LA VOCE DEI POETI

Armandino, facci sentire la poesia che hai imparato a scuola”. Sarà cominciata così per qualcuno la passione per la scrittura in versi, quella declamata nei Natali freddi e nevosi o nelle domeniche di Pasqua sotto lo sguardo attento e orgoglioso dei propri cari. 

L’animo poetico si sarà sviluppato più tardi seguendo l’eco dei poeti che hanno elevato la letteratura fino alla massima espressione della cultura, con parole ispirate dalla comune assonanza di idee e di stati d’animo, di sensazioni interiori altrimenti non percettibili con il solo linguaggio corporale.

Da bambini s’imparavano le poesie “a campanella”, esercizio mnemonico che doveva servire a sviluppare la capacità del “ricordo” e dell’apprendimento in tutte le discipline scolastiche.  Ma raramente si comprendeva il significato di ciò che si studiava. A quell'età bastava l’immaginazione delle parole per stimolare la fantasia primitiva e disordinata della prima infanzia.

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.”

Quando la mia prof. di lettere ci aveva fatto studiare questa celebre poesia di Leopardi, si era soffermata particolarmente sull'intonazione poetica dei versi facendoci ripetere svariate volte le strofe fino a quando il suono di ogni parola non fosse quello più somigliante allo stato d’animo del grande poeta di Recanati. Diceva che la poesia è prima di tutto “voce” da sentire attraverso l’espressione fonetica dei versi fino ad ottenere una sorta di osmosi tra l’asetticità delle parole scritte e la percezione uditiva generata dal loro significato.

Proprio “Il sabato del villaggio”, mi ha fatto capire l'importanza di ascoltare la “voce dei poeti”, richiamo del sentire che soltanto la poesia è in grado di comunicare. “Corrispondenza di amorosi sensi”, come Foscolo aveva scritto nella sua “Dei Sepolcri” per suggellare il legame con i morti o come la poetica di Dante nella Divina Commedia nella quale è proprio la voce l’elemento principe di tutta l’opera:

Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella …”(Canto in cui Beatrice si rivolge a Virgilio per accompagnare Dante fino alle porte del Paradiso).

Ma la voce dei poeti è presente in ogni scritto, celebre e non, con il quale s’intende comunicare un’emozione, un modo di essere e di vedere la vita attraverso la rappresentazione interiore delle relazioni interpersonali.

Sta nella sensibilità di chi l’ascolta coglierne i significati e stabilire una connessione che annulli qualsiasi distanza tra noi e il libero veicolare dei sentimenti.

Perché è il ricordo di quelle parole a sopravvivere allo scorrere del tempo.

LE PAROLE INVISIBILI

Il rullo del social network preferito scorre veloce con migliaia di messaggi che si accalcano e si avvicendano secondo una regola impetuosa che non ammette indugi né tempo per riflettere. Un fermo immagine che rimane impresso sullo schermo per una manciata di secondi: troppo pochi perché qualcuno possa, anche distrattamente, leggere e condividere le parole scritte in poche righe.

Accade così che il messaggio non lasci traccia e che quasi subito sia sostituito da altri messaggi che a loro volta lasceranno il posto a nuove parole che sanno tanto di antico, del già letto e riletto, come un libro uguale a tanti altri con la stessa trama e lo stesso finale.

Pochi sparuti “mi piace” e magari manca proprio quello delle persone a cui vorresti che il messaggio arrivasse e che invece sono silenti, sordi al tuo richiamo, inspiegabilmente indifferenti.

E il rullo riprende a scorrere …

Sarei felice di confrontarmi con chi vuole comunicare con me.”

Le cose belle sono indimenticabili se si condividono con le persone che ami di più. ”

Sono come un cane randagio che gira senza meta e senza compagnia.”

Grazie per avermi accettato.”

Postare una nostra immagine non significa essere edonisti o narcisi o volgari, spesso è solo un modo più diretto di farci sentire vicini in questo strano mondo virtuale tanto vicino alla realtà...molto più di quel che sembra.”

Sono messaggi che ho estrapolato fra i tanti che mi sono apparsi in questi giorni. L’ultimo è particolarmente interessante: alle parole si accompagnano le immagini, grandi e colorite per esprimere meglio ciò che si vuole comunicare. E’ quasi una gara tra chi riesce a proporre la foto più bella, quella che intriga e fa discutere, quella che fa sorridere e abbagliare.

Tra non molto saranno le immagini a sostituirsi alle parole. Accadrà come è già accaduto e sta accadendo. Le parole faranno solo da cornice alla rappresentazione visiva fino a scomparire del tutto, perché vuote, scomode, irreali.

Invisibili

LE PAGELLE DI SANREMO 2015

Doveva essere il festival di Conti e lo è stato in tutti i luoghi e in tutti i laghi, tanto per usare il popolare inciso con il quale Valerio Scanu si aggiudicò la vittoria nell'edizione del 2010 (il brano in questione era “Per tutte le volte che”).

Come la storia sanremese ci racconta, ogni festival è figlio del proprio conduttore ed è fatto a sua immagine e somiglianza: satirico e politicamente “scorretto” quando a presentarlo è stato il duo Fazio-Littizzetto; stile “Sette voci”e dello show vecchia maniera quando al timone è stato chiamato per ben tredici edizioni Pippo Baudo, e adesso all'insegna de “I migliori anni …” , la fortunata trasmissione della rete ammiraglia dalla quale Conti ha tratto tutti gli spunti per organizzare il suo Sanremo 2015.

E direi che il risultato è stato più che soddisfacente. A cominciare dagli ascolti che nella prima serata (tradizionalmente la più seguita) sono stati in media 12 milioni e mezzo (+2 % rispetto all'ultima edizione). Risultato che più o meno si è ripetuto nelle serate successive con uno share medio del 47%,  ben superiore di 8 punti rispetto al gradimento registrato nell'edizione di Fazio.

Buona la scelta del presentatore toscano di farsi coadiuvare da due vallette ex vincitrici della kermesse: la bionda effervescente Emma e la mora “charlottianaArisa . Entrambe "ruspanti" ma efficaci. Più defilata la “terza” scelta, quella Rocìo divenuta improvvisamente celebre più per la sua love story con il sexy-symbol Bova che per i suoi (effimeri) trascorsi artistici. In compenso la Rocìo ha letteralmente surclassato le sue colleghe in quanto a bellezza e ad eleganza.

Condivisibile è stata anche la formula, con l’abbandono (finalmente) della doppia canzone in gara e il ritorno all'eliminazione come in tutte le competizioni che si rispettino. A farne le spese sono stati il duo Biggio e MandelliLara Fabian,  Raf e Anna Tatangelo, un verdetto quasi giusto a parte la bellissima voce e la professionalità della Fabian.

Di ottima fattura i testi delle canzoni, meno banali e scontati, e più proiettati sulle tematiche dell’esistenzialismo del nuovo millennio. Su tutti “Io sono una finestra” del duo Platinette-Grazia Di Michele avrebbe meritato almeno il premio della critica.
  
Ma ecco le mie pagelle.

annalisa: Una finestra tra le stelle. Gradevole e spiccatamente “sanremese”, la canzone non disturba l’udito dei più raffinati. Ed è già un successo. Voto 7

bianca atzei: Il solo al mondo. Melodia che si contraddistingue per la voce graffiante di Bianca. Ma nulla di più. Voto 6

malika ayane: Adesso e qui (Nostalgico presente). Sale sul podio come terza classificata. Il brano è gradevole ma nostalgico è il passato di Malika per la più intensa “Come foglie” del Sanremo 2009. Voto 6,5

biggio e mandelli: Vita d’inferno. Alla fine all'inferno ci sono andati davvero con la loro (giusta) eliminazione. Infelice imitazione del duo Cochi e Renato. Voto 4.

alex britti: Un attimo importante. Non ripete i fasti di “Oggi sono io”, brano che nel 1999 decretò la sua vittoria nella sezione “Giovani”. A parte qualche reminiscenza con il passato che fu, l’esibizione di Alex si ricorderà per le ampie stonature (di grigio). Voto 5.

chiara:  Straordinario. La voce di Chiara ha il merito di procurare a chi l'ascolta (almeno per me) un senso di freschezza alle corde vocali. Canzone poco “straordinaria” ma molto festivaliera. Voto 6.

dear jack:  Il mondo esplode tranne noi. Rappresentano la fedele clonazione dei Modà, con tutti i pregi e (molti) difetti. Ma la canzone venderà. Voto 6.

grazia di michele e platinette: Io sono una finestra. Propongono il testo più bello tra quelli in gara. Si piazzano al 16° posto ma per chi crede all'insegnamento evangelico ... gli ultimi saranno i primi. Voto 8.

lara fabian: Voce. Vuole darla (la voce) a chi non ce l’ha. Ma lei non ha bisogno di questi “rafforzativi”. Peccato che la melodia non è degna del suo talento. Voto 6.

lorenzo fragola: Siamo uguali. Piacerà alle ragazzine, ma la canzone “tira” come il fumo di una sigaretta che si spegne senza rimpianto nel portacenere. Voto 5.

irene grandi: Un vento senza nome . Bella e intimistica, la canzone segna il passaggio di Irene verso proposte musicali più impegnate (e interessanti).Voto 7.

gianluca grignani: Sogni infranti. Lo sono anche i nostri. A sentirlo cantare sembra un reduce di guerra che mette tanta tristezza. Voto 5.

il volo: Grande amore. Vincono il 65° festival con una canzone all'italiana che farà il giro del mondo per la gioia di tanti emigranti nostalgici. Testo banale ma la loro voce è sublime ed è un esempio dell'arte del cantare. Voto 6,5.

marco masini: Che giorno è. E’ il giorno della partenza. Per Masini sarebbe il caso di ritornare nella sua Firenze alla ricerca di più floride ispirazioni. Voto 5.

moreno: Oggi ti parlo così. E domani? Spero che il linguaggio musicale di Moreno si evolva abbandonando il solito tran tran della stessa canzone di sempre. Ha avuto più successo con la cover “Una carezza in un pugno”.  Voto 4.

nek: Fatti avanti amore. Al primo ascolto l’ho additato (insieme a “Il Volo”) come possibile vincitore del festival. E’ arrivato secondo ma venderà tanto. Voto 7,5.

nesli: Buona fortuna amore. Il nome ricorda la marca di un famoso cioccolato in polvere. Forse è per questo che è stato inserito tra i “big”. Per il resto gli auguro tanta fortuna. Ne ha proprio bisogno. Voto 5.

raf: Come una favola E invece è stato quasi un incubo. Povero Raf. Dei "suoi" anni '80 non è rimasto niente. Voto 4.

anna tatangelo: Libera … e infelice. Come la sua canzone giustamente scartata. Voto 4.

nina zilli: Sola. Canzone insipida. La salva solo la voce di Nina. Voto 5.


L’AMORE E’ PER SEMPRE

Non sono un sostenitore delle feste comandate, né tanto meno della ricorrenza di San Valentino che proprio in questi giorni sta imperversando la rete pubblicitaria con spot mielosi e di dubbia autenticità.

Penso che l’importanza di certi valori non vada confusa (e trasfusa) con gli slogan propagandistici, il cui fine è esclusivamente quello di abbagliare l’immaginario collettivo (già di per sé carente) con stereotipi scontati e minimalisti che tutt'al più servono solo a lambire le coscienze.

L’amore è la distanza più breve tra un uomo e una donna”. Avevo letto questa frase qualche tempo fa scartando uno di quei cioccolatini che si ricevono in occasioni simili. Mi ero perfettamente adeguato al contesto e non c’era bisogno di riflettere e di comprendere. Ero io il contesto, e il contesto era me.

Fantasticherie e voli pindarici tipici dell’età giovanile in cui qualsiasi trasporto emotivo sembra durare per sempre. Poi crescendo è il ricordo ad essere l’unica cosa che rimane anche quando l’emozione che lo ha germogliato non c’è più.

L’eternità è un’invenzione dei poeti, fatta apposta per sopravvivere al malessere esistenziale, il compromesso che si frappone tra la realtà e l’immaginazione: quanto più la prima si allontana dalle nostre aspirazioni, tanto più la seconda si avvicina alle nostre evasioni intellettuali. Un serbatoio che riempiamo di sogni e di speranze che ritornano a noi dopo essere stati respinti dalle mancate condivisioni.

Meglio tuffarsi nelle canzonette che in questi giorni si stanno ascoltando dal teatro Ariston di Sanremo e che qualcuno proverà a fischiettare in macchina mentre va al lavoro prima che il loro eco svanisca non appena si affronteranno i soliti problemi.

In fondo è bene non prendersi sul serio e non pensare troppo all'amore.

L’amore è un’altra cosa. E’ per sempre.


LA NOTTE DEI RICORDI


L’insonnia, si sa, è una brutta bestia. Spesso figlia dello stress e di azioni quotidiane compiute a velocità supersonica, è divenuta nell'era moderna uno dei principali effetti del trasbordo emotivo, dell’esaltazione dei sensi e dell’ansia incontrollata.


Sono tante le persone che popolano la notte. Mentre le luci della città si spengono, ve ne sono altre che si accendono quasi ad intermittenza nelle case e in altri luoghi di ritrovo, come un vecchio presepe che ci pare di osservare dalle finestre delle nostre stanze o semplicemente girovagando per strade deserte e lastricate.

Ma la notte è anche una fucina di idee per scrittori e sognatori, mestieranti e artisti di strada intenti a scrivere sui muri i pensieri più disparati e reconditi. Complice il silenzio, la notte genera ricordi che ti fanno andare indietro nel tempo.

Così è nata “La notte dei ricordi”, una delle mie canzoni più suggestive, scritta nel 1982, che è anche il testo di apertura de “Le parole del mio tempo.  Qui ad essere insonne è un ventenne alle prese con i ricordi della sua perduta infanzia...

 La notte dei ricordi passava su di me
e lenti erano i giorni mentre aspettavo te
Giravo per la stanza cadevo nell'assenza
mio padre se ne andava con la sua incoerenza

Avevo un po’ di freddo quando tornavo a letto
ma il vento non soffiava … il vento non soffiava …
Aprivo la finestra e fuori c'era festa
bambini che correvano le madri che parlavano

Adesso ci penso
e penso sempre a te
Peccato! Ti ho amato
ma non ho amato me
adesso so chi sei
adesso so perché...

La notte dei ricordi non la ricordo più
e lenti questi giorni non li capisco più
L'autunno sonnecchiava e di pioggia si bagnava
la mia coscienza nuda aveva già paura


Adesso i miei occhi
si perdono nei tuoi
sorpreso mi domando
se ancora tu mi vuoi
se esiste ancora un poi
per me per te per noi


Adesso ci penso
e penso sempre a te
Peccato! Ti ho amato
ma non ho amato me
E mi commuovo un po’
poi rido e non lo so... 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

BAMBOLE, NON C’E’ UN CENTESIMO!

La tredicesima e le altre gratifiche, comunque denominate, sono ormai un lontano ricordo. Il 2015 è iniziato per gran parte dei “comuni mortali” con tante spese da sostenere mentre all'orizzonte non s’intravedono segnali di ripresa. La bilancia dei consumi è sempre più leggera e secondo la ben nota teoria keynesiana le ricadute della domanda, senza l’intervento e il sostegno essenziale dello Stato, non potranno che ripercuotersi sull'offerta.

In questo periodo di vacche magre in cui i consumi sono maggiormente concentrati sui beni di prima necessità, a farne le spese sono tutte quelle attività secondarie e procrastinabili come, ad esempio, la lettura e l’acquisto di libri.

Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, nel 2014 la quota di lettori di libri è scesa dal 43% del 2013 al 41,4%. Si legge molto di più al centro nord che al centro sud, ma i c.d.“libromani” ovvero coloro che leggono in media almeno un libro al mese, sono solo il 14% del totale dei lettori.

Sul fronte degli e-book, mentre si registra un significativo aumento delle vendite nei paesi anglosassoni, -tale da far prevedere nel 2018, secondo gli esperti economisti, il sorpasso di questo formato sui testi cartacei-, in Italia e in Europa le produzioni digitali faticano ad ingranare. Nel 2013, ad esempio, la vendita degli e-book ha raggiunto appena il 4% mentre nel primo semestre 2014 è scesa al 3%.

Colpa forse di un’alfabetizzazione informatica che tarda a decollare o di una propensione all'utilizzo delle nuove tecnologie più lenta e culturalmente ancora diffidente.

L’atteggiamento degli editori è variegato e, talvolta, contraddittorio. Le grandi firme dell’editoria preferiscono ancora l’uso del cartaceo ma hanno dalla loro il vantaggio di puntare su autori già affermati e collaudati. I piccoli editori, invece, puntano molto di più sul digitale, economicamente più vantaggioso e meno rischioso, ma hanno una strategia di vendita spesso approssimativa e nella maggior parte dei casi delegata agli autori esordienti che vengono così catapultati sul mercato senza alcuna competenza.

Sarebbe meglio e opportuno ripensare a una programmazione editoriale che generi nuove figure di marketing manager e metodi di promozione che innovino il sistema di distribuzione delle vendite con precise sinergie con le librerie. Queste ultime, se vogliono davvero essere più competitive sul mercato, dovrebbero puntare innanzitutto sulla logistica offrendo, ad esempio, postazioni on-line per l’acquisto del digitale In secondo luogo, dovrebbero subentrare alla tradizionale figura del “distributore di libri” con iniziative promozionali rese possibili dall'ausilio delle nuove tecnologie informatiche.

Ma si sa che in tempi di carestia l’iniziativa economica risente di quel coraggio e  di quel pizzico di spavalderia che sono fondamentali per rimettere in circolo il sistema della crescita produttiva e della competitività.

Un po’ com'è accaduto all'epoca dei conflitti mondiali del primo novecento quando in piena miseria imperversava l’avanspettacolo con poche lire che nemmeno bastavano per tirare su una commedia degna di essere vista nei palcoscenici di periferia.

Oggi si direbbe, per chi volesse avventurarsi nel campo dell’innovazione libraria, come in qualsiasi altro settore, che le risorse sono poche e i rischi troppo alti. Meglio desistere senza inscenare “spettacoli” per pochi intimi: Bambole, non c’è un centesimo!

ANNA DA NON DIMENTICARE

Nel giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno, ecco che il cassetto dei ricordi viene tirato fuori da ogni parte del mondo con celebrazioni varie, istituzionali e non, tese a rendere omaggio alle vittime dell’olocausto.

Peccato che negli altri trecentosessantaquattro giorni ci si dimentica in fretta di questo rituale, nobile e sublime, che dovrebbe sempre accompagnare l’umano agire in ogni momento della vita.

Sono tante le persone che hanno reso la loro dolorosa testimonianza su quello che è stato lo sterminio più mostruoso che la Storia ricordi. E altrettanto numerose sono state le produzioni cinematografiche e televisive che hanno raccontato le drammatiche esperienze di coloro che hanno avuto il solo torto di “albergare” in un periodo storico fra i più luttuosi e devastanti.Schindler’s list”, film del 1993 nel quale un imprenditore tedesco riuscirà a salvare migliaia di ebrei dalla deportazione, è solo una delle rappresentazioni più magistrali proiettate sul grande schermo.

Tra le vittime di questa immane tragedia non si può non ricordare Anna Frank, la ragazzina ebrea tristemente famosa per il diario scritto durante i giorni trascorsi nell'alloggio segreto di Amsterdam. Un nascondiglio che non basterà per sfuggire alle persecuzioni naziste. Anna Frank morirà di tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nel marzo del 1945.

Di lei resta il diario, affettuosamente chiamato “Kitty”, che le fu regalato il 12 giugno 1942, giorno del suo tredicesimo compleanno.Una saggezza precoce e dolorosa che è divenuta un esempio per tutte le generazioni successive.

Ecco alcune pagine struggenti del documento, per non dimenticare

9 ottobre 1942
Cara Kitty,
oggi non posso darti che notizie brutte e deprimenti. Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ebrei. La Gestapo è tutt'altro che riguardosa con questa gente; vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo di concentramento per ebrei nella Drenthe.
Westerbork dev'essere terribile; per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine... Fuggire è impossibile; quasi tutti gli ospiti del campo sono riconoscibili dai loro crani rasati e molti anche dal loro aspetto ebraico.
Se in Olanda stanno già così male, come saranno nelle contrade barbare e lontane dove li mandano? Supponiamo che per lo più vengano assassinati. La radio inglese dice che li gasano. Forse è il metodo più spiccio per morire. Sono molto turbata.

Venerdì 29 ottobre 1943

Mi sento come un uccello che vorrebbe volare in alto ma continua a sbattere le ali contro la gabbia, nell'oscurità più totale.

Venerdì 24 dicembre 1943
Cara Kitty, 
quando viene qualcuno di fuori, col vento negli abiti e il freddo nel viso, vorrei ficcare la testa sotto le coperte per non pensare : "Quando ci sarà di nuovo concesso di respirare un po' d'aria fresca?" Credimi, quando sei stata rinchiusa per un anno e mezzo, ti capitano dei giorni in cui non ne puoi più. Sarò forse ingiusta e ingrata, ma i sentimenti non si possono reprimere.
Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiettare, guardare il mondo, sentirmi giovane, sapere che sono libera, eppure non devo farlo notare perché, pensa un po', se tutti e otto ci mettessimo a lagnarci e a far la faccia scontenta, dove andremo a finire ? A volte mi domando : " Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzina con un gran bisogno di divertirmi e di stare allegra ?

 Venerdì, 7 gennaio 1944

Cara Kitty,

che stupida sono stata! Ho completamente dimenticato di raccontarti la storia di tutti i miei innamorati.

Da piccina, quando ero ancora all'asilo infantile, avevo simpatia per Sally Kimmel. Era orfano di padre e abitava con sua madre in casa di una zia. Un cugino di Sally, Appy, era un bel ragazzo, bruno e slanciato, e suscitava molto più ammirazione che il piccolo, grosso e buffo Sally. Io non guardo alla bellezza, e per molti anni ho voluto molto bene a Karel. Per parecchio tempo stemmo molto insieme, ma il mio amore non era corrisposto. Poi Peter capitò sulla mia strada e presi una vera cotta infantile. Anche lui mi voleva bene e per tutta un'estate fummo inseparabili. Ricordo ancora quando andavamo per strada tenendoci per mano, lui con un abito di cotone bianco e io con un vestitino estivo dalla sottana corta. Alla fine delle vacanze egli andò in prima media e io in sesta elementare. Veniva a prendermi a scuola oppure andavo io a prendere lui. Peter era un ragazzo perfetto: alto, slanciato, bello, con un viso serio, tranquillo e intelligente. Aveva capelli scuri e splendidi occhi bruni, guance rosee e naso affilato. Andavo pazza soprattutto del suo riso, che gli dava un'aria birichina e maliziosa. Passai le vacanze in campagna; quando tornai, Peter aveva cambiato casa e abitava insieme con un amico molto più anziano di lui. Costui, a quanto sembra, gli fece notare che io ero ancora una bambinella e Peter mi piantò. Gli volevo tanto bene che non volli vedere la verità e gli rimasi attaccata, finché venne il giorno che mi resi conto che se continuavo a corrergli dietro mi avrebbero preso per una ragazza leggera. Passarono gli anni. Peter andava in giro con ragazze della sua età e neppur più mi salutava, ma io non lo potevo dimenticare. Andai al Liceo ebraico, molti giovani della nostra classe si innamorarono di me, io trovavo ciò molto divertente, mi sentivo onorata, ma nulla più. In seguito Hello si invaghì di me, ma, come ho già detto, io non fui mai più innamorata. C'è un detto: "Il tempo guarisce tutte le ferite"; e così avvenne anche a me. Mi immaginai di aver dimenticato Peter e di non aver più alcun interesse per lui. Ma il ricordo di lui continuava a vivere così intensamente nel mio subcosciente, che dovetti infine confessare a me stessa che ero gelosa delle altre ragazze, e che per questo egli non mi interessava più. Questa mattina ho capito che nulla è cambiato, anzi, a mano a mano che divento più vecchia e matura, il mio amore cresce. Posso ora ben comprendere che Peter mi trovasse infantile, eppure ancora mi addolora che egli mi abbia così dimenticata. Il suo viso mi è apparso così chiaramente che ora so con certezza che nessun altro potrebbe prendere il suo posto nel mio cuore.

sabato 15 luglio 1944


« "la gioventù in fondo è più solitaria della vecchiaia." Questa massima che, ho letto in qualche libro mi è rimasta in mente e l'ho trovata vera; è vero che qui gli adulti trovano maggiori difficoltà che i giovani? No, non è affatto vero. Gli anziani hanno un'opinione su tutto, e nella vita nono esitano più prima di agire. A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio. Chi ancora afferma che qui nell'alloggio segreto gli adulti hanno una vita più difficile, non si rende certamente conto della gravità e del numero di problemi che ci assillano, problemi per i quali forse noi siamo troppo giovani, ma ci incalzano di continuo sino a che, dopo lungo tempo, noi crediamo di aver trovato una soluzione; ma è una soluzione che non sembra capace di resistere ai fatti, che la annullano. Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.»

TI TRADISCO DI VENERDI’

Il tradimento condiviso è il tema dominante de “La villa del venerdì”, opera di Alberto Moravia pubblicata nel 1990 poco prima della sua scomparsa.

E’ un romanzo a episodi (16 in tutto) dei quali il primo, che è anche il titolo del libro, e il secondo (“Il vassoio davanti alla porta”), sono trainanti del pensiero dell’autore sulladulterio, argomento già trattato, sia pure con sfaccettature diverse, in altri precedenti capolavori come  “L’amore coniugale” o “L’attenzione”.

Qui Moravia tratteggia con maestria le due facce dell’amore: quello fisico che è in sè sfuggente, effimero e inappagante, e quello ideale, puro e incontaminato che resiste al dolore e ai turbamenti tipici di relazioni affettive controverse e irrisolte, che come tali restano sospese in un punto indefinito della propria sfera personale senza mai arrivare a serena conclusione.

Il compromesso cui giunge Stefano, il protagonista de “La villa del venerdì”, è l’accettazione dell’adulterio della moglie che si perpetra e si consuma nei week-end per poi finire negli altri giorni nel nulla mnemonico, quasi a voler compensare le ricadute di una relazione instabile ma perfidamente attrattiva.

Tra Stefano e la moglie (Alina) è stato convenuto che ogni venerdì sera lei si recherà dall'amante e vi resterà fino alla domenica sera. Stefano ama appassionatamente la moglie e Alina afferma invariabilmente di amarlo. Ma ambedue si tradiscono a vicenda, con questa differenza, però, che Alina tradisce il marito perché gli piace ora un uomo e ora un altro; Stefano invece tradisce Alina perché Alina lo tradisce.

In questo passaggio c’è tutta l’essenza narrativa di Moravia: le proposizioni e le subordinate sono tra loro legate da un sillogismo acritico attraverso il quale l’assioma lessicale prevale sulla sostanza rendendo accettabile (e giustificabile) ciò che nella vita dei sentimenti sarebbe invece fortemente frustrante e repulsivo. L’adulterio è semplicemente l’occasione, il pretesto, l’evento di disturbo elevato all'ennesima potenza per dimostrare quanto nelle relazioni amorose sia proprio la sofferenza, il dolore del temuto distacco a rendere tollerabili anche le convivenze più tumultuose.

Percorso analogo ma con effetti diversi è compiuto da Gian Maria, il protagonista dell’episodio “Il vassoio davanti alla porta”, nel quale l’iniziazione sessuale del giovane è vissuta in maniera fortemente idealistica, quasi platonica. S’innamora di una signora matura conosciuta in un albergo di montagna, la quale accetta il suo corteggiamento pur non rinunciando all'adulterio, al tradimento sistematico con uomini occasionali, per di più tollerato e condiviso dal marito. In questa triade (marito, moglie e potenziale amante inerbe)  si sviluppa l’intera storia come nelle migliori tragedie classiche in cui la fatalità, ovvero l’accettazione ineluttabile del proprio destino, è l’elemento principe che le contraddistingue. Ma Gian Maria, che è arrivato in quell'albergo proprio per scrivere una tragedia, si accorge che il vezzo della donna di cui si è innamorato, la signora Burla, è molto meno nobile e tragico:

 La signora Burla pareva sempre più smarrita, pur sotto un’aria di ostentata e altezzosa disinvoltura: “Una tragedia?Oh che bello! La vita intera è una tragedia, no so altri, ma la mia di certo.” Alla fine parve decidersi, si avvicinò bruscamente alle spalle di Gian Maria e tese la mano da dietro ad accarezzargli il viso. La mano scese dalla fronte alla bocca, indugiò sulle labbra, poi continuò la carezza sul mento e sul collo, finalmente si insinuò sotto il lembo della giacca e prese a sbottonare i bottoni della camicia: “Tu non credi che la mia vita sia una tragedia, eppure lo è.”

Qualcuno bussa alla porta e tutto resta indefinito, sicché le avances della signora Burla restano contrapposte al suo desiderio di dare una svolta al proprio destino. Come il pendolo di un orologio perennemente in bilico tra una scelta di vita improntata sull'amore candido e puro, e quella fondata sulla congiunzione carnale, meccanica, occasionale e indifferenziata.

Il ritratto psicologico dei personaggi narrati da Moravia ne “La villa del venerdì”, è quanto di più reale e realistico si possa riscontrare nella vita di tutti i giorni. La bravura dello scrittore romano sta proprio in questa sapienza descrittiva di vicende collaudabili e comparabili come nelle migliori rappresentazioni popolari del nostro tempo.

Il tradimento di venerdì o di un qualsiasi altro giorno della nostra vita, è l’occasione, l’attimo che crea una spaccatura fra noi e gli affetti che ci appaiono cari e indissolubili, mentre vacillano nell'istante stesso in cui si allontanano. Poiché tutto passa e niente è per sempre!

CONCORSI “ILLETTERARI”

L’arte di arrangiarsi è una filosofia di vita tipicamente italiana. Siamo il Paese dalle mille risorse, dalle mille sfumature: di rosso, di nero, di grigio, tanto per usare i colori di El James, la scrittrice milionaria che dopo aver spopolato il web e le librerie di tutto il mondo, ora si cimenta con il cinema proiettando sul grande schermo il suo best seller più discusso e discutibile.

Ma che cosa hanno in comune l’Italia e l’autrice della pornografia spicciola e postribolare del momento? Direi una parola: l’improvvisazione, che qualche volta paga ma molto spesso illude e fa apparire come “variopinto” quello che in realtà è piuttosto sbiadito e incolore.

Accade così per i mestieri: in un’epoca di recessione e di aumento vertiginoso della disoccupazione, ormai arrivata ai massimi storici, ecco che fioriscono e si moltiplicano come funghi i mestieri più disparati e fantasiosi, grazie anche alla tecnologia informatica che molto aggiunge ma altrettanto toglie in termini di qualità e di veridicità dell’attività reclamizzata.

Tra i mestieri in auge spicca quello di promuovere i concorsi letterari che nel titolo di questo post ho volutamente storpiato anteponendo alla parola “letterari” il suffisso “il” per ricavare un termine che nella lingua italiana non esiste ma che nella sostanza si accosta di molto al vocabolo “illetterato” ovvero “colui che non sa leggere e scrivere”.

Di questi concorsi ve ne sono tanti che sfruttano i sogni e le illusioni dei partecipanti con regole apparentemente legittime e selettive ma che sul piano concreto si tramutano in una vera e propria macchina “mangiasoldi” come le più comuni “slot machine” .

Vi sono bandi che prevedono una quota di partecipazione generalmente alla portata di tutti (si va dai 10 ai 20 euro) ma che moltiplicata per il numero dei concorrenti produce una fonte di sicuro guadagno. Basta fare i conti della serva: per il premio X con una media di 200 partecipanti (stima sicuramente in difetto) e una quota pro-capite di € 20, si ricavano ben 4.000 euro. Togliendo le spese per la gestione del concorso (peraltro mai specificate) e il premio al primo classificato (in genere la pubblicazione di un e-book dal costo mediamente di € 80) resta un bel gruzzoletto per far felici i pseudo giurati e l’intera organizzazione.

Il tutto senza una cernita preliminare della qualità degli scritti che vengono ammessi senza riserve anche se“illeggibili” e “improponibili” in quanto estremamente “utili” per raggiungere l’incasso prefissato.

Non dico che bisogna stare alla larga dai concorsi letterari. In un’epoca nella quale si fa ben poco per la cultura e gli editori scarseggiano in spirito d’iniziativa e capacità di investimento, possono rappresentare un ottimo viatico per scoprire nuovi talenti.

Ma anche in questo campo occorre prudenza e circospezione.

Innanzitutto diffidare dai concorsi a pagamento, se proprio ci si vuole cimentare, consiglio di leggere con attenzione il bando e, soprattutto, acquisire informazioni sui componenti della giuria. La qualità e l’esperienza di coloro che sono chiamati a giudicare gli elaborati possono essere indice di serietà e di correttezza dell’organizzazione proponente.

In secondo luogo valutare l'entità del premio messo in palio: se è di scarso valore o di molto inferiore al presumibile ricavato come nell'esempio sopra illustrato, meglio rinunciare immediatamente. 

Ma prima di ogni cosa è bene fare una seria autocritica sulla bontà del proprio scritto: i sogni son desideri ma spesso generano illusioni che non danno la felicità.

L’AMARO RISVEGLIO

Con sgomento e costernazione. Così il mondo si è svegliato alla notizia della prematura scomparsa di Pino Daniele, cantautore raffinato e talentuoso che ha scritto una delle pagine più belle della musica nostrana (e non solo). Non più tardi di cinque giorni fa si era esibito sul palco de “L’anno che verrà”, lo spettacolo di RAI uno trasmesso il 31 dicembre scorso per salutare il nuovo anno.

Comincio a pensare che questo show non sia poi così beneaugurante a giudicare dalla passerella di grandi artisti come Lucio Dalla, Mango e da ultimo il “Pino nazionale” che ci hanno lasciato troppo presto e in maniera improvvisa come il lampo di un temporale che si è scagliato inesorabile sui cultori della buona musica.

Napule è 'na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a' ciorta.”
'O scarrafone 'o scarrafone, ogni scarrafone è bello a mamma soja.”
“ Tu dimmi quando quando, dove sono i tuoi occhi e la tua bocca, forse in Africa che importa …”

Sono solo alcuni dei versi più belli e toccanti scritti dall'immenso cantautore napoletano, poeta indiscusso della musica che ha saputo coniugare le parole alla sonorità di melodie indimenticabili, conquistando intere generazioni, perché quando la musica si tramuta in arte sopravvive al tempo e non invecchia mai.

E’ un amaro risveglio, il mattino che non avremmo mai voluto vedere.

Ci mancherà, come mancherà a quella Napoli che lui ha tanto amato e raccontato negli infiniti concerti che ancora oggi risuonano nella mente e nei ricordi di chi lo ha (giustamente) eletto ad ambasciatore della musica partenopea, capace di scuotere le coscienze più sorde e i sentimenti più assopiti dall'amara rassegnazione.

Napule è 'a voce d' 'e creature che saglie chianu chianu, e tu saje ca nun si sulo..”

Da oggi ci mancherà la sua voce e ci sentiremo tutti un po’ più soli!

AUTOGRAFO

Ugo Foscolo, grande scrittore e poeta del neoclassicismo, era ossessionato dall'idea di non essere ricordato dopo la sua morte. La Storia lo ha ampiamente smentito se la sua “Dei Sepolcri” è ancora oggi uno dei testi letterari più letti ed apprezzati in tutto il mondo.

Genio si nasce, non si diventa, si direbbe. Per coloro che sono dotati di talento naturale, basta poco per emergere e per imprimere la propria impronta sul cammino della vita verso il quale si accalcano le umane moltitudini.

Ma c’è una parte del mondo, forse la più cospicua, in cui si nasce, si vive e si muore nel più completo anonimato.

Colpa degli eventi, di certe contaminazioni esterne o di un’agguerrita concorrenza, molto spesso sleale e fatta di spintoni e di raccomandazioni.

O forse è colpa di se stessi per non aver osato quando era il momento di farlo, quando era il momento di scegliere e si è invece preferito rimandare a domani quello che poteva essere fatto subito.

Carpe diem: cogli l’attimo prima che il vento se lo porti via.

E’ un silenzio che fa rumore nella coscienza di chi si è dovuto accontentare, a torto o a ragione.

Dall'album “L’aquila non ritorna, ecco “Autografo” dedicato alle migliaia di solitudini che naufragano nel dolore dell’assenza, delle storie maledette e implosive mai raccontate o scritte, con lo sguardo teso verso un’alba che non arriverà

AUTOGRAFO
(V. Borrelli)

Come e quando finirà
questa vita senza nome
giorni uguali che non vivi
vanno via come i pensieri
le occasioni perdute
le emozioni mai avute

E ti abbracci da solo
improvvisi un assolo
per le strade del mondo
che sconfinano in fondo

E sorridi da solo
se la gente ti osserva
tu fai finta di niente
tanto intorno c’è nebbia

E’ un peccato che adesso
non vedi l’immenso
negli occhi di un bimbo
si accende il rimpianto
di un’alba svanita
Sul libro della vita
manca proprio il tuo autografo …

Come e quando finirà
questa notte vuota e insonne
passi incerti nel silenzio
vanno avanti senza senso
l’orologio segna l’una
manca tanto per l’aurora

E ti abbracci da solo
improvvisi il tuo volo
per cercarti di nuovo
sulle strade del mondo

E sorridi da solo
se qualcuno ti osserva
non ti fa proprio niente
perché intorno c’è nebbia

E’ un peccato che adesso
non cerchi l’immenso
negli occhi di un bimbo
c’è sempre il rimpianto
di un’alba svanita
Sul libro della vita
manca proprio il tuo autografo…

UN ANNO DI BLOG

Anno nuovo, vita nuova! Per intanto godiamoci gli ultimi spiccioli del 2014 provando a stilare, come si è soliti fare in questi casi, un resoconto sulle cose che sono successe nell'anno che sta per lasciarci.

Qui lo faccio da un punto di vista squisitamente personale, ovvero dalla mia esperienza di blogger sfogliando, come le pagine di un diario, gli articoli che ho pubblicato negli ultimi dodici mesi.

Non mi stancherò mai di ringraziare tutti gli amici e i visitatori del blog che mi hanno seguito con tanta simpatia e passione: da voi ho tratto linfa e stimolo per andare avanti in questo progetto di intrattenimento e di riflessione sui temi della cultura, musica ed attualità che, alfine, è semplicemente voglia di scrivere e di comunicare emozioni.

Ecco quindi il mio calendario 2014 con i post più letti e graditi (clicca sul titolo se ti va di rileggerli):

GENNAIO: Aspettando la neve (che non arriverà), esce “La scrittura creativa”, una riflessione critica sulla "professionalizzazione" dell’arte dello scrivere che si contrappone all'autenticità e spontaneità dell’estro narrativo. E’ il post che raccoglie il maggior numero di consensi e di visualizzazioni.

FEBBRAIO: Il mese dell’evento musicale più atteso dell’anno, ovvero il festival di Sanremo condotto, per l’occasione, da Fabio Fazio e da Luciana Littizzetto. Non bisserà il successo dell’anno precedente. Vince Arisa ma molti l’hanno già dimenticato. Il 28 pubblico “Sanremo 2014: le mie pagelle” che risulterà il più letto del mese.  Ottimo il piazzamento della mia intervista a Pierluigi Di Cosimo, autore di “Dove tutti i sogni finiscono”, che sarà molto gradita ai lettori.

MARZO: Intervisto Stella Stollo, autrice del romanzo storico “I delitti della Primavera” nel post “La forza buona della lettura” che risulterà il più letto. Segue a ruota “Le identità culturali”, riflessione sulla globalizzazione sistemica dei cambiamenti etnici e sociali, che ottiene il maggior numero di gradimenti tra il popolo degli internauti.

APRILE: Esce “L’aquila non ritorna”, il seguito de “Le parole del mio tempo” ottenendo la palma del post più letto e più gradito. Ottimo il piazzamento di “Ti recensisco nel nome del lettore”, post che mette in guardia dalle recensioni artefatte. Per alcuni mesi rimane in classifica tra quelli più letti di sempre.

MAGGIO: “Rifiuti solidi letterari”, pubblicato proprio nell'ultimo giorno del mese, risulterà il più cliccato. Ma “Il libro che non leggerò”, dedicato alle lusinghe dell’apparenza, sarà il più gradito dal network di Virgilio “OK notizie”. Bene anche la mia recensione al romanzo “Dimmi come mai”, delle autrici Alessandra Alioto e Rosalba Repaci.

GIUGNO: Esce “La solitudine degli internauti”, post che analizza gli effetti negativi dell’avanzata dei social network. Otterrà il premio dell’articolo più bello dai lettori della community di Google Blogger and Blog”.

LUGLIO: Per commemorare la triste scomparsa di Giorgio Faletti, pubblico “Io uccido”, la mia recensione al best seller del bravo scrittore astigiano. Otterrà tantissimi gradimenti.  Anche la mia intervista a Flavio Standoli, autore di “Esperance: una missione per due” risulterà tra le più gradite.

AGOSTO: Pubblico “Ho smesso di credere”, testo sul disincanto tratto da “Le parole del mio tempo”, che risulterà il più apprezzato e cliccato dai lettori.

SETTEMBRE: “Il nome della rosa”, la mia recensione al capolavoro di Umberto Eco, scala la classifica dei post più letti del mese. Sarà anche quello più commentato dal social “Linkedin”.

OTTOBRE: “La luce oltre”, racconto breve dedicato alla commemorazione dei defunti, si aggiudica la palma del post più letto. Ma “Il paese dei vecchi”, canzone tratta da “Le parole del mio tempo”, ottiene il maggior numero di gradimenti. Particolarmente apprezzata dal popolo di Facebook la mia recensione al libro “La favola di Shakira”, scritto da Bonifacio Vincenzi.

NOVEMBRE: Pubblico “L’amore platonico”, una riflessione sull'Eros che sarà tra le più gradite e condivise dai lettori.

DICEMBRE: “Il suicidio”, ritratto crudo e amaro dell’emarginazione, "sbanca" la rete raccogliendo il maggior numero di consensi e di visualizzazioni. Uno dei post più letti ed apprezzati nell'intero anno.

BUON 2015 A TUTTI I LETTORI!