L’INTERVISTA SUL FUTURO IMPERFETTO


Alcuni lettori mi hanno scritto di avere avuto problemi di audio durante la mia intervista di presentazione de “Il futuro imperfetto” andata in onda su STAPARADIO il 15 gennaio scorso. 

Ecco allora la trascrizione di quell'intervista curata da Simone Colaiacomo che ringrazio. 

Ho adattato in qualche caso il linguaggio verbale a quello scritto per rendere più scorrevole la lettura. 

SIMONE COLAIACOMO: Buona sera. Oggi mercoledì 15 gennaio 2020, apriamo questa puntata dedicata alla letteratura e in particolare al libro di Vittoriano Borrelli, “Il futuro imperfetto”, che focalizza l'attenzione sull'esistenzialismo, tema caro allo scrittore. È un libro che si colloca esattamente in quel gruppo di testi che cercano proprio di evidenziare l’agire delle persone. L'obiettivo che si pone è quello di dimostrare che l’imperfezione sta proprio nelle azioni degli esseri umani, a differenza della Natura che invece è considerata di per sé perfetta, è considerata incontaminata anche se purtroppo è proprio l'uomo a danneggiarla. È un viaggio introspettivo, un viaggio che potremmo compiere tutti quanti noi. È ciò che ci rappresenta, ciò che ci caratterizza e attraverso le parole di questo libro potrete conoscere le caratteristiche dei personaggi, di uno in particolare, e di immedesimarsi in dinamiche e viverle attraverso un viaggio dell'immaginazione, alla ricerca di un finale che potrebbe trovarsi in una delle prossime fermate. 
Ma adesso ascoltiamo un brano e tra poco avremo al telefono Vittoriano Borrelli per una bellissima intervista. 
Ecco sono qui al telefono con Vittoriano Borrelli Ciao Vittoriano. 

VITTORIANO BORRELLI: Ciao. Ciao a tutti gli ascoltatori. 

SIMONE COLAIACOMO: Ciao. Partiamo dal titolo di questo romanzo “Il futuro imperfetto”, Perfezione e imperfezione fanno parte della nostra quotidianità, quindi la ricerca della perfezione fa parte del desiderio di un artista ma anche di quelle persone meticolose e precise. Eppure spesso si dice che è nell'imperfezione che si trova la bellezza, magari se pensiamo alla mitologia , non so lo strabismo di Venere, la dea della bellezza, è uno degli esempi classici. Come è nato questo titolo? 

VITTORIANO BORRELLI: È nato da un gioco di parole. Ho pensato ai tempi verbali: c’è il futuro semplice e il futuro anteriore, mettiamoci anche il futuro imperfetto, un tempo che evidentemente non esiste ma che nel libro ha un significato ben preciso. Il romanzo ha un messaggio ben preciso: si può essere forti, gagliardi, audaci quanto si vuole, ma ognuno di noi ha le proprie debolezze. E sono proprio queste debolezze di cui dobbiamo prenderci cura per renderci migliori. Sembra un paradosso ma la vera perfezione è la vita imperfetta. Questo è il messaggio di fondo del libro che mi ha ispirato per intessere tutta la storia. 

SIMONE COLAIACOMO: Ed è un bel messaggio. Senti, la critica lo sta considerando un romanzo che si rifà ad un personaggio della letteratura molto famoso. Lo chiamiamo infatti il moderno Dorian Gray. Ecco, qual è il collegamento con il capolavoro di Oscar Wilde? Abbiamo una sorta di ritratto, oppure si tratta di un collegamento derivante dalle attitudini del personaggio? 

VITTORIANO BORRELLI: Sì, diciamo che ci sono diversi personaggi storici che mi hanno ispirato: Giacomo Leopardi che cito con la sua bellissima Infinito, lo sguardo sul mondo libero ostacolato dalla siepe, Narciso, personaggio mitologico che s’innamora di se stesso vedendo la sua immagine riflessa nell'acqua e infine Dorian Gray, del celebre ritratto di Oscar Wilde. Si può definire “Il futuro imperfetto” come il Dorian Gray dei tempi moderni. Il personaggio principale, Edo, è un uomo straordinariamente bello come Dorian ma a differenza di quest’ultimo non fa un patto con il diavolo per l’eterna giovinezza, bensì per avere sicurezza nell'agire senza mai fallire in tutte le tappe della vita. Questo è un po’ il canovaccio e il riferimento al ritratto di Dorian Gray ha un suo significato ben preciso. Il libro si compone di due parti: nella prima, Rosental, il protagonista vive la sua esperienza in un collegio svizzero dove conosce Schoengen, professore di letteratura e con lui impara a conoscere il Ritratto di Dorian Gray per dei motivi ben precisi che si scopriranno nella storia. Quindi il riferimento a Dorian Gray c’è ma è un Dorian Gray dei tempi moderni per i motivi che ho spiegato prima. 

SIMONE COLAIACOMO: Chiaro, chiaro. Non scopriamo troppe cose del libro. Mi hai citato la bellezza, quanto pesa la bellezza in questo romanzo? È una sorta di arma che apre tutte le porte? È un’arma a doppio taglio la bellezza? Qualcosa che ti dà prima e poi si riprende tutto con gli interessi come il patto con il diavolo che tu hai citato? 

VITTORIANO BORRELLI: Diciamo che il tema della bellezza evoca quello delle apparenze ed è molto attuale nelle società moderne sempre più proiettate a valorizzare i canoni estetici rispetto a quelli intrinseci. È una tendenza preoccupante ma ben reale nella società di oggi. Ci si guarda di più allo specchio ma sempre meno nell'animo. Quindi il messaggio che ho voluto dare è proprio questo: la bellezza attrae, può essere un buon viatico ma bisogna saperla gestire. Se ci si basa tutto sulla bellezza poi il fallimento è sempre dietro l’angolo. 

SIMONE COLAIACOMO: Mi viene quasi da pensare ad Instagram e a quanto il selfie oggi è diventato importante per i giovani e non solo. 

VITTORIANO BORRELLI: Giusto, è proprio così. L’attualità sta proprio in questo: si parte da evocazioni antiche, Narciso, Dorian Gray ecc., ma il tema è molto attuale. La bellezza è sempre più enfatizzata nella società di oggi che cura molto l’immagine, favorita anche dall'evoluzione tecnologica di strumenti come i social, Instagram eccetera, i quali, se non si sanno usare con la giusta attenzione e consapevolezza, procurano problemi di crescita personale e di relazione con le persone. 

SIMONE COLAIACOMO: Certo, ed è anche preoccupante perché si generano tutte quelle insicurezze nel momento in cui devi relazionarti di persona. L’immagine è solamente un filtro che mostri ma che non è reale. Alla fine è tutto fittizio. 

VITTORIANO BORRELLI: E’ proprio così. L’uomo è per definizione imperfetto ed è questa la direttrice del romanzo che si sviluppa in maniera dinamica, mai statica con tanti colpi di scena che attirano l’attenzione del lettore fino all'ultima pagina. Leggendo il libro non è mai niente di scontato: il lettore legge e scopre sempre delle cose nuove sia nella prima che nella seconda parte dove il tema della bellezza viene affrontato in maniera più prorompente. Nella seconda parte, che s’intitola “Il giardino delle donne”, troviamo il personaggio di Edo cresciuto che mette in pratica gli insegnamenti ricevuti durante la sua esperienza in collegio. 

SIMONE COLAIACOMO: Chiaro. Un bellissimo messaggio con il quale cerchi di sensibilizzare proprio questo aspetto delle persone. Ascoltami. Questa è una trasmissione radiofonica che si focalizza su due tematiche principali molto collegate tra loro: la letteratura e la musica. So che sei anche un musicista che ha avuto un passato molto forte, presente nella musica come compositore. Vuoi raccontarci come vivi questa doppia forma d’arte? 

VITTORIANO BORRELLI: Diciamo che la musica è stata la mia prima passione. Sono cresciuto in una famiglia molto rigida con canoni educativi precostituiti per cui la musica è stata lo sfogo quasi naturale per evadere da una certa condizione familiare che non mi piaceva. Ho scritto tante canzoni, ho conseguito la qualifica di paroliere e di compositore superando gli esami alla SIAE. Negli anni di gioventù, con un amico di Milano, maestro di musica, ho tentato questa strada. Sognavamo di ripetere le gesta del duo Mogol-Battista. Non è andata bene. E’ stato un sogno durato pochissimo ma fa niente. Nel 2012 ho pubblicato un libro sulle principali canzoni che ho scritto, “Le parole del mio tempo” e fondato un blog culturale che ha lo stesso titolo. che tratta di musica, di cultura, di recensioni, di racconti miei personali con pagine dedicate agli autori emergenti. E’ un blog che mi dà molte soddisfazioni perché mi ha permesso di continuare con questa passione che è sempre viva nel mio cuore nonostante gli anni siano passati. 

SIMONE COLAIACOMO: Uno spazio bellissimo questo de “Le parole del mio tempo”. Sei riuscito a trasformare la passione musicale in carta. 

VITTORIANO BORRELLI: Poi è arrivata la letteratura ma ti dico che non sono uno scrittore molto prolifico perché mi reputo un perfezionista esagerato. Quando scrivo curo ogni aspetto del libro. A livello di pubblicazioni ho pubblicato nel 2012, oltre alle “parole del mio tempo”, un romanzo “La prossima vita” edito da Meligrana, che si è classificato terzo al premio letterario per gli scrittori emergenti, poi "L’aquila non ritorna” , il seguito de "Le parole del mio tempo” con una seconda tranche di canzoni e, infine, un saggio “Spunti dal mio lavoro” che tratta della mia attività professionale. Sono segretario comunale e con questo saggio fornisco quaranta pareri giuridici su tutta l’attività della pubblica amministrazione, con particolare riferimento agli enti locali, ai comuni, ai sindaci, al funzionamento dei consigli comunali, ai rapporti dei cittadini con la pubblica amministrazione e ad altro. Questi sono i 4 libri che ho pubblicato ed il quinto è proprio “Il futuro imperfetto” da poco in uscita, che spero possa procurarmi le stesse soddisfazioni come per le altre opere Io spero che venga letto ed apprezzato. Tra l’altro, ho voluto inserire nel libro un ringraziamento specifico proprio ai lettori: “ringrazio i lettori che leggeranno questo libro e lo porteranno nel cuore, vorrà dire che avrò lasciato qualcosa.” Per me sarebbe il più bel successo se una volta letto il libro riuscissi a ricevere degli apprezzamenti dai lettori. 

SIMONE COLAIACOMO: Ti capisco. È importante ricevere dei feedback da parte di chi legge, soprattutto perché lo fai per loro e non per te stesso. 

VITTORIANO BORRELLI: Certo. Un paio di settimane fa, a Domenica In, Mara Venier ha intervistato un autore al quale gli stata rivolta la domanda “Perché scrivi?” E lui ha risposto con una parola che è anche la mia: per la condivisione. Per me è importante scrivere per condividere emozioni, esperienze. Scrivere per se stessi non serve a niente, ecco perché ho tentato la strada della pubblicazione proprio per trasferire agli altri le emozioni delle storie che racconto. Per me la condivisione è fondamentale per uno scrittore. 

SIMONE COLAIACOMO: L’arte deve essere condivisione. Mi trovi pienamente d’accordo. E poi un artista come te che spazia, da un argomento a un altro, da un campo a un altro. Complimenti davvero perché ci vuole tanta capacità. 

VITTORIANO BORRELLI: E ci vuole del tempo. Il lavoro che faccio è molto impegnativo e bisogna saper conciliare il tutto. Come ho detto, sono segretario comunale, massimo dirigente del comune con tante responsabilità. Ma ti confesso che la cosa che mi piace di più è quando smetto i panni del segretario comunale e comincio a fantasticare con la tastiera del computer, a scrivere, ed è questa la mia vera vita, la vita che vale di più. 

SIMONE COLAIACOMO: Bellissimo. Senti, voglio farti una domanda: so che c’è uno scrittore che conta molto nella tua vita, che ha un peso significativo. Sto parlando di Alberto Moravia. 

VITTORIANO BORRELLI: Alberto Moravia è il mio Mentore. A me piace tanto perché sa scrivere molto bene. Purtroppo è morto da quasi un ventennio ma ho letto quasi tutte le sue opere. Da “Gli Indifferenti”, suo romanzo d’esordio, a “La Noia”, da “La Ciociara” (da cui è stato prodotto un film cinematografico con Sophia Loren che ha vinto l’Oscar), a “La vita interiore” o ai “Racconti romani” che evoca i sonetti del Belli, libro bellissimo che parla dei racconti di questi personaggi romaneschi di una Roma degli anni cinquanta che non c’è più, che a rileggerlo mi fa sempre emozionare. Ho forse ereditato il suo modo di scrivere, Moravia scrive quasi sempre in prima persona, racconta la società in cui ha vissuto come faccio io. I miei libri non si distaccano mai dalla realtà, dal contesto sociale in cui s’inseriscono. Credo di aver preso un po’ il linguaggio letterario di Moravia ed è per questo che lo definisco il mio Mentore. 

SIMONE COLAIACOMO: Ti auguro di seguire le sue orme. 

VITTORIANO BORRELLI: Non credo proprio di arrivare al suo livello. Tra l’altro è stato candidato per ben quindici volte al Premio Nobel per la Letteratura. Peccato, perché lo avrebbe meritato. 

SIMONE COLAIACOMO: Peccato sul serio. Penso comunque che ogni persona, continuando a coltivare quelle che sono le vere passioni, migliora. Mai dire mai. 

VITTORIANO BORRELLI: Tutto può essere. Penso che per scrivere, oltre al talento, bisogna leggere tanto perché è importante confrontarsi non soltanto con gli scrittori famosi ma anche con gli scrittori emergenti. Nella mia esperienza di blogger ho conosciuto tanti scrittori emergenti che scrivono davvero bene e meriterebbero molta più visibilità. Poi lo so che è difficile. C’è tanta competizione. Siamo un popolo più di scrittori che di lettori e le nuove tecnologie forse non aiutano. Oggi con gli strumenti che mette a disposizione Internet si spazia in un mondo infinito e variegato e non è facile scovare lo scrittore che scrive bene. Però ti assicuro che ci sono tanti esordienti che scrivono davvero bene e non ho alcuna difficoltà a riconoscere i loro meriti. Però non è facile emergere… 

SIMONE COLAIACOMO: Il mare magnum delle pubblicazioni… 

VITTORIANO BORRELLI: Vero. L’importante è non abbandonare mai queste passioni anche se non si diventa qualcuno. Poi le cose se succedono, succedono. Altrimenti devi trovare delle compensazioni. Non diventerai uno scrittore come Moravia ma l’importante è continuare a fare cose per la cultura che ti possono dare ugualmente delle soddisfazioni. Credo che sia importante leggere perché eleva la persona e rende più qualitative le relazioni umane. Questo è il mio pensiero e quindi al di là del mio “futuro imperfetto”, spero che gli ascoltatori colgano questo mio messaggio che è un’esortazione alla lettura. 

(Qui per problemi tecnici il collegamento con l’autore s’interrompe). 

SIMONE COLAIACOMO: Eccoci scusateci c’è stato un problema di linea ed è saltata la comunicazione. Ringraziamo comunque Vittoriano Borrelli per la sua disponibilità, per l’intervento che ha fatto, lo ringraziamo ancora, e vi invito a leggere “Il futuro imperfetto”, un libro edito Writers Editor , uscito da poco, che potete trovare sugli store della casa editrice e nelle librerie. Grazie ancora Vittoriano per la bellissima intervista.

IL FUTURO IMPERFETTO - Vittoriano Borrelli- Edito Writers Editor

IN TUTTE LE LIBRERIE E 

IL TEMPO DI CAPIRE


Non capivo
Abbassavo gli occhi e poi pregavo
Per la via guardavo stelle ma inciampavo
Senza storia nascondevo nella mia memoria
un  ricordo in fondo a un portafoglio

Il tempo di capire l'ho lasciato lì a morire
tra le spoglie di un misero amore
tra le braccia sue senza parole

Il tempo di capire è fuggito e mi ha lasciato la fine
nascondendomi dietro il confine
non  ho avuto niente da dire

Dove sta la mia grande libertà?
Ora che mi hanno ammazzato senza pietà?
Dove sta quel tempo di capire in due soli?
Senza ipocrisie e senza dividersi gli amori?

Io l'ho cercata questa mia strada
ma non  ho soldi e vivo ancora di ricordi

Il tempo di capire si è fermato lì a dormire
arrendendosi davanti al mistero
e coprendosi la faccia con un velo

Il tempo di capire mi ha ingannato con le sue promesse
con le solite poesie mai dette
con le piogge lunghe e maledette

E passo il tempo ad aspettare
che questa vita mia
non mi faccia più male

Il tempo di capire l'ho lasciato lì a morire
tra le spoglie di un misero amore
tra le mani sue senza parole

Ma il vento è amico mio
e mi è stato sempre vicino
soffiandomi senza farmi del male
non lasciandomi solo nel mare

(Tratto da Le parole del mio tempo”)


A ME NON CAPITA


Donne al volante, pericolo costante. Non c’è proverbio più vero di questo. Prima le vedevi rimirarsi allo specchietto retrovisore per controllare quanto fossero belle e attraenti, ora te le ritrovi con il cellulare incollato all'orecchio con l’aria sempre indaffarata. Certo, accade anche a noi maschietti, ma loro sono maestre a fare cento cose nello stesso tempo che non si rendono conto che ogni minima distrazione può essere fatale.

Qualche giorno fa, imboccando via dei Platani, mi sono imbattuto in una smart con una bionda alla guida che chattava al telefonino mentre si dava contemporaneamente una controllatina al rossetto. È stato per poco che non mi tagliasse la strada e mi facesse impattare contro una fila di macchine posteggiate. “Cretina!”, le ho gridato dal finestrino, “Guarda la strada invece di specchiarti come una reginetta e stare attaccata a quel coso.”

Sapete come mi ha risposto? Ha continuato imperterrita a parlare con quell'aggeggio mentre dallo specchietto mi ha fatto il gesto delle corna.

Inaudito!

E che dire degli automobilisti della domenica? Io che faccio il rappresentante e la strada è la mia casa, li riconosco come le mie tasche. Tutti perfettini, pensano che la carreggiata sia una passerella per dare sfoggio alle loro auto lucide e brillanti dopo averle tenute una settimana in garage per andare al lavoro in bus o in treno. Con il naso quasi schiacciato sul volante, si guardano a destra e a sinistra come se temessero sbucare da qualche parte chissà quale minaccia. Sono lenti come lumache e si muovono in blocco formando lunghe code ai semafori.

Ad un tizio che non sapeva se girare a destra o a sinistra e metteva la freccia ora nell’uno, ora nell’altro verso, gli ho gridato con il mio accento romanesco: “Ahoo! Stamattina c’hai le vertigini? Perché non sei rimasto a casa a nanna?”

Sapete come mi ha risposto? Mi ha fatto il gesto del dito verso l’alto. Stavo per cantargliene quattro ma c’era la partita della Roma e non volevo arrivare tardi allo stadio.

Inaudito!

A me non capita. Sono cose dell’altro mondo e non le capisco. Riesco a districarmi bene in questa giungla d’asfalto popolata da pivelli e da principianti. Sono attento a tutto, ho occhi dappertutto, ne avrò un paio persino dietro la testa per guardare quello che succede alle mie spalle, così che mi sento sicuro di schivare qualsiasi pericolo, reale o potenziale.

A me non capita perché sono quello che si dice di una persona assennata e scrupolosa che si trova a suo agio sia nel traffico di Roma che, mettiamo, in quello di Tokyo, tanto sono bravo a scansarmi da ogni genere di insidia e ad arrivare dappertutto senza intoppi.

A me non capita perché viaggio sereno e qualche volta riesco persino a fischiettare tanto sono  tranquillo di me. Non temo nessuno, nemmeno la volante della polizia che adesso m’invita ad accostarmi per i controlli di rito.

“Patente e libretto, prego.” È un omaccione col pancione che mi ricorda il sergente Garcia, acerrimo nemico di Zorro della popolare serie televisiva. Mi trattengo dal ridere ma obbedisco come il più ligio degli automobilisti. Con il suo collega mingherlino comincia a ispezionare la mia macchina a partire dalle ruote che ho sostituito proprio l’altro giorno e perciò sono nuove di zecca.

Batto le dita sul volante e aspetto che i controlli vadano, come sono sicuro, a buon fine. Intanto, per far passare il tempo, canticchio “Guido piano”, la canzone di Fabio Concato:

Viene voglia di cantare
Questa sera
te lo voglio raccontare
Son sereno
come se fosse Natale…”

Vengo interrotto da “Garcia” che ritorna da me e con una mano appoggiata al finestrino mi mostra un sorriso che scambio come un segno di approvazione. “Visto, agente? Ho cura della mia macchina come se fosse una bella donna. Tutto a posto, vero?”

Sapete cosa mi ha risposto? “Tutto a posto un corno. Ha la patente scaduta da tre mesi, non se n’è accorto?”

Sono diventato più bianco della neve del Monte Rosa. Ho cominciato a balbettare qualcosa, gli ho detto che forse si stava sbagliando e cose del genere.

“Nessun errore. Una bella multa non gliela toglie nessuno.” Poi, con la mia patente in mano, ha sentenziato: “Questa intanto la tengo io. Parcheggi qui che le faccio il verbale. Per tornare a casa prenda l’autobus, la fermata è proprio lì di fronte.”

Sono rimasto di sasso e ho solo esclamato:

“Inaudito!”

A ME NON CAPITA

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)


IL RITRATTO


Il vecchio aveva nascosto il ritratto
tra le cose che aveva lasciato
e intorno al fuoco spento della vita
provò per gioco a farsi un'autocritica

Ma quanti incontri perduti per strada
quante parole dette senza senso
e quanti appuntamenti mancati
e quanti fili d'erba calpestati

E c'era anche il senso della paura
la solitudine di poche avventure
la rabbia fragile grandi e piccole scuse
ed un segreto mai svelato a nessuno

Poi l'autocritica si fece più critica
all'orizzonte di una luna romantica
il volto di una donna bagnato
che la sua mano non aveva asciugato

La prima volta senza una parola
I primi tempi con una sporca infanzia
Amori belli sopra grattacieli
Le prime rughe sotto cento veli

Il sole stanco nella sua chiarezza
Il vento forte nella sua freschezza
Nel cuore l'odio verso i traditori
La pace l'ansia ed anni di dolore

Peccati e tanti abbracci incatenati
e poi spezzati da ipocriti abbandoni
la voglia di riuscire disperata
il caffè caldo della solita giornata

Fuori la porta gioca nel suo giardino
un bimbo che vuole sfidare il destino
coi suoi sorrisi e col suo istinto di speranza
coi suoi colori e con la sua resistenza

E per finire questa stupida canzone
il vecchio apre finalmente il cassetto
e stringe forte a sé quel ritratto
mentre nel cielo adesso il sole è già alto

(Tratto da Le parole del mio tempo”)


LE PAROLE NEI RICORDI


Manca poco al countdown più atteso dell’anno, ma c’è ancora tempo per sfogliare l’album dei ricordi di questo 2019 che sta per andare in soffitta insieme agli altri che lo hanno preceduto. Riavvolgiamo il nastro come un film già visto, bello o brutto che sia, fortunato o funesto per tanti, pochi o per nessuno. Qualcuno ci ha lasciato, qualcun altro è rimasto a farci compagnia, il vecchio albergo della Terra si spopola e si ripopola nel solito ciclo della vita.

Come ogni anno, ecco il calendario 2019 de “Le parole del mio tempo”, con i post più letti ed apprezzati, di mese in mese in una carrellata di parole nei ricordi.

GENNAIO: “La neve di gennaio” si aggiudica la palma del post del mese. Riflessioni allegoriche sulla neve che imbianca e purifica i cuori dalle scorie dell’inverno.

FEBBRAIO: Il mese di Sanremo con “La musica che cambia” che decreta a sorpresa la vittoria di Mahmood con “Soldi”. Ma il post più letto sarà “Volevo solo essere amato”, racconto breve sulle persone dimenticate.

MARZO: “Ti presento Vittoriano”, l’intervista riproposta dopo qualche anno, piace ancora. A seguire “Storie di tutti i giorni”, raccolta di aneddoti di alcuni segretari comunali pubblicata su Amazon ottenendo un buon piazzamento nella classifica delle vendite.

APRILE: Ripropongo il racconto breve “Zucchero amaro”, che sale in vetta dei post più letti di questo mese. Piace anche “Prima di firmare, pensa”, consigli per chi intende intraprendere la carriera di scrittore.

MAGGIO: Ancora un racconto breve “La seconda volta”, che piace per la sua originalità ed ironia.

GIUGNO: Piace “L’anaffettivo”, racconto breve sull'anoressia dei sentimenti. A seguire “La solitudine dello stare insieme”, la peggiore che si possa vivere con le persone sbagliate.

LUGLIO: Comincia il techetechetè de “Le parole del mio tempo”, una rilettura dei post più letti negli anni passati che si protrarrà fino ad agosto. Vince “Le mani su di me”, racconto sulla violenza femminile.

AGOSTO: Stravince “Il dubbio”, racconto su un delitto immaginato o realmente accaduto che è presente anche nella classifica dei post più letti di sempre.

SETTEMBRE: “Amore mio”, riflessioni sulle tecniche dell’inganno in amore, sarà il più letto.

OTTOBRE: “Vestito in nero”, brano de “Le parole del mio tempo, piace ai più. A seguire, quasi a pari merito, “Niente sesso siamo obesi”, racconto sugli inconvenienti delle rotondità, e “La percezione del niente”, forse la riflessione più terribile dei nostri tempi.

NOVEMBRE: Dopo una lunga gestazione, annuncio l’uscita del mio nuovo libro “Il futuro imperfetto” che spero possa riempire, nel “venti-venti”, la libreria di tanti lettori.

DICEMBRE: Piace “La letterina di Natale”, monologo del grande e indimenticato Massimo Troisi.

A TUTTI I LETTORI DE “Le parole del mio tempo
I MIEI PIÙ FERVIDI AUGURI DI UNO SPLENDIDO

2020


SOLO UN ABBRACCIO


Non c’è gesto più affettuoso di un abbraccio. Ti fa sciogliere il sangue nelle vene e a volte può essere terapeutico, salutare, pieno di quel calore umano che non può essere compensato da nient’altro in natura. Nemmeno da una bella giornata di sole, dal fuoco ardente di un camino acceso, da un piumone imbottito nelle notti d’inverno.

Un abbraccio. È la cosa più semplice che si possa fare, il dono più bello che si possa ricevere, la generosità che passa in secondo piano nella memoria delle nostre azioni fino ad essere dimenticata troppo facilmente. Si pensa a tanto altro ma quel “tanto” a volte vale poco o niente.

Un abbraccio vale molto di più di quel tanto altro.

Ecco, se dovessi scegliere un modo di fare gli auguri di Natale ai lettori e agli amici de “Le parole del mio tempo” esprimerei questo desiderio: che ad una certa ora, ad un certo istante di questo Santo giorno, ciascuno si unisse all'altro in un grande abbraccio per sentire dentro il vero calore che manca.

Un abbraccio.

Solo un abbraccio.

I miei auguri a tutti voi di un felice Natale.

Vittoriano Borrelli



LA LETTERINA DI NATALE


Natale, tornano alla memoria le letterine. Quanti di noi, da bambini, non hanno provato l’emozione di scriverne una ai propri genitori con tanto di busta nascosta sotto il piatto del papà? Oggi i tempi son cambiati e queste cose non si usano più. Magari si mandano poesie e messaggi direttamente dal cellulare, tutto è veloce ed immediato ma forse le emozioni non sono le stesse.

Per questo Natale ho voluto ricordare uno splendido monologo del grande Massimo Troisi recitato nel 1982 che aveva a che fare con la letterina di Natale. A dire il vero il tema principale era la preghiera rivolta a Gesù per il cibo ai bambini buoni, ma ci sono diversi spunti e correlazioni con la letterina che la maestra ci insegnava a scrivere in occasione del Natale.

Riporto questo monologo tradotto in italiano anche se so di fare un torto alla maestria di Troisi che con il suo impeccabile e inconfondibile dialetto napoletano lo aveva reso stuzzicante e ineguagliabile.

È un omaggio al genio di San Giorgio a Cremano (paese vicino alla mia città d'origine, Portici), a 25 anni dalla sua prematura scomparsa.

Eccolo:


Con mia madre, guai se uno cominciava a mangiare senza fare la preghiera.

“Gesù ti ringrazio per il cibo che mi hai mandato e mandalo a tutti i bambini buoni.”

 E ogni volta arrivavo a scuola con una fame. Niente, dovevamo fermarci là.

“Gesù grazie del cibo che mi hai mandato…”

E a me, io ero proprio piccolo, a me questa cosa suonava un po’, cioè… mi dicevo tante volte:

“Già questo fatto di mandare il cibo solo ai bambini buoni …. se uno è Gesù ma che, fa queste cose? Se uno era un figlio  un po’ più vivace moriva di fame? “Diglielo pure a quello.” 

E invece no, sempre questa cosa di mandarlo solo ai bambini buoni…Io però mi facevo i fatti miei, non si può mai sapere, adesso me lo leva pure a me. Non era per vigliaccheria, era che avevo fame. Allora dicevo è meglio che stia zitto. Poi andai a scuola e a Natale stavamo qua e facemmo la letterina:

“Cari genitori , vi ringrazio per avermi messo al mondo…” Adesso non me la ricordo la letterina…

“Caro papà, ti ringrazio per il cibo che mi mandi…”  Allora io bloccai tutto.

“Cara maestra, qua ci sta una cosa che non va, forse lei non è al corrente, a me il mangiare me lo manda Gesù!”

MASSIMO TROISI

L’ALBERO PIÙ GRANDE


Voglio un albero il più grande che c’è
Che arrivi al cielo fino a toccare le nuvole
per sprigionare pioggia e bagnare la terra
a lungo divelta dalla ignobile guerra

Voglio un albero che sia il più verdeggiante
Che mi faccia da bastone per le mie membra stanche
E mi conduca sulle strade che non ho mai percorso
fino ad addormentarmi nell'ultimo scorcio

Voglio un albero che giunga alle stelle
Per farle cadere e regalare un sogno
a chi non ce l’ha perché gli è stato strappato
in un giorno sbagliato nel giaciglio violato

Voglio un albero il più luccicante
Che illumini ogni cuore soffuso e rabbuiante
Radioso e brillante un vero diamante
Così raro e prezioso il tuo abito più importante

Voglio un albero il più ramificato
Rigoglioso e avvolgente per tutta la gente
Che ha voglia di stringersi pur restando all'addiaccio
In questa notte magica con un unico abbraccio







L'ABITO NON FA IL MONACO


Preti e suore che si sposano tra loro, timorate di Dio che rimangono incinte prima di qualsiasi conversione, pedofili mascherati da pastori alla guida di fanciulli indifesi. Un quadro orripilante che è un insulto alla Fede religiosa, qualunque essa sia. Se i tempi sono cambiati in nome di una capziosa modernità dalle “larghe vedute”, meglio essere atavici, matusalemmi, retrogradi.

In questi giorni notizie del genere sono spuntate come funghi alimentando discussioni contrapposte tra assoluzionisti e acerrimi censori ma, fatto più preoccupante, propugnando il dubbio in quelle che sembravano essere convinzioni ben salde e incontrovertibili.

Se c’è una cosa che invece non ammette dubbi e ripensamenti è proprio la Fede. Il rapporto con Dio è di intima e immacolata matrice ma per coloro che scelgono la vita clericale o monastica questa relazione dovrebbe essere immune da qualsiasi condizionamento esterno che potrebbe renderla meno assoluta ed esclusiva.

Di questi tempi si parla molto di un'apertura al matrimonio degli appartenenti alla Chiesa perché, si dice, non ci sarebbe alcuna incompatibilità nel servire il Signore e fondare nello stesso tempo una famiglia a cui concedere uguale dedizione. Non so se è giusto, qui si tratta di mettere in correlazione l’Amore assoluto e l’Amore relativo che invece poggiano su basi ispiratrici diverse.

D’altronde se gli uomini e le donne del Clero hanno gli stessi impulsi e desideri delle persone “comuni”, tanto vale espungerli da una casta che invece li etichetta con finalità e aspirazioni ben precise. Tanto vale affermare che la Chiesa è la casa di tutti e che ciascuno possa celebrare messa, fare omelie o dedicarsi a missioni umanitarie senza la necessità di essere consacrato, di vestire l’abito talare come indicatore di una certa appartenenza.

C’è in gioco qualcosa di molto importante e di prezioso: la fiducia e il suo contrario, ovvero l’inganno, l’affidarsi nelle mani di chi, in veste di intermediario, dovrebbe purificarci di tutti i nostri peccati. Ma il peccato e il peccatore si mescolano nei ruoli e nelle interposizioni generando confusione, sgomento, disincanto.

La crisi dei valori passa anche da qui. È un problema di autenticità della vocazione, della perdurante dicotomia dell’essere rispetto all’apparire, così che l’abito non fa il monaco e non c’è vestito che tenga per nascondere quello che si è o si vuole essere.

Oggi, più di ieri, è più facile la trasposizione, l’interposizione, la riconoscibilità dell’irriconoscibile e si viaggia inseguendo ideali divini che si scoprono essere pezzi di carta che volano nei cieli infiniti per bruciarsi al primo sole del mattino.



IL PICCHE NICCHE


Natale, Capodanno, Befana, quando verso il quindici di dicembre comincio a sentire parlare di feste, tremo, come a sentir parlare di debiti da pagare e per i quali non ci sono soldi. Natale, Capodanno, Befana, chissà perché le hanno messe tutte in fila, così vicine, queste feste. Così in fila, non sono feste, ma, per un poveraccio come me, sono un macello.

E qui non si dice che uno non vorrebbe festeggiare il Santo Natale, il primo dell’anno, l’Epifania, qui si vuol dire che i commercianti di roba da mangiare si appostano in quelle tre giornate come tanti briganti all’angolo della strada, così che, alle feste, uno ci arriva vestito e ne esce nudo.

Forse ai tempi che Berta filava, Natale, Capodanno e Befana erano feste sul serio, modeste ma sincere: ancora non c’erano l’organizzazione, la propaganda, lo sfruttamento. Ma dagli, dagli e dagli, anche i più sciocchi si sono accorti che con le feste si poteva fare la speculazione; e così, adesso, la fanno.

Feste per i furbi, dunque, che vendono roba da mangiare; non per i poveretti che la comprano. E tante volte ho pensato che per il pasticciere, per il pollaiolo, per il macellaio, quelle sono feste davvero, anzi feste doppie: feste perché feste e poi feste perché in quelle feste loro vendono dieci volte tanto quanto nei giorni che non c’è festa. E così, mentre il disgraziato festeggia le feste a mezza bocca, con la borsa vuota e la tavola scarsa, quelli le festeggiano sul serio, con la borsa piena e la tavola traboccante.

Del resto, per farvi capace che ho detto la verità, guardate la strada dove ho la mia bottega di cartolaio. In fila, uno dopo l’altro, ci sono Tolomei il pizzicagnolo, De Santis il pollarolo, De Angelis che ha il vapoforno, e Crociani che ha la fiaschetteria. Fateci caso, che vedete? Montagne di formaggi e di prosciutti, stragi di polli e gallinacci, sacchi pieni di tortellini, piramidi di fiaschi e di bottiglie, luce e splendore, gente che va e gente che viene, dalla mattina alla sera, senza interruzione, come in un porto di mare, nelle prime quattro botteghe.

Nella mia cartolibreria, invece, silenzio, ombra, calma, la polvere sul banco, e, sì e no, qualche ragazzino che viene a comprarsi il quaderno, qualche donna che entra a prendersi la boccetta d’inchiostro per fare i conti della spesa. E io rassomiglio alla mia bottega, vestito di uno zinale nero, magro, affamato, con addosso l’odore della polvere e della carta, sempre acido, sempre pensieroso; e loro, invece, De Angelis, Tolomei, Crociani, De Santis, sono tutto il ritratto dei loro affari che vanno tanto bene, belli, rossi, grassi, con la voce sicura, sempre allegri, sempre strafottenti. Eh, ho sbagliato mestiere; e con la carta stampata o bianca, c’è poco da fare; e ne consumano più loro per involtare pacchi che io per far leggere o scrivere.

Basta, qualche giorno prima di Capodanno, mia moglie, una mattina, mi fa: “Senti, Egisto, che bella idea… Crociani ha detto che a Capodanno ci riuniamo tutti e cinque noialtri commercianti di questa parte della strada, e facciamo un picche nicche per la fine dell’anno.”

“ E che cos’è il picche nicche?” domandai.
“ Beh, sarebbe il cenone tradizionale.”
“Tradizionale?”
“Sì, tradizionale ma in questo modo: ciascuno porta qualche cosa e così ciascuno offre a tutti e tutti offrono a ciascuno.”
“Questo è il picche nicche?”
“Sì, questo è il picche nicche… De Angelis ci metterà i tortellini, Crociani il vino e lo spumante, Tolomei gli antipasti, De Santis i tacchini…”
“E noi?”
“Noialtri dovremmo portare il panettone.” Non dissi nulla. E lei insistette: “Non è una bella idea questo picche nicche?... Allora gli dico che ci stiamo?”

Stavo seduto al banco, scartando un pacco di cartoline d’auguri natalizi. Dissi, finalmente: “Per me, mi pare che questo picche nicche non sia tanto giusto... De Angelis i tortellini ce li ha a bottega, e così Crociani il vino, Tolomei gli antipasti e De Santis i tacchini... ma io che ci ho? Un corno... il panettone debbo comprarlo.”

 “Che c’entra?... anche loro, la roba la pagano, mica gli cresce in bottega... che c’entra... lo vedi che sei sempre il solito... vuoi sempre fare il difficile, ragionare, fare il sottile... e poi ti lamenti che le cose non ti vanno bene.”

Insomma discutemmo un bel po’ e finalmente io tagliai corto, dicendo: “Va bene, digli che ci sto al loro picche nicche... porteremo il panettone.” Lei si raccomandò, allora, che lo portassi bello grosso, per non fare cattiva figura: due chili, almeno. E io promisi il panettone bello e grosso.

L’ultimo dell’anno lo passai, al solito, a vendere cartoline di auguri e figurine di carta per i presepi. Intanto, i miei vicini vendevano gallinacci e polli, tortellini e tagliatelle, cassette di liquori e di vini pregiati, formaggi e prosciutti. Era una bella giornata e io, dal fondo del mio negozietto nero, vedevo, di fuori, passare nel sole le donne cariche di roba. Era proprio una bella giornata, da Capodanno romano, con un cielo turchino, duro, che pareva il cristallo fino fino e tutte le cose che sembravano dipinte su questo cristallo, con i loro colori.

A mia moglie, la sera, chiudendo bottega, dissi: “È inutile che mangiamo... tanto la mangiata la facciamo a mezzanotte con il picche nicche... non fosse altro che il panettone che porto io, c’è da mangiare per cento.” Ed effettivamente, lo scatolone del panettone era proprio enorme. Però dissi a mia moglie che non se ne occupasse: l’avrei portato io.

Alle dieci e mezzo, entrammo nel portone di Crociani che aveva la casa proprio sopra il negozio. I Crociani credo che ci abitassero da più di cinquanta anni: ci aveva abitato il nonno quando la fiaschetteria non era che un’osteriola dove gli operai andavano a bere il quintino; il padre che l’aveva ingrandita vendendo il vino all’ingrosso; adesso, ci stava Adolfo, il figlio che, oltre al vino, vendeva anche il whisky e gli altri liquori stranieri. 

Era uno di quegli appartamenti malandati della vecchia Roma tutto corridoi e stanzette; ma Crociani, un giovanotto con le guance gonfie e gli occhi piccoli, ci guidò con orgoglio nella stanza da pranzo: salute che bellezza. Tutti mobili nuovi, di mogano lucido, con le maniglie di ottone e le zampette sottili di acero bianco. L’ultima volta che l’avevo veduta, quella stanza, era ancora come in passato: con un tavolone andante, le seggiole di paglia, le fotografie alle pareti, e, nel vano della finestra, la macchina da cucire. Tutto questo, adesso, non c’era più: oltre a quei mobili, notai un grande quadro dorato con un tramonto sul mare; una radio enorme che serviva anche da bar; soprammobili di porcellana in forma di donnine nude, pagliaccetti, cagnolini; e, sulla tavola preparata, un servizio di porcellana dei più fini, stampato a fiorami rosa.

“L’ho comprata all’Argentina” mi disse Crociani indicando la stanza, “indovina un po’ quanto l’ho pagata.” Dissi una cifra e lui me la triplicò, gonfiandosi per la soddisfazione. Intanto arrivava nuova gente; e presto fummo al completo.

Chi c’era? C’era Tolomei, un pezzo di giovanotto coi baffi, che, quando pesa sulla bilancia l’affettato, dice alle serve: “Lascio?”; c’era De Angelis del vapoforno, un ometto piccolo, con la faccia da minchione: ma lui invece è un furbo che da ragazzino andava in giro con la sporta e adesso invece vende tagliatelle a tutto il quartiere; c’era De Santis, il pollarolo, che è rimasto contadino come al tempo che veniva a Roma col panierino delle uova di giornata: con la faccia senza peli, grigia e massiccia come una pagnotta e la parola greve della gente del viterbese.

C’erano le mogli loro, tutte infronzolate, ma i figli non c’erano, perché, come disse Crociani offrendo il vermut, questa era una serata tra commercianti, per salutare l’anno che veniva, anno commerciale anzitutto, durante il quale tutti dovevano fare quattrini a palate. Dico la verità, vedendoli seduti a tavola, mi piacevano anche meno di quando li vedevo sulle soglie delle botteghe: durante il commercio, nascondevano la soddisfazione e, magari, anche, si lagnavano; ma adesso che si trattava di far festa e i clienti non c’erano, la soddisfazione gli schizzava fuori dai pori.

Ci mettemmo a tavola che erano le undici e attaccammo subito gli antipasti di Tolomei. Qui cominciarono gli scherzi: chi chiedeva a Tolomei se la mortadella era di vero suino, chi gli ricordava la frase: “Lascio?” che lui diceva tanto spesso. Ma erano tutti scherzi con la zampa di velluto, tra gente che se la intendeva e si rassomigliava: se avessi scherzato io, che quegli antipasti me li permettevo di rado, penso che gli avrei lasciato l’unghiata; e perciò preferii mangiare e tacere.

Ai tortellini si fece un po’ di silenzio, anche perché il brodo scottava e tutti soffiavano nei cucchiai. Ma qualcuno osservò che questi erano tortellini veramente pieni e non mezzo vuoti come quelli che erano in vendita normalmente, e tutti ci fecero una risata. Stetti zitto anche questa volta e mi presi due scodelle colme di minestra per riscaldarmi la pancia. Vennero, finalmente, due tacchini arrosto grandi come due struzzi; e, anche per la grandezza, tutti si misero in allegria e cominciarono a punzecchiare il pollarolo chiedendogli dove li avesse prenotati quei due fenomeni della natura, se dal noto De Santis che forniva tutta Roma. Ma lui, che era contadino e non capiva lo scherzo rispose che, quei due tacchini, lui li aveva scelti tra cento e li aveva ingrassati con le sue mani, tenendoli in casa.

Anche questa volta non dissi nulla ma scelsi con cura una coscia grande come un monumento, e poi tre fette di ripieno, e poi un altro pezzo quadrato che non so dove l’avessero staccato, ma era buono anche quello. Mangiavo tanto di gusto che qualcuno osservò “Guarda Egisto come divora... eh, non ti succede tutti i giorni di mangiare un tacchino simile, Egisto.” Risposi a bocca piena: “Proprio così”; e dentro di me pensai che, per una volta almeno, avevo detto la verità.

Intanto i fiaschi di Crociani circolavano, e tutte quelle facce intorno la tavola lustravano, rosse e brillanti, come una batteria di rame da cucina. Salvo, però, quelle frasi sulla roba da mangiare, nessuno parlava veramente perché, in fondo, non avevano nulla da dirsi. Il solo che ci avesse qualche cosa da dire ero io, appunto perché, al contrario di loro, gli affari mi andavano male, e questo mi faceva riflettere, e la riflessione, se non riempie la pancia, almeno riempie il cervello.

Finiti i tacchini, venne un’insalata che nessuno toccò, poi il formaggio e la frutta, e quindi Crociani disse che era mezzanotte e andò in giro per la tavola mostrando la bottiglia di spumante, che, come fece notare, era autentico francese, di quello che lui vendeva tremila lire e più la bottiglia. Sul punto, però, di stappare lo spumante, tutti gridarono: “Egisto, tocca a te, facci vedere il tuo panettone.”

Io mi alzai, andai in fondo alla stanza, presi la scatola del panettone, tornai a sedere e lo scartai con solennità. Dissi, tanto per cominciare: “Questo è un panettone proprio speciale... ora vedrete.” Aprii la scatola, misi la mano dentro e cominciai la distribuzione: una boccetta d’inchiostro, una penna, un quaderno e un abbecedario per uno, ad ognuno degli uomini; per le donne, come dissi, mi scusavo, non ci avevo pensato. Davanti a questa distribuzione, tutti tacevano sbalorditi; non capivano, anche perché erano intontiti dal vino e dal mangiare.

Finalmente, De Angelis disse: “Ma, Egisto, abbi pazienza, che è ‘sto scherzo? Mica siamo bambini che andiamo a scuola.” De Santis, che pareva abbrutito, domandò: “E il panettone dov’è?”. Io risposi, alzato in piedi: “Questo è un picche nicche, non è vero? Ciascuno ha portato la roba che ci aveva a bottega, non è vero?... e io vi ho portato quello che ci avevo: inchiostro, penna, quaderno, abbecedario.”
“Ma che” disse ad un tratto Tolomei, “sei scemo o ci fai?”
“No” risposi, “non sono scemo ma cartolaio... tu hai portato gli antipasti che io sono costretto a comprarti tutto l’anno... io ho portato quello che ci avevo e che tu mai ti sogni di comprare.” De Angelis disse, conciliante: “Basta, mettiti a sedere, non facciamoci cattivo sangue. “E questa fu la proposta che venne accolta. Saltarono fuori alcuni dolci, le bottiglie furono stappate, e tutti bevvero.
Ma, come notai, al brindisi nessuno volle bere alla mia salute. Allora mi alzai e dissi, il bicchiere in mano: “Visto che non volete bere alla mia salute, il brindisi lo faccio io... Che possiate dunque, durante questo anno, leggere un po’ più, anche se, per caso, doveste vendere un po’ meno.”

Ci fu un coro di proteste e poi Crociani, che aveva bevuto più degli altri, si inferocì e gridò: “Ma piantala, iettatore... ci porti sfortuna... vendi i libri a chi ti pare ma non venirci a seccare a noi... anzi, guarda, è meglio che te ne vai ... tanto, ormai, il cenone l’hai mangiato.”

“Allora” risposi “tu non vuoi bere alla salute del commercio dei libri?”
“Ma piantala, buffone, scemo, ignorante, pagliaccio.” Ora tutti mi ingiuriavano; io rispondevo per le rime, calmo, sebbene mia moglie mi tirasse per la manica; il più cattivo di tutti era proprio il padrone di casa che insisteva affinché ce ne andassimo.

Insomma, non so come, mi ritrovai in strada, con un gran freddo, e con mia moglie che piangeva e ripeteva: “Lo vedi che hai fatto... ora ci siamo fatti dei nemici e l’anno che verrà sarà peggio di quello che è finito.”

Così, discutendo, tra i botti delle lampadine fulminate e i cocci che volavano dalle finestre, ce ne tornammo a casa.

Tratto da Racconti romani, di Alberto Moravia. Bompiani Editore
(Riproduzione consentita ai sensi dell’art. 70 legge n. 633/1941)

AMICI DA NIENTE


Ci sono parole che andrebbero usate con cautela e circospezione perché esprimono concetti e significati di grande valore. Accade invece di proferirle con facilità in discorsi pomposi e adescanti, come un pescatore che getta la rete in mare e aspetta che i pesci abbocchino.


Ti sono amico.” “Conta pure su di me.” “L’amicizia è importante.” Frasi belle da libro Cuore ma spesso slegate, nei fatti, da comportamenti non all'altezza del loro significato. La disgiunzione delle parole dall'anima crea rapporti fasulli, relazioni di circostanza che finiscono presto quasi senza accorgersene.

Nell’Era dei social tutto appare ancora più amplificato e, se vogliamo, spettacolare, ma solo fino ad un certo punto. Se sei un amico da niente su Facebook, Instagram e compagnia bella, lo sei anche nella vita reale e viceversa.

Chi trova un amico, trova un tesoro.” Non c’è proverbio più vero di questo. Un amico o un’amica non ti giudica, ti ama così come sei ed è sempre pronto ad aiutarti senza alcun tornaconto, a starti vicino anche in silenzio. Quanti di noi possono vantarsi di essere circondati da persone così? Non credo molte ed è per questo che un amico è merce rara, vale più del partner, più di un amore.

Abbondano invece gli amici da niente, ce ne sono tanti, troppi che ti ronzano intorno come insetti fastidiosi nelle torride estati. Asfissianti, indistinguibili, clonabili come la pecora Dolly ma sempre uguali a se stessi al di là delle sembianze che assumono.

Gli amici da niente hanno una loro scala di valori all'incontrario dove il bene e la generosità sono agli ultimi posti, se non fuori classifica. Di loro diffida soprattutto di quelli che sorridono troppo, quando succede stai pure certo che qualcosa di brutto sta per capitarti.

Alla larga allora dagli amici da niente. Meglio soli che essere accompagnati da gente così. Tuffarsi con lo sguardo in altri e più confortanti lidi fino a vederli sfumare, uno ad uno, dal tuo orizzonte.

Basta poco.

Basta niente.
  

RITORNO AL FUTURO IMPERFETTO


Dorian Gray dei nostri tempi. Così potrebbe sintetizzarsi il mio nuovo romanzo “Il futuro imperfetto”, prossimamente in uscita nelle migliori librerie e dal 15 novembre, per cinque giorni, in promozione gratuita formato e-book su Amazon.

I lettori che mi seguono da quasi otto anni su questo blog sanno ormai molte cose di me: il mio modo di scrivere, le emozioni che (spero) avrò trasmesso anche solo in minima parte nei miei oltre quattrocento post raccontando qualcosa di me e del mondo del mio tempo.

Credo quindi che la scelta di leggere “Il futuro imperfetto” non sia a scatola chiusa come invece potrebbe avvenire quando, entrando in una libreria, si scorrono i titoli di tantissime opere senza decidersi quale acquistare. Chi sceglie Vittoriano Borrelli sa a cosa va incontro e se mi ha conosciuto attraverso il viaggio delle parole del mio tempo, non resterà deluso.

Perché ne “Il futuro imperfetto” ci sono tutti gli ingredienti che mi contraddistinguono: ironia, commozione, suspense e il classico colpo di scena finale.

È la storia di Edo, un personaggio che ricalca in chiave moderna la figura di Dorian Gray.  Radiologo di una delle cliniche più importanti di Milano, Edo è un uomo straordinariamente bello che si serve di questa qualità esteriore per superare qualsiasi difficoltà nella vita. Una bellezza che gli dà una forza invincibile, come il Sansone della Bibbia, o malefica e deviante come, appunto, il Dorian Gray del celebre ritratto.

Dopo l’esperienza nel collegio di Rosental, in Basilea, durante la quale subisce l’influenza dominante del professor Schoengen, uomo enigmatico dal passato doloroso, Edo si afferma brillantemente nella carriera di medico diventando uno dei radiologi più in vista della città meneghina. Lo fa a discapito di tutti usando le armi di una seduzione fisica e psicologica che lo porterà a primeggiare in ogni ambito. Ma qualcosa si frappone nel suo cammino, un evento imprevisto che lo coglierà impreparato e gli farà toccare con mano tutte le sue fragilità e imperfezioni.

 Romanzo fedele all'esistenzialismo, tema a me caro, “Il futuro imperfetto si colloca fra le opere che mirano ad analizzare l’agire umano in certi contesti, con l’obiettivo di dimostrare che l’imperfezione sta proprio nelle azioni dell’Uomo più che nella Natura, di per sé perfetta e incontaminata.


Dopo l'ottima promozione gratuita a cinque giorni su Amazon, ecco il link dal quale acquistarlo in attesa dell'uscita in libreria:
Il futuro imperfetto

Ringrazio fin d’ora tutti coloro che lo faranno.


GIALLO PAGLIERINO


Una lunga fila all'ambulatorio dell’ospedale. Questa mattina, come le altre, un gruppo di persone riempie la sala d’attesa muovendosi con discrezione e timore quasi  reverenziale.

Si comincia a dare i numeri. Bisogna prenderne uno per la cassa, un altro per accedere alla sala prelievi e un altro ancora per appiccicare le etichette alle provette delle analisi.

Code su code, masse umane che si spostano da un luogo all'altro come deportati verso un destino che per qualcuno sarà benevolo, per altri già segnato.

Sembra di assistere ad una sorta di proscrizione, una condanna senz’appello che i malcapitati di turno fanno trasparire dai loro occhi che s’incrociano in tanti altri occhi, sguardi più o meno dipinti di un’ansia antica e mai pienamente dominata.

Ognuno cerca di cogliere nell'altro un indizio, una sfumatura da comparare con il proprio stato di salute: volti giallastri, invecchiati o decadenti che rivelano a tratti una bellezza che il tempo ha portato via troppo presto o che è sfiorita soltanto da poco.

Lei sta peggio di me. Lui è stanco come me. Vuoi vedere che abbiamo lo stesso male?

Intanto una voce dallo sportello continua a dare i numeri: “L25. Chi ha il numero L25?” Una signora di mezza età avanza tenendo in mano il contenitore per le analisi delle urine. Lo porta con cura, quasi come fosse un oggetto prezioso. Si avvicina al bancone e il faretto all'angolo della sala le stampa sul viso un colore simile al contenuto della boccetta: giallo paglierino.

Una donna, piuttosto conciata male, tira dalla tasca il fazzoletto e si asciuga le lacrime. L’uomo che le è accanto, forse il marito, la prende in giro stuzzicandola. “Non dirmi che hai paura di una semplice punturina? Fifona… Fifona….”

Squilla un cellulare dal fondo della sala e tutti si voltano all'unisono. Il tizio in giacca e cravatta risponde visibilmente imbarazzato:“Stai tranquilla, ci vuole ancora un po’ prima che arrivi il mio turno.” L’uomo guarda il tabellone che gli sta di fronte, poi prosegue: “Siamo a L55. Io c’ho il 74. Segnati questi numeri che ce li giochiamo al lotto.”

Qualcuno bisbiglia alla sua vicina:
Io devo fare la dialisi. Ho la precedenza.”
Bene.”, risponde l’altra, “Finirai prima.”
Sì. A morire!

Finalmente si accede all'ampia sala dove si effettuano i prelievi. È divisa in tanti scomparti, ciascuno delimitato da tende di colore bianco avorio che fungono a mo' di privacy. Sembra un capannone, di quelli che si allestiscono in tempo di guerra per assistere i feriti.

Da una tenda semiaperta un’infermiera mi fa cenno di avvicinarmi: “Si denudi il braccio e stringa forte la mano.” Eseguo come un bambino ubbidiente e intanto la guardo cercando un sorriso che non arriva.

Bene. Si rivesta e segua quella striscia rossa per l’uscita.” Stavo per rispondere “Signorsì!” Invece ho raccolto la giacca e sono corso subito fuori.

C’era un sole luminoso, di un colore vivo infinitamente diverso dal giallo paglierino. Ho preso in faccia tutta l’aria di quel primo mattino e mi sono detto che è così bello respirare la vita.

GIALLO PAGLIERINO

Racconto breve
di
Vittoriano Borrelli
(Liberamente tratto da fatti realmente accaduti)