PICCOLI BLOG

Io bloggo, tu blogghi, egli blogga. E’ una delle parole maggiormente usate nel linguaggio moderno tanto da essere coniugata alla stregua delle voci verbali più comuni. Definito dai principali dizionari della lingua italiana come diario elettronico allocato in un sito web, il blog è divenuto un fatto di costume, una sorta di rivoluzione culturale del terzo millennio.

Un tempo si usavano i diari cartacei per raccontare i propri stati d’animo, quelli colorati e ben custoditi con il lucchetto per evitare che chiunque potesse prenderne conoscenza. Si trattava di costruire un mondo interiore parallelo a quello esteriore, messo al riparo dalle intemperie  della vita, dalle possibili intercettazioni che avrebbero potuto rompere l’incantesimo dei pensieri più reconditi.  

Oggi, nell'era della trasparenza (altro termine particolarmente usato e abusato) sembra quasi un dovere aprirsi al mondo, mostrare l’anima che si vuole, farla volare sotto mentite spoglie per entrare nelle case di chicchessia senza bussare e senza nemmeno sapere chi c’è.

Ci sono blog efficacissimi nel diffondere messaggi promozionali mirati e strategici, in grado di orientare e condizionare i comportamenti di una certa sfera di destinatari, i c.d. lettori di nicchia. E’ accaduto di recente per l’elezione dei sindaci di Torino e Roma dove la massiccia e peculiare campagna multimediale, al di là dei meriti dei candidati eletti, ha condizionato non poco il responso delle urne.

Si cerca il consenso non più ( e non solo) incontrando la gente nelle piazze o in altri luoghi di riunione tradizionali, ma attuando una capillare e martellante operazione acchiappa consensi facendola veicolare sulla rete web alla velocità della luce. In questo l’uso studiato della parola (ma accadeva anche prima) prevale spesso sulla sostanza e non si discosta di molto dalle terapie di certi strizzacervelli messe in atto su pazienti fragili e indifesi. La differenza, insomma, è data proprio dalla modalità, oggi infinitamente più incisiva e ramificante.

L’importante è esagerare, cantava il compianto Jannacci.

Ma non è oro tutto ciò che luccica. Ci sono tanti siti web che non hanno lo stesso spessore. Sono piccoli blog che fioriscono come funghi in mezzo a campi incolti, indistinti e indistinguibili, che fanno fatica a far sentire la loro voce, spesso ululanti come cani randagi in fila all'orizzonte.

Piccoli blog selvaggi e indisciplinati, trattati come  messaggi spazzatura ( i cosiddetti “spam”) che sono colpi di fucile sparati a caso in mezzo al disordine delle idee. Patiscono la promiscuità, una certa approssimazione nell'impostazione e un’agguerrita concorrenza degli argomenti proposti.

Ciononostante crescono e si moltiplicano fino a divenire invisibili e irriconoscibili.

Fiumi di parole che si disperdono e si dimenticano in fretta. Con un semplice clic.

LA NOIA

Si dice che siamo fatti per vivere insieme, per relazionarci. Ma cosa succede quando si perde qualsiasi contatto con la realtà e con le cose? Subentra la noia, come ce la racconta magistralmente Alberto Moravia nel suo capolavoro del 1960 da cui venne tratto un film di successo con Horst Bucholoz, nei panni del protagonista Dino e Catherine Spaak, in quelli della lolita Cecilia.

E’ proprio l’incontro tra un pittore danaroso ma ribelle verso la madre asettica e borghese, -dalla quale si separa per andare a vivere da solo-, e la bella ma insignificante Cecilia che gli fa da modella per i suoi dipinti, che fa scattare nel primo quella particolare condizione d’animo che ora lo unisce e ora lo allontana dalla realtà. Perché la noia è l’assenza di ogni relazione con il mondo, l’accettazione passiva, mista ad atarassia, verso quei valori convenzionali e inautentici che inibiscono le migliori espressioni del proprio essere.

Dino inizia così una relazione fisica con la modella che era stata amante del suo vicino di casa Balestrieri, convinto che la sistematicità e la monotonia degli amplessi lo porterà ad annoiarsi e a distaccarsi nuovamente dalla sua esistenza. Invece accade un fatto apparentemente normale e scontato, come il tradimento di Cecilia, che renderà Dino geloso, ovvero gli farà provare un sentimento autentico e reale rispetto alla noia che è invece inautentica e irreale.

Moravia, sulla scia della sua opera prima “Gli indifferenti”, o dell’esistenzialismo di Sartre in “La nausea”,  esalta gli aspetti psicologici della narrazione per dimostrare quanto le convenzioni sociali e le false ideologie siano dominanti e influenti sui comportamenti individuali. Pregevole è un passo del libro nel quale Dino, per convincere Cecilia a lasciare il suo amante e a sposarlo, cosparge il corpo di lei di banconote.

Sarà un fallimento. Cecilia non cadrà nel tranello teso da Dino per renderla inautentica come la noia e deciderà di partire ugualmente con il suo amante. A questo punto il distacco dalla realtà non si compie e Dino si troverà coinvolto in un incidente stradale che lo costringerà ad una lunga degenza in ospedale aspettando il ritorno di Cecilia.

Romanzo di rara bellezza linguistica e di approfondimento saggistico su un tema di forte impatto introspettivo, La noia si colloca a pieni voti tra le opere letterarie più suggestive e attrattive del novecento. Uno spaccato crudo e realistico della condizione umana che cambia a seconda del gradino della scala sociale in cui ci si posiziona. Ma i valori che accentuano le differenze annoiano e pongono l’individuo nell'isolamento più totale e deflattivo di ogni serena convivenza.

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà…”



LA LETTERA CHE NON SCRIVERO’

Scrivo queste parole che non leggerai. Fra i tanti o pochissimi visitatori mancherai proprio tu, la persona che più di tutte è riuscita a darmi sostegno e coraggio senza saperlo perché nulla c’era da sapere se non l’impronta del mio silenzio.

Comincerò col dirti che mi è bastato inseguirti con lo sguardo per immaginarti al mio fianco anche se non ci sei mai stato. Ti ho pensato e disegnato su fogli di carta racimolati qua e là per ricordarmi di te nei momenti in cui la mente si sarebbe annebbiata e avrei fatto fatica ad orientarmi, a riprendere quel cammino che proprio tu hai tracciato per me.

Le strade di ieri non le ricordo più. Splendida amnesia per proiettarmi nel futuro e abbracciarmi di nuovo in cerca di tenerezza, di coccole e poi ancora coccole, con te che mi seguirai da vicino o da lontano, ma in silenzio come sempre. Sentirò la tua presenza tutte le volte che dovrò affrontare altre prove della vita, con occhi benevoli quando cadrò, guardinghi e diffidenti quando mi vedrai volare oltre le mie aspettative.

Pensare al domani, a come potrebbe esserlo, raggiante e variopinto, è la migliore medicina per curare l’avanzare degli anni, le forze che non sono più come una volta ma che grazie a questo pensiero sembrano rigenerarsi, ricevere nuova linfa dall'eterna giovinezza delle idee. Me lo hai insegnato proprio tu, ricordi? Un uomo senza futuro è una scatola vuota, un animale vagante senza meta, un’oloturia senza capo né coda.

Ci sarai sempre tu nei miei pensieri. Mi accompagnerai per non farmi sentire solo, sentirò il tuo abbraccio tutte le volte che avrò paura. E m’innamorerò di te, cento, mille volte ancora. Ti farò l’amore spogliandomi di tutte le mie impurità, delle mie debolezze che sono tante anche se cerco di mascherarle con il mio essere burbero e scostante.

Domani sarà diverso. A volte l’attesa è più emozionante del presente che si vive e chissà che non t’incontrerò davvero nel mio cammino, che non t’innamorerai anche tu di me e mi trasporterai come il vento nelle direzioni che desidero e che vorrei condividere con te.

Chissà che non t’innamorerai delle parole di questa lettera che non scriverò. Perché l’ho già scritta sulla sabbia bagnata che il mare si sta portando via.

LA CAREZZA DI ERMINIA

Aspettavo la carezza di Erminia tutte le sere alle nove in punto in quel letto d’ospedale dove ero ricoverato per un grave incidente stradale. Sono quel che si dice un miracolato che per grazia divina è rimasto aggrappato alla vita come un naufrago alla sua zattera nel bel mezzo di una tempesta.

Quando la mia auto si è scontrata con un Tir che di colpo mi ha tagliato la strada, ho creduto davvero che fosse arrivata per me la fine. E invece, al momento dell’impatto, ho sentito la mano di qualcuno che mi ha spinto fuori dalla portiera catapultandomi sull'ampia distesa erbosa che costeggiava l’ autostrada.

Non ricordo altro di quello che è avvenuto dopo. Quando ho aperto gli occhi mi sono ritrovato steso su un letto imbottito di flebo, con tanti uomini in camice bianco che mi scrutavano come se stessero esaminando uno strano esemplare. Ero immobilizzato dalla testa ai piedi, riuscivo a malapena a sentire le loro voci ma non capivo niente dei loro discorsi.

E’ stato allora che ho sentito una mano accarezzarmi il viso con delicatezza e discrezione. Ho girato lo sguardo e ho visto una donna matura che mi sorrideva con fare materno e tranquillo, avvolta da una luce fievole ma ben visibile da farmi pensare ad una santa.

Vi sarà capitato tante volte di stiracchiarvi e di sentirvi subito dopo rilassati. Ecco, quella carezza ha prodotto in me un effetto simile. Ho sentito il sangue sciogliersi per tutto il corpo procurandomi una vitalità che non avevo mai provato prima, quasi uno spaccato tra il nulla prenatale in cui credevo di essere precipitato, e i primi sussulti di una rinascita che iniziavo a percepire a piccole dosi.

Non avevo moglie, fidanzata, figli o uno straccio di amico che potessero farmi visita. Non aspettavo nessuno e nessuno aspettava me. Quella carezza è diventata così un rituale quotidiano, il solo che attendevo con suprema aspirazione e desiderio.

Tutto si concentrava in pochissimi minuti, di sera, allo scoccare delle nove, quando la porta della stanza si apriva e vedevo Erminia apparire col suo sorriso ampio e luminoso, avvicinarsi a me e accarezzarmi le guance facendomi sentire il palmo della sua mano soffice e delicato, le dita lunghe e affusolate  che s’insinuavano tra i capelli procurandomi tanto calore.

Di nuovo il sangue riprendeva a circolare nelle vene, come se fino a un attimo prima fosse stato ostruito dai detriti della mia riluttanza a vivere, ritrosia caparbia e insistente che solo quella figura così benevola e rassicurante riusciva ad emarginare.

Come va il mio sopravvissuto? Ti ho portato i tuoi dolci preferiti così stasera potrai festeggiare anche tu il nuovo millennio.”
Perché non resti fino alla mezzanotte?”
Mi farebbe tanto piacere ma lo sai che non posso.”

Erminia si accorge che ho il volto imbronciato e mi dà un bacio sulla guancia.

Mi hanno detto che in settimana ti toglieranno il gesso, presto ritornerai a camminare. Su, adesso fammi un sorriso.”

Ho stretto la sua mano più a lungo possibile come se temessi di non ritrovarla più da lì ad un attimo. Ecco infatti che la vedo allontanarsi, aprire la porta e voltarsi mostrandomi il pollice verso l’alto. Le sorrido alzando a mia volta il pollice per suggellare un’intesa che non ha bisogno di parole.

Non l’ho vista più, né il giorno dopo né in quelli seguenti ma ho continuato a sentire la sua carezza tutte le sere fino al momento in cui sono stato dimesso dall'ospedale.

Quella mattina ho parcheggiato la macchina e ho imboccato il viale dei cipressi fino a giungere nel posto che sapevo. Ho pulito la lapide rimuovendo le foglie secche dell’inverno che si erano depositate sparse su quella superficie dorata. La foto, un po’ sbiadita, proiettava un’immagine sorridente e ancora viva nel mio ricordo. Più in basso l’antico epitaffio:

Erminia Rovato – 1925-1986
      Angelo delle madri


LA CAREZZA DI ERMINIA

Racconto breve scritto da
Vittoriano Borrelli

(I riferimenti alla realtà sono casuali)

LE PAROLE DEL VOSTRO TEMPO

Silenzio, parla il lettore! Dopo aver scritto tanti articoli ho pensato di dare la parola ad alcuni amici visitatori che con molta benevolenza hanno voluto lasciare un commento dalle pagine delle varie community di Google.

Per ragioni di spazio non mi è stato possibile rendere omaggio a tutti ma ho dovuto, giocoforza, selezionare i commenti ricevuti escludendo, per non peccare di autoreferenza, quelli plurimi riferiti allo stesso post. Il mio ringraziamento è comunque totale e totalizzante come un grande abbraccio che spero possa toccare, sia pure solo idealmente, i vostri cuori.

Ecco dunque le parole del vostro tempo

Bello il tuo racconto. Mi hai fatto ricordare qualcosa di simile scritto da me. Dietro l'inferno della nostra vita informatizzata, si nasconde un po' d'umorismo partenopeo. La ciliegina sulla torta. Grazie per la condivisione …
Appunti di viaggio di Carlotta sul post “SONO SOLO UN NUMERO

Bellissimo :))) grazie Vittoriano, vorrei leggerne ancora.
Gianmaria Sottili sul post “QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO

La vita prima o poi ti presenta sempre il conto. Amaro. Bel racconto, Vittoriano.
 Carlotta sul post “L’APPARTAMENTO

Condivido sempre i tuoi scritti, sempre molto attuali ed equilibrati...per giunta in quest'era web e di connessione l’utenza più fragile,adolescenti...o persone 'disturbate' ne fanno non solo un uso improprio...svilendo e sminuendo uno dei sentimenti più reali e costruttivi...come l'Amore...grazie ciao Vittorio.. fla.
Kekka Butterfly sul post “GLI AMORI INFINITI

Il vento ti porta l'odore, la polvere lo spessore dello spirito dei nostri cari. Anche in Sicilia c'è una festa simile, i negozi si riempiono di statuine di zucchero con la frutta di marzapane, i taralli e i giochi che si regalavano ai bambini, facendoglieli trovare l'indomani dicendo che erano stati i nonni a portarli. Io bambina andavo felice al cimitero a trovare i nonni e li penso con affetto ancora oggi, anche se non ho potuto conoscerli, tranne una. Buona festa x la commemorazione dei tuoi cari. Buona giornata.
Antonella Mililli sul post “IL VENTO E LA POLVERE


Interessante racconto, aspetto di capire cosa abbia trasformato l'abnegazione di questa donna in indifferenza.... Vittoriano attendo le motivazioni psicologiche che giustifichino un siffatto comportamento . Dolce sera. 
Giuliana Lubello su “LA MIA DONNA NON ESISTE

Sempre bello leggerti.
 CrisAntema Settestracci sul post “NON MI RICORDO PIÙ DI TE


Quando parliamo degli “altri” li giudichiamo senza conoscerli, cioè secondo STEREOTIPI.
Gli stereotipi mentali si tramandano di generazione in generazione e diventano PREGIUDIZI, perché tendiamo ad applicarli ad una singola persona di un gruppo prima ancora di conoscerla.
Vincenzo Spera sul post “GIULIANO


 … da astigiana, da  lettrice, grazie di cuore di averne parlato.
Patricia Moll sul post “SE BASTASSE UNA PIUMA

Ho sempre pensato che sia così, il dolore mentale è pesante quanto quello fisico, non c'è differenza, le persone che soffrono del male di vivere provano lo stesso dolore e stesso desiderio di mettere fine a quel male di un malato terminale...articolo molto interessante Vittoriano, ciao :)
Nadia sul post “IL MALE DI VIVERE


Concordo con te. Credo che sia però un atto per non perdere tempo anche a far andare rapporti che non vanno da nessuna parte, forse come dici, tu fin dall'inizio. Bisogna farsi sorprendere da un Amore e cercare una persona, che ricambi in un certo modo, fin dall'inizio. Non correre all'inizio, ma allo stesso tempo terminare prima possibile se ci si rende conto che non si possono cambiare le cose. 
Blogghidee sul post “TI ODIO IN TUTTE LE LINGUE


Condivido tutto quello che hai scritto. Aggiungo solo che, a mio parere, da quando il critico di professione è diventato cosa rara e gli scrittori si sono trasformati nei nuovi recensori, si è creato un cortocircuito che, in più, non è esente  da interessi personali, interessi di appartenenza e interessi economici. Bel post.
La prospettiva-della-rana sul post “GLI SCRITTORI CHE NON PIACCIONO


Stiamo arrivando al Caos. L'essere umano è sempre più ingestibile e non è in grado di autogestirsi. Si sta confermando la teoria secondo la quale l'essere umano è destinato all'autodistruzione.
Donatella Nobile sul post “LA VITA CHE SFUGGE

Complimenti, un bel racconto che può essere uno stralcio di una brutta realtà.:)
 Graziano Mullanu sul post “IO PARLO DA SOLO


Perché scrivere sottende pensare, avere il tempo di raccontare e parlare anche dei sentimenti più reconditi. 
Monica Addis Scaini sul post “APRITI BLOG

Condivido il tuo pensiero e mi sono spesso soffermata a pensare cosa può servire questa giostra senza fine. Molti pensano sia un perditempo ..altri non hanno tempo ma ne trovano giusto un po’ più per passatempo. Le persone impegnate non hanno tempo per micini, caffè virtuali, paesaggi surreali, quelle con un po’ di tempo amano dialogare, scambiarsi opinioni e aprire discussioni come tu gentilmente proponi.
Mirella FilippiFru sul post “LE PAROLE INVISIBILI

UN GIORNO COME UN ALTRO

Cosa c'è in questo giorno uguale a te
che muore all'orizzonte
e al buio si confonde
Alberi che sfiorano le nuvole
e un vecchio contadino
che parla con un bambino
E più in là sentieri che si perdono
laddove c'è l'asfalto
e il cuore tuo distratto

Ma è un giorno come un altro
la vita che si offre a te
in tutto il suo ritratto
e sullo sfondo ancora lei

Volersi ancora bene
e non restare insieme
se è stato un grande amore o no
adesso è già dolore un po’
Ma è un giorno come un altro

Penso a te che ti addormenti insieme a me
la testa sul cuscino
ed io che mi rigiro
Attimi che sono come battiti
che vanno a cento all'ora
sull'autostrada vuota
Svegliati che il tempo può riprenderti
E' come per incanto
finisce questo pianto

Ma è un giorno come un altro
l'amore che finisce qui
e tu che sei già un altro
malgrado ci sia ancora lei

Volersi ancora bene
a volte non conviene
se è stato un grande amore o no
adesso è già dolore un po’
Ma è un giorno come un altro


TRATTO DA “LE PAROLE DEL MIO TEMPO

NESSUNA EMOZIONE

Chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”, cantava Fabio Concato nella sua “Ti ricordo ancora”. La musica, specie quella passata, è sempre stata prodiga di emozioni che hanno scaldato i cuori di tanti ascoltatori divenendo, in qualche caso, persino un fatto di costume.

Ma la musica, come qualsiasi espressione dell’arte, è sempre figlia del suo tempo. Può essere più o meno florida, più o meno portatrice della spinta valoriale di un’epoca. E si sa che le cose migliori nascono quando c’è voglia di riscatto e di rivoluzione culturale, dopo che si è vissuti nel torpore dell’appiattimento sociale o nel letargo delle idee.

E’accaduto, ad esempio, nel Rinascimento, forse il periodo storico più fulgido e rappresentativo della genialità creativa o, in epoca più recente, nel periodo post-sessantottino della contestazione giovanile.

Oggi si guarda a questo passato con riverenza e nostalgia ma non al punto da costituire una molla emulativa per far risvegliare coscienze immerse nell’atarassia conservativa della rassegnazione. Retrogradi nel pensiero come nel Medioevo o nell’Oscurantismo del Settecento, viviamo nella perenne attesa che qualcosa possa cambiare ma peccando nell'agire perché nulla sembra farci smuovere dalle aspettative deluse.

Renato Zero, nella sua “I miei miti” ha saputo descrivere bene il livello delle emozioni, decisamente scadente, a cui siamo giunti:

I miei miti sono andati via
come un vento come un’amnesia

E ancora:

Svegliami se c’è musica
che quest’anima ha voglia di emozioni
Svegliami e conquistami
con un brivido intenso sulla schiena
Svegliami dalle vanità che nascono già stanche

Oggi chi si commuove ancora davanti a un film?
Chi parla ancora agli animali?
Chi ha voglia di ascoltarsi e di ascoltare?
Chi s’innamora di un sorriso, di un gesto semplice che sa di carezza e voglia di abbracciarsi?

In questa scia di poeti maledetti mi ci accodo anch'io umilmente e all'ultima fila con i versi di una mia canzone tratta da “L’aquila non ritorna”:

Niente di nuovo perché
non vedo niente davanti a me
Niente di nuovo perché
la vita passa anche senza di te

Come dire: nessuna emozione.


VITA DA CANI

Se fossi un animale sarei di sicuro un cane, un pastore tedesco come Black, il mio migliore amico dell’adolescenza che il Cielo si è portato via troppo presto. Come i cani sono dotato di un fiuto eccezionale: riesco a percepire soltanto con l’odore la cattiveria umana in tutte le sue manifestazioni, latenti o esplicite. Ed è un odore forte, sgradevole che non promana dalla poca cura per l’igiene personale, ma va ben oltre connotandosi in “presenza”, modo di “essere” e di “comportarsi”.

Nel mondo degli uomini sarebbe intuito, ipersensibilità nel registrare con relativa immediatezza condotte o modi di agire che altrimenti richiederebbero una conoscenza più approfondita. Per gli animali ciò avviene in maniera del tutto naturale e nel giro di pochi secondi. Pensate ai cani che irrigidiscono la coda e ringhiano quando captano gli stati d’animo avversi di chi si avvicina a loro. Quelli “poliziotto”, ad esempio, vengono utilizzati proprio per la caccia ai malintenzionati o per fiutare le tracce di un delitto.

Io sono come un cane dunque. E forse in qualche vita passata lo sarò stato per davvero. Avrò avuto padroni che mi hanno amato senza chiedermi niente come avrò fatto io con loro, reciproca alleanza dei sensi e di affetto incondizionato. Oppure sarò stato un randagio senza fissa dimora ma con il dono più prezioso: la libertà di spaziare in mezzo a praterie immense o su strade di periferia a frugare tra i rifiuti brandelli di umanità dispersa.

Come un cane mi irrigidisco quando avverto nelle persone con le quali mi relaziono cattiveria, insensibilità e scarsa generosità d’animo. Mi basta guardarle negli occhi, scrutarle e sentire quell’odore di cui ho parlato prima, nauseante e disgustoso, che mi induce a chiudermi a riccio, a innalzare una barriera fra me e loro e a munirmi di tutti gli strumenti di autodifesa.

Tutto avviene in pochi minuti e qui sta la particolarità che mi è propria e mi accomuna al migliore amico dell’uomo. Con me l’apparenza non inganna e purtroppo non mi sbaglio mai. So che il prezzo da pagare è alto perché si finisce con l’essere selettivi, guardinghi e diffidenti, ma di fronte a certe peculiarità negative dell’essere umano non so “scodinzolare”, né tanto meno abbassare lo sguardo e far finta di niente.

Vita da cani per me, lontana dalle illusioni e dagli inganni, dalle carezze che sono schiaffi al cuore, dai tradimenti che sono soprattutto morali e non si consumano semplicemente tra le lenzuola di un albergo a cinque stelle o in una camera di terz’ordine.

Vita da cani che è sublime e onorevole mimetizzazione per smascherare la pochezza dei benpensanti, dei moralizzatori del pensiero, di chi si eleva a giudice puntando il dito contro gli altri e mai contro se stesso. Presi dalla paura di specchiarsi e di scoprire, in luogo di un volto angelico e ben curato, la bruttezza e la vacuità del proprio essere.

Vita da cani per me che sono già in fila all'orizzonte lasciandomi dietro tutto ciò che vorrò dimenticare.

QUEL CHE RESTA (DI ME)


Resta la mia insufficienza nel guardarti
poche cose da scoprire
poche colpe da inveire
Resta quel che resta e il peggio resta qui
tra le rughe di un rapporto
che non sento e non conosco


Dall'album “La notte dei ricordi, ecco “Resta”, una delle canzoni più struggenti del mio repertorio. Radiografia degli effetti prodotti dalle nostre scelte di vita, volute o necessarie, che residuano come le macerie di un terremoto o le polveri grigie che si depositano sulla terra inerme dopo l’esplosione di un vulcano.

Tutto il male che c'è stato
non l'abbiamo mai scordato
E ci sembra di fuggire dalla realtà
Cosa siamo noi stasera?
Forse è meglio entrare in casa
e buttare giù qualcosa

Il dolore è qualcosa contro cui si combatte ma che non sempre si sconfigge quando ad agire ci sono i cosiddetti effetti collaterali, primo fra tutti il ricordo indelebile di un’esperienza mal vissuta o metabolizzata. E non c’è nessuna medicina efficace se non quella della sopravvivenza. “Entrare in casa e buttare giù qualcosa”: bisogno di nutrirsi per ristabilire il regolare decorso delle proprie funzioni vitali mentre tutto fuori si muove in un vortice di azioni e di ripetizioni.

Resta quel che resta e in fondo resti tu
con me stesso ancora adesso
ma non voglio tutto questo
Resta la speranza di trovarsi in due
a parlare di argomenti
lineari e convincenti

Il tentativo di ribellione è un sottile rigurgito di vitalità, un’oloturia che sguizza negli abissi dell’oceano senza forma e sostanza. Anche in questo caso è l’istinto di sopravvivenza ad agire quando manca un interlocutore capace di registrare e conclamare i propri bisogni. “La speranza di trovarsi in due a parlare …”.

Questo amore tanto ambito
dalle mani ci è sfuggito
Forse è già deliquescenza questa coesistenza
Cosa sarò mai stasera?
Forse  è meglio andare a letto
e buttare fumo in petto

Le convivenze forzate sono le più delittuose perché si interfacciano su piani diversi e non comunicano. Come i binari di un treno che si frappongono a debita distanza senza mai incontrarsi. “E’ già deliquescenza questa coesistenza”, a segnare un’alleanza disomogenea ma necessaria perché ciascuno degli sventurati è il prodotto di una sofferenza individuale che riversa sull'altro come ultimo appiglio alla vita. Restano così due mondi resto io con te.

Tutto quindi volge nell'incapacità di toccarsi con gli occhi per registrare un brivido, un’emozione, una corrispondenza dei sensi. 

Così resta la mia insufficienza nel guardarti

CENTOMILA BACI

Un traguardo, piccolo o grande che sia, è sempre un evento che merita di essere celebrato e conservato nel proprio album dei ricordi. Quattro anni fa ho realizzato questo blog quasi per caso, ed ora posso idealmente alzare il calice e brindare con tutti voi che avete contribuito con il vostro seguito a rendere le pagine del mio diario colorite e speciali.

Ho da poco superato le centomila visualizzazioni, target che non credevo minimamente di raggiungere quando, agli albori della mia esperienza di blogger, ho cominciato a muovere le prime “dita” sulla mia tastiera informatica.

Niente di trascendentale. So che il mio è solo un piccolo blog che ho messo su in maniera casereccia e da autodidatta, immagazzinando qua e là informazioni e suggerimenti senza avvalermi di alcuna guida esperta. Credo anche che senza un supporto professionale serio e competente non si possa andare oltre un certo risultato in termini di visibilità e consenso.

Questo succede soprattutto per i blog, come il mio, in cui l’autore è uno (pseudo) scrittore che cerca di dare voce e sostanza ai propri libri senza ricorrere a forme di pubblicità capillari e martellanti, ma trattando argomenti di cultura, di musica e di attualità, o raccontando storie dirette e indirette che possano sollecitare la curiosità del lettore.

Forse ci sono troppi scrittori in giro che c’è bisogno di una guida-maestra come lo è stata Virgilio per Dante nel suo viaggio dall’Inferno fino alle porte del Paradiso. Una guida che ti faccia emergere dal groviglio di tante buone (o cattive) proposte che intasano la rete a “spintoni” e qualche volta confondono le idee.

Per intanto mi godo le mie centomila visualizzazioni, traguardo per me preziosissimo per come si è sviluppato tutto il mio percorso. E sono come centomila baci, carezze che voglio dedicare a chi, in veste di lettore assiduo o semplicemente per caso, si è fermato da queste parti.

Da “La prossima vita”, il primo post, a “Finché morte non ci separi”, l’ultimo, sono sfilati oltre duecento articoli, parole che sono partorite dal mio universo di pensieri e di stati d’animo nella recondita speranza di suscitare un’emozione, stimolare una riflessione o semplicemente disegnare un sorriso. Grazie di cuore se l’avete fatto e se lo farete ancora.

Nel frattempo il blog si è arricchito di tante rubriche, come la vetrina degli emergenti, le interviste agli autori, le recensioni, l’aforisma del giorno e i miei racconti brevi che sono stati particolarmente seguiti e graditi.

Altro si può fare per migliorarsi e rinnovarsi. L’importante è che non manchi mai la passione di scrivere facendo viaggiare le parole fin dove qualcuno vorrà raccoglierle e accarezzarle. 

Perché le parole, come quelle del mio tempo, possano arrivare nel cuore di chi vorrà ascoltarle.

FINCHE’ MORTE NON CI SEPARI

Si dice che la solitudine sia un’invenzione letteraria, terreno fertile di poeti e scrittori che si sono cimentati su questo tema con scritti più o meno avvincenti (e convincenti). L’essere umano, secondo gli antropologi, è per sua natura socievole e ha bisogno di interagire con gli altri per trovare la sua piena consacrazione.

Sarà solo letteratura? Immaginazione? Leggenda metropolitana? Eppure il vuoto esistenziale con cui le ultime generazioni hanno dovuto fare i conti è qualcosa che rifugge dalle pagine di un libro. L’ascetica condizione di chi, per scelta o per necessità, ha innalzato una diga sull'oceano di tanti navigatori erranti è quanto di più tangibile ci possa essere in un mondo apparentemente comunicativo e socializzante.

Le storie raccontate, anche quelle più fantasiose, traggono sempre spunto dalla realtà. Anzi, proprio l’esperienza del vivere è spesso fonte ispiratrice di trame molto aderenti al contesto storico in cui si sono sviluppate. Prendiamo, ad esempio, due libri che ho recensito su questo blog: “La vita interiore” di Alberto Moravia e “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

Nel primo, la protagonista Desideria sacrifica la propria verginità in nome di una rivoluzione simbolica mirata a soppiantare la borghesia omicida (e suicida). Sono gli anni di piombo del terrorismo e della lotta di classe. Desideria si ritroverà sola rispetto a un ideale che vede disintegrarsi dall'azione, tutt'altro che eroica, del gruppo di reazionari da cui viene respinta.

Nel secondo, i retaggi dell’infanzia dolorosa dei due protagonisti, Mattia e Alice, segneranno le loro vite che resteranno per sempre divise e distanti come la teoria matematica dei numeri primi.

Chi può dire che queste storie non siano lo specchio di una realtà nella quale si mescolano tante altre esperienze di immanente solitudine? E del resto i romanzi che ho citato c’insegnano che l’unione disunisce più di quanto l’isolamento non demarchi uno spartiacque incolmabile verso il cosiddetto “gruppo”.

Ed è storia dei nostri giorni le mescolanze etniche che dividono e non congiungono, il fallimento delle unioni coniugali che ha rovesciato la promessa sacramentale del “finché morte non ci separi”.

Forse non siamo fatti per vivere insieme, ma per allontanarci e rammaricarci  nell’abbandono di quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

Forse è l’idea dello stare insieme che affascina di più di qualsiasi convivenza che si riveli deludente e incapace di sostenerla.

O forse tutto è il contrario di tutto e la solitudine è davvero un’invenzione dei poeti.

Forse.

IL MIO NOME E’ NESSUNO

I tablet e gli smartphone dell’ultima generazione fanno ormai parte delle nostre abitudini quotidiane e sono accessori irrinunciabili che ci portiamo addosso. Se ci capita di osservare le persone per strada o in qualsiasi altro luogo, scopriamo che sono sempre di più quelle intente a parlare al cellulare, a messaggiare o a seguire l’ultima moda del selfie, ovvero l’autoscatto fotografico.

Voglia di visibilità, di sentirsi qualcuno in mezzo a tanta anonimia, sembra essere questa la molla che ha fatto scattare una tendenza sociale sicuramente innovativa e intrigante che ha stimolato non  poco l’interesse di sociologi e psicologi, veri o presunti, del nostro tempo.

Ma qual è il prezzo da pagare e, soprattutto, l’effetto di cotanto protagonismo?

Chi mi segue sa che ho trattato questo argomento in diversi articoli con accenti quasi sempre negativi.  Le infinite strade comunicative rese possibili dalle tecnologie del momento, se da un lato hanno accorciato, e di molto, certe distanze un tempo impensabili e irraggiungibili, dall’altro hanno virtualizzato le relazioni sociali creando più solitudine che appartenenza al contesto, più esclusione che inclusione, in una parola, più emarginazione.

Certo, se il progresso tecnologico venisse utilizzato a piccole dosi e con sapiente oculatezza si potrebbero apprezzare anche gli aspetti positivi come l’immediatezza e la facilità di reperire le informazioni, la possibilità di entrare in contatto con un mondo dalle mille sfaccettature capace di pungolare le curiosità più esplorative.

Ma, come si dice, non è oro tutto quello che luccica. In primis l’autenticità di chi è al centro delle nostre attenzioni mediali è messa a dura prova da una realtà che latita nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo. Quanto più le cose o le persone con cui entriamo in contatto quotidianamente ci disturbano o, peggio, ci sono indifferenti, tanto più il rigurgito verso più comode trasposizioni virtuali del nostro essere è dirompente.

E’ un po’ come stare continuamente in bilico tra la nostra incapacità di relazionarci  e la nostra fertilità ideologica nel ricercare in ciò che non esiste -se non come fotografia o messaggio virtuale- quello di cui siamo carenti: affetto e attenzione.

Dubbio amletico del nostro tempo.  Ecco che allora il selfie, l’attesa di un commento o di un “mi piace”, tanto agognati ed effimeri, assumono sostanza in un mondo reale che di concreto ha ben poco.

E poco importa se il mio nome è nessuno quando per pochi istanti le luci di una ribalta immaginaria possono regalarci un brevissimo sorriso.

Perché, come cantava il grande Renato Zero, “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani …”

LE MANI SU DI ME – PARTE FINALE

Dice di chiamarsi Marco, ma per me potrebbe essere Osvaldo, Riccardo o chicchessia. Magari non è nemmeno il suo vero nome come spesso mi è capitato con uomini fantasiosi e un po’ goffi, inclini a cucirsi addosso un’identità diversa finché dura la fiamma del piacere.

Li conosco questi uomini così curati e perbenisti. Sempre ben vestiti e col sorriso stampato sul viso come a voler dissimulare le proprie debolezze, i propri vizi e preferenze particolari. Si fanno vedere in giro con le loro mogli o fidanzate che usano come paravento per nascondere il loro essere disinibito e dissacrante, animali vaganti su strade periferiche che imboccano a fari spenti sperando di non essere mai scoperti.

Marco si spoglia ed io faccio altrettanto ripetendo un rito che conosco a memoria. Distrattamente vedo la mia immagine riflessa nell'ampio specchio che sovrasta il comò, uno dei tanti che ho fatto mettere nel mio appartamento per la gioia di chi desidera vedersi durante l’amplesso.

Ho i seni che sembrano due pere cotte, qualche smagliatura qua e là e uno sguardo non più brillante come un tempo. Un giorno o l’altro dovrò pensare seriamente alla mia “pensione”, smetterla prima che siano gli altri a farmelo notare.

Così ti chiami Genè. E’ il diminutivo di cosa?”
Generosa.”
Ah! Per quello che fai è un nome che ti sta bene. Ma sei un po’ “cara”.
Il piacere si paga non trovi?”

Non amo conversare con i miei amanti, preferisco andare subito al “sodo”, finire quanto prima con questa sofferenza di cui so di essere l’unica artefice. Non aspetto altro che la fine, l’ennesima, per correre spedita sotto la doccia e liberarmi dell’odore del sesso. Purificazione rituale che in me ha l’effetto di rigenerarmi, illudermi di essere una persona diversa almeno fino al prossimo … incontro.

Marco sembra invece voler prolungare questo rito che detesto facendomi domande sulla mia vita e altre simili sciocchezze. Provo a distrarlo col tocco esperto delle mie mani che s’intrufolano nei meandri soliti di un piacere antico e ben collaudato. Lui si dimostra inaspettatamente rigido, mi afferra per un braccio proseguendo nell'interrogatorio:

Perché hai deciso di fare la puttana?” Adesso il tono si fa serio, quasi minaccioso, ed io comincio a preoccuparmi.
Ma che t’importa? Rilassati …” 
‘… coglione’, aggiungo tra me.

Per tutta risposta mi arrivano due sberle, di quelle che fanno male e che lasciano il segno. Ho infatti un labbro sanguinante, forse a causa dell’anello massiccio del mio assalitore che quasi mi spacca un dente. Dovrei essere abituata a comportamenti del genere, invece rimango ferma, incredula e atterrita.

Marco si avventa su di me schiaffeggiandomi ancora e mordendomi come una bestia affamata. Lo lascio fare e chiudo gli occhi.

Presto finirà tutto, mi dico, mentre avverto bruciori dappertutto come se fossi avvolta dalle fiamme di un fuoco rovente e indomito. Sensazione ben diversa da quella che provavo da bambina quando restavo per ore a guardare il camino di casa mia. 

Le spinte di Marco sono un vortice che mi fa tornare alle origini della mia infanzia, quando tutto è cominciato facendomi precipitare nel baratro di un dolore che non si sarebbe più cancellato.

Tra poco finirà tutto, ripeto a me stessa, aprirò gli occhi e correrò a immergermi sotto la doccia.

L’ultimo respiro è un rantolo che mi annuncia la fine.
Ho aperto gli occhi e ho visto mio padre.

LE MANI SU DI ME

Racconto breve in due parti scritto da
Vittoriano Borrelli

Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale


(La prima parte è stata pubblicata venerdì 18 marzo 2016)