IL MIO PROSSIMO POST

Sarà luminoso come il sole del primo mattino, radioso come il sorriso spontaneo di chi ti guarda senza giudicarti, colorato come i fiori vivaci di una primavera che sovrasta ogni altra stagione per rimanere attaccata alle pareti dell’anima.

Se le parole potessero bastare per rubare pochi attimi di felicità ne scriverei a iosa in tutti i luoghi possibili: sui muri delle città, sui social preferiti, sul mio telefonino. Parole dolci e tranquille che farei viaggiare con la forza dell’immaginazione per farle approdare nel cuore di chi non ha potuto o voluto ascoltarle.

Sceglierei le buone parole, carezze che il corpo non sa esprimere e che sono diverse da quelle belle ma vuote, pompose e apparenti. Le buone parole riscaldano l’anima, acquietano, confortano e trasmettono energia positiva.

Molto spesso, e di questi tempi soprattutto, imperversano parole dure, urlate, ingannevoli, che disorientano e non fanno ragionare. Parole cattive e gratuite che hanno la capacità di sostituire quelle non dette, quelle tanto attese e sottaciute perché si è preferito non guardarsi dentro lasciandosi scappare … l’attimo fuggente.

Carpe diem! Cogli il giorno!

Bisognerebbe riempire gli spazi che ci dividono con le buone parole, ripristinare la comunicazione interrotta da troppo tempo. Un black-out causato proprio dalla tecnologia sofisticata dell’informazione che molto toglie e nulla aggiunge alla cultura del sapere, alla crescita delle coscienze.

Tanto nelle relazioni personali quanto in quelle collettive manca spesso lo spirito costruttivo che dovrebbe guidare la buona conversazione, il piacere dello stare insieme come se ci si trovasse davanti ad uno specchio in cui ciascuno proietta nell'altro l’immagine buona di se stesso.

Carpe diem! Cogli il giorno!

Non ritardare un abbraccio che domani potrebbe non avere più lo stesso calore.

Ecco che allora il mio prossimo post sarà luminoso come il sole del primo mattino, radioso come il sorriso spontaneo di chi ti guarda senza giudicarti, colorato come i fiori vivaci di una primavera che sovrasta ogni altra stagione per rimanere attaccata alle pareti dell’anima.

Per sempre.


NON APRIRE QUELLA FINESTRA!

Avevo deciso di accoglierla in casa prima ancora che me lo domandasse. Così piccola e indifesa, era riuscita ad aprirmi il cuore come si fa con il lucchetto di un diario segreto in cui i pensieri, ben saldi e impressi sulle pagine, prendono a sprigionarsi nell'aria liberandosi di ogni remora.

Da quel giorno la mia vita ebbe finalmente uno scopo. Mi presi cura di lei come mai nessuno aveva fatto con me. Bella e delicata, la sentivo vicino anche quando dovevo allontanarmi da casa per andare al lavoro, sbrigare le solite faccende quotidiane, affrontare le ire del mio odioso capoufficio, percorrere chilometri e chilometri di asfalto mettendo a dura prova la mia impazienza per l’ennesimo semaforo rosso o per l’imbecille di turno che mi tagliava la strada.

Ma tutto questo era niente perché sapevo che c’era qualcuno che mi aspettava e che avrebbe raccolto i miei sfoghi con umana comprensione e affetto filiale. Lei mi sorrideva e mi accarezzava tutte le volte che aprivo la porta di casa e mi accasciavo esausto sul divano.

Mi allentavo la cravatta e iniziavo a parlare come un fiume in piena che trasborda gli argini senza incontrare più alcuna resistenza. Lei mi ascoltava in silenzio e mi alitava con il suo respiro fino ad inondarmi di calore e di pura energia.

Finiva sempre allo stesso modo: mi faceva l’amore con quella dolcezza che soltanto lei sapeva trovare e infondermi su tutto il mio corpo come la più consumata delle amanti. Poi mi sfiorava le palpebre ed io mi addormentavo sereno senza sentire più alcun dolore.

Ero felice come non lo ero mai stato prima di incontrarla.

La mattina mi svegliavo di buon grado e qualche volta mi permettevo persino di sorridere. Sotto la doccia mi capitava di intonare la mia canzone preferita e lei faceva altrettanto dalla cucina improvvisando un concerto a due voci che aleggiava nell’aria come un giorno di festa.

Poi avvenne quello che avrei dovuto temere e che invece avevo trascurato per la  mia ubriacante allegria.

Premetto che sono sempre stato attento ad aprire e chiudere le finestre per il tempo strettamente necessario al ricambio d’aria della casa. Soprattutto mi premunivo di farlo ad una certa ora lontano da occhi indiscreti e al riparo da cattive sorprese.

Quella sera avevo avuto la brillante idea di cucinare una bistecca ai ferri. Io, vegetariano da qualche mese, sono stato sopraffatto dai sapori della carne, una debolezza che mi è costata cara.

Lei mi girava intorno lasciandomi fare in quelle semplici operazioni culinarie senza proferire parola. Un silenzio che avrebbe dovuto insospettirmi se solo fossi stato più attento e prudente.

D’improvviso la bistecca ha preso fuoco e una nuvola di fumo si è propagata davanti a me annebbiandomi la vista. Ho aperto d’istinto la finestra e in un secondo si è consumato il dramma.

E’ stato in quel momento che l’ho vista passare sotto i miei occhi come un aereo che sfreccia nel cielo perdendosi nell'oscurità della notte.

La mia dolce capinera era volata via e non sarebbe più ritornata.

NON APRIRE QUELLA FINESTRA!

Racconto breve 
di

Vittoriano Borrelli

IL LATO OSCURO

Ognuno di noi ha un lato oscuro che si annida in qualche parte nascosta della propria anima. A volte invisibile, a volte no, ma quando si manifesta è preponderante, dominante, incalzante come la pressione sanguigna che trasforma le percezioni e tutto diventa rigenerativo o degenerativo.

Non si è mai buoni o cattivi fino in fondo, e del resto l’uno non c’è se non esiste l’altro. Sono connotazioni dell’essere contrapposte ma in un certo senso complementari tra loro, una sorta di dipendenza giustificativa del proprio rivelarsi in luogo dell’altra.

L'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.” Lo scriveva Robert Louis Stevenson nella sua opera più celebre Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, pubblicata nel 1886 con un successo senza precedenti nella storia della letteratura horror. Metaforica rappresentazione della doppia personalità che si manifesta o regredisce attraverso la pozione imbevuta dal protagonista per soppiantare la parte peggiore di sé.

Sulla scia di una corrente letteraria che predilige l’analisi (e la retro-analisi)  dell’animo umano ambiguo e distruttivo, l’opera di Stevenson anticipa il tema dello sdoppiamento che qualche anno più tardi (1890) il suo coevo Oscar Wilde riproporrà ne “Il ritratto di Dorian Gray”. Anche qui il patto con il diavolo suggellato dal protagonista farà emergere il lato oscuro della perdizione e dei facili costumi, l’eterna giovinezza in cambio dell’anima che Dorian vedrà imbruttirsi attraverso la deturpazione del suo ritratto.

Al di là dei corsi e ricorsi della letteratura, il lato oscuro è una costante che si rivela in tutte le forme possibili e in ogni tempo, passato, presente o futuro. In antropologia criminale sono note le due teorie contrapposte che assegnano ora alla componente genetica ora a quella ambientale l’origine del Male. Ma v’è anche una terza spiegazione che combina entrambi i fattori ed è forse la più plausibile.

Posto che ciascuno di noi è naturalmente predisposto al Bene o al Male, sono le componenti ambientali date dall'educazione ricevuta, dagli incontri e dalle relazioni che si allacciano ad orientare le scelte di vita facendo emergere la parte migliore o peggiore di se stessi.

Insomma, la naturale inclinazione ad assumere comportamenti positivi in luogo di quelli negativi (e viceversa) è più o meno marcata a seconda di ciò che ha rappresentato il proprio vissuto. E del resto non si può comprendere a fondo il benessere interiore e la beatitudine dei sensi se non si è provato dolore, ansia, sofferenza, sicché il lato oscuro emerge proprio dalle ferite che non si sono rimarginate.

Quelle ferite che non si vedono ma che fanno più male.


ABBI CURA DI TE

Abbi cura di te. Se la vita ti è stata ostile, non permettere che ti faccia più del male.” Gioacchino era in bagno a farsi la barba quando, d’improvviso, sentì una voce pronunciare queste parole. Chiuse il rubinetto per interrompere lo scroscio dell’acqua e tese le orecchie per capire da dove provenisse.

Niente! C’era un silenzio tombale. Sua moglie Morena era al lavoro e fuori la città sembrava deserta, nemmeno uno straccio di persona si aggirava nel parco di casa e la strada che fiancheggiava quei palazzoni del condominio era solo un manto grigio inesplorato.

Allora si convinse che quelle parole le avesse pronunciate lui inconsciamente, come gli capitava da un paio di mesi dopo aver perso il lavoro di dirigente in un’azienda ed essersi trovato con tanto tempo a disposizione per pensare. 

Abbi cura di te. Non lasciare che siano gli altri a decidere per te.”

Di nuovo quella voce. Gutturale, lamentosa, come un medium che dall'aldilà lanciava proclami inquietanti sulla vita del povero Gioacchino.

Si ricordò del decisionismo di Morena, una donna di ferro che aveva sposato per volere di sua madre, fortemente preoccupata del suo essere fragile e indifeso.

“Ora che sei senza lavoro ascolta bene quello che devi fare.”
“Sì.”
“Non mandare curriculum a destra e a manca. Nessuno ti prenderebbe mai. Sei troppo precisino, metodico, conservatore. La gente ha bisogno di brio, estro e improvvisazione. Quello che mi hai fatto leggere mette ansia e agitazione. Troppo formale e scontato, da cestinare solo leggendo le prime righe.”
“Sì.”
“Vai da Ignazio. E’ un mio caro amico. Ha un’impresa farmaceutica e sta cercando un rappresentante per promuovere un nuovo antidepressivo. Ma non presentarti con quella faccia che faresti venire l’ulcera solo a vederti.”
“Sì.”
“Fatti la barba, metti la crema per il viso per far sparire quelle zampe di gallina che ti sono spuntate.”
“Sì.”
“E poi il dentifricio. Ti ho comprato quello che fa smacchiare i denti rendendoli luminosi e brillanti. Sorridi. Inizia con questo esercizio: allarga e fai rilasciare le mascelle per venti volte di seguito. Ricorda: venti volte al mattino e venti volte alla sera prima di coricarti.”
“Sì.”
“Ignazio ti aspetta giovedì nel suo ufficio di via Colonna. Abbiamo ancora quattro giorni di tempo. Certo, a guardarti ci vorrebbe un miracolo. Ma ce la faremo. Ce la farai.”
“Sì.”
“Ora ascolta quello che devi dire. Ti presenti con un bel sorriso, ti dai un tono spuntando un bottone della giacca per tenere bene in vista il fermacravatte d’oro che ti ho regalato. Poi lo saluti con queste parole: ‘Buon giorno dott. Morosini, sono il marito di Morena e sono qui per quel posto. Non ho problemi a viaggiare, mi piace guidare, sono dinamico e intraprendente. Ho già fatto il rappresentante e so come convincere la gente.’ Soprattutto sorridi. E tanto.”
“Sì.”
“Devo andare adesso, sono maledettamente in ritardo. Hai caricato la lavatrice?”
“Sì.”
“ E il pane? L’hai tirato fuori dal freezer?”
“Sì.”
“Stasera mangiamo leggeri. Prepara un brodo vegetale con 100 grammi di pasta, una fetta di formaggio con un ciuffo d’insalata e un po’ di frutta.”
“Sì.”
“Ora devo proprio scappare. No, non baciarmi che mi rovini il trucco. E ricorda: fatti la barba e mettiti la crema.”
“Sì.”

Gioacchino uscì dal bagno tutto lindo e profumato. Andò in camera da letto, prese dall'armadio i suoi vestiti e li depose nella valigia. Chiamò il taxi che lo avrebbe portato all'aeroporto, si assicurò di avere il biglietto in tasca e uscì di casa.

Sul tavolo della cucina c’era un foglietto con queste parole: “Avrò cura di me.”


ABBI CURA DI TE

Racconto breve scritto da
Vittoriano Borrelli



(I riferimenti alla realtà sono puramente casuali)

QUEL GIORNO MALEDETTO

La Natura è cieca e beffarda. Al di là delle speculazioni edilizie e le urbanizzazioni selvagge, il sisma resta una delle catastrofi più terribili e fatali per come si manifesta, improvviso e implacabile.
Miete vittime innocenti e inconsapevoli e per loro scende la notte più lunga e tragica che non vedrà più la luce.

Corsi e ricorsi storici, il terremoto si presenta con una puntualità ciclica colpendo con una casualità disarmante che ricorda, per certi versi, la roulette russa. Qualcuno si salva, altri sono dilaniati da quel proiettile letale che è l’epicentro, sibilo che si sprigiona dalle viscere della Terra in un punto qualsiasi seminando morte e devastazione.

Nel 1980 (era il 23 novembre) ho vissuto personalmente l’esperienza del terremoto che sommerse al suolo ampie zone dell’irpinia e del napoletano. Allora scrissi una canzone, “Quel giorno maledetto” che desidero dedicare a tutte le vittime di questa catastrofe e in particolare alle popolazioni dell’Italia centrale colpite dal sisma del 24 agosto e poi costrette a subire altre repliche, tra le quali le più dure del 26 e 30 ottobre. A tutte loro il mio abbraccio e viva solidarietà.


Tanta gente per la strada in quel giorno maledetto
chi gridava chi pregava chi restava senza tetto
senza luce nella nebbia nella pace del torpore
tante voci lamentose invocavano il Signore

Mamma no non mi lasciare io sto bene tu come stai?
La bambina sta al sicuro non avere più paura
E' successo tutto all'improvviso senza l'ombra di un sorriso
Dammi la mano amico caro non piangere ti porterò lontano

E' una storia da inventare
un altro mondo da costruire
non è forza questo morire
qui da soli

Ai confini di un altro cielo
seguirai il tuo sentiero
Non è amore non è dolore
questa è solo una canzone

Tanta pioggia dentro l'anima mentre scivola una lacrima
ho perduto tutto quanto non mi resta che questo pianto
E' il telefono che squilla non tremare stai tranquilla
Ciao sorriso di un istante non è successo niente di importante

Cielo azzurro cielo grande cielo immenso senza fine 
forse anche tu sapevi ma morire non volevi
Si restava lì a parlare a inventarsi e a raccontarsi
Io domani sarò più buono chiederò a tutti perdono

E' una storia da inventare
un altro mondo da costruire
non è forza questo morire
qui da soli

Ai confini di un altro cielo
seguirai il tuo sentiero
Non è amore non è dolore
questa è solo una canzone


(Il testo della canzone è tratto da "Le parole del mio tempo")

IL VENTO E LA POLVERE

Le strade si popolano di venditori ambulanti che mostrano in bella vista mazzi di crisantemi, gladioli e orchidee per omaggiare il rito della commemorazione dei defunti. L’odore dei lumini aleggia nell'aria e si fa più intenso non appena si varca la soglia del cimitero per imboccare vialetti dai percorsi soliti e definiti.

Entro compunto e silenzioso nel giardino dei ricordi mescolandomi fra i visitatori che come l’altro anno sembrano aver conservato lo stesso sguardo di malinconica riverenza, pronti anche stavolta a rendere gli onori ai propri cari secondo un vecchio copione tramandato dal tempo.

Vado da mia madre. Sulla lapide sono incise le parole della canzone che avevo scritto per lei:

Mia madre ha gli occhi bagnati da un’eternità
e gli anni che sono passati son pieni di semplicità
E chiacchiera con una vicina
La senti cantare canzoni di ieri in cucina …”

Accanto a me una signora rivolge al suo caro estinto una preghiera tenendo tra le mani un rosario.

Mi vengono in mente gli anni trascorsi a Napoli. Lì la commemorazione dei defunti è qualcosa che va al di là del suo significato religioso. E’ un rito partecipato, colorito e a tratti folcloristico. Si parte la mattina presto con tutta la famiglia al seguito come se si dovesse andare ad una festa. Ci si veste al meglio per presentarsi ai propri cari al massimo dell’eleganza; qualcuno si porta dietro seggiole pieghevoli per sedersi davanti alla lapide e persino panini e bibite da consumare ad una certa ora, perché il “giro” è lungo e ci vuole una giornata intera per far visita a chi non c’è più.

Fuori dal cimitero, poco lontano, si vedono bancarelle con tanti dolci, palloncini e bambini con la faccia tuffata nello zucchero filato. Come una festa che anticipa i sapori del Natale.

Penso che il legame che si ha con chi ti ha tanto amato non si spezzi mai. E questo giorno serve solo a rinvigorirlo, a farlo uscire per un momento dal tuo cuore per condividerlo con gli altri: “corrispondenza di amorosi sensi”, scriveva Ugo Foscolo nel suo capolavoro Dei Sepolcri.

E’ un rito che dovrebbe farci sentire tutti uguali nell’animo anche se dall’esterno non appare così: tombe spoglie di fiori che si contrappongono a sontuose cappelle di famiglia quasi a rimarcare certe differenze che si sono ostentate in vita.  Ma qui c’è Totò che c’insegna con la sua magistrale ‘A livella:

Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie... appartenimmo â morte!". 
(“Queste pagliacciate le fanno solo i vivi. Noi siamo seri … apparteniamo alla morte!”).

Sono pensieri che mi rinfrancano. Esco dal “mio” giardino dei ricordi avvolgendomi nel cappotto. L’aria pungente è un anticipo dell’inverno che verrà. 

Ascolto il vento che solleva la polvere.
E mi sembra già di sentirla addosso.

IL VENTO E LA POLVERE

di

Vittoriano Borrelli

I fatti narrati corrispondono ad esperienze vissute dall'autore.

Per leggere il testo integrale diMia madre clicca qui

AMICI NON NE HO

Le canzonette ci raccontano spesso di storie dedicate agli amici, veri o presunti, che hanno segnato o segnano un momento importante della nostra vita. Si può dire che l’amicizia, ancor prima dell’amore, sia il sentimento più agognato e ricercato, tanto doloroso quanto meraviglioso per chi l'ha vissuto, provato e condiviso.

“E non ci sto più a guardare le stelle nel cielo
Io non credo più
che si vince soltanto col cuore
perché amici non ne ho”

Così cantava Loredana Bertè nel singolo che presentò a Sanremo nel 1994. Ci sono tante canzoni “ombra”, quelle che non luccicano e non salgono alla ribalta ma che sanno regalare ugualmente emozioni forti. “Amici non ne ho” è una di queste. La strofa è di una bellezza semplice e malinconica: il disincanto racchiuso in tre negazioni che si contrappongono, ciascuna, alla positività delle azioni e delle relazioni. La differenza è tutta negli eventi, negli incontri più o meno fortunati, nella predisposizione a dare e ricevere amicizia.

Storie come amici perduti
che cambiano strada se li saluti”

Di “Storie di tutti i giorni”, la canzone di Riccardo Fogli vincitrice del Sanremo 1982, è forse questa la strofa più significativa. Quanti di noi possono riconoscersi in chi ha creduto nelle persone che si sono rivelate sbagliate? I falsi amici sono sempre dietro l’angolo, i primi a scendere dal carro dei perdenti.

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Bologna
per un amico in più ....

Riccardo Cocciante lo gridava nel 1982 dopo aver inaugurato il sodalizio con Mogol che lo avrebbe portato a conquistare nuovi successi. La canzone segna uno spartiacque tra il Cocciante introverso e rabbioso di "Bella senz'anima" e quello più spigliato e propositivo che lo spingerà a fischiettare "in bicicletta" in compagnia della sua amata. Una trasformazione dovuta forse alla forza dell'amicizia attestata, non solo artisticamente, da "un nuovo amico".

"Si può essere amici per sempre
anche quando le donne non vogliono ..."

Qui l'amicizia sopravvive agli impeti delle relazioni sentimentali, più o meno effimere o durature. Ma accade di rado perché c'è bisogno di simbiosi, empatia e di assoluta comunanza di interessi e di aspettative. Quando tutto questo si combina si può essere davvero amici per sempre, come la hit lanciata dai "Pooh" nel 1996 e diventata uno dei loro cavalli di battaglia.

"E voglio raccontarti amico strano amico mio
di me che ho voglia adesso di ritrovare il mio cammino
Se vuoi ti posso offrire un giorno lungo senza fine "

Concludo con i versi della mia canzone "Un minuto da solo", storia di un'amicizia che si consuma nello spazio di un attimo.


Come un giorno lungo senza fine ...

GLI AMICI SILENTI

"Avrai carezze per parlare con i cani. E sarà sempre di domenica domani …". Questi splendidi versi della hit di Claudio Baglioni, “Avrai”, sono entrati nei miei pensieri di gioventù e ancora oggi conservano tutta quella carica emozionale che mi aveva inondato al primo ascolto. L’espressione più sublime della voglia di comunicare e di ricevere calore e gioia come accade (o dovrebbe accadere) in un giorno di festa.

Sono i cani gli amici silenti, quelli che parlano con lo sguardo e dicono molto di più di ampollose parole, di frasi fatte e di circostanza cui siamo costretti ad ascoltare nel nostro mondo delle relazioni. In Natura tutto dovrebbe essere governato con equilibrio: i rapporti con l’ambiente, con gli animali e con gli uomini. Ma è un equilibrio precario, di vetro, pronto a frantumarsi non appena si registrano alterazioni più o meno significative in ciascuno di questi contesti.

Il disadattamento sociale non è cosa dei nostri giorni. C’è sempre stato fin dalla notte dei tempi ed è fortemente proporzionale alla qualità delle relazioni: quanto più queste sono reiettive delle differenze e dei diversi bisogni individuali, tanto più favoriscono l’isolamento e l’emarginazione.  

Eppure un insegnamento che “latita” nei programmi didattici quanto meno “ufficiali” è proprio l’amore per gli animali, e in particolare per i cani. Tanto si perde in termini di educazione ai buoni sentimenti.

Niente di più terapeutico può essere la compagnia di un amico a quattro zampe, vale molto di più di una seduta dallo psicologo (peraltro anche “salata”) o di interminabili esercizi ginnici per rassodare il corpo e presentarsi agli altri più sani e più belli ma con tante imperfezioni interiori.

Molto di più di una combriccola di amici che tanto parla e nulla dice, molto di più che stare su Facebook o su qualsiasi altro social network con gli amici “umanicolpevolmente silenti quando scrivi per comunicare qualcosa: un’emozione, uno stato d’animo, una richiesta di aiuto.

Avrò  carezze per parlare con i cani. E non soltanto di domenica, domani…


UN UOMO DA LETTO

E’ uno dei testi delle mie canzoni più dirompenti e reazionari di un’epoca, quella degli anni ’80, in cui l’inquietudine giovanile post-sessantottina, si misurava con il disincanto e con le prime avvisaglie di un futuro senza più valori di riferimento.

Un uomo da letto”, fotografa l’incapacità di uscire da un target precostituito per affrontare (e superare) il malessere interiore al cospetto di una società consumistica che non “vede” e non “ascolta”.

Ecco il testo:

E mi ritrovo così con la solita definizione
senza alcuna speranza di salvarmi da questa finzione
che dura da tempo e come gli anni non si ferma mai
Che strano il mio nome il mio mito che sai!

E sono un uomo da letto getto orgasmo e più non smetto
un uomo da letto con tanti difetti e poco rispetto
un uomo da letto senz'anima e senza ribellione
ed amo e respiro così senza parole

Ma che stupida sera respirata male!
Non ho più il coraggio di guardarmi allo specchio
Chissà mai perché mi sento stanco e più vecchio?
Stupida canzone nascosta in fondo al cuore!

Il peccato lascia tracce nere nel mare
ma l'innocenza si fa santa quando vuole Dio
Intanto mi spingo dentro grido al vento "Sono mio!"
Io quell'uomo l'ho lasciato per le vie del passato

Ma il mio corpo non va giudicato così solo per questo
Ho un'anima nascosta che vale e che mi rende diverso
Prova amico a volare inventa due ali e un istinto
lascia la tua fantasia non darti per vinto

Dove sei uomo? Non mollare! Perdono!
Dove sei uomo? Non voglio piangere lo giuro!
Resta un po’ con me amica non andar via vita!
Io una speranza vera non l'ho mai avuta

L'innocenza si fa santa quando vuole Dio
qui c'è orgoglio e penitenza sono io sono mio
e il peccato lascia tracce nere nel mare
Ma che stupida sera respirata male!

(Dall'album “Malinconico digiuno”, 1981. Tratto da “Le parole del mio tempo”)

GLI ANGELI DEL DOLORE

Se il dolore potesse avere un volto capace persino di sorridere, avrebbe sicuramente gli occhi e lo sguardo di Stefano Borgonovo, scomparso nel 2013 all'età di 49 anni dopo essere stato colpito dalla SLA, acronimo di sclerosi laterale amiotrofica.

L’ex calciatore di Fiorentina, Milan e Como, si è spento con la fierezza e la dignità che lo ha contraddistinto in questo lungo calvario il cui esito, sia pure tragico, è servito da insegnamento per affrontare con civiltà, compostezza e perseveranza questa terribile malattia.

Mi piace pensare che il mostro della SLA, attraverso l’esperienza di Stefano, sia stato ideologicamente abbattuto e che presto la ricerca scientifica riuscirà ad annientarlo definitivamente. La morte, questa morte, è soltanto un passaggio metafisico che rivaluta la vita e infonde speranza e coraggio  in chi, imbattendosi  nel male “oscuro” e “invisibile”, riuscirà prima o poi a sconfiggerlo.

Numerosi sono stati i messaggi di cordoglio partiti da ogni parte del mondo alla notizia della triste scomparsa di questo campione di  rara umanità: “L’impresa più bella che sei riuscito a costruire è stata trasformare il veleno della malattia in medicina per gli altri.”, scrive Roberto Baggio dalle pagine della Gazzetta dello Sport.

L’ex “codino magico” è stato uno dei più grandi amici di Borgonovo sostenendolo con assiduità nella sua battaglia contro la SLA attraverso numerose iniziative di solidarietà. Tante sono state le gare amichevoli con incasso devoluto alla Fondazione che porta il suo stesso nome, cui hanno partecipato diversi calciatori ed ex compagni di “Borgo”.

Memorabile l’incontro allo stadio Giuseppe  Meazza del 7 settembre 2009 in cui si sono esibite le vecchie glorie del Milan e del Real Madrid con un Franco Baresi visibilmente commosso che accarezza il capo dello sfortunato campione.

Sono gli angeli del dolore, quelli come Stefano, che sopravvivono alle turbolenze della vita e che ciononostante hanno sempre il sorriso dipinto sul viso.

Da loro non bisogna mai distogliere lo sguardo, perché alla perfezione si arriva solo dopo una lunga sofferenza.


LE IDENTITA’ CULTURALI

L’era della globalizzazione sta spazzando via le identità culturali disperdendole nel cosmo come retaggi storici del nostro passato.

Un tempo era facile, intuibile e comprensibile l’identificazione di un popolo attraverso le sue tradizioni, gli usi e i costumi, finanche nel linguaggio, nell'idioma come forma univoca di comunicazione e di assonanza di un comune sentire.

Nelle società tribali, ad esempio, l’organizzazione sociale era caratterizzata dal perseguimento di idee di solidarietà e di comunione d’intenti, oltre che di origini. Tutto era basato su una disciplina comune, accettata e condivisa da una etnia riconosciuta e riconoscibile, che sapeva imporsi e farsi imporre. Esempi di società tribali ve ne sono tutt'oggi nei cc.dd. paesi sottosviluppati, ma guardando alla loro organizzazione, semplice e unitaria, ci si chiede se il progresso abbia davvero portato con sé modelli sociali evoluti e più efficaci.

Nell'era moderna le identità culturali si sono via via associate a simbolismi rappresentativi della storia di un popolo piuttosto che delle sue radici, sicché l’eredità storica che doveva  costituirne il fondamento e il “collante” con le generazioni future, si è andata disperdendo in luogo di una coscienza sociale proiettata più nell'attualità o nel futuro prossimo.

Si associa, ad esempio, Londra al Big Ben, Parigi alla Torre Eiffel, New York alla Statua della Libertà e, fino al 2001, alle Twin Towers, ma le popolazioni di queste metropoli si sono nel frattempo trasformate al punto da allontanarsi quasi del tutto dalla storia che le ha rappresentate.

Proprio il tragico abbattimento delle Torri gemelle ha trasformato la storia del mondo con un taglio deciso con il passato: niente da quel momento sarebbe stato più come prima.

Da quell’11 settembre 2001 si è assistito al decadimento delle identità culturali, le cui avvisaglie in Italia si erano già avute negli anni ’90 con “Tangentopoli” e con la fine della c.d. “Prima Repubblica”.

Rispetto all'era moderna, i periodi storici del passato erano molto più identificativi di una precisa corrente culturale che si sviluppava in aderenza al contesto sociale di cui era espressione. Si pensi alla cultura rinascimentale o a quella del neorealismo del secolo scorso.

Nell'epoca attuale si fa molta più fatica ad essere parte di un contesto o di una comunità poiché mancano regole sociali accettate e condivise, in una parola manca il senso di appartenenza al gruppo, all’etnia , all’organizzazione storico-culturale.

Complice una politica distante dalle reali esigenze della comunità governata, e sotto la spinta della globalizzazione del tutto e del niente, il massimo senso dello Stato si riscontra a malapena alzandosi in piedi allo stadio per ascoltare l’inno della nazionale di calcio. 

Serve allora un deciso cambio di rotta perché le politiche apparentemente egualitarie finiscono col rendere indifferenziate le “differenze”, minando alla base le precipue identità culturali che rischiano così di dissolversi come le più tipiche espressioni del nostro essere.


CENT’ANNI DI SOLITUDINE

Pubblicato nel 1967 agli albori della contestazione giovanile, questo capolavoro di Gabriel Garcia Marquez spezza ogni legame con la letteratura a struttura discorsiva collocandosi, a pieni voti, nell'alveo della narrativa del racconto indiretto racchiudendo in sé una quantità di informazioni, di pensieri e di stati d’animo da risultare una novella dalle mille sfaccettature e profili narrativi.

La solitudine, come condizione naturale e inevitabile dell’Uomo, sembra “materializzarsi” nelle vicende dei personaggi narrati fino a ad essere “toccata con mano” nella trasposizione empirica di tutte le sue componenti interiori.

In questa cornice di desolazione individuale e sociale la morte diventa per l’autore un fatto “piacevolmente” ineluttabile, una sorta di attesa verso la quale sembrano indirizzarsi tutte le azioni e le vicende dei protagonisti. Quanto avviene nella realtà è soltanto provvisorio e precario; i mutamenti del tempo segnano l’incapacità dei personaggi di comunicare e di relazionarsi tra di loro.

LA TRAMA: Tutta l’opera ruota intorno alle vicende della famiglia Buendìa, da Josè Arcadio ad Aureliano Babilonia, una stirpe lunga cent’anni nella quale s’intrecciano storie di eroine come Ursula, la matriarca della famiglia, che tenta in tutti i modi di tenere uniti figli propri o acquisiti, ma anche di falsi eroi, come il colonnello Aureliano Buendia, impegnato nella guerra tra conservatori e liberali, bipolarismo d'altri tempi, la cui matrice ideologica è sconfessata da azioni contraddittorie o controtendenti. Il tutto sullo sfondo di una Macondo che si “spopola”, man mano che progredisce, del sentimento di appartenenza dei suoi fondatori.

Una regressione che culmina in una solitudine fisica ed interiore che è inversamente proporzionale all'evoluzione dello stile di vita degli abitanti del villaggio: dalla primordiale scoperta del ghiaccio da parte degli zingari, all'invenzione dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione come il treno e per finire alle prime lotte sindacali per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. 

Nel mezzo storie individuali di amori, presunti o tali, di tradimenti e persino di velato incesto alla ricerca di una felicità o di una serenità agognate e irraggiungibili.

L’AUTORE: Colombiano del 1927 e Premio Nobel del 1982, Gabriel Garcia Marquez ha un curriculum di tutto rispetto. Tra i suoi scritti: Cronaca di una morte annunciata, L’autunno del patriarca, Nessuno scrive al colonnello, L’amore ai tempi del colera, Il generale nel labirinto.

UN PASSO DEL ROMANZO: Ursula ignorava in quei tempi l’abitudine di mandar donzelle nel letto dei guerrieri, come si mettono le galline sotto i galli di razza, ma nel corso di quell'anno l’apprese: altri nove figli del colonnello Aureliano Buendìa furono portati in casa per essere battezzati.

GIUDIZIO: Pur non rientrando nel genere che prediligo, Cent’anni di solitudine è un romanzo scritto con sagacia e cura di particolari. La sapienza e le qualità stilistiche dell’autore emergono a tutto tondo in ogni passo dell’opera appassionando il lettore soprattutto per la quantità delle informazioni che riesce a trasmettere. La descrizione dei luoghi e dei personaggi è alquanto veritiera e fedele nell'intento di rappresentare la solitudine come condizione sociale che si tramanda nel tempo al di là dei suoi mutamenti. E’un romanzo che ha in sé un grande dono: quello di non lasciare indifferenti.
   

VOTA ANTONIO

Le recenti elezioni amministrative per il rinnovo di alcuni consigli comunali hanno fatto registrare un deciso calo degli elettori, reso ancora più marcato con il turno di ballottaggio che ha visto coinvolte città importanti come Roma Capitale.

Rispetto al 1° turno, vi è stata una significativa flessione del numero dei votanti, sceso in media dell’11,25%, contro la quale nemmeno il cattivo tempo degli ultimi sussulti dell’inverno (data la latitanza della primavera) è servito ad invogliare gli elettori più refrattari o inclini alle gite fuori porta.

La media nazionale dei votanti è stata del 48,51%, come dire che la maggioranza degli italiani ha preferito la strada dell’astensione anziché quella della partecipazione democratica.

Questa disaffezione, mista a stanchezza e delusione degli elettori verso le istituzioni, già peraltro avvertita con le recenti politiche del febbraio scorso, appare ancor più significativa se si pensa che l’interesse dei cittadini, almeno a livello locale, dovrebbe essere maggiore.  

Sono finiti i tempi in cui le consultazioni elettorali rappresentavano il momento topico dell’espressione della volontà popolare, diritto/dovere primario e assoluto che i padri della nostra Costituzione avevano voluto imprimere nei principi fondamentali all'indomani dell’infausta esperienza del fascismo.

Chi non ricorda quel bellissimo film del 1963, “Gli onorevoli in cui uno straordinario Totò recitava la parte di Antonio la Trippa, candidato alle politiche, che per ottenere il consenso popolare tormentava i suoi condomini ripetendo da un imbuto a mo’ di megafono la mitica frase “Vota Antonio”. Sublime un passaggio del film in cui il grande comico napoletano pronunciava la battuta: “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarella da mangiare?

La pellicola, che è un ritratto di sottilissima ironia, si conclude nell'episodio in questione con la presa di coscienza del personaggio La Trippa sui torbidi affari della politica che lo porterà a rinunciare alla sua candidatura per difendere i veri principi morali.

Oggi come ieri le cose non sono cambiate molto anche se di acqua ne è passata sotto i ponti; la questione del “politicamente corretto” (o del suo rovescio che è lo stesso), lungi dall'essere risolta, ha assunto proporzioni ancora più significative. Manca la politica del “fare” in  luogo di quella del “mal-fare”, mancano precisi punti di riferimento da prendere a modello, a cominciare dalla famiglia, ormai fortemente in crisi.

Manca, in altri termini, quell'insegnamento che lo scrittore statunitense H. Jackson Brown junior ha saputo ben racchiudere in queste poche ma significative parole: 
Vivi in modo che quando i tuoi figli penseranno alla correttezza e all'integrità penseranno a te.”