LA FINE DI UN AMORE

La fine di un amore è un fatto tragico 
per chi credeva fosse magico 
Per noi lo sai non fu così 
Di colpo già svanì 

La fine di un amore è un dramma unico 
per chi credeva fosse mitico 
Per noi lo sai non fu così 
Al sole si sbiadì

E guardarsi dentro un'altra volta 
per un sentimento che non molla 
Forse è stata mia tutta la colpa 
Ho inseguito inutilmente un sogno 
che non è mai stato mio

La fine di un amore è come un giallo che
non scopri mai chi sia il colpevole 
Per noi lo sai non fu così 
entrambi ci punì 

La fine di un amore è un romanzo che
si scrive ma poi non si legge mai
Per noi lo sai non fu così 
il cuore ci scalfì

Forse è stata mia tutta la colpa 
Ho inseguito inutilmente un sogno 
che non è mai stato mio

CHE BRUTTA RAZZA GLI SCRITTORI!


Non si vive di sole parole, soprattutto di questi tempi con l’emergenza epidemiologica ed economica che sta mietendo vittime ed allargando le maglie del disagio sociale. Non c’è spazio per il verbo, conta sopravvivere, andare avanti e costruirsi una vita dalle ceneri di questo tsunami invisibile.

Non è un caso che tra le attività consentite nella c.d. fase 2, la cultura, l’arte, la rappresentazione espressiva dell’anima giacciono in un  limbo indefinito, fanalini di coda di un corteo che lentamente avanza per ripopolare strade e luoghi di ritrovo abituali. C’è ancora da osservare il distanziamento sociale e le altre precauzioni che ormai abbiamo imparato a memoria. E chissà quanto tempo ancora ci vorrà perché tutto ritorni alla normalità.

Certo, anche le biblioteche sono state riaperte sia pure consentendo prestiti in gran parte on line ed osservando precisi protocolli sanitari, come la quarantena dei libri passati al tatto di mani potenzialmente infette. Il mercato virtuale dovrebbe essere esploso a più non posso ma, come si dice, non è sempre oro tutto ciò che luccica.

Se già prima di questa tempesta virulenta e virale si leggeva poco, figuriamoci adesso che l’asticella del benessere sociale è precipitata verso il basso con ben altre esigenze e priorità da affrontare.

Cosa vogliono allora questi scrittori che vendono parole, storie immaginarie e sogni che calati nella realtà si trasformano in incubi? Brutta razza questi scrittori che si muovono a spintoni per cercare spazio tra la folla, diffidente e disorientata, per dispensare emozioni. Untori di una vita parallela che nella dilagante povertà cui stiamo assistendo è reietta e guardata con sospetto.

C’è bisogno di evasione, ma quella del pensare o del riflettere costa fatica ed impegno. E forse di questi tempi c’è bisogno del disimpegno spicciolo e senza troppi fronzoli. Dopo un lockdown che sembrava non finire mai, la tendenza è quella di catapultarsi all’aperto per prendersi in faccia tutta l’aria di cui si ha bisogno come quando, dopo una lunga apnea, si emerge dal fondo con la sola voglia di respirare.

Chi sono questi scrittori, parolai di sempre o dell’ultima ora che non ci incantano più. Per prima cosa c’è da costruire una vita partendo dalle fondamenta di case abbattute che vanno disinfettate e rese asettiche. All'involucro ci penseremo poi.

Agli scrittori e ai poeti ci penseremo domani.

LETTURE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS


In questi tempi difficili, di angoscia e trepidazione, in cui l’Italia intera sta combattendo contro un nemico invisibile, l’epidemia da COVID 19, meglio conosciuta come “Coronavirus”, ho pensato di raccogliere in questo e-book 32 racconti brevi da me scritti nel corso degli ultimi otto anni sul mio blog “Le parole del mio tempo”.

Lo scopo è quello di offrire a tutti coloro, che in questi giorni sono costretti a rimanere a casa per limitare la diffusione del contagio, uno strumento di lettura a struttura sistematica che mi auguro possa essere piacevole e distensivo.

Sono racconti che abbracciano vari temi della nostra esperienza quotidiana, dal terrorismo post moderno alla violenza sulle donne, dall'anoressia al male di vivere della depressione, dal carrierismo alla solitudine quale scelta obbligata o voluta nell'Era della comunicazione virtuale.

Tutti temi strettamente legati alla realtà e accomunati da un unico denominatore rappresentato dalla riflessione e dal senso di autocritica più o meno marcato. Un viaggio alla scoperta delle emozioni più recondite dell'animo umano con uno sguardo rivolto al futuro sperando che sia migliore e memore di ciò che è stato negativo nella propria esperienza di vita.

Il libro è pubblicato su Amazon sia nel formato e-book (gratuito fino al 23 maggio prossimo) che nella versione cartacea.

I proventi di questo libro saranno devoluti all'Ospedale S.Anna di Como per la lotta contro il coronavirus.

Grazie a quanti aderiranno e apprezzeranno questa iniziativa.


LO SCARABOCCHIO


In molti libri pubblicati da scrittori e da editori si leggono tanti errori di grammatica o di sintassi che sono un duro colpo per i lettori che li hanno acquistati.  Dei veri e propri strafalcioni che abbassano di molto la qualità del prodotto a prescindere dalla trama, più o meno godibile. Uno scarabocchio che è un insulto agli amanti della buona lettura.

È un fenomeno molto diffuso che si registra non solo nella vasta platea degli scrittori “fai da te”, ma anche, fatto ancor più grave, quando il libro è pubblicato da case editrici, per lo più piccole e anonime, che offrono un servizio di editing davvero scadente.

Si dice che la sostanza debba prevalere sulla forma ma nel mondo della letteratura questi due fattori sono un binomio indissolubile che devono andare necessariamente a braccetto se si vuole parlare di opera letteraria vera e propria.

Nel mondo della letteratura non vale il detto “parla come mangi”, c’è bisogno di raffinatezza, proprietà linguistica, capacità di elaborare concetti, anche complessi, in modo scorrevole e di facile presa senza perdere di vista le regole grammaticali di base: soggetto, predicato e complemento, ciascuno al posto giusto.

Un libro, un buon libro, deve saper “comunicare” , altrimenti è solo un ammasso di parole, spesso scoordinate tra loro e senza costrutto. Anche una trama, potenzialmente interessante, rischia di essere travolta da questo disordine espositivo a tutto danno della qualità, della leggibilità e comprensione della storia narrata.

Spesso si leggono commenti del tipo “Ho letto solo le prime pagine”, “Questo libro è un mattone”, “Che delusione! Mi aspettavo molto di più.” E accade, badate bene, non solo quando l’opera è scritta  da autori sconosciuti ma anche quando è prodotta da scrittori già affermati e pluripubblicizzati. Qui la delusione è doppia: la fiducia riposta nello scrittore di grido viene tradita nei fatti da un prodotto scarso che di letterario ha soltanto il nome.

Scrivere oggi non è come si faceva un tempo. Molti pensano di essere capaci di farlo, favoriti anche da una tecnologia informatica di tipo “popolare” e “globalizzante” che permette a tutti di scrivere o di dire quello che si vuole mentre il più delle volte sarebbe meglio tacere ed astenersi dal cimentarsi in imprese già votate al fallimento.

Questa democratizzazione dello scrittore o pseudo tale è altresì favorita dalla mancanza di una vera e propria selezione che impedisca sul nascere la diffusione di tanti scarabocchi. Ma anche quando c’è, succede che gli stessi “valutatori” peccano di capacità e competenza.

Per scrivere bene c’è bisogno di leggere tanto ed essere dotati di una buona base di cultura. Ma potrebbe non bastare se non c’è l’ingrediente principale: il talento.

Il talento non s’inventa. O ce l’hai o non ce l’hai.

NON MI PIACI

Di questi tempi l’affermazione personale è sempre più condizionata dalla virtualizzazione delle relazioni, dalla corsa frenetica a conquistare quanti più “mi piace” possibili, dall'essere circondati da una schiera di “followers” che non si sa bene che faccia abbiano, se esistono davvero o se sono piuttosto il prodotto di una popolazione immaginaria, ovattata e impalpabile.

 Gli strumenti mediatici messi a disposizione sorreggono questa inclinazione ad accaparrarsi il consenso  in qualunque forma virtuale possibile, tenendosi ben lontani da un’esposizione diretta, concreta e percepibile dai potenziali sostenitori del mondo reale.

 In una società nella quale lo scollegamento tra i bisogni programmati e i bisogni percepiti è sempre più ampio e marcato, tutto viene sovvertito e risolto nella grande illusione di distribuire felicità e benessere laddove invece si prolificano focolai di emarginazione, disadattamento e impoverimento della ricchezza materiale.

 Questa grande illusione è ben palpabile ed evidente nel mondo della tecnologia informatica in cui ciascuno di noi si muove in un ruolo non definito, chiuso in una gabbia di cristalli liquidi dove tutto è fluttuante ed evanescente. Causa anche il distanziamento sociale imposto dall'emergenza epidemiologica del Covid 19, le diverse modalità di contatto virtuale sembrano enfatizzare anziché annullare l’isolamento in nome di una coesione sociale più vagheggiata che raggiungibile.

 Succede che se non si riesce a districarsi in questi meccanismi perversi, si resta fuori senz’appello. Gli ingranaggi di questo sistema elevano il potere della comunicazione mediatica al rango di strumento subdolo laddove utilizzato per distorcere le informazioni e persino i giudizi verso questa o quella persona.

 La collezione di una sfilza di “mi piace” finisce col diventare il (falso) metro di giudizio del valore e delle capacità personali che si ostentano on line.   

 Rimane fuori l’altra parte dei “non mi piace” o, se preferite, dei “non mi piaci”, la più vasta, che il mondo, questo mondo, sta dimenticando...


E DA SOLO

Agli inizi degli anni ottanta, dopo aver ottenuto dalla SIAE la qualifica di paroliere e di compositore, la casa discografica Baby Records, in voga nel ventennio 1974/1994, mi propose di scrivere un testo sulle note di Gorgeous you’re right, brano strumentale di Stephen Schlaks tratto dall'album New Temptations del 1982.

Stephen Schlaks è un pianista statunitense che in Italia si affermò tra la metà degli anni settanta e gli inizi dell’ottanta con composizioni strumentali, all'epoca di moda, tra le quali, le celebri Kitty/Barbara, Casablanca, Pleasure e la già citata New Temptations.  

Ecco il testo e più in calce il video del brano. Provate a cantarla.

E da solo
faccio finta che 
m’innamoro
così inganno anche lei
che mi aspetta alle sei
fuori dai giorni miei

E da solo
vedo rosso di più
cerco un corpo
quale amore sei tu?
L’illusione va su
ogni volta di più

Mangio solo 
Vivo poco
Mi rinnovo
Cambio faccia così
la mia rabbia va via
con bugiarda allegria

Vanno avanti 
giorni stanchi
I miei anni 
sono tanti
e non so quanta strada farò
Se poi t’incontrerò

Tu da sola
o con un altro con te
e un amore
ubriaco com'è
Sarai tu o sarò io
a capire cos'è?

Bevo ancora
a quest’ora
Ma che noia
ora invento con lei
qualche cosa perché
non si accorga di te

Rido forte
ma la notte
mi conosce
sa che ho voglia di te
e mi chiedo perché?

E da solo
mi commuovo
cosa provo?
Forse niente però
qualche cosa farò
ma non mi perderò

Mangio solo
vivo poco
Mi rinnovo
Cambio faccia così
la mia rabbia va via
con bugiarda allegria

Vanno avanti
giorni stanchi
I miei anni
sono tanti
e non so quanta strada farò
Se poi t’incontrerò














LA VITA CHE PASSA, LA VITA CHE CAMBIA


Passa silenziosa la vita nell'ultimo respiro di chi non ha potuto stringere mani calde e affettuose. Passa inesorabile, come un destino beffardo e ineluttabile, una tempesta invisibile che si è abbattuta in un secondo in corpi indifesi e sfortunati procurando gelo e solitudine. La vita che passa in questi tempi maledetti è un treno che viaggia a velocità supersonica per giungere al capolinea dell’ignoto quasi senza accorgersene.

Passa la vita violata, lacerata, strappata come un aquilone che ti scappa di mano per perdersi nel cielo infinito, l’eternità di un attimo che diventa storia passata che non puoi più raccontare. La vita che passa in questi tempi bui è una stella caduta nel mare che nessuna nave potrà mai recuperare.

Cambia la vita che è già cambiata nell'angoscia di un improvviso isolamento, dove le immagini prendono corpo e sostanza per rubare una carezza ed un sorriso, un saluto con la mano che vorresti afferrare prima che la luce dello schermo si spenga definitivamente. La vita che cambia in questi tempi austeri è un filo virtuale a cui ti aggrappi per sentirti ancora vivo e vitale.

Cambia la vita che cambierà quando tutto sarà finito e si potrà di nuovo tornare per le strade ad abbracciarsi e a raccontarsi, reduci di una guerra spietata e senza confini che resterà nella nostra memoria, ma che sapremo di averla vinta davvero solo con la forza dell’amore e di una rinnovata generosità. La vita che cambia in questi tempi sospesi è una valigia da preparare con nuove cose da portare e tante altre da disfare non appena il viaggio riprenderà.

Se saremo diversi e migliori solo il tempo potrà dircelo.

La vita che passa, la vita che cambia è una storia da riscrivere nel tempo che verrà.


Stare fuori


Fuori.
È più di un anno stare soli
Più di un inverno stare fuori
Più della faccia di un amore
che non ti vuole e che ti lascia fuori …”

Da ragazzo io e la mia compianta sorella, prematuramente scomparsa, ci emozionavamo fino a commuoverci nell'ascoltare questa bellissima canzone di Loredana Bertè “Stare fuori”, scritta da Ivano Fossati, meno nota rispetto ai tanti successi della rock-star calabrese, ma così intensa e profonda da rappresentare una denuncia solenne contro l’indifferenza. 

La solitudine è un’arte per chi riesce a conviverci ma è anche una pericolosa discesa all’inferno per chi invece la vive come una scelta imposta dalle circostanze rimanendo ai margini della propria e altrui esistenza.

Quando è obbligata diventa una sorta di spirito di sopravvivenza, tipico stato di chi si sente accerchiato da una serie di fattori negativi che lo spingono a ricercare nella propria interiorità gli appigli più sicuri e le risorse, necessarie e dovute, per provare a riemergere. 


Ho imparato a vivere con me 
a mangiare discorsi senza te 
a guardare le macchine così 
ma nessuno mi porta via da qui” 

Sono passati trentatré anni da quando ho scritto questa canzone tratta dall'album “Cerco” e inserita nella raccolta “L’aquila non ritorna”. Esegesi di un mondo interiore che si evolve attraverso la conoscenza di se stessi, mentre fuori tutto scorre velocemente e distrattamente. 

C’è una solitudine positiva ed un’altra di segno opposto. Il protagonista del testo vive purtroppo nella seconda come reazione ad un mondo esteriore cinico e perverso, chiuso nella propria autoreferenza ed indifferenza. 

La sommatoria di storie individuali come quella di “Vivere con me”, è indicativa di un problema sociale di più ampie proporzioni, caratterizzato dal disagio affettivo (o disaffettivo) che si erge a muro invalicabile sull'impoverimento relazionale e, più in generale, sull'incapacità di coglierne i segnali. 

Chi fa da sé fa per tre, recita un celebre proverbio. 

Ci si abitua così alla propria solitudine, si ascoltano le voci di dentro costruendosi una sorta di sistema immunitario per auto-rigenerarsi. Un po’ come un camaleonte che cambia colore adattandosi a qualsiasi tessuto sociale che gli viene cucito addosso. 

E nel silenzio contemplativo tenere alto lo sguardo per scorgere, oltre l’orizzonte, nuove prospettive di vita. 

A Isabella

CASA DOLCE CASA


In questi giorni terribili in cui l’imperativo più altisonante che si ascolta dappertutto è di restare a casa, dobbiamo riscoprire, volente o nolente, gli antichi sapori del focolare domestico. Vero che le abitudini sono dure da scardinare, ma un cambiamento del proprio stile di vita, specie se preordinato ad una futura e più calorosa socializzazione non può che farci bene.

Come sapete, sono napoletano. Ricordo la mia esperienza ai tempi del colera, un’epidemia che colpì Napoli alla fine dell’estate del 1973 e che fu causata da un virus, il vibrione, rinvenuto in una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Ero giovanissimo e trascorrevo con la mia famiglia le vacanze nel salernitano. Anche allora ci fu il panico, la paura di un contagio che avrebbe abbattuto intere popolazioni. Ricordo che tardammo il rientro a Napoli e ci sottoponemmo tutti alla vaccinazione. Il bilancio fu di poche decine di morti e tanti ricoverati ma soprattutto, allora, c’era già un vaccino che ci salvò.

Oggi le cose sono molto diverse. Contro questo virus, Covid 19, subdolo e sconosciuto, non è stato ancora scoperto l’antidoto. Ecco, quindi, che diventa importante la prevenzione attraverso il c.d. distanziamento sociale, termine che abbiamo imparato a conoscere in questi giorni e che significa mantenere le giuste distanze gli uni dagli altri (almeno 1 metro), evitare qualsiasi contatto fisico oltre che osservare le nome d’igiene come il lavarsi spesso le mani, non portarle alla bocca, naso ed occhi e, soprattutto, restare a casa per evitare la diffusione del contagio.

La casa è diventata quindi il luogo più sicuro e bisogna spendere il tempo a disposizione (per chi può) nel miglior modo possibile. Si potrebbero rispolverare abitudini che forse, nella vita frenetica ante epidemia, abbiamo dimenticato o coltivato con meno frequenza. Come leggere un libro, una fiaba ai propri figlioli piccoli, giocare con loro o fare insieme i compiti che le scuole, stante la chiusura obbligata, stanno assegnando attraverso i vari canali telematici.

Avere cura dei nostri cari più anziani, coccolarli, non importa se a volte a distanza o con una video-chiamata. Informarsi o divagarsi guardando un bel film alla TV. Riflettere e prepararsi al meglio quando tutto sarà finito e si potrà  ritornare nelle piazze o in altri luoghi di ritrovo per abbracciarsi di nuovo con più calore e affetto.

Restare a casa, al di là della situazione drammatica in cui stiamo vivendo, è anche un privilegio rispetto a tante persone costrette a lavorare, primi fra tutti, il personale medico e paramedico che in questi giorni si sta prodigando con eroismo e abnegazione per salvare tante vite umane.

Emblematica è la foto del post che ritrae un’infermiera di Cremona accasciata sulla scrivania, stremata e distrutta dalla lotta quotidiana contro questo maledetto virus. Forse il simbolo di questa tragedia che racchiude in sé l’eroismo e l’alto senso di altruismo ma anche un monito per riscoprire i valori della vita, il senso di responsabilità che tutti noi dobbiamo rafforzare con i nostri comportamenti ed essere migliori.

Casa dolce casa, quindi. In attesa che le porte possano di nuovo riaprirsi e sorridere al mondo.


ESORDIENTI PER SEMPRE


Forse si è autori esordienti per sempre. A parte i grandi maestri della letteratura, penso che uno scrittore debba sempre mettersi in gioco e considerare ogni opera che propone come se fosse la prima. Niente è scontato, per restare sul palcoscenico letterario bisogna mantenere il piglio, l’entusiasmo, l’emozione acerba della prima volta. In questo modo l’etichetta di “autore esordiente” non assume per niente il significato di essere sconosciuti o principianti ma, al contrario, è la leva per rinnovarsi e riproporsi nel tempo.

Affermarsi è difficile, confermarsi lo è ancora di più. Soprattutto nel campo letterario dove il rapporto tra domanda/offerta è decisamente sbilanciato in favore della seconda. Siamo un popolo di scrittori e di poeti, i libri spuntano nel mercato dell’editoria come funghi e distinguersi in questo marasma di letteratura o pseudo letteratura sparsa è davvero complicato.

A ben guardare anche per gli scrittori che hanno scritto la storia della letteratura, ripetersi non è stato facile. Umberto Eco, ad esempio, è per i più identificato nella sua opera più rappresentativa, “Il nome della rosa”, anche se il suo curriculum non si limita solo a questo capolavoro. Andando indietro nel tempo, Dante Alighieri si ricorda per l’immensurabile “Divina Commedia”, e Alessandro Manzoni, pur avendo composto diversi scritti, ha legato la sua fama soprattutto per “I Promessi Sposi” che resta a tutt'oggi la sua opera più significativa e di spicco.

Se per i grandi della letteratura il cammino è stato arduo, figuriamoci per il resto degli scrittori o pseudo tali che si avventurano in questo campo, poche volte con profitto, molte altre in maniera estemporanea, episodica, da non lasciare, spesso, alcuna traccia.

Di questi tempi la concorrenza è ampia e agguerrita: auto-pubblicazioni selvagge anche per promuovere le ultime ricette della vicina di casa, scrittori improvvisati per conquistarsi uno spazio di celebrità che è solo illusoria, editoria a pagamento, che investe poco o che punta più sulla quantità che sulla qualità, sicché emergere o individuare opere di qualità è quasi come cercare un ago nel pagliaio.

Esordienti per sempre, quindi, tanto per continuare da dove si è iniziati e provare a districarsi in questa fucina incontrollata di idee affinché le proprie emozioni, sempre in continuo divenire, possano arrivare a chi saprà raccoglierle e condividerle con un passaparola spontaneo e crescente.  

Oggi è il miglior risultato che si possa sperare.



ABBASSO IL RE


È la corona che nessuno vorrebbe indossare, un ornamento da tenere a debita distanza e da debellare in fretta. Abbasso il Re con questo coronavirus che dalla Cina, dove si è sviluppato, ha raggiunto l’Europa e il nostro Bel Paese seminando molta preoccupazione e angoscia.

Come in tutti gli eventi di questa portata, c’è un nemico forse ancora più importante da combattere: il panico. Dopo aver scoperto due focolai nella zona della bassa Lombardia e nel Veneto, è scoppiato il caos con una proliferazione di fake news, di leoni della tastiera improvvisati esperti e virologi che hanno diffuso le informazioni più svariate e fuorvianti seminando in qualche caso il panico che è ciò di cui abbiamo meno bisogno.

Supermercati presi d’assalto con provviste di viveri che forse non accadeva dai tempi delle guerre mondiali, farmacie intasate da richieste di detergenti e di mascherine andate subito in esaurimento, i soliti sciacalli che propongono prodotti di questo tipo a prezzi triplicati. Azioni scomposte e disordinate che forse mietono ancor più dello stesso virus cinese.

In questi casi bisognerebbe usare molto buon senso e  capacità di saper leggere, interpretare e seguire i messaggi e le istruzioni dalle Autorità competenti, le sole deputate a gestire l’emergenza con scientificità e raziocinio.

Si è assistito invece ad ordinanze comunali fantasiose, prive di qualsiasi supporto metodologico e motivazionale, iniziative di pancia e scoordinate di vario genere, un fai da te che ha generato in qualche caso ironia (nella migliore delle ipotesi) e in gran parte dubbi e preoccupazioni ben maggiori e sproporzionati rispetto alla serietà del problema.

Un abbasso il Re rivolto anche a questi “collaboratori” dell’ultima ora, colti da un protagonismo gratuito che non produce alcuna utilità alla causa comune.

Per fortuna (o per merito) c’è un’altra Italia, quella maggioritaria che lavora con serietà, attenzione e competenza. A quella soltanto dobbiamo volgere lo sguardo ed omaggiarla.

Con le forze migliori si può farcela, con le debolezze e con il panico non si va invece da nessuna parte.  

DICONO DI ME


A poco più di un mese dall'uscita, “Il futuro imperfetto” è risultato già molto gradito ai lettori che lo hanno letto. Un "dicono di me" che mi ha fatto molto piacere e che rappresenta, almeno per me, il target più qualificato e qualificante  del lavoro di uno scrittore.

Essere riuscito a trasmettere emozioni, pathos, qualcosa di me nei pensieri di chi lo ha letto (e, mi auguro, di chi lo leggerà) è, senza dubbio, la mia più grande soddisfazione.

Ecco alcuni commenti che mi hanno inorgoglito e per i quali desidero rivolgere il mio ringraziamento con un grande abbraccio.


Un libro da leggere tutto d'un fiato! Una volta iniziato rimani incuriosito ed attirato dai colpi di scena presenti in tutta la storia. In alcuni aspetti mi sono ritrovata nel personaggio di Edo. Grazie a Vittoriano Borrelli per avermi regalato spunti di riflessione importanti e significativi. Non mi resta che rimanere in attesa di un nuovo romanzo.”   
                                                                                                                                                                         (Pamela Sansone)

Romanzo avvincente...lettura piacevolissima.”
(Fabio Bulgheroni)

La cifra stilistica ha catturato anche me che non ho avuto la possibilità d'interrompere la lettura, affascinato, nella prima parte del libro, dalla perfetta ricostruzione della poetica leopardiana: qui è stato contrapposto, e comprovato, l'aspetto fisico, esteriore, imperfetto, del poeta e l'immaginifica, esaltante poetica che tocca l'infinito perfetto e sonoro, come quando, a esempio, si serve dell'onomatopeico "d'in su la vetta del..." che ripete il suono della campana. Ottima introspezione del personaggio principale, racchiuso nella cornice di un quadro "dipinto", con le parole, da Oscar Wilde. Complimenti a Vittoriano Borrelli che ha scelto un ossimoro come titolo del suo bel libro.”
(Angelo Muraglia)

Ti intriga e ti prende la curiosità, con i continui colpi di scena, di andare avanti nella lettura per arrivare alla pagina finale.”
(Rosaria D’Arpa).

Bellissimo, cinico, calcolatore, Edo ha costruito tutta la sua vita sulla certezza che, grazie alla sua avvenenza, la sua strada sarà sempre spianata. Ma si trova a doversi confrontare con una parte di sé più fragile o, semplicemente, inespressa, non considerata.
Questo romanzo è, a mio parere, anche una riflessione sugli imprevisti; che vengano essi dall'esterno o dal nostro io più profondo, possono comunque essere un’occasione di introspezione e di crescita.”
(Marilena Fancello)

Il futuro imperfetto è un libro grazioso e stimolante che ho davvero apprezzato e che mi sento di consigliare a tutti senza alcuna distinzione.
Ricordate che non è mai troppo tardi per iniziare a vedere con occhi nuovi la vita intorno a voi!
Questo libro è la prova inconfutabile dell'esistenza di un futuro imperfetto.”
(Noemi Veneziani)

Per chi desidera acquistarlo, “Il futuro imperfetto” è in tutte le principali librerie on line e fisiche oltre che nello store della casa editrice cliccando qui