BACIAMO LE MANI

Il funerale-show di Vittorio Casamonica, boss della più potente criminalità organizzata di Roma, ha messo in luce ancora una volta una vecchia piaga del nostro “Bel-paese”: la fragilità (e connivenza) della politica incapace di produrre azioni efficaci e risolutive contro il malaffare e la corruzione.

In questa occasione, come in altre simili, si sono proliferati i vari “J’accuse” perché fa sempre comodo dare la colpa agli altri, trincerarsi dietro ad uno scaricabarile miseramente intessuto da una ragnatela metastatica che per molti versi si affilia alle strategie speculative tipiche delle organizzazioni criminose.

La mafia c’è perché c’è lo Stato che la rifornisce dell’insipienza e dell’opportunismo dei governanti, oratori di bassa lega che come i peggiori preti indossano indegnamente l’abito talare istituzionale, forgiandosi di moniti e di tendenziose ideologie sul corretto agire per poi comportarsi dietro le quinte esattamente all'opposto.

Nel caso dei Casamonica ha fatto scalpore non tanto la “festante messa in scena dell’ultimo saluto all'idolo di una combriccola più o meno numerosa, quanto piuttosto la reazione di sdegno degli ignoranti, ovvero di coloro che dovevano sapere e non hanno sentito o che, pur sapendo, hanno dolosamente omesso di agire.

E del resto la pioggia di petali di rosa fatta venire giù dai cieli di Roma è la dimostrazione grottesca di come si possa essere liberi agendo nel malaffare e, per converso, prigionieri accettando e subendo regole artefatte e precostituite.

Ancora una volta è la cultura che viene fatta retrocedere, o meglio la parte migliore del sapere a favore di una controcultura dominante che influisce negativamente sulle coscienze fino a privarle del loro fulcro di vita, ovvero la consapevolezza dell’umano sentire. Come un lavaggio al cervello tambureggiante che ti fa escludere tutte le opzioni migliori.

Negli anni di gioventù trascorsi a Napoli sentivo spesso discorsi del tipo “Devi essere fij e’ndrocchia”, cioè figlio di “buona donna” pronto a fregare gli altri. Parole crude e veraci che danno il senso  di ciò che è sbagliato e reietto e che invece viene fatto passare come l’unico modus operandi per (l’incivile) convivenza.

Oggi le cose non sono diverse da ieri.

Baciamo le mani, dunque, ai falsi eroi, a quelli che c’insegnano ad essere figli di puttana, furbi, scaltri, opportunisti. Perché così fan tutti, perché così va il mondo.

La logica della corruzione è tutta qui. Non servono leggi e leggine perché l’unica contromisura siamo noi.

GIULIANO

Giuliano si trucca per sentirsi più donna
Giuliano se ama lo fa per una notte sola
Giuliano e i falò: un rapporto di vita
Giuliano e lo specchio: una vanità proibita

Inizia così “Giuliano”, canzone scritta nel 1980, dall’album “Mini-artista”. Tema scottante ma vecchio quanto il mondo perché l’omosessualità ha radici tanto profonde quanto i pregiudizi, gli insegnamenti abnormi perpretati nel tempo e tesi a correggere un difetto, o peggio, una malattia che è semplicemente orientamento sessuale, tanto naturale quanto consapevole.

Pensate che gli antichi ritenevano che fosse proprio l’amore con le persone dello stesso sesso il più sublime e spirituale. Lo scrive Platone in diversi passaggi dei suoi dialoghi del Simposio in cui il rapporto omosessuale tra maestro e allievo, che è volto alla procreazione spirituale e non al mero piacere fisico, è ritenuto, a differenza di quello eterosessuale, di livello più alto.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, le teorie e le concezioni filosofiche si sono trasformate (in bene o in peggio), ma quello che conta è il principio di fondo secondo il quale l’amore, in qualunque prospettiva lo si voglia considerare, deve essere immune da pregiudizi, discriminazioni, dogmi o impedimenti di qualunque tipo tesi a tarpargli le ali.

Sono le contaminazioni del pensiero che aggrovigliano l’amore fino a farlo rappresentare per qualcosa che non è ( o non dovrebbe essere). La libera manifestazione dei sentimenti prescinde dall’identità sessuale di chi ne è portatore, non si può essere buoni o cattivi, accettabili o denegabili a seconda della “provenienza” di certe preferenze perché la qualità dell’essere è qualcosa che trascende certe etichette o marchi imposti da ragionamenti precostituiti.

Il rifiuto di tutto ciò che è diverso da noi impedisce qualsivoglia crescita culturale e civile, non favorisce l’integrazione e ci fa salire su un comodo piedistallo puntando l’indice sugli altri senza mai rivoltarlo contro noi stessi.

Eppure la comparazione del senso di abbandono e di emarginazione, tipico della negazione sociale verso una determinata categoria di persone potrebbe essere il salvagente per una rinnovata coscienza collettiva, l’anello di congiunzione tra noi e tutto ciò che è diverso da noi. Quante volte ci sarà capitato di sentirci esclusi: nel lavoro, nella famiglia o nelle relazioni sociali in genere. E quante volte in situazioni simili abbiamo provato lo stesso senso di abbandono e di solitudine di chi è costretto a vivere, per il suo orientamento sessuale, ai margini della propria (e altrui) esistenza.

Ecco quindi la comparazione che dovrebbe farci ricordare l’omogeneità di certi stati d’animo e virare la mente a ciò che è accaduto nella Storia, recente o remota, in cui tanti sono stati gli episodi spietati e crudeli a danno dei deboli e dei diversi. Cito a mo’ d’esempio l’Olocausto, la più grave forma di sterminio e di ghettizzazione etnica e razziale.

Sono passati trentacinque anni da quando ho scritto “Giuliano”, allora il pregiudizio era fortissimo e predominante nel pensiero sociale. Ora qualcosa sta cambiando come testimonia il recente dibattito in Parlamento sulle unioni civili che dovrebbe portare all’emanazione della prima legge (in Italia) a tutela delle relazioni extra-tradizionali.

Persino la Chiesa, dove peraltro l’omosessualità è dilagante, sembra ora orientata su posizioni più morbide e concilianti. L’apertura di Papa Francesco verso il riconoscimento dei diritti e della dignità dei “diversi” è di per sé significativa del cambiamento che sta avvenendo anche sul piano religioso.

E noi, noi chi siamo noi?
E noi non possiamo noi condannarlo.
Giuliano è per tutti un corpo e non un’amica
Giuliano e se stesso: una tristezza antica.


(Tratto da Le parole del mio tempo”)

SPUNTI DAL MIO LAVORO

Dopo aver pubblicato un romanzo e due libri sui testi delle mie canzoni, ecco un saggio sulla mia attività di segretario comunale che ho voluto dedicare  a quanti s’imbattono quotidianamente con gli uffici della pubblica amministrazione ricevendo non sempre risposte adeguate e corrette.

Il mestiere del Segretario Comunale ha una caratteristica non comune ad altre professioni: la conoscenza di tutte le branche della pubblica amministrazione. E’ un’attività che richiede adeguata cognizione tecnico-giuridica nelle materie del Bilancio, della Fiscalità locale, del Pubblico impiego, dell’Edilizia, dell’Urbanistica, dei Lavori Pubblici, delle Attività produttive, della Polizia locale, dei servizi sociali e demografici, dell’Ordinamento comunale, dei Sistemi di management pubblico, in una parola, di tutti i servizi offerti dall'ente municipale.

Sono stati quindi numerosi i casi e le questioni che ho dovuto affrontare nella mia quasi trentennale esperienza lavorativa, come altrettanti sono stati gli spunti sulle problematiche emerse che hanno arricchito il mio bagaglio professionale al punto da raccoglierli, sia pure con doverosa sintesi, in un libro. E’ nato così “Spunti dal mio lavoro.

Il libro, dal taglio operativo e pratico, ha lo scopo di fornire un contributo agli operatori del settore, dirigenti e amministratori, chiamati a districarsi in un groviglio di norme di non facile lettura, fonte di decisioni non sempre agevoli e per molti versi difficili e delicate. Ma è altresì destinato al cittadino-utente che proprio con la pubblica amministrazione ha un rapporto controverso, difficile, minato nella fiducia anche a causa degli episodi di corruzione e di malaffare che stanno tristemente contrassegnando la politica e la vita amministrativa degli ultimi anni.

I temi affrontati sotto forma di pareri giuridici variano dall'applicazione degli istituti più comuni, quali l’astensione dei componenti degli organi di governo sui provvedimenti urbanistici o d’interesse personale, le regole per il corretto funzionamento delle sedute collegiali, le forme di autotutela dei provvedimenti amministrativi, il rapporto di pubblico impiego e le modalità per la sua corretta gestione, fino a toccare gli istituti più recenti come la trasparenza, le nuove forme del procedimento amministrativo e le misure per combattere la corruzione.

Benché il libro abbia un target di lettori determinato, la varietà delle questioni affrontate permette anche a chi non sia operatore del settore di riconoscersi nel rapporto con la pubblica amministrazione traendone gli spunti che direttamente lo interessano.

E chissà che gli “spunti dal mio lavoro non possano essere fatti propri da chiunque per poter raggiungere ogni beneficio possibile. Sarebbe per me la più bella gratificazione personale.

 (Vittoriano Borrelli: “SPUNTI DAL MIO LAVORO)


SE BASTASSE UNA PIUMA

Gli scrittori non muoiono mai. Lo scrissi in un post qualche tempo fa e ora ne sono più convinto dopo aver letto “La piuma”, l’ultimo libro di Giorgio Faletti. Una sorta di testamento solenne che l’autore lascia ai posteri in poche ma preziosissime pagine.

Tracciando il suo invisibile sanscrito nel cielo, la piuma sorvolò un villaggio popolato di uomini, che come tali prestavano attenzione solo a ciò che avveniva in terra, davanti ai loro occhi. Nessuno riuscì a vedere la piuma perché nessuno aveva tempo a sufficienza per alzare gli occhi al cielo e riuscire anche solo a guardarla.”

L’essenza del messaggio di Faletti sta tutta in queste bellissime parole che fanno da apripista all'opera. Un manifesto-denuncia nei confronti di una società “distratta” o troppo “concentrata” su se stessa, quasi solo ad occuparsi di cose materiali che impreziosiscono l’avere e indeboliscono l’essere, che fa specchiare senza riflettere o che induce a riflettersi nella bellezza, vera o presunta, della propria immagine.

Molto spesso non guardiamo al di là del nostro naso e se alziamo gli occhi al cielo è solo per vedere che tempo fa, per regolarci su quale vestito indossare o per tirare fuori dall'armadio l’ombrello. Sono azioni quotidiane che nemmeno ci facciamo più caso, così ripetitive e monotone nel loro andirivieni come il battito incessante di un orologio.

Basterebbe poco, un attimo per alzare la testa e guardare oltre. Spogliarci di quella pesantezza che ci portiamo addosso che non è cattiva digestione (anche se in senso lato potrebbe esserlo) ma figlia di pensieri, strategie o comportamenti che assumiamo come importanti e che invece mancano di spiritualità, bellezza interiore e di sana e purificante immaginazione. Basterebbe poco, un attimo per sentirsi leggeri, come una piuma …

Con un gesto infastidito, il Generale rimosse la piuma e la spinse a posarsi curiosa sul bordo del tavolo, mentre con esultanza spostava sulla carta dei soldatini neri alle spalle di quelli rossi.”

I destini del mondo nella stanza dei bottoni. Quante decisioni sono prese a danno del bene comune? E quante di queste hanno inciso negativamente sulla crescita e sul benessere di un Paese? La piuma che avrebbe potuto solleticare le sorde coscienze dei potenti, è qui miseramente ignorata. Sarebbe bastato poco, un attimo.

La Donna di Tutti chiuse la finestra su un mondo che non le sarebbe mai appartenuto e rientrò nel mondo a cui nessuno tranne lei apparteneva.”

La prostituzione femminile come una scelta, a volte necessaria, a volte voluta. Ma in ogni caso è sempre un fardello che si porta addosso per lasciarsi comprimere dall'unica alternativa che sembra possibile per la propria sopravvivenza, mentre basterebbe poco, un attimo per alzare lo sguardo e vedere oltre la solita visuale, aprire quella finestra e affacciarsi ad un altro mondo possibile.

Condita dalla toccante prefazione di Roberta Bellesini Faletti, compagna del compianto autore, “La piuma” rivela un mondo alternativo a cui si può accedere per dare forza e speranza ai sogni e alle passioni che alimentano la parte migliore del nostro essere. Per essere dentro la vita, senza subirla o accettarla da semplice spettatore.

Basterebbe poco, un attimo

TORNA DA ME

Il successo di un blog, come di un qualsiasi sito web, dipende non solo dal numero dei visitatori ma anche, se non soprattutto, da quella fascia di lettori che gli esperti classificano con il termine “returning visitors”, ovvero “visitatori che ritornano”.

E’ facile navigare tra un sito e l’altro alla ricerca di questa o quella notizia che possa interessarci. A volte lo facciamo svogliatamente e senza uno scopo preciso, un po’ come fare “zapping” con il telecomando del nostro televisore nella speranza di trovare il canale giusto o il programma che finalmente ci aggrada.

In questo via vai di frequentatori della rete sono quelli che ritornano in un determinato sito i più “papabili”, quelli che qualsiasi blogger o webmaster desidererebbe trattenere anche solo con la forza del pensiero perché restino dalle loro parti il più a lungo possibile.

Le strategie informatiche sono infinite. Ci sono ad esempio i cosiddetti SEO, Search Engine Optimization, ovvero quelle attività messe in atto per favorire la massima indicizzazione del sito nei motori di ricerca. Si usano codici (l’html, il più diffuso), parole chiavi (scegliendole tra quelle più ricorrenti) e altri stratagemmi per far sì che i contenuti del proprio sito ottengano il miglior posizionamento possibile nella rete ed essere così maggiormente visibili al vasto pubblico degli internauti. Una corsa, a volte, contro il tempo che somiglia un po’ a quella degli spermatozoi che s’inseguono e si spintonano per arrivare primi al traguardo.

Ma tutta questa “fatica” è niente se quello che scrivi non interessa. Certo, le tecnologie informatiche come quelle sopra illustrate aiutano non poco ad “orientare” il mouse verso il sito pubblicizzato, ma poi quello che conta sono i contenuti. In pochi minuti si può ottenere un numero anche significativo di visitatori ma quanti di questi sono veramente interessati?

Non v’è dubbio che un’altra “spia” sullo stato di “salute” di un sito web sia proprio il tempo di visualizzazione della pagina cliccata. Se dura pochi secondi state sicuri che è un automatismo dell’indicizzazione o, peggio, una bocciatura senz’appello.

Scrivere qualcosa d’interessante è quindi la parola d’ordine. Poi concorrono altri fattori, come  il momento più o meno propizio in cui la notizia viene catapultata nella rete, l’indagine (mista a sondaggio) sulle preferenze dei lettori ed una martellante e capziosa pubblicità.

Concludo, ed è proprio il caso di farlo, con il mio personale appello: caro lettore che sei passato da queste parti per caso o per giudizio, naviga pure per altri “lidi”. Ma se quello che hai letto ti ha incuriosito od emozionato, torna da me.

GLI AMICI SILENTI

Avrai carezze per parlare con i cani. E sarà sempre di domenica domani …”. Questi splendidi versi della hit di Claudio Baglioni, “Avrai”, sono entrati nei miei pensieri di gioventù e ancora oggi conservano tutta quella carica emozionale che mi aveva inondato al primo ascolto. L’espressione più sublime della voglia di comunicare e di ricevere calore e gioia come accade (o dovrebbe accadere) in un giorno di festa.

Sono i cani gli amici silenti, quelli che parlano con lo sguardo e dicono molto di più di ampollose parole, di frasi fatte e di circostanza cui siamo costretti ad ascoltare nel nostro mondo delle relazioni. In Natura tutto dovrebbe essere governato con equilibrio: i rapporti con l’ambiente, con gli animali e con gli uomini. Ma è un equilibrio precario, di vetro, pronto a frantumarsi non appena si registrano alterazioni più o meno significative in ciascuno di questi contesti.

Il disadattamento sociale non è cosa dei nostri giorni. C’è sempre stato fin dalla notte dei tempi ed è fortemente proporzionale alla qualità delle relazioni: quanto più queste sono reiettive delle differenze e dei diversi bisogni individuali, tanto più favoriscono l’isolamento e l’emarginazione.  

Eppure un insegnamento che “latita” nei programmi didattici quanto meno “ufficiali” è proprio l’amore per gli animali, e in particolare per i cani. Tanto si perde in termini di educazione ai buoni sentimenti.

Niente di più terapeutico può essere la compagnia di un amico a quattro zampe, vale molto di più di una seduta dallo psicologo (peraltro anche “salata”) o di interminabili esercizi ginnici per rassodare il corpo e presentarsi agli altri più sani e più belli ma con tante imperfezioni interiori.

Molto di più di una combriccola di amici che tanto parla e nulla dice, molto di più che stare su Facebook o su qualsiasi altro social network con gli amici “umanicolpevolmente silenti quando scrivi per comunicare qualcosa: un’emozione, uno stato d’animo, una richiesta di aiuto.

Avrò carezze per parlare con i cani. E non soltanto di domenica, domani…

SIGNORI, SI CHIUDE!

Per pochi giorni facciamo finta che i nostri problemi non ci siano più. Accantoniamoli in qualche angolo nascosto della nostra memoria e godiamoci queste vacanze agostane al mare, ai monti, o semplicemente in città ad ascoltare un tranquillo e conciliante silenzio.

Stacchiamo la spina, dunque. Eutanasia breve ma necessaria per ricaricare le pile e farci affrontare il futuro che ci aspetta con nuova energia e vitalità. Il famoso detto “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” è più che mai appropriato in un momento, come quello delle vacanze estive, in cui di tempo per riflettere ce n’è. E una riflessione sana aiuta quanto meno ad essere più saggi e meno impetuosi nelle risposte e nelle aspettative che ci attendiamo dagli altri e da noi stessi.

Andare (o essere) in vacanza è un diritto di tutti, costituzionalmente garantito. E poco importa se i modi di esercizio di questo piccolo o grande privilegio sono ampi e diversificati.

Le autostrade affollate di questi giorni sono un ottimo termometro rivelatore delle diverse abitudini o stili di vita degli italiani.

Sfrecciano bolidi o macchine di lusso a trecento all'ora: se gli incauti utilizzatori saranno graziati da una morte sicura, andranno a popolare le spiagge più chic della penisola o le baite di montagna d’elite.  

Ma ci sono anche utilitarie sovraccariche di bagagli con i viaggiatori che a malapena s’intravedono dai finestrini. Scendono dagli autogrill con tutta la truppa al seguito: mamma, papà e una fitta figliolanza che ci si chiede come si fa a viaggiare in spazi così ristretti. Li osservo e mi commuovo per loro. Il diritto di andare in vacanza è, almeno nei presupposti, indifferenziato e non c’è barriera sociale che possa comprimerlo.

Per questa famiglia italiana un po’ fracchiana ma autentica si prospettano spiagge libere (le mie preferite), panini imbottiti e bibite comprate a buon mercato, messe al fresco sulle sponde dei fiumi.

Si può essere felici anche così, con le piccole cose che poi sono quelle che contano di più.

E’arrivato il momento di abbassare la saracinesca. Signori, si chiude!

Non mi resta che augurare a tutti i lettori, BUONE VACANZE, ovunque voi siate. Con tutto l’affetto che posso.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

Cosa stai leggendo?”, chiedo a mia figlia che ha per mano un libricino di quelli tascabili. “Orgoglio e Pregiudizio”. “Ti piace?”. Annuisce ed io capisco che le deve piacere parecchio.

E’ nato così lo spunto di leggere il celebre romanzo di Jane Austen, anche se confesso che durante la lettura mi stavo letteralmente perdendo nella miriade di personaggi che fanno parte dell’intreccio. Ad un certo punto è stato quasi spontaneo fare qualche accostamento con la più leggera ( e melensa) soap-opera dei nostri tempi, “Beautiful”.

Che Ridge, Brooke o Stephanie, siano personaggi sovrapponibili a Darcy, Elizabeth o alla signora Bennet, è un artificio letterario per spiegare la fitta intessitura delle vicende narrate nell'una e nell'altra produzione, con la differenza che all'epoca del romanzo della Austen l’unico modo per farlo conoscere era la lettura, mentre in “Beautiful” le fonti di ricezione della soap-opera più vista nel pianeta sono ovviamente ben altre e più sofisticate.

Per leggere “Orgoglio e Pregiudizio” consiglio di tenere sotto mano un prontuario di rapida consultazione sulle relazioni parentali: si parte dalle cinque figlie che la signora Bennet desidera maritare, tra le quali la protagonista Elizabeth, per passare a Charles Bingley, ricco signorotto della tenuta di Netherfield , il quale ha due sorelle, Caroline e Hurst, un amico, Darcy, che a sua volta ha una sorella minore, Georgiana, un amico d’infanzia, George Wickham, un cugino, il colonnello Fitzwilliam, e una zia, l’aristocratica e altezzosa Lady Catherine de Bourgh. A questo punto della storia ho dovuto prendermi qualcosa per il mal di testa ma mi è subito ritornato quando ho scoperto che Charlotte Lucas, amica di Elizabeth, accetta di maritarsi con William Collins, cugino dei Bennet, apparentati a loro volta con i coniugi Gardiner, rispettivamente fratello e cognata della signora Bennet.

Insomma un groviglio di relazioni al quale si saranno forse ispirati gli autori della fiction americana per narrare le gesta dei Forrester: qui il guazzabuglio, pur contorto, è reso più semplice dai comportamenti disinvolti di Brooke Logan, passata sotto le “lenzuola” di quasi tutti i membri della famiglia: padre, figlio, cognato, nipote e figliastro. Un esempio di assenza di qualsiasi orgoglio e pregiudizio o, se vogliamo, di come questi atteggiamenti abbiano ora un significato nettamente diverso rispetto al passato.

Si potrebbe dire che il romanzo della Austen e Beautiful siano in realtà due facce della stessa medaglia, l’una antitetica all'altra. L’orgoglio di Darcy che sulle prime si rifiuta di corteggiare Elizabeth in quanto socialmente inferiore, si contrappone al “liberismo” americano di Ridge (e consanguinei), che non ci pensa due volte a farsi sedurre dalla “popolanaBrooke favorendo la sua ascesa nella ricca azienda di famiglia. E il pregiudizio di Elizabeth verso Darcy, che poi farà dissolvere dopo aver scoperto i valori morali del giovane, si contrappone al lassismo di Brooke, spinta da sfrenata lussuria che non le permetterà di costruirsi una famiglia felice, stile “mulino bianco”.

So che il paragone è paradossale ma ho voluto apposta farne uso per spiegare quanto nella società moderna l’orgoglio e il pregiudizio siano distanti anni luce rispetto ai medesimi comportamenti che si tenevano all'epoca della Austen. E un termometro rivelatore di questo cambiamento è dato proprio dall'atteggiamento dell’opinione pubblica contemporanea che non si scandalizza più né delle vicende dei Forrester né di quelle del proprio vicino di casa, perché fiction e realtà sono ormai divenuti la stessa cosa.


CANTAMI UNA CANZONE

Cantami, o Diva, del Pelide Achille...”. Molti ricorderanno questi versi iniziali dell’Iliade, poema meraviglioso di Omero che tante volte ci ha fatto trepidare durante le lezioni scolastiche sulla letteratura epica. Per il cieco vate l’intercessione di una Musa era la chiave di volta per raccontare le gesta di Achille. Oggi con molto meno si riesce a creare componimenti di ogni tipo, dalla prosa alla poesia fino alle … canzonette.

A proposito di canzonette. Si dice che l’estate dovrebbe favorire, proprio come una Musa, l’ispirazione giusta per proporre brani musicali che facciano presa sicura sul pubblico. Non più tardi di un anno fa pubblicai il post “Quel motivetto che mi piace tanto” in cui lamentavo in maniera scherzosa (ma non troppo) la scarsa qualità delle canzoni “vacanziere”, delle quali si fa fatica a ricordare anche il titolo.

Sono passati dodici mesi ma di passi avanti, almeno dal mio punto di vista, non sono stati fatti. Persino autori collaudati come Tiziano Ferro o Eros Ramazzotti, sembrano aver perso per strada quell'ispirazione che li aveva guidati fino a poco tempo fa, proprio come la Musa di Omero, a sfornare successi memorabili come “Sere nere” o “Più bella cosa”. Adesso il cantautore di Latina ha lanciato “Lo Stadio”, canzone insipida e melensa con cui si sta esibendo nei maggiori stadi italiani calandosi dall'alto come una Mary Poppins dei tempi moderni. Ma il pubblico, pur caldo e numeroso, sembra andare in delirio più per i suoi successi passati che per quelli di oggi.

Non molto dissimile in fatto di bassa qualità è l’ultimo repertorio proposto dal suo collega romano “nato ai bordi di periferia”, quel Ramazzotti tornato alla ribalta con “Perfetto”, un album che invece presenta molti difetti, primo dei quali la centellinante orecchiabilità.

Consoliamoci, si fa per dire, con i miti del momento, come Stash, vincitore dell’ultima edizione di Amici. Il “David Bowie” italiano, con la sua band "The Kolors", sta spopolando i mari e i monti dello Stivale con la sua Everytime”, e c’è da scommettere che sarà proprio questa la canzone più gettonata dell’estate 2015.

In mezzo a cotanta scelta, mi è toccato realizzare, proprio come un anno fa, il “mio” CD delle vacanze ricorrendo ai successi del passato fra i quali …

… una canzone di Antonello Venditti, "Sotto il segno dei pesci", evocativa degli anni post-sessantottini, in cui la contestazione era in realtà semplicemente un sogno da inseguire;

… una canzone di Gianni Togni "Luna," che mi faceva guardare “il mondo da un oblò”;

… una canzone di Anna OxaTutti i brividi del mondo”, che al centesimo ascolto mi fa venire ancora la pelle d’oca.

So che i miei figlioli mi punzecchieranno e mi riempiranno di sorrisini ironici quando partiremo in macchina per le vacanze. Ma ho deciso di non demordere: dopo aver ascoltato i loro cantanti preferiti, mi godrò il mio momento per fischiettare quelle belle canzoni di una volta che ancora oggi mi fanno tanto emozionare.

E come un anno fa intonerò quelle note “ingiallite” dal tempo  e sorriderò divertito.

NON TI VEDO PIU’

Occhio non vede, cuore non duole. Quando finisce una storia la medicina più efficace è quella di darsela a gambe perché in amore, anche se è banale dirlo, vince sempre chi fugge.

C’è chi invece si ostina a tenere a galla un rapporto di coppia che fa acqua da tutte le parti, forse per spirito masochista, per pigrizia, per non procurare sofferenza all'altro, per i figli o in nome di una famiglia che si vuole per forza tenere unita ma che invece è solo un tassello del mondo delle apparenze.

In tutti questi casi uno degli effetti più negativi e deleteri è l’annullamento di se stessi, la rinuncia a vivere una vita diversa perché così è scritto in un destino che si ritiene ineluttabile o che addirittura si pensa di meritare: ecco il masochismo latente o evidente che non è mai spontaneo ma figlio del proprio “curriculum vitae” travagliato e difficile.

Ne “La prossima vita” scrivo: “Si sa che il matrimonio è un’istituzione basata su determinati valori, come la fedeltà, la comprensione, il reciproco aiuto e la famiglia, che richiedono comportamenti non individualizzati ma protesi verso un bene comune accettato e condiviso. Invece tra me e Cinzia si stava verificando esattamente il contrario: le azioni e le aspirazioni dell’uno non trovavano più corrispondenza nelle azioni e nelle aspirazioni dell’altro. E così il matrimonio considerato come un contratto in cui ciascuno si impegna a concedere quello che è disposto a dare e a ricevere, veniva, nel nostro caso, ampiamente disatteso.

Ecco il fulcro del problema: Quando una coppia non cresce più allo stesso modo, alla fine … scoppia! Ci sono delle componenti che mascherano certi indizi che appaiono fin dall'inizio della conoscenza e che nel senno di poi si rivelano confermativi dell’esito finale. Una di queste componenti è l’ondata di sesso emozionale che sembra travolgere i protagonisti della storia: la c.d. attrazione fisica che fa sommergere qualsiasi “ragionevole dubbio” sulla tenuta della relazione. In nome di questa attrazione quanti matrimoni o convivenze sono naufragati al … sorgere del sole!

Le cause della crisi dell’amore sono così tante che alla fine … si annullano a vicenda. Lo scrivono i poeti e i cantanti, come il mitico Riccardo Cocciante nella sua “Quando finisce un amore”, una delle canzoni più belle e toccanti del suo repertorio:

Eppure non c’è mai una ragione perché un amore debba finire …”.





IL MALE DI VIVERE

La vita è bella”, recitava Benigni nel film che gli è valso l’Oscar qualche anno fa. Ma nella realtà è davvero così? Se si guarda al ciclo di una giornata, c’è sempre l’alba dopo il tramonto, così come le quattro stagioni che si susseguono l’una all'altra nell'infinito divenire delle cose, perché l’inizio e la fine sono intervalli ambivalenti, tutto si ripete e si rinnova e niente finisce per sempre.

Basterebbe partire da queste semplici considerazioni per ricavare forza reattiva ai dispiaceri e alle sofferenze che si avvertono ogni giorno e che fanno più male del dolore fisico.

Eppure c’è sempre un bastardo pronto a rovinarti la “festa”, a colpirti quando stai per rialzarti e a intrufolarsi nella tua mente e nella tua anima fino a divenire “invisibile”. Quando pensi di averlo definitivamente allontanato da te, ti accorgi che è ancora molto presente, soprattutto quando devi fare delle scelte, e quella più importante è proprio la scelta di vivere.

Sta suscitando scalpore in questi giorni la vicenda di Laura, giovane belga di ventiquattro anni che ha chiesto ai medici l’eutanasia per porre fine alla sua depressione, male che per lei è divenuto incurabile. “La morte è percepita da me non come una scelta. Se potessi scegliere, vorrei una vita sopportabile, ma ho provato di tutto e non ha avuto successo”. In Belgio la legislazione consente ai medici di praticare l’eutanasia a richiesta del paziente quando non c’è più alcuna speranza di guarigione.

E’ una questione etica che s’interseca con quella medico-scientifica. L’atrocità del dolore mentale o interiore, quando diventa irreversibile, è posta sullo stesso piano del dolore fisico che accompagna i malati terminali ad una morte sicura, sicché per i pazienti dell’uno e dell’altro tipo di sofferenza la scelta suprema di “staccare la spina” assume pari valenza.

Il male di vivere pesa quanto le metastasi tumorali e forse ancor di più sotto il profilo delle contromisure: l’efficacia del trattamento farmacologico della depressione non è disgiunta dal successo della terapia psicologica ed affettiva per la quale è richiesta, giocoforza, l’adesione e la collaborazione del paziente.

E’ un male sociale sempre più dilagante che fonda le sue radici sulla cronica anaffettività, diretta o indotta dal mondo delle relazioni, dal contesto ambientale e dalla (mala) educazione familiare. Colpisce soprattutto i giovani, ma è una tendenza che si sta stratificando in maniera trasversale a prescindere dall'età e dall'estrazione sociale. Segno, forse, di una decadenza di valori sempre più vertiginosa.

E’ un male che nasce anche dall'insicurezza e dall'incapacità di reagire con spirito positivo e propositivo alle avversità, piccole o grandi che siano. Ricordo che un mio compagno di scuola aveva la mania di strappare oggetti di carta: pagine di libri, quaderni e persino manifesti affissi ai tabelloni delle vie. Un giorno gli chiesi perché mai avvertisse questo bisogno così bizzarro. E lui mi rispose: “Distruggo perché non so costruire.”

Le cause e i rimedi sono così svariati e incontrollabili che ho un sogno ricorrente: quello di trovarmi su un’isola di pace insieme alle vittime del dolore per accoglierle tutte in un lungo abbraccio. Ambiziosa e chimerica aspirazione di far sparire, come per incanto, ogni sofferenza senza avere più paura della notte.

Sarà un sogno impossibile ma dopo tutto, alla fine di un tramonto, c’è sempre un’altra alba da scoprire.

TI LASCIO UN PENSIERINO

A buon intenditor, poche parole”.  Il dono della sintesi sta tutto qui. Non amo i discorsi articolati, la circospezione delle parole che sembrano voler dire tutto ed invece non comunicano alcunché.  Se fosse possibile parlerei solo con lo sguardo. Non si dice, forse, che gli occhi sono lo specchio dell’anima?

Per fortuna ci sono gli aforismi, massime e pensieri di poche righe in cui si concentrano i significati più autentici dell’umana concezione. Amore, amicizia, società e costumi, l’agire dell’uomo in tutte le sue contraddizioni. Insomma, l’essenza della vita … in un attimo!

Gli antichi erano soliti esprimersi per aforismi, primo esempio di comunicazione del pensiero alla stregua degli spot pubblicitari dei tempi moderni. Due forme di messaggio diversissime tra loro sia nella struttura che nel contenuto, ma con un tratto comune rappresentato dalla semplificazione e immediatezza del concetto base cui s’ispirano senza usare troppi giri di parole.

Sono un appassionato di enigmistica e in particolare delle massime che si leggono a margine dei cruciverba. E’ pur sempre una forma di cultura, sia pure spicciola e sbrigativa, che mi aiuta a tenere in esercizio la mente sgomberandola di altri e più impegnativi pensieri.

Non a caso ho accettato di buon grado la proposta della redazione di “frasicelebri.it, sito che si occupa per l’appunto di aforismi, consentendo la pubblicazione su questo blog della frase del giorno.

Mi sono cimentato in questo particolare vezzo con alcuni personali pensierini che lascio volentieri alla lettura degli appassionati del genere.

Eccoli:

Un sorriso fa bene alla vista, ma tanti sorrisi possono accecare.

Niente di più bugiardo può essere uno specchio che non riflette l’anima di chi si guarda.

Non c’è peggior solitudine ch’esser soli con i propri sogni.

Sono le piccole cose che fanno grandi gli uomini.

Non lasciare che sia la parola a correre più velocemente del pensiero.

E’ più sopportabile la cattiveria di un nemico che la finta bontà di chi si professa tuo amico.

Le parole valgono meno delle azioni che compi.

Non arrabbiarti se gli altri non ti comprendono, può darsi che non ti sei spiegato bene.

Il segreto per vivere a lungo è non immischiarsi nelle faccende degli altri.

La passione è una fiamma che si spegne non appena il vento si alza un po’ di più.

A volte c’innamoriamo dell’impossibile e dal possibile facciamo di tutto per allontanarci.


I MERCANTI DELLE PAROLE

Blog e siti web infiniti, come le parole che viaggiano in spazi paralleli senza incontrarsi mai, senza sapere l’una del significato dell’altra. La costruzione del pensiero che non ha sintassi, né regole basilari fondate sulla logica e compiutezza del proprio parlare.

E’ quanto sta accadendo (ed è già accaduto) nel mondo di internet e dei social network, in nome di una democrazia impura e incontrollata. Il diritto di parlare predomina sui suoi contenuti, l’importante è dire qualcosa, non importa come e perché. Sopravvivenza del proprio essere per farsi largo a spintoni in mezzo a tanta moltitudine quale antidoto, in molti casi, alla propria immensa solitudine.

L’informazione variegata, disordinata e senza freni rischia di produrre il risultato opposto: disinformazione, confusione e false convinzioni. Sempre più spesso si ascoltano commenti del tipo “L’ho imparato da internet”, “L’ha detto il mitico mister X, e se l’ha detto lui c’è da crederci sul serio!”

I nuovi (falsi) eroi dell’era multimediale sono i mercanti delle parole, quelli che vendono fumo ( e niente arrosto) attraverso slogan insidiosi, pomposi e allettanti come esche vaganti in cerca di pesciolini pronti ad abboccare.

Si vendono parole, e nemmeno a buon mercato. Sulla rete impazzano proposte di ogni tipo: dall’indicizzazionesicura” del proprio sito a suon di euro, a video o prontuari che riciclano qua e là informazioni su come vendere il proprio prodotto e ottenere guadagni sicuri, il tutto alla “modica” cifra di 100-200 euro per ogni acquisizione (ma ve ne sono altre a tariffe maggiori). Sono proposte che non garantiscono mai il risultato perché il rischio è tutto dalla parte del compratore.

In questo marasma di offerte vi sono aspetti meno venali ma che possono produrre danni ben peggiori. Mi riferisco in particolare alla qualità e veridicità delle informazioni, spesso tra loro contrastanti. Il caffè fa male? Ma no, ci sono studi che sostengono il contrario. Vuoi essere magra come una modella? Ecco quello che devi fare. Trovata una nuova cura per il cancro

Non dico che internet non abbia facilitato la ricerca delle informazioni, aperto le porte verso meandri della conoscenza un tempo inesplorabili. Ma tutto deve essere assistito dalle proprie o altrui competenze rigorosamente comprovate. E in questo la cultura del sapere e una buona dose di (sana) educazione filiale possono giocare un ruolo decisivo.

In altri termini c’è bisogno della capacità di discernimento per distinguere le informazioni vere o attendibili da quelle false e tendenziose. Una capacità che può essere acquisita solo attraverso lo sviluppo delle proprie conoscenze culturali.

Perché i mercanti delle parole sono sempre in agguato e possono nuocere più di quanto si pensi.