E DA SOLO

Agli inizi degli anni ottanta, dopo aver ottenuto dalla SIAE la qualifica di paroliere e di compositore, la casa discografica Baby Records, in voga nel ventennio 1974/1994, mi propose di scrivere un testo sulle note di Gorgeous you’re right, brano strumentale di Stephen Schlaks tratto dall'album New Temptations del 1982.

Stephen Schlaks è un pianista statunitense che in Italia si affermò tra la metà degli anni settanta e gli inizi dell’ottanta con composizioni strumentali, all'epoca di moda, tra le quali, le celebri Kitty/Barbara, Casablanca, Pleasure e la già citata New Temptations.  

Ecco il testo e più in calce il video del brano. Provate a cantarla.

E da solo
faccio finta che 
m’innamoro
così inganno anche lei
che mi aspetta alle sei
fuori dai giorni miei

E da solo
vedo rosso di più
cerco un corpo
quale amore sei tu?
L’illusione va su
ogni volta di più

Mangio solo 
Vivo poco
Mi rinnovo
Cambio faccia così
la mia rabbia va via
con bugiarda allegria

Vanno avanti 
giorni stanchi
I miei anni 
sono tanti
e non so quanta strada farò
Se poi t’incontrerò

Tu da sola
o con un altro con te
e un amore
ubriaco com'è
Sarai tu o sarò io
a capire cos'è?

Bevo ancora
a quest’ora
Ma che noia
ora invento con lei
qualche cosa perché
non si accorga di te

Rido forte
ma la notte
mi conosce
sa che ho voglia di te
e mi chiedo perché?

E da solo
mi commuovo
cosa provo?
Forse niente però
qualche cosa farò
ma non mi perderò

Mangio solo
vivo poco
Mi rinnovo
Cambio faccia così
la mia rabbia va via
con bugiarda allegria

Vanno avanti
giorni stanchi
I miei anni
sono tanti
e non so quanta strada farò
Se poi t’incontrerò














LA VITA CHE PASSA, LA VITA CHE CAMBIA


Passa silenziosa la vita nell'ultimo respiro di chi non ha potuto stringere mani calde e affettuose. Passa inesorabile, come un destino beffardo e ineluttabile, una tempesta invisibile che si è abbattuta in un secondo in corpi indifesi e sfortunati procurando gelo e solitudine. La vita che passa in questi tempi maledetti è un treno che viaggia a velocità supersonica per giungere al capolinea dell’ignoto quasi senza accorgersene.

Passa la vita violata, lacerata, strappata come un aquilone che ti scappa di mano per perdersi nel cielo infinito, l’eternità di un attimo che diventa storia passata che non puoi più raccontare. La vita che passa in questi tempi bui è una stella caduta nel mare che nessuna nave potrà mai recuperare.

Cambia la vita che è già cambiata nell'angoscia di un improvviso isolamento, dove le immagini prendono corpo e sostanza per rubare una carezza ed un sorriso, un saluto con la mano che vorresti afferrare prima che la luce dello schermo si spenga definitivamente. La vita che cambia in questi tempi austeri è un filo virtuale a cui ti aggrappi per sentirti ancora vivo e vitale.

Cambia la vita che cambierà quando tutto sarà finito e si potrà di nuovo tornare per le strade ad abbracciarsi e a raccontarsi, reduci di una guerra spietata e senza confini che resterà nella nostra memoria, ma che sapremo di averla vinta davvero solo con la forza dell’amore e di una rinnovata generosità. La vita che cambia in questi tempi sospesi è una valigia da preparare con nuove cose da portare e tante altre da disfare non appena il viaggio riprenderà.

Se saremo diversi e migliori solo il tempo potrà dircelo.

La vita che passa, la vita che cambia è una storia da riscrivere nel tempo che verrà.


Stare fuori


Fuori.
È più di un anno stare soli
Più di un inverno stare fuori
Più della faccia di un amore
che non ti vuole e che ti lascia fuori …”

Da ragazzo io e la mia compianta sorella, prematuramente scomparsa, ci emozionavamo fino a commuoverci nell'ascoltare questa bellissima canzone di Loredana Bertè “Stare fuori”, scritta da Ivano Fossati, meno nota rispetto ai tanti successi della rock-star calabrese, ma così intensa e profonda da rappresentare una denuncia solenne contro l’indifferenza. 

La solitudine è un’arte per chi riesce a conviverci ma è anche una pericolosa discesa all’inferno per chi invece la vive come una scelta imposta dalle circostanze rimanendo ai margini della propria e altrui esistenza.

Quando è obbligata diventa una sorta di spirito di sopravvivenza, tipico stato di chi si sente accerchiato da una serie di fattori negativi che lo spingono a ricercare nella propria interiorità gli appigli più sicuri e le risorse, necessarie e dovute, per provare a riemergere. 


Ho imparato a vivere con me 
a mangiare discorsi senza te 
a guardare le macchine così 
ma nessuno mi porta via da qui” 

Sono passati trentatré anni da quando ho scritto questa canzone tratta dall'album “Cerco” e inserita nella raccolta “L’aquila non ritorna”. Esegesi di un mondo interiore che si evolve attraverso la conoscenza di se stessi, mentre fuori tutto scorre velocemente e distrattamente. 

C’è una solitudine positiva ed un’altra di segno opposto. Il protagonista del testo vive purtroppo nella seconda come reazione ad un mondo esteriore cinico e perverso, chiuso nella propria autoreferenza ed indifferenza. 

La sommatoria di storie individuali come quella di “Vivere con me”, è indicativa di un problema sociale di più ampie proporzioni, caratterizzato dal disagio affettivo (o disaffettivo) che si erge a muro invalicabile sull'impoverimento relazionale e, più in generale, sull'incapacità di coglierne i segnali. 

Chi fa da sé fa per tre, recita un celebre proverbio. 

Ci si abitua così alla propria solitudine, si ascoltano le voci di dentro costruendosi una sorta di sistema immunitario per auto-rigenerarsi. Un po’ come un camaleonte che cambia colore adattandosi a qualsiasi tessuto sociale che gli viene cucito addosso. 

E nel silenzio contemplativo tenere alto lo sguardo per scorgere, oltre l’orizzonte, nuove prospettive di vita. 

A Isabella

CASA DOLCE CASA


In questi giorni terribili in cui l’imperativo più altisonante che si ascolta dappertutto è di restare a casa, dobbiamo riscoprire, volente o nolente, gli antichi sapori del focolare domestico. Vero che le abitudini sono dure da scardinare, ma un cambiamento del proprio stile di vita, specie se preordinato ad una futura e più calorosa socializzazione non può che farci bene.

Come sapete, sono napoletano. Ricordo la mia esperienza ai tempi del colera, un’epidemia che colpì Napoli alla fine dell’estate del 1973 e che fu causata da un virus, il vibrione, rinvenuto in una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Ero giovanissimo e trascorrevo con la mia famiglia le vacanze nel salernitano. Anche allora ci fu il panico, la paura di un contagio che avrebbe abbattuto intere popolazioni. Ricordo che tardammo il rientro a Napoli e ci sottoponemmo tutti alla vaccinazione. Il bilancio fu di poche decine di morti e tanti ricoverati ma soprattutto, allora, c’era già un vaccino che ci salvò.

Oggi le cose sono molto diverse. Contro questo virus, Covid 19, subdolo e sconosciuto, non è stato ancora scoperto l’antidoto. Ecco, quindi, che diventa importante la prevenzione attraverso il c.d. distanziamento sociale, termine che abbiamo imparato a conoscere in questi giorni e che significa mantenere le giuste distanze gli uni dagli altri (almeno 1 metro), evitare qualsiasi contatto fisico oltre che osservare le nome d’igiene come il lavarsi spesso le mani, non portarle alla bocca, naso ed occhi e, soprattutto, restare a casa per evitare la diffusione del contagio.

La casa è diventata quindi il luogo più sicuro e bisogna spendere il tempo a disposizione (per chi può) nel miglior modo possibile. Si potrebbero rispolverare abitudini che forse, nella vita frenetica ante epidemia, abbiamo dimenticato o coltivato con meno frequenza. Come leggere un libro, una fiaba ai propri figlioli piccoli, giocare con loro o fare insieme i compiti che le scuole, stante la chiusura obbligata, stanno assegnando attraverso i vari canali telematici.

Avere cura dei nostri cari più anziani, coccolarli, non importa se a volte a distanza o con una video-chiamata. Informarsi o divagarsi guardando un bel film alla TV. Riflettere e prepararsi al meglio quando tutto sarà finito e si potrà  ritornare nelle piazze o in altri luoghi di ritrovo per abbracciarsi di nuovo con più calore e affetto.

Restare a casa, al di là della situazione drammatica in cui stiamo vivendo, è anche un privilegio rispetto a tante persone costrette a lavorare, primi fra tutti, il personale medico e paramedico che in questi giorni si sta prodigando con eroismo e abnegazione per salvare tante vite umane.

Emblematica è la foto del post che ritrae un’infermiera di Cremona accasciata sulla scrivania, stremata e distrutta dalla lotta quotidiana contro questo maledetto virus. Forse il simbolo di questa tragedia che racchiude in sé l’eroismo e l’alto senso di altruismo ma anche un monito per riscoprire i valori della vita, il senso di responsabilità che tutti noi dobbiamo rafforzare con i nostri comportamenti ed essere migliori.

Casa dolce casa, quindi. In attesa che le porte possano di nuovo riaprirsi e sorridere al mondo.


ESORDIENTI PER SEMPRE


Forse si è autori esordienti per sempre. A parte i grandi maestri della letteratura, penso che uno scrittore debba sempre mettersi in gioco e considerare ogni opera che propone come se fosse la prima. Niente è scontato, per restare sul palcoscenico letterario bisogna mantenere il piglio, l’entusiasmo, l’emozione acerba della prima volta. In questo modo l’etichetta di “autore esordiente” non assume per niente il significato di essere sconosciuti o principianti ma, al contrario, è la leva per rinnovarsi e riproporsi nel tempo.

Affermarsi è difficile, confermarsi lo è ancora di più. Soprattutto nel campo letterario dove il rapporto tra domanda/offerta è decisamente sbilanciato in favore della seconda. Siamo un popolo di scrittori e di poeti, i libri spuntano nel mercato dell’editoria come funghi e distinguersi in questo marasma di letteratura o pseudo letteratura sparsa è davvero complicato.

A ben guardare anche per gli scrittori che hanno scritto la storia della letteratura, ripetersi non è stato facile. Umberto Eco, ad esempio, è per i più identificato nella sua opera più rappresentativa, “Il nome della rosa”, anche se il suo curriculum non si limita solo a questo capolavoro. Andando indietro nel tempo, Dante Alighieri si ricorda per l’immensurabile “Divina Commedia”, e Alessandro Manzoni, pur avendo composto diversi scritti, ha legato la sua fama soprattutto per “I Promessi Sposi” che resta a tutt'oggi la sua opera più significativa e di spicco.

Se per i grandi della letteratura il cammino è stato arduo, figuriamoci per il resto degli scrittori o pseudo tali che si avventurano in questo campo, poche volte con profitto, molte altre in maniera estemporanea, episodica, da non lasciare, spesso, alcuna traccia.

Di questi tempi la concorrenza è ampia e agguerrita: auto-pubblicazioni selvagge anche per promuovere le ultime ricette della vicina di casa, scrittori improvvisati per conquistarsi uno spazio di celebrità che è solo illusoria, editoria a pagamento, che investe poco o che punta più sulla quantità che sulla qualità, sicché emergere o individuare opere di qualità è quasi come cercare un ago nel pagliaio.

Esordienti per sempre, quindi, tanto per continuare da dove si è iniziati e provare a districarsi in questa fucina incontrollata di idee affinché le proprie emozioni, sempre in continuo divenire, possano arrivare a chi saprà raccoglierle e condividerle con un passaparola spontaneo e crescente.  

Oggi è il miglior risultato che si possa sperare.



ABBASSO IL RE


È la corona che nessuno vorrebbe indossare, un ornamento da tenere a debita distanza e da debellare in fretta. Abbasso il Re con questo coronavirus che dalla Cina, dove si è sviluppato, ha raggiunto l’Europa e il nostro Bel Paese seminando molta preoccupazione e angoscia.

Come in tutti gli eventi di questa portata, c’è un nemico forse ancora più importante da combattere: il panico. Dopo aver scoperto due focolai nella zona della bassa Lombardia e nel Veneto, è scoppiato il caos con una proliferazione di fake news, di leoni della tastiera improvvisati esperti e virologi che hanno diffuso le informazioni più svariate e fuorvianti seminando in qualche caso il panico che è ciò di cui abbiamo meno bisogno.

Supermercati presi d’assalto con provviste di viveri che forse non accadeva dai tempi delle guerre mondiali, farmacie intasate da richieste di detergenti e di mascherine andate subito in esaurimento, i soliti sciacalli che propongono prodotti di questo tipo a prezzi triplicati. Azioni scomposte e disordinate che forse mietono ancor più dello stesso virus cinese.

In questi casi bisognerebbe usare molto buon senso e  capacità di saper leggere, interpretare e seguire i messaggi e le istruzioni dalle Autorità competenti, le sole deputate a gestire l’emergenza con scientificità e raziocinio.

Si è assistito invece ad ordinanze comunali fantasiose, prive di qualsiasi supporto metodologico e motivazionale, iniziative di pancia e scoordinate di vario genere, un fai da te che ha generato in qualche caso ironia (nella migliore delle ipotesi) e in gran parte dubbi e preoccupazioni ben maggiori e sproporzionati rispetto alla serietà del problema.

Un abbasso il Re rivolto anche a questi “collaboratori” dell’ultima ora, colti da un protagonismo gratuito che non produce alcuna utilità alla causa comune.

Per fortuna (o per merito) c’è un’altra Italia, quella maggioritaria che lavora con serietà, attenzione e competenza. A quella soltanto dobbiamo volgere lo sguardo ed omaggiarla.

Con le forze migliori si può farcela, con le debolezze e con il panico non si va invece da nessuna parte.  

DICONO DI ME


A poco più di un mese dall'uscita, “Il futuro imperfetto” è risultato già molto gradito ai lettori che lo hanno letto. Un "dicono di me" che mi ha fatto molto piacere e che rappresenta, almeno per me, il target più qualificato e qualificante  del lavoro di uno scrittore.

Essere riuscito a trasmettere emozioni, pathos, qualcosa di me nei pensieri di chi lo ha letto (e, mi auguro, di chi lo leggerà) è, senza dubbio, la mia più grande soddisfazione.

Ecco alcuni commenti che mi hanno inorgoglito e per i quali desidero rivolgere il mio ringraziamento con un grande abbraccio.


Un libro da leggere tutto d'un fiato! Una volta iniziato rimani incuriosito ed attirato dai colpi di scena presenti in tutta la storia. In alcuni aspetti mi sono ritrovata nel personaggio di Edo. Grazie a Vittoriano Borrelli per avermi regalato spunti di riflessione importanti e significativi. Non mi resta che rimanere in attesa di un nuovo romanzo.”   
                                                                                                                                                                         (Pamela Sansone)

Romanzo avvincente...lettura piacevolissima.”
(Fabio Bulgheroni)

La cifra stilistica ha catturato anche me che non ho avuto la possibilità d'interrompere la lettura, affascinato, nella prima parte del libro, dalla perfetta ricostruzione della poetica leopardiana: qui è stato contrapposto, e comprovato, l'aspetto fisico, esteriore, imperfetto, del poeta e l'immaginifica, esaltante poetica che tocca l'infinito perfetto e sonoro, come quando, a esempio, si serve dell'onomatopeico "d'in su la vetta del..." che ripete il suono della campana. Ottima introspezione del personaggio principale, racchiuso nella cornice di un quadro "dipinto", con le parole, da Oscar Wilde. Complimenti a Vittoriano Borrelli che ha scelto un ossimoro come titolo del suo bel libro.”
(Angelo Muraglia)

Ti intriga e ti prende la curiosità, con i continui colpi di scena, di andare avanti nella lettura per arrivare alla pagina finale.”
(Rosaria D’Arpa).

Bellissimo, cinico, calcolatore, Edo ha costruito tutta la sua vita sulla certezza che, grazie alla sua avvenenza, la sua strada sarà sempre spianata. Ma si trova a doversi confrontare con una parte di sé più fragile o, semplicemente, inespressa, non considerata.
Questo romanzo è, a mio parere, anche una riflessione sugli imprevisti; che vengano essi dall'esterno o dal nostro io più profondo, possono comunque essere un’occasione di introspezione e di crescita.”
(Marilena Fancello)

Il futuro imperfetto è un libro grazioso e stimolante che ho davvero apprezzato e che mi sento di consigliare a tutti senza alcuna distinzione.
Ricordate che non è mai troppo tardi per iniziare a vedere con occhi nuovi la vita intorno a voi!
Questo libro è la prova inconfutabile dell'esistenza di un futuro imperfetto.”
(Noemi Veneziani)

Per chi desidera acquistarlo, “Il futuro imperfetto” è in tutte le principali librerie on line e fisiche oltre che nello store della casa editrice cliccando qui

L’AMORE E' PER SEMPRE


Non sono un sostenitore delle feste comandate, né tanto meno della ricorrenza di San Valentino che si festeggia proprio oggi costellata da spot mielosi e di dubbia autenticità.

Penso che l’importanza di certi valori non vada confusa (e trasfusa) con gli slogan propagandistici, il cui fine è esclusivamente quello di abbagliare l’immaginario collettivo (già di per sé carente) con stereotipi scontati e minimalisti che tutt'al più servono solo a lambire le coscienze.

L’amore è la distanza più breve tra un uomo e una donna”. Avevo letto questa frase qualche tempo fa scartando uno di quei cioccolatini che si ricevono in occasioni simili. Mi ero perfettamente adeguato al contesto e non c’era bisogno di riflettere e di comprendere. Ero io il contesto, e il contesto era me.

Fantasticherie e voli pindarici tipici dell’età giovanile in cui qualsiasi trasporto emotivo sembra durare per sempre. Poi crescendo è il ricordo ad essere l’unica cosa che rimane anche quando l’emozione che lo ha germogliato non c’è più.

L’eternità è un’invenzione dei poeti, fatta apposta per sopravvivere al malessere esistenziale, il compromesso che si frappone tra la realtà e l’immaginazione: quanto più la prima si allontana dalle nostre aspirazioni, tanto più la seconda si avvicina alle nostre evasioni intellettuali. Un serbatoio che riempiamo di sogni e di speranze che ritornano a noi dopo essere stati respinti dalle mancate condivisioni.

Meglio tuffarsi nelle canzonette appena sfornate dal teatro Ariston di Sanremo, che qualcuno proverà a fischiettare in macchina prima di andare al lavoro e prima che il loro eco svanisca non appena si affronteranno i soliti problemi.

In fondo è bene non prendersi sul serio e non pensare troppo all'amore.

L’amore è un’altra cosa. E’ per sempre.


AMARECORD


Tanto vituperato da essere bandito quasi quanto il temibile corona-virus, il festival di Amadeus è stato invece un successo senza precedenti, con un pubblico di telespettatori sempre in crescendo dalla prima all'ultima serata. La settantesima edizione, quella del venti-venti, ha battuto tutti i record d'ascolto che non si registravano da oltre un decennio.

A buon diritto il bravo Amadeus si è guadagnato il nomignolo di Amarecord per il successo conseguito, tanto da essere seriamente candidato a fare il bis per la prossima edizione. Ma qual è il segreto di cotanto consenso? Forse la variabilità dello show, mai uguale a se stesso, capace di offrire uno spettacolo dalle multiformi sfaccettature e di attirare un pubblico variegato, dai più giovani ai più attempati. A partire dalla conduzione che ha visto al fianco di Amadeus la partecipazione di Fiorello, che è una garanzia, e di Tiziano Ferro sempre molto apprezzato dai suoi fans.

Bene anche le collaboratrici di turno, fra tutte, Rula Jebreal, giornalista di origine israeliana, con il suo toccante monologo contro la violenza sulle donne. Altrettanto azzeccata la scelta degli ospiti, quasi tutti italiani, da Albano e Romina Power presentati dalla figlia Romina junior, al ritorno dei Ricchi e Poveri nella loro formazione originaria con Marina Occhiena, la bionda silurata quasi quarant'anni fa per una tresca con il compagno della brunetta Angela. Più discutibile la presenza di Benigni i cui messaggi “proletari” sono apparsi in contrasto con il suo lauto cachet.

Fra tutti, merita una citazione a parte la commovente esibizione di “Io sto con Paolo”, eseguita con la presenza sul palco di Paolo Palombo colpito a soli 18 anni dalla SLA. Il brano, cantato dal rapper Kumalibre con l’assistenza del fratello di Paolo, Rosario, che ha gestito il monitor per la comprensione del testo da parte dello sfortunato ragazzo, ha emozionato la platea e il pubblico televisivo. Un momento di forte pathos e di spettacolo intelligente.

Sul fronte della musica hanno fatto discutere le esibizioni alla Renato Zero prima maniera di Achille Lauro, cantautore controverso ma con un folto pubblico giovanile al seguito, e la squalifica di Morgan in coppia con Bugo per aver contravvenuto alle regole del festival: nella fattispecie il cambio provocatorio del testo da parte dell’ex di Asia Argento che ha suscitato le ira di Bugo che ha abbandonato la scena.

Vince Diodato ma nel complesso le canzoni presentate sono state di buon livello sia pure con qualche bocciatura.

 Ecco le mie pagelle (in ordine di classifica finale):

  1. DIODATO: Fai rumore. Vince il meno favorito alla vigilia. La canzone è orecchiabile ed è ben interpretata dal cantautore tarantino. Voto 7 
  2. FRANCESCO GABBANI: Viceversa. Non ai livelli di Occidentali’s Karma, brano con cui conquistò la vittoria tre anni orsono, questo Viceversa è comunque di buona fattura con un testo che inneggia alla reciprocità delle relazioni affinché durino nel tempo. Voto 7,5 
  3. PINGUINI TATTICI NUCLEARI: Ringo Starr. Forse la vera sorpresa del festival con un’esibizione sulla scia dello Stato Sociale, gruppo pop che partecipò alla kermesse nel 2018 con “Una vita in vacanza”. Piacevole. Voto 7 
  4. LE VIBRAZIONI: Dov’è. Brano dalle ampie sfumature autobiografiche che racconta il mal d’amore di Sarcina con l’ex compagna, è stato a lungo in lizza per la vittoria finale. Gradevole. Voto 7 
  5. PIERO PELU’: Gigante. Pelù debutta a Sanremo con un’esibizione rock alla sua maniera. Brano orecchiabile e di sicuro successo. Voto 8 
  6. TOSCA: Ho amato tutto. Le qualità canore di Tosca non si discutono ma la melodia poteva essere migliore. Voto 6 
  7. ELODIE: Andromeda. Ritmo incalzante e buona esibizione. Piace già a molti giovani. Voto 7 
  8. ACHILLE LAURO: Me ne frego. A parte l’impatto scenico, discutibile quanto si vuole ma efficace nel messaggio anticonformista che ha voluto trasmettere, il brano è già uno dei più ascoltati alle radio. Voto 7+ 
  9. IRENE GRANDI: Finalmente io. La mano di Vasco Rossi, autore del brano, si vede e si sente. Non ripete però la più collaudata “La tua ragazza sempre”, scritta per lei qualche anno fa dallo stesso Vasco. Voto 6 
  10. RANCORE: Eden. Carina ma…senza rancore. Voto 6- 
  11. RAPHAEL GUALAZZI: Carioca. Ballabile e orecchiabile, in linea con il Carnevale brasiliano di questi tempi. Voto 6 
  12. LEVANTE: Tikibom bom. Il titolo sembra la marca di un chewing gum. Ma niente più. Voto 5- 
  13. ANASTASIO: Rosso di rabbia. Lo siamo anche noi, a dispetto del testo nettamente migliore dalla solita melodia rap. Voto 4 
  14. ALBERTO URSO: Il sole a est. Il brano è di gran lunga inferiore alle qualità canore di Urso. Voto 4 
  15. MARCO MASINI: Il confronto. Forse il testo più intenso e introspettivo. Non male. Voto 7 
  16. PAOLO JANNACCI: Voglio parlarti adesso. A parte la somiglianza impressionante con il compianto papà Enzo, la canzone e il testo sono ottimi. Posizione in classifica immeritata. Voto 8 
  17. RITA PAVONE: Niente (Resilienza 74). Gli anni passano ma la voce è sempre giovane e graffiante. Rita non sfigura e meritava maggior fortuna. Voto 7 
  18. MICHELE ZARRILLO: Nell'estasi o nel fango. Più estasi che fango. Buon ritmo e melodia. La classifica non lo premia ma il brano avrà maggior successo in quella che conta di più. Voto 7 
  19. ENRICO NIGIOTTI: Baciami adesso. Un passo indietro (forse due), rispetto alla canzone dedicata al nonno presentata un anno fa (Nonno Hollywood). Voto 5 
  20. GIORDANA ANGI: Come mia madre. Non ripete i successi conseguiti ad Amici. Canzone impegnata. Forse troppo. Voto 5,5 
  21. ELETTRA LAMBORGHINI: Musica (E il resto scompare). Brano da discoteca eseguito da una cantante improvvisata che si è tolta lo sfizio di esibirsi a Sanremo. E’ già scomparsa. Voto 5 
  22. JUNIOR CALLY: No grazie. Per lo meno è educato. Ma nulla più. Voto 4 
  23. RIKILo sappiamo entrambi. Parabola discendente per l’ex vincitore di Amici di qualche anno fa. Voto 4

IL MONDO DIMENTICATO


Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare

Chi non ricorda l’inciso di questo bellissimo testo di Simone Cristicchi che gli valse la vittoria a Sanremo nel 2007? Pura poesia dedicata al mondo dei dimenticati, di coloro afflitti da malattie mentali che annientano il ricordo, il pensiero ragionato in luogo di quello estemporaneo, confuso e compulsivo.

Cosa si nasconde dietro la psiche umana che ad un certo punto va in tilt come un flipper impazzito? È il mistero dei misteri. Le componenti degenerative di matrice organica s’intrecciano con quelle più impercettibili di una vita interiore sommersa, che prende il sopravvento e diventa la sola possibile nonostante la totale dissociazione dall'essere.

Perché il mondo dei matti ha una vita interiore propria, impenetrabile per gli altri ma piena di vitalità florida ed inespressa. Oscuri nel biancore di stanze aride e fredde, questi “matti da legare” annegano nella loro solitudine pur rimanendo aggrappati ad un sogno impalpabile ed evanescente.

La vita interiore, si sa, è contrassegnata dal simbolismo, le azioni sono intercettate nell'animo e non si manifestano all'esterno se non in maniera immanente e controllata. Per i dimenticati il rapporto è capovolto: è la realtà ad essere simbolica, per loro conta solo quello che accade dentro in una logica intima e personale che fuori appare, invece, disordinata e disorganica.

La poesia e la tenerezza che traspaiono dai loro sguardi persi e disorientati, è un’intuizione che pochi sanno cogliere perché le barriere che s’innalzano con l'altra parte delle persone che si definisce “normale” sono spesse ed insormontabili.

Un tempo manicomi, ora ospedali psichiatrici, è cambiato il protocollo sanitario in favore di una umanizzazione del trattamento terapeutico, ma le distanze restano e il mondo dei dimenticati è una solitudine che dilaga in un mare aperto senza orizzonti e prospettive d’insieme.

Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore


La storia di Gertrude


Personaggio controverso de “I Promessi Sposi”, Gertrude, meglio conosciuta come la monaca di Monza, è senza dubbio una delle figure femminili più interessanti della letteratura italiana. La sua storia, raccontata con maestria e pregevole fattura dal grande Alessandro Manzoni, ha commosso e fatto discutere intere generazioni risultando ancora oggi tra le migliori espressioni della scrittura d’autore.

Disse quel sì e fu monaca per sempre, inciso scarno ma pieno di contenuti intuitivi, è uno dei passi del romanzo in cui la tecnica narrativa meglio si sposa con l’esigenza di descrivere un fatto, ovvero la decisione di accettare malvolentieri i voti del noviziato, e la volontà di infondere a questo stesso evento una bellezza elegiaca racchiusa in poche ma significative parole.

La storia di Gertrude è il romanzo nel romanzo dal quale potrebbe essere tranquillamente estratto senza incidere sulle vicende degli altri protagonisti. Tema principale è la rinuncia, dolorosa ed inevitabile, al desiderio di Gertrude di maritarsi ed avere dei figli come lo sarebbe stato per la maggior parte delle amiche del collegio nel quale era stata rinchiusa.

Il suo destino segnato, a partire dalle bambole vestite da monache che le venivano regalate da bambina, spinge Gertrude ad una prima ribellione accettando la corte di un paggio al servizio della famiglia. Ma una cameriera scopre l’intreccio e consegna al padre una lettera che doveva finire nelle mani dell’improvvido corteggiatore. Dopo alcuni giorni passati in isolamento, Gertrude, esausta e rassegnata, ottiene il perdono del padre ma è costretta, suo malgrado, ad accettare la vita monacale.

Figura fragile e facilmente plasmabile, Gertrude subisce un vero e proprio lavaggio al cervello sui vantaggi della vita monastica rispetto alle insidie e alle debolezze del mondo e alla fine supera, con rassegnazione, il colloquio con il vicario delle monache prima di prendere i voti.

L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare, che la sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d'aver tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò.”

Ma “la sventurata rispose”. Dopo aver preso i voti, Gertrude inizia una relazione clandestina con il perfido Egidio, suo vicino di convento, ma la tresca è scoperta da una novizia che sarà messa a tacere con la morte per mano dello stesso amante. Qui la ribellione di Gertrude si fa più icastica e definitiva, travolta da una perdizione senza ritorno che la porterà ad ingannare persino Lucia, cui aveva offerto protezione dal terribile Don Rodrigo, favorendone il rapimento per conto dell’Innominato.

La storia di Gertrude è una storia senza tempo perché in tanti si sono riconosciuti o si possono riconoscere nell’incapacità di lottare e di vivere una vita propria senza condizionamenti o compromessi. È la storia di quanto il male subito viene fatto proprio e perpetrato, a sua volta, ai danni degli altri e soprattutto di se stessi finendo in una spirale dalla quale diventa quasi impossibile liberarsi.
     
Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava in certi momenti qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza…”   

“…si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté e fu monaca per sempre.”

(La storia di Gertrude - I Promessi Sposi. A. Manzoni).

QUANDO DIO ERA MORTO


In occasione della giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno ai sensi della legge 20 luglio 2000 n. 211, riporto alcune testimonianze delle vittime di Auschwitz raccolte da Paolo Mordechai Sciunnach, dottore in Storia-Filosofia, Studi Ebraici Collegio Rabbinico e membro Assemblea dei Rabbini d'Italia. Storie toccanti da non dimenticare che hanno segnato una brutta pagina della Storia dell’umanità. Un momento storico in cui, forse, Dio era veramente morto. 

Quello che sto per scrivere è tratto e basato su tutte le testimonianze che mi sono personalmente state raccontate da due ex deportati sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz 2 Birkenau, Shlomo Venezia e Luigi Fagi

Fummo arrestati una mattina presto, quando ancora faceva buio in modo da nascondere ai cittadini la deportazione di massa. Ci caricarono subito su un grosso vagone di un treno merci, ci spingevano a calci se uno camminava piano, avevano cani e manganelli. 

Rimanemmo stipati nel vagone per tutto il viaggio ci fu concesso di scendere una sola volta. I bisogni corporali venivano soddisfatti nel mezzo del vagone. Ci furono dati viveri in quantità assolutamente insufficiente. Ci dissetammo con la neve. 

Trascorremmo tutto il viaggio al buio senza poterci neanche coricare per deficienza di spazio. Tentativi di fuga dal nostro vagone furono frustrati dalla vigilanza della scorta, dai contrasti tra i prigionieri, alcuni dei quali, per paura delle conseguenze, ostacolavano i tentativi dei compagni, e dalla delazione. 

Stalattiti di ghiaccio si formavano dalle aperture del vagone. Per tutta la durata del viaggio udimmo numerosi bombardamenti aerei che facevano vibrare il vagone. 

Arrivati a Auschwitz 2 Birkenau fummo incolonnati a fianco del treno nella rampa principale al centro del campo, c'era una grande confusione poi un grande silenzio; sotto la neve, gli ufficiali e i soldati delle SS ci misero perfettamente in fila con i cani poliziotto. Dalla ciminiera dei crematori usciva un odore terribile e uno strano pulviscolo vagava nell'aria. 

I tedeschi, muniti di manganelli, picchiarono alcuni nostri compagni per futili motivi. Ci furono quindi tolti gli abiti e le valigie, la valuta e tutti gli oggetti personali. 

Poco dopo iniziarono la selezione: i vecchi e i bambini che non potevano lavorare venivano a forza trasportati alle camere a gas, chi invece era ritenuto idoneo al lavoro veniva portato alla zauna dove avveniva la doccia, la rasatura e la marchiatura. 

Rimasti in possesso solo della cintura dei pantaloni ci vennero forniti una camicia, pantaloni, un cappello e un paio di zoccoli. Al momento della marchiatura e della rasatura la pelle era ricoperta di sangue, il numero sul braccio era una tortura. 

Usciti bagnati dalla doccia ci rivestimmo, fummo cacciati all'aperto nella neve con un freddo polare, ci costrinsero per divertimento a rotolarci nella neve e chi non lo faceva veniva picchiato a sangue. Dopo una lunga permanenza all'aperto fummo avviati alle baracche. 

Il campo era ed e' formato da: doccia, cucina, crematorio, camera a gas, caserma di tolleranza per i tedeschi, e le baracche di alloggiamento per i prigionieri. Nelle baracche si dormiva su pagliericci che erano stesi sui bancali a tre piani e cosiddetti letti a castello. A volte si dormiva addirittura in 5 su un letto solo. Ogni baracca (block) era inquadrata da un capo-blocco, che provvedeva alla disciplina nel blocco. 

Nelle baracche non c'erano nè gabinetti nè lavabi: questi erano raggruppati in baracche apposite. 

Il vitto giornaliero consisteva in caffè senza zucchero al mattino e un litro di zuppa di rape in cui raramente qualche fortunato trovava una briciola di carne; ognuno di noi disponeva di una gamella che utilizzava per i più svariati usi oltre che per mangiarci; alla sera 300 grammi di pane e surrogato di caffè, brodaglia che usavamo per lavare la gamella. Questo vitto poteva bastare a tenerci in vita malamente; di giorno si lavorava e basta. Di giorno e di notte le bastonature e i maltrattamenti erano molto frequenti anche per stupidaggini. 

Fra i prigionieri la vita media era di 4-5 mesi dopodiché per malattia, per fame, per torture o per le camere a gas morivi: non c'era speranza di salvezza nel modo più assoluto. 

Di giorno alcuni degli haftlinge (prigionieri) lavoravano, come noi, al sonder kommando altri all'arbeits kommando: il sonder kommando consisteva nel trasportare i selezionati alle camere a gas, gassarli e successivamente sgombrare le camere a gas, togliere tutto il recuperabile dai cadaveri nudi e deformati: denti d'oro, capelli, ecc.., successivamente bruciare i cadaveri nei forni, trasportarne le ceneri, il tutto essendo consapevoli che prima o poi quella sarebbe stata la propria fine. 

L'arbeits kommando consisteva in un altro tipo di lavoro forzato: attività di vario genere, costruzione di baracche, torture, lavori di vario genere, organizzazione del revier del lager (una specie di lazzaretto dove venivano ricoverati i soggetti cavia). Lavoravamo tutto il giorno nelle camere a gas e nei crematori. La mortalità era altissima. 

Periodicamente venivano, assieme ai nuovi arrivati, effettuate delle nuove selezioni anche tra di noi: chi non le superava, era morto; ogni volta che c'era la selezione era per noi il panico, pensavamo di non poterla superare. La fame, unita alle epidemie di tifo e di diarrea, era ossessionante: difficile era scacciare l'idea del cibo dalla mente, che minacciava di sommergere ogni altro pensiero. 

Molti occupavano tutta la giornata in trattative per racimolare qualche pezzo di pane in più, alcuni genitori rubavano il pane ai figli e viceversa, c'erano continue risse per un pezzo di pane. 

La tortura della fame non dava tregua neppure nel sonno. 

Una mattina, invece di recarci come al solito al sonder kommando, ci portarono al revier dove fummo vittime di un esperimento farmacologico per conto della Bayer: tutto quello che ricordo e' una siringa, e poi di essermi svegliato con 40 di febbre. 

Ricordo che un giorno, mentre sgombravamo le camere a gas sentimmo tra i cadaveri un piccolo gemito: scoprimmo che era un lattante che si era salvato e che non trovava più la mammella della madre stesa a terra; lo prendemmo e cercammo di nasconderlo ma un SS lo trovò e lo uccise subito. 

Le esecuzioni dimostrative sulle forche e nelle celle della fame aumentarono vertiginosamente, soltanto per stupidaggini; le torture e gli esperimenti chirurgici accelerarono la distruzione. I trattamenti speciali: fucilazioni e isolamento a vita, aumentarono, le camere a gas raddoppiarono la loro produzione 25000 gassati al giorno (solo gassati, senza contare il resto). 

Si avvertiva qualcosa nell'aria, c'era tensione, gli alleati avanzavano verso di noi, c'era una speranza, ma lo sterminio accelerava. 

La distribuzione del vitto diminuiva paurosamente, il ritmo di lavoro del sonder kommando aumentava con il numero dei morti, non c'era nessuna pietà. I campi più piccoli venivano evacuati e uomini scheletrici, dai tedeschi considerati pezzi, affluivano nel campo in massa: 20000, 30000, sempre di più. 

La vita media dei prigionieri si era accorciata a 3 mesi, solitamente variava tra 1 e 2 e 1/2. 

Il numero di persone nei blok era raddoppiato, triplicato: si dormiva in 7 in un letto. malattie di ogni genere uccidevano dappertutto, il vitto era quasi totalmente assente, non c'era più pulizia nel modo più assoluto. 

Dopo alcune settimane ci trasferirono in 3000 a Mauthausen dove rimanemmo per altri 3 mesi poi in un altro campo (di cui io, Paolo, non ricordo il nome), dove rimanemmo per un po', prima di essere liberati. 

Ricordo però che prima di essere trasferiti a Mauthausen fummo selezionati per il gas, ma una rivolta del sonder kommando risparmiò il nostro turno; poi fummo trasferiti, come ho già detto: un lungo viaggio a piedi sulla neve mezzi nudi, dormivamo all'aperto e al freddo; alcuni (i più debilitati), naturalmente, sono morti, camminavamo picchiati dai fucili di ferro delle SS e chi andava a stento veniva ucciso. Restammo nel lager per circa una settimana. Finalmente un giorno verso le ore 12 comparve una staffetta degli alleati. 

La voce si sparse, accorremmo tutti fuori dai reticolati, l'alta tensione era stata staccata, correvamo: sani, ammalati. Questi ultimi balzarono dai letti e, seminudi, barcollando e cadendo si fecero con gli altri incontro ai liberatori. 

Fu un momento di grande commozione: i volti di tutti erano rigati di lacrime; e mentre le voci si levavano in coro a cantare gli inni della resistenza di tutta Europa ci stringemmo in un fraterno abbraccio. Si cantò l'Ani-Mamin, e si recitò il Kaddisch. Ormai il campo era in mano nostra e degli alleati. 

Al lager furono giustiziati un'ottantina di SS: il conto che essi pagarono fu ben esiguo rispetto alle colpe di cui si erano macchiati (tra di essi c'era un capo blocco colpevole di numerosi stermini e massacri). Gli alleati arrivarono con il grosso delle loro forze e un reparto di carristi prese possesso del campo. Iniziò per noi un periodo di libertà, poiché non eravamo più schiavi ma i reticolati e le sentinelle non ci consentivano ancora di essere completamente liberi. Giunsero ufficiali, fotografi, medici, una commissione sovietica, tutti ad ammirare le bestie rare. 

Ci venne dato da mangiare, ma questo era troppo e così iniziarono le prime indigestioni e diarree: i nostri stomaci non erano più abituati al cibo. Ricordo che noi e i nostri amici dovemmo lottare a sangue per impossessarci di un sacco militare su un camion russo, ci barricammo in una baracca e lì tirammo a sorte il cibo da spartirci. Il padrone del camion allontanatosi per un istante si ritrovò saccheggiato di tutto. 

Una mattina in due uscimmo dal lager e per caso trovammo un gallo in un cortile, facemmo di tutto per non farlo strillare, il padrone se ne accorse ma ci permise di catturarlo; portatolo nel lager non sapevamo come ammazzarlo: lo torturammo un poco, e alla fine cessò di strillare, facemmo uscire il sangue dal collo e poi lo spennammo e lo pulimmo, lo cuocemmo sul fuoco e alla fine, nonostante fosse un po' duro, lo mangiammo festeggiando con un bel Lehaim con acqua. dopo mangiato un bel Hazzak ve matz e am Israel hai non ce lo vietava nessuno. Nonostante la libertà, le malattie erano sempre in agguato, si moriva ancora di grosse epidemie, l'igiene era scarsa come prima, non e' che la situazione fosse molto migliorata. L'indomani ci caricarono su camion alleati e ci trasportarono attraverso il Tirolo e l'Alto Adige in Italia. 

Finalmente eravamo in Italia. Eravamo liberi. Col passare degli anni siamo tornati alla vita normale, mettemmo su famiglia, ma dentro di noi abita sempre la morte. Soltanto nel 1990 trovammo il coraggio di parlare con gli altri della tragedia dei lager di sterminio, neppure ai nostri figli era stato raccontato nulla da parte nostra. 

Ma oggi tutti devono sapere e prima di morire dobbiamo far sapere tutto al maggior numero di persone, per ricordare e non dimenticare mai. Tutti, nessuno escluso, sia ebrei che goim si devono sentire coinvolti in prima persona nella shoah. Ricordare e nulla dimenticare. Vi ringrazio molto ragazzi, voi siete ebrei e dovete sapere e ricordare per dare il buon esempio agli altri popoli. Voi siate Kedoschim (santi) come Kadosch (santo) sono io, siate eletti, osservando i miei comandamenti. Questo disse il santo e benedetto egli sia, al popolo di Israele (dal Pentateuco). ricordate, voi darete l'esempio... grazie ragazzi, grazie di cuore a chi ci ha ascoltato fino qui. 

Questo è tutto quello che mi hanno raccontato i sopravvissuti ai campi di sterminio di Auschwitz 2 Birkenau durante il mio viaggio in Polonia, questo è quello che ora so e che tutti dovrebbero sapere, anche se questa è solo una briciola in confronto a quello che si dovrebbe sapere sulla shoah. Spero di avere dato a coloro che hanno letto questo piccolo giornale qualche cosa in più per iniziare a documentarsi sulla shoah. 

E con questo concludo sperando di essere riuscito a trasmettere il mio messaggio. 

 Paolo Mordechai Sciunnach

LE CAREZZE DEL DOLORE


Il dolore chiama il dolore che quasi non lo senti più. Ci si abitua alla sofferenza e ai dispiaceri molto più in fretta dei momenti di sparuta felicità o serenità. Ci sono stigmate che ti porti dentro che non puoi cancellare, nemmeno a volerlo. Il dolore da dentro si somatizza in ogni strato della pelle divenendo una sola cosa con una fisicità che si fa prematuramente decadente.

Non c’è miglior terapia del dolore che il dolore stesso, come un’arancia che si spreme per far uscire ogni goccia dalla sua buccia fino a farla divenire sottile da sembrare invisibile. Se pensiamo a certe pratiche terapeutiche di origine orientale come l’agopuntura, si prova a debellare il dolore con un’azione dello stesso segno: l’iniezione di aghi in determinati punti del corpo per procurare il benessere fisico e spirituale.

Il dolore appartiene soltanto a chi ce l’ha, inutile girarci intorno. È inviso, reietto, qualcosa che  porta sfortuna, da tenere a debita distanza. Per non esserne attratti o influenzati, ci si ripara dal dolore come si fa quando s’indossa una mascherina per tenersi immuni dai suoi germi.

Il dolore è isolamento, voluto o forzato da qualcosa che non ti appartiene, a cui tu stesso non appartieni più.

Il dolore è il giorno che si fa sera in un attimo. È un cielo buio senza stelle in cui ci s’infila nell'infinita oscurità che avanza verso la notte.

Il dolore è l’insonnia che non ti fa dormire, il silenzio che è un rumore sordo che senti soltanto tu. Malefica compagnia che ti sta accanto e non vuole abbandonarti. Lo senti in ogni parte del corpo, lo accarezzi e ti accarezza fino alle prime luci dell’alba.

E allora speri che finalmente sopraggiunga Morfeo a chiuderti gli occhi per non sentirlo più.

Fino al prossimo risveglio, alla prossima carezza.