L’ECO DEL SILENZIO

La scomparsa di Umberto Eco, grande saggista, scrittore e semiologo, lascia un vuoto nel mondo della cultura che difficilmente sarà colmato dalle generazioni presenti e future. Resta l’immortalità della sua scrittura, quella segnante e significativa, che è riuscita ad imbastire con le sole parole le rappresentazioni d’animo più icastiche e riflessive del nostro tempo.

Un tempo disordinato nella sequenza degli eventi perché il passato, come il presente, è stato raccontato dallo scrittore alessandrino in chiave ambivalente con la trasposizione dell’uno nell'altro, e viceversa, seguendo una logica di perenne contemporaneità.

Il suo romanzo di punta, Il nome della rosa, è l’esempio più calzante di quanto l’ambientazione storica di una narrazione sia solo occasionale o presa a prestito per attestare la sopravvivenza nel tempo di certe convinzioni o comportamenti. Sicché gli orrendi omicidi che si susseguono in un’abbazia dell’epoca medievale assurgono a mo’ di reazione simbolica verso quei tentativi di apertura della cultura che ancora oggi sono molto percettibili.

Il riso che suscita la lettura di una commedia, messo al bando dai fautori di una letteratura composta e conservativa, non è altro che l’allargamento delle maglie del sapere o, se vogliamo, della volontà di scardinare il potere che regola l’informazione in tutte le sue ampie derivazioni.

Non è forse quello che accade (o è accaduto) in epoche più recenti? Lo scandalo del Vaticano che ha sdoganato certi dogmi del potere temporale che hanno condizionato per secoli l’azione cattolica è solo uno degli esempi di distorsione dell’informazione. Come pure la scelta subdola e mirata di una parte dei mass media, asservita al potere politico, di propinare nel lettore certe idee in luogo di altre influenzando non poco l’agire sociale.

E non siamo più nel Medioevo ma ai primordi del Terzo Millennio!

Forse c’è qualcosa nelle ultime parole di Eco che allude proprio a questo: “Mi chiudo come un riccio”.

Non lo sapremo mai o forse sì se solo siamo disposti a comprendere e a percepire ciò che resta della sua testimonianza di acuto osservatore della fenomenologia sociale.

Qualcosa che risuona nell'aria dopo lo spirare del vento e che somiglia molto all’eco del silenzio.  


LE PAGELLE DI SANREMO 2016

Conti raddoppia e fa anche meglio del suo primo Sanremo. L’edizione 2016 ha fatto registrare una media di undici milioni di telespettatori, il dato migliore dell’ultimo decennio. E’ proprio il caso di dire che per il Carlo nazionale i conti tornano davvero al punto da fargli guadagnare la terza conferma per il prossimo festival.

L’ex dee-jay delle balere di Firenze ha offerto una conduzione dinamica, scorrevolissima e pienamente confacente ai ritmi di una kermesse “costituzionalmente” lunga ma capace di catturare ancora l’interesse e il gradimento di un bel nugolo di italiani.

Nell'edizione odierna Conti si è rivelato anche un’ottima spalla per esaltare la performance di una bravissima ed esilarante Virginia Raffaele, forse la vera vincitrice del festival, con le sue imitazioni indovinate e ben fatte.

Dalla Ferilli alla Fracci, dalla Versace alla Belen, l’erede della Goggi non ha affatto sfigurato ed è stata il fiore all'occhiello di una manifestazione nella quale non sono mancati i temi sociali della diversità e dei diritti civili delle coppie di fatto. Ma si sa che Sanremo è anche una vetrina che fotografa lo specchio dei nostri tempi, belli o brutti che siano.

Più defilate le conduzioni di Madalina Ghenea  e di Gabriel Garko, entrambi condannati a ruolo di comprimari, quasi omologhi nella loro insignificante presenza.

Le canzoni sono state nel complesso gradevoli e musicalmente migliori dell’anno precedente, ma perdono qualcosa nella qualità dei testi, decisamente non eccelsa, e nei messaggi in parte scontati e banali.

Ma ecco le mie pagelle:
                                                  
annalisa: Il diluvio universale. Annalisa non si discosta dal suo repertorio melodico ma il brano è insipido e non convince. Voto 5

arisaGuardando il cielo. Si presenta a Sanremo indossando la prima cosa che le capita. Sembra uscita da un cascinale dell’entroterra lucano ma la voce è bellissima. Il brano un po’ meno. Voto 6

alessio bernabeiNoi siamo infinito. Si prende la rivincita dopo la separazione dai Dear Jack accedendo direttamente alla finale a dispetto degli ex compagni che sono invece eliminati. Canzoncina così così. Voto 5,5

clementino: Quando sono lontano. Forse è il caso che ci resti. Solita canzone rap. Voto 4.

enrico ruggeri: Il primo amore non si scorda mai. Canzone orecchiabile e ben fatta che non rinnega lo stile rock del cantautore. Voto 7,5.

dolcenera:  Ora o mai più. Esecuzione impeccabile per gli amanti del blues. Voto 6.

dear jack:  Mezzo respiro. C’è voluto mezzo minuto per catalogarla fra le canzoni che si dimenticano in fretta. Voto 5.

elio e le storie teseVincere l’odio. Qualcuno l’ha paragonata alla più famosa (e decisamente migliore) “terra dei cachi”. Esagerati! Voto 6.

deborah iurato e giovanni caccamoVia da qui. Si piazzano al terzo posto ed è già tanto per questo duo che non è paragonabile ad altre "accoppiate" vincenti. Voto 6.

lorenzo fragolaInfinite volte. Sembra più vecchio dell’età che ha, forse per il look troppo serio e da uomo maturo. Una canzoncina che non resterà negli annali. Voto 5.

irene fornaciari: Blu . Si salva grazie al ripescaggio ma il brano non attrae. Voto 5,5.

francesca michielinNessun grado di separazione. Testo interessante e brano godibile. Voto 8.

neffaSogni e nostalgia. Poteva starci tra i finalisti. Voto 6,5.

noemiLa borsa di una donna. Forse il testo più bello ma pecca  nella melodia. Voto 6.

morgan e i bluvertigoSemplicemente. Possono consolarsi con la predizione cristiana “gli ultimi saranno i primi”. Attenti però alle eccezioni.  Voto 4.

rocco huntWake up. Farà la gioia degli amanti del rapVoto 6,5.

patty pravoCieli immensi. A guardarla fa impressione. L’ex “Bambola” sembra una “Barbie” che rischia di sgonfiarsi al primo tiepido sole. La canzone, pur con tante stonature, è comunque gradevole. Voto 7,5.

stadioUn giorno mi dirai. Al primo ascolto l’ho subito additata fra le possibili vincitrici. E’ così è stato. Voto 7.

valerio scanuFinalmente piove. Ma è una pioggia che non spazza via la nostalgia di “Per tutte le volte che ”, canzone vincitrice del Sanremo 2010 . Voto 5,5.

zero assolutoDi me e di te. Direi zero spaccato. Voto 5.



TI AMO

Ti amo
come la notte
come il mio giorno
come il silenzio
come un bambino
come i miei sogni
come il tuo respiro
come i tuoi occhi
azzurro grigio amore

Non ho scritto soltanto canzoni impegnate o di denuncia sociale. Sia ne “Le parole del mio tempo” che ne “L’aquila non ritorna” si possono trovare brani spiccatamente sentimentali dove si racconta l’amore con parole semplici e di facile presa. Insomma c’è anche una vena romantica in me, anche se non sempre sottolineata o mostrata con frequenza.

Forse è colpa del mio essere un po’ orso e riservato, costantemente in bilico tra il lasciarmi andare o il chiudermi a riccio per ripararmi da possibili sofferenze o delusioni. Io che ho vissuto all’ombra dei poeti maledetti mi sono concesso volentieri pause più distensive.

Ballata orecchiabilissima, da canticchiare sotto la doccia o “in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, il testo di “Ti amo” è stato accostato con molta irriverenza alla celeberrima e inimitabile “Questo amore” di Jacques Prévert capolavoro della letteratura francese, tipico esempio dell’arte figurativa delle parole:

Questo amore
così violento
così fragile
così tenero
così disperato…

In questi giorni che ci accompagnano alla festa degli innamorati non è male scandire questo meraviglioso binomio troppo spesso dimenticato o usato con estrema leggerezza. Dirsi “Ti amo” è la cosa più bella che ci possa essere, soprattutto se a parlare è il nostro cuore, la nostra sensibilità d’animo elevata a disponibilità all'ascolto e condivisione dei buoni sentimenti.

Ti amo
e sono geloso dei tuoi silenzi
Ti amo
e sono l'uomo dei tuoi segreti
Tu sei tutto questo
sei un mare di dolcezze
Ti amo…

… a chi ha voglia di abbracciarsi, di stringersi e prendersi per mano senza lasciarsi più, anche se dovesse durare solo un attimo.

E anche per me, per innamorarmi ancora


SONO SOLO UN NUMERO

Digita il codice pin”. La cassiera del supermercato mi guarda trasognata aspettando con impazienza che esegua il comando sul pos. Vuoto assoluto. Non ricordo nulla. Sarà la data di nascita di mio figlio? Non ricordo neanche quella. Decido di pagare in contanti, prendo i sacchetti della spesa e corro a casa per recuperare tra le mie scartoffie il codice che ho dimenticato.

Metto sottosopra cassetti, libri e quaderni. Frugo nelle tasche di cappotti, giacche e pantaloni ma del codice nessuna traccia. Mi collego on-line con la mia banca per chiedere assistenza ma ho  dimenticato anche la password di accesso. Allora provo a recuperarla. Mi si chiede di rispondere almeno ad una delle seguenti domande: il cognome di mia madre, la mia squadra del cuore, la data del matrimonio. Niente da fare. Non ricordo nessuna di queste informazioni.

Amnesia dissociativa? Perdita temporanea della memoria? E’ il caso di andare dal mio medico di fiducia. Mi reco nel suo studio di via Mazzini, uno stabile in vetro scuro, di quelli imponenti, che sembra troneggiare in mezzo a tanti condomini uguali e indistinti.

La segretaria, asettica e pallida come il bianco dell’ampia sala d’ingresso, mi accoglie con una domanda inquietante:

Ce l’ha il numero?”
Il numero?”
Quello della prenotazione. E’ necessario per la visita. Adesso l’Asl ce lo chiede per l’inserimento nella banca dati on line.”
Non ho fatto la prenotazione. E’ una cosa urgente. ”

Volevo aggiungere “di vita o di morte”, ma per non so quale senso del pudore ho preferito stare sul generico. Insisto che il medico è un mio amico e mi riceverà senz’altro.

Mi dispiace. Niente numero, niente visita”.

Sono preso dallo scoramento, mi riverso sulla strada ma vedo solo numeri davanti a me. Le insegne dei negozi brillano di cifre colorate, come i lampioni e i platani in fila ai marciapiedi. Persino le persone girano con un numero stampato sul petto, vuoti e disorientati in mezzo a spazi liberi e indefiniti.

Inizio a correre all’impazzata ma nella fretta perdo gli occhiali. Dove saranno finiti? D’un tratto sento qualcuno gridare alle mie spalle: “Amico!

Mi giro e mi trovo davanti un omone grosso e trasandato. Sembra un clochard con barba lunga e un berretto bucherellato come i fori di un colapasta. Mi porge gli occhiali che ho perso e aggiunge:

Non ti ricordi di me? Ieri mi hai offerto un panino e dieci euro. Ti ho riconosciuto subito. Grazie amico.”

Mi stringe la mano e se ne va zoppicando in mezzo alla folla. Resto senza parole. Guardo la mia mano e mi accorgo di avere sul palmo un pezzo di carta. C’è scritto qualcosa: “24. Giocatelo, ti porterà fortuna.”

Riprendo a camminare e sorrido tra me.


SONO SOLO UN NUMERO

(Racconto breve di Vittoriano Borrelli)

PER NON DIMENTICARE …

“Tutto era silenzioso come in un acquario, e come in certe scene di sogni. Ci saremmo attesi qualcosa di più apocalittico: sembravano (i soldati SS) semplici agenti d'ordine. Era sconcertante e disarmante.

Qualcuno osò chiedere dei bagagli: risposero: " bagagli dopo"; qualche altro non voleva lasciare la moglie: dissero "dopo di nuovo insieme"; molte madri non volevano separarsi dai figli: dissero "bene bene, stare con figlio". Sempre con la pacata sicurezza di chi non fa che il suo ufficio di ogni giorno; ma Renzo indugiò un istante di troppo a salutare Francesca, che era la sua fidanzata, e allora con un solo colpo in pieno viso lo stesero a terra; era il loro ufficio di ogni giorno.

In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo.

Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire né allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente.

Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich; sappiamo che nei campi rispettivamente di Monowitz- Buna e Birkenau, non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi.

Sappiamo anche che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati.

Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.

Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell'ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla Fondazione CDEC 5 quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.

Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli.

Li vedemmo un po' di tempo come una massa oscura all'altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla.”

(A cura di Giorgina Bellak, Giovanni Melodia, Donne e bambini nei lager nazisti.
Testimonianze dirette, Milano, ANED, 1960, p. 50)


Per non dimenticare anche dopo il giorno della memoria …

ANCHE I MORTI UCCIDONO

L’eredità di chi ci lascia non sempre è condita di cose o insegnamenti preziosi. Accade sovente che il cordone ombelicale con le negatività vissute e convissute non si spezzi mai, per quanti sforzi si facciano per allontanarsi definitivamente da chi ci ha procurato un grande dolore.

Le organizzazioni sociali e politiche, ad esempio, sono fortemente condizionate dall’eredità storica lasciata dal contesto in cui operano. In Italia si parla spesso di prima, seconda o terza Repubblica per segnare epoche distinte di un certo cambiamento anche se, a conti fatti, nessuna di queste fasi può dirsi davvero autonoma e indipendente dall’altra. 

Il presente è sempre la risultante del passato e il futuro segue di pari passo quello che oggi si sta compiendo.

Secondo il celebre filosofo sant’Agostino, “il passato come bruto fatto materiale non può riguardarci se non in forza di un nostro qualche attuale interesse. Il passato non esiste se non nella misura in cui è stato efficace, ci ha segnato e soprattutto ci segna. Se i fatti del passato fossero solo passati, essi sarebbero medesimamente morti e sepolti e non potremmo intrattenere alcun commercio con essi. Ogni fatto del quale si narra, è già, certo, passato e defunto, e tuttavia esso può rivivere in noi attraverso la considerazione storica che, per così dire, annulla quel passato in quanto passato, e lo attualizza nella vita del presente.”

E’ un pensiero filosofico di grande rilievo e verità: non si eredita il passato che non ha significato ma quello che ha segnato in modo incisivo la nostra educazione. Nel bene o nel male la nostra vita è condizionata dall’ambiente o dalle persone con le quali veniamo in contatto, specie in primissima età quando la nostra capacità di orientamento e di discernimento non è autonoma ed abbiamo bisogno di punti di riferimento.

Ecco che allora l’influenza di chi ci ha guidati nel nostro cammino fino ad un certo percorso continua a produrre i suoi effetti anche oltre la separazione. Soprattutto se l’esperienza vissuta è stata fortemente negativa, si fa fatica ad elaborare un dolore profondo, a colmare una carenza affettiva significativa, in una parola, a tagliare i ponti con il passato.

Nelle fragilità caratteriali si annidano quelle (pericolose) manchevolezze che possono dare adito a comportamenti di forte impatto. Si sente dire: “E’ violento come il padre”, oppure, “Va con tutti come la madre” per sottolineare il trapasso di azioni o reazioni che rende negativamente indissolubile il legame che si aveva in vita.

Non c’è pace per chi resta, per chi cerca di scrollarsi di dosso quei retaggi che suo malgrado si porta dentro fino ad assumere gli atteggiamenti più devianti o a compiere le azioni più delittuose. Ma a premere il “grilletto” sono simbolicamente proprio quelli che non ci sono più.

Perché anche i morti uccidono. Lo fanno da mandanti nella polvere di un silenzio assordante che inquieta le coscienze e non fa più vedere la luce di un mattino giusto e tranquillo.

VIVERE CON ME

Ho imparato a vivere con me
a mangiare discorsi senza te
a guardare le macchine così
ma nessuno mi porta via da qui …”

Sono passati trentatre anni da quando ho scritto questa canzone tratta dall’album “Cerco” e inserita nella raccolta “L’aquila non ritorna”. Esegesi di un mondo interiore che si evolve attraverso la conoscenza di se stessi, mentre fuori tutto scorre velocemente e distrattamente.

C’è una solitudine positiva ed un’altra di segno opposto. Il protagonista del testo vive purtroppo la seconda come reazione ad un mondo esteriore cinico e perverso, chiuso nella propria autoreferenza ed indifferenza. Una sorta di spirito di sopravvivenza, tipico di chi si sente accerchiato da una serie di fattori negativi che lo spingono a ricercare nella propria interiorità gli appigli più sicuri e le risorse, necessarie e dovute, per provare a riemergere.

La sommatoria di storie individuali come quella di “Vivere con me”, è indicativa di un problema sociale di più ampie proporzioni, caratterizzato dal disagio affettivo (o disaffettivo) che si erige a muro invalicabile sull’impoverimento relazionale e, più in generale, sull'incapacità di coglierne i segnali.

Chi fa da sé fa per tre, recita un celebre proverbio. Ci si abitua così alla propria solitudine, si ascoltano le voci di dentro costruendosi una sorta di sistema immunitario per autorigenerarsi. Un po’ come un camaleonte che cambia colore adattandosi a qualsiasi tessuto sociale che gli viene cucito addosso. E nel silenzio contemplativo tenere alto lo sguardo per scorgere, oltre l’orizzonte, nuove prospettive di vita.

La solitudine è un’arte per chi riesce a conviverci ma è anche una pericolosa discesa all’inferno per chi invece la vive come una scelta imposta dalle circostanze rimanendo ai margini della propria e altrui esistenza.

Fuori.

Da ragazzo io e la mia compianta sorella, prematuramente scomparsa, ci emozionavamo fino a commuoverci nell’ascoltare la bellissima canzone di Loredana BertèStare fuori”, meno nota rispetto ai tanti successi dell’artista calabrese, ma così intensa e profonda da rappresentare una denuncia solenne contro l’indifferenza.

Ecco alcuni versi del testo che desidero dedicare a lei:

“Fuori.
E’più di un anno stare soli
Più di un inverno stare fuori
Più della faccia di un amore
che non ti vuole e che ti lascia fuori …”


A Isabella

MI BASTANO CINQUE MINUTI

Lidia è la donna dei cinque minuti. In così poco tempo riesce a fare una quantità di cose che in confronto io sono una vera e propria lumaca. Quello che mi sorprende di lei è la contemporaneità delle azioni, tutte compiute al punto giusto e senza alcuna sbavatura.

Eccola al telefono che parla con un’amica e nel contempo tirare fuori dal frigo le bistecche appena scongelate, deporle sulla piastra già calda e con un piede aprire la credenza per prelevare, tenendo la cornetta ben ferma tra l’orecchio e la spalla, le spezie e il pane. In mezzo a questi gesti in rapida sequenza si permette persino di sorridermi mentre la osservo affascinato e nello stesso tempo interdetto da cotante acrobazie.

Non sta ferma un minuto. Come adesso che la vedo andare avanti e indietro per il soggiorno, guardare l’orologio e fermarsi al centro della sala con aria pensierosa.

Sono le 13 e 55. Alle due devo essere giù che viene Rosetta per accompagnarmi in ufficio.
Che aspetti allora? Comincia a scendere.
C’è ancora tempo. Possiamo fare l’amore.”
In cinque minuti?”
E che ci vuole? Se sei pronto quanto basta possiamo saltare i preliminari. Lo sai che li trovo inutili e dispendiosi.”

A questo punto è accaduto qualcosa di comico. Nella fretta la lampo dei miei pantaloni si è impigliata negli slip. Lidia tuttofare non si è persa d’animo. Con una forbicina che aveva, guarda caso, a portata di mano, è riuscita a sbrogliare la “matassa” e a tirare giù gli indumenti in un sol colpo procurandomi un breve ma intenso piacere. Il tutto nello spazio di tre minuti e quarantacinque secondi.

Insomma Lidia è la donna che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco: pratica ed efficiente come la migliore delle lavoratrici, calda e passionale come un’amante puntuale e generosa.  C’è però il rovescio della medaglia. Il suo vivere intensamente senza sprecare un attimo della sua vita è per me un monito che mi fa ricordare, come uno specchio implacabile, la mia proverbiale pigrizia e il mio essere esageratamente tranquillo e posato. La vitalità di Lidia mi fa toccare con mano l’inutilità della mia esistenza fatta di continue pause e ripensamenti al punto da sentirmi addosso tutto il peso del tempo.

Quando si vive poco o s’indugia troppo s’invecchia prima, un po’come le cose che si lasciano in soffitta a impolverarsi. Per usare un eufemismo, Lidia sarebbe un treno che corre ad alta velocità mentre io una locomotiva vecchia e desueta che sta ferma su un … binario morto!

Uno di quei giorni la vedo rientrare in casa sbattendo la porta. Mi saluta appena accasciandosi sul divano col viso stanco e affranto come se fosse reduce da un campo di battaglia. La osservo in silenzio pensando che tra un secondo la vedrò alzarsi per sbrigare qualche faccenda.

Di solito è sempre indaffarata a fare qualcosa. Per Lidia le sedie e le poltrone non sono altro che dei suppellettili per abbellire l’arredamento. Invece resta seduta con lo sguardo fisso nel vuoto e la cosa comincia a preoccuparmi.

E’ successo qualcosa?”, chiedo con la mia solita flemma.
Credo di aver notificato un ricorso oltre i termini.” Lidia lavora presso uno studio legale ed è in attesa di diventare avvocato.
Sei sicura?”
La colpa è di Mariella.”
Mariella?”
Quella collega antipatica del mio ufficio. Smorfiosa, arrogante, tutta tette e culo che non disdegna di mostrare a quel babbeo del nostro capo. Quando stamattina ha cominciato a vantarsi per l’ennesima volta delle sue “qualità”, non ci ho visto più e gliene ho cantate quattro. Così mi sono accorta in ritardo di quella notifica che era per una causa molto importante. Ho inviato la pec ma credo di aver toppato.”
Di quanto sei andata fuori termine?”
Cinque minuti, maledetti cinque minuti …”

MI BASTANO CINQUE MINUTI

Racconto breve di
Vittoriano Borrelli


(I fatti narrati sono assolutamente immaginari)

IL MIO ANNO DA BLOGGER

Anche il 2015 sta per essere archiviato ed è tempo di bilanci. Va via un altro pezzo di vita ma si aprono subito nuove prospettive, come una finestra spalancata su un mondo in continuo divenire.

Ma prima di volgere lo sguardo al futuro c’è un passato recente, lungo dodici mesi, che ho voluto raccontare sulle pagine di questo diario e che adesso desidero sfogliare per rivivere le emozioni provate durante la stesura degli articoli.

A tutti voi lettori va il mio personale ringraziamento per aver speso una parte del vostro tempo leggendo, commentando o condividendo le cose che ho scritto e che spero vi abbiano emozionato come è stato per me.

Ecco quindi il mio calendario 2015 con i post più letti e graditi che hanno contrassegnato la mia attività di blogger. Per chi desidera rileggerli basta cliccare sui rispettivi titoli.

GENNAIO: Pubblico “Anna da non dimenticare” dedicato alle vittime dell’Olocausto e in particolare alle memorie dello splendido diario di Anna Frank. Ottiene la palma del post più letto e commentato dai lettori di “Google”.

FEBBRAIO: “L’amore è per sempre”, riflessioni sull'eternità dell’amore, è il post con il maggior numero di visualizzazioni e di gradimento. Segue a ruota “Le pagelle di Sanremo 2015”.

MARZO: La redazione del social “Mebook”, mi concede un’intervista che risulterà molto apprezzata dai lettori. Dopo avere indossato i panni del “Maurizio Costanzo” intervistando diversi autori esordienti, questa volta è toccato a me con “Ti presento Vittoriano”.

APRILE: Pubblico il racconto breve “Io parlo da solo” ed è subito un successo fra i lettori della rete. Esistenzialismo puro e crudo che troverà molti proseliti.

MAGGIO: “La vita che sfugge”, dedicato al femminicidio, sarà il post più letto del mese. Approderà in poco tempo nella classifica dei “Top ten” di sempre .

GIUGNO: Esce “Non baciarmi”, altro racconto breve in due parti che ha come tema il carrierismo e il mondo delle apparenze. Bene anche il piazzamento di Per innamorarmi”, testo estratto da “Le parole del mio tempo” dalle tipiche atmosfere kafkiane.

LUGLIO: “Non ti vedo più”, ritratto crudo sull'incompatibilità relazionale, è l’articolo più letto del mese. Ottimo il piazzamento ottenuto da “Il male di vivere”, che affronta il tema scottante della depressione. Entrambi sono nella classifica dei “Top ten” di sempre.

AGOSTO: “Napoli muore” e, a ruota, “Gli amici silenti” si aggiudicano la palma dei post più letti dell’estate 2015. Il primo è il testo di una mia canzone dedicata alla splendida (e controversa) città partenopea, il secondo è un omaggio all'amore per gli animali, e in particolare per i cani.

SETTEMBRE: Top del mese: “Se bastasse una piuma”, recensione dell’ultimo libro di Giorgio Faletti. Piace anche “Spunti dal mio lavoro”, il mio ultimo libro sulla mia attività di segretario comunale.

OTTOBRE: “La mia donna non esiste”, racconto breve sulla doppia vita, catturerà l’interesse di moltissimi lettori. Piacerà soprattutto agli ideologisti, un po’ meno ai lettori romantici che forse si aspettavano una storia a lieto fine. Dalle atmosfere elegiache “Il vento e la polvere” dedicato alla commemorazione dei defunti, che ottiene il secondo posto.

NOVEMBRE: “L’appartamento” e “Gli amori infiniti”  sono i post più visualizzati ed apprezzati. Il primo è un racconto breve sulla separazione coniugale, il secondo è un’analisi introspettiva del sentimento più discusso e inseguito dagli esseri viventi.



BUON 2016 A TUTTI I LETTORI!

UN ALTRO NATALE

C’è una parte del mondo che sorride poco ma è dignitosa nel dolore, sa rialzarsi senza spintoni e rigenerarsi come la Fenice dalle proprie ceneri. E’ una parte stratificata in ogni zona geografica del pianeta, così vicina a noi da essere riconoscibile soltanto con la disponibilità del nostro sguardo.

In questi giorni che ci accompagnano al Natale è facile confondere la gioia pura che si legge negli occhi di un bambino davanti alle vetrine di un negozio di giocattoli, con quella stereotipata e condizionata dalle atmosfere del momento che rischia di essere effimera, sfuggevole o intermittente come le luci di un vecchio presepe.

Essere felici è un diritto di tutti e forse proprio il Santo Natale ce lo ricorda come un monito rispetto alle cose terrene che possono sì gratificarci, ma solo se sono in sintonia con lo Spirito. Aprire e aprirsi al cuore è il vero dono che si può dare e ricevere nel giorno solenne della Natività

In queste ore frenetiche che ci separano dall'Avvento, la corsa ai regali sembra essere l’unica meta preferita per scalare, come spesso succede, la vetta delle “apparenze” a dispetto di una generosità che può definirsi tale solo se sorretta dall'autenticità del gesto donativo.

Bene emozionarsi davanti ad uno spettacolo di luci maestoso e suggestivo, bene passeggiare tra i mercatini natalizi che mostrano gli articoli più curiosi e accattivanti, bere una birra o gustare per strada le prelibatezze locali. L’importante è non perdere di vista la relatività di queste bellezze rispetto allo stare bene nell’animo anche quando la festa finisce e le luci si spengono.

Perché c’è una parte del mondo che sorride poco o per niente. E merita di essere illuminata della gioia e del calore di tutti coloro che desiderano vivere un altro Natale, più vicino al cuore e più lontano dalle cose luccicanti che si dissolvono ben presto all'alba di un nuovo giorno.


A TUTTI I LETTORI DE “LE PAROLE DEL MIO TEMPO”

I MIEI PIU’ CARI AUGURI DI UN SERENO NATALE

BIANCO FATALE

Si sa che la paura del foglio bianco colpisce soprattutto chi è dedito alla scrittura. E’ una paura antica e consueta che risale fin dai tempi della scuola, quando davanti alla traccia di un tema si restava con gli occhi smarriti indugiando a scrivere le prime parole d’inchiostro sul mitico foglio protocollo.

C’è chi scrive di getto lasciandosi guidare unicamente dall'estro e dall'ispirazione innata o indotta dalla situazione del momento. Ricordo che ai tempi del liceo c’era un mio compagno di classe particolarmente avvezzo con la penna: riusciva a sfornare temi come noccioline e poi, per guadagnarsi un paio di sigarette o un caffè, li “vendeva” a proseliti pigri o svogliati.

Ma sono pochi ad essere dotati di questo dono naturale. Per la maggior parte delle persone la paura del foglio bianco è qualcosa che ci si porta dietro negli anni e che è più o meno ricorrente a seconda dell’attività che si è deciso di intraprendere. Per gli scrittori, ad esempio, è un vero e proprio incubo che sopravviene soprattutto nella fase di approccio al romanzo.

Esistono varie tecniche per tentare di esorcizzare quello che comunemente viene definito lo spettro del blocco della penna.

Alcuni scrittori preferiscono preconfezionare nella mente, sia pure a grandi linee, la storia da raccontare prima di metterla giù su carta (o sul pc); altri optano con l’annotazione di appunti, pensieri, raccolta di materiale documentale costruendosi una sorta di archivio corrente da utilizzare nella fase di stesura del manoscritto; altri ancora sono meditabondi, osservatori, perfezionisti fino all'estremo, e scrivono solo quando sono in stretta simbiosi con le proprie percezioni sensoriali.

Io appartengo a quest’ultima categoria.

Non sono uno scrittore fluente e non farei la fortuna degli editori. Sono due anni che ho iniziato a scrivere il secondo romanzo dopo "La prossima vita" e non so se riuscirò mai a finirlo. Questo perché la realtà che mi circonda non è particolarmente foriera di idee né di atmosfere giuste per calarmi con profitto nel mondo dell’immaginazione.

Allora tutto appare nebuloso come un manto di neve che scende dalle finestre delle mie stanze, bianco fatale che non mi fa vedere più nulla.

Come i versi di una mia canzone tratta da “L’aquila non ritorna”:

Niente di nuovo perché
non vedo niente davanti a me
Niente di nuovo perché
la vita passa anche senza di te …

QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO

Non volge a mezzogiorno come scriveva il Manzoni. Il mio lago di Como è situato con le lancette spostate nella prima parte del quadrante ma gli scenari sono ugualmente coinvolgenti e affascinanti. Ad ogni curva si aprono squarci di orizzonte dove si annida l’infinito, e catene di montagne dolci e verdeggianti che si specchiano su acque tranquille e dorate.

Il silenzio genera il silenzio. Il mio lago è così: taciturno, timido, di poche parole. Solo il lambire delle acque al passaggio di traghetti carichi di turisti o di viaggiatori abituali, fa muovere quella vitalità che fino a un attimo prima pareva impressa in un fermo immagine cartolare e surreale.

Dall'albergo in cui sono alloggiato ammiro Bellagio con la sua forma a tartaruga che fa da spartiacque ai due rami del lago. Sembra un guardiano paziente e sornione che sorveglia quella parte del paesaggio in cui si snodano le ampie aperture lacustre.

Sono un laghee. Per i comaschi di città è l’equivalente di terrone, noto epiteto rivolto ai meridionali. Nel mio caso non c’è differenza alcuna dato che sono napoletano e ne vado anche fiero.
           
I laghee (come i terroni) sono particolarmente legati alla loro terra d’origine e alle loro tradizioni, sono orgogliosi, a volte superbi ma fedeli alle proprie abitudini e stili di vita, Soprattutto sono taciturni e acuti osservatori. In questo mi somigliano o forse sono io ad assomigliare loro. Si può dire che sono un … laghee napoletano, l’esempio di due culture apparentemente diseguali ma che invece hanno molti tratti in comune.

Prendo la macchina e mi dirigo verso Menaggio, altra perla della costa occidentale del lago. In sottofondo ascolto la bellissima canzone di Fabio ConcatoGuido piano, e canticchio a voce alta questi versi:

c'e' tanto sole
e mi accorgo che ne ho bisogno come un fiore
e ho bisogno di stancarmi e di camminare
di sentire l'acqua il vento e di respirare
peccato che qui vicino non c'e' il mare

Eccomi arrivato a Sorico, il punto dove il lago volge a mezzodì riversandosi sulla sponda orientale fino a toccare le terre narrate dal Manzoni.

Mi sdraio sulla spiaggia e ascolto il silenzio.

Ho una gran gioia nel cuore.

TI LEGGO SOLO GRATIS

Tempi duri per gli scrittori. Recentemente la Corte d’Appello di New York ha respinto il ricorso collettivo (c.d. “class action”) di un gruppo di autori avverso la pubblicazione da parte di Google di estratti di libri o di intere opere (non coperte dal copyright) nell'ambito del progetto Google libri.
Secondo i giudici americani la divulgazione in questione non viola il diritto d’autore in quanto finalizzata a garantire un servizio pubblico.

La sentenza del 16 ottobre scorso è destinata a far discutere sotto il profilo dell’affievolimento della proprietà intellettuale (e delle annesse rivendicazioni economiche) in favore del superiore interesse dei lettori di conoscere in anteprima il contenuto dell’opera, vuoi in forma sintetica, vuoi in versione integrale laddove manchino del tutto le tutele tipiche dei diritti riservati.

Il danno economico lamentato dai ricorrenti non pare sussistere nella fattispecie trattata dai giudici aditi, poiché la divulgazione per estratto dell’opera rimanda al link per l’acquisto generando una sorta di pubblicità che non può che giovare allo stesso autore.

Occorre dire che in Europa la legislazione sul diritto d’autore, rispetto alle “aperture” americane è piuttosto rigida. In Italia, ad esempio, la legge 633/1941 come modificata dai decreti legislativi 22 e 163 del 2014, tutela il diritto esclusivo di utilizzazione dell’opera per tutta la vita dell’autore e fino al settantesimo anno dopo la sua morte. Non è necessario registrarsi alla SIAE perché la proprietà intellettuale nasce dal momento in cui l’opera viene pubblicata ed è rivendicabile dall'autore nelle forme garantite dal diritto civile.

Al di là delle disquisizioni giuridiche, la sentenza in commento pone un serio problema legato alla “digitalizzazione” del pensiero che pare ormai essere patrimonio di tutti e non solo di chi lo partorisce. Un tempo per leggere un libro era necessario acquistarlo (o riceverlo in prestito o in regalo), oggi con l’esplosione di internet è più facile trovare comode scorciatoie per impossessarsene gratuitamente.

In questo noi italiani siamo maestri, soprattutto quando si tratta degli e-book. Rispetto agli altri Paesi oltre frontiera dove questa forma di pubblicazione è in decisa crescita, in Italia la vendita digitale fa fatica a decollare. Forse una delle remore sta nel sistema di pagamento che per gli e-book è esclusivamente elettronico, ovvero attraverso l’utilizzo di carte di credito o carte prepagate.  

Una dimostrazione è data dai numerosi downloads delle opere messe a disposizione gratuitamente, sia pure per un tempo limitato. Quando invece le stesse opere sono offerte a titolo oneroso il dato statistico sulle vendite cala bruscamente.

Questione di mentalità? Di poca dimestichezza all'uso degli strumenti elettronici di pagamento? Forse. Come non è da escludere una certa diffidenza per gli autori sconosciuti sui quali si fa fatica a scommettere anche se “l’investimento” costerebbe solo …una manciata di euro!

E nel mondo del web marketing editoriale o del “fai da te” dove tutti sono diventati poeti e scrittori è molto più difficile che la qualità emerga o sia agevolmente riconoscibile.

Democrazia digitale” a tutto danno della qualità (remunerativa) del pensiero in un’epoca in cui gli editori hanno smesso di esistere.