NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile per te ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di informare le autorità competenti?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non crederebbero ad una sola parola della tua versione.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato quella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

UN CORPO E UN’ANIMA


Negli anni ’70 sbancarono le classifiche di vendita dei dischi aggiudicandosi la palma del duo canoro più famoso e riuscito. Wess e Dori Grezzi, l’uno di colore, l’altra bionda e dalla pelle eburnea, formavano una coppia ben assortita dalle voci perfettamente sovrapponibili e complementari: un corpo e un’anima, come il titolo della loro canzone di maggior successo che valse il primo posto nella “Canzonissima” del 1974.

Era il periodo in cui ci si identificava nel sodalizio artistico uomo-donna con la variante, in questo caso, della diversa etnia quale modello rappresentativo di una emancipazione etico-culturale che è stata pioniera della grande globalizzazione multirazziale di qualche decennio più tardi.

E non ci lasceremo mai. Abbiamo troppe cose insieme …”, ritornello di facile presa che è rimasto nella mente di almeno due generazioni, forse il “cliché” più appropriato per esprimere l’amore semplice e alla portata di tutti.

Wess e Dori Grezzi debuttano nel 1972 con “Voglio stare con te” (per sempre con te, ma io speravo che l’avessi detto tu…) ed è subito un successo in tutti i palcoscenici televisivi, tra i quali “Senza rete”, programma trasmesso dalla Rai di Napoli nel mese di Luglio quale anticipazione dei successi dell’estate.

L’anno dopo, agli albori della hit “Un corpo e un’anima”, bissano il successo con “Tu nella mia vita” (sempre tu, se non ti avessi ti vorrei, ti cercherei …), brano presentato a Sanremo che registrerà il più alto numero di vendite di quell’anno. E’ il momento di massimo splendore della coppia “bianco-cioccolato” che nello stesso anno ricalcano il filone dell’amore che vince su tutto con “Noi due per sempre( nasce il nostro giorno, e noi due per sempre, basta star nascosti qui …), brano che forse, più degli altri, ha esaltato meglio le qualità canore dei due artisti.

Dopo aver conquistato il mercato italiano, Wess e Dori Ghezzi si affacciano all’Europa e nel 1975 partecipano all’Eurofestival con “Era” (Era baciarsi al cinema, Era la mia domenica, Era trovare un angolo nascosto) ottenendo un onorevole terzo posto. Amore furtivo e clandestino che oggi farebbe un baffo ai cultori del selfie e degli smartphone.

Ma “Un corpo e un’anima” è senza dubbio la canzone che è rimasta nel cuore di moltissimi ascoltatori contraddistinguendo la coppia come lo è stato con “Volare” per Modugno o, per usare un termine di confronto più recente, “Fiumi di parole” per i Jalisse.

Dalla seconda metà degli anni settanta inizia il declino e la coppia si scioglierà: Wess tenterà una carriera da solista senza successo, mentre la Ghezzi, dopo aver partecipato nel 1983 a Sanremo con “Margherita non lo sa”, si ritirerà dalle scene (anche per un problema alle corde vocali) dedicandosi pienamente al suo compagno Fabrizio De Andrè.

Wess morirà nel 2009 alla prematura età di 64 anni, mentre la Ghezzi, dopo la scomparsa di De Andrè nel 1999, è ora impegnata con una serie di iniziative culturali per tenere alta la memoria del grande cantautore genovese .

Ma l’esperienza artistica di Wess e Dori Ghezzi resterà comunque “immortale”, proprio come il refrain della loro canzone di punta: E non ci lasceremo mai …

LEGGIMI SE PUOI


Gli scrittori hanno dieci, cento, mille vite da vivere tutte le volte che lo desiderano facendo leva semplicemente sull'immaginazione, l’unica in grado di spaziare da un contesto all'altro in ogni tempo. Ma lo stesso privilegio può essere goduto dal lettore che si appassiona ad una storia, un racconto, uno scritto che regala emozioni forti ed indescrivibili. Il dono della lettura è ambivalente sia per chi scrive che per chi legge.

Una delle soluzioni migliori per spendere bene il proprio tempo è aprirsi a questo connubio, riporre lo smartphone nel cassetto, spegnere la radio, la tele, regalarsi il silenzio facendo parlare le sole parole della lettura. Volare via da tutto il resto, anche solo per poche ore, è un esercizio semplice da seguire se si ha voglia di appartenersi, di esplorare le vie infinite dell’anima.

Il rapporto che si crea tra l’autore ed il lettore è qualcosa che somiglia molto ad un incantesimo: l’uno diventa l’altro e viceversa, le distanze si annullano in luogo di una sintonia intersensoriale, unica ed indissolubile. Lo scopo di uno scrittore è creare le premesse affinché ciò avvenga, quello del lettore è lasciarsi incuriosire, rapire, estasiare dalle cose che si raccontano.

Se si vuole che questo incantesimo non si spezzi mai è necessario alimentarlo di curiosità, passione, voglia di cercarsi in ogni angolo del mondo, sulle bancarelle, in libreria o alla fermata del tram quando l’attesa è più dolce se ci si immerge in una buona lettura anche solo per pochi minuti.

Non si scrive mai per se stessi o quanto meno non solo. Le storie nascono per essere vissute, condivise con chi si trova dall’altra parte della “penna”, emozionare ed essere emozionati nello stesso tempo è quanto di più sublime si possa ottenere da questo rapporto a due intimo e necessario.

Una relazione che si corrobora nel silenzio come una cena a lume di candela in cui a parlare sono i pensieri, le sensazioni che l’uno riesce a trasmettere all’altro, gli sguardi disegnati sulle facce dei personaggi che prendono forma e sostanza nella propria immaginazione. Come far l’amore e godere non dei piaceri del corpo ma delle pulsazioni dell’anima.

Leggimi se puoi tra le parole del mio tempo, anche se saremo distanti e forse non ci incontreremo mai. Ma se mi stai cercando mi hai già trovato in queste pagine come scrittura, come personaggio.

SAPORE D’ESTATE


L’aria leggera e spensierata dell’estate mette sempre un po’ di allegria ed è capace di strappare sorrisi anche a chi ha poca voglia di farlo. I miracoli dell’estate, che somigliano tanto a quelli della trentaquattresima strada di un famoso film, riescono a rimodellare gli stati d’animo, a tirare fuori dal letargo fantasia e un pizzico di sregolatezza a lungo intorpidite dai rigori dell’inverno.

Sarà per le belle giornate di sole che si riesce a vedere tutto con più limpidezza, a respirare un clima vacanziero anche quando si sta al lavoro sia pure alle prese con i condizionatori, ventilatori o fogli di carta usati a mo’ di ventaglio per rimediare al caldo umido e afoso. Si contano i giorni o le ore per raggiungere finalmente le mete di villeggiatura premendo sull’acceleratore per il disbrigo delle pratiche d’ufficio.

E’ un fatto statistico quello che vede migliorata la propria performance lavorativa a ridosso della pausa feriale, quasi che questa attesa, che sembra non finire mai, faccia raddoppiare le forze fisiche e mentali prima del sospirato riposo. E si sa che le vigilie sono sempre migliori delle feste vere e proprie.

Non c’è estate senza le canzonette. Dopo Sanremo, è un appuntamento fisso che fa avvicinare la gente di ogni età alla musica, Si canticchia per le strade, sotto la doccia, al bar del lido preferito, in spiaggia con gli auricolari e … c’è sempre una vecchia che balla da una vita in vacanza.

Tra le hit del momento sta spopolando Thegiornalisti, il gruppo del vocalist Tommaso Paradiso, nato quasi un decennio fa, che ogni anno, soprattutto in estate, sforna brani di impatto semplice ed immediato che piacciono tanto ai grandi quanto ai più piccini. Anche quest’anno, dopo aver lanciato in primavera “Questa nostra stupida canzone d’amore”, hanno fatto centro con “Felicità puttana”, canzone senza troppo pretese ma leggera, spensierata ed effimera come l’estate.

Ma quanto è puttana questa felicità
che dura un minuto
ma che botta ci dà…

Non è forse così l’estate? Un po’ puttana che si concede facilmente, l’avventura di una lunga notte che svanisce  ai primi sussulti dell’autunno.

Non è forse così il sapore dell’estate? Come …

Quelle code infinite di macchine
che si vedono al telegiornale
mi mettono di buon umore…”

o come quel …

Ti mando un vocale
di dieci minuti
soltanto per dirti
quanto sono felice …”

Testo melenso, che non resterà certo negli annali della discografia, ma dal sapore tipico dell’estate.
Ed è come un gelato che si scioglie in bocca, dal gusto un po’ amaro quando tutto finisce e si ritorna alla vita di sempre…





AMARSI NELLO STESSO TEMPO


Non capita spesso amarsi nello stesso momento, ma quando succede è una vera e propria esplosione dei sensi. Non parlo dell’attrazione fisica, che quando c’è, concomitante o meno, lambisce solo in superficie i sentimenti e si dilegua in fretta come un’impronta sulla sabbia all'arrivo delle onde.

Un grande amore ha bisogno di essere coevo, sintonico, stare sulla stessa lunghezza d’onda del partner, resistere alle intemperie e splendere come un arcobaleno nel cielo dopo la tempesta. Solo quando c’è reciprocità e disponibilità a concedersi senza riserve che si può sperare che questo grande sentimento duri per tutta la vita e anche oltre.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, la famosa frase pronunciata da Francesca da Rimini nell’Inferno di Dante, è l’esempio tipico della reciprocità dell’amore, quello impetuoso e necessario che obbliga ciascuno degli amanti a darsi completamente all’altro nello stesso tempo. L’epilogo, si sa, fu una tragedia, ma è il destino dei grandi amori sopravvivere al dolore e diventare immortali.

 O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.” Forse l’amore perfetto per antonomasia quello tra Giulietta e Romeo nella celebre opera di Shakespeare: l’amore che lega i due giovani è così intenso e passionale che vince sui conflitti e i contrasti tra le rispettive famiglie sopravvivendo alla morte nella scena finale del suicidio condiviso.

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, che abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo.”

Così scrive Victor Hugo in Notre-Dame de Paris per commentare la storia d’amore tra l’adolescente Eloisa e il suo maturo insegnante Abelardo, finita tragicamente con la castrazione di lui ordinata dallo zio malvagio di lei. Nonostante la separazione forzata i due amanti riuscirono a ricongiungersi facendosi seppellire nella stessa tomba.

Storie di ieri, oggi quasi introvabili e improbabili. Ma l’amore toglie e concede tutto nello stesso lunghissimo istante.

Gli amanti che si amano sono gocce della stessa lacrima, la luce che irradia le oscurità dell’anima, le distanze che si accorciano anche quando sono lontanissime. E fanno di tutto per cercarsi e per ritrovarsi nello stesso momento, nello stesso tempo.



I LIKE


Quanto è importante oggi sentirsi accettati con un semplice clic? Molto più di quanto non lo dicano già le statistiche sull'uso dei social. Un tempo bisognava lavorare tanto sulla propria persona per ottenere il maggior numero di consensi possibili, farsi largo anche a spintoni per emergere ed essere vincenti.

Oggi imperversa l’immanentismo delle immagini, tutto ciò che non si vede oltre quello che mostriamo con le nostre foto non esiste, perché soppiantato, sommerso, camuffato dall'idea e dalla voluttà dell’apparire come arma unica e necessaria per reclamare la propria esistenza.

Le stesse parole si prestano a questo gioco perverso dell’esibizionismo visivo per esprimere concetti e definizioni surreali, come uno specchio dentro al quale non si riflette più la nostra immagine reale ma  quella che vogliamo sia ostentata agli occhi degli altri.

La proliferazione dei dibattiti, commenti, considerazioni personali sulla rete internet, se da un lato si sta rivelando un'importante opportunità di far sentire la propria voce, un tempo anonima ed insignificante, dall'altro sta acuendo l’indifferenziazione e la fatuità dei contenuti.

Se fino ad un decennio prima si doveva andare, mettiamo, al bar o dal barbiere per ascoltare certi discorsi strampalati e sconclusionati, oggi c’è una grande platea sul mondo, facilmente accessibile, in cui tutto converge come un grande minestrone di idee e di improvvisazione.

Il distinguibile diventa l’indistinguibile e la qualità di un messaggio è così offuscata dall’ignoranza del sapere che per trovarla sarebbe come cercare un ago nel pagliaio.

Se questi sono i presupposti, gli effetti sono ancor peggiori e sono racchiusi tutti in due paroline: I like, Mi piace, Me gusta … Il termometro della nostra visibilità è quel I like tanto agognato non appena digitiamo quattro parole o postiamo una foto.

I like: la misurazione del niente. Dimmi quanti “I like” hai e ti dirò chi sei. 10 sono pochi, 20 comincia ad essere un numero interessante, ma se si superano i 100 vuol dire che si sta diventando qualcuno.

I like, la nuova frontiera dell’essere. Non importa quello che scrivi e neppure la sgrammaticatura. Anzi, quanto più si è sgrammaticati tanto più si raccolgono proseliti. Un libro? Un approfondimento tematico? Troppo faticoso e complicato. Meglio spaziare nella sottocultura, usare un linguaggio postribolare, volgare e ad effetto. Così si guadagnano più consensi e la vita va avanti da sé.

I like.

I POETI MALEDETTI


Avremmo dovuto dire Poeti Assoluti per restare nella calma, ma oltre al fatto che la calma poco si addice di questi tempi, il nostro titolo ha questo, che risponde in modo adeguato al nostro odio e, ne siamo sicuri, a quello dei sopravvissuti tra gli Onnipotenti in questione, per la volgarità dei lettori elitari - una rude falange che ben ce lo rende.
Assoluti per l'immaginazione, assoluti nell'espressione, assoluti come i Rey-Netos dei migliori secoli. Ma maledetti…”.

Paul Verlaine così scriveva nella sua opera più famosa, “I poeti maledetti”, per indicare quella categoria di letterati che intendeva dissociarsi da un sistema socio-culturale abietto e ipocrita. I loro scritti enunciavano messaggi di protesta e di distacco che si riflettevano anche nei loro comportamenti e stili di vita, spesso anarchici ed autodistruttivi.

Ricco e corposo il filone dei Poeti maledetti: da Cecco Angiolieri a Charles Baudelaire, da Guy de Maupassant ad Edgar Allan Poe, autori di qualità assoluta che hanno segnato la storia della letteratura mondiale.

Di Baudelaire si ricorda la sua poesia più famosa, “L’albatro”, tratta da “I fiori del male”:

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi
uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il
bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell’azzurro, goffi
e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi,
candide ali, quasi fossero remi.

Come è intrigato e incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco
addietro così bello, com’è brutto e ridicolo! Qualcuno irrita il
suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima
l’infermo che prima volava!

E il poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere, assomiglia
in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli
scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

Geni incompresi o gente disadattata ed ermetica? Le etichette e le classificazioni appartengono spesso ai pregiudizi o all’incapacità di superare i limiti della propria conoscenza. Creano barriere insormontabili e formazioni elitarie che alimentano lo scontro sociale e generazionale.

 Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi.

E’ Arthur Rimbaud a scrivere nella sua “Lettera del Veggente”, progetto ambizioso che si proponeva di esplorare l’ignoto come evoluzione della specie:

Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all'ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all'ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l'intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!

L’infinito è un’invenzione dei poeti, l’ho già scritto qualche tempo fa. Le parole e l’immaginazione sono il miglior viaggio per sentirsi assoluti ed esplorativi, specie quando intorno c’è la pochezza del niente, delle cose che passano veloci come le case e gli alberi dai finestrini di un treno.

All’ombra dei poeti maledetti
germoglia una storia di dolore e di miseria
Una storia di cose non dette
di ferite ancora aperte
che nessuno saprà rimarginare.

L’ULTIMO GIROTONDO

Giro girotondo,
casca il mondo,
casca la terra,
tutti giù per terra!

In quel lontano 12 agosto 1944 i bambini di Sant’Anna di Stazzema, piccolo comune della provincia di Lucca, mai avrebbero immaginato che questa filastrocca, intonata tante volte nei loro giochi d’infanzia, sarebbe stata foriera di un tragico epilogo: quella mattina, infatti, centotrentotto angioletti cascarono davvero tutti per terra ma per mano della furia omicida dei tedeschi nazisti che proprio sulla Piazza della Chiesa, teatro dei loro giochi, li avevano fucilati senza pietà.

Le vittime furono in tutto cinquecentosessanta: un vero e proprio massacro, del pari della strage degli innocenti di Erode ai tempi di Gesù, secoli di storia passati invano che purtroppo non hanno debellato la cattiveria e la malvagità nel mondo. 

L’eccidio di Sant’Anna, che tanto sdegno ha suscitato nella parte buona della coscienza collettiva, è l’ennesima pessima dimostrazione di quanto ancora ci sia da lavorare in termini di recupero e sensibilizzazione dei valori della fratellanza, compassione e solidarietà sociale.

Testimoni sopravvissuti, associazioni umanitarie, mass-media, intellettuali e non, si sono prodigati nel rendere vivo e immemore il ricordo di queste stragi come monito per i posteri. Tra questi, Laura Pellegrini, affermata scrittrice milanese, che ha voluto dare voce e sostanza alle anime di Sant’Anna con il libro “L’ultimo girotondo”, raccolta di lettere (immaginarie) dei bambini vittime di questa strage orrenda che ancora oggi deve far vergognare e riflettere.

Ho conosciuto Laura e sua figlia, l’attrice Gabriella Pession, in un convegno sulla ricorrenza della Liberazione tenutosi nella sede municipale del mio comune, e sono stato piacevolmente colpito dalla presentazione di questo libro che giudico come un dono, una missione che, attraverso parole intense e toccanti, si propone di risvegliare le coscienze intorpidite dalle distrazioni del tempo.

Penso di fare cosa gradita alla scrittrice e ai lettori sensibili e attenti su questo tema, pubblicare una delle tante lettere che compongono l’opera. Per non dimenticare, non solo nel giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio, ma in tutti quelli che si susseguono nel calendario, presente e futuro.


Volevo girare il mondo

La vallata di Stazzema era bellissima in tutte le stagioni, e io passavo ore a guardare oltre, verso quel mare che mi sembrava così lontano e che non avevo visto mai.
Col mio temperino intagliavo i pezzi di legno che trovavo nei boschi e creavo da quei ceppi strane forme che, a volte, sembravano animali sconosciuti che mi facevano quasi paura.
Avevo la fantasia e la voglia grande di vedere cosa ci fosse oltre quella valle, oltre le nuvole e oltre il mio cielo.
La sera tutta la famiglia si riuniva attorno alla grande tavola della cucina, la mamma accendeva il fuoco nel camino e nella stufa con la legna raccolta nel bosco, e io sbirciavo se, per caso, un qualche legnetto poteva servirmi per le mie sculture, mentre lei, con uno strano aggeggio fatto di piume d’uccello, sventagliava davanti alle fiamme, che si animavano e scoppiettavano.
Poi, sopra quella grande stufa di ghisa dal cuore palpitante di fuoco, la mamma ci cucinava la minestra di fagioli, quella che a me piaceva tanto, poiché era così fitta, a causa del pane secco aggiunto al brodo, che il cucchiaio restava ritto come un alberello.

Quel pane secco era squisito ed io non lo sapevo il simbolo della nostra povertà durante quegli anni di guerra.
La mamma ci ripeteva –eravamo io, mio fratello Carlo, mia sorella Marcella e la mia sorellina Zara–, che eravamo molto fortunati a vivere lassù, lontano dal fuoco della guerra e dagli urli dei soldati tedeschi.
Mio padre era restato a casa, poiché lavorava, con altri del paese, su alla miniera, ed io pensavo che la guerra sarebbe finita, prima o poi, e che tutto sarebbe ritornato alla normalità quotidiana.
Io non potevo capire che niente ritorna mai com’era prima e che tutto si muove e cambia, se non viene distrutto.
Io ascoltavo mia madre, che era dolce e saggia e non si arrabbiava quando le facevo sparire i pezzi di legno che mi servivano per i miei intagli.
Lei sapeva che quello era il mio gioco preferito, ora che non c’era più nulla con cui poter giocare. La guerra, piano piano, mi aveva tolto anche quei pochi giocattoli che avrei potuto desiderare, Gesù Bambino era povero, anche lui, e non poteva più farmi trovare balocchi la sera di Natale, ma solo qualche pezzetto di legno.
A noi bambini restava il girotondo che facevamo davanti alla chiesa, ridenti e spensierati, nonostante le brutte cose che accadevano laggiù, oltre la valle.
Potevo ancora fantasticare però, non contava niente, e mi divertivo sognare i paesi lontani che avrei un giorno visitato, da grande sarei andato in capo al mondo, per vedere com’era fatto lontano da Sant’Anna.
Andavo anche a scuola, nonostante la guerra, si cercava di vivere normalmente e a me piaceva tanto la geografia; quelle lezioni che parlavano di sperduti continenti mi lasciavano la mente piena di tante curiosità.

Avrei studiato anche le lingue per poter comunicare con gli altri popoli della Terra, quando fossi diventato grande.
Don Innocenzo, il nostro parroco, mi aveva regalato un dizionario di italiano-tedesco… ma quella era una lingua che mi faceva un po’ paura, come anche i tedeschi.
Ascoltavo i discorsi che si facevano in casa, il babbo bisbigliava, per non farsi sentire da noi bimbi, che avevano incendiato tutte le case, non lontano dalla nostra valle.
I fascisti come i tedeschi cercano i partigiani dappertutto, in paese noi si temeva il Ciro, che era uno sporco traditore – diceva sempre il babbo – bisbigliando:
“Uno sporco traditore e un fanatico!”, ecco cosa diceva, sottovoce, pensando che io non sentissi.
Quando la mamma incontrava il Ciro in piazza, lo salutava però con un sorriso, ma io sapevo che in quel momento, non era sincera, ma aveva solo paura.

Ci hanno uccisi tutti, quel sabato mattina del 12 agosto, così non ho più potuto vedere il mondo e, durante la notte, con gli altri bambini, torniamo qualche volta quassù, a fare il nostro girotondo, davanti alla chiesa: ma non siamo più sorridenti e spensierati.

(Tratto da “L’ultimo girotondo” di Laura Pellegrini)

LA FINE


Se apro quella porta so già che sarà la fine e non mi volterò più indietro. Quante volte ho avuto la tentazione di varcare la soglia di casa e compiere quella deviazione decisiva per dare un taglio netto al passato, a quello che sono stato e che non avrei voluto essere.

Ho così disegnato la fine ma tutte le volte è stato l’inizio di qualcosa che non ho interrotto e che non si è interrotto, concatenazione di remore ataviche che mi hanno impedito di volare e di raggiungere in un punto qualsiasi dell’orizzonte la pace interiore. Il riposo del guerriero non c’è stato e non ci sarà per uno come me che ha sempre lottato per farsi largo nella giungla di una disumana umanità.

Mi sono perso nella fine guardando i tuoi occhi scuri e impenetrabili che mi hanno spiato nell’assenza prima ancora di una presenza, vera e palpabile, che non c’è stata. Una fine interminabile che non è mai stata la fine, come il circuito di un autodromo tracciato apposta per me affinché non potessi uscirne e provare finalmente a viaggiare da solo.

La fine non è la fine quando non sei pronto a ricominciare, come un bambino che non vuole diventare grande, un fiore che non vuole sbocciare, un prato che non vuole rinverdire, il buio che non si fa luce o l’alba di un nuovo giorno che tarda ad arrivare. Storie senza fine, ferme al primo capitolo, che non si sviluppano e restano impresse sulla stessa pagina.

Ma ogni cosa prima o poi finisce, è scritto nel destino di ciascuno di noi, perché è il tempo metafisico a segnare la fine.

Cadranno tutte le resistenze, i dubbi, le esitazioni e tutto ciò che è irrisolto si risolverà e si dissolverà come neve al sole, la pioggia che spazzerà via la polvere e un’altra porta si aprirà per un nuovo domani.

Ora che si avvicina la fine quasi mi commuovo della mia fine, come la terra bruciata dai bombardamenti su Hiroshima. Allora per un lungo istante scese il silenzio, domani sarà lo stesso ma nessuno si accorgerà di questa fine.

Scrive Alberto Moravia ne “La vita interiore” (Bompiani, 1978):

A Hiroshima, dopo l’esplosione della bomba atomica, è rimasta su un muro l’impronta di un corpo umano, come rimane sulla sabbia l’orma di un piede; cioè, un’ombra un po’ più scura dell’intonaco, con una testa, un busto, delle gambe. Il corpo che ha lasciato quest’impronta è stato divorato, annientato dalla vampa. Così io. La tua immaginazione mi ha bruciata, consumata. Alla fine non esisterò più, se non nella tua scrittura, come impronta, come personaggio.”

L’ETERNO


Manca l'eterno nel nostro sentire
giovani amanti noi già prigionieri
di un sogno che non ci fa risvegliare più
E manchi proprio tu
dentro di me tu dove sei?
In qualche via fuori di me


Io voglio camminare insieme a te
oltrepassare tutto quel che c'è
per arrivare in fondo agli occhi tuoi
capire che l'eterno siamo noi


Poeti della stessa malattia
Malati della stessa poesia
Perduti in questa lucida follia
Rapiti dall'eterno che va via
che va via ...
che va via ...

Manca l'eterno nel nostro capire
quando restiamo da soli a dormire
e abbiamo freddo e non c'è quasi niente da dire
E  manchi solo tu
Nei sogni miei solo tu
Nel cielo mio vieni anche tu

Io voglio camminare insieme a te
oltrepassare tutto quel che c'è
per arrivare in fondo agli occhi tuoi
capire che l'eterno siamo noi

Poeti della stessa malattia
Malati della stessa poesia
Perduti in questa lucida follia
Rapiti dall'eterno che va via
che va via ...
che va via ...
che va via …

TRATTO DA "LE PAROLE DEL MIO TEMPO"

IO E FRANCESCO


Si può avere per amico un maschietto ed essere trattata allo stesso modo, anzi peggio? Con Francesco, compagno d’infanzia, delle elementari, delle scuole medie e infine del liceo, è accaduto proprio questo: un’amicizia di lunga data, intima e necessaria, che ha contrassegnato buona parte della mia vita fino a condizionarla, orientarla, plasmarla come si fa con un oggetto di cui si vuole modellare a proprio piacimento la forma, lo spessore, la sostanza.

E’ cominciata così, fin dai primi vagiti, gattonate nel corridoio di casa, lunghe corse sui tricicli e risate a non finire nei pomeriggi svogliati in cui passavamo gran parte del tempo insieme. I nostri genitori, vicini di casa, si frequentavano praticamente tutti i giorni e per un certo periodo io e Checco, il mio Francesco, ci siamo sentiti come un fratello e una sorella, figli della stessa famiglia.

Devo dire che fino a quando eravamo bambini questa fratellanza mi stava anche bene. Giocavamo agli indiani, ingaggiavamo lotte estenuanti per misurare la nostra forza, mi sono persino travestita da Zorro per sfidarlo a colpi di spada ma era un modo per fargli piacere, per assecondarlo, lasciarlo vincere qualche volta per compiacermi dei suoi sollazzi.

Invece che preferire le bambole, facevo collezione di soldatini e poi con Francesco passavo ore intere a giocare alla guerra, a inventarmi strategie per abbattere il nemico, a gridare a squarciagola quando vincevo e a godere quando vedevo la faccia del mio compagno mogia e affranta.

Questi giochi d’infanzia, ma soprattutto la mia amicizia con Francesco mi aveva resa un vero e proprio maschiaccio e forse è stato per questo che negli anni successivi il mio amico ha continuato a trattarmi come se fossi davvero come lui, cioè un maschio di sana pianta nonostante nel frattempo stessi diventando una donna con esigenze che sentivo diverse ma che ho dovuto reprimere per stare, come dire?, al suo livello e non deluderlo.

Crescendo, durante l’adolescenza, mi sono sorbita le confidenze di Francesco che mi raccontava di questa o di quella tipa tutta tette e con un fisico da mozzafiato che gli faceva il filo. A volte scendeva in particolari anche imbarazzanti di cui facevo finta di niente per non spezzare quella grande complicità che si era creata tra noi. Eravamo due facce della stessa medaglia, due monellacci che si divertivano a prendere in giro la gente, a correre nei parchi e nei sentieri accidentati con le nostre mountain bike che avevano preso il posto dei nostri tricicli.

Dai racconti piccanti, parolacce proferite senza riserve, Francesco era passato del tutto spontaneamente alla gestualità colorita che non disdegnava di mostrare: una volta ad un fast food, complice anche qualche birra di troppo, si era complimentato per una mia battuta con una sonora pacca sulla spalla che mi aveva fatto andare di traverso la bibita che stavo sorbendo dalla cannuccia.

Insomma due amici per la pelle, un corpo e un’anima come direbbe una famosa canzone degli anni ’70, osmosi di pensieri, stati d’animo, di emozioni che provavamo anche quando eravamo distanti come succede per certe telepatie sensoriali, certi legami invisibili che persistono e sembrano durare in eterno.

Ma tutto questo non mi bastava più. E’ successo quando la mia femminilità, fino a quel momento repressa come una guaina che si tiene ben stretta per comprimere il grasso cutaneo, ha preso il sopravvento e ho cominciato a guardare Francesco con occhi diversi. E’ stato questo sguardo, tipico di una donna che smette di essere una bambina, a far mutare le mie aspettative verso un’amicizia che si stava trasformando, almeno per me, in un amore forte e inconsolabile. Ma non sapevo che da lì a poco avrei decretato la fine della nostra amicizia.

Francesco continuava a trattarmi come un amico, un compagno di giochi e di avventura senza minimamente intuire che stessi cambiando e volessi che anche lui mi guardasse con i miei stessi occhi. Nulla da fare, non mi vedeva che come un maschiaccio grazie anche al mio fisico che, a dispetto della mia femminilità, presentava connotati di virilità: longilineo, un po’ tozzo, seni piatti come una sogliola e ciuffi di peluria sparsi qua e là su di un tessuto cutaneo grezzo e indelicato.

Un giorno ho voluto fare un esperimento. Mi sono detta: se per Francesco non sono altro che un’amica vorrà dire che sarò io ad essere esattamente come lui mi vede, un uomo anche nell’aspetto e nelle fattezze. E’ stato così che sono diventata… Guido, uno sportivo, e precisamente un giocatore di tennis che ha preso a frequentare lo stesso club di Francesco.

La trasformazione, merito anche del mio fisico, è stata semplice: capelli cortissimi, occhiali da sole, peluria sul mento a mo’ di barbetta e un cappellino con una visiera inclinata verso gli occhi giusto per evitare di essere riconosciuta. Ci crederete? Francesco non si è accorto di nulla e ha voluto sfidarmi in lunghe partite di tennis in cui ne uscivo quasi sempre vincitrice. Per lui ero Guido e, fatto ancor più strano, non riusciva ad arrabbiarsi per le sconfitte come invece accadeva con me nei giochi d’infanzia e dell’adolescenza.

Ora Francesco mi guardava con occhi diversi ma questo anziché lusingarmi mi procurava turbamento, instabilità emotiva e soprattutto il sospetto che non fossi per lui quello che io desideravo, ovvero Vania, la sua amica del cuore che nel frattempo si era trasformata per amore e che sperava, quasi per miracolo, di essere riconosciuta e amata allo stesso modo.

Non è andata così. Per Francesco ero Guido, un amico speciale, direi fin troppo. Una volta, dopo l’ennesima partita a tennis, mi ha seguita negli spogliatoi e con una scusa ha cercato di baciarmi. Sono scappata via terrorizzata perché sapevo che non era me che voleva ma la persona in cui mi ero trasformata.

Io ero diventato Francesco.
Francesco era diventato me.

IO E FRANCESCO

Racconto di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale)

Tutti i diritti riservati

GLI OCCHI DI MIA MADRE


Erano grandi da specchiarmi dentro e trovarci tutto l’amore possibile, sentinelle attente sui miei passi incerti verso la vita. Lacrimanti o gioiosi, parlavano più di quanto le parole, semplici e rudimentali, non riuscissero ad esprimere.  Erano belli gli occhi di mia madre.

Se c’è uno sguardo che ci portiamo dentro fino alla fine dei nostri giorni è quello dei nostri genitori e più ancora di chi ci ha messo al mondo, perché quel cordone ombelicale non si spezza mai, nemmeno quando viene reciso al momento del parto.

Sentiamo questo sguardo anche quando non lo vediamo, a volte ci condiziona, altre ci conforta e ci orienta come una bussola senza la quale ci sentiremmo smarriti, indifferentemente adulti o bambini perché non si smette mai di essere gli uni o gli altri a dispetto dell’età che avanza.

Gli occhi di mia madre sono gli occhi del mondo che ci costruiamo e che ci guarda come un Grande Fratello, perché nessun segreto può essere tenuto nascosto se a captarlo sono gli occhi più importanti del nostro tempo.

Gli occhi di mia madre sono gli occhi dell’amore, voluto, ambìto, desiderato, come quando si ha sete e si cerca acqua dalla sorgente più pura per rigenerarsi. Sono gli occhi che restano vivi nel nostro ricordo, l’immagine che non si cancella e che ci portiamo dentro di noi per sempre.

Gli occhi di mia madre sono gli occhi che ci osservano in silenzio qualunque sia la direzione che imbocchiamo, il luogo in cui ci troviamo, gli affetti o le solitudini da cui siamo circondati. Sono presenze che vanno oltre la percezione delle distanze, il tempo che passa e che cavalca le nostre rughe, il nostro corpo che cambia e che s’inclina per la stanchezza.

Quali parole, all'indomani della festa della mamma, si possono dedicare alla donna più importante della nostra vita? Tante o nessuna perché non c’è parola che possa esprimere veramente tutto l’amore che serbiamo per lei, quell'amore di cui ci nutriamo durante il nostro cammino.

Solo gli occhi, quelli che s’incrociano e si toccano nell’anima possono farlo.

Gli occhi di tutte le madri.

Gli occhi belli di mia madre.


Auguri a tutte le mamme del mondo (e oltre)!




L’INDIFFERENTE


Sono refrattario a qualsiasi dolore, guardo il mondo dall'alto e non mi volto mai indietro. Per la gente sono un mostro insensibile e senza compassione, un concentrato del Male assoluto racchiuso in un essere pensante abietto ed implacabile. Un giudizio tutt'altro che onorevole che tuttavia mi lusinga e mi procura maggiore forza e capacità di propugnare sofferenza ed infelicità.

Da quando sono così? Dai tempi della scuola, esattamente da quando ho studiato che due corpi opposti e di eguale intensità si annullano a vicenda creando un punto di equilibrio fermo ed assoluto. E’ stato allora che ho amato il mio professore di Fisica, un vecchio decadente che è diventato il mio alter ego segnando definitivamente la mia esistenza.

Ho messo in pratica questo principio con dedizione quasi maniacale: ad un’offesa, un dolore, un fatto spiacevole, ho reagito allo stesso modo, ovvero con una contro-offesa, un altro dolore della stessa specie, un’azione uguale e contraria come avveniva con la legge del taglione all’epoca dei Romani. Non mi sono emozionato più e non ho più sofferto, non ho più gioito ma nemmeno pianto. E’ stato così che sono diventato agli occhi degli altri e di me stesso un essere del tutto indifferente.

Ho un’azienda tessile che si occupa di camicie, maglierie e cravatte di seta pura. Sto attento all’andamento della produzione, ai costi e ai ricavi come il più puntiglioso dei ragionieri. Non ammetto nessuna perdita e se all’orizzonte intravedo un possibile disavanzo mi dedico alla mia attività preferita, quella che mi procura sollazzo e sadica soddisfazione: il licenziamento.

I costi del personale incidono non poco nella mia azienda e quando ne ho l’occasione non perdo tempo in inutili piani di stabilizzazione, prestiti bancari a tassi altissimi per mantenere la stessa forza lavoro col rischio di chiudere i battenti e fallire miserevolmente. Guardo con fiducia all’Oriente dove la manodopera è molto più competitiva e come un sarto accorto e meticoloso comincio a tagliare la “stoffa” superflua.

Così convoco nel mio ufficio le teste umane che sono diventate per me inutili e dispendiose, calcolo la buonuscita in misura proporzionale alle perdite stimate e, come la teoria dei corpi respingenti, ricavo l’attivo con lo stesso ammontare.

E’ il turno di Bonifacia, una camiciaia che ho assunto due anni fa, bravina ma un po’ lenta per il target di produzione che mi sono prefissato. Si siede davanti a me pallida ed intimorita, come una donnetta delle pulizie che sa di essere rimproverata per qualche magagna nel suo lavoro.

Bonifacia Tagliavento, è questo il suo nome, vero?
Sì dottor Fermi, perché mi ha fatta chiamare? Ho fatto qualcosa che non va?
Stia tranquilla e si rilassi. Vuole un caffè? Un cappuccino? Una brioche?

Bonifacia fa cenno di no con la testa, un atteggiamento che mi ricorda i terroni di qualche paesino sperduto del Sud Italia e questo m’incoraggia nel discorsetto che sto per fare. Mi alzo e comincio a girare intorno alla scrivania mentre la malcapitata mi segue preoccupata con lo sguardo. Ripeto la solita tiritera dell’azienda in crisi e dei sacrifici che, mio malgrado, sono costretto a chiedere per evitare il fallimento. Annuncio infine la mia decisione di licenziarla per il bene dell’azienda avendo cura di modulare il tono della mia voce come se fossi profondamente dispiaciuto.

Dottor Fermi, la prego, non mi licenzi. Non ho nessuno al mondo e se perdo questo lavoro sono rovinata.”
Purtroppo non posso fare altro. E’ una decisione dolorosa ma inevitabile.”
La prego …”

Bonifacia mi prende la mano e mi guarda con occhi supplichevoli. Penso che tra un po’me la bacerà come se fossi un prete o un uomo di chiesa a cui implorare indulgenza e benevolenza.

Signorina Tagliavento, non faccia così …”
Sono disposta a tutto pur di rimanere in questa azienda.” Con il pollice mi strofina delicatamente la mano e ripete: “A tutto, capisce?

Mi piacciono le donne formose e in carne, forse per un atavico ricordo che mi vede me bambino tra le braccia possenti di mia madre nell’atto di succhiare il latte dalle sue floride mammelle. Bonifacia è mingherlina e senza forme come un encefalogramma piatto, non è il mio tipo.

Signorina Tagliavento, la prego, si ricomponga.”
Ma proprio non le piaccio?

Ci manca pure che adesso si spogli e mi salti addosso, penso preoccupato.

E’ molto carina ma non so come dirglielo. Diciamo che... ho altre preferenze sessuali.”

Fandonia bella e buona ma mi è servita per respingere le avances della donna in maniera definitiva e senza appello. Per Bonifacia è stato come un albero che si abbatte nella tempesta. L’ho vista alzarsi e dirigersi verso la porta, mogia e rassegnata come un animale che si rintana senza aver afferrato la sua preda.

Esco dall'ufficio e vado al parcheggio dove mi attende la mia moto, bella e lucida come uno specchio. Impugno il manubrio e percorro a gran velocità le strade della città con il vento in faccia, caldo e delicato. A cosa penso? A niente, ho rimosso tutto dalla mente: la disperazione di Bonifacia, il mio finto dispiacere, tutto si è annullato con un’azione uguale e contraria.

Imbocco la superstrada e spingo con l’acceleratore. 180, 200, 220, provo a sfidare il vento e penso che non mi succederà niente se riesco a mantenere in equilibrio il rapporto tra la forza eolica e la velocità della mia moto. Tutto si annullerà come sempre, penso convinto, ma stavolta non ho fatto i conti con i particolari.

Ad una curva perdo il controllo e sono scaraventato sul guard rail di una piazzola di emergenza con la moto che vedo frantumarsi come un giocattolo a poche centinaia di metri da me. L’impatto è violentissimo, sento che sto per perdere i sensi.

Qualcuno mi aiuterà”, penso tra me prima di chiudere gli occhi. Sull’asfalto le macchine sfilano a tutta velocità e nessuno si ferma. Come un corteo, proseguono nella loro corsa fin dove il viaggio le porterà.

Impietose, fuggevoli, indifferenti.

L’INDIFFERENTE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I personaggi e i fatti narrati sono puramente inventati)