Quanto amore che si perde

 



C'è qualcosa che non so spiegare
in questo giorno di nostalgia

Quanto amore che si perde
per cercarsi veramente
nelle notti quando il buio scende
e nessuno più si sente

C'è davanti a me un mare immenso
che nel silenzio parla per me
e un'onda che va ad infrangersi su quello scoglio
io chiudo gli occhi pensando che

quanto amore che si perde
per tuffarsi nel presente
sulle strade in mezzo a tanta gente
che si affanna inutilmente

C'è qualcosa che vorrei fermare
ma è un temporale che esplode in me

Quanto amore che si perde
per volersi fino in fondo
Aspettare sempre un nuovo giorno
con la testa dentro a un sogno


 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

 

(Puoi ascoltare il brano anche da qui: Le mie canzoni sono differenti


L’iniziazione

 


Ci sono cose che quando iniziano non finiscono mai e col passare del tempo peggiorano fino a divenire un fardello che ci portiamo dentro di noi fino alla fine dei nostri giorni. Sono il più delle volte comportamenti negativi, azioni novizie che diventano abitudini, vizi o inclinazioni da cui non riusciamo più a liberarcene.

Provare a capire l’origine di questa iniziazione è compito arduo che nemmeno gli psicologi, gli strizzacervelli o altri esperti del settore ci riescono. Questi esploratori dei meandri della mente umana riescono a mala pena ad imbandire una diagnosi che sia quanto meno plausibile. Rendere logico, lineare, costruttivo quello che sul piano comportamentale è illogico, disarticolato e distruttivo è come comporre un mosaico con l’ultima tessera che non si combacia con le altre, col risultato che tutto il disegno precostituito viene giù come un castello di sabbia.

A parte le iniziazioni più comuni, dalla prima rapina in banca fino a divenire la mente diabolica di un gruppo eversivo, dalla prostituzione indotta o voluta fino alla liberalizzazione sessuale che diventa devianza dall’amore e rispetto del proprio corpo, quello che preoccupa maggiormente sul piano dell’agire umano è la perdita di discernimento tra il bene e il male, tra le cose giuste e sbagliate.

Qui l’iniziazione è come una mano che s’insinua nella mente e nell’anima muovendo gli ingranaggi dei sentimenti nel senso opposto da quello voluto o desiderato. Se non si ha l’indugio, il ripensamento all’ultimo istante prima di precipitare nel baratro, le conseguenze sono per lo più irreparabili ed è un viaggio nel niente senza ritorno.

Quando ci s’imbatte in persone che hanno vissuto o vivono un’esperienza del genere, ogni tentativo di dissuaderle o imboccarle sulla retta via è un’impresa già votata al fallimento. Non c’è nulla da fare, sono persone perdute che non si ritrovano più e non c’è un filo d’amore che possono darti, non c’è commozione nei loro occhi che quando l’incroci è come trovarti davanti al diavolo.

Prevenire l’iniziazione, quel momento topico oltre il quale si apre il buio più cupo, si può e si deve per un mondo migliore fatto di vera e sana umanità.

L’iniziazione del bene che sconfigge il male è la vera scommessa da fare e da vincere se si vuole ambire ad una vita meno travagliata, involuta e imperfetta.

 

 

Le voci di dentro

 


Tra i capolavori di Eduardo De Filippo, “Le voci di dentro” è uno dei più riusciti sotto il profilo dell’impegno sociale del grande drammaturgo partenopeo di portare sul palcoscenico l’analisi minuziosa dell’agire umano traendola fedelmente dalle manifestazioni della vita reale.

Una trasposizione che il grande Maestro della nostra letteratura volge a profitto con un’operazione chirurgica tesa a fotografare le caratterizzazioni tipiche dei comportamenti individuali rispetto ad eventi della vita comune, tali da suscitare nello spettatore una deduzione logica del tutto spontanea rispetto alla propria (o indiretta) esperienza.

Spesso ci serviamo delle fotografie per ricordare momenti più o meno indimenticabili del nostro passato, quasi a volerli immortalare per evitare vuoti di memoria. Nell’opera di Eduardo è la vita stessa che si eleva a ricordo e a rappresentazione visiva di ciò che siamo senza che lo scorrere del tempo possa mai cancellare.

La commedia, scritta nel 1948, e riproposta in diverse rappresentazioni teatrali e televisive (di cui si ricorda la messa in onda del 1978 con una magistrale Pupella Maggio fra gli interpreti), è un ritratto fedele della nostra coscienza nella sua massima rappresentazione simbolica rispetto ad eventi più o meno accaduti. E poco importa se il protagonista Alberto Saporito abbia creduto nel sogno che un certo delitto sia stato commesso dai vicini di casa. Qui sono i comportamenti interiori ad essere reali ed inconfutabili, a dispetto delle prove giudiziarie che l’intervento della magistratura dimostrerà essere del tutto inconsistenti.

 Si può essere assassini senza aver commesso delitto alcuno, perché nelle voci di dentro è il simbolismo ad agire e a far tirare fuori dai protagonisti della storia la loro vera indole. Ne è una riprova l’atteggiamento dei vicini che vedendosi accusati di aver ucciso Aniello Amitrano, amico di Saporito, faranno di tutto per scagionarsi accusandosi a vicenda, progettando persino l’assassinio dello stesso protagonista pur di liberarsi dell’onta di un omicidio mai (realmente) commesso.

Pregevole il j’accuse di Saporito nel finale della commedia:

 Mo' volete sapere perché siete assassini? E che v' 'o dico a ffa'? Che parlo a ffa'? Chisto, mo', è 'o fatto 'e zi' Nicola... Parlo inutilmente? In mezzo a voi, forse, ci sono anch'io, e non me ne rendo conto. Avete sospettato l'uno dell'altro: 'o marito d' 'a mugliera, 'a mugliera d' 'o marito... 'a zia d' 'o nipote... 'a sora d' 'o frate... Io vi ho accusati e non vi siete ribellati, eppure eravate innocenti tutti quanti... Lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni... il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia! La stima, don Pasqua', la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l'abbiamo uccisa... E vi sembra un assassinio da niente? Senza la stima si può arrivare al delitto. E ci stavamo arrivando ..

È la perdita della stima il vero delitto commesso. Una componente della vita interiore che nessun ordinamento giuridico considera ma che ne “Le voci di dentro” assurge a macchia indelebile della nostra coscienza. Ed è una delle più tangibili e implacabili delle condanne.

 

Giardino d'infanzia


Dall'album "Malinconico digiuno" del 1981, questa canzone, dalle forti reminiscenze leopardiane, racconta la storia di un'infanzia rubata sicché il ricordo che ne deriva è il rimpianto di una giovinezza idealizzata ma mai vissuta veramente. Musicalmente orecchiabile nonostante il testo impegnato, Giardino d'infanzia si colloca a pieno titolo tra i pilastri fondanti delle parole del mio tempo.

GIARDINO D'INFANZIA
(V. Borrelli-S. Maniscalco-V.Borrelli)



Nel giardino d'infanzia nascondevo il peccato
le bugie con mia madre e con mio padre invecchiato
Dopo un po’ mi stendevo sopra il suolo bagnato
e guardavo il mio cielo farsi sempre lontano
Qualche volta per sbaglio arrossivo nel buio
addormentandomi su un letto freddo e di nessuno

Nel giardino d'infanzia c'era la fata turchina
con il corpo sottile e con la faccia ruffiana
Mi diceva perché sognavo altri orizzonti
se la vita era quella alle spalle dei monti
Sotto alberi di ulivi i miei occhi erano vivi
ascoltavo il mio tempo e le voci del vento

Nel giardino d'infanzia la mia faccia era pulita
e facevo all'amore per cambiare un po’ vita
Io stringevo tra le mani due rami vecchi e spinosi
e baciavo il mio tronco con pensieri scabrosi
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

Quante volte ho rubato l'anima alla poesia
quante volte ho cercato di andarmene via
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia nei discorsi del nonno
c'era la verità di leggende e di imbrogli
Io fumavo il mio vento mentre mi disprezzavo
perché avevo accettato il mio destino segnato
Vita mia dove sei? Perché fuggi da me?
Ho bisogno di te sempre e solo di te

La mia vita moriva prima di incominciare
le mie idee erano ombre e volavano sole
Dietro il niente restavo e in silenzio morivo

Nel giardino d'infanzia quante cose ho lasciato!
La mia terra il mio sangue
il mio giorno rinunciato
Dietro il niente restavo
e in silenzio morivo

(Tratto da Le parole del mio tempo”)






Cattivi pensieri

 

I pensieri sono come l’alcool, vanno alla testa, ubriacano e impediscono di essere lucidi. Accade soprattutto quando la mente li subisce in maniera incontrollata perdendo quella capacità di discernimento che è indispensabile per distinguere i buoni dai cattivi pensieri.

Stare in pensiero per qualcuno o per qualcosa che non si è fatto o si deve fare, può alimentare l’ansia di non farcela, di non essere all’altezza di quel compito che ci è stato affidato o di prefigurarci il peggio da certe aspettative. La negatività di questi pensieri, se non dominata da una giusta dose di ottimismo, finisce per prendere il sopravvento con il risultato di non vivere affatto.

Quanta vita che si perde per colpa dei cattivi pensieri. Quante occasioni di spensieratezza, di sana leggerezza e superficialità ci passano davanti  come un treno che sfreccia via dileguandosi in fondo all’orizzonte.

E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Leopardi lo sapeva bene quando scrisse questi bellissimi versi a chiusura de “L’Infinito”, che le limitazioni del mondo sono nella testa degli uomini più che nella Natura di per sè infinita e senza preconcetti. Dovremmo prendere spunto da questo per spogliarci delle nostre trepidazioni, dei nostri indugi e autolimitazioni che non danno estro e sostanza al nostro essere.

Via allora i cattivi pensieri per vivere meglio scrollandosi di dosso giornate anonime che pesano come zavorre, di tempo sprecato per dedicarsi ad altro e non alle cose che contano veramente, come le migliori pratiche del benessere interiore.

Basta poco: abbracciarsi e stringersi di più per respirare i profumi della vita che ci fanno sentire meglio e più vicini alla nostra aspettativa di essere, se non felici, quanto meno sereni e più saggi.

 

 

La casa di vetro-Epilogo

 


Squilla il telefono, so chi è ma non voglio rispondere. Indugio per alcuni secondi, poi alzo la cornetta e rischiaro la voce come un attore che si appresta ad entrare in scena.

 Pronto.

“Ci hai messo tanto a rispondere. Che stavi facendo?”

“Niente. Guardavo la mia casa di vetro.”

“Ti piace così tanto?”

“Sì.”

“Lo sai che tra poco dovrai lasciarla?”

“Devo proprio farlo?”

“Sì, il momento è arrivato.”

“Concedimi ancora qualche giorno. Fammi godere ancora della sua bellezza, dei suoi profumi, del tepore delle sue cose, di ogni centimetro dei suoi spazi.”

“Lo sai che non è possibile. E poi sarebbe come prolungare inutilmente questa agonia.”

“Non è un’agonia. Io sto bene qui. E poi non so che cosa mi aspetta fuori.”

“Non devi aver paura. Verrò io a prenderti e ti condurrò per mano verso un altro luogo più bello e confortevole.”

“Ma io sono felice qui.”

“Non lo sei.”

“Sì che lo sono. Sono felice della mia infelicità, della mia tristezza, del mio dolore. Li ho imprigionati in questa casa per tenerli sotto controllo e non mi fanno più paura. Ormai sono solo oggetti, suppellettili, cose inanimate che non agiscono più se non per mia concessione.”

“Devi uscire.”

“Perché mi costringi ad uscire? Fuori non c’è nessuno che mi aspetta, nessuno che si è accorto della mia assenza, del mio niente nel quale sono precipitato in un giorno qualunque, oscuro e nebuloso, che non ricordo più.”

“C’è un tempo per restare e un tempo per andare via.”

“Dove mi porterai?”

“Ti porterò in un posto sicuro che ti piacerà. Fidati di me.”

“Devo proprio?”

“Devi.”

“Come farò a riconoscerti? Finora ci siamo parlati solo al telefono.”

“Aspettami fuori che arrivo tra un minuto.”

Ho aperto la porta e ho cominciato a muovere i primi passi come un bambino incerto che inizia a camminare. Ho avvertito subito un dolore lacerante in ogni parte del corpo: dallo stomaco al torace, dalle gambe alla testa come un serpente velenoso insinuatosi nelle vene, nei muscoli, nei capillari. Mi sono piegato in due e ho cominciato a piangere. Le lacrime mi hanno ingorgato il viso e sono scese giù fino agli angoli della bocca da dove si sono infilate per raggiungere il palato e poi la gola. Ho avvertito un sapore aspro, amaro e allora mi sono detto che in fondo tutta la mia vita è stata amara come queste lacrime che adesso sentivo spargersi dentro e fuori di me.

La strada davanti a me si è illuminata di colpo disegnando un percorso chiaro e lineare. Mi sono catapultato su quel fascio luminoso come un naufrago disperato che tenta di salvarsi prima di essere inghiottito dalle onde. Non ho sentito più niente, il dolore è improvvisamente scomparso e così ho proseguito verso quella luce mentre la casa di vetro crollava alle mie spalle.

 

LA CASA DI VETRO 

Racconto breve

di

Vittoriano Borrelli

 Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

La prima parte del racconto è stata pubblicata venerdì, 15 gennaio 2021.

La casa di vetro

 


Sono rinchiuso in questa casa di vetro dove custodisco ogni cosa che mi faccia stare bene. Una sorta di contenitore delle mie emozioni che ho prelevato dall’esterno per riviverle in tutta tranquillità come si fa quando si guardano vecchie foto del passato. Ma so che è soltanto un’illusione o, come si dice, un surrogato di quella che dovrebbe essere la vera felicità e il benessere dei sensi.

Da quanto tempo sono rinchiuso tra queste quattro mura bianche, fredde, asettiche come la stanza di un ospedale? Un giorno? Un mese? Un anno? Forse da tempo immemore che ho perso il conto da quando tutto questo è cominciato.

C’è sempre un inizio per ogni cosa, come un mal di testa improvviso, una fitta al cuore, un tumore. Sarà capitato anche a me che un bel giorno, per una ragione oscura ed inspiegabile, ho deciso di rifugiarmi in questo focolare domestico artato e ovattato da cui non riesco più a separarmi.

Mi chiamo Eugenio e ho cinquant’anni. Sono un uomo piacente anche se gli anni si fanno sentire a giudicare dalle rughe sotto gli occhi che ogni mattina, quando mi guardo allo specchio, mi ricordano che il tempo sta passando anche per me. Inesorabilmente.

Sono sposato? Forse. Ho dei figli? Forse. C’è qualcuno che mi aspetta? Forse.

Penso, non so se a torto o a ragione, di non essere mai stato amato e questo dubbio spiacevole mi porta a non ricordare, per scienza o incoscienza, le persone che hanno interagito nella mia vita per amore, odio, amicizia o inimicizia. 

Guardo la mia casa di vetro: luminosa, spaziosa con ogni cosa a suo posto. E’ un ordine precostituito che mi acquieta e mi dà pace. Tra me e la mia casa c’è un rapporto di osmosi e di reciproca corrispondenza.  L’uno è lo specchio dell’altra e viceversa.

Se trovo qualcosa in disordine mi faccio prendere dall’ansia di riportare il tutto ad uno status quo che, ai miei occhi, è la condizione ideale per la mia apparente tranquillità. Lavo le stoviglie, tolgo la polvere dai mobili, sistemo le suppellettili, lucido i pavimenti e tanto altro fino a che la mia casa non sia ordinata, splendente e senza macchie.

Si sa che quello che si prova dentro non è tangibile, palpabile, materializzabile, ma per me è accaduto esattamente il contrario: ho proiettato all’esterno tutte le mie manifestazioni interiori affinché prendessero forma e sostanza attraverso gli oggetti che compongono la mia casa di vetro. Una sorta di spia rivelatrice della mia affezione o disaffezione, rabbia o contemplazione, piacere o dolore.

Insomma ho dato anima al mio arredamento domestico perché parlasse e agisse per me.

Squilla il telefono, so chi è ma non voglio rispondere ...

(continua) 

(Il seguito della storia sarà pubblicato sabato, 23 gennaio 2021. Nel frattempo prova ad indovinare chi potrebbe essere la persona che telefona a Eugenio?)

Napoli muore

 


Brano a struttura atipica (strofa- intermezzo/ritornello-refrain-orchestra intercalare), musicalmente complesso, “Napoli muore” rischiò negli anni ’80 di essere prodotta dalla casa discografica Baby Records. Le titubanze della dirigenza di dare un taglio diverso alle strategie di mercato ( a quei tempi contrassegnato dai successi di Pupo e dei Ricchi e Poveri), fecero accantonare il progetto che in seguito non venne più ripreso.

 La canzone, scritta nel 1981 con la collaborazione del musicista milanese Salvatore Maniscalco che curò gli arrangiamenti, racconta le contraddizioni di una Napoli bella e maledetta nello stesso tempo, illusa e disillusa, anarchica e maestra di quella filosofia che appartiene solo ai partenopei: l’arte d’arrangiarsi.

 Napoli muore” è una canzone senza tempo nonostante siano passati ben quarant’anni dalla sua creazione. Il testo lunghissimo, come la parte strumentale che dura oltre sei minuti, è uno dei più rappresentativi de “Le parole del mio tempo” pubblicato nel 2012 dall’editore Meligrana e inserito l’anno dopo nella raccolta “Poeti in costruzione” dall’associazione culturale “I Leoni di Ferro” a scopo benefico.

 Il brano può essere ascoltato su YouTube cliccando sull’immagine in alto o accedendo a questo link: 

Le mie canzoni sono differenti.

 Di seguito il testo:

 

NAPOLI MUORE

(V. Borrelli-S. Maniscalco-V. Borrelli)

 



Napoli muore con il vento dimenticandosi di sé
Napoli muore per un bimbo che vive senza un perché
poi si distende sul mio letto e fa l’amore con me
bruciando giorni disgraziati svegliandosi nel caffè

Napoli muore consapevole della sua oziosità
e s’innamora in un bar per una stagione che verrà
poi come un vecchio aspetta che
il tempo passi senza novità

Che mondo!
Quattro puttane che ti passano accanto
e fanno il girotondo senza le mutande

Allegramente Napoli si droga e sogna per un po’
e si scatena in discoteca o legge libri in biblioteca
poi guarda il cielo e canta amore cadendo ancora nell’errore
e si traveste è un travestito e si rivede nel finito

Napoli muore in bicicletta o in tanti uffici e scrivanie
Napoli sente ma non parla è sempre in cerca di manie
e se la vita si è impiccata Napoli crede all’avventura
magari con tante valigie ed una storia un po’ più sua

Napoli muore sui cartelli di proteste appesi ai muri
Napoli muore di prostituzione e di falsi amori
non è più come una volta od è la stessa
ma cosa importa?

Che mondo!
Senza cortili e senza spazi per giocare
che idea lasciare tutto
e andare in giro a bestemmiare

Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente
quando la vita non è più sua
Napoli prega qualche santo
e grida forte: “Dammi tempo!”

Quando mangia nei digiuni o tenta la fortuna
Napoli diventa ironia
chiedendosi se la sua vita
è solo una ferrovia

Napoli muore tra cortei e scioperi internazionali
poi si confonde tra i confusi o si addormenta tra gli illusi
Napoli muore ma lo sa perciò rimane come sta
e si rassegna per la via o si ribella per apatia

Napoli muore in giradischi nelle domeniche d’inverno
oppure annega nel suo mare per depressione totale
Non è lo specchio di se stessa
Napoli piange anche se si fa festa

Che mondo!
Senza un momento da dividere in due
Morire non è più forse una ragione per vivere

Quando il cielo si fa scuro e il sole è più pezzente...

 

 

(Tratto da “Le parole del mio tempo”)

L’anno che è già passato

 


Quest’anno maledetto è già passato poco dopo i festeggiamenti della notte del 31 dicembre 2019. Da allora è stato tutto un retrò, come se il tempo si fosse fermato in un punto indefinito dello spazio, un fermo immagine della nostra vita di sempre bloccata sullo schermo di un grande pannello bianco, di quelli che si vedono al cinema in attesa che la macchina da presa riprenda a funzionare. 

Vite sospese, guardinghe, isolate in se stesse e in mezzo un lungo carro funebre sul quale sono salite tante persone care che purtroppo non ci sono più. Maledetto “venti-venti” contrassegnato dal Covid-19 che fra qualche giorno proveremo a buttare via come la cosa peggiore che ci è capitata anche se resterà per sempre nella nostra memoria.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando. È questa la novità.” Il compianto Lucio Dalla concludeva così una delle sue canzoni più belle e rappresentative del disincanto, la novità di qualcosa di ripetitivo e come tale largamente pronosticabile.

Mi auguro tuttavia che il 2021 sia l’anno della controtendenza, della rinascita vera e propria e non la dimostrazione postuma di quello che è già stato. Sia davvero l’inizio di una nuova vita per tutti noi per ritornare a stringerci e ad abbracciarci, unica eccezione che forse saremmo disposti a ripescare dal passato.

Buon anno a tutti i lettori de “Le parole del mio tempo”, non prima di aver gettato l’ultimo sguardo sui post più letti di quest’anno tanto amaro e infausto.

 GENNAIO, post più letto: A me non capita

FEBBRAIO, post più letto: La storia di Gertrude

MARZO, post più letto: Casa dolce casa

APRILE, post più letto: La vita che passa, la vita che cambia

MAGGIO, post più letto: Non mi piaci

GIUGNO, post più letto: Decameron

LUGLIO, post più letto: Ti conosco mascherina

AGOSTO, post più letto: Porci con le ali

SETTEMBRE, post più letto: Innamorarsi in un tempo sbagliato

OTTOBRE, post più letto: La Voce

NOVEMBRE, post più letto: L’amore sublime

DICEMBRE, post più letto: Le mie canzoni sono differenti


BUON 2021

(Adda passà ‘a nuttata)

Natale diverso

 


Natale diverso ma uguale nel cuore. 

Forse più intenso e più coinvolgente.

Scevro di contorni luccicanti

di cordigliera umana dissolta dal lockdown 

Più vero e memore di ciò che è stato

Di chi ci ha lasciato ma dentro di noi

non se n'è mai andato 

Piu ricco delle cose che contano

Degli affetti che restano. 


BUON NATALE A TUTTI VOI

Le mie canzoni sono differenti

 

Alfredo Cerruti, noto discografico recentemente scomparso, dopo aver ascoltato l’ultima nota mi guardò abbozzando un sorriso e commentò: “ Le tue canzoni sono bellissime ma troppo impegnate. Temo che il pubblico non possa capirle ed apprezzarle come meritano”. Si era agli inizi degli anni ’80 e per me fu come una sentenza di condanna che pose fine ai miei sogni di gloria.

Forse avrei dovuto insistere, tentare altre strade, credere di più nelle mie capacità. O forse ho fatto bene perché non avevo dalla mia una bella voce, un'immagine prestante e prorompente in grado di spaccare gli argini delle remore e della diffidenza. Chissà!

A distanza di oltre trent’anni da quell’episodio ho deciso di pubblicare nel 2012 con la casa editrice Meligrana “Le parole del mio tempo”, una raccolta di 107 testi scelti tra le oltre 300 canzoni che ho scritto durante i miei anni di passione per la musica. Il libro ha ottenuto migliaia di download e tanti commenti lusinghieri. 

Mi è bastato questo. A volte certi obiettivi ed aspirazioni devono essere rivisti e rivalutati sotto una prospettiva diversa.

Non si è trattato di un ridimensionamento perché quando si hanno certe passioni è giusto che si coltivino in ogni forma possibile. Così di recente ho cominciato a pubblicare alcuni brani di queste canzoni, non certo per riesumare vecchi sogni di gloria ma semplicemente per disseminare emozioni per chi vorrà raccoglierle.

Qui sotto il link per accedere alla raccolta ma...

 … non cliccare se non sei predisposto all’ascolto come momento di riflessione.

 … non cliccare se sei alla ricerca di brani meramente orecchiabili e di pura evasione.

 … non cliccare se i tuoi gusti musicali prediligono atmosfere diverse dal genere cantautorale e intimistico.

 Le mie canzoni sono differenti.

Se invece ti va clicca qui: Le mie canzoni sono differenti

La lettera che non scriverò

 

Scrivo queste parole che non leggerai. Fra i tanti o pochissimi visitatori mancherai proprio tu, la persona che più di tutte è riuscita a darmi sostegno e coraggio senza saperlo perché nulla c’era da sapere se non l’impronta del mio silenzio.

Comincerò col dirti che mi è bastato inseguirti con lo sguardo per immaginarti al mio fianco anche se non ci sei mai stato. Ti ho pensato e disegnato su fogli di carta racimolati qua e là per ricordarmi di te nei momenti in cui la mente si sarebbe annebbiata e avrei fatto fatica ad orientarmi, a riprendere quel cammino che proprio tu hai tracciato per me.

Le strade di ieri non le ricordo più. Splendida amnesia per proiettarmi nel futuro e abbracciarmi di nuovo in cerca di tenerezza, di coccole e poi ancora coccole, con te che mi seguirai da vicino o da lontano, ma in silenzio come sempre. Sentirò la tua presenza tutte le volte che dovrò affrontare altre prove della vita, con occhi benevoli quando cadrò, guardinghi e diffidenti quando mi vedrai volare oltre le mie aspettative.

Pensare al domani, a come potrebbe esserlo, raggiante e variopinto, è la migliore medicina per curare l’avanzare degli anni, le forze che non sono più come una volta ma che grazie a questo pensiero sembrano rigenerarsi, ricevere nuova linfa dall’eterna giovinezza delle idee. Me lo hai insegnato proprio tu, ricordi? Un uomo senza futuro è una scatola vuota, un animale vagante senza meta, un’oloturia senza capo né coda.

Ci sarai sempre tu nei miei pensieri. Mi accompagnerai per non farmi sentire solo, sentirò il tuo abbraccio tutte le volte che avrò paura. E m’innamorerò di te, cento, mille volte ancora. Ti farò l’amore spogliandomi di tutte le mie impurità, delle mie debolezze che sono tante anche se cerco di mascherarle con il mio essere burbero e scostante.

Domani sarà diverso. A volte l’attesa è più emozionante del presente che si vive e chissà che non t’incontrerò davvero nel mio cammino, che non t’innamorerai anche tu di me e mi trasporterai come il vento nelle direzioni che desidero e che vorrei condividere con te.

Chissà che non t’innamorerai delle parole di questa lettera che non scriverò. Perché l’ho già scritta sulla sabbia bagnata che il mare si sta portando via.

Pagliacci

 


E ci ritroviamo eterni alleati
di una stessa idea di una stessa odissea
Pagliacci senz'anima senza sentimento
Pagliacci nel vento

Ma che odore strano ha il tuo corpo incolore
profumo di sesso fuori o dentro è lo stesso
Amanti dispersi per caso ritrovati
Amanti diversi

Tu od io?
Ma che confusione!
Tu od io?
Ma che coesione!

Pensieri bugiardi troppo vuoti gli sguardi
e si tira avanti senza troppi riguardi

Io mi tormento del mio assurdo momento
e tu stai a guardarmi, peggio ancora a scrutarmi
col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio
e non ti piaccio!

Quanta ipocrisia c'è nella vita mia!
Tra l'adulazione e l'immaginazione
c'è di mezzo un pagliaccio
fatto solo di ghiaccio
tu od io chissà forse tutti e due!

E ci ritroviamo un po’ soli e distratti
un po’ consumati un po’ tristi e sbagliati
Pagliacci senz'anima senza sentimento
Pagliacci nel vento

Tu ed io
sempre a litigare
Tu ed io
sempre a farci del male

Forse posso salvarmi dalla tua indifferenza
Forse posso sottrarmi alla tua impertinenza

Io mi tormento del mio assurdo momento
e tu stai a guardarmi peggio ancora a scrutarmi
col cuore di ghiaccio sembri proprio un pagliaccio e non ti piaccio!

Quanta ipocrisia c'è nella vita mia!
Tra l'adulazione e l'immaginazione
c'è di mezzo un pagliaccio fatto solo di ghiaccio
tu od io chissà forse tutti e due!

 

(Tratto da Le parole del mio tempo”)