LA VITA STA ANDANDO VIA


La vita sta andando via con il suo carrozzone pieno di cianfrusaglie e di cose vetuste che non servono più. Sta andando via come il giorno al tramonto, un fiore che appassisce dopo essersi nutrito di luce e di vento fino a divenire un sottile pezzo di carta tra le pagine di un diario che non leggi più.

La vita sta andando via mentre si consuma alle tue spalle l’ultimo insulto di chi è rimasto indifferente ai tuoi dispiaceri, al tuo bisogno di cancellarli come si fa con una gomma sopra uno scarabocchio.

Sta andando via la vita che hai tanto amato e desiderato fino a immaginarla diversa, colorata, piena di sorprese, di abbracci mancati e di occasioni di riscatto dopo aver accumulato sul tuo cammino polveri di cenere e di delusione.

La vita sta andando via sul tuo viso struccato che si fa fatica ad indovinare l’antica giovinezza e il candore acerbo degli anni passati. Come una maschera che si leva per mostrare rughe incipienti, solchi oscuri  che si propagano sul manto epidermico incerto ed indefinito.

Sta andando via la vita per ogni attimo sprecato, per ogni indugio, per ogni respiro trattenuto in luogo della spensieratezza, della voglia di far emergere l'anima fanciullesca che non invecchia mai.

La vita sta andando via ed è una sola, bella ed intrigante, dolorosa e rigenerante, multiforme e multi-ingrediente, come una pietanza che può piacere o disgustare a seconda della parte che si sceglie di mordere.

Fermala questa vita che sta andando via
... come un aquilone che ti scappa di mano per liberarsi e svanire nel cielo.

Fermala questa vita che sta andando via
... che ancora ti sta aspettando per essere afferrata, graffiata, accarezzata.

Fermala questa vita che sta andando via
...  indulgente, benevola, redenta e riconciliatrice.

Fermala questa vita che sta andando via
prima che scappi via da te
Per sempre.

L’AMORE SENILE


Non c’è più inibizione nell'amore senile anche se le relazioni adolescenziali dei nostri tempi hanno bruciato tutte le tappe. Il periodo dell’infanzia si è ormai ridotto notevolmente che si smette quasi subito di giocare per diventare adulti troppo presto. Ma dopo una maturità più o meno lunga si arriva alle porte della senilità con un’esplosione dei sentimenti che libera gli antichi retaggi.

Cambia il modo di guardarsi, di sfiorarsi e di accarezzarsi, nell'amore senile prevale il disincanto ma anche la voglia di recuperare il tempo perduto specie se nel frattempo i sentimenti si sono appiattiti e non hanno più lo stesso slancio e la stessa energia della prima giovinezza.

Si cerca di indovinare nell'altro quello che si è stati un tempo, avidi ricordi che riaffiorano come quando si rispolvera un album di fotografie dai contorni confusi e sbiaditi. E se il respiro si fa affannoso per colpa di qualche acciacco, è solo un sospiro che un abbraccio caldo ed affettuoso saprà controllare.

Scivolano le mani nell'amore senile su percorsi languidi e irregolari raccogliendo qua e là briciole di emozioni prima che il vento se li porti via per sempre. Nel focolare della stanza che somiglia ad una nuvola nel cielo si consumano gli ultimi spiccioli dell’antica passione e ci si addormenta sognando di risvegliarsi ancora insieme.

L’amore senile è la linfa di una gioiosa vecchiaia, la vitalità che esplode a dispetto dei segni del tempo, l’argento indorato dal sole, il cuore che batte a mille per sentirsi ancora vivi. E’ un film che si riavvolge dall'inizio per riscrivere daccapo una storia in bella copia senza  cancellature.

L’amore senile è l’eterno in un attimo, lo sguardo proteso all'orizzonte, un sorriso luminoso e raggiante che si apre sul mondo per accogliere un nuovo mattino.

LA CERTEZZA DI AVERTI


La certezza di averti è la paura di perderti, il saperti distante ma raggiungibile in qualsiasi momento mi procura sollievo e conforto. Quando tutto è scontato e banale, diventa poco importante, così che le persone e le cose non ci appartengono più. 

Il senso della vita è non pensare mai all'invariabilità delle reazioni e delle relazioni, perché tutto si evolve o s’involve a seconda di come orientiamo i nostri comportamenti. Non esiste la staticità dei sentimenti ma la loro dinamicità ed estrema mutevolezza. Si può amare di più o di meno ma mai allo stesso modo.

Anche l’odio può aumentare o diminuire alla stregua dei buoni sentimenti, perché tra il bene e il male ci passa sempre un centimetro di differenza. Pianificare la propria vita affinché tutto vada sullo stesso binario è solo una sospensione, più o meno lunga, della vita stessa. È come trovarsi ad un incrocio e non decidere quale direzione prendere, così che si rimane sempre allo stesso punto senza crescere mai.

Del doman non v’è certezza”, scriveva Lorenzo de’ Medici nella poesia Canzona di Bacco, scritta nel 1490 in occasione del carnevale. Esortazione a vivere il presente prima che la giovinezza svanisca ma anche un monito: cogliere l’attimo nel momento stesso in cui lo si vive senza pensare al passato o al futuro.

Oscar Wilde era un fautore dell'incertezza come la migliore delle certezze: Credere è molto noioso. Dubitare è profondamente avvincente. Essere sul chi va là è vivere. Farsi cullare nella certezza è morire.

Il tema della certezza (e del suo contrario) è affrontato anche nel film Into the wild dove si narra la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia alle certezze materiali della vita per andare a vivere nei ghiacci dell'Alaska : C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo.

Carpe diem, cogli l’attimo.

Indietro non si torna.

Carpe diem, cogli l’attimo.

Domani è già tardi.

Ecco perché la certezza di averti…

…è la paura di perderti.

LA SECONDA VOLTA


Ero così soddisfatto della mia prima volta che avevo deciso di riprovarci non appena se ne fosse presentata l’occasione. Avevo provato il classico brivido sulla schiena, uno scombussolamento totale dalla testa ai piedi che mi aveva reso per pochi interminabili minuti schiavo di un’emozione forte ed incontrollabile.

A pensarci bene quella mia prima volta aveva avuto su di me un effetto quasi ipnotico, come se fossi stato rapito da una goduria intensa e dirompente da sperare che non finisse mai o, quanto meno, che durasse per il tempo necessario da tenerla in serbo nei momenti meno emozionanti della mia vita.

Paragonavo quell'esperienza al modo di alimentarsi degli scoiattoli, animali previdenti che in estate fanno scorta di cibo per l’inverno. Insomma, ero così inebriato dalla mia prima volta che pensavo potesse bastare nei periodi di carestia in cui ci sarebbe stato poco o niente da procacciare.    

Ora vi chiederete che cosa mi sarà capitato per essere così su di giri. Per darvi un indizio, immaginate di trovarvi in un castello incantato popolato da dame, servitori, giullari e musicanti. Un corteo di gente dal quale voi, nelle vesti di un re o di un principe, siete serviti e riveriti come un prete sull'altare.

Quale migliore occasione per avere tutto a portata di mano con un semplice schiocco delle dita? Una dama da accogliere nel proprio giaciglio per essere piacevolmente coccolato; una squadra di servitori per soddisfare ogni desiderata prelibatezza; dei giullari che si esibiscono con giochi strabilianti e, infine, un’orchestra per allietare ore vuote e senza brio.

I piaceri della vita che si materializzano a comando, brividi intensi che filtrano nel sangue e si propagano nel tessuto epidermico, occhi che si chiudono in senso di beatitudine mentre tutto si compie e si risolve in un’esplosione orgasmica.

Peppino, il mio amico invidioso e ficcanaso, aveva cercato in tutti i modi di saperne di più:

“Allora Guerrino, com'è stata la tua prima volta?”
“Sapessi! Una goduria di quelle che non si scordano mai.”

Peppino si era fatto prima rosso e poi paonazzo ed io mi divertivo a vederlo così divorato dall'invidia.

“Ma va! E che cosa ti è preso mai? Una sfrenata lussuria?”
“In un certo senso è stato proprio così: una lussuria che mi ha pervaso tutto il corpo al punto che avrei replicato volentieri.”
“E perché non lo hai fatto?”
“Lo farò stasera e sarà la seconda volta.”

Per l’occasione mi ero vestito in ghingheri: abito scuro e una camicia di seta sbottonata al punto giusto da far intravedere i miei pettorali ben sviluppati frutto di duri esercizi in palestra.

“Posso venire anch'io? Dai che ti faccio compagnia.”
“No che non puoi, reggeresti il moccolo. E poi nel posto dove devo andare è tutto esaurito.”
“ E va bene”, fece il mio amico con tono rassegnato, “però mi racconti tutto più tardi.”

Ho lasciato Peppino con la promessa che gli avrei riferito ogni cosa nei minimi particolari. Ho preso la moto e con la mia compagna Stefania mi sono involato alla volta di “Ciro ‘o scugnizzo”, il ristorante a picco sul mare dove ho scoperto una zuppa di pesce da leccarsi i baffi. Siamo entrati nel locale ed io non vedevo l’ora di gustarmi la mia seconda volta.

LA SECONDA VOLTA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)



L’ATTENZIONE

Quando la realtà non piace perché abietta e reietta diventa qualcosa di inautentico da affrontare con disattenzione. È quello che succede a Francesco, protagonista de “L’attenzione”, romanzo di Alberto Moravia pubblicato nel 1965 e prodotto in un film vent’anni dopo con Stefania e Amanda Sandrelli. Scrittore alla ricerca di se stesso, Francesco si propone di scrivere un romanzo ricavandolo da un diario personale sul quale annota le vicende della sua vita familiare allo scopo di trasferire l’inautenticità, ovvero la piattezza del vivere quotidiano, nell'autenticità del dramma ideologico che solo un romanziere è in grado di rappresentare.

Figlio di una famiglia borghese e corrotta, e come tale inautentica, Francesco s’innamora di una donna del popolo, Cora, fino a sposarla e accoglierla in casa con la figliastra Gabriella, detta Baba, avuta da una precedente relazione con un militare durante la seconda guerra mondiale:

Ora, per contrasto con questa inautenticità, si era formato in me, con la lentezza ma anche con la naturalezza del processo che porta alla nascita, dentro l’ostrica del nucleo della perla, si era formato, dico, il mito del popolo come solo depositario di tutto ciò che vi era di autentico al mondo. Si era nel 1947; questo mito aveva ricevuto una conferma dal fascismo e dalla guerra, due catastrofi, a ben guardare, dell’inautenticità. Così si spiega come, al mio primo incontro con Cora, io mi innamorai. ”

Ma il rapporto coniugale si rivela ben presto un fallimento: Cora si trasforma agli occhi del marito in una donna convenzionale, e perciò inautentica, che spingerà Francesco ad allontanarsi dalla famiglia con frequenti viaggi all'estero per motivi di lavoro. Decide quindi di essere “disattento” verso tutto ciò che accade nella vita della moglie e della figlia Baba, vivendo con loro da pigionante, ovvero da “separato in casa” ma non rinunciando a lunghe sortite fuori dalle mura domestiche.

Insomma, una specie di paralisi davvero progressiva mi irrigidiva sempre più in un atteggiamento di incompleta incomunicabilità, distacco, estraneità, ribrezzo. […] Per dare un’idea dell’irritato senso di estraneità che mi ispirava la convivenza con Cora e con sua figlia, voglio dire ancora che tra me e me non le chiamavo più con i loro nomi bensì con dei soprannomi. Cora era la “sarta” […] e Baba era, mi dispiace dirlo, “la bastarda”.”

Un giorno, al rientro da uno dei soliti viaggi, Francesco scopre tra la posta una lettera anonima nella quale viene rivelato che Cora gestisce da anni una casa di appuntamenti, un bordello cui aveva cercato di introdurre la stessa figlia Baba all'età di quattordici anni. Comincia così per Francesco l’attenzione. Interroga Baba che conferma l’attività della madre e del tentativo di quest’ultima di proporla al cliente di turno. Scoprirà che in quella stessa casa di appuntamenti Cora organizzava incontri con donne che si offrivano al marito, ignaro dell’occulta regia della moglie.

Con Baba il rapporto si fa intenso, misterioso, continuamente in bilico tra l’amore filiale e la passione incestuosa:

“… era piuttosto da questo nome che da lei stessa in carne ed ossa che mi sentivo attirato; e questo nome era quello che si dà al rapporto amoroso tra un uomo e una donna che hanno i vincoli di parentela. Ora io mi rendevo conto che se non ci fosse stato l’idea o meglio il nome di incesto, probabilmente io non l’avrei desiderata. così ancora una volta era dimostrato che per me non c’era né poteva esserci azione autentica nemmeno quando l’impulso ad agire veniva dal profondo. Infatti: il mio desiderio era scattato automaticamente al suono di un nome, di un mero nome e per giunta falso, poiché dopo tutto, non eravamo veramente padre e figlia.”

Si consuma così il dramma familiare. Quello che era inautentico, impersonale, indifferente, diventa autentico, una presa di coscienza dettata proprio dall'attenzione che spingerà Francesco a scrivere il romanzo non dall'immaginazione ma dagli stessi appunti del suo diario personale. Scoprirà inorridito quello che era veramente successo a Baba all'età di quattordici anni in quella casa di appuntamenti …

Romanzo scritto con magistrale bravura da Alberto Moravia, “L’attenzione” è il prologo di uno sconvolgimento sociale che precederà da lì a poco gli anni duri della rivoluzione sessantottina. Fortemente introspettivo ed ideologico, se ne consiglia la lettura a chi ama approfondire le tematiche dell’esistenzialismo puro e maledetto.

ZUCCHERO AMARO


Giro e rigiro il cucchiaino nel cappuccino quasi a voler prolungare un istante che non so bene se sia di sollazzo o di ostinata agonia. La schiuma trasborda intorno alla tazza come le onde del mare sulla scogliera; in questa distesa di liquido colorato sento di immergermi con il capo chino e pensieroso.

La barista giocherella con il suo smartphone aspettando che arrivi un altro avventore da servire. E’ magra da far paura ma dotata di una forza mascolina che non disdegna di mostrare quando impugna il portafiltro e lo sistema in un colpo solo sotto la coppa della macchina da caffè. Dove troverà tutta questa energia alle sette e trenta del mattino? Che sia forse un monito a noi poveracci che ci muoviamo come zombi alle prime luci dell’alba?

Accanto a me una coppia di anziani commenta le notizie di un quotidiano piegato a metà sul bancone, e più in là, in disparte, un giovane studente con lo zaino sulle spalle beve tutto d’un fiato il succo d’arancia prima di scappare fuori a prendere l’autobus.

Intanto continuo a girare il cucchiaino nella tazza con le pupille che seguono questo movimento circolare che quasi mi procura un effetto ipnotico. Se non la smetto finirò sul serio con la faccia nella schiuma del latte e mi addormenterò come un ubriaco dopo l’ennesimo quartino.

Penso e non vorrei pensare, mi agito e vorrei stare fermo, tutte azioni e negazioni  che si annullano a vicenda facendomi rimanere al punto di partenza: ritto nella mia postazione, anonimo e indifferente come un manichino insieme ad altri intento ad osservare il solito scenario.

Giro e rigiro il cucchiaino ma questa volta la barista mi lancia un’occhiata interrogativa che mi induce ad accelerare l’atto di sorbirmi il mio cappuccino.

Ecco che mi decido ad impugnare il manico della tazza e a portarla a poca distanza dalle mie labbra. Sento gli occhi dei presenti su di me come se stessero assistendo ad un’operazione delicata e difficile. Finalmente mando giù i primi flutti di latte caldo che scendono in gola e infine nello stomaco dopo un lieve rigurgito. Provo un gusto amaro come se avessi ingerito uno strano intruglio, di quelli che si prendono come medicina quando si sta male.

Chiedo alla barista una brioche alla crema per addolcire il palato ma il primo boccone mi va di traverso, comincio a tossire, divento rosso e poi paonazzo, sento che sto per soffocare. Improvvisamente ricordo che non ho fatto  testamento né ho dato disposizioni per la donazione degli organi e questa assenza di pianificazione delle azioni postume alla mia vita mi fa agitare sempre di più.

Penso a Confucio, il mio cane che da lì a poco avrei lasciato da solo nel mio giardino di casa senza che nessuno si sarebbe occupato di lui. Ed è un pensiero miracoloso che segna la mia salvezza da quella difficile situazione. Di colpo il boccone della brioche che si era trattenuto tra la trachea e l’esofago si sposta verso quest’ultimo ed io riprendo finalmente a respirare.

Cerco di darmi un contegno, fingo indifferenza ma in cuor mio mi sento sollevato per lo scampato pericolo. Vado alla cassa, rifiuto con un sorriso l’offerta della barista di non pagare l’infausta consumazione ed esco dal bar.

Mi prendo in faccia l’aria fredda del mattino e scopro che è così bello ricominciare.

ZUCCHERO AMARO

Racconto breve 

di

Vittoriano Borrelli



A tutti i lettori i miei auguri di buona Pasqua


PRIMA DI FIRMARE, PENSA!


La pubblicazione di un libro può essere un sogno che si avvera ma può anche trasformarsi in un vero e proprio incubo. In questo articolo vi spiego gli errori da non commettere per evitare di trovarsi, nel bel mezzo di una festa annunciata, con un pugno di mosche tra le mani.

Dopo aver scritto il vostro manoscritto, se pensate di rivolgervi ad una casa editrice, è bene prestare la massima attenzione a tutte le clausole contrattuali che vi vengono sottoposte. Sappiate che con la sottoscrizione del contratto trasferite a terzi (in questo caso all'editore) per un certo periodo di tempo, il diritto di utilizzazione dell’opera che in molti casi non consiste semplicemente nella stampa e distribuzione, ma anche nel diritto della traduzione in altre lingue o di adattamento a scopi teatrali, cinematografici, radiotelevisivi o multimediali. 

Si tratta quindi di una limitazione più o meno ampia della proprietà intellettuale che dura per tutta la vigenza del contratto, per la quale vale la pena spendere una pausa di riflessione più che adeguata prima di apporre la propria firma sul documento.

È bene sapere innanzitutto che nell'ordinamento italiano vige la legge 22 aprile 1941 n. 633, da ultimo modificata dal decreto legislativo 15 gennaio 2016 n. 8, che regola la protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi. In particolare gli articoli che disciplinano il contratto di edizione sono dal numero 118 al n. 135.

In particolare l’art. 122 stabilisce che nei contratti di edizione (che sono quelli in cui devono essere specificati il numero delle edizioni e il numero degli esemplari per ogni edizione) e  nei contratti di edizione a termine (dove invece deve essere indicato il numero di edizioni che si stima necessario durante il termine concordato e il numero minimo degli esemplari per ogni edizione), la durata massima del contratto non può eccedere i vent’anni dalla consegna del manoscritto completo.

Salvo che non sia stato scritto un capolavoro (ma nessuno può saperlo a priori) o l’editore non sia di fama certa, è bene non accettare contratti di così lunga durata. Tre anni o al massimo cinque è un tempo più che sufficiente per valutare l’andamento dell’opera sul mercato, il comportamento dell’editore e altri elementi che potrebbero indurre le parti, alla scadenza contrattuale, a rinnovare o meno la collaborazione.

L’art. 127 fissa il termine massimo per la pubblicazione dell’opera che non può eccedere i due anni dalla consegna completa del manoscritto. Ogni diversa clausola è nulla di diritto e vale l’anzidetto termine legale dei due anni. Anche in questo caso il suggerimento è di non stabilire un termine così lungo: se l’opera è giudicata buona, è interesse anche dell’editore stabilire un termine inferiore, massimo sei-otto mesi che appare più che sufficiente. È altresì opportuno che sia disciplinato il recesso ipso iure, ovvero senza la necessità di intervento del giudice adito, se entro il termine concordato non si proceda alla pubblicazione dell’opera.

Occorre inoltre sapere che l’autore può apportare tutte le modifiche all'opera (purché non sostanziali), fino al momento della stampa (art. 129) e che il prezzo di ogni copia, pur stabilito dall'editore, deve essere tempestivamente comunicato all'autore il quale può opporsi se “sia tale da pregiudicare gravemente i suoi interessi e la diffusione dell'opera.” (art. 131).

Infine, tra le cause di estinzione del contratto di edizione (art. 134), si sottolinea lo spirare del termine di due anni senza che sia intervenuta alcuna pubblicazione. Si aggiunge che trattandosi di contratto sinallagmatico (a prestazioni corrispettive), in caso di violazione di ogni singola clausola è sempre possibile domandare la risoluzione giudiziale con diritto al risarcimento dei danni previa diffida ad adempiere.

Come si vede, il contratto di edizione è tutt'altro che operazione semplice. Occorre non lasciarsi prendere dall'entusiasmo ed evitare di affidarsi alla sola fiducia e “stretta di mano” senza regolare per iscritto quelle condizioni base sopra descritte che tutelino l’autore da… brutte sorprese.

Pertanto, prima di firmare, pensa!

LUCCIOLE


Strade che finiscono davanti al buio
marciapiedi pieni di colore umano
Qui non ci son stelle
Solo buchi sulla pelle

Scende anche stavolta bella e silenziosa                              
questa notte brava bella e maliziosa
fatta per aprire
cuori freddi e finestrini

Eccole che danzano sopra le ore
Lucciole che ballano senza parole
con il capo in fondo
si alzano ed è già il conto

Volti sconosciuti 
altri molto noti che
sfidano la notte e i bagliori tiepidi
che si vedono spuntare all'improvviso
quando tutto è già finito

E le trovi nei bar
con la spesa sul tram
Certe hanno anche un figlio
e un marito coniglio

Altre sono chissà
a curarsi l'età
le ferite che il mondo
ha lasciato giù in fondo

Lucciole che ballano senza nascondersi
anche se non vogliono devono accendersi
Aspettando il giorno
senza neanche un sogno
per tornare 

sulle strade che finiscono davanti al buio
marciapiedi pieni di colore umano
Qui non ci son stelle
Sono andate a farsi belle

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

STORIE DI TUTTI I GIORNI


Vecchi discorsi sempre da fare”, direbbe Riccardo Fogli nella sua hit più famosa che gli valse la vittoria al festival di Sanremo del 1982. La quotidianità che si ripete come un copione che si passa da una mano all'altra in una sorta di catena umana delle ataviche abitudini. Ma le storie non sono mai le stesse e a dimostrarcelo è questo libro, “Storie di segretari comunali”, appena uscito su Amazon e scritto a quattro mani dagli stessi interpreti di un mestiere, forse sconosciuto ai più, ma tanto importante e determinante nell'organizzazione degli enti locali.

Con la prefazione del prof. Santo Fabiano, noto ed apprezzato docente della formazione nella Pubblica Amministrazione, il libro è un mosaico di aneddoti raccontati da alcuni segretari comunali, a tratti anche tragicomici, ma tutti accomunati dallo stesso pathos verso una professione dannatamente amata ed odiata nello stesso tempo. Perle di saggezza etica e frammenti di vita spezzata e subito ricucita come si fa quando si corre ai ripari per far fronte agli incerti di un mestiere tanto affascinante quanto difficile e pieno di insidie.

Ci sono anch'io tra gli autori che racconto un episodio di trent’anni fa quando ero ai primordi della carriera con l’entusiasmo e la spavalderia di chi si appresta ad intraprendere un percorso sconosciuto ed impervio ma, proprio per questo, fortemente calamitante.

A pensarci bene questa spinta iniziale così colorita e quasi faceta rappresenta un po’ il filo conduttore delle storie, il tessuto narrativo che fa da cornice come tanti cerchi concentrici che si allargano o si restringono a seconda dell’intensità dell’esperienza vissuta, della sofferenza e della solitudine professionale di queste particolarissime sentinelle della legalità del buon agire pubblico.

Storie di segretari comunali” sono le storie che non si leggono sui giornali, non fanno clamore ma rappresentano un quotidiano fatto di sacrifici silenti, di piccole o grandi vittorie per tenere alto il buon nome e la dignità di una professione che non ha eguali in nessun’altra branca della pubblica amministrazione. Un documento-verità da consegnare ai “distratti”, a coloro che non “vedono” ma anche a tutti quelli che invece sanno leggere ed apprezzare quanto di buono ci sia in persone anonime ai più ma che sanno trasformarsi, qualche volta, in… eroi per caso.



TI PRESENTO VITTORIANO


Nel 2015. MeBook, social network che si occupa di cultura e di promozione letteraria con tanti followers al suo seguito, mi aveva proposto un'intervista che accettai molto volentieri. Oggi, nel giorno del mio onomastico, la ripubblico sperando di fare cosa gradita a tutti i lettori e amici che mi seguono.

L'intervista è stata curata da Maurizio Caruso e potete rileggerla anche dal seguente link mebook-interviste-vittorianoborrelli


INTRODUZIONE 

Musicista, poeta, paroliere. Sono almeno queste tre nobili peculiarità al quale potrebbe essere affiancato il nome di Vittoriano Borrelli da Portici in provincia di Napoli. Instancabile artista al servizio delle emozioni altrui, è uno che "ama la vita dei sentimenti e sta dalla parte delle piccole cose che poi sono quelle che fanno grandi gli uomini..." 

Mebook: Cosa ti succede interiormente sin da piccolo e come si sviluppa quando compi il quattordicesimo anno di vita? 

Vittoriano Borrelli: Sono cresciuto in un ambiente familiare pieno di regole precostituite che nulla lasciavano alla libera estrinsecazione dei sentimenti. Ho quindi ricevuto un’educazione rigida che mi ha impedito, per un certo numero di anni, di spaziare e di far emergere quella parte di me che detestava ogni forma di apparenza. E’ stato quasi naturale costruirmi un mondo parallelo, immaginario, in cui potevo finalmente liberarmi da qualsiasi inibizione facendo sprigionare dal mio “contenitore” interiore tutti i migliori sentimenti possibili. La musica mi ha molto facilitato in questo percorso, a cominciare dai quattordici anni, quando mio padre mi regalò la mia prima chitarra. 

Mebook: "Le parole del mio tempo" è un libro che raccoglie una parte dei testi della tua imponente produzione. Questi testi che sapore hanno e a chi sono diretti in particolare? 

Vittoriano Borrelli: Direi a tutti quelli che hanno voglia di “sentire” la vita in tutte le sue sfaccettature. Le mie canzoni sono piuttosto variegate, parlano di amore, di solitudine, di emarginazione con un filo conduttore rappresentato dalla voglia di essere sempre se stessi, senza condizionamenti o compromessi di sorta. 

Mebook: Come coniughi il lavoro con lo spazio che ti resta per scrivere e per creare? 

Vittoriano Borrelli: Faccio un lavoro molto impegnativo e pieno di responsabilità. Sono segretario generale di alcuni comuni della provincia di Como, con un’agenda sempre fitta di impegni. A volte non mi bastano le 24 ore giornaliere per riuscire a fare tutto, ma ho dalla mia la professionalità e il senso pratico dell’organizzazione che mi permettono di conciliare il lavoro con la parte che prediligo di più, ovvero la mia passione per la musica e per la letteratura. Curo da qualche anno un blog che ha lo stesso titolo del mio libro di canzoni “Le parole del mio tempo”, che mi dato tante soddisfazioni per gli attestati di stima e di gradimento ricevuti. Valgono più di qualsiasi tiratura o riscontro economico della mia produzione libraria. 

Mebook: La tua passione per Alberto Moravia ti ispira a scrivere un romanzo "La prossima vita". Anche questo edito da Meligrana Giuseppe Editore nel 2012 ma in realtà già pronto dal 2001. La storia di un appassionato di pittura che ripercorre a ritroso la vita con la moglie... 

Vittoriano Borrelli: E’ una storia che mi somiglia molto per le contraddizioni a cui ho fatto cenno. Il protagonista, Leo Ferretti, è perennemente in bilico tra la realtà e l’immaginazione. Vive nell'una ma si allontana nell'altra, lacerato dal dubbio di non essere amato e accettato. Sullo sfondo una Firenze piena di fascino e di mistero nella quale il rimpianto e la malinconia ispirati da “La nascita di Venere”, il celebre dipinto di Botticelli, aiuteranno Leo a risolvere i suoi conflitti interiori grazie ad un colpo di scena finale che ovviamente non svelo. 

Mebook: Nel cantautorato d'autore italiano ma anche straniero quale artista ti ha maggiormente influenzato come paroliere e come compositore? 

Vittoriano Borrelli: Tutti gli artisti che hanno segnato la (pregevole) storia del cantautorato italiano: da Battisti a Dalla, da Venditti a Cocciante. Da questi grandi nomi ho tratto grande insegnamento anche se ho mantenuto un certo stile e originalità. Molti mi hanno definito un cantautore “intimista”, ovvero una persona che attraverso le parole ha inteso raccontare la propria vita interiore e le sue possibili trasformazioni. Credo che questa definizione mi calzi a pennello. 

Mebook: Siamo nel 2014 e pubblichi per Youcanprint un altro libro "L'aquila non ritorna". Come mai questo titolo? 

Vittoriano Borrelli: Lo spiego nella prefazione: l’aquila è un uccello di straordinaria bellezza ed intelligenza, espressione di numerose simbologie tra le quali quella di rigenerarsi ricevendo dal sole nuova luce e calore. Il “non ritorno” sta ad indicare la trasformazione simbolica di questo meraviglioso volatile, che spezza qualsiasi legame con il passato per approdare ad una dimensione di rinnovato spirito e vigore. “L’aquila non ritorna” è il seguito de “Le parole del mio tempo” ma per il significato del titolo lo precede proprio per la trasformazione cronologica delle storie narrate nelle mie canzoni. Ha anche un altro significato più sottile: lo scorrere del tempo che non ti fa più tornare indietro e rimediare ad una gioventù svanita troppo presto. 

Mebook: Qual è il compromesso che un autore deve seguire per poter vendere ed essere allo stesso tempo originale? 

Vittoriano Borrelli: Come si è forse capito dalle precedenti risposte, non amo scendere a compromessi di alcun genere. Purtroppo affacciandomi nel mondo dell’editoria ho dovuto fare i conti con una realtà che stride con questo principio. Credo che l’autore debba pensare solo a scrivere e l’ editore debba occuparsi della vendita e della promozione. Nella realtà non avviene niente di tutto questo. Gli editori (soprattutto quelli “piccoli”) delegano all'autore tutte quelle attività del promotore che richiedono tempo, pazienza e, soprattutto, competenza. Il risultato è una larga approssimazione resa ancora più difficoltosa da una concorrenza “indifferenziata” nella quale è difficile, per un lettore, orientarsi e scegliere libri di qualità. Manca in altri termini una strategia editoriale consapevole e mirata con un uso più precipuo e ponderato delle nuove tecnologie informatiche. 

Mebook: Da due anni collabori con la rivista on line "Quorum" scrivendo articoli di attualità e di cultura. Un articolo "la solitudine degli internauti" è particolarmente d'attualità e abbraccia alcune tue canzoni... 

Vittoriano Borrelli: Quando Stefano Campa, uno dei fondatori del giornale, mi ha proposto di collaborare per il quotidiano, ho accettato volentieri. Lo ringrazio pubblicamente per questa meravigliosa opportunità che mi ha permesso di ampliare la platea dei lettori ricevendo tanti attestati di stima. “La solitudine degli internauti” è uno degli articoli cui tengo di più perché affronta un tema, quello dell’uso spasmodico dei social network, di grande attualità. Il legame con una mia canzone, “Password” è piuttosto emblematico e spiega il senso dell’articolo: “Siamo un numero, un codice, delle lettere prestampate. Siamo un vortice di emozioni, di faccine che sorridono e che invece piangono per davvero …” 

Mebook: Un altro argomento interessante affrontato nei tuoi articoli è "la scrittura creativa". Come si scontra e si concilia con la produzione letteraria odierna? 

Vittoriano Borrelli: Non voglio offendere nessuno, e tanto meno coloro che sono sostenitori convinti di questo tipo di scrittura “assistita” che dovrebbe aiutare professionalmente un autore alle prime armi. Credo che le cose migliori nascano dall'istinto, dall'ispirazione, dalla capacità spontanea di raccontare una storia, un’emozione. Un libro perfetto nella forma può non esserlo nella sostanza. E’ vero anche il contrario, ma io preferisco una storia con qualche errore qua e là ma che mi colpisca nella sostanza. E poi le grandi opere nascono belle e perfette “ab origine”. E’ semplicemente una questione di talento naturale. 

Mebook: Leggere e pubblicare. Il tuo rapporto con gli e-book e con il cartaceo. 

Vittoriano Borrelli: Gli e-book sono una grande opportunità per chi ha pochi mezzi da investire. Rappresentano la tecnologia del presente (e del futuro) anche se in Italia raggiungono appena il 4% dei lettori. Se dovessi scegliere, preferisco di gran lunga il cartaceo, ma come ho detto prima gli editori disposti ad investire latitano e si fa di necessità virtù. Ma tutto questo è relativo se manca alla base l’educazione alla lettura, a cominciare dalle scuole e più in generale dallo Stato che ha fatto molto poco per valorizzare la cultura. 

Mebook: Attraverso quale canale si possono acquistare i tuoi libri? 

Vittoriano Borrelli: Per il momento i miei libri sono solo in formato e-book. Si possono trovare nelle migliori librerie digitali. Eccone alcune: Streetlib, Amazon, Smashwords. 

Mebook: Mebook secondo Vittoriano Borrelli... 

Vittoriano Borrelli: Un’ottima opportunità e polo di aggregazione di autori e lettori che amano leggere e diffondere la cultura. Ringrazio la redazione di questo bellissimo social per l’opportunità concessami. Spero che i lettori non si siano annoiati a leggere l’intervista. Se fosse così, come direbbe Manzoni, “non l’ho fatto apposta!”

NON E’ IL NOME DELLA ROSA


E’ stato uno dei primi romanzi che ho letto nella mia tarda adolescenza. Di matrice storica con ampie venature di giallo, Il nome della rosa ha collezionato oltre cinquanta milioni di copie vendute ed è considerato tutt'oggi uno dei fiori all'occhiello della letteratura italiana. 

In genere i romanzi storici piacciono a chi  ne è appassionato. Non è stato così per il best-seller di Umberto Eco che ha avuto l’astuzia di coniugare la prosa impegnata della tematica storica con la narrazione tipica del racconto “noir” riuscendo ad allargare la platea dei lettori, molto più variegata e popolare, fino a divenire un’opera facilmente ricettiva e alla portata di tutti. 

Il tema del romanzo è incentrato sulla forza (distruttiva) del sapere che all'epoca in cui si svolge la storia (siamo nel 1327) era un privilegio di pochi, uno strumento attraverso il quale si tendeva a dominare e a condizionare l’imperante ignoranza che regnava su gran parte dei consociati di quel periodo. Infatti, i misteriosi delitti che si succedono in una sperduta abbazia dell’Italia settentrionale porteranno alla soluzione del giallo grazie proprio ad un manoscritto detenuto nella biblioteca del convento, la cui conoscenza doveva essere inibita a chi improvvidamente ne veniva in possesso.

Siamo di fronte a dei tabù culturali che all'epoca del romanzo costituivano una regola difficile da scardinare, perché preordinata alla difesa e conservazione di una corrente di pensiero (nel caso di specie la cristianità sobria e rigida) in nome della quale le diverse inclinazioni culturali (come il manoscritto “galeotto” della Poetica di Aristotele sulla commedia e il sorriso) rappresentavano una seria minaccia all'ordine precostituito. 

Il nome della rosa è divenuto anche un film di successo uscito nel 1986 e interpretato dal grande attore scozzese Sean Connery, nei panni del frate protagonista Guglielmo de Baskerville. Il film ottenne diversi premi e riconoscimenti, tra cui quattro David di Donatello (1987), tre nastri d’argento e due British Academy Film Awards. 

In questi giorni la RAI sta trasmettendo una fiction a puntate del romanzo ma è qualcosa di molto diverso dall'originale. Diversamente dalla produzione cinematografica, le esigenze televisive hanno fatto sì che la storia fosse allungata come il brodo, ma si sa che il sapore non è mai lo stesso. 

Il titolo, menzionato in chiusura del libro con le parole "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" vuole indicare la relatività delle cose e degli eventi, che accadono senza lasciare altro che un nome, un ricordo: 
la rosa, che era, ora esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi …”. 

LA TRAMA: Guglielmo da Baskerville, è un frate francescano inglese che viene inviato in un monastero benedettino dell’Italia settentrionale con l’incarico di partecipare ad un congresso tra i francescani, sostenitori delle tesi pauperistiche sulla povertà e carestia, e i delegati della curia papale. Lo accompagna il frate novello Adso da Melk, con il quale condurrà le indagini su una serie di misteriosi delitti che accadono nell'abbazia. Sarà la biblioteca, luogo antro e oscuro, che consegnerà ai due protagonisti la soluzione del giallo … 

L’AUTORE: Nato ad Alessandria nel 1932 e morto a Milano il 19 febbraio 2016, Umberto Eco è stato un famoso semiologo, filosofo e scrittore. Tra le sue opere di maggior successo, oltre al romanzo in commento, spiccano Il pendolo di Foucault (1988), e Il cimitero di Praga (2010). Fra i saggi “Leggere i Promessi sposi” (1989), “I limiti dell’interpretazione” (1990) e di recente “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (2013). Autore raffinato e dotato di un’intelligenza fuori dal comune, Eco si è aggiudicato numerosi premi letterari collezionando ben 39 lauree honoris causa. 

UN PASSO DEL ROMANZO: Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l'uso e l'ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano? 

GIUDIZIO: Le tematiche del romanzo sul pensiero politico-religioso del cristianesimo, della sottocultura e del pregiudizio di comodo dei centri di potere del tardo medioevo, sono raccontate magistralmente in chiave romanzesca e giallistica, appassionando il lettore nella ricerca dei significati più puri ed emozionali della narrazione. I personaggi sono descritti in assoluta aderenza al periodo storico in cui sono vissuti, muovendosi in un contesto temporale ben rappresentato grazie alla genialità e all'acume stilistico di Eco. Da leggere e rileggere in ogni tempo. 



IL VENTO BASTERÀ


Per spazzare via le cose inutili, le parole e gli sguardi furtivi in un giorno qualunque che si fa subito sera. Per annientare le ipocrisie, quelle subdole e sottili come le polveri inquinanti che si ammassano nell'atmosfera in una coltre di neve invisibile.

Basterà il vento per scacciare via i cattivi pensieri, quello che poteva essere e non è stato, le illusioni e le speranze che ti hanno inebriato, ubriacato e deluso al risveglio. Basterà per alzare il bavero e coprirsi dal freddo pungente di un inverno di città, tra le macchine che sfrecciano per andare sempre nello stesso posto che quasi non lo riconosci più.

Il vento basterà per sollevare cumuli di carta, lettere scritte a metà o lasciate in bianco perché le parole sono state trattenute in gola senza mai uscire dal letargo dei pensieri. Basterà per non ascoltare il solito brusio di voci noiose e pettegole che sbraitano come cani randagi e non dicono niente.

Basterà il vento per spazzare via le nuvole, il fumo delle fabbriche, montagne di rifiuti che s’innalzano dietro bellezze velate e ingannevoli. Basterà per ripulirsi nell'anima e immaginare che dalle ceneri possa nascere un altro mondo, quello che sognavi da bambino tutto bello e colorato, da consegnare ai posteri come il più bel dono della tua eredità.

Il vento basterà per le mie membra stanche, che faccio fatica a rialzarmi dopo l’ennesima caduta nell'indifferenza di chi ha alzato lo sguardo ed è andato via.

E se prima di addormentarmi avrò bisogno di una carezza, il vento basterà.

TORNIAMO A CASA


Torniamo a casa
è ancora presto per la rivoluzione
di queste storie
Non puoi illuderti che sia la volta tua
domani è oggi se tu vuoi
perché restiamo sempre noi

Mi vien da ridere
se penso a questa nostra immensa solitudine
un’abitudine che non se ne va via
che ci fa compagnia
in queste notti fredde che
si aspetta un’alba che non c’è

Mi resterà
solo un sorriso che ho lasciato per strada
un viso acerbo che non ho rivisto più
nelle vetrine accese della città
con tanta neve che veniva giù
fino a toccarmi dentro l’anima

Torniamo a casa…

non puoi illuderti che sia la volta tua
domani è un altro giorno sai
che puoi cambiare caso mai

Mi resterà
la consapevolezza di essere io
malgrado tutto ciò che non son stato io
e le parole che io non ti ho detto mai
perché rimaste dentro l’anima
e che nessuno mai le ascolterà

Torniamo a casa
è ancora presto per la trasformazione
di queste storie
non puoi convincerti che sia colpa tua
perché domani se tu vuoi
è un giorno nuovo anche per noi

Torniamo a casa…

(Tratto da Le parole del mio tempo”)