UN UOMO DA LETTO

E’ uno dei testi delle mie canzoni più dirompenti e reazionari di un’epoca, quella degli anni ’80, in cui l’inquietudine giovanile post-sessantottina si misurava col disincanto e con le prime avvisaglie di un futuro senza più valori di riferimento.

Un uomo da letto”, fotografa l’incapacità di uscire da un target precostituito per affrontare (e superare) il malessere interiore al cospetto di una società consumistica che non “vede” e non “ascolta”.


Ecco il testo:


E mi ritrovo così con la solita definizione
senza nessuna speranza di salvarmi da questa finzione
che dura da tempo e come gli anni non si ferma mai
Che strano il mio nome il mio mito che sai!

E sono un uomo da letto getto orgasmo e più non smetto
un uomo da letto con tanti difetti e poco rispetto
un uomo da letto senz'anima e senza ribellione
ed amo e respiro così senza parole

Ma che stupida sera respirata male!
Non ho più il coraggio di guardarmi allo specchio
Chissà mai perché mi sento stanco e più vecchio?
Stupida canzone nascosta in fondo al cuore!

Il peccato lascia tracce nere nel mare
ma l'innocenza si fa santa quando vuole Dio
Intanto mi spingo dentro grido al vento "Sono mio!"
Io quell'uomo l'ho lasciato per le vie del passato

Ma il mio corpo non va giudicato così solo per questo
Ho un'anima nascosta che vale e che mi rende diverso
Prova amico a volare inventa due ali e un istinto
lascia la tua fantasia non darti per vinto

Dove sei uomo? Non mollare! Perdono!
Dove sei uomo? Non voglio piangere lo giuro!
Resta un po’ con me amica non andar via vita!
Io una speranza vera non l'ho mai avuta

L'innocenza si fa santa quando vuole Dio
qui c'è orgoglio e penitenza sono io sono mio
e il peccato lascia tracce nere nel mare
Ma che stupida sera respirata male!

(Dall'album “Malinconico digiuno”, 1981)

                                    (TRATTO DA “LE PAROLE DEL MIO TEMPO”)

LE VIE DELLA LETTURA SONO INFINITE

L’anno appena trascorso si è concluso con una buona notizia per gli amanti della lettura.

Secondo l’ultimo rapporto CENSIS (“Centro Studi Investimenti Sociali”) del dicembre 2013, gli italiani stanno imparando a leggere un pò di più, grazie soprattutto al digitale.

Infatti, se da un lato la flessione della carta stampata non accenna a diminuire (-2% i lettori dei quotidiani a pagamento, -4,6% la free press, -1,3% i settimanali), dall'altro si registra un significativo aumento dei portali web di informazione (diversi dai più noti quotidiani online) che contano l’1,3% di lettori in più rispetto all'anno precedente.

Nel campo letterario, il CENSIS segnala una ripresa della lettura dei libri (+ 2,4%) dopo la grave flessione dell’ultimo anno, “benché gli italiani che hanno letto almeno un libro nell'ultimo anno sono solo il 52,1% del totale.” Ottima l’ascesa degli e-book che raggiungono un’utenza del 5,2% (+ 2,5%).

Sono dati che indubbiamente confortano, ma una riflessione comunque s’impone. Oggi procurarsi “qualcosa da leggere” è molto più facile di una volta. Basta collegarsi ad internet ed ecco che le vie della lettura si aprono … infinite: notizie di ogni genere, curiosità, gossip, libri e quant'altro giungono alla portata del lettore in maniera semplice e immediata, immune da qualsiasi filtro o controllo.

Il problema sta proprio nell'espressione “qualcosa da leggere” che per la sua genericità paventa il rischio, tutt'altro che remoto, che le notizie acquisite siano false, tendenziose e fuorvianti, in una parola  ben lontane dalla qualità dell’informazione

Un tempo ci pensavano gli editori dei libri o della carta stampata ad operare una selezione di quanto veniva proposto per la lettura, anche se il risultato non sempre obbediva a criteri di correttezza e di obiettività. Oggi la figura dell’editor è divenuta quasi anacronistica essendo stata letteralmente surclassata dal “bricolage” della notizia o dal “fai da te”.

Pubblicare un libro, ad esempio, è molto più facile di quanto avveniva fino a qualche anno fa. C’è il “Self-publishing”  attraverso il quale l’autore diffonde la propria opera controllando e gestendo tutte le fasi della “filiera”: dalla produzione al consumatore, ovvero al lettore.  I vantaggi sono indubbi, soprattutto in termini di costo, ma il risultato finale non sempre assicura la qualità dello scritto.

Certo, attraverso l’auto-pubblicazione è possibile affidarsi all'editing, ovvero alla correzione delle bozze, che le stesse società pseudo – editrice propongono agli autori, ma l’autorizzazione alla stampa o alla divulgazione del formato digitale dell’opera viene quasi sempre concessa pur senza osservare questo passaggio.

Ed ecco che fiumi di libri s’immettono nei canali del web senza alcun argine di resistenza. Poco importa degli svarioni grammaticali, degli errori di punteggiatura, delle “o” scritte con l’acca e via dicendo. Il contenuto prevale sulla forma (ma spesso non risulta mai vincente) e il linguaggio si evolve (o si involve)  aderendo alle nuove espressioni del linguaggio digitale anarchiche e … “a stile libero”.

Vero è che in questo marasma è colpevolmente assente il coraggio di investire nella cultura, soprattutto da parte di quegli editori poco avvezzi a farlo e molto più propensi a far ricadere sugli autori esordienti i rischi e i costi della produzione, promettendo loro un futuro radioso ma destinato a dissolversi e a rabbuiarsi con … il calar della sera.   

Meglio allora l’auto-gestione con tutti i rischi, le incertezze e le variabili impazzite del mondo digitale che accoglie, apparentemente senza riserve, l’infinta produzione di libri e di scritti.

Per molti, moltissimi, caleranno presto le tenebre dell’oblio.

Solo per pochi sarà vera gloria.

SE QUESTO E’ UN UOMO

Questa bellissima poesia di Primo Levi, tratta dall'omonimo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1947, racchiude in sé l’essenza dell’opera, un mosaico di sensazioni e di stati d’animo che accompagnano l’esperienza  vissuta dall'autore nel campo di concentramento di  Auschwitz.

E’ un manifesto-denuncia di come la cattiveria, la crudeltà e la sopraffazione possano trasformare un uomo in una cosa, nullità del proprio essere che indigna e che fa vergognare.

La sopravvivenza del ricordo, messaggio sublime e catartico di questi meravigliosi versi, è un monito perenne per allertare le coscienze affinché non si dimentichi ciò che è stato raccontato, ciò che è stato vissuto in prima persona e trasferito ai posteri come eredità storica e contemplativa.

Come si sa, il 27 gennaio è la data in cui si celebra la Giornata della Memoria istituita oltre un decennio fa con la legge 20 luglio 2000 n. 211 per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Al di là delle celebrazioni che sono sempre ben gradite e apprezzate, credo che il ricordo di questi scempi debba essere non solo istituzionalizzato ma anche e soprattutto interiorizzato nelle nostre coscienze affinché vi siano infiniti giorni della memoria a cominciare dal nostro agire quotidiano per finire alle decisioni dei potenti, molto spesso “smemorati” e pronti a scalciare … la polvere del ricordo.

 I vostri nati torcano il viso da voi …”

SE QUESTO E' UN UOMO
(PRIMO LEVI)
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”

VECOLI, IL GIOCO SERIO DELLA SCRITTURA

Il potere logora chi non ce l’ha …”, soleva dire Giulio Andreotti in tanti passaggi della sua lunga vita di politico e di comunicatore. Leggendo le opere di Stefano Carlo Vecoli, autore toscano con la passione per la pittura, si direbbe proprio il contrario.

Sia ne “Il pranzo dei Burlanti” che ne “Il pezzente di Denari”, Vecoli non usa mezzi termini per denunciare le malefatte del potere, dimostrando come il suo (cattivo) esercizio faccia impoverire le idee e rendere inique e destabilizzanti le politiche di governo.

Allora soggiunge in soccorso la scrittura, il vero e unico potere per affermare la forza delle idee (quelle buone), perché: “il piacere della scrittura è un gioco serio per raccontare storie ed emozioni.”

Nato a Viareggio, splendida cittadina toscana, Stefano Carlo Vecoli, -di professione architetto e docente di disegno e storia dell’arte-, ha un curriculum di tutto rispetto.
Nel 2007 si aggiudica il concorso “Firenze, Capitale d’Europa” con il romanzo Il pranzo dei Burlanti”, ed è primo al concorso “Le Agavi Panormus” con il racconto “Ogni mela al suo posto”. Nel 2010 vince l’“XI° Concorso Letterario San Mauro – Buscate”  con il racconto Cercando un decalogo.
Con “Il Pezzente di Denari” riceve una segnalazione di merito al Premio Letterario Città di Cattolica (2009), mentre i racconti “Starnazzatori” (2007) e “Dolci Sensazioni” (2008) sono pubblicati, rispettivamente, nei “Racconti della Rete 2007”, e nell'antologia del premio “Città di Empoli Domenico Rea”.
Nel 2013 pubblica “Crescevano Sogni, Fiorivano Eskimi”.

Vecoli (nella foto di Sebastian Korbel) inizia a raccontarsi in questa lunga intervista e lo fa a tutto tondo ...

IO: La tua formazione di architetto quanto ha influito nel tuo percorso verso la letteratura?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che la formazione e la professione di architetto ha influenzato per l'attenzione ai particolari e all'insieme, in uno scambio prospettico reciproco.  Nella narrazione mi porta a porre un'attenzione particolare alle città, ai loro monumenti, agli angoli più caratteristici, più o meno conosciuti, del paesaggio urbano, descrivendone le sensazioni che provocano i loro colori e profumi. Non ultima la mia formazione di architetto credo si possa intravedere nella "impaginazione" delle parole, dove spesso amo costruire la descrizione con una "scrittura  in verticale" per lasciare spazi bianchi e far risaltare il pezzo scritto per catturare meglio l'attenzione del lettore.

IO: Hai dichiarato che “il piacere della scrittura è un gioco serio per raccontare storie ed emozioni.” In queste parole ravviso due termini significativi: il “gioco” che evoca la creatività e la spontaneità e l’aggettivo “serio”che sembra proiettarle sul piano dell’impegno sociale e della meditazione. E’stato così per te?

STEFANO CARLO VECOLI: Sì, direi che la tua domanda centra perfettamente cosa intendessi dire quando, fin dal primo romanzo, ho affermato che per me la scrittura è un "gioco serio": un modo creativo per parlarsi dentro e parlare a chi, e con chi, abbia voglia e interesse ad ascoltare e a confrontarsi con le problematiche che la vita presenta a tutti. Dall'impegno sociale, politico, all'amore e all'amicizia, all'etica e alla lealtà verso se stessi e i proprio sogni e ideali.

IO: Hai vissuto l’esperienza degli anni settanta contrassegnata dalla contestazione giovanile, dalla rivoluzione etico-culturale ma anche dai cc.dd. “anni di piombo”. Com'è cambiata, secondo te, l’Italia di adesso rispetto a quella di allora?

STEFANO CARLO VECOLI: L'Italia è cambiata tanto, ma insieme alle conquiste sociali e culturali degli anni settanta, penso allo statuto dei lavoratori, alle leggi sul divorzio, sull'aborto e sul diritto di famiglia, è riaffiorato dagli anni "80, e via via è divenuto preponderante, il mai dimenticato e opportunistico  "Francia o Spagna purché se magna", o quello ancora peggiore del "Me ne frego" di triste memoria, il tutto declinato nella salsa Berlusconiana decorata con lustrini e lamè, delle TV commerciali e degli ideali edonistici  incarnati da calciatori e veline. C'è però sempre, magari meno appariscente ma numerosa e presente, un'Italia dedita all'impegno sociale, al volontariato, all'attenzione verso gli altri, direi anche all'onestà e all'etica, che è sempre stata minoritaria ma forse chissà che questa crisi, che è sì economica ma anche morale, non sia capace a far ripensare e rivedere i modelli poc'anzi richiamati, e magari riuscire a ripartire per e con una Italia migliore.

IO: I personaggi narrati ne “Il pranzo dei Burlanti” e  ne “Il pezzente di Denari”, giunti all'età di mezzo, quanto si sono “arricchiti” della propria esperienza giovanile o quanto, piuttosto, hanno disimparato dalla spinta “idealistica” e del cambiamento degli anni della contestazione?

STEFANO CARLO VECOLI: Credo, volendo semplificare, che ci siano due tipi di personaggi in questi due romanzi e pure nella realtà: gli "ingenui", e sono la maggioranza, che credevano e hanno continuato a credere  in quegli ideali, magari pur nel disincanto della storia che avanzava, e poi i furbi, gli arrivisti. i "carrieristi" che già negli anni "70 sapevano che dal loro impegno politico potevano trarre vantaggi, arricchirsi e far carriera, politica e/o professionale, e sono tutti quelli che io ho chiamato "Burlanti", già ben prima del libro "La Casta" di S. Rizzo e G.A. Stella, e che rappresentano la casta di sinistra in quel pezzo d'Italia così bello che  è la Toscana, ma che naturalmente esistono in tutte le altre regioni e forse in tutte le epoche e in tutto il mondo.

IO: E’ la politica che corrompe o ad essere corrotta dalle persone?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che è la politica vista come luogo del "Potere" che corrode, la permanenza nei luoghi di potere, senza ricambio di classe dirigente porta al mantenimento e all'incancrenirsi dello status quo. Credo che per prima la sinistra, se vuole cercare non a parole di essere diversa e migliore, dovrebbe battersi perché dai luoghi del "Potere" si decada automaticamente, altrimenti la voglia di permanere sulle poltrone acquisite porta inesorabilmente a scambio di favori tra politicanti, clan, logge, "segrete stanze" ecc, fino anche alla corruzione, come purtroppo abbiamo visto e verificato di continuo,  ad ogni latitudine e ed in ogni partito politico.

IO: Nel 2013 hai pubblicato “Crescevano sogni, fiorivano eskimi”. Parlaci un po’ di questa tua ultima “fatica”.

STEFANO CARLO VECOLI: E' un romanzo a cui tengo molto, parla degli anni della mia adolescenza, dei tanti sogni e speranze che hanno emozionato e coinvolto una intera generazione. Un romanzo anche sofferto nel rivivere non solo i sogni di quegli anni, ma anche le violenze che li hanno accompagnati. Un romanzo come dice nella prefazione Luciano Luciani <forse non "politicamente corretto”, ma “politicamente utile”: da criticare, magari; da restituire al mittente, se credete; ma assolutamente da leggere>.

IO: L’innocenza “inquinata” dall'iniziazione nella vita sociale sembra trapelare in molti tuoi scritti. E’ un messaggio forte e crudo che condividi o che pensi di rivedere alla luce della tua esperienza?

STEFANO CARLO VECOLI: No, lo condivido ancora, purtroppo. Fa parte dell'Italia clientelare, spesso corrotta, come dicevo poc'anzi "governata" da confraternite, logge, clan, gruppi di pressione dentro e fuori i partiti, che lasciano poco spazio all'individuo che vuole rimanere libero e non iscritto, né assoggettato a nessuno di questi "Poteri".

IO: Hai ricevuto diversi premi e riconoscimenti letterari. Quale di questi ti ha maggiormente gratificato?

STEFANO CARLO VECOLI: I premi naturalmente piacciono tutti, grandi e piccoli che siano, danno un riconoscimento al tuo lavoro. Direi che comunque mi hanno colpito i premi ricevuti per i miei primi tre racconti, non tanto perché li preferisco, ma perché li scrissi in anni giovanili, intorno ai 25 anni, poi li lasciai in un cassetto, anzi addirittura in cantina e lì sono rimasti ad invecchiare come  il vino. Una volta tirati fuori è stato bello e gratificante scoprire che dopo circa 25/30 anni fossero ancora considerati attuali e apprezzati con vari premi.

IO: L’arte pittorica e la scrittura hanno in comune la proiezione nella realtà della propria immaginazione. In cosa si differenziano?

STEFANO CARLO VECOLI: Direi che quando scrivo esploro i miei pensieri e scavo dentro la mia storia personale e dell'Italia che ho vissuto, è un lavoro più intimistico, di riflessione e rielaborazione. Quando dipingo invece c'è più istintività, è un girovagare allegro tra le mie emozioni, il piacere per il colore mi coinvolge nel tempo stesso in cui "faccio" il quadro. Poi anche nella pittura la mia razionalità, direi il mio essere architetto, viene fuori come progettualità mentre il quadro cresce e si sviluppa, ed allora  alle prime pennellate spontanee, quasi inconsce,  si aggiungono le rifiniture più studiate e "progettate".

 IO: Quali altre passioni coltivi?

STEFANO CARLO VECOLI: Beh direi che  scrittura e  pittura siano già grandi passioni, naturalmente oltre a scrivere amo leggere, così come oltre a dipingere amo andare a vedere opere di altri artisti sia moderni che antichi. Se proprio vogliamo aggiungere qualche altra passione direi che con piacere, come penso tutti, amo ascoltare musica e magari frequentare quei locali dove si può ascoltare musica dal vivo di buon livello. Da italiano e toscano naturalmente amo la cucina tradizionale e mi diletto a cucinare.

IO: C’è qualche autore in particolare cui ti sei ispirato nelle tue opere?

STEFANO CARLO VECOLI: Non direi di avere un autore privilegiato sia nella letteratura che nella pittura. Posso dirti che le mie letture sono state imperniate sui classici: da Manzoni a Herman Hesse, da Calvino a Moravia a Pratolini, a Marquez a Kerouc, insomma un pò di letteratura italiana e di quella internazionale. Per la pittura e l'arte in generale, in Italia e in Toscana, si è naturalmente circondati e coinvolti dalla grande pittura di tutti i secoli,  entra nel nostro DNA. Crescendo si conoscono, si studiano e si amano i movimenti europei degli ultimi due secoli, cosicché tutto e tutti ti lasciano dentro qualcosa che poi torna fuori mediato dalla tua sensibilità. Amo molto i pittori "visionari": da Savinio, a Bosch, a Mirò, e rimango incantato di fronte a: Rosso Fiorentino, al Pontormo e al Bronzino, e a tanti e tanti altri.

IO: Cosa pensi della letteratura digitale che è in forte espansione rispetto a quella tradizionale del cartaceo?

STEFANO CARLO VECOLI: Ne penso sicuramente bene, come hai visto ho pubblicato il mio ultimo romanzo in ebook e print on demand, e ripubblicato gli altri due allo stesso modo. Ho messo in rete, sul mio canale youtube, il booktrailer di "Crescevano sogni, Fiorivano eskimi". Il digitale è, come ogni mezzo e strumento tecnico, una opportunità per gli scrittori e per i lettori, ma forse  è anche più di uno strumento, è un modus operandi dello scrittore che può cambiare anche il rapporto con il lettore, e viceversa. Dico una ovvietà ma rappresenta certamente il futuro della editoria.

IO: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

STEFANO CARLO VECOLI: Nei prossimi mesi mi dedicherò alla presentazione e divulgazione di questo mio ultimo romanzo, e porterò ancora in giro la mia mostra "Presenze Immaginarie", e intanto sto preparando nuovi lavori di pittura e grafica per una nuova esposizione alla fine del 2014 o inizio 2015.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

STEFANO CARLO VECOLI: Per quanto riguarda le pubblicazioni sono sul sito http://www.lulu.com/spotlight/stefanocarlovecoli per poterle acquistare, su Amazon libri, mentre i miei quadri potete vederli al mio sito www.stefanocarlovecoli.it , nel quale troverete anche i miei indirizzi per contatti che saranno da me sempre graditi Ho inoltre un canale YouTube: http://www.youtube.com/user/stefanocarlovecoli .


IO: Grazie per l’intervista. A presto rileggerti per tanti altri successi.

LA SCRITTURA CREATIVA

Si sente spesso parlare, soprattutto da parte degli operatori del settore, di scrittura creativa, ovvero di quella particolare “scuola professionale” rivolta agli scrittori, poeti, giornalisti e appassionati della “penna” in genere, con l’obiettivo di fornire loro metodi didattici per scrivere meglio.

Nata in America agli inizi del secolo scorso (Paese antesignano per eccellenza), la scrittura creativa si è poi sviluppata in tanti altri paesi d’oltreoceano, giungendo in Italia solo a metà del 1980.

Punto cardine della scuola è quello di orientare l’ispirazione verso un uso più consapevole e guidato dei principali elementi della scrittura: l’impostazione, lo stile, lo sviluppo della narrazione, vengono proiettati sul piano della migliore tecnica espositiva e contenutistica allo scopo di catturare (e sensibilizzare) maggiormente l’interesse del lettore.

I metodi didattici più diffusi, come la costruzione della trama, l’intreccio, i dialoghi e i profili dei personaggi, sono stati mutuati persino nelle pratiche d’insegnamento scolastico, a partire dall'istruzione primaria. In questo modo i bambini apprendono le tecniche per l’elaborazione dei temi o, più semplicemente, per la comprensione dei testi narrativi.

Forse sarò una voce fuori dal coro, ma guardo con sospetto a queste tecniche guidate della scrittura, soprattutto se ad applicarle sono gli scrittori.

Ben venga, sia chiaro, qualsiasi  metodo diretto ad aiutare o supportare il lettore nella comprensione di testi o articoli. E di questi tempi, con ciò che si legge in giro sarebbe anche auspicabile per decifrare quello che in molti casi è indecifrabile.

Ma per gli scrittori, ovvero per i promotori della scrittura, il discorso è diverso. La spontaneità delle idee, l’ispirazione, la trasformazione in parole di ciò che promana dal proprio stato d’animo, mal si conciliano con la necessità di doverle pianificare o decodificare con un linguaggio, tecnicamente ineccepibile, ma pur sempre “costruito” ed “orientato”.

E’ vero che circolano in giro tanti libri “brutti” o scritti male, ma è pur vero il contrario: vi sono romanzi tecnicamente “perfetti”ma non altrettanto per il contenuto, che vengono portati al successo solo grazie ad una capillare e strategica campagna pubblicitaria.

Credo che il miglior metodo per scrivere bene (e meglio) sia dato proprio dall'esperienza della lettura. Vi sono tanti scrittori che leggono poco non considerando che il confronto con altri autori è invece indispensabile per arricchire la propria esperienza a mo’ di esempio.

Pensate che Dante, Manzoni, Leopardi e tanti altri celeberrimi autori avessero frequentato corsi di scrittura creativa? Eppure hanno realizzato dei veri e propri capolavori che sono ancora oggi apprezzati da tutto il mondo.

E’ quindi un problema culturale che va sviscerato e risolto attraverso l’incentivazione alla lettura, meglio ancora alla buona lettura.

Guardo con favore, ad esempio, alle iniziative di molte biblioteche statali o comunali dirette a promuovere l’educazione alla lettura. Tra queste:

  • quelle rivolte alle scolaresche per stimolare gli studenti  alla lettura;
  • le visite dedicate per illustrare il funzionamento delle biblioteche, con particolare riferimento agli strumenti offerti per la lettura, come il prestito bibliotecario, o di sviluppo delle nuove tecnologie per l’acquisizione di libri digitali (cc.dd. “e-book”), accompagnate dall'utilizzo più responsabile dei social network più diffusi;
  • gli incontri qualificati con autori locali e non, mirati non solo alla presentazione dei propri libri ma anche e soprattutto alla promozione della cultura quale leva portante per la crescita della società civile;
  • le campagne di promozione della lettura coinvolgendo in particolare gli adulti allo scopo di creare una sorta di “effetto emulativo” (spesso se i bambini leggono poco è perché fanno altrettanto i propri genitori).
Insomma prima ancora di scrivere, sarebbe meglio leggere. E chissà che la buona scrittura creativa non venga da sé …

STEFANO MANCINI, INVIATO MOLTO SPECIALE …

Giornalista con licenza di … scrivere libri, Stefano Mancini è un autore molto promettente che ha sviluppato nel corso della sua giovane carriera di scrittore una particolare propensione per la letteratura fantastica.

E’ un genere, -come lui stesso commenta-, che gli permette di spaziare nei mondi infiniti della fantasia, che poi non sono mai così contrapposti alla realtà. Tra l’immaginazione e la concretezza del vivere quotidiano vi è sempre un anello che li ricongiunge e li accomuna in quello che è semplicemente un modo di essere e di “raccontare” la vita.

Classe 1980, Stefano Mancini è nato a Roma, dove vive tuttora. Nel 2004 si laurea in giornalismo iscrivendosi all'Ordine l’anno dopo. Ma la sua passione per la scrittura esplode, dirompente, subito dopo gli studi pubblicando nel 2005 “Il labirinto degli inganni” e nel 2010 “La spada dell’elfo”.

Le paludi d’Athakah” è il suo terzo romanzo che ha ottenuto già molti consensi tra i lettori.

Lo incontro sulla via “internauticaComo - Roma e subito si racconta con una cronaca di se stesso senza mezzi termini, come un inviato molto speciale


IO: Sei un giornalista con la passione per la scrittura. Entrambe queste attività hanno in comune la narrazione dei fatti. Quali sono, secondo te, le differenze?

STEFANO MANCINI: Ciao Vittoriano, intanto grazie per lo spazio e la disponibilità. Ti rispondo subito dicendoti che le differenze ci sono, ma non ampie come qualcuno può pensare. Di sicuro la mia attività di giornalista ha molto più a che fare con la narrazione dei fatti “nudi e crudi”, il più possibile asettici. Il mio “hobby” di scrittore, invece, mi permette di spaziare e di parlare di quello che piace davvero a me, e non di quello che succede nel mondo quotidianamente, oltre a poter dare la mia interpretazione di quello che succede. Per il resto, però, si tratta di scrivere, che è anche la cosa che amo di più.

IO:Le paludi d’Athakah” è il tuo terzo romanzo del genere “fantasy”. Com’è nata questa passione?

STEFANO MANCINI: Molto spontaneamente. Ricordo che mi è sempre piaciuto scrivere e inventare storie, fin da piccolo. E quando ho cominciato a fare sul serio, se così vogliamo dire, ho trovato che l’ambientazione fantasy, con i suoi mondi infiniti e con i limiti imposti solo dalla fantasia (e dal buonsenso dettato comunque dalla credibilità di fatti, situazioni e interpreti), era il terreno fertile in cui avrei potuto coltivare questa passione.

IO: Il protagonista del romanzo, “Re Aurelien Lathlanduryl,” è tormentato dalla responsabilità che gli deriva dal potere. Ingaggia una lotta sanguinosa per difendere i propri sogni di gloria. E’ l’eroe buono della storia?

STEFANO MANCINI: Di sicuro è l’eroe. Come lo sono tanti altri. Mi piace pensare al mio libro come a un affresco in cui si muovono diversi protagonisti, non per niente il romanzo copre un arco di oltre 500 anni, con personaggi che, date le loro caratteristiche, possono attraversare un lasso di tempo così ampio. Lui è tra quelli cui mi sono affezionato di più, perché incarna sia l’eroe indomito e coraggioso, che fa di tutto per coronare i suoi sogni, sia l’eroe tormentato che deve fare i conti con le difficoltà dovute dal potere e dal peso della corona di quello che, per sua stessa definizione è: “Il più potente impero mai esistito”. Il suo “essere eroe” non è né bianco, né nero, è fatto di tante sfumature di grigio. Mi piace rendere i miei personaggi il più complessi possibile, dargli varie sfaccettature e renderli credibili come lo sono le persone reali.

IO: Il racconto fantastico è spesso la trasposizione nell'immaginario di fatti o situazioni reali. La lotta al potere, la sopraffazione e la difesa di ideali che racconti nel tuo libro, si possono riscontrare, sia pure sotto forma diversa, nella nostra vita di tutti i giorni. C’è un messaggio in particolare che hai voluto dare con il romanzo?

STEFANO MANCINI: Diciamo che ci ho provato. Saranno poi i lettori a dire con quali esiti. Di certo ho provato a mettere nel mio romanzo non solo personaggi credibili, ma anche situazioni credibili. La lotta fratricida tra elfi e nani che si sviluppa nel romanzo da una posizione di partenza che invece è l’opposto, è lo specchio di quell’Io che spinge ogni essere umano, purtroppo, al conflitto e alla guerra. E le motivazioni dietro lo scontro tra elfi e nani sono ben più complesse di quello che potrebbe sembrare; complesse come lo sono quelle che generano i conflitti nel nostro mondo: è questa la spinta che ho provato a raccontare. Perché magari, in piccolissima parte, capire perché elfi e nani si uccidono in un mondo inesistente, può aiutare a capire perché succede altrettanto e così spesso nel nostro mondo.


IO:Il labirinto degli inganni” è stato il tuo romanzo d’esordio (2005) seguito da “La spada dell’elfo” (2010). Parlaci un po’ di queste opere.

STEFANO MANCINI: Sono entrambe opere alle quali sono molto legato, come è ovvio che sia. Mentre però “Il labirinto degli inganni” lo considero a tutti gli effetti un’opera prima, che risente di tanti difetti, “La spada dell’elfo” lo ritengo un romanzo molto più maturo. Purtroppo, per motivi diversi, sono anche due libri che hanno avuto parecchie sfortune editoriali, il che mi fa apprezzare ancora di più il successo che sta riscontrando “Le paludi d’Athakah”. Quello che posso dire è che sono comunque stati fondamentali per la mia crescita di scrittore, anche e soprattutto grazie ai commenti e alle indicazioni dei lettori.

IO: Perché, secondo te, si è più interessati al mondo dell’immaginario che a quello reale? C’è davvero bisogno di sognare per affrontare la realtà o è semplicemente un momento di evasione?

STEFANO MANCINI: Io credo che si sia legati al mondo dell’immaginario, come lo si è a qualunque forma d’arte. La riscoperta del fantasy di questi ultimi anni, a mio avviso, non è il sintomo che le persone vogliono fuggire alle “brutture” del nostro mondo, ma semplicemente, come sottolineavi anche tu, un modo per evadere, per prendersi qualche momento di distensione dalle difficoltà di tutti i giorni. Come dico spesso durante le mie presentazioni, “Le paludi d’Athakah” non è un capolavoro che cambierà la storia della letteratura; ma è comunque un buon romanzo, con un ritmo serrato, scorrevole e con personaggi interessanti. L’ideale proprio per chi vuole passare qualche “ora d’evasione” e poi tornare con i piedi nel nostro mondo. Che per inciso ritengo non sia né peggiore, né migliore di quello che ho inventato. Solo diverso.

IO: Ti sei ispirato a qualche autore o le tue opere sono frutto di una tua personale inclinazione e stile?

STEFANO MANCINI: Se dicessi che è tutta farina del mio sacco mentirei. Mi sono ispirato, come credo ogni altro autore, a chi mi ha preceduto. E in tanti hanno questo merito. Di sicuro nell'ambientazione molta importanza hanno avuto le opere del Maestro Tolkien, non lo nego. Gli elfi e i nani protagonisti del mio romanzo hanno tratti fisici, sociali e caratteriali simili a quelli di Tolkien. Ma le similitudini finiscono qui. Nello stile, infatti, credo di aver impresso il mio tratto distintivo. Ho cercato (e i commenti dei lettori me lo hanno confermato) di dare ampio spazio al dialogo, di ridurre al minimo le descrizioni, per puntare sull'azione. E dare così maggiore spessore ai personaggi, anche quelli che (sembrano) secondari. Ne esce fuori, mi sento di dire, un romanzo vibrante, scorrevole, che si legge piacevolmente, con personaggi che non lasceranno delusi i lettori.

IO: Ammettiamo che sei in televisione e ti viene data la possibilità di pubblicizzare le tue opere. Cosa diresti ai lettori per convincerli ad acquistarle?

STEFANO MANCINI: Quello che ho detto finora. Gli direi che se vogliono acquistare e leggere il libro che cambierà loro la vita, allora “Le paludi d’Athakah” non è il libro giusto. Ma se invece vogliono un romanzo avvincente, fluido, con personaggi credibili, che gli permetta di passare qualche ora spensierata e piacevole su un altro mondo, allora mi sento di garantirgli che non resteranno delusi. Un paragone che faccio spesso è che leggere è come andare al cinema: puoi scegliere di vedere un capolavoro immortale, sapendo che avrà certi temi e contenuti, ma anche che ne esce uno ogni dieci-venti anni; oppure puoi scegliere di goderti un paio d’ore spensierate, al termine delle quali, anche se la tua vita non sarà cambiata, uscirai comunque dal cinema soddisfatto, con l’idea di aver investito bene il tuo tempo e di essere almeno un po’ più arricchito. Con le dovute proporzioni il mio libro rientra in questa seconda categoria.

IO: Hai pubblicato con la casa editrice “Linee infinite” che ha come obiettivo di fondo “la progettualità editoriale partecipativa”. E’ una sorta di cooperativa di editori/autori?

STEFANO MANCINI: Guarda, saranno le mie esperienze passate, ma io posso solo parlare bene della Linee Infinite, una casa editrice messa in piedi da appassionati che fanno tutto questo per hobby, coccolando e coltivando i loro autori, il tutto senza chiedere un soldo in cambio, elemento che chi “bazzica” almeno un po’ il mondo editoriale sa quanto sia raro. La cooperazione tra autori ed editore c’è, ma è una cooperazione costruttiva, che non riguarda l’aspetto economico, bensì quello dell’impegno. Del resto, se un editore punta su un autore e la sua opera, credo sia corretto che lo scrittore faccia la sua parte, impegnandosi a partecipare agli eventi, promuovendo laddove possibile il suo libro e comportandosi con correttezza verso chi ha deciso di puntare su di lui. Alla Linee Infinite non c’è un rapporto autore-editore di stampo rigido e classico, ma è qualcosa di molto più amichevole e informale e, ci tengo a precisarlo, gran parte del merito è di Simone Draghetti, il responsabile editoriale, un vulcano di idee e di energie, ma soprattutto un amico.

IO: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

STEFANO MANCINI: Posso confessare che, pur essendo “Le paludi d’Athakah” un’opera conclusiva, ho da poco consegnato al mio editor il suo seguito. Non era nelle mie intenzioni iniziali scriverlo, ma è successo qualcosa che non mi aspettavo (e che uno scrittore si augura sempre): i commenti dei lettori sono stati così entusiasti che mi hanno spinto a scriverlo; chiunque l’ha letto mi ha detto che ne voleva sapere di più, voleva sapere come la vicenda si poteva sviluppare nel corso del tempo e soprattutto voleva sapere che cosa ne sarebbe stato dei vari protagonisti. Per questo mi sono messo al lavoro, perché credo che un autore debba rispondere prima che al mercato, ai suoi lettori. Ora aspettiamo e incrociamo le dita, sperando che questo seguito raccolga l’approvazione dapprima della casa editrice e in seguito dei lettori, proprio come avvenuto per “Le paludi d’Athakah”.

IO: Dove si possono trovare le tue opere?

STEFANO MANCINI: Le paludi d’Athakah” può essere ordinato in ogni libreria semplicemente con il mio nome e il titolo, oppure tramite la stessa casa editrice (all'indirizzo lineeinfinite.net). Si trova poi nei vari circuiti online (come ibs.it e in Mondadori). Ma ultimamente la Linee Infinite sta facendo degli sforzi ben ricompensati: diverse librerie lo hanno tra i loro scaffali. Ai lettori dico solo: cercatelo oppure ordinatelo, ne vale la pena.

IO: Grazie per l’intervista. In bocca al lupo per entrambe le tue attività.


STEFANO MANCINI: Grazie a te per lo spazio e la disponibilità. E crepi il lupo.

TI PORTO AL MARE

Ti porto al mare”. Guardai la piccola Giada che di rimando prese a fissarmi con gli occhi lucidi e tranquilli. Era la sua maniera di sorridermi e di approvare questa proposta senza aggiungere altro, perché nulla avrebbe potuto dire con la sua vocina sottile e delicata, ridotta, da un anno a questa parte, a poco più di un lamento.

Proprio un anno fa, io e mia moglie Vera scoprimmo che la nostra unica figliola era stata colpita dalla sindrome di Phelan Mcdermid, malattia genetica che provoca l’arresto dello sviluppo motorio e intellettivo.

Com'è possibile? Giada ha solo tre anni. Come faremo? Ci sarà una cura?” Domande che rivolgemmo al nostro medico senza ricevere alcuna risposta che ci rassicurasse.
Ci cascò il mondo addosso in un secondo. E da lì iniziò il nostro calvario …

Giada ama molto il mare. Fin dai primi mesi di vita se ne stava accoccolata tra le mie braccia a guardare le onde infrangersi sugli scogli. Ogni tanto batteva i piedini sulle mie gambe come se avesse voluto partecipare con tutte le proprie forze a quel movimento rituale e naturale delle acque. Quasi sembrava rapita dalle atmosfere di quel paesaggio marino tumultuoso e coinvolgente. Sentivo che era felice ed io lo ero insieme a lei.

Anche quest’anno la TV ha mandato in onda Telethon, la lunga maratona dedicata alla raccolta fondi per la lotta contro le malattie genetiche. I vari conduttori si sono succeduti tra un programma e l’altro in una sorta di staffetta della solidarietà, come nelle migliori competizioni olimpioniche in cui l’unico traguardo che conta è ... vincere per gli altri.

Si sono udite storie tristi e toccanti, ma tutte accomunate dalla dignità del dolore e dalla speranza che la ricerca scientifica possa definitivamente sconfiggere queste terribili patologie.

La dignità del dolore! Come è accaduto per la mia storia...

Oggi Giada ha fatto progressi enormi; usa le manine e comunica con lo sguardo, che è l’unico modo per farsi capire e per trasmetterci le sue emozioni.

Sono con lei sulla spiaggia. Non batte più i piedini sulle mie gambe, ma so che è serena come lo sono io. Perché guardando il mare si scoprono sempre nuovi orizzonti, nuovi modi di amare.
Oltre ogni cosa e umano divenire …

TI PORTO AL MARE

Racconto breve di Vittoriano Borrelli
(Liberamente tratto dalle storie di Telethon)


IL NATALE QUANDO ARRIVA ARRIVA

Anche questo Natale, ormai alle porte, si appresta ad essere celebrato con festoni e luci colorate. Come una donna procace, dal trucco acceso e accattivante, dispensa sorrisi e ubriaca allegria dando spazio alla forma, più che al contenuto, del nostro sereno sentire.

Al bando il significato religioso della festa, atavico messaggio che riemerge in superficie grazie alla proposizione o riedizione di films o documentari sul tema della natività, il Natale di oggi, che somiglia molto a quello di ieri, è il rito dello stordimento, in cui le angosce e i problemi di tutti i giorni vengono “miracolosamente” accantonati in un cassetto per essere tirati fuori ai primi bagliori del nuovo anno.

In “Natale in casa Cupiello”, capolavoro del grande Eduardo, c’è una scena in cui il protagonista, Lucariello, consiglia al fratello Pasquale, alle prese con l’ennesimo litigio con il nipote Tommasino,  di rimandare ogni cosa a dopo il Natale: “Pasca’, fammi la carità dopo Natale trovati una camera mobiliata ….. e te ne vai”

Dopo Natale. Non prima, né tanto meno durante, perché a piangere dei propri guai …c’è sempre tempo!

E allora perché non tuffarsi nell'intrattenimento più puro ed effimero, come l’ultimo cinepanettone di Neri ParentiColpi di fortuna”, in uscita il prossimo 19 dicembre?

Il titolo è tutto un programma e pare particolarmente azzeccato in questi tempi di assoluta incertezza per il futuro, in cui il richiamo alla dea bendata è quanto meno propiziatorio per risolvere l’irrisolvibile, ancorarsi per due ore davanti al maxi-schermo facendo finta che il domani sia migliore.

Il cinema, come tutte le altre espressioni dell’arte e della cultura, non è altro che lo specchio della nostra società. Ai tempi del neorealismo andavano di moda film come “Roma città aperta” dell’immensa Anna Magnani o come “La strada” di un “certoFederico Fellini. C’era un’Italia da ricostruire dalle macerie della guerra ed era molto più facile identificarsi nella “concretezza” dei sogni e degli ideali.

Oggi, che pure ci sarebbe tanto da ricostruire, mancano del tutto i sogni e l’immaginazione è piuttosto indotta da una realtà artefatta, contro la quale è molto meglio “distrarsi” e “non pensare”.

Allora ci pensano i cinepanettone a fare da cornice al vuoto che c’è intorno, a regalarci qualche risata, magari con Christian De Sica che nel citato “Colpi di fortuna”, interpreta un imprenditore superstizioso che si affida ad un porta iella (Francesco Mandelli) per risolvere un affare con i mongoli.

Gli ingredienti ci sono tutti per ridere quanto basta e per accogliere il Natale, che quando arriva … arriva.

Bisogna semplicemente essere pronti a non sfigurare, perché a togliersi il "trucco" si fa ...quando la festa è finita!


CARO FRATELLO

Caro fratello               
ti ho immaginato da sempre
e da sempre ti ho aspettato inutilmente
Chissà chi è stato colui
che ci ha legati nel suo regno
noi così diversi eppure uniti nello stesso segno

Caro fratello
perché mi rispondi col silenzio?
Lo sai che da tempo non riesco a dirti quello che sento?

Chissà chi è stato colui
che si è dimenticato di noi
noi così perversi eppure non siamo mai gli stessi

E mentre ti canto
sento sempre più vicino il tuo pianto
il tuo dolore che abbiamo provato con lo stesso tramonto

Caro fratello
non voglio più darti retta
troppo spesso ricordo la tua indifferenza
Chissà chi è stato colui
che ci ha voluti e posseduti
noi così indecenti eppure così belli e intelligenti

E mentre ti scrivo
giusto per sentirmi ancora vivo
giusto per provare a me stesso che sei un amico

la tua voce si confonde lentamente con le altre
ed io faccio fatica a riconoscere le tue tracce
Chissà chi è stato colui
che ha sepolto i nostri corpi
in  una terra fredda
con un cielo senza nemmeno una stella

E mentre ti cerco
scende silenziosamente la sera
ed io capisco che non basterà una vita intera

Caro fratello
anche tu sei stufo e non piangi più
anche tu ti sei arreso a questo inutile ritrovarsi
Chissà chi è stato colui
che ci ha lasciati qui nell'ombra
ormai è notte fonda e il mare
non ha più neanche un'onda

(V. Borrelli, dall'album: "Tristezza" 1982)



A TALE QUALE SHOW I CONTI TORNANO

E’ senza dubbio il programma televisivo dell’anno. “Tale quale show”, ha letteralmente sbaragliato la concorrenza con punte di oltre sette milioni di spettatori ed uno share che si è assestato, in media, sul 33%. Tradotto in cifre: davanti al piccolo schermo, un telespettatore su tre si è sintonizzato sul primo canale della RAI. Per gli organizzatori del format conti tornano.

Gran merito del successo del programma va riconosciuto ai protagonisti dello show, primo fra tutti al conduttore Carlo Conti (vero erede di Pippo Baudo), che ha saputo tenere i ritmi dello spettacolo rendendolo fluido, interessante e divertente nonostante la formula fosse già collaudata e mutuata da altri programmi similari (Chi non ricorda “Re per una notte”, condotto dal compianto Gigi Sabani?).

La giuria chiamata ad esprimersi sulle varie imitazioni, ha potuto contare sull'apporto di tre bravissimi personaggi dello spettacolo: in primis, Loretta Goggi, le cui valutazioni sono state le più “tecniche” grazie alla sua straordinaria esperienza di imitatrice. Christian De Sica, attore brillante fra i più amati dal pubblico, e Claudio Lippi, presentatore di tanti programmi televisivi, hanno svolto l’inconsueto ruolo di giurati con la vena comica e brillante che li ha da sempre contraddistinti.

Ma il “sale” del programma, ovvero, le imitazioni dei cantanti famosi, è stato quello più azzeccato e riuscito. Personaggi come Amadeus e Fabrizio Frizzi, o come le “rediviveSilvia Salemi e Fiordaliso, si sono cimentati in imitazioni divertenti, alcune molto riuscite, mettendo in mostra qualità sconosciute ai più, ma nel complesso molto apprezzate dal pubblico.

Tra i partecipanti, una menzione particolare va sicuramente data ad Attilio Fontana, ex del gruppo “Ragazzi italiani” (molto in voga negli anni '90), che ha sfoderato qualità canore sorprendenti, al punto da chiedersi come mai la sua carriera artistica non abbia trovato “un posto al sole” nel deserto dell’attuale panorama musicale italiano.

Bravo anche l’attore Kaspar Capparoni, che ha offerto una performance di qualità nonostante la sua prematura uscita dal programma per impegni professionali già assunti.

Si dice che quando un programma ha successo il merito sia di tutta la squadra. E’ una regola che vale ancora di più per lo show di Conti in cui accanto ai personaggi sopra menzionati, si devono aggiungere quelli meno “visibili”, ovvero i coach dei partecipanti fra i quali la bravissima imitatrice Emanuela Aureli, che ha saputo dare ai concorrenti le giuste cognizioni tecniche per presentare al meglio le loro esibizioni.

E per finire, Gabriele Cirilli, che con le sue “missioni impossibili” ha dato colore e vivacità alla trasmissione regalando momenti esilaranti e di sano umorismo.

"Il pubblico ha saputo apprezzare l'artigianalità del prodotto", ha commentato Carlo Conti che poi ha aggiunto: "Si è visto l'impegno di tutti, anche di quelli che hanno operato dietro le quinte."

Insomma, un programma godibile e ben riuscito che riscatta la rete ammiraglia nazionale da un periodo in sordina rispetto alle altre proposte della concorrenza.

Concludo con la mia personale classifica delle imitazioni più riuscite. I lettori possono cliccare sul nome dell’imitatore per guardare il video.


  1. Attilio Fontana che imita Lucio Battisti (quasi meglio dell’originale);
  2. Kaspar Capparoni che imita David Bowie (geniale);
  3. Clizia Fornasier che imita Kate Bush (tale quale);
  4. Silvia Salemi che imita Fiorella Mannoia (ad occhi chiusi, la stessa interprete);
  5. Fiordaliso che imita Aretha Franklin (brava nel "corpo" e nell'anima);
  6. Amadeus che imita Sandy Marton (divertentissimo);
  7. Fabrizio Frizzi che imita Tony Dallara (la sua migliore performance).

P. GIORDANO: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

Uscito nel 2008 con diverse ristampe successive, il romanzo d’esordio di Paolo Giordano ha venduto oltre quattro milioni di copie ed è stato tradotto in diverse lingue riscuotendo consensi ed apprezzamenti dalla critica. “La solitudine dei numeri primi” si è infatti aggiudicato il Premio Strega e il Premio Campiello Opera Prima, due riconoscimenti particolarmente ambiti dagli scrittori.

Il titolo, di primo acchito, pare evocare la condizione umana di chi è costretto a primeggiare, a raggiungere certi traguardi più per volontà degli altri che per una personale convinzione, sicché la solitudine che ne consegue sembra piuttosto il corollario di scelte “calate dall'alto”, il duro prezzo da pagare per le rinunce effettuate.

Invece la spiegazione la dà lo stesso autore per mano di uno dei protagonisti, Mattia, che ad un certo punto del racconto parla di quella particolare categoria di numeri primi che i matematici chiamano “primi gemelli”, ovvero “coppie di numeri che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.”

L’autore usa questo sillogismo per raccontare la vita “parallela” di Mattia e di Alice, due ragazzi che il destino li fa incontrare ma che per una serie di circostanze non riusciranno ad unirsi, a concedersi l’uno all'altro come riscatto dai patimenti subiti. Il “numero pari” che li divide è rappresentato proprio dalla sofferenza delle proprie esperienze, che li condannerà ad una solitudine senz’appello perché le tracce del dolore, specie quando non viene elaborato, restano indelebili…

E’ uno dei (pochi) casi in cui la scelta del titolo (non dell’autore ma del suo editore) è risultata più che mai vincente contribuendo non poco, soprattutto nella fase del lancio del libro, ad avvicinare e stimolare i lettori all'acquisto.

LA TRAMA: Alice e Mattia sono due ragazzi che vivono la propria adolescenza con un pesante fardello: la prima, costretta dal padre a frequentare contro voglia la scuola di sci, subisce durante un’esercitazione un infortunio che la renderà zoppa ad una gamba; il secondo lascia la sua sorellina gemella (affetta da autismo) al parco giochi per recarsi da solo ad una festa di compleanno ma che al ritorno non ritroverà più.
I due ragazzi, che frequentano lo stesso liceo, s’incontrano ad una festa organizzata dall'amica comune Viola, una “bullo” al femminile che li esorterà ad avere una storia, ma pur essendo reciprocamente attratti, non riusciranno a superare i postumi delle rispettive esperienze: l’anoressia per Alice e il profondo senso di colpa per Mattia .
Le loro vite pertanto scorrono parallele ma la scelta di Alice di sposare un uomo che non ama e quella di Mattia di accettare una cattedra d’insegnamento all'estero per sfuggire alla realtà, non li renderà mai felici.

L’AUTORE: Torinese nato nel 1982, Paolo Giordano è laureato in fisica teorica. Recentemente ha pubblicato “Il corpo umano”, il suo secondo best-seller.

UN PASSO DEL ROMANZO: “I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi.”

GIUDIZIO: Il romanzo è ben scritto e scorrevole nella narrazione delle vicende dei protagonisti. La tecnica espositiva è ben costruita, quasi “scientifica” nella ricerca dei termini, tutti appropriati, per descrivere gli stati d’animo dei personaggi. Soprattutto la prima parte del racconto, quando si narrano le storie “individuali” di Alice e di Mattia, è avvincente ed emozionante. Si perde un po’ nella parte centrale, quando gli stessi protagonisti s’incontrano per poi allontanarsi ciascuno per la propria strada. Qui il romanzo pecca di originalità e appare piuttosto scontato quando racconta le scelte di vita dei due ragazzi che fanno un po’ scemare l’interesse e la curiosità del lettore. Si riprende nel finale anche se la soluzione del trauma di Mattia  poteva essere meglio sviluppata nel segno di una più convincente rivelazione logico-deduttiva della sua incapacità di amare. Nel complesso è un libro interessante in cui il contenuto prevale sulla forma, a dispetto della grande campagna promozionale che lo ha sostenuto.



LA TERRA DI NESSUNO

Riccardo morto di tumore a 22 mesi. Alessia morta a 9 anni. Francesco a 14 anni. Mesia a 3 anni. Antonio a 9 anni…

E’ il triste bollettino stilato da Roberto Saviano nell'articolo del 26 settembre 2013 su “L’Espresso”, con il quale lo scrittore partenopeo denuncia i malefici effetti de “La terra dei fuochi”, ennesimo scandalo del disastro ambientale originato dallo smaltimento dei rifiuti tossici.

Perimetro che delimita una vasta area della Campania, la “terra dei fuochi” ha assunto questa infelice denominazione per essere stata sommersa da una montagna di rifiuti nocivi, rabbuiando i cieli di moltissimi paesi della regione. Il tutto nel colpevole silenzio delle istituzioni che per anni hanno assistito a questo scempio senza nulla agire, divenendo esse stesse complici e fomentatrici della "precoce mortalità" di tantissime persone.

Perché parlo di colpevole silenzio? Perché la legislazione italiana e comunitaria in materia di smaltimento dei rifiuti ha imposto precise e rigorose regole in ordine alla gestione dell’intera produzione dei rifiuti, affidando alle autorità amministrative preposte, prime fra tutte, le regioni e i comuni, il controllo e la verifica di ciascuna fase del ciclo: dal conferimento allo stoccaggio e, infine, allo smaltimento nelle discariche “autorizzate”.

Basti pensare a due “semplici” requisiti che devono essere rispettati nelle gare per l’affidamento del servizio smaltimento rifiuti:

1. Iscrizione all'Albo Nazionale Gestori Ambientali della Regione di appartenenza.

2. Disponibilità di un impianto autorizzato ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006 e ss.mm.ii. per il conferimento finale della tipologia di rifiuti richiesta …

E’ alquanto inverosimile che chi doveva controllare e agire non ha visto nulla, sottovalutando per dolo o negligenza, i numerosi segnali d’allarme ricevuti, fra i quali, il rapporto di diciotto medici di Montesarchio (provincia di Benevento), che nel periodo compreso dal 2004 al 2005 avevano denunciato il vertiginoso aumento dell’indice di mortalità tumorale in questa città e nella Valle Caudina.

Ora si dirà che è tutta colpa delle organizzazioni criminali, ma la Storia insegna che non c’è reato impunito senza uno Stato efficiente. Gli studi sociologici abbondano di postulati e relazioni in cui l’azione criminale si propaga in misura inversamente proporzionale alla “desertificazione” delle istituzioni, locali e non, che non ci sono quando dovrebbero esserci, che non agiscono quando potrebbero (e dotrebbero) farlo.

Una riprova? Ecco un passo dell'intervista a Carmine Schiavone, il boss dei Casalesi pentito, mandata in onda nel programma televisivo "Le Iene":

"Potrebbe esistere la ' ndrangheta, mafia e camorra, senza gli appoggi? Potrebbero rimanere solo banditi di strada. Noi eravamo interni allo Stato ..."

La terra dei fuochi non è altro che la terra di nessuno, area di sordi e di ciechi in cui regna l’anarchia e l’illegalità, perché nessuno sono gli abitanti che ci vivono. E poco importa che Riccardo, Alessia, Francesco, Mesia, Antonio e tanti altri siano morti di tumore in tenera età. 

Poco importa che tanti altri lo saranno nei prossimi anni per la stessa causa.

Le parole sono nuvole di fumo che si disperdono sotto un cielo grigio e anonimo.


CENTO DI QUESTI POST

Con “Dei Sepolcri” ho firmato il centesimo post da quando, più di un anno fa, mi sono dedicato con anima e passione alla realizzazione di questo blog.

Nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata, ma forse sarebbe più corretto parlare di “inchiostro digitale” che si è sprigionato dalla tastiera del mio computer per far conoscere sul web pensieri, stati d’animo, opinioni e desideri che altrimenti sarebbero rimasti a “poltrire” in qualche parte di me.

All'inizio di questa avventura ero un perfetto neofita ( e per molti versi lo sono tuttora): poco o nulla sapevo di pagine web, di indicizzazioni, di motori di ricerca dedicati, di social network che a iosa popolano il mondo degli internauti e che ormai stanno diventando una necessità sempre più impellente e irrinunciabile, al pari delle tradizionali azioni quotidiane.

Lo spunto è stato quello di presentare il mio romanzo "La prossima vita" , (primo post, peraltro molto scarno, del 27 gennaio 2012) ma chi ha avuto modo di spaziare in questo blog, ha potuto constatare agevolmente la varietà dei temi trattati, mosso soprattutto dal desiderio di far conoscere quelli a me più cari, ovvero la musica e la cultura.

Sono una persona alquanto refrattaria all'auto-promozione, tendenzialmente restia a raccontarsi, preferendo che siano gli altri a farlo per me. Ma ho dovuto fare di necessità virtù, cercando di muovermi con discrezione e in punta di piedi, conscio del fatto che se da un lato le nuove esigenze del mercato editoriale impongono l’affermazione dell’autore-promoter, dall'altro questa nuova figura, se non gestita con oculatezza e sobrietà, rischia di diventare invasiva, noiosa e controproducente.

Mi sono battuto (e tuttora lo faccio con convinzione) contro l’editoria a pagamento, le innumerevoli insidie del mondo virtuale che troppo spesso regala illusioni e ben poche certezze. Ho così creato, “a metà di questo viaggio”, la rubrica  "La vetrina degli emergenti"  per dare voce e risonanza a tutti gli autori, perché penso che la cultura, la buona cultura, debba essere valorizzata comunque, a dispetto delle logiche di mercato, fredde e calcolatrici, che mal si addicono alla spontaneità dell’arte dello scrivere.

E con lo stesso spirito ho inaugurato l’altra rubrica "A tu per tu con lo scrittore", in cui sono sempre gli autori i veri protagonisti, con le loro storie, le loro esperienze, le loro fatiche …

Come in tutti i traguardi che si rispettino, qualche dato statistico è d’obbligo:

"Giacomo Leopardi, poeta infinitoè stato il post più “gettonato”, tuttora presente anche nella classifica dell’ultimo mese.

"Giardino d’infanziaè stato quello più gradito dal popolo di facebook e di google, seguito a ruota da "Il mosaico degli emergenti",  "Odore di bimbo, la storia di Chiara, recensione del romanzo di Giovanna Albi, "Poeti in costruzione", "Ponte Vecchio, incipit de La prossima vita."  e "Le finestre dei pensieri"  recensione del saggio di Alessandro Bagnato.

Tutti gli altri post hanno ottenuto, comunque, un ottimo risultato e alcuni di essi sono in continua ascesa come "Lucciole d’altri tempi",  "Vaticangate: la carte segrete di Benedetto XVI",  "Cent’anni di solitudine" di Marquez, oltre al citato "Dei Sepolcri". 

Ottimi i gradimenti ricevuti per le interviste a Elisa Vangelista ( "Intervista col vampiro) e Cosetta Movili ("Una matricola con le ali).

Tra le pagine, “La vetrina degli emergenti” è stata quella più cliccata.

Il post a me più caro?Tutti sono stati scritti con il cuore, ma due tra questi mi hanno particolarmente commosso: "Gli angeli del dolore, dedicato alla scomparsa di Stefano Borgonovo e "ILVA, le stragi sommerse con cui ho affrontato il tema del disastro ambientale della multinazionale tarantina.

Infine, i commenti. Sono stati tutti carinissimi, anche quelli che, con garbo e correttezza, hanno espresso un’opinione diversa dalla mia.

A tutti voi va il mio sentito e sincero ringraziamento, con la speranza che questa meravigliosa avventura possa continuare con il vostro fondamentale sostegno per tanti altri post …

...emozionandovi …emozionandomi…