LA SCELTA DI SOPHIE

Nella giornata della memoria, riaffiorano le testimonianze sulla triste e crudele esperienza dell’olocausto. Istituita con la legge 20 luglio 2000 n. 211, la ricorrenza mira a ricordare, come si legge nel testo, “la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”

Sono passati oltre ottant’anni da quelle vicende che hanno inorridito (e fatto vergognare) l’umanità intera. La prima segregazione degli ebrei tedeschi ebbe inizio nel 1933 e si perpetrò per tutta la seconda guerra mondiale nei territori dominati dal Terzo Reich. Nel frattempo i superstiti che possono ancora rendere la propria testimonianza si stanno riducendo sempre di più, ma la memoria di quegli orrori è un marchio ormai indelebile.

In questi giorni si susseguono programmi e documentari sulla terribile esperienza della Shoah, quasi a voler pungolare coscienze intorpidite e amnesiche. Qui mi piace ricordare il bellissimo film del 1982 intitolato “La scelta di Sophie”, tratto dall'omonimo romanzo di William Styron e interpretato da una superba Meryl Streep che le valse l’Oscar come migliore attrice protagonista.

La storia è quella di una donna che durante la persecuzione degli ebrei è costretta a scegliere tra i suoi due figli piccoli, un maschio e una femmina, decidendo di consegnare agli esecutori del lager di Auschwitz, -e quindi alla morte-, la bambina per salvare l’altro.

Una scelta che segnerà definitivamente l’esistenza di Sophie e quella del marito Nathan, anch'egli vittima della Shoah, con il quale suggellerà il patto mortale del suicidio congiunto. A nulla varrà la breve ma intensa storia d’amore con il giovane Stingo, intellettuale e osservatore delle dinamiche relazionali della coppia, perché un dolore come quello procurato dall'olocausto non si consuma mai.

La scelta di Sophie è quindi la scelta della morte, l’autodistruzione che s’impone alla vita con tutte le speranze e le passioni offertale da Stingo, proprio come qualche anno prima lo era stata l’abbandono della figlioletta.

Non lo capisci, Sophie, stiamo morendo”, le grida il marito Nathan.
Gesù non ha alcun interesse per me. Vivo sola col tormento del mio peccato”, l’amara riflessione della donna che la spingerà al suicidio, prima tentato, e poi consumato assieme al compagno.

Tutto volge al dramma, ma nel pensiero di Stingo si fa larga la speranza di un mondo diverso e migliore come testimoniano le ultime battute del film:

Era solo un nuovo giorno eccellente e giusto.

UN SOTTILE DISPIACERE

Sono i buoni sentimenti a riempire la nostra vita o a svuotarla di significato quando mancano o sono carenti. Ognuno di noi si porta dentro un certo numero di crediti o di debiti affettivi che quasi mai si bilanciano, ma rappresentano piuttosto il prodotto di ciò che siamo e di come ci rapportiamo con il mondo esterno.

Succede che quando questo valore è negativo, possono innescarsi due reazioni contrapposte: lasciarsi andare nel baratro in cui si è precipitati o provare a riemergere con la forza della sopravvivenza, della capacità di dominare gli eventi avversi come quando, dopo un atterraggio di fortuna, ci si trova catapultati su un’isola sperduta e piena di insidie.

Fare da sé o farsi da sé può essere a volte l’unica via di uscita, il viatico per approdare ad una dimensione diversa, ancorché asettica, ma pur sempre incontaminata e avulsa dal dolore che si è provato a fronte di esperienze fortemente negative e deludenti.

Non sempre l’equazione dolore/devastazione si avvera alla stregua di certe reazioni chimiche collaudate. Per fortuna subentrano ( o possono subentrare) variabili che fanno da contraltare, come la dignità dell’essere, la cura e la tenerezza verso se stessi mentre il mondo che si è pensato di costruire si allontana ed è indifferente.

Tutto allora diventa un sottile dispiacere, come un abbraccio mancato e agognato, a lungo inseguito e idealizzato che svanisce alle prime luci dell’alba per riprendere il cammino e ricominciare.

Un sottile dispiacere, come la lama tagliente di un coltello che ti colpisce in superficie senza scalfire il cuore, perché quello ce l’hai intatto e nessuno mai potrà strappartelo.

Un sottile dispiacere che ti sfiora come una piuma, perché chi non ti ha capito o non ti ha amato, non l’ha semplicemente voluto e non serve insistere, indugiare sulle ceneri della tristezza quando non si vive lo stesso tempo e non si ha la stessa sensibilità.

E poco importa se quello che resta è la solitudine quando, fra tutte, è la migliore compagnia.

Robin Williams, compianto attore prematuramente scomparso, lo sapeva bene quando scriveva:


Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita
fosse restare soli.
Non lo è.
La peggior cosa è stare con persone
che ti fanno sentire solo.

PARTICOLARE

Particolare è questo addio
che si impossessa del mio io
e mi fa stare senza Dio
dolce e affettuoso amore mio
che te ne vai per conto tuo

Particolari le mie mani
che non ti stringono più forte
e che accarezzano la morte
mani d’inchiostro mani ingorde
mani sul corpo tuo una notte

Così
l’aria leggera della via
mi porta verso casa tua
Mi apri e mi chiedi come sto?
Ora che non ti ho
dai parliamo un po’

Non so che farmene di me
guarda nel frigo cosa c’è
mi è andata male sai perché
grazie gradisco un po’ di te
certo è normale so cos'è

Particolari gli occhi tuoi
sono arrossati tu ti annoi
Particolare è la tua voce
sembra un lamento ma mi piace
ora lo ammetti non hai pace

Così
ti offro una sera di follia
noi due abbracciati per la via
e poi magari ancora qua
a ridere che fa?
se amare è tutto qua

(orchestra)

L’aria leggera della via
mi porta verso casa mia
Apro la porta come sto?
Bene ancora no
ma ci proverò

LO SCAPOLO DI BRONZO

Era soprannominato “lo scapolo di bronzo” per le sue immancabili défaillance nei confronti del gentil sesso. Rolando Galletto, di nome e di fatto, riusciva a collezionare un numero anche considerevole di appuntamenti con donne facili e piacenti, ma quando arrivava al dunque, ecco che le sue parti basse restavano inoperose e non davano segni di vita.

Avete presente una macchina che non vuole sapere di partire? A Rolando accadeva qualcosa di simile: la chiave di accensione, pur inserita a dovere, non procurava al motore nessuna reazione se non un cupo borbottamento che sapeva tanto di derisione o di sfottò per i tentativi goffi e disperati dell’infausto automobilista.

Per Rolando era una mortificazione che si ripeteva puntualmente ad ogni incontro galante. A nulla servivano i preparativi che pure riusciva ad allestire con cura e dovizia di particolari. Tutto era pensato a puntino, dall'abbigliamento sempre alla moda, alla location del ristorante o del night club scelti a seconda della personalità dell’accompagnatrice: rustici o artigianali per le amanti della natura e delle tradizioni, sofisticati ed eleganti per quelle più esigenti.

Ma le varie Antonietta, Cristina, Rossella o Cesarina si susseguivano come figure femminili stereotipate che partecipavano ad una festa in cui mancava la classica ciliegina sulla torta. Era come se al momento dell’assaggio il dolce si sgretolasse e colasse dalla forchetta ancor prima di essere assaporato.

Sai qual è il tuo problema?”, provai ad indagare un giorno in cui Rolando si presentò a casa mia tutto mogio e demoralizzato.
Spara.”
Il profumo. Ne fai uso in gran quantità. Anche adesso che sei entrato da appena cinque minuti e hai già infestato tutta la stanza.”
Che cos'ha il mio profumo? Le donne lo adorano.”
Sembra”, sogghignai con una risatina di tre note in crescendo.
L’ho letto da qualche parte. Il profumo può essere una delle cause dell’impotenza maschile.”
Stai scherzando?”
Mai stato così serio. Dovresti lavarti solo con acqua e un pizzico di sale, senza aggiungere altro.”
Capirai! Io che sudo anche d’inverno, sai che bell'odore!
Fidati” rassicurai il mio amico titubante con una pacca sulla spalla.
E poi sai come diciamo noi napoletani? L’omm addà puzzà!”

Forse fu per disperazione o per stanchezza per i tanti tentativi a vuoto che Rolando, come mi raccontò qualche tempo dopo, decise di eseguire alla lettera tutti i miei consigli.

Quella sera si presentò a casa di Cecilia, che aveva conosciuto da poco, con un paio di jeans e una camicia bianca a maniche rivoltate, sbottonata al punto giusto da mostrare nell'ampia apertura ciuffi di peli scuri e ricciuti. Soprattutto si era raccomandato di non mettersi, come gli avevo suggerito, nemmeno una goccia di profumo. 

Arrivati al dunque, Cecilia e Rolando si accomodarono sul divano e iniziarono a pomiciarsi. Tutto sembrava funzionare alla perfezione, la virilità di Rolando sprizzava da tutti i pori come non gli era mai capitato. ‘Vuoi vedere che quel genio del mio amico aveva ragione?’, pensò tra sé, mentre con una mano prese a sbottonare la camicetta di Cecilia.

Sarà stato l’impeto o l’eccessivo entusiasmo, fatto sta che Rolando andò a cozzare con la testa contro la mensola sopra il divano facendo cadere la boccetta di profumo che vi era appoggiata. Tutto il liquido si cosparse sui corpi dei due amanti emanando nell'aria un odore forte e inebriante.

Risultato? Fine dell’incantesimo. Tutto si dissolse in un secondo e quella serata che doveva essere per il mio amico sventurato immemorabile, si aggiunse alle altre come le cose effimere che svaniscono allo spegnersi di un fiammifero.

LO SCAPOLO DI BRONZO

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli


(Ogni riferimento a fatti o a personaggi reali è puramente casuale)

IL MIO CALENDARIO BLOG 2016

Manca poco per cambiare il calendario, ma prima di farlo il pensiero vola tra le pagine dei dodici mesi trascorsi come un film che si riavvolge e si guarda dall'inizio. Negli enti e nelle aziende si parla di conto consuntivo, di rendiconto della gestione, di relazione finale degli obiettivi raggiunti rispetto a quelli attesi.



Non è cosa molto diversa dall'analisi che ciascuno di noi è portato a fare in questi ultimi giorni dell’anno. Spero che per molti il risultato sia in attivo o di buon auspicio per tutto quanto di bello e di importante ci si possa aspettare nel prossimo futuro.

Come blogger (per caso), anch'io mi appresto a tirare le somme di ciò che è accaduto sulle pagine di questo blog nel 2016. E’ stato un anno in crescendo che ha visto raddoppiare il numero dei visitatori e delle pagine visualizzate. Un risultato che non può che farmi piacere e incoraggiarmi a proseguire in questo piccolo ma piacevole passatempo.

Spero di avervi emozionato o almeno incuriosito per le cose che ho scritto e che ho voluto condividere con voi, preziosi e fedelissimi lettori de “Le parole del mio tempo”. 

Vorrei ringraziarvi ad uno ad uno; lo faccio idealmente da qui con l’augurio che possiate trascorrere la fine dell’anno e i prossimi a venire con pace, serenità e tanto amore.

Ecco il mio calendario 2016 con i post più letti e graditi. Per chi desidera rileggerli basta cliccare sui rispettivi titoli

GENNAIO: Pubblico il racconto breve “Mi bastano cinque minuti” parodia sulla velocità del tempo. Sarà il più cliccato del mese.

FEBBRAIO: Il consueto appuntamento con il festival della canzone italiana fa guadagnare a “Le pagelle di Sanremo 2016”, la palma del post più letto.

MARZO: “Le mani su di me”, altro racconto breve, sbanca il mese ottenendo una miriade di clic. La storia dolorosa di un incesto è piaciuta a molti superando i miei timori iniziali nell'affrontare un argomento così scottante e delicato.

APRILE: Stravince la seconda parte de "Le mani su di me" seguito a ruota da “Finché morte non ci separi”, riflessioni sull'emarginazione sociale.

MAGGIO: “Vita da cani”, dedicato ai migliori amici dell’uomo risulterà il più letto e gradito. 

GIUGNO: Esce “La lettera che non scriverò”, (il post a cui tengo di più) ottenendo migliaia di clic e di apprezzamenti. Monologo dedicato ad un amore impossibile, travolto dalle macerie del tempo. Sarà il secondo post più letto di sempre.

LUGLIO: Inauguro la rubrica “Blog retro”, una rivisitazione dei post più letti negli anni precedenti. Tra questi, “Cent’anni di solitudine”, il capolavoro di Marquez, che guadagna le prime posizioni.

AGOSTO E SETTEMBRE: E’ il periodo nel quale provo a realizzare una nuova veste grafica del blog da un’altra piattaforma. Non ci riuscirò, è troppo forte il richiamo alla “vecchia” impostazione.

OTTOBRE: Esce “Amici non ne ho”, post molto apprezzato anche da altre piattaforme come Google plus e nei vari gruppi sociali di Facebook.

NOVEMBRE: E’ “Il tempo parallelo” a guadagnarsi la palma del più letto. Tema affrontato: la ricerca della felicità che non paga (quasi) mai.

DICEMBRE: “Fammi ridere un pò”, dedicato alla solidarietà, si procura il maggior numero di clic del mese.


BUON 2017 A TUTTI I LETTORI!

NIENTE REGALI PER ME

Non voglio regali, ma solo abbracci, coccole, baci, calore e sorrisi sinceri. Non costano niente, non incidono sull’inflazione, non destabilizzano l’economia mondiale e l’euro, per una volta, sarebbe l’unica moneta di scambio dell’amore e della solidarietà fra i popoli della Terra.

Niente regali per me. Niente lustrini, luci colorate, lunghe tavolate di cibi elaborati e succulenti che il più delle volte causano problemi all’organismo e al metabolismo, piuttosto che procurare un senso di sazietà pieno ed appagante.

Meglio sarebbe proclamare la sobrietà di tutto ciò che è materiale ed effimero, esaltando la prodigalità dello Spirito come unica ricchezza che davvero conta e che ciascuno di noi sarebbe capace di esprimere al di là dei propri mezzi di sostentamento.

Mi piacerebbe che fossimo noi a brillare, non come “mine vaganti” ma semplicemente con la luminosità del nostro sorriso, spesso represso, smorzato, fuorviato dalle ansie e dalle preoccupazioni.

Niente regali per me, ma solo un abbraccio circonferenziale che dai margini del mondo arrivi come un vortice al centro della Terra consolidando l’anima buona dell’umano agire.

Ecco il Natale che vorrei, gli auguri che farei e che mi piacerebbe ricevere. Quelli che durano tutto l’anno e che si rinnovano ad ogni cambio del calendario.

E con questo spirito e attenzione che porgo a tutti i visitatori, amici e fedelissimi de "Le parole del mio tempo" i miei più cari e affettuosi auguri di

Buon Natale


Vittoriano Borrelli

AMORI DI IERI

Amori di ieri
sull'erba dei tuoi quindici anni già pieni
di curiosità
e di avidità
Le ansie e i pensieri
Carezze e promesse mancate per colpa
dei tuoi genitori 
o dei tuoi errori


Che tipo era lei
parlava parlava parlava
ma non si spiegava perché moriva per te

E quella con gli occhiali così magra fino all'osso
Diceva “Io con te ci sto ma darti me non posso”
E adesso che il passato è ritornato

Che vita è?
Buttata a calci come un barattolo
e fatta a pezzi come un giocattolo
che il vento sta portando via in un attimo
Che vita è?

E va
la vita al mare al bar o a farsi fottere
per un amore che è già polvere
che scivola e precipita nel correre
Che vita è? Che vita è?

Amori di ieri
Amori rubati amori violati
per curiosità 
per avidità

Amori sbiaditi
Amori ingialliti in fotografie
che non guardi più
che non ami più

Che tipo era lei
Restava in silenzio a guardarti
e non si spiegava perché moriva per te

E quella tutta riccioli e brufoli sul viso
che si portava addosso la rabbia in un sorriso
E adesso che il passato è già passato

Che vita è?
Buttata a calci come un barattolo
dimenticata e spenta dentro un vicolo
Spazzata via col vento in un attimo
Che vita è?

E va
la vita in qualche bar o a farsi fottere
per un amore ingrato che è già polvere
e scivola e precipita nel correre

Che vita è? Che vita è?

AMORI DI IERI

(Testo e musica di V. Borrelli)

NATALE IN CASA CUPIELLO

Nessuna opera teatrale come “Natale in casa Cupiello”, è in grado di rappresentare così bene le atmosfere tipiche della festa più bella dell’anno. Il capolavoro di Eduardo De Filippo, scritto nel 1931, è un cult che appartiene alle cose che non si dimenticano, una delle migliori produzioni mai partorite dal pur ricco repertorio della nostra letteratura.

Diverse sono state le rappresentazioni di questa commedia pregevolissima, ma la più riuscita è senza dubbio quella trasmessa dalla RAI nel 1977 con un cast di assoluto livello.

Tra gli altri,  Pupella Maggio nei panni di Concetta, moglie di Luca Cupiello, che apre il primo atto con la mitica battuta: “Lucariè scetate songh e nnove”.

Luca De Filippo nel ruolo del figlio Tommasino, detto “Nennillo”, tanto coccolato dalla madre da non alzarsi dal letto senza “'A zuppa 'e latte! Se non me la portate dentro il letto non mi soso”.

Gino Maringola, che interpreta Pasquale, fratello brontolone di Luca, che impreca contro i Cupiello per essere stato derubato dal nipote Tommasino delle scarpe e del cappotto: “I parenti? Iddio ne scampi e liberi! Che belli pariente … tengo 'e pariente, tengo!”.

E poi ancora Lina Sastri, nei panni della primogenita Ninuccia, che tradisce il marito Nicolino (interpretato da Luigi Uzzo) ma, -incalzata dalla madre che la implora a ritornare sui suoi passi-, sfoga la sua rabbia distruggendo il presepe in costruzione di Luca: “Si, scasso tutte cose! Site cuntenta, mo?”

Tra le scene più divertenti, la lettera di Natale che Tommasino scrive alla madre:

“Cara madre, ho deciso: mi voglio cambiare. Preparami un bel regalo. Questo te lo dissi l'anno scorso e questo te lo dico anche adesso”,

che si conclude, dopo l’insistenza di zio Pasquale di essere menzionato nella missiva, con:

Cara madre, che il Cielo ti deve far vivere cento anni assieme a mio padre, a mia sorella, a Nicolino, a me e cento anni pure a zì Pascalino, però con qualche malattia.”

Del genere tragicomico, “Natale in casa Cupiello” reca la genialità dell’autore di portare sulla scena una Napoli del primo novecento devastata dalle miserie postume della prima guerra mondiale. Una Napoli che si stringe nella sacralità e nella tradizione del Natale per tenere uniti gli affetti familiari.

E quel “Te piace ‘o presepe?”, è una domanda che implica l’accettazione di questa coesione filiale proprio come vuole la rappresentazione religiosa allestita da Luca Cupiello.

Una domanda che otterrà il sospirato “” dal figlio Tommasino soltanto al capezzale del padre morente. Ma il sipario che cala è ricco di emozioni e di intensa commozione.

(Per chi volesse leggere la commedia per intero ecco il link: 

L’ULTIMA NEVE

Quando si ha freddo nell'anima non c’è fuoco che possa riscaldarla. E’ come la neve che scende silenziosa depositandosi sulle nostre pareti interiori come bianche stalattiti che il tempo non cancella.

Il buco nell'ozono, le stagioni intermedie che non ci sono più, il disgelo dei ghiacciai, tutto fuori si trasforma e s’intiepidisce, ma dentro sembra che l’inverno abbia messo le proprie radici trovando terreno fertile in chi non sa sorridere o non ha più voglia di farlo.

Non si può essere felici per sempre e nemmeno soffrire in eterno, ma di questi tempi c’è una generale tendenza ai comportamenti mistificati che si ostentano quando si versa nell'uno o nell'altro stato d’animo. Quasi che la realtà, così vuota di valori e di punti di riferimento, abbia imposto certi modelli dell’agire sociale in cui a predominare è il consenso di massa prima ancora che la condivisione consapevole di ciò che si comunica.

Consenso o asservimento ad un savoir-faire preconfezionato. Sembrano queste le parole chiavi per far funzionare la macchina delle relazioni sociali. Poco importa domandarsi se si è davvero felici o soddisfatti di quello che si fa, perché ciò che conta è il giudizio che si può trarre dalla vasta platea di uditori e osservatori.

In politica, soprattutto in quella dei massimi sistemi, la ricerca del consenso (che non è condivisione) rappresenta la regola per l’ascesa al potere, la pregiudiziale che trascende in compiacimento e autoreferenza una volta varcata la soglia della stanza dei bottoni.

Qualcuno può obiettare che è sempre stato così, ma nei tempi moderni è cambiata la modalità d’uso: l’alfabetizzazione informatica ha reso tutti vittime e carnefici delle informazioni che veicolano nel web, con una forza visiva capace di abbagliare l’immaginario collettivo in luogo della riflessione.

Tutto accade velocemente, e tutti si preparano allo stesso modo ad un altro Natale, un’altra festa in maschera, salvo raccogliere i cocci di quello che resta di un’allegria vagheggiante  dopo aver mandato giù l’ultimo bicchiere.

Accade così che l’ultima neve non scende più dal cielo e non imbianca le montagne. 

E’ il vuoto che resta quando si spengono le luci e i rumori si acquietano per far posto al silenzio, unico ed assordante.

FAMMI RIDERE UN PO’

Il sorriso è un toccasana che aiuta persino a guarire dalle malattie. E’ scientificamente dimostrato che chi sorride di più ha più possibilità rispetto ad altri di vivere a lungo. Bisognerebbe non prendersi mai troppo sul serio perché la vita, per quanto ne sappiamo, è una sola e non concede replay.

Esiste la terapia del sorriso. Molte associazioni onlus sono dedite a questa importante missione organizzando nei luoghi di cura animazioni ludiche volte ad alleviare la condizione di vita di chi è costretto ad affrontare una malattia e quindi a convivere con il dolore, l’ansia e le preoccupazioni che ne derivano.

Sono “angeli” che prestano la propria opera con amorevole dedizione ma mai con improvvisazione. Associazioni come il Dottor Sorriso di Milano, nata nel 1996 in memoria di Aldo Garavaglia, imprenditore dedito all'assistenza ai più bisognosi, si propone di migliorare la vita dei bambini in ospedale attraverso la clownterapia, una cura di tipo psicologico attuata a stretto contatto e in collaborazione con medici, psicoterapeuti ed altre figure professionali impiegate a supporto della terapia medica.

In questi giorni che ci avvicinano al Natale ritengo sia doveroso rivolgere un pensiero a chi sta male, e in particolare ai bambini che sono costretti a passare le festività in un letto d’ospedale.  

Dal sito Focus Junior ho estrapolato alcune barzellette su Pierino, mitico personaggio tanto caro ai bambini. Chissà che questi piccoli angeli non possano passare da queste parti e deliziarsi nella lettura con un bel sorriso.

Sarebbe il mio regalo più grande.


1 - Pierino: “Signora maestra, è vero che non si può punire uno per una cosa che non ha fatto?". "No di certo!". "Bene, allora... non ho fatto i compiti!”. di Lupetta 24

2 - Pierino inizia a contare:'' undino, duedini, tredini... la mamma arriva e dice:''Pierino cosa stai facendo?'' E Pierino:''il conta-dino''. di Massi&Calcio

3 - Il fratello di Pierino gli chiede: Perché ti agiti come un matto? Pierino risponde: Ho appena preso lo sciroppo e ho dimenticato di agitarlo prima! di silvano99

4 - Pierino viene sgridato per l'ennesima volta dalla maestra perché non ha fatto i compiti: Pierino devi fare i compiti! Lo sai che un detto dice "chi inizia prima è già alla metà del lavoro? Ma signora maestra, io l'ho aperto il libro, appena tornato da scuola, ma... Ma cosa, Pierino, cosa? Ma i compiti non erano fatti a metà! di Phoneix

5 - Pierino va al supermercato con la nonna, trova per terra una moneta e dice alla nonna: "nonna nonna, posso raccogliere quella moneta per terra?" La nonna risponde "no Pierino, non si raccolgono le cose per terra". Mentre tornano a casa dal supermercato la nonna inciampa e cade. Chiede a Pierino di darle una mano, ma lui le risponde: "no nonna, non si raccolgono le cose per terra!" di Casta

6 - Pierino chiede alla mamma: "Mamma, quando ho finito posso leccare tutta la tazza? E la mamma:"No Pierino, fai come tutti gli altri bambini... aziona lo sciacquone!" di Giulia 

7 - La maestra chiede a Pierino dove si trova il monte Bianco. E lui: "sul libro di geografia, a pagina 66!" di carlotta dec

8 - “Pierino dice: papà, se prendo 10 a scuola mi dai 10 euro? E il papà: sì. Pierino allora gli dice: "beh, allora dammene cinque, perché a scuola ho preso 5. Ti ho fatto anche risparmiare 5 euro!" di Matteone

9 - Pierino dice alla mamma :- mamma mamma, ti ho trovato il regalo di Natale... e la mamma dice: "cos'hai scelto, tesoro?" E Pierino risponde: un vaso!" La mamma dice: "ma Pierino, ce l'ho già un vaso....!" E il discolo: no invece, te l'ho appena rotto! di Gatto nero

10 - “Pierino arriva in ritardo a scuola, la maestra lo rimprovera: "perché arrivi a scuola sempre in ritardo?" Pierino le risponde:" per via del cartello che c'è in fondo alla strada. "Quale cartello?" E Pierino:"quello che dice RALLENTARE, SCUOLA NELLE VICINANZE! di Eli17

I MIEI SILENZI

A volte sono più assordanti delle parole e navigano tra i pensieri in cerca dell’approdo più sicuro. Silenzi che sono voci, nitide o confuse dai rumori di città. Si appartano e ti appartano creando una barriera con il mondo delle grida, delle parole altisonanti che nulla aggiungono e molto tolgono alla capacità di ciascuno di essere visibili.

Ci vuole coraggio e attenzione per ascoltare i silenzi, quasi una predisposizione innata, prenatale, che nasce dal nulla e con il nulla si amalgama per formare un intero, la dolce metà che cerchi quando le parole ti deludono e non ti appartengono più.

Si innalzano i silenzi nelle notti stellate, quando non riesci a dormire e fuori tutto si assopisce nel dormitorio, solito e tranquillo, che prelude ad un altro mattino. Di tanto in tanto si accendono le luci dalle finestre delle case, qualcuno sta male o ha solo voglia di guardare il cielo e immaginare che ci sia, oltre quel manto, la pace infinita.

Ci si abitua ai silenzi che quasi non senti più il suono della tua voce. A volte temi di aver smarrito l’uso della parola: vai in bagno, fai dei gargarismi per verificare che l’ugola sia ancora squillante, esercizio che ricorda quello dei cantanti prima di un’esibizione. Qualche goccia ti va di traverso, tossisci, diventi paonazzo ma sei ancora vivo e questo ti dà sollievo.

O forse no.

Anche le parole, quelle misurate, concise, ed essenziali, sono silenzi. Delicate risonanze che ricordano, ad esempio, la bellissima poesia di Salvatore QuasimodoEd è subito sera”:   

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

L’essenzialità della vita in questi tre versi:
solitudine
felicità e dolore
e quindi la morte.

Bello ascoltare i silenzi, raccontarli e viverli da soli o in buona compagnia nelle sere d’inverno davanti al camino a guardare il fuoco.

E immaginare, con gli occhi innocenti, che quella fiamma non si spegni mai …

HO SCRITTO UN CAPOLAVORO

Mamma, ho scritto un capolavoro. Leggi qua: c’è pathos, azione, suspense. I personaggi sono ben definiti e la trama tira che è una meraviglia. Sento di aver creato qualcosa di straordinario.”

Molte volte comincia così l’avventura di chi si cimenta nella scrittura e i primi proseliti sono proprio i familiari. Ma per una mamma, si sa, i figli so’ piezz’e core, e il giudizio che ne scaturisce non è mai obiettivo. Anzi, accade altrettanto frequentemente che le supposte qualità artistiche siano propinate proprio dai genitori.

Gli amanti della pellicola ricorderanno sicuramente uno dei capolavori del cinema italiano: quel “Bellissima” interpretato dalla indimenticabile Anna Magnani in cui la protagonista accompagna la figlioletta ad un provino cinematografico convinta che diventerà una stella. L’amara realtà le darà invece un responso di tutt'altro esito.

Talentuosi si nasce o si diventa? Antico dilemma che non pare sia stato risolto, come il dubbio amletico dell’essere o non essere che la Storia ha consegnato alle teorie più disparate e suggestive ma mai pienamente convincenti.

Al di là dei risvolti più o meno interessanti della questione, è un dato di fatto che oggi, più di ieri, la propensione a riconoscersi più meriti di quanto si hanno è una costante che si sta espandendo a macchia d’olio, un trend che la rete internet ha reso possibile grazie a palcoscenici virtuali facilmente accessibili e appropriabili. Ma, come nel film “Bellissima”, è una ribalta quasi sempre effimera ed illusoria.

Non c’è più selezione della qualità e tutto viene catapultato nella rete senza distinzione alcuna. Quello che emerge è una competizionesgomitante” e “sgomitata” a colpi di post, immagini accattivanti, recensioni costruite e messaggi subliminali.

Forse sto invecchiando ma ho nostalgia dell’editore di una volta, quello che leggeva, selezionava e sapeva investire sul talento. Non se ne trovano più perché ormai sono stati sommersi da questa campagna “fai da te”.

Mario ha pubblicato qualcosa in …
Evaristo ha pubblicato qualcosa in …
Gemma ha pubblicato qualcosa in …

Capolavori” ? Ai posteri la facile sentenza!

Si nasce con un capolavoro dentro di sé, lo si manca per averlo voluto.” (Max Jacob).


IL TEMPO PARALLELO

C’è chi passa metà della sua vita a cercare la felicità domandandosi nell'altra che cosa sia mancato per non averla trovata. Succede,  il più delle volte, per mancanza di sintonia relazionale tra le proprie aspettative e la risposta ai comportamenti attesi. Dovrebbe essere tutto più semplice e invece non lo è quando si vive in un tempo parallelo, diverso e sovrapposto a quello reale, tangibile e immanente ma fortemente deludente.

Si tende allora a virtualizzare ogni cosa sperando che tutto ciò che si è idealizzato possa, come per incanto,  materializzarsi e trasporsi nel tempo effettivo riempiendo quel vuoto emozionale che si è andato formando. Ma le persone non sono mai come le desideriamo sicché il rimpianto, misto a delusione, diventa la molla che fa scattare l’allontanamento e l’abbandono .

Il tempo parallelo non invecchia mai, alberga nell'anima di chi si fa scudo del suo divenire per affrontare le intemperie e le inquietudini in una sorta di sopravvivenza, necessaria e unica. E’ figlio del dolore che non si è superato nel tempo effettivo perché le ferite, quelle più profonde, non si rimarginano mai.

C’è un passaggio de “La prossima vita in cui Leo e sua moglie Cinzia, ciascuno deluso dall'altro, decidono di interrompere qualsiasi comunicazione tra loro salvo recuperarla, nel tempo effettivo, con la cosa più materiale e scontata:

Muti di giorno, la sera sembrava fatta apposta per dare sfogo al nostro linguaggio dei sensi e per ristabilire tra noi quell'equilibrio che la vita diurna pareva mettere in bilico. Insomma, cercavamo di recuperare attraverso il rapporto fisico il senso di appartenenza alle cose e alla realtà ed, alfine, alla nostra stessa esistenza.

Quella solitudine e quell'essere distanti, che di giorno ci faceva comportare come due stranieri inibiti nel linguaggio e nella comunicazione interpersonale, di notte si trasformava in una sorta di àncora di salvezza che ci restituiva, attraverso la congiunzione carnale, il senso di essere una coppia che viveva sotto lo stesso tetto e che, bene o male, doveva agire come tale, almeno fino a quando la vita che ci eravamo imposti non sarebbe cambiata.”

Nel tempo parallelo agisce il simbolismo, l’attesa e la speranza che tutto possa cambiare da un momento all'altro. E’ l’antitesi di quello che si dice comunemente: “La realtà supera l’immaginazione”, per indicare qualcosa di straordinario e di inaspettato.

Invece nulla accade rispetto alle proprie aspettative e il tempo vissuto è qualcosa d’incompiuto, un cronometro che segna le rughe e il decadimento fisico mentre dentro tutto resta intatto e inesplorato.

Come un bambino perennemente in attesa che la porta di casa si spalanchi per fare entrare il sole.