IL VENTO BASTERÀ


Per spazzare via le cose inutili, le parole e gli sguardi furtivi in un giorno qualunque che si fa subito sera. Per annientare le ipocrisie, quelle subdole e sottili come le polveri inquinanti che si ammassano nell'atmosfera in una coltre di neve invisibile.

Basterà il vento per scacciare via i cattivi pensieri, quello che poteva essere e non è stato, le illusioni e le speranze che ti hanno inebriato, ubriacato e deluso al risveglio. Basterà per alzare il bavero e coprirsi dal freddo pungente di un inverno di città, tra le macchine che sfrecciano per andare sempre nello stesso posto che quasi non lo riconosci più.

Il vento basterà per sollevare cumuli di carta, lettere scritte a metà o lasciate in bianco perché le parole sono state trattenute in gola senza mai uscire dal letargo dei pensieri. Basterà per non ascoltare il solito brusio di voci noiose e pettegole che sbraitano come cani randagi e non dicono niente.

Basterà il vento per spazzare via le nuvole, il fumo delle fabbriche, montagne di rifiuti che s’innalzano dietro bellezze velate e ingannevoli. Basterà per ripulirsi nell'anima e immaginare che dalle ceneri possa nascere un altro mondo, quello che sognavi da bambino tutto bello e colorato, da consegnare ai posteri come il più bel dono della tua eredità.

Il vento basterà per le mie membra stanche, che faccio fatica a rialzarmi dopo l’ennesima caduta nell'indifferenza di chi ha alzato lo sguardo ed è andato via.

E se prima di addormentarmi avrò bisogno di una carezza, il vento basterà.

TORNIAMO A CASA


Torniamo a casa
è ancora presto per la rivoluzione
di queste storie
Non puoi illuderti che sia la volta tua
domani è oggi se tu vuoi
perché restiamo sempre noi

Mi vien da ridere
se penso a questa nostra immensa solitudine
un’abitudine che non se ne va via
che ci fa compagnia
in queste notti fredde che
si aspetta un’alba che non c’è

Mi resterà
solo un sorriso che ho lasciato per strada
un viso acerbo che non ho rivisto più
nelle vetrine accese della città
con tanta neve che veniva giù
fino a toccarmi dentro l’anima

Torniamo a casa…

non puoi illuderti che sia la volta tua
domani è un altro giorno sai
che puoi cambiare caso mai

Mi resterà
la consapevolezza di essere io
malgrado tutto ciò che non son stato io
e le parole che io non ti ho detto mai
perché rimaste dentro l’anima
e che nessuno mai le ascolterà

Torniamo a casa
è ancora presto per la trasformazione
di queste storie
non puoi convincerti che sia colpa tua
perché domani se tu vuoi
è un giorno nuovo anche per noi

Torniamo a casa…

(Tratto da Le parole del mio tempo”)

NULLA DA SALVARE


C’è una componente di casualità negli incontri che si fanno durante il nostro percorso di vita. A volte è una variabile impazzita che non puoi controllare, capita perché deve capitare e puoi fare ben poco per evitarla. Quando incroci lo sguardo negli occhi sbagliati il contatto già si compie ed è come un black-out, un corto circuito che ti fa andare in tilt come quando cerchi di deviare la pallina del flipper nella direzione desiderata. Nulla da fare. Non riesci proprio ad imboccare una strada diversa e tutto si stringe intorno a te come una morsa.

Ci sono incontri che ti fanno crescere che sembrano una benedizione del Cielo: positivi, propositivi, carezzevoli, che ti riempiono l’anima e ti fanno sentire migliore. Ma la vita non è mai una strada diritta, ci sono milioni di incroci e le deviazioni sono sempre dietro l’angolo.

Capita così di imbattersi nelle persone sbagliate, in relazioni tortuose, incomprensibili che a volte si fa fatica ad interrompere e quando succede non è mai un addio.

Le relazioni lasciano sempre degli strascichi, a volte inconsapevoli, altre volte in maniera tangibile, tagliente e dirompente. Il contesto forma la nostra personalità e dal contesto ne usciamo più forti o più deboli.

Quasi sempre è colpa nostra. C’intestardiamo con le persone che pensiamo possano amarci, essere in sintonia con noi senza pensare, se non dopo averci sbattuto la testa, che possano farci del male. Anzi, per lungo tempo ci sforziamo di giustificarle, di immaginarle diverse, quasi di idealizzarle e questo tentativo è tanto più insistente quanto più forte è la voglia di sentirsi amati ed apprezzati.

Qui sta l’errore che si paga a duro prezzo. Certe relazioni è meglio troncarle subito, quasi sul nascere, che vestire i panni delle crocerossine pensando che le persone possano cambiare. Le persone non cambiano mai e non sono mai come noi le desideriamo.

Nulla da salvare, dunque. Quando succede, meglio tirare il gancio e lasciare che tutto naufraghi.

Nulla da salvare. Anche se resta un dolore sordo che ti spezza l’anima e ti fa sorridere amaramente una volta girato l’angolo.

Per ricominciare.

VOLEVO SOLO ESSERE AMATO


Piero aveva in tasca solo cinque euro. Gli sarebbero bastati per ricaricare il cellulare e chiamare qualcuno per una richiesta di aiuto che lo tormentava da tempo. Di cosa aveva bisogno? Semplicemente di una parolina di cinque lettere detta con tutta la sincerità possibile: amore.
Fece scorrere rapidamente l’agenda dei contatti e si sorprese nello scoprire che nonostante ne avesse tanti nessuno rispondeva al profilo che desiderava.

Pensò prima di tutto alla Wilma, una che aveva conosciuto da poco e con la quale era uscito un paio di sere per una pizza o una carbonara in qualche trattoria di Roma. Wilma era quel che si dice di una donna pronta all'uso: gioiosa, superficiale e, soprattutto, poco vestita. Al primo incontro si era presentata con una minigonna così corta da lasciare scoperte le gambe sfilate e ben esposte. Indossava un top stretto e sottile da far esplodere due seni rigogliosi che chiedevano soltanto di essere esplorati. Dopo la pizza e la carbonara, in entrambe le sere, erano finiti in un albergo di periferia ma nei mattini seguenti Piero non provò alcuna emozione.

Scartò subito Wilma e si concentrò su Evelina, la “miracolata”. Si erano conosciuti, o meglio, scontrati in un incidente d’auto sulla via Aurelia, un tamponamento provocato dalla forte pioggia che aveva bloccato i freni dell’utilitaria di Piero. L’impatto fu così violento che l’auto di Evelina andò a sbattere contro il guardrail ma la donna ne uscì miracolosamente illesa. In seguito i due presero a frequentarsi e tra loro scoppiò una relazione che era un misto di remissione del peccato, per Piero, e di divina provvidenza per la sventurata.

È stato il destino a farci incontrare.”
O a farci maledire”, pensò invece Piero.
Ti prenderai cura di me e non mi farai più soffrire. Ricordati che sono una miracolata.”

Scartò pure Evelina e gli venne in mente Leopolda, una donna… bifronte. Da dietro aveva forme femminili ben aggraziate ma davanti era esattamente il contrario, con un non so che di intellettuale: super abbottonata come un fagotto, aveva gli occhiali quadrati con montatura scura, di quelli che si vedono sulle facce di studenti pensierosi e dediti alla lettura. Tra loro poteva nascere anche una storia importante se non fosse stato per queste parole che Leopolda pronunciò in macchina in un momento d’intimità:

Credi di amarmi ma le prospettive della mente vanno oltre la concretezza della realtà. Sono qui ma posso essere altrove, in un altro mondo, in un altro contesto. E i tuoi baci quasi non li sento più.”

Per Piero fu come una doccia fredda che spense in un attimo i ribolliti sensi di un amore acerbo. Rimase a bocca aperta con una mano sospesa in aria come un fotogramma di un film fermo sullo schermo in attesa del secondo tempo che non sarebbe mai arrivato.

Fuori anche Leopolda, Piero s’incamminò per Ponte Flaminio. Si affacciò sul parapetto che dava sul Tevere e fece cadere i cinque euro che aveva prelevato dalla tasca. Comprese che la sua richiesta di aiuto era troppo impegnativa e nessuno mai l’avrebbe raccolta. Si sporse con tutto il busto in avanti come a volersi lanciare in quelle acque torbide e gridò a squarciagola:

Volevo solo essere amato.”

D’un tratto si sentì tirare ad una gamba. Si voltò e si trovò di fronte un bastardino a quattro zampe che gli stava morsicando  l’orlo dei pantaloni. Si chinò alla piccola bestiola che in un attimo lasciò la presa e cominciò a leccargli la faccia con festosi guaiti. Piero rispose a quella manifestazione di affetto inaspettata  carezzandolo a sua volta con un trasporto che non aveva mai provato prima.

Nel buio di una Roma assonnata si avviarono per corso di Francia come due vecchi amici che si erano finalmente ritrovati.

VOLEVO SOLO ESSERE AMATO

Racconto breve
 di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento a persone o a fatti reali è puramente casuale)

LA MUSICA CHE CAMBIA


La sessantanovesima edizione del festival di Sanremo chiude i battenti senza lasciare grandi rimpianti. Era andata meglio l’anno scorso con la novità di Baglioni alla direzione artistica che aveva suscitato maggiore interesse e curiosità. Del resto, la flessione degli ascolti, mediamente del 5-6 per cento rispetto all'edizione passata, è la riprova che qualcosa non ha funzionato. A cominciare dai conduttori: Virginia Raffaele rispetto alla Hunziker pecca tanto nella conduzione e delude molti telespettatori che la preferivano di gran lunga nelle vesti di imitatrice come ai tempi del festival di Conti. Non regge il confronto nemmeno Claudio Bisio che rispetto a Pierfrancesco Favino è apparso meno esilarante e padrone della scena.

Ma a destare maggiore delusione è stata sicuramente la qualità delle canzoni: il mix tra i giovani, ex nuove proposte, e i big tradizionali anziché proporre un’offerta musicale eterogenea, ha finito con il mettere in evidenza i difetti dell’una e dell’altra categoria. Il risultato è stato il tentativo, malriuscito, degli interpreti più collaudati di modernizzare le proprie canzoni e dei giovanissimi di spirare il vento del cambiamento che invece è soffiato debole e senza troppi scossoni.

La bella melodia non c’è più. È stata questa la grande assente del festival del Baglioni-bis ma le avvisaglie c’erano già state nelle edizioni precedenti. Una bella canzone piace a prescindere da chi la interpreta ma evidentemente manca da tempo la Musa ispiratrice.

Sarà la musica che cambia a ribasso, molto più “parlata” che sostenuta da una buona traccia melodica. La mission di una canzone, rispetto ad una poesia, dovrebbe essere  proprio questa: rendere le parole musicabili e orecchiabili per fare breccia nell'ascoltatore e rimanere a lungo nella memoria.

I tempi cambiano e la musica cambia. Ma forse domani i giovani di oggi, che saranno adulti e ormai invecchiati, diranno la stessa cosa dei tempi che verranno.


Ecco le mie pagelle (in ordine di classifica finale):

1.   mahmoodSoldi. Vince a sorpresa (per la gioia di Salvini) questo giovane multietnico (di madre sarda e papà egiziano) a dimostrazione della musica che cambia. Il talento c’è tutto ma molti non avrebbero scommesso un…soldo sulla sua vittoria. Voto 7
2.    ultimoI tuoi particolari. Forse la canzone più sanremese con strofa e ritornello alla vecchia maniera. Non certamente da… ultimo. (Ma i secondi saranno i primi). Voto 8
3.  il volo: Musica che resta. Non si smentiscono nel loro genere. Cantano bene e sono internazional-popolari. Voto 6
4.     loredana bertèCosa ti aspetti da me. L’ultima rock-star nostrana. La canzone è bella come il testo con quell’inciso “ci vuole soltanto una vita per essere un attimo”. Pura poesia. Voto 9
5.      simone cristicchiAbbi cura di me. Bel testo e un’interpretazione ben fatta. Voto 7
6.    daniele silvestri: Argentovivo. Forse il testo più struggente e (terribilmente) attuale, ma quando entra in scena il rapper Rancore la canzone perde d’intensità. Silvestri avrebbe fatto meglio a cantarla da solo. Voto 6
7.     iramaLa ragazza con il cuore di latta. Piacerà alle ragazzine. Voto 6
8.  arisaMi sento bene. Anche noi a sentirla cantare. Brano di non facile esecuzione per i repentini cambi di ritmo e di melodia che solo la brava Pippa poteva interpretare in maniera impeccabile. Voto 6,5
9.    achille lauro: Rolls Royce. Tra le accuse di plagio e il presunto inneggiamento del titolo del brano ad una sostanza stupefacente, il pelide Achille si è guadagnato una notorietà che non so se gli farà bene. Voto 5-
10. enrico nigiotti:  Nonno Hollywood. Toccante il testo che è una dedica a suo nonno scomparso da poco. Ma nulla di più. Voto 5
11.  boomdabash: Per un milione. Non basterebbe un miliardo per risentirli. Voto 4
12.  ghemonRose viola.  Il nome ispira un personaggio di un film dell’horror. Invece Ghemon è un tipo calmo e nasuto. Più delle rose ci vorrebbe una…cassetta di pomodori. Voto 5-
13.  ex-otagoSolo una canzone. Per fortuna non c’è altro. Voto 5+
14.  mottaDov’è l’Italia. Ha vinto nella serata dei duetti con la rediviva Nada. La canzone non è male anche se manca la risposta a questa inquietante domanda.  Voto 6,5
15.  francesco rengaAspetto che torniLe canzoni sono come il vino, dipendono dalle annate. E quest’anno per Renga è andata così così. Voto 5
16.  paola turciL’ultimo ostacolo. Canzone gradevole con un refrain in crescendo che però mette a dura prova l’estensione vocale della Turci. Voto 7-
17.  the zen circusL’amore è una dittatura. Che dire di questo gruppo di cui non si conoscono i fasti? Più che l’amore ci vorrebbe la dittatura di un esercito per… arrestarli. Voto 4
18.  federica carta e shadeSenza farlo apposta. Pessima imitazione (involontaria) del duo Francesca Alotta e Aleandro Baldi che vinsero qualche anno fa con “Non amarmi”. Voto 4
19.  nekMi farò trovare pronto. Penso che lo sia stato fin dall'inizio per rendersi conto che il brano non sarà un successo. Voto 5
20.  negritaI ragazzi stanno bene. Una notizia che ci conforta. La sensazione è che il gruppo sia passato a Sanremo solo per promuovere il loro disco senza altre aspettative. Voto 5,5
21. patty pravo con brigaUn po’come la vita. La Pravo si è presa la briga di tornare a Sanremo per la decima volta con un look da… guerre stellari. Un’imitazione imperfetta di se stessa come la canzone che è anche peggio. Voto 3+
22.  anna tatangeloLe nostre anime di notte. Piace l’eleganza del suo look ma la canzone non decolla.   Voto 5
23.  einar:  Parole nuove. … e musica vecchia. Stesso giudizio per Irama. Voto 6
24. nino d’angelo e livio coriUn’altra luce. E invece è calato il buio più profondo. Qualcuno dovrebbe dire a D’Angelo che sono finiti i tempi di un jeans e na’ maglietta. Voto 3-

LE RAGAZZE


Le ragazze col trucco delle signore
Le ragazze che sono amiche sole
fanno corse perverse all'esibizione
Tacchi alti magliette e occhiali da sole
pronte a punzecchiare l'eccitazione
con i libri di scuola e mazzi di fiori
collezioni di poster di grandi attori

Le ragazze che fanno spesso l'amore
nei momenti di sesso senza parole
e si svegliano in tante col mal di cuore
e ti dicono no per le mestruazioni
fanno storie ogni giorno coi genitori
Certe te le ritrovi nelle stazioni
con ricordi arrossati e maledizioni

Ci son quelle che sono soltanto belle
poche ancora ci credono nelle stelle
hanno spirito e corpo un po’ ribelle
sono dolci al sapore di caramelle

Cento facce e nessuna particolare
cento maschere ambigue di carnevale
poi ragazze che amano il sole e il mare
Sono lì silenziose ad ascoltare
e per noia si lasciano conquistare
Basta anche un discorso per farle amare
domattina più ingenue si lasciano andare

E ragazze un po’ pazze pazze di carezze
vanitose invidiose di certe cose
vanno in cerca di un uomo di poche volte
Surreali speciali superficiali
ci son per tutti i gusti e per tutti i mali
E ragazze cinture di castità
altre imbrogliano ma sono una necessità

Le ragazze col trucco delle signore
Le ragazze che fanno spesso l'amore
Cento facce e nessuna particolare
Cento facce e qualcuna che sa anche amare

(Tratto da Le parole del mio tempo”)


LA VITA È BELLA


La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore”. Da questa frase del testamento di Lev Trockij, politico russo  vissuto negli anni delle due guerre mondiali, venne tratto il titolo della celebre pellicola di Roberto Benigni del 1997, pluripremiata nella Notte degli Oscar del 1999 come miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore colonna sonora.

Il film è la spiegazione favoleggiata della tragica esperienza in un campo di concentramento che il protagonista Guido Orefice fornisce al figlioletto Giosuè per preservarlo dagli orrori dell’Olocausto. Un atto d’amore per custodire i buoni sentimenti come si fa con un tesoro prezioso da consegnare ai posteri in un mondo di ritrovata umanità.

Sembra un paradosso che un evento così atroce e disumano possa far mantenere intatto nel cuore di chi l’ha vissuto sentimenti positivi di amore e di fiducia in un futuro migliore. Ma forse la chiave di volta sta proprio in questo: l’eccidio della Shoah è stato così efferato da renderlo irreale, nullo sul piano empirico, perché il dolore estremo non può che retrocedere in favore della rinascita e del rafforzamento dell’idea del cambiamento e del riscatto.

Così da un fatto brutto la vita è bella nel suo splendore e nitidezza perché la luce di una giornata di sole s’impone sempre alla notte, all'oscurità dell’anima e della mente di chi ha agito in modo disumano senza riuscire a scalfire la dignità e la fierezza delle vittime dell’Olocausto.

La vita è bella ed è un messaggio di speranza, il più vero e icastico da rimanere nella memoria dei posteri lasciandosi alle spalle il vuoto e la desolazione degli anni della terribile persecuzione razziale.

La vita è bella perché non dura solo un giorno, non è solo il 27 gennaio a farcelo ricordare come risposta agli orrori della Shoah, ma è in tutti gli altri giorni del calendario che si susseguiranno all'infinito per trionfare sulle macerie della tristezza.

27 GENNAIO
Giornata della memoria delle vittime dell’Olocausto
Istituita con la Legge 20 luglio 2000 n. 211

LE RICORDANZE

La nostalgia del ricordo, le speranze disattese che restano incollate nella memoria, perché lo scorrere del tempo è un cronometro implacabile che non ti fa più tornare indietro. È questa la tematica de “Le ricordanze”, idillio di Giacomo Leopardi scritto nel 1829, che descrive il suo ritorno a Recanati da adulto e disincantato. Elegia struggente e affascinante nello stesso tempo, l’opera è forse una delle più belle del suo ricco repertorio. 

Leopardi non si smentisce nella sua forsennata convinzione dell’inutilità della vita allo spirar della giovinezza , la riprova che i segni del tempo calpestano il candore della quiete dell’infanzia, quando tutto è ancora intatto e possibile. È un filone ricorrente in molti dei suoi scritti, a cominciare dalla celebre “Il sabato del villaggio” del “Garzoncello scherzoso” di “cotesta età fiorita” al quale Leopardi si rivolge per esortarlo a vivere spensieratamente finché le ansie e le preoccupazioni dell’età adulta non prendano il sopravvento: “Godi, fanciullo mio, stato soave. Stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo' ma la tua festa ch'anco tardi a venir non ti sia grave.” 

A ben vedere “Le ricordanze” sono una sorta di riscontro del pensiero leopardiano sul disincanto dell’età matura toccato quasi con mano dopo il ritorno nel luogo natio che è irrimediabilmente cambiato. Tutto non è più come prima, comprese le persone che non ci sono più, come l’amica Nerina, prematuramente scomparsa, la cui figura si erge a simbolo dell’ineluttabilità del tempo: “O Nerina! e di te forse non odo questi luoghi parlar? Caduta forse dal mio pensier sei tu? Dove sei gita, che qui sola di te la ricordanza …” 

L’idillio è un intercalare tra la nostalgia e il rimpianto, con frammenti di gioia antica ("Di questo albergo ove abitai fanciullo/E delle gioie mie vidi la fine/ Quante immagini un tempo, e quante fole/ Creommi nel pensier l'aspetto vostro") e di meditazione senza appello del ricordo che sfugge ("Il caro tempo giovanil più caro/ Che la fama e l'allor, più che la pura/ Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo"). 

Prosa di rara bellezza stilistica, “Le ricordanze” sono l’anello di congiunzione tra la vita che passa e gli attimi di una felicità vissuta o solo prospettata che restano attaccati alle pareti dell’anima. Un fermo immagine che nobilita il ricordo: “ D'ogni mio vago immaginar, di tutti/ I miei teneri sensi, i tristi e cari/Moti del cor, la rimembranza acerba.” 


LE RICORDANZE 
(G. Leopardi) 


Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro

E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi

Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!

Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene

Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,

Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M'era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vóti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m'avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.

E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell'acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De' miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai co' silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E' deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.

LA NEVE DI GENNAIO


Non si ha freddo nell'anima quando fuori nevica e le case s’imbiancano nella quiete mattutina. Non è vero che il calore arriva solo dal sole quando ci si può stringere un po’ di più in giornate come queste con la neve che lambisce i vetri delle finestre. Infagottati nelle coperte dalla testa ai piedi, solo gli occhi restano scoperti per rimirare cotanta meraviglia.

La neve di gennaio è uno spettacolo che si guarda senza pagare alcun biglietto, la nostalgia del Natale appena passato si trasforma ben presto in una gioia silenziosa per qualcosa che sta per rigenerarsi nel candore del mondo intorno a te. E pensi che sia così bello pensare che tutto possa ricominciare, purificarsi nello spirito e nelle idee per una nuova scommessa sulla vita.

Spesso pensiamo di aver bisogno degli altri, di contare sugli altri, di essere noi stessi “gli altri” per spogliarci delle nostre preoccupazioni o soltanto per condividerle per sentirci meno responsabili. Trascuriamo i dettagli, le cose intorno a noi che non aspettano altro che essere toccate, sfiorate, accarezzate. E questa natura che si rigenera dopo una pioggia o un abbondante nevicata, ci offre lo spunto per capire che tutto parte e riparte da noi stessi.

La forza genera la forza, la bellezza genera la bellezza, dalle cose belle non può mai nascere un fatto brutto, anche quando pensi di trovarti sull'orlo di un precipizio c’è sempre uno squarcio di cielo sopra di te, uno spiraglio di luce, qualcosa di bello che riempie il niente che è dentro di te.

Non mi disturba la neve di gennaio, anzi mi consola e mi avvolge nel sonnacchioso silenzio di queste ore interminabili mentre tutto si attarda a ricominciare. Le strade deserte, i semafori spenti, le piazze vuote, tutto sembra in apnea in attesa di riemergere al primo tiepido sole di un nuovo mattino. Pronti a ricominciare come quelle bestiole che escono dal letargo dopo essersi riparati dalle grinfie dell’inverno.

La neve di gennaio è una primavera allo stato embrionale, sotto la coltre bianca nasceranno i fiori più belli, rinverdiranno le campagne e le periferie delle città come una cornice d’alloro puntellata dai colori più vivi e raggianti. Tutto si scioglierà e cadranno le ultime resistenze intorpidite dal gelo, il sangue scorrerà nelle vene più fluido e fluente come un fiume che riprende il suo corso per abbeverare tutto ciò che si anima e si rinnova.

La neve di gennaio è un sorriso solo nascosto che si scoprirà lentamente dopo gli ultimi sussulti dell’inverno. È un volto fra i mille volti che non ho incontrato, che si nutre del mio sguardo stupito e incantato, che mi rimboccherà le coperte come una madre affettuosa e mi farà addormentare per prepararmi ad un altro bellissimo risveglio.

UN ANNO DI PAROLE


Prima di dare il benvenuto al nuovo anno ci sono ancora spiccioli di tempo per salutare il 2018 con un viaggio a ritroso delle cose che sono successe negli ultimi dodici mesi. I bilanci, si sa, sono un momento di riflessione per valutare quello che è stato fatto, nel bene e nel male, una sorta di sospensione del tempo prima di riprendere la vita e ricominciare con nuovi propositi ed obiettivi. 

Forse è una cosa ovvia, ma noi siamo quello che siamo stati e il futuro non è altro che la proiezione del nostro vissuto, il raccolto di quello che si è seminato lungo il cammino perché nulla è lasciato al caso senza la responsabilità delle nostre azioni. 

Allora, prima di riporlo nel cassetto dei ricordi, c’è ancora tempo per sfogliare il calendario 2018 partendo dall'inizio con i post più letti e graditi di questo blog. Cliccando sui titoli i lettori, se vorranno, potranno riprovare il gusto di rileggerli. 

GENNAIO: Il post più letto del mese è “Il sole tra i fili spinati”, dedicato al giorno della memoria con un racconto sulle gesta eroiche di un segretario comunale durante il massacro della Shoah. 

FEBBRAIO: Stravince il racconto breve “Zucchero amaro” incentrato sull'importanza della vita proprio quando stai per perderla. Otterrà migliaia di visualizzazioni e attestati di gradimento. 

MARZO: “Non ti conosco più amore”, altro racconto breve, piace tantissimo, forse anche per il tema struggente dell'Alzheimer. A seguire: “La parola di questa sera”, dedicato alla prematura scomparsa del bravo presentatore bolognese Fabrizio Frizzi. Buon piazzamento per il "Gesù di Nazareth", recensione della produzione televisiva di maggior successo sulla storia di Cristo.

APRILE: Piace “La Corte si ritira”, riflessioni sulla crisi del corteggiamento in un’epoca imperversata dal virtualismo delle relazioni personali. Sarà il post più letto del mese. 

MAGGIO: Chi la fa l’aspetti. E’ il tema del racconto breve “L'indifferente”, ispirato al materialismo moderno, crudele ed implacabile. Si aggiudicherà la palma del post più cliccato del mese. Al secondo posto un altro racconto breve, “Io e Francesco”, che ha come tema l’interposizione della personalità. Al terzo, "Gli occhi di mia madre", pensieri dedicati alle mamme del mondo (e alla mia).

GIUGNO: Pubblico “Amarsi nello stesso tempo”, considerazioni con citazioni storico-letterari sui grandi amori che sono tali quando sono coevi e reciproci. 

LUGLIO: Il più cliccato è “Nessuno lo deve sapere”, dialogo tra due amici che si confidano un segreto imbarazzante. 

AGOSTO: È il mese dei blog retro, una sorta del Techetechetè letterario. Vince “La nausea, il capolavoro di Jean-Paul Sartre, ma piace anche “La solitudine dei numeri primi”, di Paolo Giordano. 

SETTEMBRE: “L'idiota”, di Fedor Mihailovic Dostoevskij, altro capolavoro della letteratura mondiale, sarà la recensione più gradita. 

OTTOBRE: Continua la scia delle recensioni e ad essere più cliccata è “Un uomo”, di Oriana Fallaci, ancora oggi un best seller della letteratura italiana. Bene anche “La voglia di niente”, racconto breve sull'indolenza della pigrizia. 

NOVEMBRE: Piace “Alla fine del giorno” e, a seguire, “L’emozione delle parole”, due riflessioni sulla concentrazione del tempo e sulla bellezza delle parole. 

DICEMBRE: Stravince “La vita è un attimo, post dedicato alle occasioni che si perdono per rincorrere obiettivi che non hanno grande importanza. 

BUON 2019 A TUTTI I LETTORI!

IL MAGO DI NATALE


S'io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l'alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all'Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po' di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole d'ogni qualità,
che chiudono gli occhi e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an'roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l'albero del cioccolato;
in via del Tritone
l'albero del panettone
in viale Buozzi
l'albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all'albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l'albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

(GIANNI RODARI) 

I MIEI AUGURI DI UN SERENO NATALE A TUTTI VOI

ALBERO O PRESEPE?


In questi giorni che ci avvicinano al Santo Natale, tiene banco il vecchio sondaggio sulle preferenze degli italiani in ordine alle due usanze tipiche di questa festa. Albero o presepe? Tendenzialmente al Nord  si predilige l’albero di Natale mentre al Sud il presepe è quasi un appuntamento irrinunciabile, una tradizione popolare molto seguita e ben radicata.

Certo, se si vuole essere fedeli al significato religioso del Natale, il presepe è quello che esprime meglio la natività del Signore in quanto ci fa ricordare, in tutte le sue rappresentazioni possibili, un evento che ha segnato la Storia dell’umanità. Il presepe inoltre ha in sé il dono della fantasia, aguzza l’ingegno di ciascuno di noi nel ricreare le antiche atmosfere della notte di Betlemme, una sorta di serbatoio che si riempie di una gioia atavica ma sempre nuova e attuale.

La costruzione di un presepe è forse il momento più bello, ancor più del suo compimento. Ci s’improvvisa progettisti con tanto di cartongesso, scatole riciclate e quant'altro per realizzare la struttura che meglio si adatti agli spazi della nostra casa. E poi di corsa per le bancarelle a comprare tutto l’occorrente: pastori, pecorelle, muschio e casette innevate, senza dimenticare i personaggi tipici come i Re Magi, il macellaio, il fabbro, la lavandaia, l’uomo ubriaco o complementi come il pozzetto, il ruscello, il ponticello e la stella cometa sulla capanna di Gesù bambino.

Quando si parla del presepe non si può non ricordare la meravigliosa opera teatrale di Eduardo De Filippo: quel Natale in casa Cupiello con la celeberrima domanda che il personaggio Luca rivolge al figlio Tommasino (detto Nennillo) fino a strappargli in punto di morte il sospirato sì: “Te piace ‘o presepe?”.
Non è Natale se non si rivede almeno in questa occasione un capolavoro assoluto della nostra letteratura.

Se il presepe desta tante emozioni, anche l’albero di Natale non è da meno. Grande o piccolo che sia, ben esposto davanti alle finestre delle case, l’abete colorato di luci, festoni, palline e quant’altro, esprime l’aspetto più gioioso della festa e, sotto il profilo prettamente cristiano, la vita e il perdono dell’umanità che si riconcilia, dopo il peccato di Adamo ed Eva, con la nascita del Cristo Redentore.

Bambino ero l’addetto all’albero di Natale. Mi piaceva occuparmi di ogni piccolo particolare, a cominciare dalle luci che trovavo fantastiche nelle svariate forme a stella o a lampioncino. Stavo ore intere a guardare il mio albero colorato e in cuor mio speravo che la gioia che provavo potesse essere condivisa con tutti i miei cari. Ho tramandato questa tradizione ai miei figli con la variante dello scambio dei doni nella notte di Natale (ai miei tempi non si faceva), quale momento di mutua generosità e vicinanza.

Al di là delle preferenze per l’una o l’altra usanza, penso che non si debba mai perdere di vista il vero significato del Natale: la generosità allo stato puro che si rinnova in ogni altro giorno dell’anno. 

Albero o presepe che sia, è Natale se si fa festa col cuore. 

LA VITA È UN ATTIMO


Passa la vita ma tu non ritorni. La vita è un attimo, basta un clic, lo scatto di una fotografia che tutto è già passato, compiuto, incollato nell'album dei ricordi. La vita è un attimo ma te ne accorgi sempre troppo tardi, come il sole che si nasconde improvvisamente tra le nuvole, la luce che si affievolisce, il buio che s’infittisce.

La vita è un attimo, non fai in tempo a girarti che già ti ritrovi invecchiato con la faccia stampata sulla vetrina di un negozio dove sfoggiano solo oggetti usati. È un attimo, come il caffè bevuto in fretta per scappare via e accumulare tanti attimi di vita che vanno via al calare della sera.

La vita è un attimo, come il bacio che ti ho dato senza morderti le labbra, lo sguardo che si è perso nei tuoi occhi che non hanno visto, le mani che non hanno accarezzato, le lacrime che non sono scese perché inghiottite da un altro dispiacere. È un attimo in quel sorriso che non ho capito, la festa che non è cominciata, il gioco che si è interrotto come un trenino che non vuole più ripartire.

Così passa la vita ma tu non ritorni. La vita è un attimo, come l’ultima ruga che è spuntata sul viso tracciando un solco profondo sulla pelle che ti affretti a nascondere con una maschera di vetro. È un attimo in tante altre facce che sembrano la stessa faccia così che niente hai guardato e niente ti è rimasto tra la folla che si spopola, le piazze che si svuotano e i cortei che si sfilano come tanti gomitoli di lana.

La vita è un attimo, come i colori dell’autunno che risucchiano gli ultimi bagliori dell’estate, l’inverno che avanza e un altro Natale che arriva, che sembra non essere mai passato, come una tavola apparecchiata con gli avanzi del giorno prima e i soliti invitati con lo stesso sorriso truccato, i calici alzati per brindare al nuovo che è già vecchio al sorgere del mattino.

La vita è un attimo, come un treno che parte dalla stazione e sfreccia via per ritornare al capolinea così che sembra che non sei mai partito. E ti ritrovi con le valige in mano che non hai il coraggio di disfare. Pronto ad affrontare un altro viaggio. 

L’ultimo viaggio.