Ci
sono cose che quando iniziano non finiscono mai e col passare del tempo
peggiorano fino a divenire un fardello che ci portiamo dentro di noi fino alla
fine dei nostri giorni. Sono il più delle volte comportamenti negativi, azioni
novizie che diventano abitudini, vizi o inclinazioni da cui non riusciamo più a
liberarcene.
Provare
a capire l’origine di questa iniziazione è compito arduo che nemmeno gli
psicologi, gli strizzacervelli o altri esperti del settore ci riescono. Questi
esploratori dei meandri della mente umana riescono a mala pena ad imbandire una
diagnosi che sia quanto meno plausibile. Rendere logico, lineare, costruttivo
quello che sul piano comportamentale è illogico, disarticolato e distruttivo è
come comporre un mosaico con l’ultima tessera che non si combacia con le altre,
col risultato che tutto il disegno precostituito viene giù come un castello di
sabbia.
A
parte le iniziazioni più comuni, dalla prima rapina in banca fino a divenire la
mente diabolica di un gruppo eversivo, dalla prostituzione indotta o voluta
fino alla liberalizzazione sessuale che diventa devianza dall’amore e rispetto del
proprio corpo, quello che preoccupa maggiormente sul piano dell’agire umano è
la perdita di discernimento tra il bene e il male, tra le cose giuste e
sbagliate.
Qui
l’iniziazione è come una mano che s’insinua nella mente e nell’anima muovendo
gli ingranaggi dei sentimenti nel senso opposto da quello voluto o desiderato.
Se non si ha l’indugio, il ripensamento all’ultimo istante prima di
precipitare nel baratro, le conseguenze sono per lo più irreparabili ed è un
viaggio nel niente senza ritorno.
Quando
ci s’imbatte in persone che hanno vissuto o vivono un’esperienza del genere,
ogni tentativo di dissuaderle o imboccarle sulla retta via è un’impresa già
votata al fallimento. Non c’è nulla da fare, sono persone perdute che non si
ritrovano più e non c’è un filo d’amore che possono darti, non c’è commozione
nei loro occhi che quando l’incroci è come trovarti davanti al diavolo.
Prevenire
l’iniziazione, quel momento topico oltre il quale si apre il buio più cupo, si
può e si deve per un mondo migliore fatto di vera e sana umanità.
L’iniziazione
del bene che sconfigge il male è la vera scommessa da fare e da vincere se si
vuole ambire ad una vita meno travagliata, involuta e imperfetta.
Tra
i capolavori di Eduardo De Filippo, “Le voci di dentro” è
uno dei più riusciti sotto il profilo dell’impegno sociale del grande
drammaturgo partenopeo di portare sul palcoscenico l’analisi minuziosa
dell’agire umano traendola fedelmente dalle manifestazioni della vita reale.
Una
trasposizione che il grande Maestro della nostra letteratura volge a
profitto con un’operazione chirurgica tesa a fotografare le caratterizzazioni
tipiche dei comportamenti individuali rispetto ad eventi della vita comune,
tali da suscitare nello spettatore una deduzione logica del tutto spontanea
rispetto alla propria (o indiretta) esperienza.
Spesso
ci serviamo delle fotografie per ricordare momenti più o meno indimenticabili
del nostro passato, quasi a volerli immortalare per evitare vuoti di memoria. Nell’opera
di Eduardo è la vita stessa che si eleva a ricordo e a rappresentazione visiva
di ciò che siamo senza che lo scorrere del tempo possa mai cancellare.
La
commedia, scritta nel 1948, e riproposta in diverse rappresentazioni
teatrali e televisive (di cui si ricorda la messa in onda del 1978 con
una magistrale Pupella Maggio fra gli interpreti), è un ritratto
fedele della nostra coscienza nella sua massima rappresentazione
simbolica rispetto ad eventi più o meno accaduti. E poco importa se il
protagonista Alberto Saporito abbia creduto nel sogno che un certo
delitto sia stato commesso dai vicini di casa. Qui sono i comportamenti
interiori ad essere reali ed inconfutabili, a dispetto delle prove
giudiziarie che l’intervento della magistratura dimostrerà essere del tutto
inconsistenti.
Si
può essere assassini senza aver commesso delitto alcuno, perché nelle voci
di dentro è il simbolismo ad agire e a far tirare fuori dai
protagonisti della storia la loro vera indole. Ne è una riprova l’atteggiamento
dei vicini che vedendosi accusati di aver ucciso Aniello Amitrano, amico
di Saporito, faranno di tutto per scagionarsi accusandosi a vicenda,
progettando persino l’assassinio dello stesso protagonista pur di liberarsi
dell’onta di un omicidio mai (realmente) commesso.
Pregevole
il j’accuse di Saporito nel finale della commedia:
“Mo'
volete sapere perché siete assassini? E che v' 'o dico a ffa'? Che parlo a
ffa'? Chisto, mo', è 'o fatto 'e zi' Nicola... Parlo inutilmente? In mezzo a
voi, forse, ci sono anch'io, e non me ne rendo conto. Avete sospettato l'uno
dell'altro: 'o marito d' 'a mugliera, 'a mugliera d' 'o marito... 'a zia d'
'o nipote... 'a sora d' 'o frate... Io vi ho accusati e non vi siete
ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti... Lo avete creduto
possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni...
il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! La stima, don Pasqua', la
stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci
appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa... E vi sembra un assassinio da
niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando ..”
È la perdita della stima il vero delitto commesso. Una componente della
vita interiore che nessun ordinamento giuridico considera ma che ne “Le
voci di dentro” assurge a macchia indelebile della nostra coscienza. Ed
è una delle più tangibili e implacabili delle condanne.
Dall'album "Malinconico digiuno" del 1981, questa canzone, dalle forti reminiscenze leopardiane, racconta la storia di un'infanzia rubata sicché il ricordo che ne deriva è il rimpianto di una giovinezza idealizzata ma mai vissuta veramente. Musicalmente orecchiabile nonostante il testo impegnato, Giardino d'infanzia si colloca a pieno titolo tra i pilastri fondanti delle parole del mio tempo.
GIARDINO D'INFANZIA
(V. Borrelli-S. Maniscalco-V.Borrelli)
Nel giardino d'infanzia nascondevo il peccato le bugie con mia madre e con mio padre invecchiato Dopo un po’ mi stendevo sopra il suolo bagnato e guardavo il mio cielo farsi sempre lontano Qualche volta per sbaglio arrossivo nel buio addormentandomi su un letto freddo e di nessuno
Nel giardino d'infanzia c'era la fata turchina con il corpo sottile e con la faccia ruffiana Mi diceva perché sognavo altri orizzonti se la vita era quella alle spalle dei monti Sotto alberi di ulivi i miei occhi erano vivi ascoltavo il mio tempo e le voci del vento
Nel giardino d'infanzia la mia faccia era pulita e facevo all'amore per cambiare un po’ vita Io stringevo tra le mani due rami vecchi e spinosi e baciavo il mio tronco con pensieri scabrosi Vita mia dove sei? Perché fuggi da me? Ho bisogno di te sempre e solo di te
Quante volte ho rubato l'anima alla poesia quante volte ho cercato di andarmene via Dietro il niente restavo e in silenzio morivo
Nel giardino d'infanzia nei discorsi del nonno c'era la verità di leggende e di imbrogli Io fumavo il mio vento mentre mi disprezzavo perché avevo accettato il mio destino segnato Vita mia dove sei? Perché fuggi da me? Ho bisogno di te sempre e solo di te
La mia vita moriva prima di incominciare le mie idee erano ombre e volavano sole Dietro il niente restavo e in silenzio morivo
Nel giardino d'infanzia quante cose ho lasciato! La mia terra il mio sangue il mio giorno rinunciato Dietro il niente restavo e in silenzio morivo
I
pensieri sono come l’alcool, vanno alla testa, ubriacano e impediscono di
essere lucidi. Accade soprattutto quando la mente li subisce in maniera
incontrollata perdendo quella capacità di discernimento che è indispensabile
per distinguere i buoni dai cattivi pensieri.
Stare
in pensiero per qualcuno o per qualcosa che non si è fatto o si deve fare, può
alimentare l’ansia di non farcela, di non essere all’altezza di quel compito
che ci è stato affidato o di prefigurarci il peggio da certe aspettative. La
negatività di questi pensieri, se non dominata da una giusta dose di ottimismo,
finisce per prendere il sopravvento con il risultato di non vivere affatto.
Quanta
vita che si perde per colpa dei cattivi pensieri. Quante occasioni di spensieratezza,
di sana leggerezza e superficialità ci passano davanti come un treno che sfreccia via dileguandosi
in fondo all’orizzonte.
“E
il naufragar m’è dolce in questo mare”. Leopardi lo sapeva bene quando
scrisse questi bellissimi versi a chiusura de “L’Infinito”, che le limitazioni
del mondo sono nella testa degli uomini più che nella Natura di per sè infinita
e senza preconcetti. Dovremmo prendere spunto da questo per spogliarci delle
nostre trepidazioni, dei nostri indugi e autolimitazioni che non danno estro e
sostanza al nostro essere.
Via
allora i cattivi pensieri per vivere meglio scrollandosi di dosso giornate
anonime che pesano come zavorre, di tempo sprecato per dedicarsi ad altro e non
alle cose che contano veramente, come le migliori pratiche del benessere
interiore.
Basta
poco: abbracciarsi e stringersi di più per respirare i profumi della vita che
ci fanno sentire meglio e più vicini alla nostra aspettativa di essere, se non felici, quanto meno sereni e più saggi.
Squilla il telefono, so chi è ma non voglio rispondere. Indugio
per alcuni secondi, poi alzo la cornetta e rischiaro la voce come un attore che
si appresta ad entrare in scena.
“Pronto.”
“Ci hai messo tanto a rispondere. Che
stavi facendo?”
“Niente. Guardavo la mia casa di vetro.”
“Ti piace così tanto?”
“Sì.”
“Lo sai che tra poco dovrai lasciarla?”
“Devo proprio farlo?”
“Sì, il momento è arrivato.”
“Concedimi ancora qualche giorno. Fammi
godere ancora della sua bellezza, dei suoi profumi, del tepore delle sue cose,
di ogni centimetro dei suoi spazi.”
“Lo sai che non è possibile. E poi sarebbe
come prolungare inutilmente questa agonia.”
“Non è un’agonia. Io sto bene qui. E poi
non so che cosa mi aspetta fuori.”
“Non devi aver paura. Verrò io a prenderti
e ti condurrò per mano verso un altro luogo più bello e confortevole.”
“Ma io sono felice qui.”
“Non lo sei.”
“Sì che lo sono. Sono felice della mia
infelicità, della mia tristezza, del mio dolore. Li ho imprigionati in questa
casa per tenerli sotto controllo e non mi fanno più paura. Ormai sono solo
oggetti, suppellettili, cose inanimate che non agiscono più se non per mia
concessione.”
“Devi uscire.”
“Perché mi costringi ad uscire? Fuori non c’è nessuno che mi
aspetta, nessuno che si è accorto della mia assenza, del mio niente nel quale
sono precipitato in un giorno qualunque, oscuro e nebuloso, che non ricordo
più.”
“C’è un tempo per restare e un tempo per andare via.”
“Dove mi porterai?”
“Ti porterò in un posto sicuro che ti
piacerà. Fidati di me.”
“Devo proprio?”
“Devi.”
“Come farò a riconoscerti? Finora ci siamo
parlati solo al telefono.”
“Aspettami fuori che arrivo tra un
minuto.”
Ho aperto la porta e ho cominciato a
muovere i primi passi come un bambino incerto che inizia a camminare. Ho
avvertito subito un dolore lacerante in ogni parte del corpo: dallo stomaco al
torace, dalle gambe alla testa come un serpente velenoso insinuatosi nelle vene, nei
muscoli, nei capillari. Mi sono piegato in due e ho cominciato a piangere. Le
lacrime mi hanno ingorgato il viso e sono scese giù fino agli angoli della
bocca da dove si sono infilate per raggiungere il palato e poi la gola. Ho
avvertito un sapore aspro, amaro e allora mi sono detto che in fondo tutta la
mia vita è stata amara come queste lacrime che adesso sentivo spargersi
dentro e fuori di me.
La strada davanti a me si è illuminata di
colpo disegnando un percorso chiaro e lineare. Mi sono catapultato su quel
fascio luminoso come un naufrago disperato che tenta di salvarsi prima di
essere inghiottito dalle onde. Non ho sentito più niente, il dolore è
improvvisamente scomparso e così ho proseguito verso quella luce mentre la casa
di vetro crollava alle mie spalle.
LA CASA DI
VETRO
Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli
Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.
La prima parte del
racconto è stata pubblicata venerdì, 15 gennaio 2021.
Sono
rinchiuso in questa casa di vetro dove custodisco ogni cosa che mi faccia stare
bene. Una sorta di contenitore delle mie emozioni che ho prelevato dall’esterno
per riviverle in tutta tranquillità come si fa quando si guardano vecchie foto
del passato. Ma so che è soltanto un’illusione o, come si dice, un surrogato di
quella che dovrebbe essere la vera felicità e il benessere dei sensi.
Da
quanto tempo sono rinchiuso tra queste quattro mura bianche, fredde, asettiche
come la stanza di un ospedale? Un giorno? Un mese? Un anno? Forse da tempo
immemore che ho perso il conto da quando tutto questo è cominciato.
C’è
sempre un inizio per ogni cosa, come un mal di testa improvviso, una fitta al
cuore, un tumore. Sarà capitato anche a me che un bel giorno, per una ragione
oscura ed inspiegabile, ho deciso di rifugiarmi in questo focolare domestico
artato e ovattato da cui non riesco più a separarmi.
Mi
chiamo Eugenio e ho cinquant’anni. Sono un uomo piacente anche se gli anni si
fanno sentire a giudicare dalle rughe sotto gli occhi che ogni mattina, quando
mi guardo allo specchio, mi ricordano che il tempo sta passando anche per me.
Inesorabilmente.
Sono
sposato? Forse. Ho dei figli? Forse. C’è qualcuno che mi aspetta? Forse.
Penso,
non so se a torto o a ragione, di non essere mai stato amato e questo dubbio spiacevole
mi porta a non ricordare, per scienza o incoscienza, le persone che hanno
interagito nella mia vita per amore, odio, amicizia o inimicizia.
Guardo
la mia casa di vetro: luminosa, spaziosa con ogni cosa a suo posto. E’ un
ordine precostituito che mi acquieta e mi dà pace. Tra me e la mia casa c’è un
rapporto di osmosi e di reciproca corrispondenza. L’uno è lo specchio dell’altra e viceversa.
Se
trovo qualcosa in disordine mi faccio prendere dall’ansia di riportare il tutto ad uno status
quo che, ai miei occhi, è la condizione ideale per la mia apparente
tranquillità. Lavo le stoviglie, tolgo la polvere dai mobili, sistemo le
suppellettili, lucido i pavimenti e tanto altro fino a che la mia casa non sia
ordinata, splendente e senza macchie.
Si
sa che quello che si prova dentro non è tangibile, palpabile, materializzabile,
ma per me è accaduto esattamente il contrario: ho proiettato all’esterno tutte
le mie manifestazioni interiori affinché prendessero forma e sostanza
attraverso gli oggetti che compongono la mia casa di vetro. Una sorta di spia
rivelatrice della mia affezione o disaffezione, rabbia o contemplazione,
piacere o dolore.
Insomma
ho dato anima al mio arredamento domestico perché parlasse e agisse per me.
Squilla
il telefono, so chi è ma non voglio rispondere ...
(continua)
(Il seguito della storia sarà pubblicato sabato, 23 gennaio 2021. Nel frattempo prova ad indovinare chi potrebbe essere la persona che telefona a Eugenio?)
Brano
a struttura atipica (strofa- intermezzo/ritornello-refrain-orchestra
intercalare), musicalmente complesso, “Napoli muore” rischiò
negli anni ’80 di essere prodotta dalla casa discografica Baby Records. Le
titubanze della dirigenza di dare un taglio diverso alle strategie di mercato
( a quei tempi contrassegnato dai successi di Pupo e dei Ricchi e Poveri),
fecero accantonare il progetto che in seguito non venne più ripreso.
La
canzone, scritta nel 1981 con la collaborazione del musicista milanese
Salvatore Maniscalco che curò gli arrangiamenti, racconta le contraddizioni di
una Napoli bella e maledetta nello stesso tempo, illusa e disillusa, anarchica
e maestra di quella filosofia che appartiene solo ai partenopei: l’arte
d’arrangiarsi.
“Napoli
muore” è una canzone senza tempo nonostante siano passati ben
quarant’anni dalla sua creazione. Il testo lunghissimo, come la parte
strumentale che dura oltre sei minuti, è uno dei più rappresentativi de “Le
parole del mio tempo” pubblicato nel 2012 dall’editore Meligrana e inserito
l’anno dopo nella raccolta “Poeti in costruzione” dall’associazione
culturale “I Leoni di Ferro” a scopo benefico.
Il
brano può essere ascoltato su YouTube cliccando sull’immagine in alto o
accedendo a questo link:
Napoli muore con il vento dimenticandosi di sé Napoli muore per un bimbo che vive senza un perché poi si distende sul mio letto e fa l’amore con me bruciando giorni disgraziati svegliandosi nel caffè
Napoli muore consapevole della sua oziosità e s’innamora in un bar per una stagione che verrà poi come un vecchio aspetta che il tempo passi senza novità
Che mondo! Quattro puttane che ti passano accanto e fanno il girotondo senza le mutande
Allegramente Napoli si droga e sogna per un po’ e si scatena in discoteca o legge libri in biblioteca poi guarda il cielo e canta amore cadendo ancora nell’errore e si traveste è un travestito e si rivede nel finito
Napoli muore in bicicletta o in tanti uffici e scrivanie Napoli sente ma non parla è sempre in cerca di manie e se la vita si è impiccata Napoli crede all’avventura magari con tante valigie ed una storia un po’ più sua
Napoli muore sui cartelli di proteste appesi ai muri Napoli muore di prostituzione e di falsi amori non è più come una volta od è la stessa ma cosa importa?
Che mondo! Senza cortili e senza spazi per giocare che idea lasciare tutto e andare in giro a bestemmiare
Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente quando la vita non è più sua Napoli prega qualche santo e grida forte: “Dammi tempo!”
Quando mangia nei digiuni o tenta la fortuna Napoli diventa ironia chiedendosi se la sua vita è solo una ferrovia
Napoli muore tra cortei e scioperi internazionali poi si confonde tra i confusi o si addormenta tra gli illusi Napoli muore ma lo sa perciò rimane come sta e si rassegna per la via o si ribella per apatia
Napoli muore in giradischi nelle domeniche d’inverno oppure annega nel suo mare per depressione totale Non è lo specchio di se stessa Napoli piange anche se si fa festa
Che mondo! Senza un momento da dividere in due Morire non è più forse una ragione per vivere
Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente...
Quest’anno
maledetto è già passato poco dopo i festeggiamenti della notte del 31
dicembre 2019. Da allora è stato tutto un retrò, come se il tempo si fosse
fermato in un punto indefinito dello spazio, un fermo immagine della nostra
vita di sempre bloccata sullo schermo di un grande pannello bianco, di quelli
che si vedono al cinema in attesa che la macchina da presa riprenda a funzionare.
Vite
sospese, guardinghe, isolate in se stesse e in mezzo un lungo carro funebre sul
quale sono salite tante persone care che purtroppo non ci sono più. Maledetto “venti-venti”
contrassegnato dal Covid-19 che fra qualche giorno proveremo a buttare
via come la cosa peggiore che ci è capitata anche se resterà per sempre nella
nostra memoria.
“L’anno
che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando. È questa la novità.”
Il compianto Lucio Dalla concludeva così una delle sue canzoni più belle e
rappresentative del disincanto, la novità di qualcosa di ripetitivo e come tale
largamente pronosticabile.
Mi
auguro tuttavia che il 2021 sia l’anno della controtendenza, della
rinascita vera e propria e non la dimostrazione postuma di quello che è già
stato. Sia davvero l’inizio di una nuova vita per tutti noi per ritornare a
stringerci e ad abbracciarci, unica eccezione che forse saremmo disposti a
ripescare dal passato.
Buon
anno a tutti i lettori de “Le parole del mio tempo”, non prima di aver
gettato l’ultimo sguardo sui post più letti di quest’anno tanto amaro e
infausto.
Alfredo Cerruti, noto discografico recentemente scomparso, dopo aver ascoltato l’ultima nota mi guardò abbozzando un sorriso e commentò: “ Le tue canzoni sono bellissime ma troppo impegnate. Temo che il pubblico non possa capirle ed apprezzarle come meritano”. Si era agli inizi degli anni ’80 e per me fu come una sentenza di condanna che pose fine ai miei sogni di gloria.
Forse
avrei dovuto insistere, tentare altre strade, credere di più nelle mie
capacità. O forse ho fatto bene perché non avevo dalla mia una bella voce, un'immagine prestante e prorompente in grado di spaccare gli argini delle remore e della diffidenza. Chissà!
A
distanza di oltre trent’anni da quell’episodio ho deciso di pubblicare nel 2012 con la casa editrice Meligrana “Le parole del mio tempo”, una raccolta
di 107 testi scelti tra le oltre 300 canzoni che ho scritto durante i miei anni
di passione per la musica. Il libro ha ottenuto migliaia di download e tanti
commenti lusinghieri.
Mi è
bastato questo. A volte certi obiettivi ed aspirazioni devono essere rivisti e
rivalutati sotto una prospettiva diversa.
Non
si è trattato di un ridimensionamento perché quando si hanno certe passioni è
giusto che si coltivino in ogni forma possibile. Così di recente ho cominciato
a pubblicare alcuni brani di queste canzoni, non certo per riesumare vecchi
sogni di gloria ma semplicemente per disseminare emozioni per chi vorrà
raccoglierle.
Qui
sotto il link per accedere alla raccolta ma...
…
non cliccare se non sei predisposto all’ascolto come momento di riflessione.
…
non cliccare se sei alla ricerca di brani meramente orecchiabili e di pura
evasione.
…
non cliccare se i tuoi gusti musicali prediligono atmosfere diverse dal genere
cantautorale e intimistico.
Scrivo
queste parole che non leggerai. Fra i tanti o pochissimi visitatori
mancherai proprio tu, la persona che più di tutte è riuscita a darmi sostegno
e coraggio senza saperlo perché nulla c’era da sapere se non l’impronta del mio
silenzio.
Comincerò
col dirti che mi è bastato inseguirti con lo sguardo per immaginarti al
mio fianco anche se non ci sei mai stato. Ti ho pensato e disegnato su fogli
di carta racimolati qua e là per ricordarmi di te nei momenti in cui la mente
si sarebbe annebbiata e avrei fatto fatica ad orientarmi, a riprendere
quel cammino che proprio tu hai tracciato per me.
Le strade
di ieri non le ricordo più. Splendida amnesia per proiettarmi nel futuro
e abbracciarmi di nuovo in cerca di tenerezza, di coccole e poi ancora
coccole, con te che mi seguirai da vicino o da lontano, ma in silenzio come
sempre. Sentirò la tua presenza tutte le volte che dovrò affrontare altre prove
della vita, con occhi benevoli quando cadrò, guardinghi e diffidenti
quando mi vedrai volare oltre le mie aspettative.
Pensare
al domani, a come potrebbe esserlo, raggiante e variopinto, è la
migliore medicina per curare l’avanzare degli anni, le forze che
non sono più come una volta ma che grazie a questo pensiero sembrano
rigenerarsi, ricevere nuova linfa dall’eterna giovinezza delle idee. Me
lo hai insegnato proprio tu, ricordi? Un uomo senza futuro è una scatola
vuota, un animale vagante senza meta, un’oloturia senza capo né coda.
Ci
sarai sempre tu nei miei pensieri. Mi accompagnerai per non farmi sentire solo,
sentirò il tuo abbraccio tutte le volte che avrò paura. E m’innamorerò
di te, cento, mille volte ancora. Ti farò l’amore spogliandomi di tutte le mie
impurità, delle mie debolezze che sono tante anche se cerco di mascherarle
con il mio essere burbero e scostante.
Domani
sarà diverso. A volte l’attesa è più emozionante del presente che si vive e
chissà che non t’incontrerò davvero nel mio cammino, che non
t’innamorerai anche tu di me e mi trasporterai come il vento nelle
direzioni che desidero e che vorrei condividere con te.
Chissà
che non t’innamorerai delle parole di questa lettera che non scriverò.
Perché l’ho già scritta sulla sabbia bagnata che il mare si sta portando
via.
E ci ritroviamo eterni alleati di una stessa idea di una stessa odissea Pagliacci senz'anima senza sentimento Pagliacci nel vento
Ma che odore strano ha il tuo corpo incolore profumo di sesso fuori o dentro è lo stesso Amanti dispersi per caso ritrovati Amanti diversi
Tu od io? Ma che confusione! Tu od io? Ma che coesione!
Pensieri bugiardi troppo vuoti gli sguardi e si tira avanti senza troppi riguardi
Io mi tormento del mio assurdo momento e tu stai a guardarmi, peggio ancora a scrutarmi col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio e non ti piaccio!
Quanta ipocrisia c'è nella vita mia! Tra l'adulazione e l'immaginazione c'è di mezzo un pagliaccio fatto solo di ghiaccio tu od io chissà forse tutti e due!
E ci ritroviamo un po’ soli e distratti un po’ consumati un po’ tristi e sbagliati Pagliacci senz'anima senza sentimento Pagliacci nel vento
Tu ed io sempre a litigare Tu ed io sempre a farci del male
Forse posso salvarmi dalla tua indifferenza Forse posso sottrarmi alla tua impertinenza
Io mi tormento del mio assurdo momento e tu stai a guardarmi peggio ancora a scrutarmi col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio e non ti piaccio!
Quanta ipocrisia c'è nella vita mia! Tra l'adulazione e l'immaginazione c'è di mezzo un pagliaccio fatto solo di ghiaccio tu od io chissà forse tutti e due!