IL DIVANO


Se potessi parlare chissà quante storie avresti da raccontare. Tu che troneggi in tutte le case del mondo, sornione e accogliente come una sirena con il suo marinaio. Morbido e imbottito quanto basta per sprofondarci dentro e inebriarsi di tanta goduria che sa di riscatto dopo una giornata stanca e grigia.

Quante separazioni avrai sancito con il tuo inconsapevole richiamo alla pigrizia, alla conformazione delle cose che non cambiano, che restano uguali a se stesse come il decorso del tempo che ricomincia daccapo allo scoccare di un nuovo giorno. Lancette dell’orologio che ripercorrono lo stesso giro di vite, un’agenda sulla quale sono annotati i soliti appuntamenti che quasi ci si affeziona.

E quanti amori fugaci e furtivi avrai favorito nel silenzio della notte o nei pomeriggi afosi di un’estate di città. Preso d’assalto con movimenti acrobatici e spinte più o meno audaci, sarai stato messo a dura prova e avrai atteso l’ultimo sospiro di smaniosi amanti come un viatico propizio e liberatorio.

La quiete dopo la tempesta, la pace dopo una battaglia prendendosi a cuscinate o lanciandosi accuse e risentimenti. E poi smetterla di colpo per dare voce al silenzio, per firmare una tregua o un armistizio fino alla prossima lotta con le parole che voleranno dalla finestra e giungeranno nei cortili e nelle strade senza che nessuno le ascolterà.

Non manca occasione per cercarti, spiarti con lo sguardo e immaginare il momento in cui saremo una cosa sola, l’uno e l’altro complementari, l’uno e l’altro necessari.

E quando giunge quel momento tanto atteso è così bello rilassarsi tra le tue braccia, sentire la tua pelle lucida o vellutata, saggiare la tua morbidezza come una carezza che sa di beatitudine e di rinnovato torpore mentre fuori il mondo grida e si scatena come fa la pioggia sui tetti delle case.

Che importa se fuori piove, basta chiudere gli occhi e non pensare, mettersi al riparo da tutto e da tutti comodamente sdraiato o accovacciato sul tuo giaciglio.

E provare finalmente a sognare.

SPAM SPAM


Sono i nuovi mostri della messaggistica multimediale, da evitare come la peste non appena si palesano con foto ammiccanti, annunci che promettono cambiamenti di vita in un solo clic, prospettive improbabili di paradisi che non esistono. Pronti ad insinuarsi nella nostra privacy che a volte si fa fatica a scansarli, tanto sono perfetti nella loro imperfezione.

Si tratta degli spam declinati a virus o a messaggi falsi e tendenziosi con finalità molteplici: dalla posta indesiderata a scopo commerciale, che generalmente procura solo fastidio e appesantimento della nostra casella elettronica, agli annunci-killer che hanno mire ben peggiori come carpire informazioni personali per accedere, ad esempio, alle nostre carte di credito o a conti correnti, o  bloccare con link micidiali le nostre applicazioni.

Bastimenti “postali” che arrivano a iosa sui nostri profili web, contro i quali s’ingaggia una sorta di battaglia navale per tentare di affondarli a colpi di fucile. “Bang”, il suono onomatopeico dello sparo qui sarebbe nella versione (peggiore) di “Spam”.

Ci vuole attenzione e lucidità continua, basta la minima distrazione che lo spam-killer si propaga nei nostri effetti personali distruggendo ogni cosa che incontra sul suo cammino. L’apertura accidentale di un file sospetto può quindi costare caro, in barba alle nostre intimità nascoste, ai segreti e agli altarini che ci premuniamo di proteggere pur volendo essere cittadini del mondo.

Questa invasione indesiderata avviene spesso in maniera subdola e senza che ce ne accorgiamo. Succede ad esempio quando navighiamo sui vari siti web e diamo il nostro consenso in maniera frettolosa e disattenta all’informativa sui cookie che appare generalmente sulla barra in alto alla pagina visitata.  In realtà questo documento contiene in sé una serie di autorizzazioni, fra le quali quella di utilizzare e trasferire ad altri i nostri dati personali, che sono attratte in automatico dall’icona “Ok” se non vengono espressamente disattivate.

Così la nostra privacy viene servita su un piatto d’argento a chiunque, compresi i malintenzionati pronti a seminare sfaceli e misfatti con conseguenze spiacevoli e non facilmente rimediabili. Il tutto alla vigilia del nuovo regolamento europeo sulla privacy (n. 679/2016) che dal 24 maggio prossimo entrerà in vigore in tutti gli Stati membri con regole più ferree sulla protezione dei dati e sul diritto all’oblio.

Basterà? Forse sì, forse no. L’interfaccia con l’infinito mondo del web presenta tante di quelle variabili che nemmeno le misure più protettive potranno arginare efficacemente le insidie più o meno percettibili e nascoste.

Forse è il prezzo da pagare, il rischio più o meno calcolato, per essere (o voler essere) protagonisti insieme agli altri di una platea virtuale che non conosce limiti in fatto di partecipazione e presenza libera e incondizionata. Quasi un obbligo di visibilità per non restare reclusi e in disparte mentre il mondo si apre a se stesso come una grande casa di vetro.

E’ il prezzo da pagare per essere cittadini del mondo.

DUE SOLITUDINI


Non si è mai soli veramente. C’è sempre una parte di noi che ci fa compagnia in ogni momento della giornata, a volte silente quando i pensieri sono altrove, altre volte rumorosa e incessante come un martello pneumatico che scava nella profondità della nostra anima.

E’ un rapporto che s'instaura con noi stessi fin da quando prendiamo vita nel ventre materno e si sviluppa negli anni, invecchia e muore con noi.

Due solitudini nell'oceano della vita che si appartano per proteggersi, che qualche volta litigano e si fanno dispetti come ...

pagliacci


E ci ritroviamo eterni alleati
di una stessa idea di una stessa odissea
Pagliacci senz’anima
senza sentimento
Pagliacci nel vento.

Ma che odore strano ha il tuo corpo incolore
Profumo di sesso fuori o dentro è lo stesso
Amanti dispersi
per caso ritrovati
Amanti diversi

Tu od io ma che confusione
Tu od io ma che coesione
Pensieri bugiardi troppo vuoti gli sguardi
E si tira avanti senza troppi riguardi

Io mi tormento del mio assurdo momento
e tu stai a guardarmi
Peggio ancora a scrutarmi
Col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio
e non ti piaccio

Quanta ipocrisia c’è nella vita mia
Tra l’adulazione e l’immaginazione
c’è di mezzo un pagliaccio fatto solo di ghiaccio
Tu od io chissà forse tutti e due

E ci ritroviamo un po’soli e distratti
Un po’ consumati
Un po’ tristi e sbagliati
Pagliacci senz’anima
senza sentimento
Pagliacci nel vento.

Tu ed io sempre a litigare
Tu ed io sempre a farci del male
Forse posso salvarmi dalla tua indifferenza
Forse posso sottrarmi alla tua impertinenza

Io mi tormento del mio assurdo momento
e tu stai a guardarmi
Peggio ancora a scrutarmi
Col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio
e non ti piaccio

Quanta ipocrisia c’è nella vita mia
Tra l’adulazione e l’immaginazione
c’è di mezzo un pagliaccio fatto solo di ghiaccio
Tu od io chissà forse tutti e due

(IL TESTO DI “PAGLIACCI” E’ TRATTO DA “LE PAROLE DEL MIO TEMPO”- V. Borrelli)

LA CORTE SI RITIRA


I tuoi occhi sono come due stelle che brillano nel più bel firmamento dell’universo. Se stanotte ti sognerò non vorrei più risvegliarmi. Solo sfiorarti mi procura un brivido su tutta la pelle ed è un’emozione che circola dalla testa ai piedi fino ad arrivare al cuore. E dal cuore ricominciare…

Queste declamazioni di un possibile corteggiamento, un tempo bene accette, oggi sono viste dai più anacronistiche ed improbabili. In un tempo dove ogni secondo è prezioso tutto si consuma velocemente e il consenso strappato con un cenno d’intesa si trasforma ben presto in una crisi di rigetto all'alba del giorno dopo. E’ come trovarsi in un fast food e sentirsi già sazi dopo appena quindici minuti.

Perché perdersi in parole ampollose, estenuanti pedinamenti e complicate tattiche di approccio quando tutto si può avere con facilità e in un batter d’occhio? L’agire precede il pensiero e a nulla valgono proclami che possono distogliere la mente in luogo di più agevoli piaceri.

Queste nuove e più spedite relazioni amorose presuppongono pur sempre un aspetto fisico gradevole; per le persone poco piacenti la questione rimane difficile poiché non basterebbero quattro parole sdolcinate (e forse nemmeno un enciclopedia) per accedere a facili conquiste.

Il linguaggio dei sensi e della scrittura oggi si sono notevolmente abbreviati, basta sbirciare qualche sms che circola tra gli adolescenti per comprenderlo:

tvb (ti voglio bene)
tat (ti amo tanto)
mwa (bacio)
n8 (notte)
xoxo (baci e abbracci)
e via dicendo.

Insomma bisognerebbe girare con un traduttore tascabile per stare al passo coi tempi e anche i meno giovani si stanno ormai attrezzando. Un tempo si diceva che una telefonata allunga la vita, oggi si direbbe che un messaggio accorcia le distanze ma i sentimenti appaiono lontani e slegati dalle parole, pur concise, con cui si manifestano.

Oggi si esce dall'infanzia e si diventa già madri, si smette di giocare troppo presto, si bruciano le tappe per arrivare chissà dove perdendo per strada il gusto e il senso dell’età.

E dalle macchine per noi
i complimenti del playboy
ma non li sentiamo più
se c’è chi non ce li fa più …

Così cantava Fiorella Mannoia nella celebre “Quello che le donne non dicono” del 1987. Sono passati oltre trent’anni e già allora il cambiamento si stava radicando nelle relazioni affettive. Sarà stato l’allineamento dei ruoli ma una parità che non riconosce le (buone) differenze genera conflitti e tensioni. Le coppie scoppiano quasi subito e  così si moltiplicano gli avvicendamenti.

Accade quindi che in questo scenario la Corte si ritira di buon grado ma non per deliberare, perché il verdetto è già scritto nelle storie di oggi (e forse di domani).


Gesù di Nazareth


Tra le tante riproduzioni cinematografiche e televisive sulla storia di Cristo, quella trasmessa dalla RAI nel 1977 fu una delle più riuscite. Con un cast mondiale di primissimo livello, quel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli ottenne un successo strepitoso con una media di spettatori di oltre ventisei milioni, risultato che nel pluralismo televisivo di oggi sarebbe del tutto improponibile.

Particolarmente azzeccata fu la scelta degli attori, a cominciare da Robert Powell così  straordinariamente somigliante al Messia almeno secondo l’immaginario collettivo, dato che le fattezze del Redentore non sono descritte in nessuno dei testi biblici. Per l’attore inglese questa immedesimazione così perfetta e senza sbavature incise non poco sulla sua carriera che non fu, in seguito, costellata dello stesso successo.

Ma altri personaggi di grido hanno reso questo Kolossal un prodotto di qualità assoluta, come Peter Ustinov nei panni di Erode il Grande, Olivia Hussey in quelli di Maria, Laurence Olivier nel ruolo di Nicodemo e Rod Steiger nelle vesti di Pilato. Nel cast anche attori italiani come la straordinaria Valentina Cortese (Erodiade), Claudia Cardinale (l’adultera) e Renato Rascel (il cieco).

Tante sono state le scene toccanti di questa straordinaria storia biblica, come quella del battesimo di Gesù sul fiume Giordano in cui Giovanni Battista si rivolge al Messia con queste parole: Sono io che dovrei essere battezzato da te e tu vieni da me? O la scena della sinagoga di Nazareth in cui Gesù, al termine della funzione, rivela ai fedeli: Oggi, nelle vostre orecchie, le scritture si sono compiute.

L’annuncio di essere il figlio di Dio susciterà la reazione rabbiosa e diffidente dei presenti ai quali Gesù risponderà:  nemo propheta in patria (nessuno è profeta nella sua patria).

O, ancora, il racconto della parabola del figliol prodigo nella casa dell’esattore Matteo che per questo si convertirà divenendo uno dei suoi più fedeli apostoli: Mio figlio era morto ed è tornato alla vita. Tuo fratello era perduto e l’ho ritrovato. Era morto e ora vive.

Altrettanto commoventi le scene dei miracoli di Gesù, come la guarigione del lebbroso (E’ più facile perdonare i peccati o dire a quest’uomo alzati e cammina?), la liberazione dell’ossesso da Satana (“Esci spirito impuro da quest’uomo”) o la resurrezione di Lazzaro (“Lazzaro, vieni fuori!”).

E che dire delle predicazioni di Cristo delle quali si ricordano “I nemici dell’uomo saranno i membri della stessa famiglia.” – “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.” – “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei.” (Episodio dell’adultera).

E quella pietra, a distanza di oltre duemila anni è ancora lì.

Tutte rappresentazioni che nel film di Zeffirelli sono ben inscenate grazie anche alla grandezza degli interpreti, alle atmosfere suggestive che hanno accompagnato  le vicende narrate regalando emozione e commozione fino alla scena finale in cui Gesù, dopo la resurrezione, appare agli apostoli con queste parole:

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Fino alla fine del tempo.


A tutti gli amici e visitatori del blog i miei auguri di Buona Pasqua.


LA PAROLA DI QUESTA SERA


In un mondo artato e velato come quello della televisione e dello spettacolo, Fabrizio Frizzi si ricorderà come l’ultimo anti-divo, l’uomo garbato e generoso che rimarrà per sempre nel cuore di milioni di ammiratori, persone comuni e non, che lo hanno profondamente amato ed apprezzato.

Scompare all’età di sessant’anni dopo un ictus che lo aveva colpito il 23 ottobre 2017, l’amico di tutti, persona perbene, corretta e gentile, qualità che ha saputo coniugare con grande professionalità e luminosi sorrisi. Ci mancherà e mancherà ad un pubblico variegato e trasversale perché Fabrizio è riuscito a farsi amare in maniera spontanea e senza riserve coinvolgendo tutte le generazioni che lo hanno seguito con passione, simpatia ed affetto.

La notizia appresa all’alba di una notte fredda di primavera ha colpito e commosso tutti, a dimostrazione di quanto fosse amato e stimato soprattutto dalla persone semplici, quelle che lo seguivano ogni giorno davanti alla tv alla conduzione de “L’eredità”, il programma pre-serale di Rai uno che proprio grazie a Fabrizio ha raggiunto altissimi indici d’ascolto.

E proprio con “L’eredità” che mi piace ricordarlo emulando il gioco finale, quello della ghigliottina, che stasera recita così:

Buongiorno
Buon pomeriggio                          Ghigliottina: Buongiorno

Arlecchino
Pierrot                                           Ghigliottina: Pierrot

Animo
Platino                                           Ghigliottina: Animo

Senso
Assenso                                          Ghigliottina: Senso

Cielo
Velo                                                Ghigliottina: Velo


La parola di questa sera è: Tristezza

                                                                                                               
                                                                                                                Fabrizio Frizzi
(5 febbraio 1958 -26 marzo 2018)

PAROLE PAROLE


Quante  sono  le  parole  del  mio  tempo?  Quasi trentunomila, esattamente 30.993 quelle che compongono le centosette canzoni inserite nell'omonimo libro e le sessanta del seguito L’aquila non ritorna. 5878 è invece il numero complessivo dei versi. La media è di 185 parole e 35 versi  a canzone.

La  composizione  più  lunga è Napoli  muore (c.a. 6 minuti), quella più  breve è Nascerai  (c.a.  2,3 minuti);  quest’ultima ha anche il testo più breve (93  parole) seguito da Bella più che mai  (106 parole) e da La gioia che vivrò (110 parole).

Evanescenza si aggiudica invece il primato del testo più lungo (378 parole), seguito da Napoli muore (358 parole) e da Chi ti ha detto mai? (347 parole).

Notte annoiami è la canzone che vanta i versi più lunghi (49) seguita da E niente e dalla già citata Napoli muore, entrambe con 48 versi.

Fanalini di coda sono Non mi ricordo più di te, SalvamiUn nuovo amore e Quanto amore che si perde con 20 versi, distaccati di una sola lunghezza da La notte dei ricordiAmarezza con 21 versi.

La canzone più “vecchia” delle due raccolte è Ti amo, scritta nel febbraio del 1979; la più “giovane” è Autografo, composta agli inizi del 2014.

Amore” e “Cuore”, le parole generalmente più usate (e inflazionate) nei testi delle canzoni, qui compaiono rispettivamente per 205 e 47 volte, appena lo 0,6 e 0,15 per cento sul totale.

Un’ultima curiosità: negli ultimi anni la quantità media delle parole per ogni canzone è scesa a 120 con un calo del 35%. Come a voler significare che invecchiando o diventando più "grande" ho avuto sempre meno parole da dire!

L’ASSENZA


Gli assenti hanno sempre torto ma nel mondo interiore sono molto più presenti di quanto non lo siano nella vita reale.  C’è un cordone ombelicale tra noi e le persone che reputiamo importanti che non si spezza mai nemmeno quando pensiamo che siano uscite definitivamente dalla nostra vita.

E’ l’assenza che si fa presenza, a volte inconsolabile quando è l’effetto ultroneo di un amore spezzato, a volte ingombrante quando invece emana flussi negativi contro cui nessun antidoto sembra essere efficace. Sono assenze che derivano da presenze, ancorché sporadiche, che ci procurano molto dolore e che rappresentano una ferita aperta che non si rimargina mai.

Ci sono dunque assenze e assenze, non tutte uguali, non tutte incisive e percettibili in ciascuno di noi. Tutto dipende dalla nostra sensibilità, dalla nostra capacità di sentire, di fermarsi in superficie o di scovare nei particolari dei nostri legami con le cose e con le persone. E l’assenza è tanto più presenza quanto più queste relazioni sono controverse e destabilizzanti.

Ci si abitua all'assenza fin da bambini quando avviene il primo distacco dall'ambiente familiare per affrontare quello nuovo e sconosciuto della scuola. Una finestra sul mondo che si apre o che si tiene chiusa a seconda di come si è stati educati o accompagnati in questo passaggio. Ed è un’assenza che si fa fatica a colmare quando la presenza che l’ha preceduta si è rivelata di pessima qualità.

Si convive con l’assenza anche in mezzo alla gente, fra i rumori della città o nel silenzio di una quiete opprimente che cala impetuosa al percorrere di strade deserte e abbandonate. E’ asincrona, atemporale, anaffettiva come succede tra persone che si parlano ma non comunicano, che si congiungono senza mai toccarsi nell'anima.

E’ la negazione della vita l’assenza, quando si traduce nella mancanza d’amore che dura un attimo o per sempre.

L’assenza dondola nell'aria come un batacchio di ferro
martella il mio viso martella
ne sono stordito
Corro via l’assenza m’insegue
non posso sfuggirle
le gambe si piegano cado
L’assenza non è tempo né strada
l’assenza è un ponte fra noi
più sottile di un capello più affilato di una spada
Più sottile di un capello più affilato di una spada
l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.

Nazim Hikmet 
(da Mosca 1961, in Poesie d’amore, 1963, traduzione di Joyce Lussu)

NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Capita di svegliarsi e non riconoscere più la persona che ci sta accanto. Con Emilia, mia moglie, è stato proprio così. Una mattina l’ho vista entrare in camera da letto con la colazione sul vassoio e un sorriso cordiale che l’ho scambiata per la donna di servizio.


“Grazie, l’appoggi pure lì”, ho esordito indicando con gli occhi il comodino alla mia destra.
“Che hai Luciano? Mi dai del lei adesso?”
“Sa bene che con le cameriere preferisco mantenere le distanze.”
“Ed io sarei una cameriera? Ma sei impazzito?”
“Perché? Chi sarebbe lei?”
“Come chi sarei? Sono Emilia, tua moglie.”

Così facendo ha appoggiato il vassoio sul comodino, ha preso un cuscino e me l’ha tirato in faccia. Non ho avuto alcuna reazione e ho mantenuto lo stesso sguardo serio e glaciale con cui l’avevo vista piombare nella stanza. A quel punto Emilia ha cominciato a preoccuparsi.

“Luciano, stai bene? Se questo è uno scherzo ti avverto che è di cattivo gusto.”
“Sto bene e non sto scherzando. Non conosco nessuna Emilia e lei, Rosina, non dovrebbe prendersi queste confidenze.”

Si è avvicinata a me e mi ha messo una mano sulla fronte per controllare se avessi la febbre o stessi delirando. Anche questa volta sono stato freddo e impassibile. L’ho vista fare un passo indietro con la bocca semiaperta come a voler lanciare un urlo che non è partito.

“Ma allora davvero non ti ricordi di me?”
“Cosa dovrei ricordare?”
“Te l’ho già detto. Sono tua moglie, siamo sposati da tre anni e ci amiamo molto.”
“Io invece conosco solo una Rosina che fa la cameriera, che poi sarebbe lei.”
“Ancora con questa storia della cameriera! Non ne abbiamo mai avuta una. E poi non ce lo possiamo nemmeno permettere.”

Emilia si è seduta accanto a me e ha preso ad accarezzarmi, prima il viso tastando la barba ruvida e incolta e poi più giù lambendo la camicia del pigiama fino all'apertura dei pantaloni. Sono rimasto immobile e silente mentre osservavo l’ispezione che la mia compagna stava eseguendo con fare chirurgico, quasi a voler stimolare uno strano esemplare che non dava più segni di vita. L’ho vista piangere e mi è sembrato di sentire le sue lacrime inondarmi il corpo inerme come fa una sorgente su specchi d’acqua lacustri che non si spostano dalle proprie sponde.

Amnesia anterograda, questa la diagnosi che lo strizzacervelli incaricato da mia moglie ha sentenziato qualche giorno dopo nel suo studio. Una sorta di black-out  per cui da un certo punto in avanti avrei smesso di ricordare, di immagazzinare luoghi e conoscenze un tempo a me familiari. Per me si è trattato della morte più atroce pur rimanendo in vita con le mie funzioni organiche che, tuttavia, hanno cessato di interagire con tutto ciò che nello scorrere di attimi e di secondi costituisce fatto, emozione, ricordo.

Così la donna che ha dichiarato essere mia moglie è divenuta ai miei occhi una perfetta sconosciuta, la mia casa un luogo spoglio e disabitato, il mondo intorno fotogrammi anonimi e senza alcuna relazione con la mia persona come se tutto avvenisse separatamente da me.

“Così è la morte”, ho pensato tra me ben sapendo che nel giro di qualche secondo avrei dimenticato anche questo e mi sarei allontanato dallo spazio come succede con le cose che non servono più e si disperdono nell'aria, in qualche punto dell’atmosfera, per divenire invisibili all'occhio umano.

“Così è la morte”, penso adesso mentre sono nella vasca da bagno con Emilia che mi aiuta a lavarmi passando la saponetta sulla mia pelle con fare delicato e materno. Sento di tanto in tanto il rumore dell’acqua dato dallo strizzare della spugna ed è come il ritmo scandito di un orologio che segna lo scorrere del tempo. Guardo mia moglie mentre già so che sto per dimenticarla e d’istinto stringo la sua mano per aggrapparmi all’ultimo sussulto di vita.


NON TI CONOSCO PIU’ AMORE

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(I personaggi e i fatti narrati sono puramente immaginari)

NON VOTARE ANTONIO


Qualche tempo fa (2013) scrissi un post dal titolo “Vota Antonio” in cui commentavo in chiave tragicomica la disaffezione dei cittadini verso la politica e le Istituzioni. A distanza di cinque anni e all'indomani delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, nulla è cambiato sotto questo cielo.

L’astensione al voto nelle consultazioni elettorali che si sono succedute nell’ultimo quinquennio ha raggiunto proporzioni un tempo inimmaginabili: circa quindici milioni di elettori hanno disertato le urne e questa flessione si è registrata persino in occasione del referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, ovvero su un tema che avrebbe dovuto calamitare maggiormente l’interesse dell’elettorato. Allora l’affluenza alle urne del 65% venne battezzata come un successo rispetto alle più desolanti pregresse partecipazioni, ma il 35% dei non votanti resta comunque un dato che fa riflettere.

Eppure il Corpo elettorale è il primo (se non il più importante) organo costituzionale chiamato ad eleggere coloro che dovrebbero mettere in atto i desiderata della volontà popolare. Ma in questo circuito di democrazia rappresentativa c’è sempre qualcosa che lo fa andare in tilt, un relè che si aziona sistematicamente per far venir meno quel nesso di intima causalità tra gli elettori e gli eletti.

Non bisogna essere dei politologi o esperti dei massimi sistemi per capire che il problema risiede soprattutto nella scarsa qualità dell’offerta che non è soltanto impreparazione o incompetenza della classe dirigente. Certo, il divario tra le ideologie politiche e ciò che ne scaturisce sul piano concreto si è ampliato oltremodo, ma alla base manca sempre una ferrea spinta moralizzatrice.

Ne è una riprova il fallimento della legge sull’anticorruzione, varata sei anni orsono, che avrebbe dovuto ridurre drasticamente gli eventi corruttivi. Invece gli episodi di malaffare sono aumentati a dismisura nonostante la redazione di piani di prevenzione mai rivolti, chissà perché, anche, se non soprattutto, all'amministrazione politica.

Ecco quindi che a ridosso degli appuntamenti elettorali ritorna sempre di moda il personaggio di  Antonio la Trippa, che nel film “Gli onorevoli” pubblicizza la sua candidatura alle politiche ripetendo da un imbuto a mo’ di megafono la mitica frase “Vota Antonio”. E sempre di moda ritorna la sublime battuta  di Totò, interprete di quel film : “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarella da mangiare?

La pellicola si conclude con una presa di coscienza del personaggio la Trippa che ritorna sui suoi passi riconoscendo i valori dell’onestà e della correttezza. L’auspicio è che questo messaggio possa essere tenuto bene a mente nel prossimo appuntamento elettorale.

L’astensione, sia pure comprensibile, non aiuta a cambiare lo stato delle cose.  E’ importante quindi recarsi alle urne ma sarà bene farlo con attenzione e ricordarsi di non votare (ancora) Antonio. 

LA VITA DI CARTA


Il foglio bianco aspetta di essere riempito di nuove parole, di nuove emozioni che possano giungere a chi saprà comprenderle e sentirle, come un messaggio in bottiglia che naviga nei mari sconfinati della nostra immaginazione. Prendono forma e sostanza le parole, quelle sottaciute e accantonate in un angolo della nostra memoria che tutto ad un tratto si sprigionano dall'inchiostro per andare dove vogliono.

Ci sono parole che sono uguali a se stesse  e si susseguono in una monotona clonazione dei sensi, altre, disordinate e sgrammaticate, emergono a tutto tondo senza punteggiatura e sintassi come se avessero fretta di uscire dal loro guscio per far sapere al mondo intero che ci sono e che possono coesistere con le più pure e sofisticate.

Dalle parole nascono le storie e i personaggi più svariati, si moltiplicano le vicende in un intervallo di tempo che non è il tempo ma solo la percezione che ciascuno di noi ha dei brandelli di vita che spaziano in una cronologia asincrona e dissociativa del pensiero; libere ed anarchiche da chi le ha messe in scena che quando le rileggi non le riconosci più.

Le parole sono lo strumento più facile da usare per volare alto e distinguersi da tutti pur rimanendo uguali agli altri. Con le parole si fa l’amore o la guerra con se stessi, si è migliori o peggiori di quanto si voglia veramente. Sono l’abito perfetto o imperfetto che indossiamo quando ci relazioniamo con chi ci sta intorno; a volte ci va a pennello, altre ci va stretto ma ci manca il coraggio di togliercelo di dosso perché non troviamo nuove parole per cambiare il linguaggio dell’anima.

Scorrono le parole per scovare nuove vite disperse che la realtà sommerge e soppianta in luogo di scenari asettici e precostituiti. Si trasformano in emozioni che nessun altro può comprendere all’infuori di te perché per farlo c’è bisogno di sentirle ed interiorizzarle, come quando si guarda il mare in silenzio e dal silenzio gridare, muti, il proprio bisogno d’amore.

Per innamorarsi, stringersi ed abbracciarsi senza avere più paura.

Piangono le parole in un dolore che fa più male di quello fisico perché qualcuno non le ha volute ascoltare e sono volate via come fa un gabbiano dopo che ha abbandonato il proprio nido o un’aquila che si rigenera senza essere più uguale a se stessa.

Finiscono le parole quando arrivi all’ultima pagina di un libro che non smetti mai di scrivere e che vorresti rifarlo daccapo per comprendere e comprenderti. E quando pensi di aver scritto l’ultima parola succede che ti domandi senza trovar risposta: che cosa resterà di te?

ZUCCHERO AMARO

Giro e rigiro il cucchiaino nel cappuccino quasi a voler prolungare un istante che non so bene se sia di sollazzo o di ostinata agonia. La schiuma trasborda intorno alla tazza come le onde del mare sulla scogliera; in questa distesa di liquido colorato sento di immergermi con il capo chino e pensieroso.

La barista giocherella con il suo smartphone aspettando che arrivi un altro avventore da servire. E’ magra da far paura ma dotata di una forza mascolina che non disdegna di mostrare quando impugna il portafiltro e lo sistema in un colpo solo sotto la coppa della macchina da caffè. Dove troverà tutta questa energia alle sette e trenta del mattino? Che sia forse un monito a noi poveracci che ci muoviamo come zombi alle prime luci dell’alba?

Accanto a me una coppia di anziani commenta le notizie di un quotidiano piegato a metà sul bancone e più in là, in disparte, un giovane studente con lo zaino sulle spalle beve tutto d’un fiato il succo d’arancia prima di scappare fuori a prendere l’autobus.

Intanto continuo a girare il cucchiaino nella tazza con le pupille che seguono questo movimento circolare che quasi mi procura un effetto ipnotico. Se non la smetto finirò sul serio con la faccia nella schiuma del latte e mi addormenterò come un ubriaco dopo l’ennesimo quartino.

Penso e non vorrei pensare, mi agito e vorrei stare fermo, tutte azioni e negazioni  che si annullano a vicenda facendomi rimanere al punto di partenza: ritto nella mia postazione, anonimo e indifferente come un manichino insieme ad altri intento ad osservare il solito scenario.

Giro e rigiro il cucchiaino ma questa volta la barista mi lancia un’occhiata interrogativa che mi induce ad accelerare l’atto di sorbirmi il mio cappuccino.

Ecco che mi decido ad impugnare il manico della tazza e a portarla a poca distanza dalle mie labbra. Sento gli occhi dei presenti su di me come se stessero assistendo ad un’operazione delicata e difficile. Finalmente mando giù i primi flutti di latte caldo che scendono in gola e infine nello stomaco dopo un lieve rigurgito. Provo un gusto amaro come se avessi ingerito uno strano intruglio, di quelli che si prendono come medicina quando si sta male.

Chiedo alla barista una brioche alla crema per addolcire il palato ma il primo boccone mi va di traverso, comincio a tossire, divento rosso e poi paonazzo, sento che sto per soffocare. Improvvisamente ricordo che non ho fatto  testamento né ho dato disposizioni per la donazione degli organi e questa assenza di pianificazione delle azioni postume alla mia vita mi fa agitare sempre di più.

Penso a Confucio, il mio cane che da lì a poco avrei lasciato da solo nel mio giardino di casa senza che nessuno si sarebbe occupato di lui. Ed è un pensiero miracoloso che segna la mia salvezza da quella difficile situazione. Di colpo il boccone della brioche che si era trattenuto tra la trachea e l’esofago si sposta verso quest’ultimo ed io riprendo finalmente a respirare.

Cerco di darmi un contegno, fingo indifferenza ma in cuor mio mi sento sollevato per lo scampato pericolo. Vado alla cassa, rifiuto con un sorriso l’offerta della barista di non pagare l’infausta consumazione ed esco dal bar.

Mi prendo in faccia l’aria fredda del mattino e scopro che è così bello ricominciare.


ZUCCHERO AMARO

Racconto breve 
di
Vittoriano Borrelli

DOPOFESTIVAL


Sarò controcorrente rispetto ai giudizi positivi della critica e ai dati di ascolto stellari che si sono registrati in questi giorni, ma il Festival 2018 non mi è piaciuto. Lo dico e lo scrivo sotto il profilo della qualità delle canzoni, mediamente scadente e di non facile presa popolare. A parte lo Stato Sociale che hanno presentato un brano apparentemente banale ma molto orecchiabile, e qualche chicca  di poesia qua e là (vedi “Almeno pensami” di Ron o “Imparare ad amarsi” della rediviva Vanoni), il resto è carta straccia che sarà ben presto smaltita nelle discariche della memoria collettiva.

Eppure la scelta delle canzoni affidata ad un poeta della musica leggera italiana come Claudio Baglioni, avrebbe dovuto portare a quel salto di qualità canora da molti auspicato ma che a conti fatti ha lasciato molto a desiderare. Delle due l’una: o le canzoni scartate sono state di gran lunga peggiori o il livello attuale della musica nostrana paga un deficit di estro poetico che è figlio del nostro tempo.

Nulla da dire sulla conduzione affidata ad una bravissima Michelle Hunziker (finalmente si è capito che le donne sanno anche parlare), ad un superlativo Pierfrancesco Favino (a dispetto di tanti attori figuranti del passato) e allo stesso Baglioni  che ha saputo essere discreto ed elegante valorizzando la performance dei suoi colleghi di “viaggio”. Altrettanto positivi gli ospiti che sono saliti sul palco, fra tutti, il mattatore Fiorello, una garanzia per gli ascolti,  l’esilarante Virginia Raffaele, sempre efficace e pungente, e una magistrale Giorgia che ha dato il meglio di sé nell'esibizione con James Taylor.

Ma le canzoni no, non ci siamo. Anonime, scontate, puntellate da una sequenza impressionante di stonature non giustificata nemmeno dall'attenuante di essersi emozionati sul palco più importante della musica leggera. Per molte di loro ci sarà poca gloria a partire già dal prossimo lunedì.

Ecco comunque le mie pagelle (in ordine di classifica  finale):

Ermal Meta e Fabrizio Moro: Non mi avete fatto niente. Dovevano essere esclusi per “auto-plagio”, invece sono stati riammessi per l’irrilevanza della clonazione con un brano già presentato in passato con il titolo di “Silenzio”. Mini scandalo che forse avrà giovato al duo vincitore di questo festival unitamente alla loro astuzia di aver fatto leva sugli eventi di cronaca del momento. Voto 6 

Lo Stato Sociale: Una vita in vacanza. Brano orecchiabile che farà la fortuna delle balere non solo romagnole. L’intuizione di portare sul palco la vecchietta arzilla e ballerina è stata più che geniale. Voto 7 

Annalisa: Il mondo prima di te. La migliore esibizione per qualità del canto senza alcuna sbavatura. Annalisa è brava, il brano un po’meno ma è comunque gradevole. Voto 6,5 

Ron: Almeno pensami. Ha presentato un brano inedito di Lucio Dalla che l’ex prodigio di “Pa’ diglielo a ma’ ” ha saputo interpretare con grazia e raffinatezza. Voto 7 

Vanoni-Bungaro-Pacifico: Imparare ad amarsi. La classe non è acqua anche se la Vanoni non ha più l’età e qualche stonatura si è sentita. Ma a lei si può perdonare tutto. Il testo è bello soprattutto nel refrain “Bisogna imparare a lasciarsi quando è finitaVoto 6,5 

Max Gazze: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Testo di buona levatura e ballata stile Gazzè che non dispiace. Voto 6. 

Luca Barbarossa: Passame er sale. Lontani i tempi di “Portami a ballare” o “L’amore rubato”. A sentirlo cresce la nostalgia. Voto 5 

Diodato e Roy Paci: Adesso. Melodia accettabile ma niente di più. Voto 6 

The Kolors: Frida (mai mai mai). Piacerà ai giovani e alle discoteche del sabato sera. Voto 6. 

Giovanni Caccamo: Eterno. Stonato come una campana, ha presentato una canzone al di là delle sue possibilità canore. Forse una tonalità più bassa lo avrebbe aiutato, ma di poco. Voto 5. 

Le Vibrazioni: Così sbagliato. Brano rockeggiante che fa presa sui fan del genere anche se l’esibizione con Skin nella serata dei duetti è sembrata asincrona. Spopolerà nelle radio. Voto 6,5. 

Enzo Avitabile e Peppe Servillo: Il coraggio di ogni giorno. A stare a guardarli così dimessi c'è voluto proprio coraggio . Voto 5 

Renzo Rubino: Custodire. Non male né bene. Sufficienza risicata Voto 6-- 

Noemi: Non smettere mai di cercarmi. Sarebbe invece il caso di farlo, se non altro per le sue stonature imbarazzanti. Voto 5,5 

Red Canzian: Ognuno ha il suo racconto. E ognuno ha il suo giudizio. Su di lui pessimo. Voto 4. 

Decibel: Lettera dal Duca. Non si può resuscitare il passato. I tempi di “Contessa” restano lì. Voto 5 

Nina Zilli: Senza appartenere. Nina è brava ma le affidano sempre canzoni insipide. Come questa. Voto 5- 

Roby Facchinetti - Riccardo Fogli: Il segreto del tempo. Voci strozzate e stonate che mettono ansia e voglia di salire sul palco per dare loro una mano con l’intonazione. Decadenti. Voto 5 

Mario Biondi: Rivederti. A rivederlo (e soprattutto a risentirlo) mi ha consegnato dolcemente nelle braccia di Morfeo. Soporifero. Voto 4- 

Elio e le Storie Tese: Arrivedorci. Canzone ironica e scenica come il loro inconfondibile stile. Tanti sorrisi e niente più. Voto 5+