e rannicchiata. Con una mano tiro via in un sol colpo coperta e lenzuola. Finalmente ti vedo ed è come guardarmi allo specchio: le gambe piegate, il busto riversato sul bordo del materasso e il viso che mi lancia uno sguardo pieno di compassione. Lascio cadere l’arma e mi riverso per strada.

Il vento spazza via le ultime foglie cadute dai platani che fiancheggiano il viale deserto.

Mi abbraccio da solo e il mondo si apre davanti a me.

CHI DORME ACCANTO A ME?
(I fatti narrati sono puramente immaginari)

EVANESCENZA

Respira evanescenza davanti alle vetrine
di un bar senza un'insegna di un cielo che non brilla
Coloro la mia notte col mio cammino stanco
e vado su e giù vestito tutto in bianco
Mi fermo in trattoria per un bicchier di vino
la noia già mi assale tracciandomi un destino
Raccolgo poche cose prima di andare a casa
e mi trascino dietro quest'anima sbagliata

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più!

Respira evanescenza a sud dell'autostrada
l'amico se n'è andato a farsi una scopata
Lei mi ha telefonato lei mi ha proprio stufato
da solo forse è meglio amarmi a pentimento
E rido di me stesso di questa faccia stronza
di questo buio immenso che sempre mi circonda
E canto un ritornello antico e un po’ stonato
domani già mi aspetta un giorno programmato

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più!

Respira evanescenza e sonno non ho più
Le mutandine bianche si sono fatte sante!

E lasseme gridà e lasseme cantà
Mo' vattene a cuccà sto meglio sule cca'!
E lasseme capì nun può essere accussì!
Nun voglio cchiù carè nun te voglio cchiù vedè!

Respira evanescenza al di là della frontiera
e bevo per scordare questa serata nera
E m'è venuta idea di andare a casa sua
ma cosa le dirò adesso è quasi l'una
Amore voglio darti quest'anima e spiegarti
che il mondo mi ha creduto un angelo caduto
Non son pittore ma ritraggo la mia età
con la giusta ironia di chi non ha una via

Chissà perché io cado giù?
Sempre più giù non vivo più

Respira evanescenza e sonno non ho più
Le mutandine bianche si sono fatte sante!

E lasseme gridà e lasseme cantà
Mo' vattene a cuccà sto meglio sule cca'!
E lasseme capì nun può essere accussì!
Nun voglio cchiù carè nun te voglio cchiù vedè!

Respira evanescenza la recita è finita
domani cosa vale se resto qui a pregare
Laggiù c'è chi mi aspetta e fuma una sigaretta
Son pronto per la prova pensiero adesso vola!
Dimentica il mio tempo e tutto il mio passato
dimenticami presto dimentica me stesso
Raccogli poche cose prima di andare a casa
e portati con te quest'anima sbagliata!

EVANESCENZA

Testo e musica 
di
Vittoriano Borrelli

Dall'album "Malinconico digiuno"

Tratto da "Le parole del mio tempo"

LE COSE INUTILI

Passerei tutto il tempo al supermercato. Se avessi una casa dalle parti del mio centro commerciale, ci andrei più spesso e non solo per la spesa del fine settimana. Invece abito a una decina di chilometri di distanza, lavoro fino a tardi e non ho il tempo per pensare a qualche sortita infrasettimanale.

Così, quando arriva il venerdì, esco di corsa dall'ufficio, prendo la macchina e imbocco la via di casa pregustando il mio week-end da trascorrere tra offerte promozionali e lanci di nuovi prodotti commerciali. E’ una passione che coltivo con cura quasi maniacale, pianificando ogni cosa come una perfetta manager che conosce tutto o quasi del mondo del marketing.

Eccomi alle prese con la raccolta punti, buoni spesa accumulati e cataloghi vari per scegliere gli acquisti del momento, i prodotti più esclusivi e a buon mercato come si fa quando ci si immerge in una ricerca mirata e meditata, finanche voluttuosa e ossequiosa delle mie irrinunciabili esigenze.

Mi chiamo Desideria, ho trent'anni, e sono quel che si dice una donna bella e desiderabile, con tanti uomini che mi fanno la corte e che vorrebbero portarmi a letto, ma nessun amore che valga la pena di ricordare. Anzi, sono ancora vergine e me ne vanto pure perché penso di meritare ben altro che le solite avances che si concludono, mettiamo, con rapporti effimeri e fugaci nell'ultimo alberghetto di provincia. 

Ho sostituito i piaceri della carne per buttarmi a capofitto in quello che per me è il mio habitat naturale: il supermercato. Così, al posto di baci, carezze e cose del genere, riempio le mie lacune affettive mettendo nel carrello tutto quello che ci trovo di buono: pasta, sughi, prodotti freschi o surgelati. E poi insaccati, formaggi, verdure, tranci di pizza o di focaccia, pietanze già pronte, dolci, gelati, merendine e tanto altro ancora.   

Questo per i generi alimentari. Poi ci sono gli articoli per la casa (c’è sempre qualcosa che mi manca), i cosmetici, i prodotti per l’igiene intima, qualche cianfrusaglia che trovo qua e là nei vari scomparti o nei cestoni piazzati in bella vista per i clienti. Non sono contenta fino a quando il carrello non sia riempito a dovere, così che arrivo alla cassa con la sensazione di chi si è ben rimpinzato e non ha bisogno di rifocillarsi ancora.

Tutto normale, si direbbe, lo fanno in tanti. Se non fosse per la quantità esagerata delle cose che compro. Riempio il frigo con tanta di quella roba da sfamare un esercito, e lo svuoto regolarmente non per soddisfare il mio appetito ma per buttare via il superfluo, o meglio, quello che nel frattempo è divenuto tale: vasetti di yogurt scaduti, pezzi di formaggio ammuffito, frutta marcia, preparati non consumati alla data di scadenza e molto altro.

Le cose inutili immagazzinate in una sorta di bulimia trasposizionale. Proietto negli oggetti la mia voglia insaziabile di cibo e nello stesso tempo di rifiuto per tutto ciò che dovrebbe appagarmi. Solo che a differenza del bulimico tutto avviene fuori di me: il frigorifero che si riempie e che si svuota agisce al posto del mio stomaco, del mio disequilibrio organico in cui naufrago con la mia infelicità.

Un pendolo che oscilla tra il bisogno di procurarmi le cose e la smania di liberarmene nell'arco di una settimana a ciclo continuo. Come adesso che è sabato e tutto in casa sembra mancare. Mi procuro così la mia lista della spesa e mi preparo per la solita scorribanda nei luoghi che prediligo.

Squilla il telefono. So che è mia madre, lo fa tutte le mattine ed è un’abitudine che tollero a malapena. Mi parla delle solite cose, del vestito che dovrà mettersi per l’appuntamento con il partner di turno (è separata da mio padre da tempo immemore), o dell’ultima crema per il viso che farebbe sparire miracolosamente le rughe. Frivolezze che faccio fatica ad ascoltare, peggio delle cose inutili. Soprattutto non sopporto quando mi chiama “tesoro”, un appellativo che trovo accademico come tutto il rapporto che ha costruito con me.

“Ciao tesoro, stavi uscendo?”
“Sì”
“Sai che stanotte ho fatto un brutto sogno? Vuoi che te lo racconti?”
“Devi proprio farlo? Ho una certa fretta.”
“Ci metto un minuto, senti qua. Stiamo passeggiando per il parco di casa tenendoci per mano. Tu sei una bambina bellissima con tanti riccioli biondi, proprio come quell'attrice americana ... come si chiamava? Ah sì, Shirley Temple.”
“Mamma …”
“Aspetta. Ad un certo punto sento la terra franare sotto i piedi. Sto per precipitare ma mi aggrappo alla tua manina che mi tiene su con una forza straordinaria. Proprio nel momento in cui sto per farcela, il tuo sguardo si fa gelido, lasci la mano ed io sprofondo nel vuoto. E’ stato terribile!”
“Mamma, devo scappare.”
“Aspetta, Desy. Voglio dirti che ti voglio bene. Me ne vuoi anche tu?”
“Sì che te ne voglio. Ora devo proprio andare.”

Riaggancio, indosso il cappotto e prendo la borsa. Getto un'occhiata allo specchio e mi vedo bella e sorridente come una donzelletta al dì di festa.

LE COSE INUTILI

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

LA FINE DI UN AMORE

3 … 2 … 1 … boom! E’ un’esplosione che ti spacca il cuore e te lo riduce in frantumi, come un oggetto di cristallo che solo un attimo prima si presentava integro e brillante. Inevitabile precipitazione dopo aver percorso chilometri di strade, apparentemente solide e resistenti, che si trasformano alla prima curva in pericolose sabbie mobili.

Tutto vacilla: le certezze acquisite, la fiducia incondizionata nella persona su cui hai investito ogni cosa e ogni respiro della tua vita. E qui sta l’errore che si compie prima ancora che agiscano gli effetti. Certi amori finiscono proprio per la trasposizione nell’altro del tutto mentre il niente rimane dentro di te, come un serbatoio che si svuota completamente e il motore della tua anima non riparte più.

Tra l’amore e l’odio passa un centimetro di differenza: quando il primo finisce subentra il rancore dell’altro, la tendenza a minimizzare la felicità vissuta, mentre l’imperfezione di ciò che ai propri occhi sembrava perfetto, diventa l’arma demolitrice di quanto di buono è stato costruito.

Non ci si accorge quasi mai di quando un amore finisce; provare ad indovinare il momento preciso è come cercare un ago nel pagliaio.

Forse è stata quella volta in cui gli occhi hanno smesso di guardare la persona amata con benevolenza ed indulgenza, o forse sono state le parole, soprattutto quelle non dette, quelle soffocate, ritardate o risucchiate dal vortice delle silenti inquietudini, come le lacrime a lungo trattenute che si fanno aride e si asciugano prima ancora di scendere sul viso.

Esercizio impossibile. Un amore finisce perché finisce, come il giorno al tramonto, il fiume che arriva alla foce e disperde le sue acque nel mare, la farfalla che dopo un volo leggiadro cade in picchiata smettendo di sbattere le ali.

Tanti scrittori e poeti si sono interrogati sui motivi per cui un amore finisce. Fra tutti, la meravigliosa Oriana Fallaci che un giorno scrisse:

È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.”

Qui sta forse la ragione, o meglio, l’assenza della ragione per cui ci si lascia dopo aver creduto di essersi amati tanto.

Forse è vero o forse no: credi d'aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno.

Ma dal niente si può sempre ricominciare, come un nuovo giorno dopo il tramonto, un fiume che rinasce alla sorgente e un’altra farfalla che riprende a volare.

In fondo, è solo la fine di un amore.

Non di tutti gli amori.