BLOG RETRO: GLI AMORI INFINITI


Gli amori infiniti nascono senza sesso, sono eterei, incorporei e inafferrabili. Si contrappongono al piacere fisico che si esaurisce all'alba di un giorno qualunque dopo essersi rivestiti in fretta per tornare alla vita di sempre, vuota e malinconica.

L’idealità dell’amore è il vero problema delle relazioni contemporanee. Nell’era multimediale è più facile “innamorarsi” di persone conosciute sul social preferito che di coloro che vivono a pochi passi da noi. La forza dell’immaginazione sovrasta la realtà delle cose, come una gabbia di vetro che ci ripara dalle sofferenze patite o patibili.

Il rischio di rimanere delusi è la molla che fa scattare certe scelte orientandole su un terreno più sicuro che è quello della comunicazione internautica, molto spesso sterile e illusoria.

Se i giovani di ieri erano proiettati alla ricerca dell’amore guardando con fiducia alle possibilità offerte dal mondo reale, quelli di oggi sembrano sfuggire a qualsiasi verifica “sul campo” delle proprie aspirazioni sentimentali, preferendo esplorarle attraverso un’intensa attività di messaggi multimediali con interlocutori di cui, a volte, non si conoscono nemmeno le sembianze.

Va di moda il mito delle relazioni a distanza che fanno “effetto” fino a quando i partners non decidono di uscire allo scoperto mostrando tutto quello che hanno inteso nascondere o sottacere. Quasi sempre gli amori che nascono sul web falliscono al primo banco di prova con la realtà che è sempre diversa da come la si è immaginata.

E così l’infinito di uno sguardo stampato su una foto, di un’emozione rubata tra le righe di un post atteso a colpi di “connessione” si tramuta ben presto in qualcosa di circoscritto ed estemporaneo, pronto a sciogliersi come neve al sole non appena i turbamenti della vita quotidiana prendano il sopravvento.

La difficoltà di scommettere sui sentimenti reali, ma soprattutto di mantenerli a lungo a dispetto degli ostacoli che si frappongono sul proprio cammino, è una chiara controtendenza culturale che inibisce l’insegnamento all’amore, complice anche l’esperienza fallimentare di quei giovani di ieri, oggi adulti e in età matura, che si sono uniti con partners sbagliati aprendo così una crisi della famiglia “istituzionale” senza precedenti.

Non è facile trasporre sul piano reale l’idea dell’amore, ci vuole grande condivisione e unità d’intenti che le generazioni moderne non sembrano voler (o saper) affrontare. Non si ha voglia di conoscersi, di condividere un progetto di vita contemperando le proprie con le altrui esigenze affettive. Basta molto poco per andare a letto e dirsi addio al sorgere del sole o quando l’attrazione fisica esaurisce i suoi effetti.

Così l’eternità dei sentimenti provati finisce col restare impressa su qualcosa che trasmigra dalla propria anima, come una fotografia dai contorni sempre più sbiaditi. Baglioni, in una sua bellissima canzone, l’ha saputa ben rappresentare con questi versi:

Un azzurro scalzo in cielo
il cielo matto di marzo
e di quel nostro incontro
al centro tu poggiata sui ginocchi
e gli occhi tuoi per sempre nei miei occhi …

(BLOG RETRO 2015)

BLOG RETRO: PENSIERI DI STRADA

Ascoltali 
a volte sembrano dei desideri
ma basta afferrare quelli che sono più veri
Sono certezze e incertezze che nascono dentro di te
puoi farli volare se vuoi tanto tornano poi
nei tuoi silenzi più intensi con mille argomenti
sono carezze e illusioni che appartengono a noi
Pensieri di strada  che cambiano con gli uomini


I pensieri sono la principale compagnia di ogni essere vivente. Anche gli animali, si sa, sono esseri pensanti e più del genere umano fanno uso dei pensieri per comunicare ogni tipo di bisogno o di necessità. Per gli uomini invece tutto è un po’ più complicato. 

Ci sono pensieri introspettivi che appartengono soltanto a noi, albergano sulle pareti della nostra solitudine fino a disegnare i desideri più reconditi e nascosti. Sono i più insidiosi e manipolativi del nostro stato d’animo perché condizionano le azioni che produciamo all'esterno senza che si comprendano le ragioni. 

“Un soldo per i tuoi pensieri”, oppure “ Chissà che cosa ti passa per la testa!”. Spesso ci sentiamo rivolgere frasi del genere da chi è incuriosito dai nostri silenzi e tenta di scardinare la nostra mente quasi a volerla ispezionare minuziosamente per coglierne i segreti. Non ci si riesce quasi mai perché i pensieri viaggiano fuori solo quando si è disposti a farlo. 

Ti seguono sempre e poi non ti tradiscono mai
e quelli più timidi sono soltanto segreti


Pensieri che non hanno età e non seguono l’invecchiamento del corpo nel quale si alimentano e si sviluppano. Sempreverdi, vanno dall'infanzia alla senilità con la velocità della luce. Rimangono fedeli a se stessi mentre tutto passa o si trasforma. 

Sono più grandi degli anni diventano eternità
puoi fare l'amore restando abbracciato con loro


Ma ci sono anche pensieri liberi, aperti, incontrollati che s’insinuano nelle relazioni fino a condizionarne gli effetti e a volte fanno più male di una lama tagliente, di un colpo d’arma da fuoco. I pensieri che diventano parole che non vorresti mai sentire ma quando succede non si cancellano più. 

Sono espressioni evidenti e a volte inconcludenti
e sanno di odio e di amore perché così sono
Pensieri di strada che vivono con gli uomini.


(Tratto da “Le parole del mio tempo”) 

(BLOG RETRO 2015)

BLOG RETRO: LA NAUSEA


I grandi romanzi sono come rose che sbocciano in mezzo a sterpaglie desolate. Lo è sicuramente “La nausea”, opera magistrale di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Esponente dell’esistenzialismo, corrente letteraria che spopolò agli inizi del novecento, Sartre sfoggia le sue migliori qualità di scrittore in questo romanzo dagli accenti tipicamente censori ed esegetici sul condizionamento dell’uomo in tutte le vicende dell’agire sociale.

Il protagonista, Antoine Roquentine, è un osservatore errante del modo di vivere degli abitanti del suo paese, che nulla aggiunge (e molto toglie) allo sviluppo di una comunità “auto specchiante”, incapace di interagire se non nell’apparenza e nel più cupo isolamento interiore. Straordinario il racconto della giornata domenicale in cui Roquentine passa a vivisezionare le abitudini dei suoi compaesani, voce narrante di un film già visto e rivisto mentre sullo sfondo piazze, giardini e caffè sono piuttosto occasioni di ritrovo pervase dall’odore nauseante dell’umana esistenza.

Scrive Sartre: “Ero anarchico senza saperlo quando scrivevo La Nausea: non mi rendevo conto che quanto scrivevo poteva essere commentato in senso anarchico, vedevo solo il rapporto con l’idea metafisica di “nausea”, con l’idea metafisica dell’esistenza. E’ stato più tardi che ho scoperto, attraverso la filosofia l’essere anarchico che era in me …”

E’ una confessione in piena regola: l’autore spiega così l’amara direttrice de "La Nausea" che consiste nel rifiuto di accettare regole sociali (l’anarchia) perché basate sulla contraffazione dei comportamenti che non elevano lo spirito ma, al contrario, lo relegano in una profonda solitudine. 

Ci sono diversi punti di contatto tra La Nausea di Sarte e, ad esempio, La Noia di Alberto Moravia in cui il protagonista vive una profonda inquietudine per l’incapacità di accettare la realtà e di avere un qualsiasi rapporto con le cose (e con le persone). Ma nell’opera di Sarte questa incapacità è maggiormente accentuata perché si trasforma nel disgusto dell’agire umano che tradisce le aspettative di una diversa scelta di vita.

LA TRAMA: Antoine Roquentine è uno studioso di letteratura che nella biblioteca di Bouville, il paese dove vive, lavora per scrivere una tesi di storia sul signor de Rollebon, avventuriero vissuto nel XVIII secolo. Ma è pervaso dalla nausea, stato d’animo che lui identifica nella pochezza umana di intessere relazioni sociali significative. Smette così di occuparsi di Rollebon, perché le vicende passate di questo personaggio non lo aiutano a recuperare il senso delle cose e si proietta nell’attesa dell’incontro con Anny, sua vecchia fiamma che non vede da quattro anni. Ma nemmeno Anny saprà dargli le risposte che cerca, persa come tutti gli altri in un cambiamento di vita che è sopravvivenza, anziché raggiungimento delle aspettative di un tempo. Gli resta un filo di speranza nelle note della sua canzone preferita:“Some of these days” …

L’AUTORE: Jean - Paul Sartre, (Parigi 1905-1980), filosofo, narratore e autore di numerose opere teatrali, nonché maìtre-à-penser tra i più importanti del secolo scorso. Tra le sue opere, Le parole, del 1964.

UN PASSO DEL LIBRO: Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un’addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville. E nemmeno vi è una fine, non si lascia mai una donna, un amico, una città tutto in una volta …

GIUDIZIO: Opera di rara raffinatezza e bellezza, La Nausea è un concentrato di emozioni e di riflessioni sulla natura umana, amabile e controversa, discussa e discutibile, invisa e reietta. La struttura del testo basata sull'io narrante con appena tre personaggi principali, trasporta il lettore in un’atmosfera quasi mistica e contemplativa. Assolutamente da leggere per ampliare ed arricchire i propri orizzonti culturali.

(BLOG RETRO 2014)

BLOG RETRO: NON BACIARMI!


Gira a destra. Gira a sinistra. Esegui un’inversione a U consentita.” Il navigatore della mia auto ha deciso di farmi impazzire in mezzo a queste strade sconosciute in cui mi sto perdendo senza trovare l’indirizzo giusto. Uno zig-zag da far rabbrividire persino gli automobilisti più esperti, quelli che fanno dell’asfalto il loro percorso di vita quotidiana. Fortuna che c’è poco traffico e a parte qualche colpo di clacson e invettive del tipo “Ma chi ti ha dato la patente?”, riesco finalmente ad arrivare a destinazione.

Scendo dalla macchina visibilmente intontito, come se fossi approdato da quelle parti dopo un atterraggio di fortuna, mi sistemo il soprabito e mi guardo intorno. Una fila di palazzi di color grigio mi appare davanti assemblandosi perfettamente allo scenario autunnale di quella giornata di fine ottobre. Tiro dalla tasca della giacca un foglietto sul quale avevo annotato l’indirizzo e controllo il numero civico: 279, lo stesso che vedo inciso sulla targa di un vecchio portone a pochi metri da dove ho posteggiato.

Entro nell’ampio androne che si presenta con due ingressi laterali e al centro una guardiola con le grate in ferro battuto dove vi troneggia un omino annoiato e tarchiato che mi fa cenno di avvicinarmi:

Chi sta cercando?”
Il dott. Saggiomo, il dentista.”
Scala A, a destra, primo piano”.

La segretaria occhialuta mi accoglie con un sorriso di cortesia facendomi accomodare nella sala d’aspetto piena di poltrone in pelle, tavolini bassi con riviste disposte a ventaglio e,  tra le due finestre, un ficus alto e rigoglioso. Non ci sono altri pazienti, decido di restare in piedi fingendo di concentrarmi sull'orologio appeso alla parete che dà sul corridoio. Segna le 19 e 40 e d’istinto lo confronto con il mio che invece è avanti di qualche minuto.

Sig. Ferri, venga pure.”

Sono di spalle ma riconosco la voce inconfondibile del dott. Saggiomo.  Mi giro e lo vedo con il suo fedele camice bianco che mi sorride mostrandomi una dentatura perfetta e bianchissima. Tutti i dentisti sono così. Non hanno la minima carie o macchiolina che sia visibile al microscopio. Per forza! Con tutto quello che guadagnano se lo possono permettere.

Mi fa entrare in una stanza luminosa e piena di attrezzature dell'ultima generazione e intanto mi dice:“Ha avuto difficoltà a trovare il mio nuovo indirizzo?” Per niente, solo qualche epiteto e il rischio di essere fermato da una volante per pericolo pubblico, penso tra me.

Mi sono trasferito da poco. Il vecchio studio era diventato troppo piccolo per me.” Ma guarda! Non sarà forse per le parcelle salatissime che appioppi a noi poveri clienti? Brutto deficiente! Continuo a rimanere in silenzio ma i pensieri galoppano a tutta velocità.

Il dott. Saggiomo mi dice di stendermi sul lettino e intanto si volta per tirare fuori da un cassettino quello che serve per la visita. Rimango in piedi e aspetto. Ecco che si gira verso di me e a quel punto estraggo la pistola dalla tasca. Non ci penso un attimo, partono due colpi che lo trafiggono proprio al centro del petto. Lascio cadere l’arma e scappo via. 

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Conoscevo il dott. Saggiomo da cinque anni. Dicevano che era il miglior parodontologo che ci fosse in circolazione. Mi fidavo ciecamente di lui e avevo deciso di sottopormi alla sue cure senza avere il minimo dubbio che la terapia potesse fallire. 

Al termine del ciclo di visite, che mi erano costate oltre ventimila euro e un prestito con una finanziaria sanguisuga, ero pienamente soddisfatto del risultato ottenuto. Finalmente potevo sorridere liberamente senza dovermi coprire la bocca con una mano o desistere nell'approccio con Mafalda, la mia datrice di lavoro di cui mi ero invaghito. 

Ora si dirà: come si fa a perdere la testa per una che ha un nome così? Niente di più facile se in palio c’è un posto da direttore nell'azienda. In verità non ero innamorato di Mafalda ma del suo ruolo di comando sì, e direi pure immensamente. Peraltro non era nemmeno granché: sedere basso e seni un pò più grossi di due mandarini, nonostante portasse reggipetti dell'ultima moda che tuttavia mostravano un rigonfiamento nell'ampia scollatura troppo vistoso e innaturale. Ma aveva dalla sua il portamento, sempre ben vestita e quell'aria da maestrina saputella, forse dovuta alla sua posizione di vertice nell'azienda, che me la faceva apparire terribilmente attraente. 

Aspettavo l’occasione, e per uno come me, arrivista e senza scrupoli, l’occasione fa sempre l’uomo ladro. Con una dentatura perfetta potevo dispensare sorrisi a destra e a manca fino ad attirare l’attenzione del “mia” Mafalda che un giorno, finalmente, si accorse di me: 

Hai un sorriso accattivante, Giacomo. In questa azienda c’è bisogno di gente allegra come te.” 

Ho raccolto il suo complimento come un invito a nozze. 

Per un’azienda che produce dentifrici, il sorriso è fondamentale. Non credi?” 
Certo. Vedo che sei anche bravo, a giudicare dall'ultimo report sulle vendite.” 
Ne possiamo discutere meglio se accetti di venire a cena con me stasera”. 

Abboccata in pieno. Era la serata della mia vita, quella in cui avrei dovuto esporre tutti i miei progetti a colpi di sorrisi, ammiccanti e maliziosi, pur di entrare nelle grazie di Mafalda. Per l’occasione mi ero vestito a nuovo, con un abitino che mi era costato la bellezza di ottocento euro. Mi ritorneranno di sicuro, pensavo tra me, non appena otterrò il posto di direttore. 

Ordinammo della carne: filetto di manzo con insalata mista per lei, ossobuco e patate gratinate per me. Non l’avessi mai fatto. Dopo il primo boccone si scatenò nella mia bocca … l’inferno! Avete presente la demolizione di un palazzo che con un solo colpo viene raso al suolo? Gli incisivi superiori, nuovi di zecca, si staccarono dal loro alloggiamento impastandosi nel pezzo di carne, forse eccessivamente duro, divenendo una cosa sola. 

Imbarazzo totale. Il sorriso mi si spense in un attimo come una nuvola grigia apparsa improvvisamente davanti al sole. Risultato: cena interrotta e … tutti a casa! 

In macchina, tra me e Mafalda era sceso il silenzio. Non più chiacchiere e risate che avevano animato la nostra conversazione all'andata, ma solo un mutismo assordante nel quale vedevo frantumarsi il sogno di diventare il testimonial dell’ultimo dentifricio prodotto dall'azienda. 

Arrivammo al cancello della splendida villa di Mafalda che intanto, per tutto il tragitto, non aveva distolto minimamente lo sguardo davanti a sé. Mi accostai per salutarla e per tutta risposta mi giunsero queste gelide parole: 

Non baciarmi!” 

NON BACIARMI! 

Racconto breve di Vittoriano Borrelli 

(Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale.) 

(Blog retro: 2015)

NESSUNO LO DEVE SAPERE


“L’hai fatto?”
“Non ancora. Ho un po’ di paura.”
“Lo so che è difficile per te ma devi farti coraggio.”
“Non ce la faccio a guardarlo, è più forte di me.”
“E tu non lo guardare.”
“Ho provato a tirarlo fuori ma sento tutti gli occhi puntati su di me.”
“Aspetta che si fa buio, così nessuno ti vede.”

“Come farò ad estrarlo da lì? E’ morto stecchito e chissà da quanto tempo.”
“Usa i guanti, un asciugamano e un sacchetto nero della spazzatura.”
“E poi?”
“Poi ti fai un bel giretto in macchina, ti trovi un posto lontano da occhi indiscreti e ci depositi il malloppo.”
“Non credi che sia il caso di informare le autorità competenti?”
“Così ti arrestano di sicuro. Non crederebbero ad una sola parola della tua versione.”

“Ma io sono innocente!”
“Lo so, ma sai quanti innocenti sono in carcere?”
“Perché dici questo? Non farei del male nemmeno ad una mosca. Pensa che se vedo una formica mi scanso per non calpestarla. Mia madre mi diceva che le formiche sono figlie di Dio.”
“Eh, quante cose diceva tua madre! Alcune giuste, alcune sbagliate. Però è vero, le formiche sono come gli agnelli, sono protette dal Signore.”

“Ma tu mi credi, vero?”
“Certo che ti credo, però…”
“Però cosa?”
“Il mondo è cattivo e tu sei troppo ingenuo.”
“Credo proprio che stanotte non dormirò. Sento addosso ancora quell’odore sgradevole. Se non mi sbrigo andrà in putrefazione.”
“Calma, devi agire con calma.”
“Fai bene a parlare te. Non c’eri mica tu quando ho aperto il cofano e mi sono trovato quella sorpresa.”

“Ma com’è potuto succedere? E, soprattutto, come ha fatto ad infilarsi nel motore”
“Me lo sono chiesto anch’io. Se non fosse stato per quell’odore strano dell’aria condizionata non mi sarei accorto di nulla.”
“Povera bestiola!”
“Già! Credo che non toccherò cibo per almeno una settimana.”
“Ora non esagerare! Dicono che i gatti hanno sette vite.”
“Spero che non portino anche sette disgrazie.”

“Come sei catastrofico!”
“Domani gli darò una degna sepoltura.”
“Ottimo, ma adesso non ci pensare più.”
“Che questa cosa resti tra noi. Nessun altro lo deve sapere.”
“Sarò muto come una tomba.”



NESSUNO LO DEVE SAPERE

Di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

UN CORPO E UN’ANIMA


Negli anni ’70 sbancarono le classifiche di vendita dei dischi aggiudicandosi la palma del duo canoro più famoso e riuscito. Wess e Dori Grezzi, l’uno di colore, l’altra bionda e dalla pelle eburnea, formavano una coppia ben assortita dalle voci perfettamente sovrapponibili e complementari: un corpo e un’anima, come il titolo della loro canzone di maggior successo che valse il primo posto nella “Canzonissima” del 1974.

Era il periodo in cui ci si identificava nel sodalizio artistico uomo-donna con la variante, in questo caso, della diversa etnia quale modello rappresentativo di una emancipazione etico-culturale che è stata pioniera della grande globalizzazione multirazziale di qualche decennio più tardi.

E non ci lasceremo mai. Abbiamo troppe cose insieme …”, ritornello di facile presa che è rimasto nella mente di almeno due generazioni, forse il “cliché” più appropriato per esprimere l’amore semplice e alla portata di tutti.

Wess e Dori Grezzi debuttano nel 1972 con “Voglio stare con te” (per sempre con te, ma io speravo che l’avessi detto tu…) ed è subito un successo in tutti i palcoscenici televisivi, tra i quali “Senza rete”, programma trasmesso dalla Rai di Napoli nel mese di Luglio quale anticipazione dei successi dell’estate.

L’anno dopo, agli albori della hit “Un corpo e un’anima”, bissano il successo con “Tu nella mia vita” (sempre tu, se non ti avessi ti vorrei, ti cercherei …), brano presentato a Sanremo che registrerà il più alto numero di vendite di quell’anno. E’ il momento di massimo splendore della coppia “bianco-cioccolato” che nello stesso anno ricalcano il filone dell’amore che vince su tutto con “Noi due per sempre( nasce il nostro giorno, e noi due per sempre, basta star nascosti qui …), brano che forse, più degli altri, ha esaltato meglio le qualità canore dei due artisti.

Dopo aver conquistato il mercato italiano, Wess e Dori Ghezzi si affacciano all’Europa e nel 1975 partecipano all’Eurofestival con “Era” (Era baciarsi al cinema, Era la mia domenica, Era trovare un angolo nascosto) ottenendo un onorevole terzo posto. Amore furtivo e clandestino che oggi farebbe un baffo ai cultori del selfie e degli smartphone.

Ma “Un corpo e un’anima” è senza dubbio la canzone che è rimasta nel cuore di moltissimi ascoltatori contraddistinguendo la coppia come lo è stato con “Volare” per Modugno o, per usare un termine di confronto più recente, “Fiumi di parole” per i Jalisse.

Dalla seconda metà degli anni settanta inizia il declino e la coppia si scioglierà: Wess tenterà una carriera da solista senza successo, mentre la Ghezzi, dopo aver partecipato nel 1983 a Sanremo con “Margherita non lo sa”, si ritirerà dalle scene (anche per un problema alle corde vocali) dedicandosi pienamente al suo compagno Fabrizio De Andrè.

Wess morirà nel 2009 alla prematura età di 64 anni, mentre la Ghezzi, dopo la scomparsa di De Andrè nel 1999, è ora impegnata con una serie di iniziative culturali per tenere alta la memoria del grande cantautore genovese .

Ma l’esperienza artistica di Wess e Dori Ghezzi resterà comunque “immortale”, proprio come il refrain della loro canzone di punta: E non ci lasceremo mai …

LEGGIMI SE PUOI


Gli scrittori hanno dieci, cento, mille vite da vivere tutte le volte che lo desiderano facendo leva semplicemente sull'immaginazione, l’unica in grado di spaziare da un contesto all'altro in ogni tempo. Ma lo stesso privilegio può essere goduto dal lettore che si appassiona ad una storia, un racconto, uno scritto che regala emozioni forti ed indescrivibili. Il dono della lettura è ambivalente sia per chi scrive che per chi legge.

Una delle soluzioni migliori per spendere bene il proprio tempo è aprirsi a questo connubio, riporre lo smartphone nel cassetto, spegnere la radio, la tele, regalarsi il silenzio facendo parlare le sole parole della lettura. Volare via da tutto il resto, anche solo per poche ore, è un esercizio semplice da seguire se si ha voglia di appartenersi, di esplorare le vie infinite dell’anima.

Il rapporto che si crea tra l’autore ed il lettore è qualcosa che somiglia molto ad un incantesimo: l’uno diventa l’altro e viceversa, le distanze si annullano in luogo di una sintonia intersensoriale, unica ed indissolubile. Lo scopo di uno scrittore è creare le premesse affinché ciò avvenga, quello del lettore è lasciarsi incuriosire, rapire, estasiare dalle cose che si raccontano.

Se si vuole che questo incantesimo non si spezzi mai è necessario alimentarlo di curiosità, passione, voglia di cercarsi in ogni angolo del mondo, sulle bancarelle, in libreria o alla fermata del tram quando l’attesa è più dolce se ci si immerge in una buona lettura anche solo per pochi minuti.

Non si scrive mai per se stessi o quanto meno non solo. Le storie nascono per essere vissute, condivise con chi si trova dall’altra parte della “penna”, emozionare ed essere emozionati nello stesso tempo è quanto di più sublime si possa ottenere da questo rapporto a due intimo e necessario.

Una relazione che si corrobora nel silenzio come una cena a lume di candela in cui a parlare sono i pensieri, le sensazioni che l’uno riesce a trasmettere all’altro, gli sguardi disegnati sulle facce dei personaggi che prendono forma e sostanza nella propria immaginazione. Come far l’amore e godere non dei piaceri del corpo ma delle pulsazioni dell’anima.

Leggimi se puoi tra le parole del mio tempo, anche se saremo distanti e forse non ci incontreremo mai. Ma se mi stai cercando mi hai già trovato in queste pagine come scrittura, come personaggio.

SAPORE D’ESTATE


L’aria leggera e spensierata dell’estate mette sempre un po’ di allegria ed è capace di strappare sorrisi anche a chi ha poca voglia di farlo. I miracoli dell’estate, che somigliano tanto a quelli della trentaquattresima strada di un famoso film, riescono a rimodellare gli stati d’animo, a tirare fuori dal letargo fantasia e un pizzico di sregolatezza a lungo intorpidite dai rigori dell’inverno.

Sarà per le belle giornate di sole che si riesce a vedere tutto con più limpidezza, a respirare un clima vacanziero anche quando si sta al lavoro sia pure alle prese con i condizionatori, ventilatori o fogli di carta usati a mo’ di ventaglio per rimediare al caldo umido e afoso. Si contano i giorni o le ore per raggiungere finalmente le mete di villeggiatura premendo sull’acceleratore per il disbrigo delle pratiche d’ufficio.

E’ un fatto statistico quello che vede migliorata la propria performance lavorativa a ridosso della pausa feriale, quasi che questa attesa, che sembra non finire mai, faccia raddoppiare le forze fisiche e mentali prima del sospirato riposo. E si sa che le vigilie sono sempre migliori delle feste vere e proprie.

Non c’è estate senza le canzonette. Dopo Sanremo, è un appuntamento fisso che fa avvicinare la gente di ogni età alla musica, Si canticchia per le strade, sotto la doccia, al bar del lido preferito, in spiaggia con gli auricolari e … c’è sempre una vecchia che balla da una vita in vacanza.

Tra le hit del momento sta spopolando Thegiornalisti, il gruppo del vocalist Tommaso Paradiso, nato quasi un decennio fa, che ogni anno, soprattutto in estate, sforna brani di impatto semplice ed immediato che piacciono tanto ai grandi quanto ai più piccini. Anche quest’anno, dopo aver lanciato in primavera “Questa nostra stupida canzone d’amore”, hanno fatto centro con “Felicità puttana”, canzone senza troppo pretese ma leggera, spensierata ed effimera come l’estate.

Ma quanto è puttana questa felicità
che dura un minuto
ma che botta ci dà…

Non è forse così l’estate? Un po’ puttana che si concede facilmente, l’avventura di una lunga notte che svanisce  ai primi sussulti dell’autunno.

Non è forse così il sapore dell’estate? Come …

Quelle code infinite di macchine
che si vedono al telegiornale
mi mettono di buon umore…”

o come quel …

Ti mando un vocale
di dieci minuti
soltanto per dirti
quanto sono felice …”

Testo melenso, che non resterà certo negli annali della discografia, ma dal sapore tipico dell’estate.
Ed è come un gelato che si scioglie in bocca, dal gusto un po’ amaro quando tutto finisce e si ritorna alla vita di sempre…





AMARSI NELLO STESSO TEMPO


Non capita spesso amarsi nello stesso momento, ma quando succede è una vera e propria esplosione dei sensi. Non parlo dell’attrazione fisica, che quando c’è, concomitante o meno, lambisce solo in superficie i sentimenti e si dilegua in fretta come un’impronta sulla sabbia all'arrivo delle onde.

Un grande amore ha bisogno di essere coevo, sintonico, stare sulla stessa lunghezza d’onda del partner, resistere alle intemperie e splendere come un arcobaleno nel cielo dopo la tempesta. Solo quando c’è reciprocità e disponibilità a concedersi senza riserve che si può sperare che questo grande sentimento duri per tutta la vita e anche oltre.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, la famosa frase pronunciata da Francesca da Rimini nell’Inferno di Dante, è l’esempio tipico della reciprocità dell’amore, quello impetuoso e necessario che obbliga ciascuno degli amanti a darsi completamente all’altro nello stesso tempo. L’epilogo, si sa, fu una tragedia, ma è il destino dei grandi amori sopravvivere al dolore e diventare immortali.

 O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.” Forse l’amore perfetto per antonomasia quello tra Giulietta e Romeo nella celebre opera di Shakespeare: l’amore che lega i due giovani è così intenso e passionale che vince sui conflitti e i contrasti tra le rispettive famiglie sopravvivendo alla morte nella scena finale del suicidio condiviso.

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, che abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo.”

Così scrive Victor Hugo in Notre-Dame de Paris per commentare la storia d’amore tra l’adolescente Eloisa e il suo maturo insegnante Abelardo, finita tragicamente con la castrazione di lui ordinata dallo zio malvagio di lei. Nonostante la separazione forzata i due amanti riuscirono a ricongiungersi facendosi seppellire nella stessa tomba.

Storie di ieri, oggi quasi introvabili e improbabili. Ma l’amore toglie e concede tutto nello stesso lunghissimo istante.

Gli amanti che si amano sono gocce della stessa lacrima, la luce che irradia le oscurità dell’anima, le distanze che si accorciano anche quando sono lontanissime. E fanno di tutto per cercarsi e per ritrovarsi nello stesso momento, nello stesso tempo.



I LIKE


Quanto è importante oggi sentirsi accettati con un semplice clic? Molto più di quanto non lo dicano già le statistiche sull'uso dei social. Un tempo bisognava lavorare tanto sulla propria persona per ottenere il maggior numero di consensi possibili, farsi largo anche a spintoni per emergere ed essere vincenti.

Oggi imperversa l’immanentismo delle immagini, tutto ciò che non si vede oltre quello che mostriamo con le nostre foto non esiste, perché soppiantato, sommerso, camuffato dall'idea e dalla voluttà dell’apparire come arma unica e necessaria per reclamare la propria esistenza.

Le stesse parole si prestano a questo gioco perverso dell’esibizionismo visivo per esprimere concetti e definizioni surreali, come uno specchio dentro al quale non si riflette più la nostra immagine reale ma  quella che vogliamo sia ostentata agli occhi degli altri.

La proliferazione dei dibattiti, commenti, considerazioni personali sulla rete internet, se da un lato si sta rivelando un'importante opportunità di far sentire la propria voce, un tempo anonima ed insignificante, dall'altro sta acuendo l’indifferenziazione e la fatuità dei contenuti.

Se fino ad un decennio prima si doveva andare, mettiamo, al bar o dal barbiere per ascoltare certi discorsi strampalati e sconclusionati, oggi c’è una grande platea sul mondo, facilmente accessibile, in cui tutto converge come un grande minestrone di idee e di improvvisazione.

Il distinguibile diventa l’indistinguibile e la qualità di un messaggio è così offuscata dall’ignoranza del sapere che per trovarla sarebbe come cercare un ago nel pagliaio.

Se questi sono i presupposti, gli effetti sono ancor peggiori e sono racchiusi tutti in due paroline: I like, Mi piace, Me gusta … Il termometro della nostra visibilità è quel I like tanto agognato non appena digitiamo quattro parole o postiamo una foto.

I like: la misurazione del niente. Dimmi quanti “I like” hai e ti dirò chi sei. 10 sono pochi, 20 comincia ad essere un numero interessante, ma se si superano i 100 vuol dire che si sta diventando qualcuno.

I like, la nuova frontiera dell’essere. Non importa quello che scrivi e neppure la sgrammaticatura. Anzi, quanto più si è sgrammaticati tanto più si raccolgono proseliti. Un libro? Un approfondimento tematico? Troppo faticoso e complicato. Meglio spaziare nella sottocultura, usare un linguaggio postribolare, volgare e ad effetto. Così si guadagnano più consensi e la vita va avanti da sé.

I like.

I POETI MALEDETTI


Avremmo dovuto dire Poeti Assoluti per restare nella calma, ma oltre al fatto che la calma poco si addice di questi tempi, il nostro titolo ha questo, che risponde in modo adeguato al nostro odio e, ne siamo sicuri, a quello dei sopravvissuti tra gli Onnipotenti in questione, per la volgarità dei lettori elitari - una rude falange che ben ce lo rende.
Assoluti per l'immaginazione, assoluti nell'espressione, assoluti come i Rey-Netos dei migliori secoli. Ma maledetti…”.

Paul Verlaine così scriveva nella sua opera più famosa, “I poeti maledetti”, per indicare quella categoria di letterati che intendeva dissociarsi da un sistema socio-culturale abietto e ipocrita. I loro scritti enunciavano messaggi di protesta e di distacco che si riflettevano anche nei loro comportamenti e stili di vita, spesso anarchici ed autodistruttivi.

Ricco e corposo il filone dei Poeti maledetti: da Cecco Angiolieri a Charles Baudelaire, da Guy de Maupassant ad Edgar Allan Poe, autori di qualità assoluta che hanno segnato la storia della letteratura mondiale.

Di Baudelaire si ricorda la sua poesia più famosa, “L’albatro”, tratta da “I fiori del male”:

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi
uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il
bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell’azzurro, goffi
e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi,
candide ali, quasi fossero remi.

Come è intrigato e incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco
addietro così bello, com’è brutto e ridicolo! Qualcuno irrita il
suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima
l’infermo che prima volava!

E il poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere, assomiglia
in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli
scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

Geni incompresi o gente disadattata ed ermetica? Le etichette e le classificazioni appartengono spesso ai pregiudizi o all’incapacità di superare i limiti della propria conoscenza. Creano barriere insormontabili e formazioni elitarie che alimentano lo scontro sociale e generazionale.

 Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi.

E’ Arthur Rimbaud a scrivere nella sua “Lettera del Veggente”, progetto ambizioso che si proponeva di esplorare l’ignoto come evoluzione della specie:

Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all'ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all'ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l'intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!

L’infinito è un’invenzione dei poeti, l’ho già scritto qualche tempo fa. Le parole e l’immaginazione sono il miglior viaggio per sentirsi assoluti ed esplorativi, specie quando intorno c’è la pochezza del niente, delle cose che passano veloci come le case e gli alberi dai finestrini di un treno.

All’ombra dei poeti maledetti
germoglia una storia di dolore e di miseria
Una storia di cose non dette
di ferite ancora aperte
che nessuno saprà rimarginare.

L’ULTIMO GIROTONDO

Giro girotondo,
casca il mondo,
casca la terra,
tutti giù per terra!

In quel lontano 12 agosto 1944 i bambini di Sant’Anna di Stazzema, piccolo comune della provincia di Lucca, mai avrebbero immaginato che questa filastrocca, intonata tante volte nei loro giochi d’infanzia, sarebbe stata foriera di un tragico epilogo: quella mattina, infatti, centotrentotto angioletti cascarono davvero tutti per terra ma per mano della furia omicida dei tedeschi nazisti che proprio sulla Piazza della Chiesa, teatro dei loro giochi, li avevano fucilati senza pietà.

Le vittime furono in tutto cinquecentosessanta: un vero e proprio massacro, del pari della strage degli innocenti di Erode ai tempi di Gesù, secoli di storia passati invano che purtroppo non hanno debellato la cattiveria e la malvagità nel mondo. 

L’eccidio di Sant’Anna, che tanto sdegno ha suscitato nella parte buona della coscienza collettiva, è l’ennesima pessima dimostrazione di quanto ancora ci sia da lavorare in termini di recupero e sensibilizzazione dei valori della fratellanza, compassione e solidarietà sociale.

Testimoni sopravvissuti, associazioni umanitarie, mass-media, intellettuali e non, si sono prodigati nel rendere vivo e immemore il ricordo di queste stragi come monito per i posteri. Tra questi, Laura Pellegrini, affermata scrittrice milanese, che ha voluto dare voce e sostanza alle anime di Sant’Anna con il libro “L’ultimo girotondo”, raccolta di lettere (immaginarie) dei bambini vittime di questa strage orrenda che ancora oggi deve far vergognare e riflettere.

Ho conosciuto Laura e sua figlia, l’attrice Gabriella Pession, in un convegno sulla ricorrenza della Liberazione tenutosi nella sede municipale del mio comune, e sono stato piacevolmente colpito dalla presentazione di questo libro che giudico come un dono, una missione che, attraverso parole intense e toccanti, si propone di risvegliare le coscienze intorpidite dalle distrazioni del tempo.

Penso di fare cosa gradita alla scrittrice e ai lettori sensibili e attenti su questo tema, pubblicare una delle tante lettere che compongono l’opera. Per non dimenticare, non solo nel giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio, ma in tutti quelli che si susseguono nel calendario, presente e futuro.


Volevo girare il mondo

La vallata di Stazzema era bellissima in tutte le stagioni, e io passavo ore a guardare oltre, verso quel mare che mi sembrava così lontano e che non avevo visto mai.
Col mio temperino intagliavo i pezzi di legno che trovavo nei boschi e creavo da quei ceppi strane forme che, a volte, sembravano animali sconosciuti che mi facevano quasi paura.
Avevo la fantasia e la voglia grande di vedere cosa ci fosse oltre quella valle, oltre le nuvole e oltre il mio cielo.
La sera tutta la famiglia si riuniva attorno alla grande tavola della cucina, la mamma accendeva il fuoco nel camino e nella stufa con la legna raccolta nel bosco, e io sbirciavo se, per caso, un qualche legnetto poteva servirmi per le mie sculture, mentre lei, con uno strano aggeggio fatto di piume d’uccello, sventagliava davanti alle fiamme, che si animavano e scoppiettavano.
Poi, sopra quella grande stufa di ghisa dal cuore palpitante di fuoco, la mamma ci cucinava la minestra di fagioli, quella che a me piaceva tanto, poiché era così fitta, a causa del pane secco aggiunto al brodo, che il cucchiaio restava ritto come un alberello.

Quel pane secco era squisito ed io non lo sapevo il simbolo della nostra povertà durante quegli anni di guerra.
La mamma ci ripeteva –eravamo io, mio fratello Carlo, mia sorella Marcella e la mia sorellina Zara–, che eravamo molto fortunati a vivere lassù, lontano dal fuoco della guerra e dagli urli dei soldati tedeschi.
Mio padre era restato a casa, poiché lavorava, con altri del paese, su alla miniera, ed io pensavo che la guerra sarebbe finita, prima o poi, e che tutto sarebbe ritornato alla normalità quotidiana.
Io non potevo capire che niente ritorna mai com’era prima e che tutto si muove e cambia, se non viene distrutto.
Io ascoltavo mia madre, che era dolce e saggia e non si arrabbiava quando le facevo sparire i pezzi di legno che mi servivano per i miei intagli.
Lei sapeva che quello era il mio gioco preferito, ora che non c’era più nulla con cui poter giocare. La guerra, piano piano, mi aveva tolto anche quei pochi giocattoli che avrei potuto desiderare, Gesù Bambino era povero, anche lui, e non poteva più farmi trovare balocchi la sera di Natale, ma solo qualche pezzetto di legno.
A noi bambini restava il girotondo che facevamo davanti alla chiesa, ridenti e spensierati, nonostante le brutte cose che accadevano laggiù, oltre la valle.
Potevo ancora fantasticare però, non contava niente, e mi divertivo sognare i paesi lontani che avrei un giorno visitato, da grande sarei andato in capo al mondo, per vedere com’era fatto lontano da Sant’Anna.
Andavo anche a scuola, nonostante la guerra, si cercava di vivere normalmente e a me piaceva tanto la geografia; quelle lezioni che parlavano di sperduti continenti mi lasciavano la mente piena di tante curiosità.

Avrei studiato anche le lingue per poter comunicare con gli altri popoli della Terra, quando fossi diventato grande.
Don Innocenzo, il nostro parroco, mi aveva regalato un dizionario di italiano-tedesco… ma quella era una lingua che mi faceva un po’ paura, come anche i tedeschi.
Ascoltavo i discorsi che si facevano in casa, il babbo bisbigliava, per non farsi sentire da noi bimbi, che avevano incendiato tutte le case, non lontano dalla nostra valle.
I fascisti come i tedeschi cercano i partigiani dappertutto, in paese noi si temeva il Ciro, che era uno sporco traditore – diceva sempre il babbo – bisbigliando:
“Uno sporco traditore e un fanatico!”, ecco cosa diceva, sottovoce, pensando che io non sentissi.
Quando la mamma incontrava il Ciro in piazza, lo salutava però con un sorriso, ma io sapevo che in quel momento, non era sincera, ma aveva solo paura.

Ci hanno uccisi tutti, quel sabato mattina del 12 agosto, così non ho più potuto vedere il mondo e, durante la notte, con gli altri bambini, torniamo qualche volta quassù, a fare il nostro girotondo, davanti alla chiesa: ma non siamo più sorridenti e spensierati.

(Tratto da “L’ultimo girotondo” di Laura Pellegrini)

LA FINE


Se apro quella porta so già che sarà la fine e non mi volterò più indietro. Quante volte ho avuto la tentazione di varcare la soglia di casa e compiere quella deviazione decisiva per dare un taglio netto al passato, a quello che sono stato e che non avrei voluto essere.

Ho così disegnato la fine ma tutte le volte è stato l’inizio di qualcosa che non ho interrotto e che non si è interrotto, concatenazione di remore ataviche che mi hanno impedito di volare e di raggiungere in un punto qualsiasi dell’orizzonte la pace interiore. Il riposo del guerriero non c’è stato e non ci sarà per uno come me che ha sempre lottato per farsi largo nella giungla di una disumana umanità.

Mi sono perso nella fine guardando i tuoi occhi scuri e impenetrabili che mi hanno spiato nell’assenza prima ancora di una presenza, vera e palpabile, che non c’è stata. Una fine interminabile che non è mai stata la fine, come il circuito di un autodromo tracciato apposta per me affinché non potessi uscirne e provare finalmente a viaggiare da solo.

La fine non è la fine quando non sei pronto a ricominciare, come un bambino che non vuole diventare grande, un fiore che non vuole sbocciare, un prato che non vuole rinverdire, il buio che non si fa luce o l’alba di un nuovo giorno che tarda ad arrivare. Storie senza fine, ferme al primo capitolo, che non si sviluppano e restano impresse sulla stessa pagina.

Ma ogni cosa prima o poi finisce, è scritto nel destino di ciascuno di noi, perché è il tempo metafisico a segnare la fine.

Cadranno tutte le resistenze, i dubbi, le esitazioni e tutto ciò che è irrisolto si risolverà e si dissolverà come neve al sole, la pioggia che spazzerà via la polvere e un’altra porta si aprirà per un nuovo domani.

Ora che si avvicina la fine quasi mi commuovo della mia fine, come la terra bruciata dai bombardamenti su Hiroshima. Allora per un lungo istante scese il silenzio, domani sarà lo stesso ma nessuno si accorgerà di questa fine.

Scrive Alberto Moravia ne “La vita interiore” (Bompiani, 1978):

A Hiroshima, dopo l’esplosione della bomba atomica, è rimasta su un muro l’impronta di un corpo umano, come rimane sulla sabbia l’orma di un piede; cioè, un’ombra un po’ più scura dell’intonaco, con una testa, un busto, delle gambe. Il corpo che ha lasciato quest’impronta è stato divorato, annientato dalla vampa. Così io. La tua immaginazione mi ha bruciata, consumata. Alla fine non esisterò più, se non nella tua scrittura, come impronta, come personaggio.”