IL MOSAICO DEGLI EMERGENTI

Quest’estate, a tratti torrida, è giunta nel suo mese più rappresentativo per eccellenza.

Spero che nonostante la crisi tutti possano concedersi un meritato riposo accantonando, anche se solo per pochi giorni, gli attrezzi da lavoro e, soprattutto, i pensieri e le preoccupazioni quotidiane.

Gli aggiornamenti di questo blog riprenderanno alla fine di agosto. Nel mentre ho voluto dedicare un post a tutte le promozioni degli esordienti apparse finora nella sezione “La vetrina degli emergenti”, ripubblicando le copertine delle loro opere in una sorta di “mosaico” che spero sia di gradimento ai lettori.

Cliccando sui rispettivi titoli potete accedere alle librerie on-line per l'acquisto.

BUONA ESTATE (E BUONA LETTURA) A TUTTI!






IL RAGNO E L'IGUANA













BERLUSCONI:TIREMM INNANZ

Silenzio, parla la Corte: l'imputato Silvio Berlusconi dovrà scontare la condanna definitiva a quattro anni di reclusione (di cui tre condonati con l'indulto) per il reato di frode fiscale perpetrato in occasione della vendita dei diritti televisivi di Mediaset.
La Cassazione ha rimesso alla Corte di Appello la definizione del quantum della pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici nella più “mite” forbice da 1 a 3 anni.

Per alcuni è un verdetto che è “figlio” di una condanna "annunciata", iniziata nel lontano 1994 subito dopo l'entrata nella scena politica del leader del centro-destra, i cui risvolti persecutori avrebbero impedito una riforma  dello Stato in senso liberale.

Per altri è la vittoria di una giustizia che trionfa sulle ambizioni  di un personaggio, discusso e discutibile, che si sarebbe servito della politica solo per vedere soddisfatti i propri interessi.

Non si può con certezza stare dalla parte dell'una o dell'altra corrente di pensiero. Se da un lato le sentenze vanno rispettate ed applicate è altrettanto vero, dall'altro, che la giustizia degli uomini non è immune da errori, contraddizioni o iniquità come la Storia ci insegna.

Il tentativo di riforma del “terzo potere dello Stato”, condiviso negli intenti da tutte le forze politiche ma finora inattuato, e la sottolineatura del Presidente della Repubblica Napolitano di avviare un deciso riassetto legislativo della giustizia, sono sintomatici della riluttanza verso un sistema giudiziario in cui l'insidia del condizionamento politico di una parte dei magistrati inficia non poco le aspettative di imparzialità dei processi.

La reazione di Berlusconi dopo una sentenza  “epocale” che segnerà di sicuro il destino e gli equilibri politici del nostro Paese, è stata quella di un leone “ferito” ma non abbattuto. In un video-messaggio consegnato ai telespettatori di “Porta a Porta”, il leader del popolo della libertà ha annunciato che non intende in alcun modo deporre le armi e che continuerà nel suo progetto riformatore attraverso il rilancio di "Forza Italia".

Come Amatore Sciesa che prima di essere fucilato il 2 Agosto 1851 al Castello Sforzesco pronunciò la mitica frase "Tiremm innanz", così il Silvio nazionale dimostra ancora una volta di non volersi piegare all'ennesimo ostacolo  sul suo cammino.

Il paragone potrebbe sembrare irriverente nei confronti di uno degli eroi del Risorgimento ma per i milanesi, come lo è l’ex premier, l’espressione “Tiremm innanz” significa anche la reazione alle angherie subite tirandosi su le maniche per ricominciare.

Chi pensa il contrario … scagli la prima pietra!

GIARDINO D’INFANZIA

E’ uno dei testi delle mie canzoni più apprezzati dagli amici “internauti”.
Con molto piacere lo ripropongo aggiungendo alcune informazioni di cornice.

Tratto dall'album “Malinconico digiuno” del 1981, il testo racconta il rimpianto di una fanciullezza spensierata nel ricordo sofferto dell’io narrante.

Dagli accenti “leopardiani”, “Giardino d’infanzia” si propone di esorcizzare il dolore attraverso il riscatto degli anni perduti, nella ieratica aspirazione di lasciarsi definitivamente alla spalle la porta delle rinunce …

La musica è stata scritta da me con la collaborazione di Salvatore Maniscalco, apprezzato musicista, che ha curato l’introduzione.

GIARDINO D’INFANZIA
(V. Borrelli.-S. Maniscalco -V. Borrelli)

Nel giardino d'infanzia nascondevo il peccato
le bugie con mia madre e con mio padre invecchiato
Dopo un po’ mi stendevo sopra il suolo bagnato
e guardavo il mio cielo farsi sempre lontano
Qualche volta per sbaglio arrossivo nel buio
addormentandomi su un letto freddo e di nessuno

Nel giardino d'infanzia c'era la fata turchina
con il corpo sottile e con la faccia ruffiana
Mi diceva perché sognavo altri orizzonti
se la vita era quella alle spalle dei monti
Sotto alberi di ulivi i miei occhi erano vivi
ascoltavo il mio tempo e le voci del vento

Nel giardino d'infanzia la mia faccia era pulita
e facevo all'amore per cambiare un po’ vita
Io stringevo tra le mani due rami vecchi e spinosi
e baciavo il mio tronco con pensieri scabrosi
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

Quante volte ho rubato l'anima alla poesia
quante volte ho cercato di andarmene via
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia nei discorsi del nonno
c'era la verità di leggende e di imbrogli
Io fumavo il mio vento mentre mi disprezzavo
perché avevo accettato il mio destino segnato
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

La mia vita moriva prima di incominciare
le mie idee erano ombre e volavano sole
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia quante cose ho lasciato!
La mia terra il mio sangue
il mio giorno rinunciato
Dietro il niente restavo
e in silenzio morivo...

L’ULTIMO ORANGO A TREVIGLIO

Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orango”, ha dichiarato il vice presidente del Senato Roberto Calderoli durante un comizio della Lega a Treviglio.

L’infelice epiteto rivolto al Ministro dell’Integrazione del governo Letta, ha destato imbarazzo tra i vertici delle Istituzioni che hanno duramente condannato le frasi pronunciate da un esponente (fatto ancor più grave) della Repubblica italiana. E’un comportamento che meriterebbe di essere sanzionato, senza alcun appello, con una espulsione esemplare dai banchi del Parlamento.

E invece, codici e regolamenti alla mano, tale decisione, secondo quanto precisato dal presidente del Senato Pietro Grasso, sarebbe rimessa alla sola volontà dell’interessato.

Al di là dei cavilli e dei leziosismi normativi, la questione morale rimane ampiamente aperta e irrisolta, malgrado gli approcci e i tentativi di rinnovamento della nuova compagine governativa che non sembrano sortire gli effetti sperati.

Piovono a iosa esempi di imbarbarimento civile (come sottolineato anche dal Capo dello Stato) senza che si faccia niente per porvi rimedio.

Eppure basterebbe modificare la legge sull’incandidabilità con una norma del tipo “coloro che si siano resi responsabili, anche solo sul piano politico, di azioni, atti o comportamenti elusivi dei principi costituzionali dell’eguaglianza e del rispetto della dignità sociale individuale".

La ricetta del “prevenire è meglio che curare”, funziona sempre. Sarebbe ora di avviare un deciso sterminio del decadimento culturale cui la stragrande maggioranza degli italiani sta assistendo, ahimè, in maniera del tutto impotente.

Voglio sperare che nella civilissima Treviglio si sia assistito all'ultimo orango (parafrasando un noto e più nobile film) del trogloditismo del pensiero, misero e sparuto, da obliare in fretta.

Se si è toccato il fondo, domani è già un giorno migliore.



AAA CERCASI … UN DISCO PER L’ESTATE

C’era una volta il Festivalbar. La grande kermesse canora condotta dal mitico Vittorio Salvetti, che affollava le piazze italiane nelle notti d’estate fino a giungere all'appuntamento fatidico dell’Arena di Verona, ha lasciato un vuoto che non è stato mai colmato.

Forse la “Spending Review” ha mietuto vittime anche sul fronte dell’offerta musicale, da qualche anno a questa parte, scarna e povera di qualità.

Qualche giorno fa discutevo con i miei due adorati figlioli delle canzoni di questa estate che avrebbero potuto “accompagnarci” durante la prossima vacanza. Ho chiesto loro consiglio sui brani più in voga del momento ma non ho ottenuto grandi suggerimenti. A parte la (bonaria) presa in giro per i miei gusti musicali, a loro avviso retrogradi e appartenenti al tempo che fu, vi è stata una oggettiva difficoltà nell'individuare canzoni godibili e orecchiabili.

Eppure ai tempi del bravissimo Salvetti c’era solo l’imbarazzo della scelta. Sotto la sua “scuderia” sono nate hit che hanno spopolato le classifiche, fatto innamorare ( e qualche volta litigare) milioni di teen-ager, non lesinando mai sogni e desideri di spensieratezza e finanche di (moderato) ottimismo.

Canzoni come “Un’estate al mare” della compianta Giuni Russo, “Vamos a la playa” degli “estinti” Righeira, o ancora, (per fare molti passi indietro), come le super - gettonate  “E tu” di Claudio Baglioni o “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli, hanno fatto emozionare intere generazioni senza trovare, nell'implacabile scorrere del tempo, degni sostituti.

Un tentativo di “resurrezione” del fortunato programma di Salvetti, è stato compiuto in questi giorni da Mediaset che dalla sua rete ammiraglia ha mandato in onda il “Music Summer Festival-Tezenis Live” , versione ridotta (appena quattro puntate, visti i tempi) del disco per l’estate del terzo millennio condotto da Alessia Marcuzzi e da Simone Annichiarico (figlio di Walter Chiari, n.d.r.).

Sul palco si sono esibiti artisti affermati come Eros Ramazzotti  che ha duettato con Nicole Scherzinger (cognome che evoca l’ex partner Hunziker)  sulle note di “Fino all'estasi”, Gianna Nannini, con “Indimenticabile (spero che lo sia davvero), Max Pezzali (emaciato e ridotto quasi all'osso) con “L’universo tranne noi”, e l’onnipresente del momento, Emma Marrone, che ha sfoderato “Dimentico tutto” dall'album “Schiena” .

Particolarmente applaudito Biagio Antonacci, che dopo il successo dell’estate scorsa con l’esotica “Non vivo più senza te”,  ha  proposto “Insieme finire”, canzone dai ritmi “irlandesi” particolarmente godibile.

Spazio anche alle nuove proposte con il vincitore dell’ultima edizione di Amici, quel Moreno (che non è figlio del più famoso ventriloquo)  che ha mandato in “Confusione” le migliaia di ragazzine accorse festanti nella mitica Piazza del Popolo. E ancora, Antonio Maggio (vincitore nella categoria “giovani” dell’ultimo Sanremo) che si è esibito con “Anche il tempo può aspettare”, l’esordiente Clementino, con la napoletanissima “O’Vient, e un certo Coez che si è esibito con la “beneaugurante” “Siamo morti insieme”.

Sarà come ai vecchi tempi? Lo sapremo presto. A settembre. 

MARQUEZ: CENT’ANNI DI SOLITUDINE

Pubblicato nel 1967 agli albori della contestazione giovanile, questo capolavoro di Gabriel Garcia Marquez spezza ogni legame con la letteratura a struttura discorsiva collocandosi, a pieni voti, nell'alveo della narrativa del racconto indiretto racchiudendo in sé una quantità di informazioni, di pensieri e di stati d’animo da risultare una novella dalle mille sfaccettature e profili narrativi.

La solitudine, come condizione naturale e inevitabile dell’Uomo, sembra “materializzarsi” nelle vicende dei personaggi narrati  fino a ad essere “toccata con mano” nella trasposizione empirica di tutte le sue componenti interiori.

In questa cornice di desolazione individuale e sociale la morte diventa per l’autore un fatto “piacevolmente” ineluttabile, una sorta di attesa verso la quale sembrano indirizzarsi tutte le azioni e le vicende dei protagonisti. Quanto avviene nella realtà è soltanto provvisorio e precario; i mutamenti del tempo segnano l’incapacità dei personaggi di comunicare e di relazionarsi tra di loro.

LA TRAMA: Tutta l’opera ruota intorno alle vicende della famiglia Buendìa, da Josè Arcadio ad Aureliano Babilonia, una stirpe lunga cent’anni nella quale s’intrecciano storie di eroine come Ursula, la matriarca della famiglia, che tenta in tutti i modi di tenere uniti figli propri o di altri acquisiti, o di falsi eroi, come il colonnello Aureliano Buendia, impegnato nella guerra tra conservatori e liberali, bipolarismo di altri tempi, la cui matrice ideologica è sconfessata da azioni contraddittorie o contro-tendenti.
Il tutto sullo sfondo di una Macondo che si “spopola”, man mano che progredisce, del sentimento di appartenenza dei suoi fondatori.
Una regressione che culmina in una solitudine fisica ed interiore che è inversamente proporzionale all'evoluzione delle abitudini di vita degli abitanti del villaggio: dalla primordiale scoperta del ghiaccio da parte degli zingari, all'invenzione dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione come il treno e per finire alle prime lotte sindacali per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. 
Nel mezzo storie individuali di amori, presunti o tali, di tradimenti e persino di velato incesto alla ricerca di una felicità o di una serenità  agognate e irraggiungibili.

L’AUTORE: Colombiano del 1927 e Premio Nobel del 1982, Gabriel Garcia Marquez ha un curriculum di tutto rispetto. Tra i suoi scritti: Cronaca di una morte annunciataL’autunno del patriarcaNessuno scrive al colonnelloL’amore ai tempi del coleraIl generale nel labirinto.

UN PASSO DEL ROMANZO: Ursula ignorava in quei tempi l’abitudine di mandar donzelle nel letto dei guerrieri, come si mettono le galline sotto i galli di razza, ma nel corso di quell'anno l’apprese: altri nove figli del colonnello Aureliano Buendìa furono portati in casa per essere battezzati.


GIUDIZIO: Pur non rientrando nel genere che prediligo, Cent’anni di solitudine è un romanzo scritto con sagacia e cura di particolari. La sapienza e le qualità stilistiche dell’autore emergono a tutto tondo in ogni passo dell’opera appassionando il lettore soprattutto per la quantità (e qualità) di informazioni che riesce a trasmettere. La descrizione dei luoghi e dei personaggi è alquanto veritiera e fedele nell'intento di rappresentare la solitudine come condizione sociale che si tramanda nel tempo, al di là dei suoi mutamenti. E’un romanzo che ha in sé un grande pregio: quello di non lasciare indifferenti.

BORGONOVO, GLI ANGELI DEL DOLORE

Se il dolore potesse avere un volto capace persino di sorridere, avrebbe sicuramente gli occhi e lo sguardo di Stefano Borgonovo, recentemente scomparso all'età di 49 anni dopo essere stato colpito, cinque anni orsono, dalla  malattia della SLA (sclerosi laterale amiotrofica).

L’ex calciatore di Fiorentina, Milan e Como, si è spento con la fierezza e la dignità che lo ha contraddistinto in questo lungo calvario il cui esito, sia pure tragico, servirà da insegnamento per affrontare con civiltà, compostezza e perseveranza questa terribile malattia.

Mi piace pensare che il mostro della SLA, attraverso l’esperienza di Stefano, sia stato ideologicamente abbattuto e che presto la ricerca scientifica riuscirà ad annientarlo definitivamente. La morte, questa morte, è soltanto un passaggio metafisico che rivaluta la vita e infonde speranza e coraggio  in chi, imbattendosi  nel male “oscuro” e “invisibile”, riuscirà prima o poi a sconfiggerlo.

Numerosi sono stati i messaggi di cordoglio partiti da ogni parte del mondo alla notizia della triste scomparsa di questo campione di  rara umanità: “L’impresa più bella che sei riuscito a costruire è stata trasformare il veleno della malattia in medicina per gli altri.”, scrive Roberto Baggio dalle pagine della Gazzetta dello Sport.

L’ex “codino magico” è stato uno dei più grandi amici di Borgonovo sostenendolo con assiduità nella sua battaglia contro la SLA attraverso numerose iniziative di solidarietà. Tante sono state le gare amichevoli con incasso devoluto alla Fondazione che porta il suo stesso nome, cui hanno partecipato diversi calciatori ed ex compagni di “Borgo”.

Memorabile l’incontro allo stadio Giuseppe  Meazza del 7 settembre 2009 in cui si sono esibite le vecchie glorie del Milan e del Real Madrid con un Franco Baresi visibilmente commosso che accarezza il capo dello sfortunato campione.

Sono gli angeli del dolore, quelli come Stefano, che sopravvivono alle turbolenze della vita e che ciononostante hanno sempre il sorriso dipinto sul viso.

Da loro non bisogna mai distogliere lo sguardo, perché alla perfezione si arriva solo dopo una lunga sofferenza.

POETI IN COSTRUZIONE

L’incendio divampato la sera del 4 marzo scorso al museo scientifico interattivo della Città della scienza, sito nel quartiere Bagnoli in Napoli, ha inferto un duro colpo alla Cultura e in genere a chi ama questa meravigliosa arte che forse, più delle altre discipline, riesce ad esprimere al meglio i valori della crescita spirituale e intellettuale. 

Questo atto doloso ricorda, per alcuni tratti, l’attacco dinamitardo che il 27 maggio 1993 colpì la via dei Georgofili in Firenze, provocando la morte di alcune vite umane e la distruzione di opere d’arte e dipinti della Galleria degli Uffizi. 

C’è un denominatore comune tra la strage di Firenze, che descrivo nel mio romanzo “La prossima vita” e l’episodio altrettanto nefasto della Città della scienza, rappresentato dalla crisi delle Istituzioni: “tangentopoli” nel 1993, “vallettopoli” “parentopoli” e altri scandali a suffisso analogo nei tempi odierni . Come dire che quando lo Stato non c’è o è istituzionalmente “debole”, eventi di questo genere trovano terreno fertile e si propagano in tutta la loro efferatezza.

Da più parti sono partite iniziative di solidarietà per la ricostruzione di quanto è andato distrutto nel museo partenopeo. In questo, fortunatamente, la parte migliore dell’Italia (e degli italiani) riesce ad emergere in tutte le sue più lodevoli manifestazioni. 

Ho accettato volentieri la proposta dell’associazione culturale “I Leoni di Ferro”,- da anni dedita a iniziative del genere con passione e profitto-, di realizzare un libro che avesse come tema la cultura destinandone il ricavato interamente alla ricostruzione della Città della scienza. 
E’ nata così “Poeti in costruzione”, opera in versi realizzata con il contributo gratuito di 16 poeti provenienti da diverse regioni italiane: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Sicilia e Toscana. 

Per chi fosse interessato all'acquisto (ad un prezzo quasi simbolico) può collegarsi al seguente link: 

Nell'opera troverete il testo di un mia canzone: “Napoli muore”. Spero che il titolo sia inversamente propiziatorio di una pronta e rigogliosa rinascita di questa splendida città. 

Ringrazio, infine, l’associazione “I Leoni di Ferro” per avermi dato l’opportunità di offrire il mio (modestissimo) contributo per una buona e giusta causa.

VOTA ANTONIO

Le recenti elezioni amministrative per il rinnovo di alcuni consigli comunali hanno fatto registrare un deciso calo degli elettori, reso ancora più marcato con il turno di ballottaggio del 9-10 giugno, u.s., che ha visto coinvolte città importanti come Roma capitale.

Rispetto al 1° turno, vi è stata una significativa flessione del numero dei votanti, sceso in media del 11,25%, contro la quale nemmeno il cattivo tempo degli ultimi sussulti dell’inverno (data la latitanza della primavera) è servito ad invogliare gli elettori più refrattari o inclini alle gite fuori porta.

La media nazionale dei votanti è stata del 48,51%, come dire che la maggioranza degli italiani ha preferito la strada dell’astensione anziché quella della partecipazione democratica.

Questa disaffezione, mista a stanchezza e delusione degli elettori verso le istituzioni, già peraltro avvertita con le recenti politiche del febbraio scorso, appare ancor più significativa se si pensa che l’interesse dei cittadini, almeno a livello locale, dovrebbe essere maggiore.  

Sono finiti i tempi in cui le consultazioni elettorali rappresentavano il momento topico dell’espressione della volontà popolare, diritto/dovere primario e assoluto che i padri della nostra Costituzione avevano voluto imprimere nei principi fondamentali all'indomani dell’infausta esperienza del fascismo.

Chi non ricorda quel bellissimo film del 1963, “Gli onorevoli” in cui uno straordinario Totò recitava la parte di Antonio la Trippa, candidato alle politiche, che per ottenere il consenso popolare tormentava i suoi condomini ripetendo da un imbuto a mo’ di megafono la mitica frase “Vota Antonio”. Sublime un passaggio del film in cui il grande comico napoletano pronunciava la battuta: “A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarella da mangiare?

La pellicola, che è un ritratto di sottilissima ironia, si conclude nell'episodio in questione con la presa di coscienza del personaggio La Trippa sui torbidi affari della politica che lo porterà a rinunciare alla sua candidatura per difendere i veri principi morali.

Oggi come ieri le cose non sono cambiate molto anche se di acqua ne è passata sotto i ponti; la questione del “politicamente corretto” (o del suo rovescio che è lo stesso), lungi dall'essere risolta, ha assunto proporzioni ancora più significative. Manca la politica del “fare” in  luogo di quella del “mal-fare”, mancano precisi punti di riferimento da prendere a modello, a cominciare dalla famiglia, ormai fortemente in crisi.


Manca, in altri termini, quell'insegnamento che lo scrittore statunitense H. Jackson Brown junior ha saputo ben racchiudere in queste poche ma significative parole:Vivi in modo che quando i tuoi figli penseranno alla correttezza e all'integrità penseranno a te.”

RATZINGER E FRANCESCO: I GEMELLI DIVERSI

Non è stato come lo storico incontro a Teano tra Giuseppe Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele secondo. E nemmeno come quello, altrettanto celebre, tra Gorbaciov e Reagan che sancì negli anni ottanta la fine della Guerra Fredda tra le due super potenze mondiali.

Ma l’incontro in Vaticano del 2 maggio 2013 tra i due Papi viventi: l’uno emerito, Ratzinger, e l’altro, Francesco, recentemente eletto a suo successore, passerà di sicuro alla Storia.

Fin dal suo insediamento il Papa venuto “dalla fine del mondo” si è contraddistinto per il modo di porsi ai fedeli, semplice e popolare, quasi a voler scardinare quella barriera di formalismo clericale che soprattutto negli anni post Wojtyla si è prepotentemente innalzata sulla Chiesa di Roma a tutto danno della fluidità ed efficacia del messaggio cristiano.

E così dalle omelie  lunghe e non sempre comprensibili del Papa tedesco, si è passati per merito del nuovo pontefice a discorsi brevi ma concisi che somigliano,- nel senso migliore del termine-, a quegli spot dove il “prodotto” è rappresentato dalla capacità di attrarre nell'immediatezza i valori della fratellanza e della condivisione sociale, dell’uguaglianza nelle differenze, della forte affermazione spirituale in luogo delle apparenze “luccicanti” ma prive di contenuto.

Nell'era della comunicazione multimediale, dei “cinguettii” tanto cari ad un popolo di internauti in continua crescita, Papa Francesco ha compreso bene che l’evoluzione del linguaggio dei suoi interlocutori, è divenuto scevro da atavici formalismi e più incline alla comprensione immediata e senza troppi giri di parole, di ciò che veramente conta nella vita interiore di ciascuno di noi.

Tante sono state le frasi celebri di Papa Francesco che fin dall'inizio del suo pontificato hanno fatto breccia in milioni di fedeli. Se ne ripropongono alcune tra le più significative:

Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!, pronunciata all'indomani della sua elezione papale per spiegare la scelta del nome “Francesco” in  omaggio al frate poverello di Assisi.

La speranza viene dal Signore. Il Signore viene a trovare il suo popolo dappertutto, la devozione del nostro popolo costituisce una riserva spirituale. Va portata avanti attraverso testimonianza e preghiera: deve insegnare la strada del Vangelo. Devozione e carità popolare sono segno della fede.”

Siate custodi dei doni di Dio. Quando non ci prendiamo cura del creato e dei nostri fratelli, allora, trova spazio la distruzione, e il cuore inaridisce.”

Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore.”

L’ipocrisia non è un linguaggio di verità.” I fautori del politicamente corretto “vogliono una verità schiava dei propri interessi e sono vittime dell’idolatria narcisista che li porta ad abusi di potere.”

Sono queste le parole, le più belle parole del nostro tempo ...

THE VOICE: LA VOCE DEL TALENTO

Il talent show di RAI 2, “The voice of Italy”, chiude i battenti raccogliendo un successo forse insperato alla vigilia, ma senza dubbio meritato grazie alla straordinaria bravura dei suoi (veri) protagonisti: Piero Pelù, Raffaella Carrà, Noemi e Riccardo Cocciante, ovvero, gli “allenatori” dei cantanti in gara.

Il programma, che non ha fatto rimpiangere il suo predecessore X Factor, emigrato nelle terre più allettanti di Sky, ha ottenuto la media di oltre tre milioni di telespettatori e si è imposto per una formula, in parte innovativa, in cui il talento dei concorrenti viene misurato e valutato da “alter ego” di primo livello lasciando poco spazio all'improvvisazione e a giudizi “di pancia” o estemporanei.

Si può dire che il trionfo della trasmissione sia stata proprio la competenza messa a costrutto dai singoli giurati il cui curriculum professionale, di tutto rispetto, ha inciso non poco per rendere il contenitore della seconda rete nazionale vincente e soprattutto apprezzato dal pubblico giovanile.

Piero Pelù, arrivato tardi alla ribalta, ha dimostrato nell'occasione di saper trainare sul piccolo schermo un nugolo nutrito di appassionati del rock, forte dell’esperienza che lo ha visto affermarsi prima con il gruppo rockettaro dei Litfiba e poi come solista con brani del calibro di Io ci sarò e Toro loco. Probabilmente la sua voce baritonale gli è servita per calzare a pennello la veste di giurato esperto in un programma nel quale è proprio la voce a fare da padrona.

Raffaella Carrà è l’ultima grande show-girl rimasta in circolazione che vanta il maggior numero di imitazioni ma che fino adesso nessuno è riuscito ad eguagliarla nello stile e nel genere. La sua grande competenza e professionalità è a tutti nota ed è servita a dare al talent show un tocco di classe e di eleganza.

Di Noemi, la più giovane dello staff, si conoscono le qualità canore messe all'opera con canzoni di successo come Vuoto a perdere, L’amore si odia e Sono solo parole, quest’ultima giunta terza nell'edizione di Sanremo del 2012. L’esperienza di X-Factor del 2008, (quinto posto nella classifica finale), è stato un ottimo biglietto da visita per eseguire al meglio l’incarico di leader del proprio team.

Infine, Riccardo Cocciante, ovvero il cantautore più elegante e raffinato sulla scena musicale internazionale. “The voice” lo ha letteralmente rigenerato offrendogli nuovi stimoli e modi di proporsi. Riccardo è l’esempio di come la vita di un’artista possa essere “infinita” se coniugata al talento e alla qualità. Ha appena pubblicato l’album “Sulle labbra e nel pensiero”, una raccolta completa in 4 cd dei brani di punta della sua straordinaria carriera.

E’ proprio dalla scuderia di Riccardo che è uscita vincitrice Elhaida Dani, cantante dalla voce melodica e “super dotata” che sul filo di lana riesce a spuntarla sul giovane rockettaro Timothy Cavicchini del team di Pelù, aggiudicandosi questa prima edizione italiana del programma.

Le altre finaliste, Veronica De Simone, del team Carrà, e Silvia Capasso (forse la voce più bella) della squadra di Noemi si guadagnano rispettivamente un terzo e un quarto posto comunque dignitosi.

Alla fine c'è gloria per tutti: per gli organizzatori, i concorrenti, i capi-squadra e persino per il conduttore Fabio Troiano, rimasto (forse di proposito) nell'ombra per dare linfa e luce alle stelle di ieri e di domani.

ODISSEA


L'opera di Omero, una delle più belle della letteratura mondiale, è rivisitata con un linguaggio moderno dal filosofo-scrittore Luciano De Crescenzo nel libro “Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d'oggi”, uscito nel 1997 ed edito dalla Mondadori.

Tante volte l’abbiamo studiata sui banchi della scuola e non sempre con quell’interesse e partecipazione emotiva con cui lo scrittore partenopeo è riuscito a calamitare l’attenzione dei lettori, ed in particolare di quelli meno avvezzi o predisposti  ad eseguire le (complicate) versioni assegnate dai professori.

Oggi la programmazione didattica è notevolmente cambiata: opere come la “Divina Commedia” o “L’Odissea” in commento sembrano piuttosto dei retaggi culturali, che fungono da contorno ai nuovi  obiettivi primari dell’insegnamento scolastico sempre più proiettati alla sintesi anziché all’analisi e all’esegesi dei testi letterari.

Del poema di Omero, uno dei più tradotti al mondo, De Crescenzo offre una versione libera e personale che ha il grande merito di rendere semplice e comprensibile una storia ai più poco intellegibile se limitata alla sola rappresentazione classica. Nell'introduzione l’autore paragona l’Odissea ad una sorta di soap-opera che gli antichi prediligevano ascoltare nei dopo cena “da un cantautore, possibilmente cieco, che in cambio del cibo o di qualche regalino raccontava storie a puntate, brulicanti di guerrieri valorosi come Rambo, di dee e donne innamorate, di incantesimi, di truci delitti, di viaggi per terra e per mare.”

L’opera, infatti, era in origine tramandata solo oralmente attraverso aedi e rapsodi, ovvero abili cantastorie che avevano cura di diffondere storie di cui la gente si appassionava proprio come oggi accade davanti ad un bel film offerto dal cinema o dalla televisione.

LA TRAMA: Ulisse (l’Odisseo che in greco significa “colui che odia”) dopo la guerra di Troia approda sull’isola di Ogigia dove viene accolto da Calypso, la ninfa che s’innamora di lui e che lo costringe a restare nella sua terra per sette lunghi anni.
Per volere della dea Atena che desidera il ritorno di Ulisse nella sua patria, Itaca, Calypso è costretta dal messaggero Ermes a separarsi dal suo amato procurandogli una zattera che lo porterà, dopo aver sfidato le ire del dio del mare Poseidone, sull’isola di Scheria. Qui viene accolto dalla principessa Nausicaa che lo condurrà alla corte di suo padre, Alcinoo, re dei Feaci.
Sollecitato dalla regina Areta, moglie di Alcinoo, Ulisse racconta le sue traversie: dall’approdo sulla terra dei mangiatori di loto (il fiore dell’oblio che fa dimenticare ogni cosa), all’incontro con Polifemo, il ciclope con un occhio solo divoratore degli uomini di cui Ulisse riesce a liberarsi fingendo di chiamarsi “Nessuno”. Dall’incontro con Circe, maga dell’isola Eea che trasforma i suoi compagni in maiali ma che s’innamorerà, come Calypso, perdutamente dell’eroe, alla discesa nell’Ade, il regno dei morti, dove Ulisse incontrerà sua madre che gli farà un resoconto di ciò che sta accadendo ad Itaca: la moglie Penelope, sola e disperata, è assediata dai Proci che intendono assumere il comando dell’isola.
Il racconto prosegue con l’incontro con le Sirene, creature marine dal canto ammaliatore, e con il passaggio indenne nelle strette gole governate dal mostro Scilla e dal gorgo Cariddi.
Approdati sull’isola di Tinacria (l’attuale Sicilia) Ulisse e i suoi compagni affrontano l’ultima prova sacrificale prima di raggiungere la loro patria: quella di non nutrirsi delle vacche sacre del Dio Sole. Ma la disubbidienza dei compagni sarà fatale per il naufragio della nave dove il solo Ulisse riuscirà a salvarsi e a raggiungere l’isola di Ogigia.
Alcinoo e Areta, commossi dal racconto di Ulisse, forniranno all’eroe una nave che lo accompagnerà finalmente sull’isola di Itaca. Qui, travestito da mendicante e facendosi riconoscere solo dal pastore Eumeo e dal figlio Telemaco, Ulisse prepara la sua vendetta contro i proci in uno sterminio degno dell’Olocausto dei tempi antichi, in cui nessuno dei giovani pretendenti si salverà.
Ricongiuntosi con l’amata Penelope, Ulisse non resisterà alla voglia di riprendere il mare e di vivere nuove avventure proprio come gli aveva predetto nell’Ade l’indovino Tiresia

L’AUTORE: Scrittore e filosofo raffinato, Luciano De Crescenzo è nato a Napoli nel 1928. Tra le sue opere: Così parlò Bellavista (1976), Storia della filosofia greca - I Presocratici (1983),  Storia della filosofia medievale (2002), Storia della filosofia moderna - da Niccolò Cusano a Galileo Galilei (2003), Storia della filosofia moderna - da Cartesio a Kant (2004), Ulisse era un fico (2010), Tutti santi me compreso (2011), Fosse 'a Madonna (2012).

GIUDIZIO: De Crescenzo riesce a trasformare il capolavoro di Omero in una storia popolare vestendo i panni di un menestrello dei tempi moderni. Supportato da una grande preparazione che gli deriva dagli studi classici, l’autore personalizza il racconto arricchendolo di spunti di riflessione e di commenti ironici. E così la “sua” Odissea diventa un poema alla portata di tutti affascinando e coinvolgendo il lettore in quella che si può definire la più bella storia d’amore di tutti i tempi.


LA MORTE TI FA ORRENDO


La scomparsa “postmatura” di Giulio Andreotti, esponente dell’ex Democrazia Cristiana, e uomo politico che ha segnato (nel bene o nel male) la politica italiana degli ultimi sessant'anni, mi ha fatto ritornare alla memoria un film di Meryl Streep di qualche anno fa, “La morte ti fa bella”. La pellicola narra gli eccessi dell’estetica e il desiderio iperbolico di restare eternamente giovani e immortali.

L’accostamento può sembrare improprio e incomprensibile ma trovo che vi sia un nesso eziologico tra il tema dell’elisir di lunga vita e l’esistenza quasi secolare di Andreotti e, soprattutto, tra il titolo del film e il suo rovescio rappresentato dalle reazioni dell’opinione pubblica e della gente comune poco dopo la notizia della sua scomparsa.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è limitato ad un commento laconico affidando alla Storia il compito di elaborare un giudizio equo ed obiettivo sull'operato di Andreotti e su quanto lo stesso abbia rappresentato per la prima, seconda (e terza) repubblica. Una citazione implicita dei versi dell’ode manzoniana  Il 5 maggio: “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Ma ciò che forse ha destato più clamore è stata la reazione popolare sintetizzata dai fischi che si sono uditi in tutti gli stadi calcistici in occasione del minuto di raccoglimento per commemorare la morte di questo controverso e discusso personaggio. E’senza dubbio un comportamento atipico, nella circostanza sicuramente inopportuno e irriverente, ma che sembra già segnare un primo sommario (e implacabile) giudizio.

Forse della sua lunga esperienza politica non si perdonano alcuni eventi che suonano come macchie indelebili del suo corposo e articolato curriculum, come l’omicidio del giornalista Pecorelli per il quale Andreotti venne accusato di essere stato il mandante. L’ex senatore a vita, secondo l’impianto accusatorio, avrebbe agito per impedire il diffondersi di informazioni alquanto compromettenti, -come quelle legate al sequestro di Aldo Moro-, che avrebbero potuto stroncargli la carriera politica.

Ma fu soprattutto l’esito dei processi antimafia (vedi il famoso bacio di Riina) a determinare forti critiche nell'opinione pubblica nonostante le sentenze di proscioglimento che non esclusero la colpevolezza di Andreotti “per i fatti fino alla primavera del 1980”. Come dire che il reato, anche se prescritto, era stato comunque commesso. 

Personalmente ritengo che la morte sia un evento che appartenga alla nostra sfera più intima e che qualsiasi giudizio sull'operato di chi ha lasciato il mondo terreno rientri nell'alveo della propria coscienza individuale. La remissione del peccato, per chi è credente, è operazione che trascende qualsiasi esame critico da consegnare alla Storia a mo’ di insegnamento. Come tale rifugge e si distingue da reazioni scomposte o inopportune trovando la sua più elevata autenticità nelle eterne atmosfere del silenzio.