L’AMORE E’ PER SEMPRE

Non sono un sostenitore delle feste comandate, né tanto meno della ricorrenza di San Valentino che proprio in questi giorni sta imperversando la rete pubblicitaria con spot mielosi e di dubbia autenticità.

Penso che l’importanza di certi valori non vada confusa (e trasfusa) con gli slogan propagandistici, il cui fine è esclusivamente quello di abbagliare l’immaginario collettivo (già di per sé carente) con stereotipi scontati e minimalisti che tutt'al più servono solo a lambire le coscienze.

“L’amore è la distanza più breve tra un uomo e una donna”. Avevo letto questa frase qualche tempo fa scartando uno di quei cioccolatini che si ricevono in occasioni simili. Mi ero perfettamente adeguato al contesto e non c’era bisogno di riflettere e di comprendere. Ero io il contesto, e il contesto era me.

Fantasticherie e voli pindarici tipici dell’età giovanile in cui qualsiasi trasporto emotivo sembra durare per sempre. Poi crescendo è il ricordo ad essere l’unica cosa che rimane anche quando l’emozione che lo ha germogliato non c’è più.

L’eternità è un’invenzione dei poeti, fatta apposta per sopravvivere al malessere esistenziale, il compromesso che si frappone tra la realtà e l’immaginazione: quanto più la prima si allontana dalle nostre aspirazioni, tanto più la seconda si avvicina alle nostre evasioni intellettuali. Un serbatoio che riempiamo di sogni e di speranze che ritornano a noi dopo essere stati respinti dalle mancate condivisioni.

Meglio tuffarsi nelle canzonette che in questi giorni si stanno ascoltando dal teatro Ariston di Sanremo e che qualcuno proverà a fischiettare in macchina prima di andare al lavoro e prima che il loro eco svanisca non appena si affronteranno i soliti problemi.

In fondo è bene non prendersi sul serio e non pensare troppo all'amore.

L’amore è un’altra cosa. E’ per sempre.

BELL’ANIMA

Non c’è un colore che possa rappresentarla o descriverla nel modo che desideriamo. L’anima è bella solo se siamo capaci di mostrarla libera dalle contaminazioni del nostro vivere, pura e semplice come gli occhi innocenti di un bambino che osservano, stupiti, le meraviglie di un improbabile orizzonte.

Le insidie della vita alterano il percorso che abbiamo tracciato con i sogni e le fantasie dell’infanzia. Deviazioni subdole e pericolose che a volte ci conducono in un punto senza ritorno, come una macchia nera nel mare che si propaga fino a farci allontanare dalla riva.

Le teorie sulla cattività in rapporto all'ambiente circostante si sono sviluppate a iosa negli ambiti scientifici, nei salotti letterari e persino nel mondo delle canzonette. “Perché l’uomo in gruppo è più cattivo, quando è solo ha più paura”, cantava Mia Martini nella bellissima e struggente “Gli uomini non cambiano”, a sottolineare che non si è mai buoni (o cattivi) fino in fondo.

La brutalità spesso germoglia negli incontri sbagliati, nell'indifferenza, nella distonia e disarmonia relazionale. Tutto decresce e fa seppellire quell'anima bella e gentile che si aveva al primo approccio con la vita.

Ed è difficile, arduo, improbo tirarla fuori quando mancano le carezze, l’amore paziente e generoso, la predisposizione alla comprensione e all'ascolto.

Forse nascono così i ragazzi fuori, figli di ieri o di un domani che si rigenera all'infinito e che racconta una storia già sentita, anche se a cambiare sono gli interpreti. Figli di un dio minore, si direbbe, per parafrasare l’omonimo film del 1986 con William Hurt e Marlee Matlin nei panni di una  ragazza sorda che si rifiuta di parlare per un dolore vissuto nell'infanzia.

Ma l’anima resta bella anche sopra un fatto brutto. Quando non la si vede è solo perché è stata sommersa dai detriti di un tempo maledetto, impetuoso e ingiusto. Basta scavare dentro per recuperarla e riportarla alla luce perché tutti possano ammirarla nel suo candore.

Come adesso che ti vedo e ti riconosco fra migliaia di volti che sono passati davanti a me da farmi dimenticare della tua esistenza, inquieta e silente.

Come adesso che mi viene da dirti con gli occhi lucidi e inteneriti:

“Scusami se non ti ho amato abbastanza.”


IL DUBBIO

Da qualche giorno sono assalito dal dubbio di avere ammazzato qualcuno. Esattamente da trentasette ore e quarantacinque minuti, il tempo trascorso da quando mi sono recato al supermercato fino adesso che sono a letto a rimuginare su quello che è (o sarebbe) successo.

Ho passato una notte piena di ripetizioni: mi sono alzato e sono andato in cucina, ho aperto il frigo per cercare qualcosa da bere, sono ritornato a letto per poi rialzarmi e rifare le stesse cose. Niente. Non c’è stato modo per acquietarmi e spegnere la mia sete di risposte alle domande che in rapida successione hanno iniziato a pungolarmi come una spilla su tutto il corpo.

Ricordo perfettamente quello che ho fatto al supermercato, le cose che comprato, la spesa che ho prelevato dal carrello e che ho riposto con cura nel bagagliaio della mia macchina. Ho bene impressa ognuna delle azioni che ho compiuto prima di imboccare la strada del ritorno, come la chiave d’accensione con la quale ho fatto partire l’auto al primo colpo e la retromarcia che ho inserito per uscire dal parcheggio.

Poi un tonfo, qualcosa contro cui avrò urtato con la macchina e che mi ha fatto pensare ad una persona per le grida che si sono levate subito dopo l’impatto.

Non ricordo altro. Black-out completo, come se tutto si fosse fermato al momento in cui ho creduto di avere investito qualcuno. Un dubbio che mi ha accompagnato nelle ore a seguire e che ora mi sta lacerando come un rimorso acerbo e incalzante, benché inspiegabile e immotivato.

Provo a riordinare le idee, mentre mi giro e mi rigiro tra le coperte con il televisore acceso dal quale sento sciorinare le notizie di cronaca ma non quella (per me) più temuta. Dunque, mi dico, mi chiamo Mario Cravattini, ho trentacinque anni, funzionario di banca tutto casa e chiesa. Cosa avrò fatto di male da macchiarmi la coscienza per un delitto che, per giunta, dubito di aver commesso?

Chissà perché ma mi viene in mente la notte dell’Innominato de “I Promessi Sposi”. Come questo personaggio sono preso dal pentimento per qualcosa di cui dovrei vergognarmi e contro cui dovrei combattere con una conversione purificatrice di tutti i mali. Come l’Innominato ho ripercorso a ritroso tutte le fasi della mia vita, abbattuto gli argini dei più reconditi pensieri e ricordi che credevo di aver riposto per sempre in qualche cassetto sperduto della memoria.

Mi rivedo bambino colto in flagrante da mia madre nell'atto di compiere una marachella. Più del castigo che mi sarei aspettato, ho temuto d’imbattermi nel suo sguardo pieno di severità e privo della benché minima indulgenza per quella malefatta. Questo sguardo, così glaciale e sprezzante, mi ha accompagnato per tutta la vita facendomi precipitare nell'insicurezza e nella terribile certezza che non sarei mai stato felice.

Non avrei avuto nessuno da amare, e nessuno mi avrebbe mai amato. Neutralità che è stata la costante di tutto il mio percorso relegandomi nelle cose invisibili, che si dissolvono in fretta come una nuvola passeggera in un cielo terso e crepuscolare. 

Gli occhi mi si sono riempiti di lacrime ma ho sentito per la prima volta una calma interiore che mi ha fatto assopire lentamente mentre in sottofondo lo speaker della televisione ha annunciato la triste notizia:

“La redazione ci riferisce di un omicidio per futili motivi al parcheggio del supermercato di San Giovanni. Una macchina, uscendo in retromarcia dall'area di sosta, ha urtato contro il carrello della spesa trainato da un cliente. Ne è scaturita una violenta discussione con il conducente dell’auto che è stato raggiunto da due colpi di pistola. Trasportato d’urgenza all'ospedale, l’uomo è spirato pochi minuti fa.”



IL DUBBIO

Racconto breve 
di
Vittoriano Borrelli 


(I riferimenti a fatti o a personaggi della realtà sono puramente casuali)

LA SCELTA DI SOPHIE

Nella giornata della memoria, riaffiorano le testimonianze sulla triste e crudele esperienza dell’olocausto. Istituita con la legge 20 luglio 2000 n. 211, la ricorrenza mira a ricordare, come si legge nel testo, “la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Sono passati oltre ottant’anni da quelle vicende che hanno inorridito (e fatto vergognare) l’umanità intera. La prima segregazione degli ebrei tedeschi ebbe inizio nel 1933 e si perpetrò per tutta la seconda guerra mondiale nei territori dominati dal Terzo Reich. Nel frattempo i superstiti che possono ancora rendere la propria testimonianza si stanno riducendo sempre di più, ma la memoria di quegli orrori è un marchio ormai indelebile.

In questi giorni si susseguono programmi e documentari sulla terribile esperienza della Shoah, quasi a voler pungolare coscienze intorpidite e amnesiche. Qui mi piace ricordare il bellissimo film del 1982 intitolato “La scelta di Sophie”, tratto dall'omonimo romanzo di William Styron e interpretato da una superba Meryl Streep che le valse l’Oscar come migliore attrice protagonista.

La storia è quella di una donna che durante la persecuzione degli ebrei è costretta a scegliere tra i suoi due figli piccoli, un maschio e una femmina, decidendo di consegnare agli esecutori del lager di Auschwitz, -e quindi alla morte-, la bambina per salvare l’altro.

Una scelta che segnerà definitivamente l’esistenza di Sophie e quella del marito Nathan, anch'egli vittima della Shoah, con il quale suggellerà il patto mortale del suicidio congiunto. A nulla varrà la breve ma intensa storia d’amore con il giovane Stingo, intellettuale e osservatore delle dinamiche relazionali della coppia, perché un dolore come quello procurato dall'olocausto non si consuma mai.

La scelta di Sophie è quindi la scelta della morte, l’autodistruzione che s’impone alla vita con tutte le speranze e le passioni offertale da Stingo, proprio come qualche anno prima lo era stata l’abbandono della figlioletta.

“Non lo capisci, Sophie, stiamo morendo”, le grida il marito Nathan.
“Gesù non ha alcun interesse per me. Vivo sola col tormento del mio peccato”, l’amara riflessione della donna che la spingerà al suicidio, prima tentato, e poi consumato assieme al compagno.

Tutto volge al dramma, ma nel pensiero di Stingo si fa larga la speranza di un mondo diverso e migliore come testimoniano le ultime battute del film:

Era solo un nuovo giorno eccellente e giusto.

UN SOTTILE DISPIACERE

Sono i buoni sentimenti a riempire la nostra vita o a svuotarla di significato quando mancano o sono carenti. Ognuno di noi si porta dentro un certo numero di crediti o di debiti affettivi che quasi mai si bilanciano, ma rappresentano piuttosto il prodotto di ciò che siamo e di come ci rapportiamo con il mondo esterno.

Succede che quando questo valore è negativo, possono innescarsi due reazioni contrapposte: lasciarsi andare nel baratro in cui si è precipitati o provare a riemergere con la forza della sopravvivenza, della capacità di dominare gli eventi avversi come quando, dopo un atterraggio di fortuna, ci si trova catapultati su un’isola sperduta e piena di insidie.

Fare da sé o farsi da sé può essere a volte l’unica via di uscita, il viatico per approdare ad una dimensione diversa, ancorché asettica, ma pur sempre incontaminata e avulsa dal dolore che si è provato a fronte di esperienze fortemente negative e deludenti.

Non sempre l’equazione dolore/devastazione si avvera alla stregua di certe reazioni chimiche collaudate. Per fortuna subentrano ( o possono subentrare) variabili che fanno da contraltare, come la dignità dell’essere, la cura e la tenerezza verso se stessi mentre il mondo che si è pensato di costruire si allontana ed è indifferente.

Tutto allora diventa un sottile dispiacere, come un abbraccio mancato e agognato, a lungo inseguito e idealizzato che svanisce alle prime luci dell’alba per riprendere il cammino e ricominciare.

Un sottile dispiacere, come la lama tagliente di un coltello che ti colpisce in superficie senza scalfire il cuore, perché quello ce l’hai intatto e nessuno mai potrà strappartelo.

Un sottile dispiacere che ti sfiora come una piuma, perché chi non ti ha capito o non ti ha amato, non l’ha semplicemente voluto e non serve insistere, indugiare sulle ceneri della tristezza quando non si vive lo stesso tempo e non si ha la stessa sensibilità.

E poco importa se quello che resta è la solitudine quando, fra tutte, è la migliore compagnia.

Robin Williams, compianto attore prematuramente scomparso, lo sapeva bene quando scriveva:


Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita
fosse restare soli.
Non lo è.
La peggior cosa è stare con persone
che ti fanno sentire solo.

PARTICOLARE

Particolare è questo addio
che si impossessa del mio io
e mi fa stare senza Dio
dolce e affettuoso amore mio
che te ne vai per conto tuo

Particolari le mie mani
che non ti stringono più forte
e che accarezzano la morte
mani d’inchiostro mani ingorde
mani sul corpo tuo una notte

Così
l’aria leggera della via
mi porta verso casa tua
Mi apri e mi chiedi come sto?
Ora che non ti ho
dai parliamo un po’

Non so che farmene di me
guarda nel frigo cosa c’è
mi è andata male sai perché
grazie gradisco un po’ di te
certo è normale so cos'è

Particolari gli occhi tuoi
sono arrossati tu ti annoi
Particolare è la tua voce
sembra un lamento ma mi piace
ora lo ammetti non hai pace

Così
ti offro una sera di follia
noi due abbracciati per la via
e poi magari ancora qua
a ridere che fa?
se amare è tutto qua

(orchestra)

L’aria leggera della via
mi porta verso casa mia
Apro la porta come sto?
Bene ancora no
ma ci proverò

LO SCAPOLO DI BRONZO

Era soprannominato “lo scapolo di bronzo” per le sue immancabili défaillance nei confronti del gentil sesso. Rolando Galletto, di nome e di fatto, riusciva a collezionare un numero anche considerevole di appuntamenti con donne facili e piacenti, ma quando arrivava al dunque, ecco che le sue parti basse restavano inoperose e non davano segni di vita.

Avete presente una macchina che non vuole sapere di partire? A Rolando accadeva qualcosa di simile: la chiave di accensione, pur inserita a dovere, non procurava al motore nessuna reazione se non un cupo borbottamento che sapeva tanto di derisione o di sfottò per i tentativi goffi e disperati dell’infausto automobilista.

Per Rolando era una mortificazione che si ripeteva puntualmente ad ogni incontro galante. A nulla servivano i preparativi che pure riusciva ad allestire con cura e dovizia di particolari. Tutto era pensato a puntino, dall'abbigliamento sempre alla moda, alla location del ristorante o del night club scelti a seconda della personalità dell’accompagnatrice: rustici o artigianali per le amanti della natura e delle tradizioni, sofisticati ed eleganti per quelle più esigenti.

Ma le varie Antonietta, Cristina, Rossella o Cesarina si susseguivano come figure femminili stereotipate che partecipavano ad una festa in cui mancava la classica ciliegina sulla torta. Era come se al momento dell’assaggio il dolce si sgretolasse e colasse dalla forchetta ancor prima di essere assaporato.

“Sai qual è il tuo problema?”, provai ad indagare un giorno in cui Rolando si presentò a casa mia tutto mogio e demoralizzato.
“Spara.”
“Il profumo. Ne fai uso in gran quantità. Anche adesso che sei entrato da appena cinque minuti e hai già infestato tutta la stanza.”
“Che cos'ha il mio profumo? Le donne lo adorano.”
“Sembra”, sogghignai con una risatina di tre note in crescendo.
“L’ho letto da qualche parte. Il profumo può essere una delle cause dell’impotenza maschile.”
“Stai scherzando?”
“Mai stato così serio. Dovresti lavarti solo con acqua e un pizzico di sale, senza aggiungere altro.”
“Capirai! Io che sudo anche d’inverno, sai che bell'odore!”
“Fidati” rassicurai il mio amico titubante con una pacca sulla spalla.
“ E poi sai come diciamo noi napoletani? L’omm addà puzzà!”

Forse fu per disperazione o per stanchezza per i tanti tentativi a vuoto che Rolando, come mi raccontò qualche tempo dopo, decise di eseguire alla lettera tutti i miei consigli.

Quella sera si presentò a casa di Cecilia, che aveva conosciuto da poco, con un paio di jeans e una camicia bianca a maniche rivoltate, sbottonata al punto giusto da mostrare nell'ampia apertura ciuffi di peli scuri e ricciuti. Soprattutto si era raccomandato di non mettersi, come gli avevo suggerito, nemmeno una goccia di profumo. 

Arrivati al dunque, Cecilia e Rolando si accomodarono sul divano e iniziarono a pomiciarsi. Tutto sembrava funzionare alla perfezione, la virilità di Rolando sprizzava da tutti i pori come non gli era mai capitato. ‘Vuoi vedere che quel genio del mio amico aveva ragione?’, pensò tra sé, mentre con una mano prese a sbottonare la camicetta di Cecilia.

Sarà stato l’impeto o l’eccessivo entusiasmo, fatto sta che Rolando andò a cozzare con la testa contro la mensola sopra il divano facendo cadere la boccetta di profumo che vi era appoggiata. Tutto il liquido si cosparse sui corpi dei due amanti emanando nell'aria un odore forte e inebriante.

Risultato? Fine dell’incantesimo. Tutto si dissolse in un secondo e quella serata che doveva essere per il mio amico sventurato immemorabile, si aggiunse alle altre come le cose effimere che svaniscono allo spegnersi di un fiammifero.

LO SCAPOLO DI BRONZO

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento a fatti o a personaggi reali è puramente casuale)

IL MIO CALENDARIO BLOG 2016

Manca poco per cambiare il calendario, ma prima di farlo il pensiero vola tra le pagine dei dodici mesi trascorsi come un film che si riavvolge e si guarda dall'inizio. Negli enti e nelle aziende si parla di conto consuntivo, di rendiconto della gestione, di relazione finale degli obiettivi raggiunti rispetto a quelli attesi.



Non è cosa molto diversa dall'analisi che ciascuno di noi è portato a fare in questi ultimi giorni dell’anno. Spero che per molti il risultato sia in attivo o di buon auspicio per tutto quanto di bello e di importante ci si possa aspettare nel prossimo futuro.

Come blogger (per caso), anch'io mi appresto a tirare le somme di ciò che è accaduto sulle pagine di questo blog nel 2016. E’ stato un anno in crescendo che ha visto raddoppiare il numero dei visitatori e delle pagine visualizzate. Un risultato che non può che farmi piacere e incoraggiarmi a proseguire in questo piccolo ma piacevole passatempo.

Spero di avervi emozionato o almeno incuriosito per le cose che ho scritto e che ho voluto condividere con voi, preziosi e fedelissimi lettori de “Le parole del mio tempo”. 

Vorrei ringraziarvi ad uno ad uno; lo faccio idealmente da qui con l’augurio che possiate trascorrere la fine dell’anno e i prossimi a venire con pace, serenità e tanto amore.

Ecco il mio calendario 2016 con i post più letti e graditi. Per chi desidera rileggerli basta cliccare sui rispettivi titoli. 

GENNAIO: Pubblico il racconto breve “Mi bastano cinque minuti” parodia sulla velocità del tempo. Sarà il più cliccato del mese.

FEBBRAIO: Il consueto appuntamento con il festival della canzone italiana fa guadagnare a “Le pagelle di Sanremo 2016”, la palma del post più letto.

MARZO: “Le mani su di me”, altro racconto breve, sbanca il mese ottenendo una miriade di clic. La storia dolorosa di un incesto è piaciuta a molti superando i miei timori iniziali nell'affrontare un argomento così scottante e delicato.

APRILE: Stravince la seconda parte de "Le mani su di me" seguito a ruota da “Finché morte non ci separi”, riflessioni sull'emarginazione sociale.

MAGGIO: “Vita da cani”, dedicato ai migliori amici dell’uomo risulterà il più letto e gradito. 

GIUGNO: Esce “La lettera che non scriverò”, (il post a cui tengo di più) ottenendo migliaia di clic e di apprezzamenti. Monologo dedicato ad un amore impossibile, travolto dalle macerie del tempo. Sarà il secondo post più letto di sempre.

LUGLIO: Inauguro la rubrica “Blog retro”, una rivisitazione dei post più letti negli anni precedenti. Tra questi, “Cent’anni di solitudine”, il capolavoro di Marquez, che guadagna le prime posizioni.

AGOSTO E SETTEMBRE: E’ il periodo nel quale provo a realizzare una nuova veste grafica del blog da un’altra piattaforma. Non ci riuscirò, è troppo forte il richiamo alla “vecchia” impostazione.

OTTOBRE: Esce “Amici non ne ho”, post molto apprezzato anche da altre piattaforme come Google plus e nei vari gruppi sociali di Facebook.

NOVEMBRE: E’ “Il tempo parallelo” a guadagnarsi la palma del più letto. Tema affrontato: la ricerca della felicità che non paga (quasi) mai.

DICEMBRE: “Fammi ridere un pò”, dedicato alla solidarietà, si procura il maggior numero di clic del mese.


BUON 2017 A TUTTI I LETTORI!

NIENTE REGALI PER ME

Non voglio regali, ma solo abbracci, coccole, baci, calore e sorrisi sinceri. Non costano niente, non incidono sull’inflazione, non destabilizzano l’economia mondiale e l’euro, per una volta, sarebbe l’unica moneta di scambio dell’amore e della solidarietà fra i popoli della Terra.

Niente regali per me. Niente lustrini, luci colorate, lunghe tavolate di cibi elaborati e succulenti che il più delle volte causano problemi all’organismo e al metabolismo, piuttosto che procurare un senso di sazietà pieno ed appagante.

Meglio sarebbe proclamare la sobrietà di tutto ciò che è materiale ed effimero, esaltando la prodigalità dello Spirito come unica ricchezza che davvero conta e che ciascuno di noi sarebbe capace di esprimere al di là dei propri mezzi di sostentamento.

Mi piacerebbe che fossimo noi a brillare, non come “mine vaganti” ma semplicemente con la luminosità del nostro sorriso, spesso represso, smorzato, fuorviato dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Niente regali per me, ma solo un abbraccio circonferenziale che dai margini del mondo arrivi come un vortice al centro della Terra consolidando l’anima buona dell’umano agire.

Ecco il Natale che vorrei, gli auguri che farei e che mi piacerebbe ricevere. Quelli che durano tutto l’anno e che si rinnovano ad ogni cambio del calendario.

E con questo spirito e attenzione che porgo a tutti i visitatori, amici e fedelissimi de "Le parole del mio tempo" i miei più cari e affettuosi auguri di

Buon Natale


Vittoriano Borrelli

AMORI DI IERI

Amori di ieri
sull'erba dei tuoi quindici anni già pieni
di curiosità
e di avidità
Le ansie e i pensieri
Carezze e promesse mancate per colpa
dei tuoi genitori 
o dei tuoi errori


Che tipo era lei
parlava parlava parlava
ma non si spiegava perché moriva per te

E quella con gli occhiali così magra fino all'osso
Diceva “Io con te ci sto ma darti me non posso”
E adesso che il passato è ritornato

Che vita è?
Buttata a calci come un barattolo
e fatta a pezzi come un giocattolo
che il vento sta portando via in un attimo
Che vita è?

E va
la vita al mare al bar o a farsi fottere
per un amore che è già polvere
che scivola e precipita nel correre
Che vita è? Che vita è?

Amori di ieri
Amori rubati amori violati
per curiosità 
per avidità

Amori sbiaditi
Amori ingialliti in fotografie
che non guardi più
che non ami più

Che tipo era lei
Restava in silenzio a guardarti
e non si spiegava perché moriva per te

E quella tutta riccioli e brufoli sul viso
che si portava addosso la rabbia in un sorriso
E adesso che il passato è già passato

Che vita è?
Buttata a calci come un barattolo
dimenticata e spenta dentro un vicolo
Spazzata via col vento in un attimo
Che vita è?

E va
la vita in qualche bar o a farsi fottere
per un amore ingrato che è già polvere
e scivola e precipita nel correre

Che vita è? Che vita è?

AMORI DI IERI

(Testo e musica di V. Borrelli)

NATALE IN CASA CUPIELLO

Nessuna opera teatrale come “Natale in casa Cupiello”, è in grado di rappresentare così bene le atmosfere tipiche della festa più bella dell’anno. Il capolavoro di Eduardo De Filippo, scritto nel 1931, è un cult che appartiene alle cose che non si dimenticano, una delle migliori produzioni mai partorite dal pur ricco repertorio della nostra letteratura.

Diverse sono state le rappresentazioni di questa commedia pregevolissima, ma la più riuscita è senza dubbio quella trasmessa dalla RAI nel 1977 con un cast di assoluto livello.

Tra gli altri,  Pupella Maggio nei panni di Concetta, moglie di Luca Cupiello, che apre il primo atto con la mitica battuta: “Lucariè scetate songh e nnove”.

Luca De Filippo nel ruolo del figlio Tommasino, detto “Nennillo”, tanto coccolato dalla madre da non alzarsi dal letto senza “'A zuppa 'e latte! Se non me la portate dentro il letto non mi soso”.

Gino Maringola, che interpreta Pasquale, fratello brontolone di Luca, che impreca contro i Cupiello per essere stato derubato dal nipote Tommasino delle scarpe e del cappotto: “I parenti? Iddio ne scampi e liberi! Che belli pariente … tengo 'e pariente, tengo!”.

E poi ancora Lina Sastri, nei panni della primogenita Ninuccia, che tradisce il marito Nicolino (interpretato da Luigi Uzzo) ma, -incalzata dalla madre che la implora a ritornare sui suoi passi-, sfoga la sua rabbia distruggendo il presepe in costruzione di Luca: “Si, scasso tutte cose! Site cuntenta, mo?”

Tra le scene più divertenti, la lettera di Natale che Tommasino scrive alla madre:

“Cara madre, ho deciso: mi voglio cambiare. Preparami un bel regalo. Questo te lo dissi l'anno scorso e questo te lo dico anche adesso”,

che si conclude, dopo l’insistenza di zio Pasquale di essere menzionato nella missiva, con:

“Cara madre, che il Cielo ti deve far vivere cento anni assieme a mio padre, a mia sorella, a Nicolino, a me e cento anni pure a zì Pascalino, però con qualche malattia.”

Del genere tragicomico, “Natale in casa Cupiello” reca la genialità dell’autore di portare sulla scena una Napoli del primo novecento devastata dalle miserie postume della prima guerra mondiale. Una Napoli che si stringe nella sacralità e nella tradizione del Natale per tenere uniti gli affetti familiari.

E quel “Te piace ‘o presepe?”, è una domanda che implica l’accettazione di questa coesione filiale proprio come vuole la rappresentazione religiosa allestita da Luca Cupiello.

Una domanda che otterrà il sospirato “Sì” dal figlio Tommasino soltanto al capezzale del padre morente. Ma il sipario che cala è ricco di emozioni e di intensa commozione.

(Per chi volesse leggere la commedia per intero ecco il link: 

L’ULTIMA NEVE

Quando si ha freddo nell'anima non c’è fuoco che possa riscaldarla. E’ come la neve che scende silenziosa depositandosi sulle nostre pareti interiori come bianche stalattiti che il tempo non cancella.

Il buco nell'ozono, le stagioni intermedie che non ci sono più, il disgelo dei ghiacciai, tutto fuori si trasforma e s’intiepidisce, ma dentro sembra che l’inverno abbia messo le proprie radici trovando terreno fertile in chi non sa sorridere o non ha più voglia di farlo.

Non si può essere felici per sempre e nemmeno soffrire in eterno, ma di questi tempi c’è una generale tendenza ai comportamenti mistificati che si ostentano quando si versa nell'uno o nell'altro stato d’animo. Quasi che la realtà, così vuota di valori e di punti di riferimento, abbia imposto certi modelli dell’agire sociale in cui a predominare è il consenso di massa prima ancora che la condivisione consapevole di ciò che si comunica.

Consenso o asservimento ad un savoir-faire preconfezionato. Sembrano queste le parole chiavi per far funzionare la macchina delle relazioni sociali. Poco importa domandarsi se si è davvero felici o soddisfatti di quello che si fa, perché ciò che conta è il giudizio che si può trarre dalla vasta platea di uditori e osservatori.

In politica, soprattutto in quella dei massimi sistemi, la ricerca del consenso (che non è condivisione) rappresenta la regola per l’ascesa al potere, la pregiudiziale che trascende in compiacimento e autoreferenza una volta varcata la soglia della stanza dei bottoni.

Qualcuno può obiettare che è sempre stato così, ma nei tempi moderni è cambiata la modalità d’uso: l’alfabetizzazione informatica ha reso tutti vittime e carnefici delle informazioni che veicolano nel web, con una forza visiva capace di abbagliare l’immaginario collettivo in luogo della riflessione.

Tutto accade velocemente, e tutti si preparano allo stesso modo ad un altro Natale, un’altra festa in maschera, salvo raccogliere i cocci di quello che resta di un’allegria vagheggiante  dopo aver mandato giù l’ultimo bicchiere.

Accade così che l’ultima neve non scende più dal cielo e non imbianca le montagne. 

E’ il vuoto che resta quando si spengono le luci e i rumori si acquietano per far posto al silenzio, unico ed assordante.

FAMMI RIDERE UN PO’

Il sorriso è un toccasana che aiuta persino a guarire dalle malattie. E’ scientificamente dimostrato che chi sorride di più ha più possibilità rispetto ad altri di vivere a lungo. Bisognerebbe non prendersi mai troppo sul serio perché la vita, per quanto ne sappiamo, è una sola e non concede replay.

Esiste la terapia del sorriso. Molte associazioni onlus sono dedite a questa importante missione organizzando nei luoghi di cura animazioni ludiche volte ad alleviare la condizione di vita di chi è costretto ad affrontare una malattia e quindi a convivere con il dolore, l’ansia e le preoccupazioni che ne derivano.

Sono “angeli” che prestano la propria opera con amorevole dedizione ma mai con improvvisazione. Associazioni come il Dottor Sorriso di Milano, nata nel 1996 in memoria di Aldo Garavaglia, imprenditore dedito all'assistenza ai più bisognosi, si propone di migliorare la vita dei bambini in ospedale attraverso la clownterapia, una cura di tipo psicologico attuata a stretto contatto e in collaborazione con medici, psicoterapeuti ed altre figure professionali impiegate a supporto della terapia medica.

In questi giorni che ci avvicinano al Natale ritengo sia doveroso rivolgere un pensiero a chi sta male, e in particolare ai bambini che sono costretti a passare le festività in un letto d’ospedale.  

Dal sito Focus Junior ho estrapolato alcune barzellette su Pierino, mitico personaggio tanto caro ai bambini. Chissà che questi piccoli angeli non possano passare da queste parti e deliziarsi nella lettura con un bel sorriso.

Sarebbe il mio regalo più grande.


1 - Pierino: “Signora maestra, è vero che non si può punire uno per una cosa che non ha fatto?". "No di certo!". "Bene, allora... non ho fatto i compiti!”. di Lupetta 24

2 - Pierino inizia a contare:'' undino, duedini, tredini... la mamma arriva e dice:''Pierino cosa stai facendo?'' E Pierino:''il conta-dino''. di Massi&Calcio

3 - Il fratello di Pierino gli chiede: Perché ti agiti come un matto? Pierino risponde: Ho appena preso lo sciroppo e ho dimenticato di agitarlo prima! di silvano99

4 - Pierino viene sgridato per l'ennesima volta dalla maestra perché non ha fatto i compiti: Pierino devi fare i compiti! Lo sai che un detto dice "chi inizia prima è già alla metà del lavoro? Ma signora maestra, io l'ho aperto il libro, appena tornato da scuola, ma... Ma cosa, Pierino, cosa? Ma i compiti non erano fatti a metà! di Phoneix

5 - Pierino va al supermercato con la nonna, trova per terra una moneta e dice alla nonna: "nonna nonna, posso raccogliere quella moneta per terra?" La nonna risponde "no Pierino, non si raccolgono le cose per terra". Mentre tornano a casa dal supermercato la nonna inciampa e cade. Chiede a Pierino di darle una mano, ma lui le risponde: "no nonna, non si raccolgono le cose per terra!" di Casta

6 - Pierino chiede alla mamma: "Mamma, quando ho finito posso leccare tutta la tazza? E la mamma:"No Pierino, fai come tutti gli altri bambini... aziona lo sciacquone!" di Giulia 

7 - La maestra chiede a Pierino dove si trova il monte Bianco. E lui: "sul libro di geografia, a pagina 66!" di carlotta dec

8 - “Pierino dice: papà, se prendo 10 a scuola mi dai 10 euro? E il papà: sì. Pierino allora gli dice: "beh, allora dammene cinque, perché a scuola ho preso 5. Ti ho fatto anche risparmiare 5 euro!" di Matteone

9 - Pierino dice alla mamma :- mamma mamma, ti ho trovato il regalo di Natale... e la mamma dice: "cos'hai scelto, tesoro?" E Pierino risponde: un vaso!" La mamma dice: "ma Pierino, ce l'ho già un vaso....!" E il discolo: no invece, te l'ho appena rotto! di Gatto nero

10 - “Pierino arriva in ritardo a scuola, la maestra lo rimprovera: "perché arrivi a scuola sempre in ritardo?" Pierino le risponde:" per via del cartello che c'è in fondo alla strada. "Quale cartello?" E Pierino:"quello che dice RALLENTARE, SCUOLA NELLE VICINANZE! di Eli17